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lunedì 10 novembre 2014

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro dei Proverbi (Pr 31,10-13.19-20.30-31)
Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 5,1-6)
Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
 
Il testo che la liturgia ci propone per questa 33^ Domenica del Tempo Ordinario è quello della parabola dei talenti. Essendo un testo molto noto, usato spesso nelle aule del catechismo e anche in quelle dell’educazione laica per insegnare ai bambini che devono imparare a mettere a frutto le loro capacità e non passare la vita bighellonando, rischia di essere frainteso.
Perché, per quanto la morale della favola ricavata dal buon senso comune che invita tutti all’operosità sia un messaggio condivisibile, in realtà il testo del vangelo è un po’ più complesso, come pure il suo messaggio.
Innanzitutto il brano va collocato nel suo contesto. Siamo al capitolo 25 di Matteo, che sta sviluppando il discorso escatologico (capp. 24 e 25), l’ultimo dei 5 grandi discorsi contenuti nel Primo vangelo, quello che fa riferimento alle “cose ultime”, cioè al fine della storia; collocato non a caso immediatamente prima dell’inizio del racconto della passione.
Siamo dunque in questa atmosfera, tanto che il padrone che ritorna dal viaggio e vuole regolare i conti coi suoi servi è stato assimilato a Dio che alla fine della storia o della nostra vita regolerà i conti con noi.
Il discorso è dunque quello del “giudizio” sul nostro operare.
Ma andiamo con ordine, perché – avendo sentito così tante volte questo testo – ci viene fin troppo facile far correre la mente e pensare: eh già, si parla del giudizio; il Signore ha dato a ciascuno delle doti e se le mettiamo a frutto, bene (andremo in paradiso), se le nascondiamo sotto la sabbia, male (andremo all’inferno).
Invece, vorrei che provassimo ad arrestare la mente che corre e provare a guardare un po’ più da vicino il testo.
Innanzitutto dal punto di vista semantico.

martedì 8 novembre 2011

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: La parabola dei talenti

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa trentatreesima domenica del tempo ordinario (Mt 25,14-30) è costituito interamente da una parabola: quella famosa dei talenti. «Credo che non ci sia una parabola più famosa di questa, accanto a quella del ‘figliol prodigo’ o della ‘pecorella smarrita’: sono parabole che hanno plasmato la nostra cultura e forgiato il nostro linguaggio.

La parola “talenti” è addirittura diventata sinonimo di “capacità”, il che testimonia come questa pagina abbia parlato molto nel nostro mondo e credo che non sia retorico dire che la si è sentita fin dai banchi di scuola; sono infatti discorsi usati anche a livello di insegnamento scolastico e familiare per ricordare l’importanza della messa in opera dei talenti.

Tuttavia credo che spiegare la parabola in questi termini faccia perdere il meglio del suo contenuto» [P. Pezzoli in Scuola della Parola 1999 – Diocesi di Bargamo, 151-152].

Annotavo anch’io tre anni fa che: in effetti non appena si legge questo brano, immediatamente e simultaneamente giungono alla memoria le parole che usualmente lo interpretano (prediche, commenti...), quasi che il testo ormai sia confuso con la sua spiegazione, che solitamente suona più o meno in questi termini: l’uomo che parte è Dio e i suoi servi sono gli uomini; i talenti che affida loro sono le doti che ognuno ha, le sue capacità, o anche le sue responsabilità e possibilità (c’è chi ne ha di più e chi di meno...) e il succo dell’insegnamento sarebbe che ognuno deve far fruttificare le sue potenzialità; non importa da che punto si parte: ciò che conta è dare il meglio di sé. Questo porta infatti alla buona riuscita di una vita o al suo fallimento (che generalmente noi associamo al paradiso e all’inferno). Ma è davvero tutto qui?


«Intanto precisiamo che questa parabola non è semplice come sembra, poiché come minimo a tutti sarà capitato a volte di soffermarsi sulle parole finali e di giudicarle a dir poco dure (vv. 27-30). Ci è probabilmente capitato di giudicare esageratamente severo il padrone verso quel servo, che in fin dei conti, non ha poi fatto niente di tanto grave: non ha operato, ma non ha fatto del male…

In effetti tale obiezione ha la sua rilevanza, proprio perché noi leggiamo la parabola come legata alla capacità di far fruttare le qualità personali; ma, appunto, questo non è l’unico significato del testo. Per confermare comunque quanto la nostra impressione circa la eccessiva severità del “castigo” sia stata condivisa da molti, ricordiamo che fin dall’antichità la parabola veniva raccontata in altre versioni, come quella di Eusebio di Cesarea (IV sec.), secondo la quale il padrone si trova di fronte a tre servi: uno di loro ha dilapidato il denaro con le prostitute, l’altro lo ha gestito bene e un terzo l’ha tenuto nascosto; al suo ritorno, il padrone punisce duramente il primo, dà un premio al secondo e rimprovera il terzo: sembra una reazione più accettabile: è giusto che chi ha fatto male venga castigato, chi ha fatto bene venga lodato e chi non si è mosso venga rimproverato (ma solo rimproverato, e poi… chiudiamo un occhio…).

È un modo significativo che abbiamo di raccontare la parabola, che riflette le nostre difficoltà di fronte al testo evangelico, ma è anche il modo migliore per farle perdere il mordente, trasformandola in una sorta di parabola del buon senso comune, vanificando la profonda dimensione di ‘vangelo’, di ‘buona notizia’ contenuta in essa. Non dimentichiamo che è Gesù stesso a raccontarla, ed egli non è un semplice maestro di buon senso che ci vuole insegnare a usare bene le nostre doti. […] Forse bisogna andare un po’ più in là, e notare che fra i tre servi, quello che riceve maggiore attenzione è il terzo» [Ivi].

Infatti «Nell’economia della parabola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto, per contrasto, il comportamento del terzo: a differenza dei primi due, l’ultimo nasconde il tesoro in una buca. Anche i primi due rendiconti hanno lo scopo di attirare l’attenzione sul terzo. È perciò chiaro che occorre concentrare l’attenzione sul comportamento del servo cattivo, e che la chiave dell’intera parabola è il dialogo fra il servo malvagio e il padrone.

Il servo ha una sua idea del padrone, e cioè quella di un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso (v. 24). In una simile concezione di Dio c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza della legge (tutto ciò che è prescritto e nulla più!). Il servo non intende correre rischi, e mette al sicuro il denaro, credendosi giusto allorché può ridare al padrone quanto ha ricevuto. Si ritiene sdebitato: “Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo” (v. 25).

Anche l’ascoltatore è tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo, e ingiusta invece la pretesa del padrone. […] La reazione dell’ascoltatore – reazione che la parabola suscita intenzionalmente – è quella degli scribi, dei farisei, degli zelanti e scrupolosi osservanti della legge. Tutti costoro non comprendono la condotta di Dio che si manifesta nel comportamento di Gesù. La ritengono ingiusta. Essi concepiscono la giustizia come un rapporto di parità: tanto-quanto. Gesù invece si muove nella prospettiva dell’amore, che è senza calcoli, ma anche senza paura. […] La parabola dunque, fondamentalmente, ha lo scopo di far comprendere la vera natura del rapporto che corre tra Dio e l’uomo» [B. Maggioni, il racconto di Matteo, Cittadella Ed., Assisi 20048, 317-319.

Il modo in cui la parabola vuol raggiungere questo scopo è quello dello shock! Come accennava Maggioni, infatti, chi ascolta questa parabola, istintivamente, ritiene ingiusto il comportamento del padrone, al suo ritorno. Perché non gli basta che gli venga restituito il suo?

Qua sta lo scandalo (l’inciampo) per gli ascoltatori di Gesù: perché in una mentalità retributiva del tanto-quanto, il “restituire il suo” è la regola di base. Cosa vuole di più questo padrone? Cosa vuole di più questo Dio?

Ecco il punto! In gioco c’è l’idea del rapporto che l’uomo (ciascuno di noi) ha con Dio. Gesù dice: se è quello del tanto-quanto, non avete capito un tubo… Il Padre mio è di un’altra qualità… Il tanto-quanto non fa parte del suo modo di agire/pensare (basti vedere la parabola del figliol prodigo o quella in cui gli operai vengono tutti pagati lo stesso salario indipendentemente da quanto hanno lavorato…).

Noi invece tendiamo sempre a ricascare in questa concezione “retributiva” del volto di dio: «la figura di dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (“sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”). Talora diventa un’ossessione che finisce per rovinarci la vita (“per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra”). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il “padrone”, che è “emigrato” in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare “magicamente” con lui una salvezza in proprio» [Giuliano].

Ma è proprio questa “contrattualità da banchieri” che la parabola vuole scardinare (anzi, tutta la vita di Gesù va in questo senso, perché questa è la buona notizia, l’eu-angelion): che «la paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale), che finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi! Finché, infatti, non ci consegniamo ‘armi e bagagli’ al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (“io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…”, Lc 18,11). Mentre oramai, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all’esperienza umana di Gesù, che si fonda sull’amore gratuito, pulito, totalizzante» [Giuliano].

Ecco perché non basta più restituire il suo!

Perché chi ha colto che la proposta del Dio di Gesù è quella di un rapporto d’amicizia, avventura la vita in questa relazione, senza più badare ai calcoli! Esattamente come succede in tutte le nostre altre relazioni intra-umane, dove chi ama, non calcola, non restituisce semplicemente il “suo”, ecc…

Chi invece non coglie questa proposta e torna a guardare a Dio come allo spauracchio a cui qualche cosa bisognerà pur rendere, entra in un circuito di terrore e rattrappimento… della vita. Cosa vuole / Quanto vuole da me?

Ma… a scanso di equivoci: il dire che “non basta più restituire il suo” o l’ascoltare frasi evangeliche che dicono “a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”, non equivale a dire che il giudizio di Gesù su eventuali persone che avranno solo “restituito il suo” (o nemmeno quello) è l’inferno! Far questo slittamento è improprio: qui infatti non siamo in presenza di una cronaca, in cui ci raccontano cosa Gesù ha sentenziato, rispetto ad un caso reale (!), siamo all’interno di una dinamica pedagogica del racconto, e il fatto che essa comporti che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, non ha l’intento «di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede» [Giuliano].

Anche perché l’idea di un dio così è del tutto in linea con quello che la parabola vuole scardinare dai nostri cuori (quello che fa paura, appunto)… Perciò, il grido finale è come se suggerisse: “Voi non pensatemi così!”.

venerdì 14 novembre 2008

Meglio rischiare la vita che sotterrare la speranza!

Nel cap. 25° il Vangelo secondo Matteo intende raccogliere l'ultimo prezioso insegnamento di Gesù prima della passione. Le tre parabole delle 10 vergini che attendono lo sposo, dei talenti consegnati ai servi e infine, il giudizio universale, con la sorprendente coincidenza di Gesù con i poveri che sono tra noi, hanno in comune una discriminante, che divide gli uomini nella storia: cinque vergini sagge e cinque stolte; due servi operosi e premiati, e uno rinunciatario e punito; le pecore da una parte (i discepoli che accudiscono i fratelli) e le capre dall'altra (chi non serve il fratello nel bisogno). Si tratti dell'olio delle lampade, o dei talenti forniti ad ogni uomo o della dedizione ai poveri, le parabole hanno lo stesso obiettivo, sotto diverse modalità. Ed è questo: arriva per tutti il momento nella vita in cui siamo "costretti" a scegliere, a schierarci, a maturare una fede capace di trasformare "definitivamente" il senso dell'esistenza, come se ognuno fosse messo con le spalle al muro. Gesù stesso sta incamminandosi verso le esperienze finali della sua avventura umana, che sembrano travolgerlo e immergerlo nell'angoscia e insieme nel desiderio di affrontarle: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! (Gv 12,27 ).Ecco allora le parabole: nel buio della notte bisogna mantenere gli occhi aperti e il cuore attento per riconoscere il Regno che viene…; l'impegno appassionato moltiplica e dilata il dono di luce e di benevolenza ricevuto…; lo spendersi per i più miseri è sempre un incontro con il Dio presente nell'uomo di carne, anche per chi non lo sa… E se la dinamica pedagogica del racconto comporta che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, l'intento non è certamente di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede.

"Avventurar la vida"… non seppellire la speranza!

La parabola scelta per questa 33a domenica è la seconda, che racconta la storia di un signore che, prima di mettersi in viaggio, distribuisce i suoi beni ai suoi sottoposti, ad ognuno secondo le sue capacità. E poi se ne va, per molto tempo, senza lasciare recapito. I talenti dati in consegna sono la vita stessa, come una promessa, misteriosamente donata ad ognuno, con tutto quello che ci vuole… per diventare noi stessi., cioè viverla! Ognuno ha la sua, diversa da tutti, e solo l'interessato, pur bisognoso di tanti aiuti, può, in definitiva, valorizzarla. I due primi servi lavorano e raddoppiano i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento solo, lo seppellisce, per non perderlo. Proprio il contrario di quanto il vangelo stesso suggerisce: se vuoi salvare la tua vita devi esser pronto al rischio di perderla! Teresa d'Avila, in un tempo quanto mai sfavorevole alla donna, che pretendesse di diventare se stessa, è un esempio luminoso e appassionato di come la vita, secondo questa parabola, deve essere assunta, con l'esplosiva carica affettiva ed esistenziale di un desiderio incontenibile: "tutto si riduce, in sostanza, ad arrischiare la vita, che io tante volte bramerei aver già persa, pur di avventurarmi a guadagnare così tanto con poco prezzo" (V 21,4)

Un Dio diverso!

Perché nasca e cresca questa passione in cuore, occorre cambiare la figura di Dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso). Talora diventa un'ossessione che finisce per rovinarci la vita (per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il "padrone", che è "emigrato" in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare "magicamente" con lui una salvezza in proprio. La paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale). E finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi!. Finché, infatti, non ci consegniamo 'armi e bagagli' al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…). Mentre orami, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all'esperienza umana di Gesù, che si fonda sull'amore gratuito, pulito, totalizzante.

Una dinamica vitale nuova: entra nella gioia del tuo Signore!

Dio dunque sorprende i suoi servi, proprio chiamandoli a responsabilità e fiducia totalmente nuove. Neanche vuole indietro i talenti affidati, perché li trasferisce al livello della dinamica dell'amore: che, se corrisposto, raddoppia incessantemente… Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. L'esito dell'amicizia è la comunione piena e raggiante: entra nella gioia del tuo signore! Questo esito escatologico di una vita di impegno appassionato ci è annunciato per convincerci che già qui, nella nostra storia quotidiana, inizia questa dinamica creativa e profondamente gratificante di poter aiutare Dio, invitati nella sua vita intima, partecipando alla sua gioia di diffondere l'amore e la libertà tra gli uomini. Così si spiega il paradosso di togliere il talento al servo sfiduciato per darlo a chi già ne ha: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.». Chiunque abbia provato ad amare e appassionarsi alla vicenda umana del fratello che fa fatica a crescere, più che alla propria, sa quanto è vero che l'amore aumenta a donarlo via, e diminuisce e intristisce a difenderlo e trattenerlo per sé… E quanti sono coloro che sono fermi, paralizzati su questo crinale, senza osare tuffarsi!

E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina,

Nel nostro tempo di totale interdipendenza degli uomini e dei popoli – il tempo della globalizzazione ‑ i figli della luce di cui parla Paolo, sono quelli che credono nelle ragioni della speranza, nella possibilità di convivenza tra diversi, nella fecondità dell'incontro tra religioni e razze. I figli della paura e della voglia di sicurezza sono quelli che nascondono la sfida della storia e il rifiuto delle scelte sotto le vesti della tradizione e della religione, ma di fatto difendono poi la sicurezza con i muri divisori e il filo spinato, e alla fine, con la forza delle armi, con il ricatto della fame, con la prepotenza della superiorità della razza o della religione. Ma affrontare i problemi di oggi illudendosi che vadano bene le soluzioni di ieri, è come voler solcare gli oceani con le barche. Non cercare e inventare risposte nuove è come dormire, fare della vita una lunga notte, illudendosi con lo slogan: Pace e sicurezza…, invece di un impegno fervente e generoso. Oggi non ci sono territori preclusi all'intervento umano dai confini sacri, che la religione ha sempre determinato nella storia dell'umanità, opponendosi ad ogni presuntuosa conquista o sconfinamento prometeico. La formazione della coscienza morale è più che mai determinante, in un mondo pluriculturale, che rischia di svuotare e relativizzare ogni tradizione od orientamento etico e religioso. La mutazione antropologica che le strutture di comunicazione commerciali, industriali e politiche hanno prodotto, richiede una nuova consapevolezza, una nuova spiritualità. L'umanità di oggi si trova di fronte a problemi, esigenze e istituzioni universali, ma non c'è ancora la cultura e gli uomini preparati, che sappiano accettare questa sfida. La paura di affrontare il rischio ha spinto anche la chiesa a sotterrare i suoi tesori… Siamo in ritardo rispetto al cammino dello sviluppo umano, della tecnica e della scienza. Questa forte esigenza di spiritualità non è di per sé esigenza di pratica religiosa, che è necessaria, ma non sufficiente. Si esige qualcosa di più: entrare cioè in sintonia con la forza creatrice che ci coinvolge consapevolmente in un atteggiamento nuovo. Siamo come costretti a rileggere questa parabola con prospettive e orizzonti completamente nuovi. Per disseppellire coraggio e speranza!

giovedì 13 novembre 2008

Una parabola detta perché non capiscano: la conversione dei pii

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa trentatreesima domenica del tempo ordinario (Mt 25,14-30) è costituito interamente da una parabola: quella famosa dei talenti. Come ogni volta che ci si trova davanti ad un testo biblico molto conosciuto, anche in questo caso il rischio è quello di dare per scontato il senso delle parole di Gesù e dunque di non riuscire a lasciarsene interpellare veramente.

In effetti non appena si legge questo brano, immediatamente e simultaneamente giungono alla memoria le parole che usualmente lo interpretano (prediche, commenti...), quasi che il testo ormai sia confuso con la sua spiegazione, che solitamente suona più o meno in questi termini: l’uomo che parte è Dio e i suoi servi sono gli uomini; i talenti che affida loro sono le doti che ognuno ha, le sue capacità, o anche le sue responsabilità e possibilità (c’è chi ne ha di più e chi di meno...) e il succo dell’insegnamento sarebbe che ognuno deve far fruttificare le sue potenzialità; non importa da che punto si parte: ciò che conta è dare il meglio di sé. Questo porta infatti alla buona riuscita di una vita o al suo fallimento (che generalmente noi associamo al paradiso e all’inferno).
Il problema di questa lettura è che lascia inevase molto domande che il testo suscita, se si prova a leggerlo senza precomprensioni... Per esempio: è davvero corretto identificare quest’uomo che parte e affida i suoi beni ai suoi servi, con il Dio che ci ha rivelato Gesù? Corrisponde al suo volto il fatto che “in partenza” creerebbe arbitrariamente distinzioni tra i suoi figli? Perché a qualcuno 5 ad altri 2 ad altri solo 1?
È vero che la storia ci mostra con fin troppa evidenza che è così (non tutti i cuccioli d’uomo che nascono su questa terra hanno le stesse possibilità – capacità – doti), ma è davvero imputabile a Dio questa discriminazione?
Certo, da come Gesù considera ognuna delle persone che incontra appare chiaro che il modo di Dio di rapportarsi alle persone non sia quello della omologazione (del “siamo tutti uguali davanti a Dio”), anzi il suo è il modo della salvaguardia della singolarità (per Dio non è importante il genere umano, ma ogni singolo uomo – e donna – nella sua unicità irripetibile). Ma dire che nessuno davanti a Dio può prendere il posto di un altro, perché nella relazione con Lui è chiamata in causa l’intimità singolarissima di ciascuno, è diverso dal dire che a priori Dio darebbe possibilità – doti – capacità quantitativamente misurabili arbitrariamente diverse all’uno o all’altro dei suoi figli... L’unica possibilità che dà Dio – e questa a tutti, seppur poi con un darsi storico di volta in volta irripetibile – è quella della gioia piena (Gv 15,11) di una vita fondata su Lui e dedita agli altri. Tutto il resto non viene da Dio, ma dalla storia, dalla natura, dalla cultura, dai condizionamenti affettivi, psicologici, sociologici...
Dunque, forse, bisogna essere un po’ più cauti nell’identificazione di quest’uomo della parabola con il Dio di Gesù e dei talenti con le doti – capacità – responsabilità intese quantitativamente...
Senza contare poi che, pensando al Dio di Gesù, è un po’ sbalorditivo il modo in cui si comporta quest’uomo al suo ritorno... e soprattutto che accetti la definizione che il servo dà di lui: «sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso»... Questo non è Gesù, né il Padre suo!
Forse allora, è necessario rivedere le modalità classiche e un po’ troppo pacificatorie con cui interpretiamo questo testo e tentare di lasciarcene interrogare mettendo a tacere ciò che istintivamente – perché l’abbiamo succhiato praticamente dal seno materno – ci verrebbe da pensare.
Soprattutto va corretto il pregiudizio per cui lo stile parabolico sarebbe una modalità espressiva che Gesù usava per farsi capire meglio, come se si trattasse di un linguaggio facile e dunque accessibile a tutti...
Questo infatti è anche quello che invitano a fare gli studiosi del testo biblico, i quali proprio a proposito delle parabole evangeliche identificano una doppia classificazione:
- ci sono sì “le miniparabole del Regno”, che proprio per la struttura che le caratterizza (sono brevi e dirette) hanno lo scopo di rendersi immediatamente comprensibili a tutti;
- ma ci sono anche “le macroparabole” in cui prevale la forma della narrazione lunga – raccontano una storia («Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti...», Mt 10,30ss; «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano...», Lc 19,12ss) – e per questo non sono immediate, ma anzi richiedono un lavoro ermeneutico più impegnativo.
Le parabole di quest’ultimo tipo infatti oltre ad avere un’estensione narrativa più elaborata, si presentano spesso anche come enigmatiche e difficili da capire (Gesù stesso dice di raccontarle perché non capiscano: «Parlo loro in parabole perché non comprendano» (Mt 13,13)!). Anche le tematiche che affrontano, confermano questa sensazione di complessità: non si tratta più semplicemente dell’annuncio diretto dell’arrivo del Regno di Dio, ma si intavolano argomenti quali la ricchezza, la giustizia di Dio, il giudizio, il perdono...
Anche quella di questa domenica difatti è collocata nell’ultimo dei 5 discorsi in cui Matteo organizza il suo vangelo, quello escatologico, che sta proprio a ridosso dell’inizio del racconto della passione.
La nostra parabola rientra dunque proprio in questo secondo gruppo delle macroparabole e richiede perciò un percorso più impegnativo per essere capita fino in fondo.
Abbandonate dunque le varie precomprensioni, proviamo a lasciarci guidare dal testo nel percorso che la parabola vuol farci fare, «queste parabole infatti non sono state costruite per niente: dato il loro congegno, la loro complessità, il loro carattere paradossale, devono avere un significato specifico, tanto più che Gesù stesso mette in guardia, quando dice che ci sono delle parabole che racconta precisamente perché non capiscano. Che vuol dire appunto che in realtà sono parabole che mirano a tenere in sospeso la comprensione. E quando si mira a tenere in sospeso la comprensione? Quando si ha il fondato timore che una spiegazione più diretta produca l’automatismo che coincide col fraintendimento, col prevalere del luogo comune. Quando io, cioè, discorrendo di un argomento delicato temo che, se adopero parole troppo dirette, esempi troppo elementari, quell’altro dica “Ah, ecco sì lo so già cosa vuoi dirmi...” ed invece sto cercando di aprire un varco nel luogo comune, per farlo evolvere, istintivamente adotto un congegno, un apparato di comunicazione che riesca a frenare quel suo approdo immediato (“Ah sì, so già questa cosa...”), in modo che l’altro debba pensare un attimo e forse pensandoci gli venga in mente che forse quello che ha in mente è uno schema un po’ semplificato, che forse l’argomento che voglio proporgli contiene qualcosa di più di quello che lui sa già» [P.A. Sequeri].
Proviamo allora con la nostra parabola a frenare il luogo comune e, lasciandoci interpellare dalle sue “stranezze”, ad aprire un varco per un’ulteriorità di senso che forse ci era sfuggita: quello su cui la parabola (anzi Gesù attraverso la sua parabola) ci vuole convertire è la mentalità con cui pensiamo al Regno.
Istintivamente noi abbiamo identificato l’uomo della parabola con Dio e il suo contesto che quello della fine (del mondo o della vita), quindi in un’atmosfera di giudizio. Il modo in cui quest’uomo giudica l’operato dei suoi servi nella nostra testa è immediatamente identificato col modo in cui Dio giudicherà la nostra vita...
Pensiamo che la vita sarà giudicata in base al nostro comportamento: secondo una giustizia retributiva perciò i buoni saranno premiati e i cattivi castigati. Ma nel momento in cui facciamo il passo di accettare che quest’uomo sia l’immagine di Dio, iniziamo ad ascoltare la parabola con un’inquietudine che prima non avevamo... Ovviamente prima pensavamo di essere dalla parte dei buoni, dalla parte dei pii cristiani, di quelli sicuramente “dentro” al paradiso, perché “Va bene tutto – io sarò anche un peccatore... Ma gli altri...”! Sentendo poi le parole di gratuità con cui Gesù ha parlato anche ai samaritani, alle prostitute, ai pubblicani... beh... a esser cristiani allora, c’è proprio da star sicuri...
Questo pensavamo... ma appena sentiamo questa parabola qualcosa nella nostra sicurezza si incrina... pare che Dio (quest’uomo) abbia posto una soglia nuova per l’accesso al paradiso... Non basta più neanche essere suoi servi... bisogna pure saper trafficare i talenti... Ridargli il suo non basta... Serve raddoppiare... Ma se domani cambiasse ancora idea e la soglia si alzasse di nuovo? Se Dio dal 2008 in avanti decidesse che i talenti debbano essere triplicati invece che raddoppiati? Chi potrebbe obiettargli qualcosa... è Dio...
Ma che cosa abbiamo fatto per arrivare fino a queste conclusioni con il nostro ragionamento? A che cosa abbiamo acconsentito di passaggio in passaggio:
- al fatto che la giustizia di Dio sia retributiva;
- e al fatto che essa sia imperscrutabile.
Cioè al fatto che Dio sia un calcolatore e che il suo volto sia equivoco (da Lui ci può venire tanto il male quanto il bene).
Ma queste sono proprio le 2 affermazioni su Dio che dopo Gesù non si possono più fare: Gesù non rende male per male, ma muore lui per il male degli altri, rende cioè bene per male, vita per morte, perdono per peccato, salute per malattia, tenerezza per violenza... Altro che retribuzione... e altro che imperscrutabilità: chi «è morto per gli empi» (Rm 5,6), rivela che il Nome di Dio per l’uomo è solo cura, anche – anzi soprattutto – quando non se la merita. Perché il suo cuore è come quello di una madre, anzi di più, perché: «Anche se mio padre e mia madre mi avessero abbandonato, l’Eterno mi accoglierebbe» (Sal 27,10).
La parabola dunque ci chiede di uscire dal tranello che ci ha fatto, per ritornare alla parola di Gesù e ricordarci chi è Dio.
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