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lunedì 10 novembre 2014
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario
martedì 8 novembre 2011
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: La parabola dei talenti
venerdì 14 novembre 2008
Meglio rischiare la vita che sotterrare la speranza!
Nel cap. 25° il Vangelo secondo Matteo intende raccogliere l'ultimo prezioso insegnamento di Gesù prima della passione. Le tre parabole delle 10 vergini che attendono lo sposo, dei talenti consegnati ai servi e infine, il giudizio universale, con la sorprendente coincidenza di Gesù con i poveri che sono tra noi, hanno in comune una discriminante, che divide gli uomini nella storia: cinque vergini sagge e cinque stolte; due servi operosi e premiati, e uno rinunciatario e punito; le pecore da una parte (i discepoli che accudiscono i fratelli) e le capre dall'altra (chi non serve il fratello nel bisogno). Si tratti dell'olio delle lampade, o dei talenti forniti ad ogni uomo o della dedizione ai poveri, le parabole hanno lo stesso obiettivo, sotto diverse modalità. Ed è questo: arriva per tutti il momento nella vita in cui siamo "costretti" a scegliere, a schierarci, a maturare una fede capace di trasformare "definitivamente" il senso dell'esistenza, come se ognuno fosse messo con le spalle al muro. Gesù stesso sta incamminandosi verso le esperienze finali della sua avventura umana, che sembrano travolgerlo e immergerlo nell'angoscia e insieme nel desiderio di affrontarle: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! (Gv 12,27 ).Ecco allora le parabole: nel buio della notte bisogna mantenere gli occhi aperti e il cuore attento per riconoscere il Regno che viene…; l'impegno appassionato moltiplica e dilata il dono di luce e di benevolenza ricevuto…; lo spendersi per i più miseri è sempre un incontro con il Dio presente nell'uomo di carne, anche per chi non lo sa… E se la dinamica pedagogica del racconto comporta che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, l'intento non è certamente di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede.
"Avventurar la vida"… non seppellire la speranza!
La parabola scelta per questa 33a domenica è la seconda, che racconta la storia di un signore che, prima di mettersi in viaggio, distribuisce i suoi beni ai suoi sottoposti, ad ognuno secondo le sue capacità. E poi se ne va, per molto tempo, senza lasciare recapito. I talenti dati in consegna sono la vita stessa, come una promessa, misteriosamente donata ad ognuno, con tutto quello che ci vuole… per diventare noi stessi., cioè viverla! Ognuno ha la sua, diversa da tutti, e solo l'interessato, pur bisognoso di tanti aiuti, può, in definitiva, valorizzarla. I due primi servi lavorano e raddoppiano i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento solo, lo seppellisce, per non perderlo. Proprio il contrario di quanto il vangelo stesso suggerisce: se vuoi salvare la tua vita devi esser pronto al rischio di perderla! Teresa d'Avila, in un tempo quanto mai sfavorevole alla donna, che pretendesse di diventare se stessa, è un esempio luminoso e appassionato di come la vita, secondo questa parabola, deve essere assunta, con l'esplosiva carica affettiva ed esistenziale di un desiderio incontenibile: "tutto si riduce, in sostanza, ad arrischiare la vita, che io tante volte bramerei aver già persa, pur di avventurarmi a guadagnare così tanto con poco prezzo" (V 21,4)
Un Dio diverso!
Perché nasca e cresca questa passione in cuore, occorre cambiare la figura di Dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso). Talora diventa un'ossessione che finisce per rovinarci la vita (per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il "padrone", che è "emigrato" in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare "magicamente" con lui una salvezza in proprio. La paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale). E finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi!. Finché, infatti, non ci consegniamo 'armi e bagagli' al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…). Mentre orami, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all'esperienza umana di Gesù, che si fonda sull'amore gratuito, pulito, totalizzante.
Una dinamica vitale nuova: entra nella gioia del tuo Signore!
Dio dunque sorprende i suoi servi, proprio chiamandoli a responsabilità e fiducia totalmente nuove. Neanche vuole indietro i talenti affidati, perché li trasferisce al livello della dinamica dell'amore: che, se corrisposto, raddoppia incessantemente… Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. L'esito dell'amicizia è la comunione piena e raggiante: entra nella gioia del tuo signore! Questo esito escatologico di una vita di impegno appassionato ci è annunciato per convincerci che già qui, nella nostra storia quotidiana, inizia questa dinamica creativa e profondamente gratificante di poter aiutare Dio, invitati nella sua vita intima, partecipando alla sua gioia di diffondere l'amore e la libertà tra gli uomini. Così si spiega il paradosso di togliere il talento al servo sfiduciato per darlo a chi già ne ha: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.». Chiunque abbia provato ad amare e appassionarsi alla vicenda umana del fratello che fa fatica a crescere, più che alla propria, sa quanto è vero che l'amore aumenta a donarlo via, e diminuisce e intristisce a difenderlo e trattenerlo per sé… E quanti sono coloro che sono fermi, paralizzati su questo crinale, senza osare tuffarsi!
E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina,
Nel nostro tempo di totale interdipendenza degli uomini e dei popoli – il tempo della globalizzazione ‑ i figli della luce di cui parla Paolo, sono quelli che credono nelle ragioni della speranza, nella possibilità di convivenza tra diversi, nella fecondità dell'incontro tra religioni e razze. I figli della paura e della voglia di sicurezza sono quelli che nascondono la sfida della storia e il rifiuto delle scelte sotto le vesti della tradizione e della religione, ma di fatto difendono poi la sicurezza con i muri divisori e il filo spinato, e alla fine, con la forza delle armi, con il ricatto della fame, con la prepotenza della superiorità della razza o della religione. Ma affrontare i problemi di oggi illudendosi che vadano bene le soluzioni di ieri, è come voler solcare gli oceani con le barche. Non cercare e inventare risposte nuove è come dormire, fare della vita una lunga notte, illudendosi con lo slogan: Pace e sicurezza…, invece di un impegno fervente e generoso. Oggi non ci sono territori preclusi all'intervento umano dai confini sacri, che la religione ha sempre determinato nella storia dell'umanità, opponendosi ad ogni presuntuosa conquista o sconfinamento prometeico. La formazione della coscienza morale è più che mai determinante, in un mondo pluriculturale, che rischia di svuotare e relativizzare ogni tradizione od orientamento etico e religioso. La mutazione antropologica che le strutture di comunicazione commerciali, industriali e politiche hanno prodotto, richiede una nuova consapevolezza, una nuova spiritualità. L'umanità di oggi si trova di fronte a problemi, esigenze e istituzioni universali, ma non c'è ancora la cultura e gli uomini preparati, che sappiano accettare questa sfida. La paura di affrontare il rischio ha spinto anche la chiesa a sotterrare i suoi tesori… Siamo in ritardo rispetto al cammino dello sviluppo umano, della tecnica e della scienza. Questa forte esigenza di spiritualità non è di per sé esigenza di pratica religiosa, che è necessaria, ma non sufficiente. Si esige qualcosa di più: entrare cioè in sintonia con la forza creatrice che ci coinvolge consapevolmente in un atteggiamento nuovo. Siamo come costretti a rileggere questa parabola con prospettive e orizzonti completamente nuovi. Per disseppellire coraggio e speranza!
giovedì 13 novembre 2008
Una parabola detta perché non capiscano: la conversione dei pii
In effetti non appena si legge questo brano, immediatamente e simultaneamente giungono alla memoria le parole che usualmente lo interpretano (prediche, commenti...), quasi che il testo ormai sia confuso con la sua spiegazione, che solitamente suona più o meno in questi termini: l’uomo che parte è Dio e i suoi servi sono gli uomini; i talenti che affida loro sono le doti che ognuno ha, le sue capacità, o anche le sue responsabilità e possibilità (c’è chi ne ha di più e chi di meno...) e il succo dell’insegnamento sarebbe che ognuno deve far fruttificare le sue potenzialità; non importa da che punto si parte: ciò che conta è dare il meglio di sé. Questo porta infatti alla buona riuscita di una vita o al suo fallimento (che generalmente noi associamo al paradiso e all’inferno).
Il problema di questa lettura è che lascia inevase molto domande che il testo suscita, se si prova a leggerlo senza precomprensioni... Per esempio: è davvero corretto identificare quest’uomo che parte e affida i suoi beni ai suoi servi, con il Dio che ci ha rivelato Gesù? Corrisponde al suo volto il fatto che “in partenza” creerebbe arbitrariamente distinzioni tra i suoi figli? Perché a qualcuno 5 ad altri 2 ad altri solo 1?
È vero che la storia ci mostra con fin troppa evidenza che è così (non tutti i cuccioli d’uomo che nascono su questa terra hanno le stesse possibilità – capacità – doti), ma è davvero imputabile a Dio questa discriminazione?
Certo, da come Gesù considera ognuna delle persone che incontra appare chiaro che il modo di Dio di rapportarsi alle persone non sia quello della omologazione (del “siamo tutti uguali davanti a Dio”), anzi il suo è il modo della salvaguardia della singolarità (per Dio non è importante il genere umano, ma ogni singolo uomo – e donna – nella sua unicità irripetibile). Ma dire che nessuno davanti a Dio può prendere il posto di un altro, perché nella relazione con Lui è chiamata in causa l’intimità singolarissima di ciascuno, è diverso dal dire che a priori Dio darebbe possibilità – doti – capacità quantitativamente misurabili arbitrariamente diverse all’uno o all’altro dei suoi figli... L’unica possibilità che dà Dio – e questa a tutti, seppur poi con un darsi storico di volta in volta irripetibile – è quella della gioia piena (Gv 15,11) di una vita fondata su Lui e dedita agli altri. Tutto il resto non viene da Dio, ma dalla storia, dalla natura, dalla cultura, dai condizionamenti affettivi, psicologici, sociologici...
Dunque, forse, bisogna essere un po’ più cauti nell’identificazione di quest’uomo della parabola con il Dio di Gesù e dei talenti con le doti – capacità – responsabilità intese quantitativamente...
Senza contare poi che, pensando al Dio di Gesù, è un po’ sbalorditivo il modo in cui si comporta quest’uomo al suo ritorno... e soprattutto che accetti la definizione che il servo dà di lui: «sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso»... Questo non è Gesù, né il Padre suo!
Forse allora, è necessario rivedere le modalità classiche e un po’ troppo pacificatorie con cui interpretiamo questo testo e tentare di lasciarcene interrogare mettendo a tacere ciò che istintivamente – perché l’abbiamo succhiato praticamente dal seno materno – ci verrebbe da pensare.
Soprattutto va corretto il pregiudizio per cui lo stile parabolico sarebbe una modalità espressiva che Gesù usava per farsi capire meglio, come se si trattasse di un linguaggio facile e dunque accessibile a tutti...
Questo infatti è anche quello che invitano a fare gli studiosi del testo biblico, i quali proprio a proposito delle parabole evangeliche identificano una doppia classificazione:
- ci sono sì “le miniparabole del Regno”, che proprio per la struttura che le caratterizza (sono brevi e dirette) hanno lo scopo di rendersi immediatamente comprensibili a tutti;
- ma ci sono anche “le macroparabole” in cui prevale la forma della narrazione lunga – raccontano una storia («Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti...», Mt 10,30ss; «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano...», Lc 19,12ss) – e per questo non sono immediate, ma anzi richiedono un lavoro ermeneutico più impegnativo.
Le parabole di quest’ultimo tipo infatti oltre ad avere un’estensione narrativa più elaborata, si presentano spesso anche come enigmatiche e difficili da capire (Gesù stesso dice di raccontarle perché non capiscano: «Parlo loro in parabole perché non comprendano» (Mt 13,13)!). Anche le tematiche che affrontano, confermano questa sensazione di complessità: non si tratta più semplicemente dell’annuncio diretto dell’arrivo del Regno di Dio, ma si intavolano argomenti quali la ricchezza, la giustizia di Dio, il giudizio, il perdono...
Anche quella di questa domenica difatti è collocata nell’ultimo dei 5 discorsi in cui Matteo organizza il suo vangelo, quello escatologico, che sta proprio a ridosso dell’inizio del racconto della passione.
La nostra parabola rientra dunque proprio in questo secondo gruppo delle macroparabole e richiede perciò un percorso più impegnativo per essere capita fino in fondo.
Abbandonate dunque le varie precomprensioni, proviamo a lasciarci guidare dal testo nel percorso che la parabola vuol farci fare, «queste parabole infatti non sono state costruite per niente: dato il loro congegno, la loro complessità, il loro carattere paradossale, devono avere un significato specifico, tanto più che Gesù stesso mette in guardia, quando dice che ci sono delle parabole che racconta precisamente perché non capiscano. Che vuol dire appunto che in realtà sono parabole che mirano a tenere in sospeso la comprensione. E quando si mira a tenere in sospeso la comprensione? Quando si ha il fondato timore che una spiegazione più diretta produca l’automatismo che coincide col fraintendimento, col prevalere del luogo comune. Quando io, cioè, discorrendo di un argomento delicato temo che, se adopero parole troppo dirette, esempi troppo elementari, quell’altro dica “Ah, ecco sì lo so già cosa vuoi dirmi...” ed invece sto cercando di aprire un varco nel luogo comune, per farlo evolvere, istintivamente adotto un congegno, un apparato di comunicazione che riesca a frenare quel suo approdo immediato (“Ah sì, so già questa cosa...”), in modo che l’altro debba pensare un attimo e forse pensandoci gli venga in mente che forse quello che ha in mente è uno schema un po’ semplificato, che forse l’argomento che voglio proporgli contiene qualcosa di più di quello che lui sa già» [P.A. Sequeri].
Proviamo allora con la nostra parabola a frenare il luogo comune e, lasciandoci interpellare dalle sue “stranezze”, ad aprire un varco per un’ulteriorità di senso che forse ci era sfuggita: quello su cui la parabola (anzi Gesù attraverso la sua parabola) ci vuole convertire è la mentalità con cui pensiamo al Regno.
Istintivamente noi abbiamo identificato l’uomo della parabola con Dio e il suo contesto che quello della fine (del mondo o della vita), quindi in un’atmosfera di giudizio. Il modo in cui quest’uomo giudica l’operato dei suoi servi nella nostra testa è immediatamente identificato col modo in cui Dio giudicherà la nostra vita...
Pensiamo che la vita sarà giudicata in base al nostro comportamento: secondo una giustizia retributiva perciò i buoni saranno premiati e i cattivi castigati. Ma nel momento in cui facciamo il passo di accettare che quest’uomo sia l’immagine di Dio, iniziamo ad ascoltare la parabola con un’inquietudine che prima non avevamo... Ovviamente prima pensavamo di essere dalla parte dei buoni, dalla parte dei pii cristiani, di quelli sicuramente “dentro” al paradiso, perché “Va bene tutto – io sarò anche un peccatore... Ma gli altri...”! Sentendo poi le parole di gratuità con cui Gesù ha parlato anche ai samaritani, alle prostitute, ai pubblicani... beh... a esser cristiani allora, c’è proprio da star sicuri...
Questo pensavamo... ma appena sentiamo questa parabola qualcosa nella nostra sicurezza si incrina... pare che Dio (quest’uomo) abbia posto una soglia nuova per l’accesso al paradiso... Non basta più neanche essere suoi servi... bisogna pure saper trafficare i talenti... Ridargli il suo non basta... Serve raddoppiare... Ma se domani cambiasse ancora idea e la soglia si alzasse di nuovo? Se Dio dal 2008 in avanti decidesse che i talenti debbano essere triplicati invece che raddoppiati? Chi potrebbe obiettargli qualcosa... è Dio...
Ma che cosa abbiamo fatto per arrivare fino a queste conclusioni con il nostro ragionamento? A che cosa abbiamo acconsentito di passaggio in passaggio:
- al fatto che la giustizia di Dio sia retributiva;
- e al fatto che essa sia imperscrutabile.
Cioè al fatto che Dio sia un calcolatore e che il suo volto sia equivoco (da Lui ci può venire tanto il male quanto il bene).
Ma queste sono proprio le 2 affermazioni su Dio che dopo Gesù non si possono più fare: Gesù non rende male per male, ma muore lui per il male degli altri, rende cioè bene per male, vita per morte, perdono per peccato, salute per malattia, tenerezza per violenza... Altro che retribuzione... e altro che imperscrutabilità: chi «è morto per gli empi» (Rm 5,6), rivela che il Nome di Dio per l’uomo è solo cura, anche – anzi soprattutto – quando non se la merita. Perché il suo cuore è come quello di una madre, anzi di più, perché: «Anche se mio padre e mia madre mi avessero abbandonato, l’Eterno mi accoglierebbe» (Sal 27,10).
La parabola dunque ci chiede di uscire dal tranello che ci ha fatto, per ritornare alla parola di Gesù e ricordarci chi è Dio.
Dove siamo!
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