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domenica 18 novembre 2012

«Memoria e Profezia» del Vaticano II

LA LITURGIA
L’incontro svoltosi sabato 17 novembre, ha inteso aiutare a comprendere la storia e il senso del rinnovamento liturgico avviato dal Concilio Vaticano II.
Relatore: fr. Luca Fallica (Superiore della Comunità Benedettina di Dumenza)

(Relazione, Seconda parte)

«Memoria e Profezia» del Vaticano II.

LA LITURGIA
 
L’incontro svoltosi sabato 17 novembre, ha inteso aiutare a comprendere la storia e il senso del rinnovamento liturgico avviato dal Concilio Vaticano II.
Relatore: fr. Luca Fallica (Superiore della Comunità Benedettina di Dumenza)
 


(Relazione, Prima parte)

venerdì 20 marzo 2009

Gli occhi di Dio

Racconta Simpliciano in Minima episcopalia che, promosso vescovo del minuscolo resto della mitica Atlantide, al fine di esiliare ai confini del mondo la sua libertà di parola, prese a celebrare le Sante funzioni faccia a faccia col popolo dei pescatori nella lingua del luogo, invece che rivolto all’abside cieca della rocciosa cappella nell’algido latino della romana liturgia.
Fu allora, prosegue, che, avendogli il papa, Benedictus vattelapesca, intimato, sotto minaccia di scomunica, di officiare i riti nella lingua del clero con le spalle ad rusticos e il viso al Santo dei Santi, così rispose: «Mai pregherò Dio (Numquam orabo Deum) in una lingua che né Lui, né i suoi profeti, né il suo divin Figliolo, né il mio popolo, mai hanno parlato, e forse capito. Né mai mi rivolgerò a Lui, guardando il Suo divin Posteriore (divinissima terga Eius conspiciens), quando Lui stesso ci ha insegnato che solo a quello possiamo direttamente aspirare, mentre se vogliamo stare con Lui facies ad Faciem dobbiamo cercare il Suo volto nel volto degli ultimi. Sta scritto, infatti: nessuno può pretendere di rivolgere lo sguardo a Dio se non cercandolo per speculum negli occhi dei suoi poveri e nel viso umile delle peccatrici (Nemo potest Deum conspicere nisi per speculum in oculis pauperum Eius et in humilitate meretricium vulti). Se proprio vuoi, gira tu le spalle al popolo della chiesa, che tanto disprezzi, ma sappi che così Dio rivolgerà a te le spalle con terribili e incomprensibili parole, in dies irae et supernae salutis, nell’ora dell’ira e della suprema salvezza»
a. v. m. in il foglio” - n. 359, Torino, febbraio 2009

giovedì 2 ottobre 2008

la Liturgia di Lessoloela Condivisione di Cassano


il concreto amore per i poveri è liturgia


Lo ha ricordato il Papa durante l'udienza generale di mercoledì 1 ottobre, in piazza San Pietro. I "papisti" invidiosi saranno contenti! Ora lo dice anche il Papa (quello vero, non quello che si immaginano)... Noi cattolici lo dicevamo da tempo... Eccovi il testo da meditare, per chi si vuole convertire...

Cari fratelli e sorelle, il rispetto e la venerazione che Paolo ha sempre coltivato nei confronti dei Dodici non vengono meno quando egli con franchezza difende la verità del Vangelo, che non è altro se non Gesù Cristo, il Signore. Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto «Concilio» di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati (cfr. 2,1-10; 2,11-14). Ogni Concilio e Sinodo della Chiesa è «evento dello Spirito» e reca nel suo compiersi le istanze di tutto il popolo di Dio: lo hanno sperimentato in prima persona quanti hanno avuto il dono di partecipare al Concilio Vaticano II. Per questo san Luca, informandoci sul primo Concilio della Chiesa, svoltosi a Gerusalemme, così introduce la lettera che gli Apostoli inviarono in quella circostanza alle comunità cristiane della diaspora: «Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi...» (At 15,28). Lo Spirito, che opera in tutta la Chiesa, conduce per mano gli Apostoli nell’intraprendere strade nuove per realizzare i suoi progetti: è Lui l’artefice principale dell’edificazione della Chiesa. Eppure l’assemblea di Gerusalemme si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini. Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica, cioè dall’osservanza delle norme necessarie per essere uomini giusti, ottemperanti alla Legge, e soprattutto liberi dalle norme riguardanti le purificazioni cultuali, i cibi puri e impuri e il sabato. Dell’assemblea di Gerusalemme riferisce anche san Paolo in Gal 2,1-10: dopo quattordici anni dall’incontro con il Risorto a Damasco - siamo nella seconda metà degli anni 40 d.C. - Paolo parte con Barnaba da Antiochia di Siria e si fa accompagnare da Tito, il suo fedele collaboratore che, pur essendo di origine greca, non era stato costretto a farsi circoncidere per entrare nella Chiesa. In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge (cfr. Gal 2,6). Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e «giusto» è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti. Nella Lettera ai Galati riferisce, con poche battute, lo svolgimento dell’assemblea: con entusiasmo ricorda che il vangelo della libertà dalla Legge fu approvato da Giacomo, Cefa e Giovanni, «le colonne», che offrirono a lui e a Barnaba la destra della comunione ecclesiale in Cristo (cfr. Gal 2,9). Se, come abbiamo notato, per Luca il Concilio di Gerusalemme esprime l’azione dello Spirito Santo, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono: una libertà dalle obbligazioni provenienti dalla circoncisione e dalla Legge; quella libertà per la quale «Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi» e non ci lasciassimo più imporre il giogo della schiavitù (cfr. Gal 5,1). Le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l’assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà», dirà nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 3,17). Tuttavia, come appare con grande chiarezza nelle Lettere di san Paolo, la libertà cristiana non s’identifica mai con il libertinaggio o con l’arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi. Per questo, il resoconto di Paolo sull’assemblea si chiude con il ricordo della raccomandazione che gli rivolsero gli Apostoli: «Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare» (Gal 2,10). Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna: in quell’occasione vi ritorna con l’attenzione per i poveri che, dalle diverse annotazioni di Paolo nelle sue Lettere, sono anzitutto quelli della Chiesa di Gerusalemme. Nella preoccupazione per i poveri, attestata, in particolare, nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 8-9) e nella parte conclusiva della Lettera ai Romani (cfr. Rm 15), Paolo dimostra la sua fedeltà alle decisioni maturate durante l’assemblea. Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente «colletta»: per lui essa è piuttosto «servizio», «benedizione», «amore», «grazia», anzi «liturgia» (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o «servizio», offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa. Il secondo episodio è il noto incidente di Antiochia, in Siria, che attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva: come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile? Emerge qui l’altro epicentro dell’osservanza mosaica: la distinzione tra cibi puri e impuri, che divideva profondamente gli ebrei osservanti dai pagani. Inizialmente Cefa, Pietro condivideva la mensa con gli uni e con gli altri; ma con l’arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, «il fratello del Signore» (Gal 1,19), Pietro aveva cominciato a evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare; e la scelta era stata condivisa da Barnaba. Tale scelta divideva profondamente i cristiani venuti dalla circoncisione e i cristiani venuti dal paganesimo. Questo comportamento, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia: «Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei giudei?» (Gal 2,14). In realtà, erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei. Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti. Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno alla metà degli anni 50 d.C.), Paolo stesso si troverà di fronte ad una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli: «Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi» (Rm 14,21). L’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa: «Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. È così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo. Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano. (Vaticano, 1 ottobre 2008)

giovedì 11 ottobre 2007

XXVIII domenica del tempo ordinario (anno C)

«Ebbene, ora so che non c’è un Dio su tutta la terra se non in Israele. […] Il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore».
Cos’è che fa pronunciare a Naaman un’espressione così univoca, radicale, unilaterale, soprattutto per uno straniero in Israele?

Com’è possibile che Paolo accetti di soffrire «fino a portare le catene come un malfattore», a sopportare «ogni cosa»?

E come mai uno dei lebbrosi risanati, quello samaritano, torna da Gesù «lodando Dio a gran voce», gettandosi ai suoi piedi «per ringraziarlo»?

Mi pare che la risposta a queste tre domande possa essere una delle chiavi di lettura per la liturgia di questa domenica: il fatto è che questi uomini hanno sperimentato nella loro carne, nella loro vita, nella loro storia la veridicità dell’incontro salvifico col Signore.

Le Scritture riguardo ad essi non ci raccontano una vaga esperienza del divino, ma ci portano dentro al loro cuore, irreversibilmente segnato dal tocco del Dio che salva (cioè proprio letteralmente di Gesù). Nessuno ormai potrà più convincere questi uomini a credere in altri dei (Naaman), nessuno li potrà più dissuadere dal dare la vita per questo Dio (Paolo), nessuno li persuaderà di essere lontani da Dio perché stranieri (Samaritano)… ce l’hanno scritto nelle viscere che “hanno ragione loro” (per dirla alla Mazzolari).

Mi è molto cara in questi giorni questa riflessione sul fatto che in fin dei conti non c’è nessuna ragione per il nostro credere, vivere e sperare che valga più di questo aver inciso nella carne la bellezza di questo incontro. E viceversa non c’è argomentazione che tenga nel tentare di dissuaderci dal fatto che la vita più bella che si possa vivere è quella evangelica: niente potrà più falsificare che solo essa ci ha fatto esplodere il petto, ci ha fatto brillare gli occhi, ci ha fatto sussultare le viscere.

Certo, non voglio essere fraintesa… qui non si sta parlando di quelle esperienze “miracolistiche”, emozionali, “visionarie” che fanno storcere tanto il naso all’uomo d’oggi (e un po’ anche a me)…
Si sta parlando di qualcosa (o Qualcuno) che incrocia la vita quotidiana, laica, concreta nostra e di questi uomini di cui ci parlano queste letture. E il bello è che come noi questi uomini di fatto non hanno niente di “speciale” in partenza:
- Naaman è malato e straniero, l’antitesi dell’uomo che ci si aspetti incontri Dio, soprattutto nella mentalità del tempo; eppure nella sua carne che «ridiventa come la carne di un giovinetto» si scrive una convinzione che niente e nessuno gli toglierà: «non c’è un Dio su tutta la terra se non in Israele». Non c’è verità, non c’è vita, non c’è possibilità di un’esistenza bella se non in questo Dio!
- Paolo lo troviamo incatenato come un malfattore… non pare, almeno a prima vista, una gran bella situazione iniziale… eppure lo scopriamo animato da una determinazione che lascia a bocca aperta: dice di essere disposto a soffrire e a sopportare ogni cosa… Come può un uomo essere disposto a tanto? Quando, perché e soprattutto per chi noi saremmo capaci di soffrire e sopportare ogni cosa? Per un figlio, per un amico, per un fratello, per un ideale, per una giusta causa? Paolo dice «per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù». Paolo ha dunque sperimentato in vita che c’è una salvezza, che il cielo è sceso in terra, che il velo del tempio è squarciato, che Dio è per l’uomo... e vuole che anche gli altri scoprano (raggiungano dice lui) questa verità performatrice, trasformante, comunicabile solo con la dedicazione della vita. Questa è la perla preziosa del suo cuore, quella che lo rende disposto a tutto. Infatti il suo vangelo è «che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti» e dunque che Dio è il Dio della vita e l’uomo non è destinato a rimanere nella solitudine, nel non-senso, nel freddo di una tomba. E se davvero la morte è vinta e con lei anche ogni paura, allora veramente si può essere disposti a tutto perché ogni uomo lo sappia e viva con logiche vitali, solidali, inclusive!
- E infine il più simpatico, il lebbroso samaritano (quindi anch’egli malato e straniero…)… simpatico perché quasi non si accorge del momento in cui guarisce, ma guarito ci si ritrova: «trovandosi guarito»… Ma proprio questo rendersi conto, questo accorgersi che in lui, nel suo corpo si è scritta la firma salvifica di Dio lo rende non solo “guarito” (come tutti gli altri nove, che certo non sono ri-diventati malati per non essere tornati da Gesù), ma “salvato”. E di fatti vive uno dei segni più eloquenti della salvezza ricevuta e riconosciuta: la gratitudine («si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo»), la lode («tornò indietro lodando Dio a gran voce»)!

L’augurio per tutti è di cantare «al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto prodigi»!

giovedì 4 ottobre 2007

Lectio XXVII domenica del tempo ordinario (anno C)

«Fino a quando Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?».

La liturgia di questa domenica parte con uno dei gridi fondamentali dell’uomo… Uno di quelli che, quasi anche fisicamente, arrivano dalle tortuose profondità e tenebre del nostro cuore: “Perché Signore non hai ritratto la mia mano, quando si è alzata contro mio fratello? Perché non hai ritratto la mano di chiunque l’alzasse contro l’altro?”… Insomma: “Signore, perché non intervieni in questo nostro mondo?”…
Oggi forse la teologia (o chi per lei…) risponderebbe che la domanda è posta male… che il problema non è “Che fine ha fatto Dio?”, ma “Che fine ha fatto l’uomo?”… e per certi versi questa riflessione indirizza bene la questione…
Ma la radicalità del grido di Abacuc non può comunque essere eluso… Ogni risposta che si può tentare di dare, ogni riflessione che giustamente va fatta, deve però prima farsi esistenzialmente scarnificare dalla tragedia del dolore (in particolare di quello innocente), del male che l’uomo fa all’uomo, del terrore che questo grido rimbalzi inascoltato nello spazio infinito per sempre e che mai nessuno si farà carico (per dirla alla Sequeri) della ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…
Non eludere, ma attraversare questa drammaticità della vita, della storia, del cuore dell’uomo, non vuol dire però diventare sordi all’eco di risposta che giunge alle orecchie del profeta: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà».
In effetti la scadenza attesa è arrivata…
Per la Chiesa Gesù è il termine del “silenzio di Dio”… è la sua risposta…
A prima vista una risposta che lascia un po’ sbigottiti… sembra una risposta che fa tutto tranne che rispondere: la questione del male resta non spiegata, tant’è che dopo duemila anni siamo ancora qui, con lo stesso grido che qualche secolo prima di Cristo aveva Abacuc nel cuore e sulle labbra…
Questo però non smentisce il fatto che Gesù sia la Parola di Dio, la rottura del suo silenzio, la sua Rivelazione… anzi… proprio perché parola di Dio, è così scostante rispetto alle parole degli uomini…
Gesù (o meglio il Padre, in Gesù) risponde al grido dell’uomo!
Ma risponde a modo suo
(“da Dio” qualcuno commenterebbe) non spiegando il perché o l’origine del male, ma assumendolo, attraversandolo: dopo quel crocifisso nessuno può più dubitare che “la ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…” risuoni inascoltata per l’infinità vuota dell’universo.
Proprio questa “strana” risposta, costruita sulla logica della com-passione, del farsi uomo tra gli uomini di Gesù, tanto solidale da avere anche lui il suo grido “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, diventa l’urlo soffocato di Dio all’uomo…
Solo ora, attraversata la tragicità dell’uomo e la tragicità di Dio, la risposta cui accennavamo prima diventa significativa: “Che ne è dell’uomo? Che ne è, in particolare dell’uomo in Cristo (= cristiano)?”…

Ed ecco l’ammonizione di Paolo: «Carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te […]. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. […] Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito santo che abita in noi».
All’urlo di Dio che trasuda la logica del com-patire, l’uomo può rispondere intrecciandosi con lo Spirito di Cristo… L’uomo diventa capace di rispondere all’urlo di Dio, che coincide con l’urlo di chiunque sia toccato dal male (cioè, ogni uomo), divenendo cristico, cioè inventando la sua vita assumendo la logica, la sostanza, il sangue, la carne, lo spirito, l’ essenza… di Cristo.

Questa è la fede che gli apostoli nel Vangelo chiedono a Gesù… Un rapporto talmente intenso che uno vive nell’altro (cfr. Paolo: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me»).

In tutto questo che senso hanno le parole di Gesù…? Perché parla di servi, doveri, inutilità? Non sono questi termini che hanno una connotazione opposta ad ogni rapporto d’amore?
La lettura classica (non necessariamente quella “bigotta” che han fatto i preti, ma semplicemente quella immediata che ci giunge alla mente, forse per il dio-idolo-despota che abbiamo nel cuore) ci riporta a pensarci come servi (schiavi) di un dio onnipotente a cui per forza io dovrò qualcosa… e certo questo qualcosa sarà sempre inutile, insufficiente…
Cosa ci permette di scartare questa lettura? Il fatto che l’idea di dio (padrone) e di uomo (soggiogato a doveri e alla continua frustrazione per la sua inutilità davanti alla divinità) non corrispondono né all’idea di Dio né all’idea dell’uomo che ha Gesù.
Mi fa sorridere in proposito ripensare al fatto che prima di ragionarci su in questi giorni, questo brano di Luca mi stava proprio antipatico: infatti, alcuni ragazzi dell’oratorio che frequentavo da ragazza lo avevano appeso in una sala e continuamente rinfacciavano agli altri tutti i servizi che loro facevano dicendo ad alta voce proprio questa frase “Eh… cosa vuoi… tanto poi alla fine siamo servi inutili…”. E non si accorgevano che ribaltavano il senso di quell’espressione...
Io credo infatti che il “dovere” di cui qui si parla («quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato») sia riferibile solo al dovere che nasce dall’amore, dalla com-passione… dal fatto che davvero non posso non fare il bene di mio fratello (perché è questo quello che ci è stato ordinato…), devo farlo: dovevo aiutare Ale a preparare il bac, dovevo accogliere in casa un’amica affaticata che mi ha riversato addosso 500.000 parole a volume impressionante, dovevo...
Ma è davvero il dovere degli innamorati… che davvero per l’amata/o farebbero qualsiasi cosa… sentono che devono e non lo leggono proprio come una costrizione frustrante!!
È il bene che vuoi all’altro che ti obbliga.
E in quest’ottica anche l’essere “servi” e l’essere “inutili” trovano un’altra risonanza…
Volere bene è sempre “mettersi a servizio”, esserci per l’altro e non per sé.
E questo è inutile di sicuro… non mi fa guadagnare (anzi nella logica del “do ut des” concretamente ci perdo di sicuro)… non mi fa guadagnare neanche “punti paradiso”… ma perché?
Perché non c’è niente da guadagnare… infatti “fare quello che dobbiamo fare” è proprio solo entrare nel Regno, vivere da innamorati con tutti, metterci al servizio, com-patendo con tutti i figli che, come dice De Andrè: “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”!
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