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martedì 6 maggio 2014

Quarta Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 2,14.36-41)

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 2,20b-25)

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Quarta Domenica del Tempo di Pasqua, è il primo – di questo periodo – che non parla di un’apparizione del risorto, ma che, anzi, è tratto da un discorso che Gesù fa, nel vangelo di Giovanni, quando ancora non ha incontrato la sua passione, morte e risurrezione.

Ugualmente però la liturgia ha ritenuto adatto – e io credo a ragione – questo testo per continuare a riflettere in questo tempo liturgico particolare sul tema della Pasqua di Gesù. Come nota infatti M. Laconi: «Col c. 10 Giovanni regala al lettore un altro dei suoi passi più meditati e riusciti. Dove però l’eleganza, la grazia e l’efficacia non sono affidati a spunti narrativi carichi di suggestione, ma al puro scorrere delle parole di Gesù e della sua divina autorivelazione» [M. Laconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 197]. Siamo infatti di fronte ad uno di quei testi, in cui Gesù con autorevolezza si presenta con la grande pretesa sulla sua identità: «a livelli sublimi si mantiene l’autorivelazione cristologica (col ritorno insistente del divino “Io Sono”: vv. 7.9)» [Ivi, 198].

Ecco perché questo brano rimane un testo decisamente adeguato per il tempo liturgico che viviamo – seppure non pronunciato da Gesù risorto: perché in esso traspare con chiarezza la consapevolezza di Gesù riguardo al mistero della sua identità e il suo tentativo di rivelarla ai suoi.

Essendo però un discorso essenzialmente costituito – almeno nella sua prima parte – da una parabola (anche se Giovanni, per essere precisi, parla di “similitudine”) – una parabola, tra l’altro che nemmeno i suoi capirono («Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro») – è forse utile, prima di qualsiasi considerazione, provare a ripercorrerla s-piegandola: «La scenetta descritta è limpida. Vi si parla di un ovile, letteralmente di un “cortile”, probabilmente circondato da un muretto; altrimenti non si capirebbe bene la funzione della “porta”, e nemmeno la scalata truffaldina (“vi sale da un’altra parte”) del ladro. Durante la notte in questo ambiente vengono custodite le pecore. A quanto pare si pensa a diversi padroni (“pastori”) che vi mettono assieme piccoli gruppi di animali; infatti il “pastore” protagonista porta fuori “le sue” (vv. 3.4). La custodia delle pecore è affidata a un “guardiano” notturno, chiamato letteralmente “portiere”, perché sarà lui, il mattino dopo, ad aprire (dall’interno) la porta ai vari padroni che vengono per portare al pascolo i propri animali. La scenetta dunque che forma la sostanza della paraboletta si svolge al mattino. “Il pastore” (uno dei tanti padroni) arriva, bussa alla porta e si fa riconoscere dal guardiano che gli apre; le “sue” pecore hanno già riconosciuto la sua voce e cominciano già a muoversi. Ma tutto deve compiersi con ordine, perché l’ovile è pieno di animali; allora il pastore chiama le sue a una a una per nome (dare un nome descrittivo agli animali è prassi antichissima), perché le conosce bene e non le confonde con le altre. E così possono cominciare a uscire. L’operazione non è semplice, e tocca al pastore aiutarle spingendo e gridando (significativo il verbo usato all’inizio del v. 4; qualcosa come “buttar fuori”); ma finalmente il piccolo gregge è al completo, e può cominciare la marcia, forse anche lunga, verso i luoghi del pascolo. Il pastore cammina davanti perché lui sa la strada e conosce le svolte; le pecore “lo seguono” guidate dalla sua voce, che “conoscono” molto bene, e non confondono con quella di nessun altro. Però la parabola di pascolo non parla; tutto l’accento è sul cammino del piccolo gregge che “segue” i passi del pastore.

A questa scenetta se ne contrappone un’altra, negativa, con intento chiaramente polemico. Questa volta non si svolge più al mattino, ma di notte; e non si tratta del “pastore” proprietario, ma di un “ladro” o di un “brigante”. Non potendo passare dalla porta, ben custodita dal guardiano, tenta una scalata dal muricciolo non molto alto. Un’impresa non difficile. Difficile invece farsi seguire dalle pecore che sentono in lui un estraneo, ne hanno paura, e lo sfuggono; “non lo seguiranno di sicuro” (l’accentuazione è nel greco), perché “non conoscono” la sua voce.

L’impiego di alcuni vocaboli, oltre il grande contesto giovanneo, rendono trasparente il senso di questo doppio raccontino. Il “pastore” è Gesù, le “pecore” i suoi discepoli. Fra loro c’è intesa: il pastore conosce “per nome” ogni pecora del gregge, le pecore “conoscono” bene la voce di Gesù. E lo seguono. [Invece] i falsi capi di Israele, quelli che erano intervenuti con una serie di dure intimidazioni per scoraggiare fra il popolo qualsiasi parvenza di assenso a Gesù, che gli si erano opposti con durezza ostinata, che lo respingevano e si preparavano a condannarlo e a ucciderlo, non sono che usurpatori e ladri. I capi storici di Israele dunque vengono severamente valutati e idealmente deposti dalla loro funzione. Gesù rivendica così a se stesso, come il Messia inviato da Dio, la funzione di pastore» [Ivi, 199-201].

Gesù è dunque il pastore, colui che “conduce fuori” il suo popolo e “cammina davanti”… Due espressioni non nuove, per chi ha nelle orecchie l’Antico Testamento: «All’Antico Testamento risale [infatti] la metafora di Dio come pastore. […] La vera novità è che Gesù la applica a se stesso, introducendola con la formula di rivelazione: “Io sono…”; e questo avviene nel contesto della festa di Sukkôt [la festa delle Capanne], nella quale gli ebrei celebravano la guida divina nel tempo dell’Esodo. Ed è proprio sullo sfondo dell’Esodo che va letto il nostro brano; in esso non è difficile infatti scoprire i tre temi classici del cammino esodico, riassumibili nei tre verbi; uscire(v. 3: “condurre fuori”), camminare(v.4), entrare (v. 7: “la porta”)» [P. Pezzoli, La testimonianza del discepolo amato, in Scuola della Parola, Litostampa Istituto Grafico, Bergamo 1997, 217].

Dei primi due s’è già detto, mentre sul terzo verbo è forse utile soffermarsi: “entrare”, il riferimento cioè che troviamo nella seconda parte del vangelo odierno all’espressione di Gesù: «io sono la porta delle pecore». «Gesù è la porta attraverso la quale passano le pecore. Egli insomma è la mediazione di salvezza (v. 9: sarà salvo); bisogna entrare passando per lui. Ma allora si entra attraverso di lui per stabilirsi dove? Si passa attraverso di lui per abitare in lui stesso. Gesù è porta d’ingresso ma è anche il recinto, il nuovo recinto delle pecore. […] Quindi Gesù è lo stesso nuovo recinto, non c’è più il recinto vecchio, Gesù è il tempio nuovo. E così egli è la Via, ma anche la Vita. Si capisce bene qui come sia importante per Giovanni la ‘escatologia presente’: la vita, o la vita eterna si ha nella comunione con Gesù. Quando si è in lui si è già nella Vita. […] Chi passa attraverso Cristo-porta, potrà “entrare e uscire e trovare pascolo” (Gv 10,9): “entrare-uscire”: i due estremi per indicare, nel linguaggio biblico, tutta la vita. Perciò chi si lascia liberare da Cristo, cammina con lui e passa attraverso la porta che è lui, avrà come risultato una vita piena, che si espande in tutti i suoi aspetti» [Ivi, 216-220].

Ma al di là della polemica coi capi religiosi di Israele, rispetto ai quali Gesù si propone come il vero pastore di Israele e anche al di là di questa ‘escatologia presente’ tanto cara a Giovanni, io credo che la Chiesa ci abbia proposto questo testo nel tempo pasquale, perché in esso si può rintracciare anche un ulteriore “pastoralità” di Gesù: «Il Cristo è il pastore che si pone in modo antagonistico rispetto al pastore dell’umanità, quello che nella concreta situazione storica ha il potere sulla umanità di cui si può dire che l’umanità è il suo gregge, cioè la morte. E si pone così antagonisticamente rispetto a questo modello che la sua pastoralità assume una connotazione drammatica, perché si definisce fin dal principio come un pastorato che si deve opporre al pastorato della morte, che deve riuscire a vincere il sovrano che domina l’umanità. E questo sovrano è così duro che oscura anche la visione, la percezione di quello che originariamente dovrebbe essere l’ultimo ed eminentissimo pastore dell’umanità e, in particolare, del popolo d’Israele: Dio.

Affermando che la morte è il pastore dell’umanità, non facciamo altro che constatare che la condizione esistenziale dell’umanità è così dura che la signoria della morte oscura persino la percezione di Dio. È talmente dura questa signoria che sembra che l’uomo non possa aspirare ad ascendere a Dio. Un dubbio tremendo, un oscuramento spaventoso.

Noi continuiamo a dire: Dio è il mio pastore. Ma non è tanto semplice dire che c’è un pastore al di sopra del pastore della morte: non dobbiamo farla facile, perché ci vuole la fede per poterlo dire. Altrimenti non si arriva a dirlo con pienezza, con convinzione, con stabilità, a dirlo con rassegnazione e con pace, a percepirlo in modo esistenziale, vero. Senza la fede, senza una luce che venga dalla rivelazione è molto difficile dire: sì, io sono soggetto a questo pastore, ma al di sopra di questo pastore ce n’è un altro che guida le sorti dell’umanità verso un mistero di vita. Non è facile» [G. Dossetti, Omelie del Tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 190].

E proprio perché non è facile, io credo che sia utile in questo Tempo di Pasqua provare a soffermarsi su chi sia il pastore Gesù – alla luce della sua risurrezione… su chi sia stato, in vita, in morte e “in risurrezione”… su cosa ciò voglia dire per noi, per il nostro rapporto con lui, per il nostro rapporto con la vita, con la morte, con gli altri…

Perché se non si arriva fino a qui ad interrogarsi, il rischio è quello di far riprecipitare il vangelo di Gesù in un libro di morale, di buone prassi, di consigli pii, che però non vanno a ridiscutere in radice il nostro essere.

giovedì 21 maggio 2009

L'Ascensione: una bomba... (leggete!!!)

«Fino alla croce ci sono dei sentimenti naturali che possono in qualche modo, nonostante le nostre resistenze, darci il senso che essa è ancora dentro il nostro orizzonte umano. La risurrezione evidentemente già ci fa faticare di più, perché ci porta assolutamente al di sopra del nostro orizzonte. Ma l’ascensione impegna in modo ancora più totale la nostra capacità di trascendere la nostra esperienza e la nostra capacità di vivere – nella considerazione di questo mistero – tutto il prolungamento dell’esistenza che noi speriamo, ma che contrasta fortemente con la nostra esperienza immediata, che sa che al di là della vita c’è la morte. Bisogna, invece, che pensiamo che questo è il mistero veramente riassuntivo di tutto Gesù, di tutto il Cristo. Bisogna tornarci su spesso» [G. DOSSETTI, Omelie del Tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 97-98].
Raccogliendo l’invito di don Dossetti, anche noi allora, proviamo in questa domenica di Ascensione a tornare su questo mistero che la Chiesa ci invita a celebrare. Innanzitutto va detto che i testi riguardanti l’ascensione cercano di trasmetterci l’esperienza intensa e lacerante che la prima comunità ha fatto del mistero che è condensato in questa partenza di Gesù («Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi»). Essa allora come anche oggi infatti implica una presa di distanza fisica del Signore dai suoi, una nuova modalità di presenza (detto in positivo), ma che sull’altro versante vuol dire l’esperienza di un’assenza! È questa la difficoltà insita in questo evento della vita di Gesù e della Chiesa: che storicamente si fa l’esperienza di un Dio che è l’assente, lontano, invisibile, nel senso di irraggiungibile… E il rimando è dunque alla nostra solitudine, alla paura atavica che essa ci fa patire, fino alle estreme manifestazioni dell’angoscia per la morte, che altro non è che la solitudine definitiva.
Questo è il problema a cui l’ascensione rimanda: è possibile continuare a credere e più radicalmente continuare a vivere dopo che Gesù diventa l’assente? Si può – cioè –affidarsi a un fondamento, a una sensatezza, a una salvezza, nonostante non sia verificabile? Si può dargli credito, sapendo che o ha consistenza o noi non l’abbiamo? O non resta che fermarsi col naso all’insù, aspettando che ritorni?
La risposta di Atti sembra netta: «Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”».

C’è dunque, incontestabilmente una lontananza, una distanza, un’assenza… Eppure sembra che essa non sia destinata a interrompere il flusso della vita e dell’amore che la vita storica di Gesù ha prodotto… Sembra anzi che ci sia un possibilità di continuazione della vita. E non solo della vita biologica o della mera sopravvivenza fisiologica, ma della Vita con la “V” maiuscola proposta dal Signore. È come – cioè – se la sua dipartita, oltre ad un’assenza che sperimentiamo e patiamo, implichi però qualcosa d’altro, qualcosa di più, un passo ulteriore: non è tutto finito con l’ascensione di Gesù… Non a caso Luca racconta lo stesso episodio in conclusione al Vangelo e in apertura agli Atti…
Certo, sarebbe facile e immediato dire: “finisce” il tempo di Gesù e inizia il tempo della Chiesa… E in effetti non si può negare che un po’ sia anche così… Eppure per comprendere bene questo passaggio non si può eludere la problematica delineata prima: con troppa facilità infatti noi spesso saltiamo a piè pari quello che ha voluto dire per i primi discepoli non vedere più Gesù, non averlo “a portata di mano” (vivo o risorto), non poterlo consultare, ecc… e troppo spesso – parlando di ascensione – saltiamo a piè pari quello che vuol dire per noi questo non vederlo, non averlo “a portata di mano”, non poterlo consultare, ecc… Poi, certo, patiamo questa cosa, ma quando dobbiamo parlare di ascensione partiamo come dei treni con quello che abbiamo imparato a catechismo (l’ascensione è Gesù che viene assunto in cielo) e stop… ci dimentichiamo del problema…
Che invece c’è! Che Gesù sia e diventi l’assente infatti fa problema ad ogni credente: perché troppo spesso la vita ci rimanda ad un doverci far carico in prima persona, in solitaria, di noi, delle scelte, delle fatiche, delle sofferenze, del male, dell’amore… E troppo spesso questa stessa vita, queste stesse scelte e fatiche e dolori, sembrano sovrastarci, sembrano mancare di un’intelligibilità, di una sensatezza, di una finalità…
Forse allora prima di precipitare subito su slogan tipo “è finito il tempo di Gesù inizia quello della Chiesa” dando per scontato tutto o troppo e risultando quindi di fatto insignificante per la nostra vita (tanto che i nostri ragazzi – se sanno che c’è l’ascensione – la pensano come una specie di Gesù fantasmino che se ne va in alto, non si sa bene dove, forse verso Dio che è addirittura al di là del cielo e… chi lo vede più? Concludendo ovviamente che lui starà pure lassù, ma quaggiù a noi tocca cavarcela da soli, per cui preti, catechisti, mamme, precetti e consigli, si mettano pure il cuore in pace… che per vivere qua tutte le cose della religione non servono…), forse – dicevo – è utile fare un passetto intermedio… e chiederci cosa vuol dire davvero questa ascensione.
Ci facciamo aiutare ancora una volta da don Dossetti [G. DOSSETTI, Omelie del Tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 69-73.99], che con molto acume annota: «Mi sembra che sia detto anche a noi di non dovere stare lì a guardare il cielo fisico, per ritrovare un contatto con Gesù asceso alla destra del Padre», infatti «il cielo di cui si parla non è certamente il cielo fisico – questo già lo sappiamo, però bisogna sempre tornarselo a dire, per sgomberare l’anima da quella pesantezza che viene da questo rapporto con il cielo fisico –, e non è nemmeno una realtà spaziale o una realtà dell’ordine fisico o dell’ordine creato: il cielo non è questo. Questo cielo è esclusivamente Dio stesso»: Gesù assunto in cielo, vuol dire cioè Gesù immerso nel Padre. «Dunque, vedete, non compiamo nessun itinerario esterno. Soltanto si tratta di raggiungere degli spessori totalmente interni all’essere. […] In questo ordine di essere, in questo spessore intimissimo, Cristo è stato assunto. […] È in conseguenza di questo suo ritorno al Padre che lui si intimizza a noi: è veramente con noi ed è veramente in noi, ritornato al Padre, raggiunge in noi lo spessore più profondo del nostro essere, quello in cui il nostro essere giace in lui, in Dio». Perciò «nell’atto stesso in cui sembra allontanarsi, in realtà si fa massimamente intimo a noi e noi diventiamo massimamente intimi a lui»!
Ecco perché nasce il tempo della Chiesa: non perché ci sia una cesura (finito il tempo di Gesù – che ormai non ha più niente a che fare col mondo dell’aldiqua – inizia il tempo della chiesa), ma perché nasce la comunità di quelli che vivono di questo nuovo e intimissimo modo di rapportarsi al Signore risorto. Tant’è che anche il vangelo che la liturgia ci propone per questa domenica, mentre sta parlando dell’inizio della missione degli apostoli («Allora essi partirono e predicarono dappertutto»), annota: «il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».
È in questo rapporto intimo – accessibile ad ogni credente – che infatti «scaturisce quella scintilla della fede che ci fa ritrovare Cristo glorificato nel Padre e presente in noi, e che realizza già per noi – dobbiamo avere il coraggio di dirlo – il ritorno di Cristo. Con ciò non si vuole confondere questo momento in cui Cristo ritorna in ciascuno di noi, personalmente, col momento del ritorno universale del Signore; però sono scintille dello stesso fuoco» [G. DOSSETTI, Omelie del Tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 100].
Infine, è proprio a partire da questa possibilità di accesso personale – nell’intimo – per ciascuno al Signore, che si può anche rendere ragione delle parole esplosive di Paolo, riportate nella seconda lettura: «Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti». Perché se è vero che subito dopo l’apostolo fa riferimento ai diversi ministeri e carismi presenti nella comunità ecclesiale («ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri»), intanto ha messo la bomba, sempre mal digerita dalla gerarchia e praticamente (cioè nella prassi) sempre da essa ben celata, per cui Dio «opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti»! Alla faccia di tutte le nostre gerarchie, istituzionalizzazioni e vocazioni! Come scriveva infatti un caro padre carmelitano a proposito di Tersa di Gesù bambino: «Teresa cerca come amare il Signore e i fratelli nel modo più totale possibile: questi grandi desideri insaziati le facevano soffrire un vero martirio e cercava nel Vangelo una risposta: "Sento dentro di me la vocazione del guerriero, del prete, dell'apostolo, del dottore del martire... sento il bisogno, il desiderio di compiere per Gesù, tutte le opere più eroiche... Sento nella mia anima tutto il coraggio di un crociato, di uno zuavo pontificio, vorrei morire su di un campo di battaglia per la difesa della Chiesa... Sento in me la vocazione del prete... ma pur desiderando esser prete, ammiro e invidio l'umiltà di S.Francesco e mi sento la vocazione di imitarlo, rifiutando la sublime dignità del sacerdozio" (B 250,251). Anche lei vuole e non vuole: perché vorrebbe tutte le vocazioni insieme ma sono incompossibili. Soprattutto sono storicamente, cioè transitoriamente ineliminabili, necessarie ... ma hanno dentro una divisione. Chi fa il guerriero, fosse pure per amore della Chiesa, uccide; chi fa il prete si divide dal laico, chi fa lo zuavo pontificio mette fuori dalla porta qualcheduno: sono tutte vocazioni necessarie alla nostra storia, ma sono realtà divisorie, cioè inevitabilmente discriminanti - che è una parola terribile, perché ha una radice semantica che suggerisce che di là ci sono i criminali. Ogni vocazione che non sia l'ultima divide, ha dentro di sé un po' di male, un po' di veleno ineliminabile. E' necessario, deve accadere così, ma qualcuno ci deve piangere. Quelli che stanno fuori dalla nostra vocazione, dalla nostra casa, dalle nostre competenze e diritti - normalmente li chiudiamo fuori ... sono esclusi in qualche modo. Non se ne esce. Ecco perché Teresa rinuncia a tutte queste vocazioni: non la soddisfano. Ne cerca una di fondo che non sia divisoria, vivendo la quale non debba escludere nessuno, con la quale non debba scontrarsi con nessuno: una vocazione che riesca a includere tutte le altre e ad eliminarne tendenzialmente quel po' di veleno discriminante che contengono. Non si tratta di un male morale, ma insanguina lo stesso o divide lo stesso. La storia grande - come le nostre piccole storie lasciano sempre dietro di sé scie di sofferenze e di divisioni. Teresa cerca allora l'unica cosa che non divide, l'amore».
In questa domenica di Ascensione preghiamo allora perché sempre più ciascuno e la Chiesa tutta diventi capace di quel rapporto intimo col Signore e coi fratelli, che proprio perché abitato dall’amore vince in radice la discriminazione, «finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo».

venerdì 15 maggio 2009

Non possiamo più dirci cristiani perché non siamo disposti a dare la nostra vita

Perché ci sia uno scatto nella natura e nella portata della nostra fede trinitaria e cristologica, è necessario mettere mano alle forbici e operare una netta semplificazione della nostra vita. Ma dove cercare questa sintesi semplificante? Dice l’apostolo Giovanni: colui che non è nell’amore non conosce Dio. Quindi, se vogliamo fare una revisione della nostra fede battesimale e cristiana, dobbiamo parlare del nostro amore: la sintesi semplificante e fortificante non la possiamo trovare altro che in una considerazione nuova del nostro amore e della nostra carità.

Seguendo l’invito di Dossetti, parliamo allora del nostro amore: è infatti questa, la via per quello scatto della nostra fede che in questi tempi duri sentiamo il bisogno di fare (per la declinazione specifica di questi tempi duri rimando al post di Mario “Perché non possiamo più dirci cristiani –1-”).
Le tenebre infatti (individuali, sociali, ecclesiali) si vincono solo sopportando la tensione degli opposti dentro di sé – come diceva Jung nel 1954 durante un dibattito al Club psicologico di Zurigo a proposito di una domanda sul pericolo di una guerra atomica: «Ritengo che dipenda da quanti sono in grado di sopportare la tensione degli opposti dentro di sé. Se quelli in grado di farlo sono in numero sufficiente, penso che la situazione non presenterà fratture e che saremo in grado di evitare innumerevoli pericoli» [in N. NERI, Un’estrema compassione, Mondadori, Milano 1999, 46]. Che è poi la stessa consapevolezza della Hillesum quando scriveva: «L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire»; o ancora: «Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima».
Ebbene anche oggi il compito per gli uomini e le donne – a maggior ragione per i cristiani e le cristiane – è quello di custodire la qualità alta della propria caratura umana, all’interno di un mondo che invece sempre più propone la dis-umanizzazione.
Dossetti diceva: è questione di fede; e si chiedeva “Quale fede?”. Per rispondere non poteva che indicare la necessità di parlare dell’amore: è dalla qualità del nostro amore che dipende la qualità della nostra fede (essa infatti non è altro che una relazione) e dunque la qualità della nostra vita.
I testi che la liturgia ci propone per questa sesta domenica di Pasqua sembrano venire esattamente incontro al nostro bisogno di soffermarci su questa tematica. È per questo che ci concentreremo in particolare sul ragionamento portato avanti nel vangelo di Giovanni...
Innanzitutto il Signore, nel lungo discorso fatto durante l’ultima cena, chiarisce bene i termini della relazione di fede: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Lo sbilanciamento è dunque suo: è lui che per primo ci ha amati. E questo – molto più che una bella frasetta o uno slogan che volta per volta i vari raduni cattolici ci propinano – ha una portata scaravoltante l’intero impianto su cui spesso è fondata la nostra religiosità: «Il livello assoluto è il solo livello assimilabile per l’uomo, egli è libero ovvero l’uomo è l’unico ente in grado d’arrischiarsi in maniera assoluta. Ma ciò accade poiché (comunque per primo) Dio si esprime in maniera assoluta, la sola misura favorevole per l’uomo. Donandosi fino all’abbandono Dio è chi consegna chiara dis-misura al reale, qualsiasi atteggiamento l’uomo ponga in campo non giunge dunque a misurarlo. […] Rispetto al libero dono divino, l’uomo ne diviene l’erede, egli non può restituirlo, lo traffica, non ne fa alcuna economia, lo dona a sua volta» [S. UBBIALI, Il sacramento cristiano, Cittadella Editrice, Assisi 2008, 69-70].
In questa relazione originata primariamente da Dio, il Signore invita però a rimanere: «Rimanete nel mio amore». E immediatamente dice come: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore». L’estrema logicità del procedimento (la fede-relazione è un dono, in esso bisogna rimanere, per rimanerci bisogna osservare i comandamenti) rischia però di far perdere la qualità vera di quanto Gesù – nelle parole dell’evangelista Giovanni – sta proponendo ai suoi: il pericolo – purtroppo effettivamente percorso dalla pratica ecclesiale – è infatti quello di perdere il contesto autentico di questo ragionamento e di farlo transitare – a mo’ di “copia e incolla” – in un altro ordine di problemi.
La riduzione a cui è andata incontro la proposta di Gesù è infatti quella di essere stata considerata come un comodo libretto di istruzioni per andare in paradiso: le indicazioni di Gesù sono infatti state sottratte dal loro contesto d’origine, dalla portata con cui e per cui lui le diceva, e sono state adottate come risposta a problemi diversi, a problemi altri dai suoi, a problemi originatisi molto più tardi nella storia della chiesa. La nuova e ristretta prospettiva era infatti quella dell’ansia di salvarsi l’anima, non quella della relazione attuale e vivificante col Signore; una necessità di salvarsi l’anima data dall’eccessiva accentuazione della malvagità dell’uomo: rimanere nell’amore di Dio, voleva infatti dire tentare con le opere buone di ingraziarsi quel Dio giustamente adirato con noi per la nostra pochezza, scordando il primato incondizionato del suo amore per noi e la qualità alta dei gesti dell’amore, che non possono mai essere ridotti a strumenti per salvare sé, se no non sono più gesti d’amore… Questi ultimi infatti hanno la peculiarità di essere per gli altri: tra l’altro non nel senso estrinseco di fare qualcosa per qualcuno, ma nel senso pregnante dell’essere implicati in quello che si fa, dunque di un mettere in gioco sé in quello che si fa, impegnandosi dunque in una relazione, in uno sbilanciamento, in un’implicazione, in un legame, in un essere per l’altro più che in un dare qualcosa all’altro… E ovviamente – come noto – i comandamenti da osservare per rimanere in quell’amore funzionale a salvarsi l’anima erano tutto un elenco di precetti morali, cultuali, folkloristici, perfino superstiziosi…
Ma che i “comandamenti da osservare” non fossero quelli è abbastanza evidente dai versetti successivi:
- Innanzitutto il riferimento alla pienezza della gioia («Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»), pressoché sconosciuta ai cattolici pre-conciliari e di cui invece Dossetti scriveva: «Il Cristo risorto ci appare talvolta da un punto di vista umano, per una piega non ben chiarita del nostro animo, del nostro intelletto, come un essere evanescente che non ha più i sentimenti. […] Il Signore risorto – invece –, sì, è glorioso, è potente, è libero, è sovrano, è dominatore del mondo, delle anime e della storia, è il giudice che viene, ma è soprattutto un essere infinitamente felice. […] E questa gioia ce la vuole comunicare, questa gioia paradisiaca che sta nella compenetrazione piena, nella corrispondenza totale dell’amore del Padre e del Figlio e che si esprime finalmente in un amore completamente efficace per i suoi. […] Il Cristo, che è alla destra del Padre e che è completamente nella visione beatifica, del Padre, vuole, per amore, che noi raggiungiamo la pienezza di questa gioia: questo è il Risorto! » [G. DOSSETTI, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 242-243].
- In secondo luogo la precisazione: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Il discrimine cioè non è posto sull’adempimento di qualche norma o sull’assolvimento di qualche dovere, ma molto più radicalmente su un orizzonte di senso che investe la vita, il modo di stare al mondo, il modo di guardare a sé, agli altri, alle scelte…
È su questo che va valutata la qualità del nostro amore, e dunque della nostra fede, e dunque della nostra capacità di sopportare in noi la tensione degli opposti, e dunque di offrirci come campo di battaglia in cui i problemi possano trovare ospitalità, combattere e placarsi… È su questo che va valutata la nostra capacità di non sfuggire, di portare, sopportare e risolvere il dolore, mantenendo intatto un pezzetto della nostra anima.
È dalla nostra qualità amante che dipende la caratura umana della nostra identità (non a caso è sull’amore che verremo giudicati…). E l’indicazione di Gesù è chiara… La qualità amante è cristica, è nella sua prospettiva quando sa dare la vita: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».
Un cristiano dovrebbe cioè alzarsi la mattina e avere come unica preoccupazione quella di disporsi in modo tale da essere uno che ama le persone che in quella giornata gli sarà dato di incontrare… che si tratti del marito, dei figli, dei fratelli, del panettiere, del capufficio, ecc… Tutto il resto è coreografia… Non a caso il brano di vangelo perentoriamente si conclude così: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Saremo allora persone con una qualità umana significativa se guarderemo a tutto quanto ci accade intorno con uno sguardo amante – che sa dare la vita.

È per questo che – rischiando di non essere politically correct e di far dispiacere qualcuno – non possiamo non cogliere questa occasione e questa sede per esplicitare il nostro dissenso sui recenti provvedimenti previsti dal “pacchetto sicurezza” del governo italiano, che essendosi nascosto diverse volte – quando gli faceva comodo – dietro la bandiera cattolica, dimostra, ancora una volta – se ce n’era bisogno – di tener conto, nelle sue scelte, di tutto, tranne che del vangelo… dimenticando forse che il cattolicesimo o è evangelico o non è…



P.S.: Vorrei allegarvi l'ultima vignetta che ieri sera Vauro ha mostrato alla trasmissione Annozero, perchè al di là della fede politica, contingentemente mi sembra davvero pregnante... Qui sotto si mostrano gli ultimi 5 min della trasmissione, quelli dedicati, appunto, alle vignette,.. a mio parere, merita: fa ridere, ma anche riflettere!

venerdì 1 maggio 2009

Gesù risorto: questione di vita o di morte, per il mondo intero!?


Il pastore alternativo!
Il buon pastore di cui il vangelo racconta, è una guida illuminata e amorevole, tra i pochi saggi che, nel lungo succedersi dei secoli, hanno inutilmente predicato un po’ di umanità… o piuttosto, come lui stesso afferma di sé, è la pietra angolare della nuova creazione, scartata e gettata in discarica dalla coalizione dei poteri di oppressione e di morte, in un mondo ormai cresciuto e consolidato secondo una logica spietata di competizione e sopraffazione, che ha cercato di eliminare per sempre anche lui?
“La figura del pastore, come oggi si presenta nella Bibbia e nel mondo biblico, è una figura drammatica, che si pone in modo antagonistico rispetto a quello che, nella prospettiva naturale dopo il peccato, è il pastore di tutta l’umanità, a cui nessuna pecora può sottrarsi, cioè la morte! E quindi il suo pastorato assume una connotazione drammatica, perché si definisce fin dal principio come un pastorato che si deve opporre al pastorato della morte, che deve riuscire a far vincere il sovrano che domina l’umanità: se Cristo non fosse entrato nel regno della morte a strappare tutto il gregge dalle mani di questo terribile pastore, il gregge non avrebbe potuto essere libero…” (G. Dossetti, omelie del tempo di Pasqua, Paoline 2007, p. 186).
Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza! (10,10)
Questa è l’affermazione che apre la pagina del vangelo di oggi, per introdurre l’appassionata ripetuta proclamazione dell’urgenza del dono della “sua” vita per la vita delle sue pecore… Non solo per i suoi discepoli, ma per tutti gli uomini, per tutto il mondo. Deve donare la sua vita, perché le pecore sono in balia di pastori mercenari, il cui obiettivo è il danaro non il bene delle pecore. E questi obbediscono al “mercato”, quindi al primo pericolo di perderci, le lasciano smarrite e disperse in balia del lupo. Deve donare la “sua vita” perché la vita è il dono che ha ricevuto dal Padre per comunicarlo a loro e il Padre lo ama proprio in questo e per questo suo essere il tramite del suo amore paterno in loro! Deve donare la vita alle pecore di ogni specie e di ogni tempo cioè, far convergere le diverse appartenenze disperse, perché la sua voce (la sua Parola) sarà riconosciuta come voce e parola del Padre, e proprio il “riconoscimento” di questa origine e destinazione “paterna” farà, infine, che ci sia un solo gregge guidato da un solo pastore.
In nessun altro c’è salvezza
Perché tanta insistenza sulla necessità di donare la vita… alla gente? Siamo un gregge di moribondi? Il termine ‘gregge’ ha un significato peggiorativo: una massa di individui che non sanno cosa fanno, che vagano senza sapere bene dove orientarsi. Allora l’umanità intera è vista come un grande gregge spintonato da pochi interessati che decidono cosa gli altri devono pensare, mangiare, perseguire… Un gregge di alienati, alla deriva, in vista di quale esito? Come pecore sono avviate agli inferi, loro pastore è la morte (Salmo 49). Sotto il potere supremo della morte, in fin dei conti!... È questa l’inevitabile fine di tutti, anche di chi ha creduto di comandare sugli altri, o di preservare qualcosa per sempre!… Tutti obbediscono alla morte, senza eccezione.
…per questo il mondo non ci conosce!
La nostra fede contiene una speranza antitetica alla dinamica del mondo. È refrattaria alla sua logica e il mondo la rifiuta come ingenua o alienante. Ma anche noi stessi, essendo un pezzetto di questo mondo, ci troviamo lacerati, perché: “noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Dunque la nostra comprensione della vita e dell’amore che ci abita è debole e incompiuta. La nostra fede stessa nel supremo pastore che ha tolto il pastorato alla morte, mentre ci sta conducendo alla vita vera che non muore, si scontra con le smentite e i fallimenti o il buio del cammino quotidiano, in un contesto di sofferenza e competizione, nel quale sembra vincere la tentazione di abbandonare gli altri alla loro sorte di perdizione e di morte… e cadere nella stessa logica del mondo che Gesù ha combattuto, di pensare a salvare noi stessi!
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Man mano, dunque, che “vediamo” come egli è, man mano che la sua parola illumina la nostra condizione e il dramma che in essa si svolge tra la vita e la morte, tra la speranza e la desolazione, si manifesta anche nella nostra vita il destino di Gesù. Non solo alla fine, perché la sua presenza fa parte della dinamica della fede nella storia: alla fine ci sarà solo l’esplosione di quanto quaggiù il fermento in noi della sua parola e della sua eucaristia ha trasformato e lievitato nell’impasto di paura e di aggressività, che è il terreno del mondo. Questo suo fermento nel mondo è il Regno di Dio – il seme che ci fa figli di Dio, figli della risurrezione. La lettera di Giovanni ne ribadisce, appunto, la consapevolezza certa quanto misurata, cioè ancora in cammino nella storia: noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato – se non in Gesù!
Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata
…da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d'angolo. In nessun altro c'è salvezza. Qui si parla della sola pecora – l’agnello sgozzato! – che lucidamente ha intrapreso e percorso la via della morte, come tutti, ma assumendola con tutto il suo carico di male, senza lasciarsene avvelenare, sapendo che il passaggio dentro il cammino di morte (la sua Pasqua!) la tramutava in via della vita per sé e per tutti. Nella sua vita ha accolto pienamente la voce del Padre, ne ha testimoniato fino alla fine l’amore e la verità. I discepoli riscoprono nelle Scritture che l’Agnello condotto al macello, sgozzato e insieme trionfante, inerme e insieme invincibile, è il segno e il sacramento, la via e la verità, che apre la strada ai suoi fratelli, per vincere anche loro la morte. Per questo il mondo, dove la paura e la minaccia della morte è il criterio dominante, non l’ha potuto sopportare, ed ha creduto di chiudere la partita espellendolo fuori dell’accampamento civile e religioso, uccidendolo e disperdendone i discepoli. Ma il Crocifisso risorto è divenuto il buon pastore che ha vinto la morte in sé stesso ed ha strappato dal suo potere annichilente chi ne era soggiogato in terra e negli inferi… e così ha aperto la porta dei pascoli di salvezza a tutti quelli che credono in lui, ne accolgono lo spirito, imparano a perdonarsi, si uniscono tra loro nella comune partecipazione alla stessa avventura nel suo corpo e del suo sangue, donati per noi e capaci di coinvolgerci in questo dono.
…non vi è infatti altro nome nel quale noi siamo salvati
Per poter cogliere questo spiraglio di luce, per poter accedere a questa strada stretta, bisogna lasciarsi dunque illuminare dalla luce di Cristo e reinterpretare le Scritture alla luce della sua parola. Ci salva una fede illuminata dalla risurrezione di Gesù. Allora le Scritture rischiarano la nostra storia e ne sono reciprocamente illuminate. E noi impariamo a percepire la lotta drammatica all’interno della Bibbia per l’affermarsi, lungo i millenni, di questa luce, sempre più forte, che Dio è il buon pastore di tutti, anche se l’esito immediato di tutti i suoi successivi interventi che lì si raccontano è centrato sull’obiettivo particolare del momento. Non si trattava dunque semplicemente di portare il popolo fuori dalla schiavitù d’Egitto o condurlo alla terra promessa o richiamarlo dall’esilio, o di riportare alla purezza rituale e morale il popolo… ma l’obiettivo del suo pastorato è portare tutti, in Cristo, con i passi lenti e pesanti della storia, alla vita definitiva, al di là dell’esistenza terrestre!: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola (10,27ss).
Chi ha il potere di donare la vita, ha anche il potere di riprendersela!
Questo può essere il motto dell’esperienza di Gesù e quindi della nostra! Lo “scarto” della proposta cristiana rispetto alla funzionalità sociale, psicologica, politica, economica, è radicale! La scelta (o la beatitudine) della povertà rispetto alla pienezza, alla potenza, alla ricchezza… l’atteggiamento di mitezza non violenta che assume su di sé il male invece che trasmetterlo in ritorsione inarrestabile, l’amore e la benevolenza, insomma, come criterio di vita, sono il nuovo statuto cristiano… (oro e argento non ho… ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo…). Nasce una contraddizione insanabile dei discepoli di Gesù con la logica e la struttura della società religiosa politica economica (quella che aveva scartato Gesù…), nonostante tutti i legittimi tentativi di mediazioni storiche sperimentate nei millenni per sopravvivere da cristiani nella storia – chiamati però a non cedere mai all’“antropologia di potenza”, che permea l’uomo, le istituzioni, gli stati, il mercato (ove tutti sono mercenari, pena l’espulsione… dalla competizione, appunto!). Il costo è qualche pezzo di vita, e poi magari tutta quanta, che ci portano via. In palio c’è questa sfida suprema di Gesù: solo la vita che si dona è salva! Non muore più… e potrai riprendertela trasfigurata, come ha fatto Lui!

venerdì 10 aprile 2009

La nuova creazione, a partire da un crocifisso

Un nuovo inizio
…quando era ancora buio
I racconti della risurrezione partono sempre dal momento in cui gli apostoli non avevano ancora una fede piena, erano immersi nel dubbio e nel pianto, sprofondati nel lutto inconsolabile, ma ormai inconfutabile, di aver perso per sempre il loro maestro e amico. Noi speravamo… cioè, non speriamo più! (Lc 2a,21). Speravamo che…? Che non fosse una storia privata, la sua, ma segno, realtà e simbolo, di un futuro nuovo per questi dolori, vissuti e ripetuti infinite volte nella storia dell’umanità, nel “grido inarticolato” o nel rantolo doloroso dell’uomo che muore e dei suoi cari che lo piangono. E poi, i riti di sepoltura, per elaborare il troppo di sofferenza, mentre il corpo scompare negli abissi della terra… Cosa ci fanno queste donne, il mattino del giorno dopo la sepoltura, di nuovo, ancora, accanto al sepolcro? Andavano … a rinnovare il rimpianto, a rifiutare di suggellare per sempre la fine di ogni rapporto di vita con Lui! Cercano ancora. Maria, per prima, spinta dalla irreprimibile premura interiore del suo ‘troppo’ amore per quell’uomo!
…la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
All’improvviso tutto si ribalta… Cominciano, davanti al sepolcro vuoto, questi interventi improvvisi e imprevedibili di Gesù, le ‘apparizioni pasquali’, che riascolteremo in questi giorni, nelle loro diverse e complementari modalità. Annunci incredibili, per quanto predetti da Gesù stesso, di presenza, di affetto e di perdono, di accudimento e di consolazione, di spiegazione e di coinvolgimento! Tutti i racconti sono unanimi nel riportare lo smarrimento, l’incredulità, la paura di essere preda di inganno o di suggestione o addirittura di delirio. E poi, l’entusiasmo e la gioia trepidanti e trattenute… e infine incontenibili. Pasqua è l’arrivo del cammino di Dio nel mondo. Siamo chiamati a ripercorrere la lunga storia (miliardi di anni – ormai lo sappiamo) che dalla creazione, la benevolenza di Dio nel mondo ha voluto e percorso con misteriosa e infinita tenerezza, superando dall’interno, per la dilatazione stessa del suo amore propulsore, infinite barriere fisiche, chimiche, astronomiche, cosmologiche e , infine, (è la nostra storia!) antropologiche. Per manifestare pienamente il suo volto, nella pienezza dei tempi, a chi poteva rispondere finalmente al suo livello… E così aver ragione, in Gesù risorto, dell’ultima barriera avversa all’amore, che è la morte. E le donne e i discepoli fanno fatica a passare dall’esperienza atroce del fallimento della missione di Gesù, dalla sua vita ormai sconfitta e stroncata dal potere dei grandi di questo mondo (oltre che dalla pochezza umana dei suoi amici), alla nuova visione. Vederlo ancora vivo, con le piaghe gloriose, riprendere i grandi temi del perdono, dell’amore, della promessa dello Spirito, che è il suo dono finale per la salvezza del mondo. Come se solo adesso, con Lui morto e risorto, tutto questo divenisse davvero possibile, a portata di mano. Per noi sono attuali oggi questi racconti, come per i discepoli e le donne allora, proprio perché anche noi siamo sempre a mezza strada tra l’incredulità e il desiderio, la speranza e la fatica di passare il guado delle nostre paure egocentriche e lasciarci attrarre dall’amore trascinante di Cristo crocifisso e risorto. Perché se il Cristo ormai è “il vivente”, il sepolcro che ci ingurgita tuttavia non si può cancellare… e ci riporta continuamente alla coscienza della durezza della storia, della distanza ancora troppo vasta e del percorso troppo aspro tra la speranza e la vita. Vediamo ancora una tomba vuota, un’assenza lacerante, un vuoto, il nulla. Gli “angeli” (uno al capo e uno ai piedi del corpo che non c’era – quasi a segnarne ancora le misure di carne) suggeriscono un altro modo di interpretare la realtà…
. Dio l’ha risuscitato il terzo giorno…
… e volle che si manifestasse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti… E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare…: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome Questa esperienza della chiesa nascente, allo stato sorgivo della nuova fede ecclesiale nel crocifisso risorto, è il punto cui dobbiamo rifarci continuamente, perché questa fede apostolica è a prova di delusione, debolezza e rinnegamento. Non è apparso a tutto il popolo, non ai capi e ai sacerdoti, ma ai suoi discepoli, amici e amiche, che l’hanno visto, che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti- Sono questi che Gesù risorto ricostituisce come primo gruppo di credenti, lanciandoli nel mondo per essere ”testimoni di lui”, per la potenza dello Spirito, attraverso un cammino vario e faticoso, dopo averli attratti con una forza discreta e pervasiva, aiutandoli a riscoprirne il senso nei racconti della Scrittura, con gli occhi e il cuore di dopo… Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, perché mancava loro la chiave finale di comprensione, che è proprio “vedere e credere” il Risorto.
Dio lo ha costituito giudice dei vivi e dei morti:
Il Cristianesimo non è semplicemente una religione, la più elaborata (o la più vera!). È invece anzitutto l’annuncio di un fatto! Tramandatoci da testimoni, non della resurrezione stessa, che nessuno ha visto, ma del Risorto, che era morto ed è il Vivente. La resurrezione di Gesù non è la rivitalizzazione di un cadavere, ma un “giudizio” (uno schieramento ontologico!) efficace ed esistenziale sul mondo e sulla morte: è la risposta, la sfida di Dio alla logica umana imperante di oppressione e perdizione del debole, prima, ma poi di tutti. É il capovolgimento addirittura della creazione - dove tutto è destinato alla consunzione! Sulla dialettica drammatica tra vita e morte (in perenne duello tra di loro, recita l’inno di questi giorni!) si gioca l’annuncio inquietante di Paolo: “Voi siete morti”! Che siamo morti fa parte, dunque, del “fatto cristiano”. Veramente in lui siamo morti e con/sepolti e con/risuscitati (Col 2,12)… L’avventura di Gesù ci ha coinvolti al punto che gli effetti della sua morte salvifica per amore nostro, con il fermento di risurrezione che ha dentro, è già efficace in noi attraverso lo Spirito che ci ha dato.
… chiesa degli uomini e chiesa delle donne
… una cosa è rimasta in ombra ed era invece vivacissima nello stato sorgivo della chiesa nascente. Questa censura è causa non ultima, forse, di un certo impasse insuperato, di un disagio forte e sotterraneo, nella chiesa fino ad oggi. Nei racconti pasquali vengono fatti partire ‘di corsa’ gli apostoli, a cominciare dai più importanti, Pietro e Giovanni… Mossi, però sempre, da coloro, le donne, che per prime hanno trovato il sepolcro vuoto, per prime hanno visto e parlato con Gesù, per prime ne hanno ricevuto la missione di evangelizzare e consolare i fratelli… Sono gli apostoli e il loro ministero ecclesiale ufficiale o istituzionale, che controllano lo stato del sepolcro che impedisce qualsiasi ipotesi di furto del cadavere… Prendono atto, perplessi, e un poco credono, ma poi se ne tornano sui loro passi! La vera attesa inconsolabile e poi la vera fede viene prima per la donna: il vuoto luminoso, l’annuncio di assenza non è sufficiente a questa “chiesa femminile”: vuole il corpo! Che lei stessa ha baciato e accarezzato e unto da vivo! Curioso che agli uomini, nelle apparizioni, il Signore deve dire: toccatemi, sono proprio io! Le donne invece lo toccano e lo abbracciano e lo trattengono prima che lui parli, anche se Lui si schermisce, “perché è in via verso il Padre: la terra non deve trattenerlo, ma deve dire ‘sì’ Come per la sua incarnazione, così’ ora per il suo ritorno al Padre. Questo ‘sì’ diventa la felicità della missione ai fratelli: dare è cosa più beata che tenere per sé! La chiesa è nel profondo più profondo donna, e come donna ella abbraccia sia il ministero ecclesiale, sia l’amore ecclesiale, i quali si appartengono. ‘La donna abbraccerà l’uomo’ - Ger 31,32 (von Balthassar). Qui c’è un primo dato dell’esperienza cristiana nella sua punta germinale, l’esperienza del risorto è un’esperienza evidentemente non gerarchica ed è inoltre un’esperienza femminile… Qui è stabilita una differenza che, per tutta l’esperienza intera del mondo e dell’uomo, noi cristiani non possiamo disdire: le prime persone che hanno visto il risorto sono donne… Per un cristiano c’è sempre questo evento discriminante dell’origine: alle donne e non agli uomini è stata data questa inizialissima esperienza del Cristo risorto: potremo abolire tutte le altre differenze, ma questa resterà. Allora, in modo più illuminato diciamo che questa differenza ha, nel piano di Dio, un suo senso, non una ragione, ma un suo senso esistenziale, e quindi non la possiamo cancellare… C’è una ricchezza in questa polarità, una grande ricchezza, non solo compensativa… perché da questa polarità nasce, primordialmente e per sempre, quell’elemento dinamico della comunità cristiana che è rappresentato dal filone dei carismi femminili, a meno che non si pensi che la donna si debba accontentare, debba ridurre i suoi carismi positivi e quindi appiattirsi a quello che è il livello pià basso dei carismi attribuiti a lei. Se questa è la scelta dell’umanità (e della chiesa) futura, è certamente una scelta disgraziata, sbagliata e contro la rivelazione (cfr Giuseppe Dossetti, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline Ed. 2007 MI, p. 165 e passim).
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