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sabato 5 marzo 2011

IX Domenica del Tempo Ordinario: Vivere come Dio comanda!

Le letture che la Chiesa ci propone per questa nona domenica del Tempo Ordinario – l’ultima prima che inizi la Quaresima –, mi pare, propongano una vasta serie di spunti per la riflessione. Mi piacerebbe oggi soffermarmi su un paio di essi.


Innanzitutto quello che emerge dalla prima lettura e dall’ultima parte del vangelo (che coincide con l’ultima parte del Discorso della montagna), e cioè una riflessione sul ruolo della Legge (della Parola di Dio) nella vita del credente.

In questi testi infatti si legge: «Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio, che oggi vi do; la maledizione, se non obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio» e «chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Sono frasi che paiono indicare come – in qualche modo – la corretta modalità per guardare alla Legge (Parola) di Dio non sia quella “retributiva”, che vede nelle indicazioni di Dio dei moniti, trasgrediti i quali si incorre – come contropartita – in una punizione; quanto piuttosto quella “indicativa”, che vede nei comandamenti di Dio quei consigli che amichevolmente (o paternamente) Dio dà per vivere una vita buona. A chi li segue, Dio pare assicurare una buona riuscita della vita (una felicità – beatitudine – per la persona che, vivendo, si costruisce, si diventa); mentre a chi non li segue – per seguire altre vie («vi allontanerete dalla via che oggi vi prescrivo, per seguire dèi stranieri, che voi non avete conosciuto») – Dio non promette una punizione… semplicemente non assicura una buona riuscita: quelle sono altre vie, non le sue; legittime e possibili, ma – che dal suo punto di vista – conducono ad un probabile franare della propria consistenza interiore.

Questa precisazione non mi pare cosa da poco, perché – anzi – riscrive totalmente il modo di concepire Dio, il suo modo di proporsi all’uomo e il nostro modo di relazionarci a Lui. Perché se la sua Parola non è l’imposizione di un dio anonimo e lontano, di un legislatore freddo e distante, incurante delle nostre persone e preoccupato solo che i suoi dettami vengano osservati, ma è il consiglio di un amico-Padre che dice quel che dice perché ci ha a cuore (ha a cuore il nostro destino), allora anche il nostro modo di porci di fronte ad essa cambia radicalmente. In particolare vien meno il presupposto che abilita e fomenta la necessità di una ribellione ad una legge sulla nostra vita posta da qualcun che non siamo noi (e che prende solitamente le sembianze di un tiranno), per far nascere piuttosto un atteggiamento di ascolto e di buona disposizione verso quanto ha da dirci…
È l’esperienza che comunemente facciamo quando nella nostra vita ci si avvicina qualcuno con cui non abbiamo o a cui non riconosciamo nessun rapporto profondo (perché non si è mai interessato a noi) e che vuole imporci la sua visione delle cose, i suoi dettami, le sue leggi… spesso i nostri adolescenti sentono così l’avvicinarsi degli adulti… per quello si ribellano… e anche noi ci ribelliamo. Che però è proprio un’esperienza diversa rispetto a quando veniamo/vengono approcciati da qualcuno che stimiamo/stimano, da cui ci sappiamo/si sanno voluti bene, per i quali nutriamo/nutrono una fiducia… Quando infatti è qualcuno così che si avvicina (un volto amico, paterno, fraterno…), allora la reazione è diversa. Scatta un ascolto diverso di quanto ha da dirci, consigliarci, suggerirci…

Il dramma cristiano è che Dio è stato troppo spesso presentato con i tratti della prima esperienza e non di quest’ultima… Per ciò la gente si ribella… noi ci ribelliamo…

In realtà da tutta la testimonianza biblica e in particolare neotestamentaria, Dio ha un’altra faccia e un altro cuore… è Colui che – appunto – propone amichevolmente/paternamente una via all’uomo perché questi possa essere felice… Dal nostro osservare la sua Legge infatti Dio non ci guadagna niente (non è che diventa più Dio!), siamo noi che diventiamo più uomini!

Ecco perché il grande inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij rimprovera a Gesù proprio questo: «Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine».

Ecco – dunque – cos’era (cos’è!) la Parola di Dio: la sua immagine… il suo volto amichevole e paterno che consiglia all’uomo come costruire una vita buona…

Che non è il mito dell’uomo artefice del suo destino… Per chi è nato dopo le stragi del Novecento (ma forse anche per tutte le altre generazioni di uomini), questo è un disinganno ormai superato… Certo è però quello che suggeriva Etty Hillesum: «Mi sembra presuntuoso che un uomo possa determinare il proprio destino dall’interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino». È qui che “lavora” la Parola di Dio… è qui che quel volto conquista… è qui che l’uomo deve decidere per cosa (per Chi!) decidersi…

Ma è qui anche che si apre il secondo fronte di riflessione di quest’oggi… perché il problema che la prima parte del vangelo inaugura, con quel suo «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli», è conseguente a quanto abbiamo appena finito di dire: non basta ascoltare quella Parola, lasciarsi affascinare da quel volto, invocarlo come “Signore” della nostra vita, riconoscere buona la sua volontà… bisogna anche farla!

La questione sembra allora quella del “che cosa è più importante fare?”: pregare o fare le opere; andare a messa tutti i giorni o darsi da fare per i poveri; stare chiusi in monastero o andare in missione?

Sono i “luoghi comuni” che spesso sentiamo, con i rispettivi schieramenti… Qualcuno che cita l’episodio di Marta e Maria per dire che è più importante andare a messa o far la monaca di clausura… Qualcuno che cita le dispute sul sabato per dire che è più importante il bene fatto alle persone che l’osservanza dei precetti religiosi…

E anche la Scrittura non pare venire in grande aiuto se san Paolo dice, per esempio nella seconda lettura di oggi: «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge»; e Giacomo risponde: A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? (Gc 2,14)…

Si tratta dunque di una questione insolubile? Io credo si tratti semplicemente di una questione mal posta… Le “opere” e il “cuore” nell’antropologia del NT non sono divise, tanto meno in contrapposizione. Piuttosto sono le une espressione dell’altro e viceversa… è solo la riflessione culturale successiva (più analitica che sintetica) che divide (per analizzare), senza riuscire più ad unire…

Ma basterebbe questa osservazione empirica (mutuata dalla rinnovata antropologia del XX secolo) a risolvere il problema che non c’è, cioè a riformulare la questione in modo che si sgonfi da sé l’apparente contraddizione:

- Le opere che facciamo rivelano chi siamo (Gesù ha appena finito di dire «Dai loro frutti li riconoscerete» e, commenta Maggioni: «è dalla vita quotidiana che si deduce se abbiamo o no un solo padrone, è dalla vita quotidiana che si comprende quale sia davvero il nostro Signore», da il racconto di Matteo, 104);

- Ma anche… siamo/diventiamo ciò che facciamo (non a caso la filosofia del Novecento riconosce come l’uomo sia prima azione e poi riflessione… C’è sempre un primato dell’agire sul pensare, che certo poi entra come in un circolo biunivoco, ma… basti guardare ad un bambino… prima succhia il latte dalla mamma… e poi la riconosce – riflessivamente – “mamma!”…).

Questo per dire che è un finto enigma quello del primato delle opere o della disposizione del cuore… un enigma figlio anch’esso dell’ansia di sapere “Cosa devo fare per salvarmi la vita? Per far più felice Dio? Dunque per non incorrere nella sua punizione? Pregarlo 10 volte al giorno o fare 10 opere di carità?”… È cioè figlio di quella stessa errata mentalità che mi fa sentire la Legge di Dio come oppressiva…

La questione allora è forse molto meglio prenderla (o per lo meno più evangelico prenderla) da quest’altro lato: se il Dio che ci ha rivelato Gesù è un Padre amico che ha come unica preoccupazione la buona riuscita della nostra vita, cioè l’umanizzazione della nostra interiorità, la costruzione di una nostra consistenza amante e per far ciò ci dà una via da seguire (che è la vita di suo figlio!) senza che gli vengano minimamente in testa punizioni o retro pensieri, forse val davvero la pena di dargli fiducia e provare a mollare gli ormeggi, per vivere “come Dio comanda”!

venerdì 22 febbraio 2008

Il Signore è in mezzo a noi sì o no?

Le letture che la Chiesa ci propone in questa terza domenica di Quaresima, mi pare siano talmente ricche, da rendere impossibile un’indagine approfondita di tutto ciò che mettono in campo. Per questo mi limito a delineare quello che per me può essere un filo conduttore che le unisce e guida, e cioè: è soltanto facendo esperienza (e facendo poi memoria) del Signore che mi incontra nel più intimo di me (Gv 4,5-42), che Egli può essere tolto dal banco degli imputati (Es 17,3-7), dov’è guardato con sospetto come un lui qualunque, e diventare un Tu con cui Vivere la vita (Rm 5,1-2.5-8).
Cerco di spiegarmi…
E lo faccio a partire dall’esperienza del popolo di Israele nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ecco la domanda inquisitoria nei confronti di Dio, il ribaltamento delle posizioni in campo: da terra di prova per la fede dell’uomo, il deserto diventa luogo dove in discussione vi è Dio in persona.
Non è questa certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con aria di sufficienza, o superiorità da benpensanti: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui come si dice del popolo si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?
Per ognuno certamente l’esperienza del deserto e della sete assume contorni e sfumature personalissime, l’acqua che manca è per ciascuno connotata in modo singolarissimo, ma – mantenendo il paragone – non si può negare che quello della mancanza di acqua sia proprio un tratto caratteristico di questa nostra vita umana, di tutti e di ciascuno dunque.
Ma non solo: comune a tutti e a ciascuno pare anche, almeno tendenzialmente, la reazione a questa carenza di acqua, di vita. Essa si connota infatti umanamente con l’inquisire Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È lui il primo imputato del nostro male di vivere, dei nostri stenti, delle nostre infelicità e solitudini, delle nostre povertà e miserie… della nostra sete di Vita: Dov’era Dio?
Interessante a questo proposito è che la domanda «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» è come urlata ad un cielo vuoto: non è rivolta a Mosè, né a nessun altro membro del popolo; e non è rivolta nemmeno a Dio stesso; Egli vi è infatti citato alla III persona…
Quanto è diverso questo modo di interrogare il cielo rispetto ad un’altra domanda che verrà urlata da una croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Essa è sempre la domanda di uno che ha sete (sete di vita), di uno che dispera, di uno che muore… eppure, anche nel grido dello strazio, è la domanda di uno che tiene aperto il dialogo con il Padre suo, dandogli comunque del Tu, interpellandolo in prima persona.
È proprio questa la novità cristica (di Cristo), la sua risposta all’umanissimo istinto di messa in discussione di Dio che l’uomo ha dentro di sé: o Dio lo incontri nel dramma della libertà storica di Gesù, o, se rimane un’impalcatura religiosa, un insieme di pratiche e devozioni, non ti disseta, non ti salva, non ti dà Vita.
E in questo senso è significativo che il liturgista abbia posto in connessione alla sete di Israele nel deserto, il dialogo che Gesù intrattiene con la Samaritana sull’acqua viva che zampilla per la vita eterna: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
Questo incontro tra la libertà storica di questo uomo – che possiede in sé la fonte della Vita – e questa donna – che invece ha in sé la fonte della sete – è così coinvolgente perché non rappresenta un esempio edificante, un modello stereotipo di un rivolgersi al Signore. No: esso è raccontato nel suo snodarsi, nel suo svolgersi reale; e in questo senso noi lettori siamo come catturati dentro alla scena. Ancora una volta abbiamo la possibilità di accedere al mistero dell’identità di Gesù vedendolo in azione, dal di dentro della sua vita.
E dentro a questo suo relazionarsi concretissimo a questa persona rivela di sé (e del Padre suo) un tratto strepitoso: Egli è accessibile anche alle donne! Egli è accessibile anche ai peccatori!
Perché in effetti, mentre prima cercavo di dire che Dio lo si può tirar via dal banco degli imputati solo accettando la sfida di averlo come un interlocutore affidabile nella nostra vita (attimo per attimo), mi veniva anche in mente una possibile facile obiezione: io posso anche dare del Tu a Dio... posso pure vincere le mie paure, le mie resistenze, le mie recriminazioni nei suoi confronti... ma Lui che ha a spartire con una come me?
Dio è sempre stato il Dio dei buoni, dei santi, dei giusti, dei bravi, dei forti, dei maschi, dei grandi... Non è mai stato accessibile alle donne, ai bambini, ai poveri, ai peccatori, agli stranieri (tutta gente che infatti stava fuori dal Tempio – o comunque in zone riservate e “lontane” dal Santo dei Santi).
In queste pagine invece si rivela qualcosa di eccezionale: Dio è quel Gesù che camminando per le strade della Samaria si incontra (e qui il verbo va preso nel senso forte di “si mischia l’anima”) con una donna («Giunge una donna»), una donna considerata eretica («una donna samaritana»), un’eretica peccatrice («Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero») e proprio a lei si rende accessibile come fonte della Vita: «Sono io, che parlo con te».
Ecco perché è possibile anche per noi metterci nella nuova prospettiva (convertirci) che «viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Non è più questione di appartenenza etnica, religiosa, di genere, di casta, di santità... L’incontro col Signore è questione di spirito e di verità, o, se volete, di verità di spirito: cioè è questione di lasciarsi incontrare nella trasparenza del proprio essere, di quel centro vitale in cui noi siamo proprio noi...
O Dio lo si incontra lì nel nucleo vitale della nostra singolarità, o non è Dio, di certo non è il Signore della mia vita, non può essere la fonte che mi dà Vita.
È questa la nuova via aperta da Gesù nell’incontro col Padre: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo [...] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
E non tengono più neanche le remore etiche che ci facciamo o che ci mettono addosso: «Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Non c’è scusa per non avventurar la vita sulle strade di questa amicizia... neanche il male commesso fa più da ostacolo... nel poter lasciarsi zampillare l’anima.

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…

giovedì 29 novembre 2007

IL SENSO DELLA STORIA È LA VITA

Le tre letture di questa prima domenica di Avvento ci introducono in modo deciso nel tema dell’attesa, della venuta del giorno del Signore, della fine (non tanto del tempo quanto) di un tempo. Per quanto riguarda il testo di Isaia mi rifaccio a quanto esposto dal prof. Rota Scalabrini don Patrizio durante il corso sull’escatologia profetica nell’A.a. 2006-2007:
“Il brano di Isaia presenta un meraviglioso poema sul compimento della storia, visto come pace universale, concessa da Dio agli uomini. Il profeta alza il suo sguardo per vedere un futuro lontano, verso il quale si muove tutto il cammino dell’uomo: la presenza di YHWH, del potere legittimo, del suo insegnamento, giudizio ed ammonimento, tutto tende verso l’instaurazione della pace, opposta a tutta la tensione e al caos che possono essere causati da una ragione religiosa (gli idoli), politica (la mancanza di autorità legittima), etica (la corruzione legale), economica (l’aumento indiscriminato delle ricchezze), psico-sociale (le pretese di un gruppo di potere).
«Alla fine dei giorni»: ciò che il nostro testo CEI traduce con fine significa fondamentalmente quello che viene dopo in senso assoluto o relativo. Se quel dopo non ha ulteriore determinazione può significare allora in futuro in senso ampio. Altre volte può riferirsi alla conclusione di un arco di tempo determinato ed in molti di questi casi noi potremmo tradurre con allora. «I giorni» non indica solo la durata di 24 ore o una qualità di tempo (giorni del dolore, della vita, della morte), ma anche tempo corrente nel presente. L’espressione «alla fine dei giorni» si può quindi intendere come «nel corso del tempo, ad un certo punto».
Dopo l’introduzione temporale segue la pericope con tre assi semantici fondamentali:
1) quello del movimento;
2) quello della pace universale;
3) quello della parola che attrae.
1) La prima direzione del movimento è ‘centripeta’: gli uomini convergono verso un centro, tornano ad essere uniti, la lontananza da Dio viene superata e dimenticata.
Il centro del movimento è il monte della casa del Signore; questo significa che la presenza del Signore nel suo popolo è il punto di attrazione per tutte le genti, che affluiscono , “fiumeggiano”, verso il centro. Il movimento primo della storia è quindi quello che Dio stesso imprime ad essa, è questa forza, che esce da Sion (il luogo della presenza di YHWH), a far camminare i popoli; più precisamente questa forza di attrazione è la volontà di Dio rivelata nella Legge, manifestata dalla sua parola, che mette in movimento i popoli: «Poiché da Sion uscirà la Legge, da Gerusalemme la parola del Signore».
Altro movimento della storia è quello ascensionale: la storia dell’uomo è un cammino guidato da Dio per elevare l’uomo, per nobilitarlo.
2) Per Isaia la salvezza di Sion non è da intendersi come una salvezza nazionalistica, ma è la distruzione del potere del male e della guerra ed è perciò anche salvezza delle nazioni. La proposta di Isaia trova dunque la sua sintesi nella promessa della pace, vista come ultima finalità della parola di Dio. E questo è da intendersi in tutta la gamma di significati che il termine assume e non solo nell’accezione che ha il termine pace riferito ai rapporti internazionali, che pure qui è il significato primario.
Il futuro che Dio sta preparando agli uomini, il mondo che egli ha messo in serbo per loro, è un mondo pacificato: governo giusto, pace internazionale, disarmo, armi da guerra che diventano attrezzi agricoli e simboleggiano assai bene un nuovo ordine e la pienezza di beni, che Dio vuole accordare loro. I popoli non impareranno più a fare la guerra, perché l’insegnamento umano è la guerra, l’insegnamento di Dio la pace. La pace tra i popoli è frutto della presenza della Parola e della Tôràh. Si tratta infatti non solo di smettere di fare guerra, ma di trasformare strumenti di guerra in attrezzi di lavoro. Tutto questo è frutto dell’avere ascoltato l’insegnamento di YHWH.
3) I popoli non salgono al monte per un sacrificio, bensì per essere istruiti da Dio con la Legge e con la Parola. Ciò che le genti troveranno sulla montagna è la Parola e la Tôràh, che vengono loro incontro e che li attirano. L’espressione è da intendersi come volontà di YHWH di manifestare il suo piano di salvezza”.
Il poema di Isaia allora non è una banale previsione del futuro, ma è una lettura teologica della storia: essa ha il suo senso, il suo polo attrattivo nella parola del Signore, intesa in senso forte, non come un insieme di precetti, ma come la volontà del Signore, il suo sguardo benevolo sull’umanità. Tant’è che il secondo movimento della storia è quello ascensionale, della nobilitazione dell’uomo, della sua piena umanizzazione! Essa ha come scenario la pace, la fattiva trasformazione di ciò che insegna la logica umana (la guerra, la morte) in Vita!
È la stessa dinamica che mette in campo Paolo parlando ai Romani: «Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»!
Ma con l’avvento di Cristo tutto quanto Isaia prefigura è inevitabilmente ritradotto in termini cristici, per cui per Paolo, la scoperta che il senso della storia è la Vita e non la morte, coincide con il fatto che il senso della storia è Gesù. È lui la Vita annunciata dai profeti. È quella vita lì che ha vissuto lui, quel suo modo di stare nel mondo, di passare per le strade, di fermarsi di fronte alle facce degli uomini e delle donne, di amare teneramente e tenacemente, di morire affidando e affidandosi, di offrire il suo corpo e il suo sangue… è quel suo modo lì di essere uomo e di essere Dio la Vita per l’umanità tutta e in essa per ciascun uomo!
Ecco perché Paolo non può che dire: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo»! Rivestirsi, con-morire, conformarsi, partecipare… sono tutte categorie che l’Apostolo mette in campo per portare avanti quella che secondo lui è la verità della storia: è nell’intrecciare la propria libertà (il nostro esser-ci) con la sua che il nostro esistere diventa Vivere!
In questo senso il Vangelo (il cui linguaggio non deve ingannarci -appunto è un linguaggio- e farci pensare a chissà quale terribile selezione divina) vuole mostrare l’urgenza e la radicalità del porsi nella Vita (o meglio nel lasciarsi porre in essa). La questione, come sempre nel Vangelo, non è morale, non si tratta di un’etica da rispettare, di un codice deontologico da seguire: in gioco c’è tutto quello che siamo, l’opzione fondamentale della nostra vita, l’orizzonte di senso che ci orienta… è una scelta di campo! La questione è chi sono io? Chi sono alla luce del fatto che tutta la storia della salvezza, attraverso le sue Scritture, riecheggia la testimonianza che c’è la possibilità della Vita, di una vita buona, bella, piena… Chi sono io di fronte al fatto che questa è la buona notizia della storia? Nella consapevolezza che ciò che sono, ciò che scelgo di essere lo costruisco in tutta una vita… vivendola, giocandomi nella praxis.
Ecco che a questo punto, ma solo a questo punto, tolto (si spera…) il germe moralistico, hanno senso anche le indicazioni pratiche sul vivere: «camminiamo nella luce del Signore», «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce», «comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie», «rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri», «vegliate», «state pronti».

giovedì 22 novembre 2007

QUALE DIO?

Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile parlando di Carlo Carretto scrive:
«A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est Deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia».

Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle:
«Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II:
«è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa».

In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio:
«Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Questi testi, che forse lasciano un po’ sbigottiti per la trasparenza e la inusuale poca ossequiosità con cui tratteggiano, comunque realisticamente, un periodo storico ed ecclesiale, oltre a delineare quale Dio “viveva” nel preconcilio, mostrano come ci sia uno strettissimo legame tra immagine di Dio e immagine di Chiesa: «Qual era quel Dio, tale era la Chiesa».
Se si fallisce la prima, si fallisce anche la seconda!
Ma più radicalmente mi pare di poter dire, con Bruno Maggioni, che se si fallisce l’idea di Dio, si sbaglia tutto. È a partire da essa infatti (foss’anche l’idea del non esistere di Dio) che in qualche modo si determina il mio modo di concepire la vita, l’amore, l’altro, il lavoro, la comunità, il comportamento… tutto… È chi scelgo di porre come signore della mia vita che mi guida.
Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? E tracciarlo in modo che esso non cada sotto l’ombra del soggettivismo?

La Valle scrive:
«Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Il Dio di Gesù Cristo… vediamo come ce lo presenta il testo di Lc 23,35-43, il Vangelo che la liturgia ci propone per questa domenica intitolata a Cristo Re. L’evangelista tratteggia molto bene qual è il Dio di Gesù Cristo, qual è questo Re. Lo ritroviamo infatti appeso a una croce, in mezzo a due malfattori, con «il popolo [che] stava a vedere» e «i capi [che lo] schernivano»; «anche i soldati lo schernivano» e «c’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei»; perfino «uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Eccolo il Dio di Gesù Cristo… eccolo il nostro Re: non dice né fa niente, non scende dalla croce, non risponde a chi lo uccide, non tenta di spiegarsi…

Eppure, a un certo punto, quella bocca la apre!
E lo fa in risposta alle uniche parole umanizzanti che vengono pronunciate da chi lo circonda: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Sono parole che hanno un’intonazione di riconoscimento (il “buon ladrone” è l’unico che chiama Gesù per nome) e di affidamento («ricordati di me»). E solo queste sono le parole che fanno reagire Gesù, finora inerme e silenzioso sulla croce. Allo scherno, alla derisione, all’incredulità non c’è risposta (mentre noi un qualche fulmine ce lo saremmo aspettato… sempre a proposito dell’immagine di Dio che abbiamo in testa…). La risposta arriva solo per le parole di riconoscimento, di affidamento… e per le parole dell’uomo sofferente (ricordiamoci che il “buon ladrone” è un uomo che muore e, come ci ha ricordato De Andrè, «un ladro non muore di meno»).
E anche la risposta di Gesù è una risposta umanizzante, una risposta di salvezza: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». È come se questi due uomini, mentre muoiono si ricordassero a vicenda la propria identità: il “buon ladrone” ricorda a Gesù quale Dio è… e Gesù, che gli risponde introducendo le sue parole con una formula di identificazione forte ( “In verità ti dico” è appunto un’espressione del gergo personale di Gesù), gli ridona la sua umanità: «sarai con me».
Alla domanda “Quale Dio?” allora è necessario che rispondiamo: questo Dio. È a lui che dobbiamo dire, come fecero le tribù di Israele a Davide: «Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne».
È lui infatti, come ci racconta Paolo nella sua lettera ai Colossesi, che «ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce», è lui che «ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati», è per mezzo di lui che «tutte le cose sono state create», è a lui che piacque di «riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua crocee, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli».

Ma se tutto questo è vero e pure fonda la nostra vita, allora perché, a volte, alzando la testa a quella croce, mi viene da dire che io un Dio così non lo voglio? Perché un Dio così, conduce anche me su sulla croce…
E tutto di me si ribella a questo destino… tranne forse… due dita di bene che voglio ai miei fratelli.
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