Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

martedì 4 novembre 2008

Il conflitto cristiano e gli anticristi


Durante una riflessione sul “rinnovamento” di una coscienza missionaria cristiana, mi sono incamminato verso prospettive sempre più nuove che aprono a un’accoglienza ulteriormente dell’annuncio evangelico. Ancora una volta, ciò che è in gioco è il coraggio a lasciarci convertire fino al capovolgimento culturale del nostro modo di intendere e di volere come dice già Isaia 55,8: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie»…

Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…

Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…

Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.

Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»

Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflittoè” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.

È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.

Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…

Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.

Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!

La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…

Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).


Se l’annuncio missionario-cristiano non può non farsi carico di questa liberazione per cui Dio ci fa Apostoli, non solo non può impedire il conflitto, ma “deve” provocarlo! (Gv 7,7). Altrimenti non c’è evangelizzazione in quanto non si libera realmente e ancor meno si salva, ma si dicono parole e si compiono azioni che come pula, il vento della storia non potrà che disperdere (cfr Salmo 1), perché finiscono per favorire proprio ciò che si doveva eliminare. Tradendo così il proprio mandato!

L’azione di Dio invece, proprio perché “violenta” la struttura mondana del potere (anche religioso) senza riprodurla, estende la propria Paterna salvezza anche sui potenti che “costretti” a tornare umili (cfr “aborto” in 1Cor 15,8 e Mc 10,25), imparano la “grandezza” nella “piccolezza” trasformando la cecità del potere istituzionale nella creatività del servizio carismatico (Atti 9,8; 13,11; Lc 22,26; Mc 10,42)… Anche ai faraoni infatti è annunciata la liberazione (Es 3,10; 5,1; Mt 2,1ss; Lc 21,12ss) purché imparino a servire e non a farsi servire (Lc 22,26!); a non ridurre in schiavitù ma a liberare (Is 45,1ss)… Dopotutto, in ciò sarebbero in buona compagnia in quanto questo è proprio il “movimento” stesso di Dio che, in Gesù Cristo, da potente che era, “umiliò se stesso” … cioè, da potente si fece “piccolo”, “povero in spirito” (Fil 2,6-8; Magnificat; Beatitudini)…
Perché anche la pace di Dio, è una pace altra rispetto a quella che vuole offrire la logica del mondo dei faraoni (cfr Gv 14,27: «vi do la mia pace… non come la dà il mondo»)…

Possiamo capire allora con luce nuova quelle strane frasi del Vangelo in cui Gesù sembrano inneggiare alla guerra (Mt 10,34-36: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua»; Lc 12,51ss). Esse non hanno niente a vedere con una distinzione morale tra buoni e cattivi e ancor meno giustifica una blasfema “guerra santa”, ma sono una rivelazione delle dinamiche conflittuali che la reazione al suo annuncio mette in atto! Necessariamente! E questo conflitto evangelico è storicamente essenziale per alimentare in noi la speranza certa di un “mondo nuovo”! Non solo perché se c’è, vuol dire che la pasta sta lievitando (Lc 13,21), ma anche perché non si potrebbe essere altrimenti “felici nella persecuzione” senza alienarsi dalla storia! (cfr 1Pt 1,6-9; 3,14ss; 4,14; e anche la perfetta letizia francescana).

Come insegnano anche le Beatitudini (Mt 5,3ss; Lc 6,20) mostrando che la “logica” che presiede alla gioia evangelica (makàrioi in greco è molto più che il nostro “beati”) è determinata dalla presenza attuale (notare il tempo presente) in Gesù Cristo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28!) accolto solo dai semplici (Mt 5,3: i poveri in spirito: i non-faraoni), provoca i conflitti descritti dai versetti successivi (soprattutto 5,11)… Conflitti la cui soluzione è rimandata al piano di Dio (si noti il seguito con i verbi al futuro) ma che è già presente là dove il Regno è accolto: che “cieli” di 5,12 non sia l’aldilà ma la pienezza del Regno nel “cuore” di ognuno lo si evince dal confronto tra Mt 5,12 e 12,28! Anche per questo i verbi successivi al versetto 5,3 sono al futuro in quanto indicano progressione storica e non semplice rinvio nell’oltre della storia in un aldilà disincarnato.

Se capiamo questo capiremmo meglio anche “il Natale”, questo misto di luce e di notte, di gioia e di persecuzione, di piccolezza e grandezza, di ingenuità e malizia, dove la semplice presenza del Regno di Dio, sempre totalmente indifesa, ma non per questo non-conflittuale, scatena forze e dinamiche così ostili da sembrare sproporzionate (Mt 2,16; cfr anche l’azione non-violenta di Gandhi!)…
Altro che “dolce Natale”!… lo sarà per noi a cui è data la possibilità di vivere l’ebbrezza della libertà donata, ma per i nuovi Faraone-Erode e i nuovi Mosè-Gesù… lo scontro è appena cominciato… È nostro compito raccoglierne la sfida!

Il non farlo non sarebbe né “nobiltà d’animo”, né “carità”, né “buona educazione”; né “mitezza interiore”, né “vera lealtà e amicizia”, né “amore per la pace, la giustizia, il dialogo e la comunione”… Invece sarebbe “mascherata codardia”, “omertosa sottomissione”, “viscida adulazione”, “inconscio carrierismo”, vera “slealtà e inimicizia”, “subdola forma di disprezzo” complice di “guerre e ingiustizie”… Insomma “tradimento estremo di tutto il Vangelo” (1Cor 13,1-3)… In una parola nuovi-anticristi (1Gv 2,18; 2,22; 4,3; 2Gv 1,7).

domenica 2 novembre 2008

Che io non perda nessuno…

Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno…
In tre parole si condensa la dinamica della nostra salvezza: la “volontà” del Padre (una passione fattiva: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il figlio suo!...); “l’accudimento” del figlio per i fratelli che gli sono affidati (non butta via nulla contro ogni nostra paura e angoscia); “la risurrezione nell’ultimo giorno” (cioè partendo da questa vita, ma fino alla nostra intima verità definitiva, o come lui dice, eterna). La liturgia non si perde in lamenti, perché non celebra la paura della morte, che pure ci addolora, ma la speranza della risurrezione. Ma la nostra ragione (il pensiero, il dono grande fatto all’uomo, “Solo Dio ne è degno”, dice Giovanni della Croce!) non sa andare più in là della morte. È capace di inventariare l’universo, indagarne il funzionamento, domandarsene il senso, che vuol dire anche guardare oltre, da lontano, senza poter decidere se c’è o non c’è un “oltre”! Il cuore (e il suo motore, il desiderio), dice invece: se Tu sei qui, i miei cari non moriranno per sempre... l’uomo non può finire così!
… chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna!
Gesù ha una buona notizia sulla morte, ed è questa: che davvero Dio “è qui”, sempre! Ma non come esenzione dalla morte… ma come vittoria sulla morte. Per Gesù l'essenziale non è il non morire, ma il non lasciare che la vita sia corrosa dall’incubo della morte. Su questo misterioso incontro, questo appuntamento scritto, nostro malgrado, nel più intimo della nostra carne, la promessa è questa: la morte, come Gesù stesso l’ha sperimentata, è una porta, una pasqua, un esodo da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Dunque, un passo misterioso, nel quale imparare a vedere l’amore del Padre, perché proprio a questo amore il Figlio si è affidato una volta per tutte, ed ha vinto anche lui la sua paura della morte, con forti grida e lacrime, ma con tutta la forza della sua libertà. Qui si è cementata una solidarietà infrangibile tra noi e lui, tra la sua morte e la nostra morte: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo né è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Gesù non risponde dunque alla nostra brama di spiegazioni, ma al nostro bisogno di speranza certa. Rimane che per la ragione scientifica, ma anche per gli affetti, per il cuore, per gli occhi… per tutta l’esperienza di dolore che provoca il distacco dai nostri morti, insomma, la vita è un cammino verso la morte. La fede cristiana dichiara invece che noi possiamo invertire il senso del cammino e passare da un destino di morte alla vita: l'eternità è già entrata in noi, seminata nella nostra carne molto prima che la morte arrivi, nei gesti e nella benevolenza dell’amore quotidiano. Le beatitudini evangeliche sono una dichiarazione di congratulazioni del Padre su questa nuova condizione dell’uomo povero, mite, affamato di pace e di giustizia, capace di vedere da per tutto, anche nella sofferenza e nella persecuzione, la possibilità dell’amore l’unica realtà umana che ha dalla sua parte il futuro. Credere è affidarsi! …Credere in Dio e affidarci costantemente alla sua Parola senza opporre resistenza. E imparare a scoprire che la morte non ha più alcun potere su chi si affida a lui.
Colui che viene a me, non lo respingerò!
È in questa luce che accogliamo la promessa di Gesù contenuta nel brano evangelico odierno, per i nostri morti e per noi! Una promessa che dobbiamo ripeterci nel cuore per vincere ogni amarezza sconsolata e ogni timore, affidando ogni uomo alla misericordia del Figlio. Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, e il Figlio non lo butta via, perché l’amore del Padre gli ha insegnato a non perdere nessuno, anche se ferito o insozzato dal peccato e dall’infedeltà, caduto e rialzato, nella fatica di riprendere con fiducia il cammino di sequela. Gesù ribadisce la sua fede biblica nel Dio del roveto ardente, un Dio che non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui. Già adesso, dunque – di qua, non dopo morte – proprio mentre si è sprofondati nei problemi e difficoltà della famiglia, della comunità, della vita sociale, del lavoro … mentre si cerca affannosamente un senso della vita in questo nostro mondo, che si viene “ritenuti degni” di ottenere quell’altro “eone” (un tempo “altro”, ultimo, cioè definitivo!), cioè la resurrezione dai morti.
Questa, infatti, la volontà del Padre per noi… la vita eterna
La vita “dopo” la morte non era scritta nel DNA dell’uomo, che pure sembra essere il vertice dell’affermazione più piena della vita, nel cammino immenso dell’universo! E l’uomo continua ad impazzire lungo i millenni, per questo irreprimibile desiderio di non morire, che lo tormenta e lo divora. Ma non c’era scritto nel rotolo interminabile dei segreti della sua specie il gene dell’immortalità: è roba da dio! O fantasma del desiderio, senza nessuna prova che l’abbia mai resa credibile La Resurrezione dai morti, infatti, non si dimostra, se ne riceve solo la semente, che lievita la vita del discepolo, se l’accoglie. La resurrezione di Gesù Cristo ha indotto, dunque, una mutazione nel codice genetico dell’umanità, con un nuovo atto creativo del Padre, che “lo ha risuscitato, (l’uomo Gesù!) sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2,24). Non è diritto di natura, né un rappezzo aggiunto, è piuttosto un dono affidato alla libertà degli uomini, seminato nel loro cuore. Una partecipazione alla grazia di Cristo, che svelenisce e guarisce la paralisi dell’amore, la paura di perdersi, alla quale l’incubo della morte ci tiene invincibilmente avvinghiati. E ci fa divenire, invece, capaci di oblatività e tenerezza… fino a donare la vita per i fratelli. Come Gesù, che ha lasciato nella sua vita pieno spazio all’amore.
la risurrezione dell’ultimo giorno
Gli atteggiamenti che Gesù ci testimonia sono necessari a tutti, non tanto per essere in grado di morire, ma per imparare a vivere pienamente. Questo criterio si identifica con quello del Vangelo, dove ciò che dura è “il nome scritto nei cieli” (Lc. 10,20), è la vita eterna, è ciò che trasforma il cuore conformando gli uomini come veri “figli della risurrezione” (Lc 20,37). La morte, infatti, ci chiederà di avere acquisito in modo così completo e definitivo il nostro proprio nome (la propria identità matura) da saperla abitare, senza necessità di altri riferimenti fallaci. L’uomo, infatti, nasce materiale e diventa spirituale, nasce carne e diventa spirito. Questo processo coincide con il divenire persona: l’uomo nasce natura e diventa persona. Nasce necessità e diventa libertà, cioè capacità di amare. La morte chiede di avere raggiunto un tale distacco dalle cose che ci sono servite per crescere, da essere capaci di lasciare tutto senza portare nulla con noi. Mentre le persone debbono essere interiorizzate per potere “partire”, le cose debbono essere “consegnate” perché servano ad altri. La morte quindi chiede ad ogni uomo di imparare a vivere i rapporti con amore gratuito e disinteressato, al punto da consegnarsi interamente, senza trattenere nulla per sé, neppure il proprio corpo, ma di consegnare tutto al fluire della vita. La vita perciò sollecita da ogni persona la disponibilità a lasciare senza riserve tutto ciò che è stato acquisito o accumulato durante l’esistenza. Non è un’imposizione morale, ma un’esigenza fondamentale della vita stessa, affinché possa continuare. L'attaccamento alle cose è come un ostacolo che impedisce il fluire della vita in noi. La vita perciò richiede che si impari a fare a meno di tutto, per concentrare tutta l’attenzione all’essenziale, che consiste nella interiorità.
La capacità di offrire la vita, vuol dire infine imparare a donare la propria morte. Questa è la condizione di una vita di amore: "Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,35). Questo è reso possibile in virtù delle progressive interiorizzazioni delle persone che, amando, stabiliscono in modo definitivo la loro presenza dentro di noi. La morte è perciò una solitudine abitata da molte presenze, se l’esistenza è stata nutrita di amore…
(per l’ultimo paragrafo cfr C. MOLARI, La vita spirituale e la maturità della fede, corso alle Monache 2005, p. 67ss)

sabato 1 novembre 2008

Il tempo e l'eternità

Dall’«avere e spendere» al «donare e spendersi»

Il fascino della giovinezza che non ha mai fine è il grande imbroglio, occulto o palese, che viene teso a tutti noi dalla moda corrente e dai trend che infestano il nostro quotidiano. Per poco che ci si guardi in giro e si osservi, la corsa all’apparire, al coprire le rughe e allo scoprire i corpi, è frenetica e travolgente. Oggi un mercato fiorente è proprio quello del fitness, del lifting, del silicone, del botulino, di una medicina che non garantisce all’individuo di diventare persona sana e vigorosa ma che gli crea l’illusione di un traguardo inesistente e che si sposta sempre più in là. Comunque che gli anni «si tengano»!
Si rimuove, prima di tutto, la realtà. Quindi la mistificazione concerne l’umano in sé.
Cresce così il degrado sotto tutti i profili, perché la vita come dono di incontro con Dio e fra i fratelli non è più considerata come essere insieme pellegrini, viandanti che, tenendo fisso lo sguardo sul Fratello Gesù, corrono incontro al Padre.
Tutto viene scardinato e inizia la grande corsa che poggia su due piedi con due nomi differenti: Avere e Spendere. L’accumulo, allora, diventa il grande scopo e la meta di ogni desiderio, si accumula tutto e di tutto, così che la casa (e le case) sembrano botteghe di cianfrusaglie e conservano, in bella mostra, tutti gli oggetti e dispositivi del proprio «status symbol». Case esibite, non vissute e che si riducono a dormitori.
Avere e Spendere tengono il passo, lo accelerano e vincono primati... fasulli... Conti in banca opulenti che gli eredi consumeranno come neve al sole, irridendo magari alla fatica sottesa. Residenze geniali ed avanguardiste: vuote di figli, di amici, vuote di calore umano. Crociere da nababbi che stordiscono e consentono di pavoneggiare l’abilità del proprio medico estetista.
Quando ci si stende a letto, posto che Morfeo non giunga subito attirato da qualche pillolletta all’uopo ingurgitata, la coscienza (o quel che ne resta) non ha mai un sobbalzo? Se così avvenisse il cumulo non sarebbe ancora diventato spam!
Il guaio reale è che si corre il contagio: spam genera spam!
Eppure tutti muoiono, cioè abbandonano misteriosamente il loro corpo, anche se reso perfetto dal botulino e dai muscoli sodi e lucidi. Se qualcuno sparge le ceneri dei trapassati con intento religioso e mistico, volendoli unire alla creazione, al suo divenire e al suo ritornare al Creatore, quanti le spargono per non avere più un punto di riferimento, cioè la tomba, che diventa terrificante perché ineludibile?
L’amicizia con Dio, avere sperimentato la Sua Presenza, dentro di noi e nella creazione, genera per Avere e Spendere una nuova identità, trasparente e chiara: Donare e Spendersi .
Donare e Spendersi sa guardare ai fratelli e alle sorelle in simultanea con se stesso, le proprie necessità. I propri desideri allora si aprono, comprendono e accettano quelli degli altri. Come non condividere il pane? La libertà della coscienza e della propria religione? Come non desiderare vantaggiosa per tutti una vita ecologica e pacifica? Donare e Spendersi non conosce l’esibizione, la vanagloria, il tornaconto e non apre la carta di credito. Donare e Spendersi si consuma e sa bene che, solo così facendo, apre il tempo all’eternità, a quella vita in cui tutti ci ritroveremo, deposte le nostre spoglie per ritrovarle trasfigurate.
L’alchimia è certa, scatenata da Donare e Spendersi ora, in tutti i momenti dell’esistenza, per costruire quella città celeste, Gerusalemme, costruita da pietre vive: ciascuno di noi nella sua realtà non mistificata.
Allora il morto, morto non è, risulta vivente nel Vivente, il Cristo dinanzi al Padre.
I nostri trapassati, mancati, estinti, con tutti i sinonimi che si possono inventare, indicano persone che furono insieme a noi ma che già stanno creando il noi eterno, in nostra attesa. Morti e, quindi, santi, non in senso canonico ma ormai come persone che poste dinanzi all’ultima decisione del loro esistere hanno riconosciuto in Dio il Volto del Dio dell’Agape.
Donare e Spendersi non camminano soli, dimenticati, gettati nel tempo e nella storia, camminano con tutti i viventi, sempre in lieto e continuo raccordo, una realtà istantanea che batte e precede Skype. A costo zero perché non esiste moneta, non esiste scambio, esiste solo il gioioso condividere.
Il passo Donare e Spendersi, allora, si fa alacre e ogni ruga diventa geografia di vita sulla crisalide che sembra avvizzita ma invece si sta aprendo alla sua maturità, in piena fioritura. Non in solitudine ma già da ora insieme e pur nell’attesa di poter far parte di quel grande cerchio che loda e canta «l’amore che move il sole e l’altre stelle».
di Cristiana Dobner in Sir, 29 ottobre 2008

Totalitarismi: la distruzione universitaria!

venerdì 31 ottobre 2008

La morte: l’eternizzazione nell’aldilà della vita dell'aldiqua

In quella che sarebbe la trentesima domenica del tempo ordinario, quest’anno cade la commemorazione dei defunti. La Chiesa ritiene questa celebrazione tanto importante da farla “prevalere” sulla liturgia della domenica. Ironicamente verrebbe da dire: Come?!? Vince la morte sulla risurrezione?!? Ovviamente no, anzi... Le letture che ci vengono proposte dicono tutt’altro...

Si parte con il capitolo 19 di Giobbe, adatto alla situazione – verrebbe da dire – dato il suo essere uno di quei testi biblici che forse più di tutti esprime il dramma della sofferenza umana; vi si leggono infatti affermazioni quali: «Sappiate che Dio mi ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete. Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia! Mi ha sbarrato la strada perché non passi e sul mio sentiero ha disteso le tenebre [...]. Mi ha disfatto da ogni parte e io sparisco, mi ha strappato, come un albero, la speranza».
Testo adatto alla situazione, si diceva: in effetti, quale situazione più del mistero della morte getta l’uomo nell’angoscia, nel tormento, nello strazio? Quale situazione più della morte ci imprigiona nella sua rete, ci fa esclamare “non c’è giustizia”, ci sbarra la strada, distende su di noi le tenebre, ci fa sentire disfatti, spariti? Quale situazione più della morte ci strappa la speranza?
E infatti, è il fatto di sapere, ad ogni passo, che la morte da qualche parte ci aspetta, che ci toglie il fiato; è il terrore di pensarci destinati al niente, che ci agghiaccia; è il freddo eterno di sapersi dimenticati, che ci annienta...
È questo che fa della morte, non uno dei problemi dell’uomo, ma il problema, perché non si tratta tanto di dover morire, quanto di restare morti...
E Giobbe riesce a dire fin troppo bene lo strazio di questa vita, il tormento di chi si chiede se, in fin dei conti, ci sia davvero un senso, se ne valga veramente la pena, o se invece, semplicemente – come dice il Salmo 90, al versetto 10 – «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo».
In più questo personaggio – a differenza di quanto sostengono i suoi “amici”, che alla sua richiesta «Pietà, pietà di me, almeno voi miei amici, perché la mano di Dio mi ha percosso! Perché vi accanite contro di me, come Dio, e non siete mai sazi di carne?», rispondono «Come lo perseguitiamo noi, se la radice del suo danno è in lui?» - non può essere liquidato annoverandolo tra la massa dei recriminatori cronici... anzi, è uno di quegli uomini che possono permettersi di protestare, anche contro Dio: nella finzione del racconto infatti ha perso figli e figlie e ha contratto «una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo».
La questione è dunque seria... si tratta di un uomo toccato a morte nell’anelito vitale che lo anima, senza che per questo ci siano motivi o colpe, né espliciti né nascosti... è la cieca perfidia del destino – direbbe qualcuno – quella stessa che anche oggi, e sempre per tutta la storia dell’umanità, ha colpito e continua a colpire uomini e donne, madri e padri, figli e figlie...
Eppure... il percorso di Giobbe non si arresta qui, alla disperazione senza senso. Gli rimane una sola, ma incrollabile, certezza: «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!».
Quest’affermazione non va fraintesa: tutto il libro di Giobbe infatti si articola nella sua requisitoria contro Dio, a cui egli imputa di non essere giusto, di non rispettare il canone della giustizia retributiva, per cui ai buoni accadono cose buone e ai cattivi cose cattive. Giobbe è sicuro di non aver fatto nulla per meritarsi le sue disgrazie; è disposto anche ad ammettere di non essere ineccepibile, ma di sicuro, niente di ciò che può aver fatto, è comparabile al contraccambio che gli ha riservato Dio. Velatamente quindi (ma neanche troppo), l’accusa che l’autore di questo libro porta avanti è a una falsa immagine di Dio, a una falsa immagine della sua giustizia, a una falsa immagine della sua responsabilità nelle cause seconde... Il contraltare infatti è rappresentato da questi “amici” che a turno entrano nella discussione e che vorrebbero essere i difensori di dio... di quel dio che però Giobbe non riconosce più come dio.
Ma allora chi è il redentore a cui fa appello nel versetto 25?
È Dio, quello vero!
Questa è l’incrollabile certezza di Giobbe: che il dio della giustizia retributiva, il dio che entra a manovrare la storia dell’umanità, il dio che bisogna ingraziarsi per placarne l’ira, non è il Dio di Israele! Egli è Altro rispetto a queste spiegazioni troppo umane... è il redentore, che avrà l’ultima parola (ultimo, si ergerà sulla polvere).
Giobbe però non riesce fino in fondo a connotare questo vero volto di Dio, a trovare una risposta convincente al problema del male e del morire. Anche il finale del libro, lascia un po’ con la sensazione che ci deve essere di più...
Eppure già in questa sua incrollabile certezza, si può intravedere come in un germoglio, quello che Gesù rivelerà in pienezza: l’inaudita identità di Dio Padre, la cui volontà è che «chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna».
Va subito specificato che questo versetto 40, appena citato, del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, può correre il rischio di essere frainteso... prima di ogni altra riflessione vanno dunque poste due precisazioni, due cattive interpretazioni che vanno evitate:
- la prima è quella che riduce quel «chiunque vede il Figlio e crede in lui» ai cristiani cattolici battezzati, cresimati e comunionati... Quasi che la volontà di Dio sia circoscrivibile ai nostri confini ecclesiali. È vero che ci sono stati periodi storici in cui la posizione della chiesa è sembrata coincidere con questa riduzione, ma va detto che mai è venuto totalmente meno il riconoscimento della libertà di Dio e della sua assoluta possibilità di percorrere altre vie per conquistarsi il cuore dell’uomo;
- la seconda, che quel «abbia la vita eterna», sia immediatamente ricondotto alla vita dopo la morte.
Se fosse vera questa prospettiva, dovremmo dire che la risposta di Gesù a Giobbe, sarebbe quella martiristica – purtroppo spesso in circolazione negli ambienti cattolici – per cui: la vita nell’aldiqua è tutta sofferenza e dolore, per poi però avere una ricompensa nell’aldilà...
È la risposta, che al dramma della sofferenza e della morte, suona come la classica e fastidiosa mano sulla spalla di chi non sa che dire, perché sceglie di non attraversare la drammaticità del problema e quindi al massimo si accontenta di accennare un poco convincente “Vedrai che poi passa”, “Il tempo cura tutti i mali”, “Il Signore scrive dritto anche sulle nostre linee storte”, e via discorrendo... Senza accorgersi che il problema per chi soffre (e dunque per ogni uomo, se non altro perché destinato alla morte) è “Chi sono io di fronte a questa cosa?”, “Che ne sarà di me?”...
La risposta di Gesù invece pare proprio avere la pretesa di arrivare al nucleo incandescente della drammatica mortale dell’uomo. Egli non ha paura di confrontarsi con l’uomo; non ha paura di risultargli – nelle sue risposte – estraneo (come una pacca sulla spalla); non ha paura di non essere all’altezza della profondità della cosa (sa di essere «colui che viene da Dio e ha visto il Padre», la vera identità di Dio così difforme da tutto ciò che l’immaginario umano ha prodotto...); non ha paura neanche di non essere convincente: parla agli uomini da uomo; parla di morte da crocifisso; parla di Vita, da risorto!
Ecco perché ciò che dice risulta credibile: perché la sua vita lo è stata... tanto che un ateo anarchico come De Andrè arriva a dire: «sovrumano è pur sempre l’amore, di chi rantola senza rancore», dove quel sovrumano non vuol dire solo eccezionale, ma divino.
Se Gesù fosse stato uno dei tanti santoni che ogni tanto compaiono sulla scena della storia a proclamare che la morte non è la parola definitiva sull’uomo, tutti avrebbero ritenuto che volesse semplicemente vendere un “buon prodotto”, un’illusione che andava incontro alla paura di morire dell’uomo...
Lui invece ha dalla sua il fatto di avere una credibilità data dalla vita storica che ha vissuto... Acconsentire a questa credibilità è la fede! Dare cioè ragione a quell’uomo (che era anche il Figlio di Dio) che ci ha fatto vedere che la faccia di Dio non è quella così banale e così troppo umana del giudice col bilancino che castiga e premia; e non è neanche quella che inspiegabilmente riduce a non-vita l’aldiqua per approdare alla Vita nell’aldilà... La vera identità di Dio – in Gesù – è quella di chi tiene in mano la vita dei suoi figli; non nel senso che la dirige (Dio non tocca le cause seconde, ma solo l’intimità del cuore umano), ma che le custodisce («questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quanti egli mi ha dato»). Custodisce appunto l’intimità di ognuno, l’identità personalissima di tutti, anche di chi – colpevolmente – la smarrisce («Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»): un’intimità e un’identità che hanno luogo nell’aldiqua! Nascono infatti e si sviluppano nella trama relazionale che sperimentano nella storia... perché cosa può esserci di eterno di mio nell’aldilà, se non quello che vivo, patisco e amo nell’aldiqua?!?
E allora la festa dei morti, diventa davvero la festa della Vita... dell’eternizzazione di quella vita che nell’aldiqua, per ogni uomo e donna che è passato per la storia, ha acquistato uno spessore che Dio non ha lasciato si disperdesse nel nulla!

giovedì 30 ottobre 2008

…i santi senza calendario!

I santi ufficiali del calendario liturgico (sacro), che fin da piccoli ci hanno insegnato a venerare con le preghiere, le immagini e i sentimenti di ammirazione e imitazione, erano quelli ufficiali, pitturati in grande nelle chiese o in formato tascabile nei “santini” di carta pregiata che ci davano per le nostre devozioni… o per ricordo. Ci entusiasmavano, talora, per le loro gesta, o ci stupivano nelle agiografie, piene di miracoli. Nati già santi, o convertiti - sempre comunque troppo più bravi, più perfetti, più fedeli di noi… Sono i santi che hanno percorso il loro cammino, hanno eseguito il loro compito, risposto alla loro vocazione. Magari, anche loro, con tanta fatica, sofferenze, persecuzioni… ma ci sono riusciti! Sono “compiuti”, o come si diceva in latino, sono “perfetti”. Sono iscritti nelle lunghe liste del calendario ed esposti al plauso riconoscente e devoto dei cristiani … normali. Magari ci servono per sollecitare grazie… che non domandiamo direttamente a Dio.
Il vangelo invece ci parla di santi “incompiuti” – che proprio nella loro incompiutezza e piccolezza (o anche peccato e miseria), sono santi, non per quello che hanno fatto o non hanno fatto, ma perché immersi nel mare della benevolenza di Dio.
Santi di un tipo nuovo, inventato da Gesù di Nazareth, che camminando e predicando il suo Vangelo e compiendo gesti di misericordia e guarigione lungo le strade e i villaggi della Galilea e dintorni, fin verso Gerusalemme (dove l’hanno ucciso), ne raccolse folle intere, con grande meraviglia e talora scandalo dei benpensanti. I quali non si rendevano ragione di come – tirandosi dietro tutta quella gente (compresi “pubblici peccatori”, prostitute, impuri, stranieri, donne, bambini…) – senza neanche insegnargli i gesti religiosi e rituali della preghiera, delle purificazioni e dei digiuni - finiva per screditare la vera religione. La frattura con la mentalità ortodossa corrente dei capi, dei sacerdoti e dei teologi, arrivò al punto che congiurarono di ucciderlo. Ma lui continuava a sostenere “un criterio di santità” completamente diverso… che consiste nello sguardo di amore e compiacenza che il Padre (Dio) ha per i suoi figli – comunque siano, anzi ancor più proprio quando sono nel bisogno e nel peccato! Privilegiati nella loro incompiutezza. Come un medico, che si dà da fare per i malati, non per i sani! “…una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”.
Ecco l’elenco nuovo dei santi di un calendario universale (laico): che sono dichiarati “beati”, con un giudizio radicalmente rovesciato rispetto al sentire comune - anche degli stessi interessati, che non gli sembrava vero d’esser dichiarati “beati”. E chissà che faccia sbalordita, a sentirselo dire e ripetere da Gesù!
“Beati!” sono dunque (secondo Gesù!) tutti quelli … che gli mancano le cose essenziali per vivere, spesso afflitti, non gli rimane che piangere, ma mantengono occhi così trasparenti che vedono il bene anche dove c’è solo male. Riescono a restare inermi e indifesi nelle violenze, senza vendicarsi. Implorano giustizia, pace, consolazione e invece soffrono ingiustizie, persecuzioni, maltrattamenti... e morte.
Ecco, la morte! Con tutte le tribolazioni che la precedono, nella vita normale della gente comune, la morte, come sofferenza (incompiutezza struggente di tutta la vita…). La morte è, forse, il grande lavacro di ogni peccato e debolezza, nella misericordia del Padre. Il quale ci promette, appunto, nel vangelo di Gesù, di accogliere ognuno nella sua tenerezza paterna, già anticipata nell’impregnare di “beatitudine”, fin da adesso, le nostre sofferenze e fragilità terrene.
La versione umile della fede, accessibile a tutti, che ci fa tutti santi di questa santità in regalo, è fatta di SPERANZA. Tanto è vero che tutte le beatitudini sono al futuro (meno la povertà, che è già, qui adesso, il suo Regno!). Sono situazioni, dunque, sotto il segno della speranza. È la speranza, garantita da Gesù, di essere guardati bene da Dio (con compiacenza: “beati voi!”). Guardàti bene, anche se deboli e peccatori (e nient’affatto guardàti male e giudicati e condannati, come ogni religione insegnava prima di lui). Ma non è uno scampolo di santità per gente di seconda scelta, non è una svendita a poco prezzo. L’amore è sempre “regalo”, di natura sua, perché non ha prezzo: è troppo prezioso! La benevolenza di Dio è in regalo, ma ha un’esigenza “difficile” per l’uomo normale. “Semplice”, invece, per i piccoli e poveri in spirito. Esige la rinuncia a salvarsi da sé e il totale affidamento a lui! Anche Gesù si è salvato così (…nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a lui! Eb 5,7). E grazie a lui, anche Maria e le altre donne… I discepoli, invece, hanno fatto una fatica immensa a cedere… e non ci hanno creduto. E così l’hanno tradito per presunzione, oltre che per debolezza. Poi si sono ricreduti. Ma proprio con la consegna totale di sé alla misericordia del Padre, Gesù ci ha riconciliati con lui e dunque ci ha davvero “beatificati” dentro, già adesso in questa nostra vita tribolata, ma a lui sorprendentemente gradita (beati!).
Queste beatitudini ci hanno ridonato la speranza: speriamo di credere (cioè di essere fedeli) – speriamo di sperare – speriamo di amare. Anche se … per adesso – noi “incompiuti” – siamo solo un germoglio di credenti. Balbettiamo la nostra fede, che è troppo piccola per riuscire a parlare con Dio, da soli. Già nella nostra esperienza umana, però, viviamo un poco questa dinamica di cui parla Giovanni, nella sua prima lettera. Gli incontri belli e fecondi della nostra vita (di fratelli e sorelle, figli, sposi, padri, madri, innamorati… amici) sono quelli che ci fanno uscire da noi stessi, esplicitando le potenzialità migliori che avevamo dentro… Gli incontri brutti sono quelli che ci fanno diminuire, ci sfigurano, gelano le nostre speranze ancora in bocciolo e i nostri desideri di amare ed essere amati… Così avverrà-(vuol dire Giovanni) , quando gli saremo di fronte … sarà l’incontro più bello! Appena lo vedremo direttamente (a tu per tu : chissà come?), e ci rivolgerà la sua parola, ciò che adesso è in germoglio, come imploso, fiorirà, anzi esploderà. Si espliciterà ciò che già adesso siamo, come scoprire dentro di noi un racconto inedito, che avremmo voluto vivere. E allora “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”: il contenitore affettuoso di tutto le nostre speranze.
Questo desideriamo e crediamo … anche per i nostri cari che sono morti, che non sono tanto diversi dai “santi” di Gesù, e dunque non sono andati a finire rinchiusi in qualcuno dei recinti previsti dalle etichette delle nostre affannate teologie (sheol, limbo, purgatorio, inferno… paradiso).
Quando, dunque, “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”, per tutti finalmente apparirà chiaro quello che, fin dall’inizio, diceva Gesù : e cioè, che il criterio unico di santità non sta tanto nei nostri sforzi (per quanto segno di buona volontà) ma nella misericordia senza limiti del Padre, che ci ha mandato Gesù proprio perché non eravamo capaci di farci santi da soli. Sia per chi lo conosce che per chi non lo sa.

Questa è davvero una “buona notizia”!

martedì 28 ottobre 2008

Passando Parola

di Marco Travaglio
Buongiorno a tutti.
Oggi vi voglio parlare di due sentenze delle quali avete sentito poco.
Di una avete saputo ma senza entrare nel merito, dell'altra proprio non avete sentito mai parlare e non ne sentirete mai parlare, credo.
Cominciamo dalla seconda.
Antonio Di Pietro, qualche anno fa, aveva dichiarato, come molti di noi fanno visto che conosciamo le carte, che Rete4 è abusiva.
Preciso: Rete4, secondo la Corte Costituzionale, da esattamente 14 anni non dovrebbe appartenere a Berlusconi o, nel caso in cui dovesse ancora appartenergli, non dovrebbe più trasmettere sull'analogico terrestre, sui canali che noi vediamo schiacciando il nostro telecomando al numero 4.
Perché nessun privato può possedere più di due reti televisive e Berlusconi ne possiede tre.
Dopodiché, trasmette in virtù di leggi fatte apposta che le consentono di farlo.
Quindi, dal punto di vista delle leggi è strettamente legale quello che avviene, in realtà è incostituzionale e da qualche mese, da gennaio di quest'anno, è anche illegittimo in quanto incompatibile con le normative europee che, come voi sapete, prevalgono: il diritto comunitario prevale sul diritto nazionale, quindi lo dovrebbe scalzare.
Dico questo perché ogni volta che qualcuno dice che Rete4 è abusiva, anche se legalizzata ex-post a fare quello che non si può fare, Mediaset querela.
Io ho avuto molte cause, molti hanno avuto cause per avere detto questa semplice ed elementare verità.
Bene, di solito queste cause vanno a finire bene nel senso che portiamo le sentenze della Corte Costituzionale, adesso anche la sentenza della Corte Europea del Lussemburgo, e i giudici danno ragione.
Questa volta è successa una cosa in più: Di Pietro si è visto dare ragione con l'archiviazione della querela che gli aveva fatto Mediaset per avere detto "Rete4 è abusiva", il giudice ha voluto aggiungere un qualcosa in più.
Vediamo.
La sentenza è del 15 ottobre, sono quattro pagine.
Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Vincenzo Tutinelli, preso atto della richiesta di archiviazione della procura di Milano, del fatto che Mediaset si è opposta alla richiesta di archiviazione, ha tenuto l'udienza e ha deciso di archiviare.
Perché ha deciso di archiviare? Perché non c'è diffamazione nel dire che Rete4 è abusiva.
Perché non c'è diffamazione? Perché Rete4 è abusiva, quindi dirlo non è diffamazione ma è la verità.
Il giudice, che deve essere anche spiritoso, parte dal vocabolario e va a cercare il significato dell'aggettivo "abusivo".
E scrive: "Secondo il vocabolario della lingua italiana, il termine "abusivo" qualifica un'attività fatta senza averne il diritto o l'autorizzazione.
E' noto l'uso del termine con riferimento all'abusivismo edilizio, in cui l'attività così qualificata è quella di avere costruito senza idonea licenza o concessione.
Proprio in riferimento al fenomeno dell'abusivismo edilizio, può essere in qualche modo interessante perché, così come per le trasmissioni televisive in tale ambito - le case costruite abusivamente - sono intervenute delle legislazioni che prevedevano interventi di sanatoria legittimando a posteriori l'abusiva attività svolta in precedenza."
Quante volte, dopo avere costruito una casa senza la licenza, la concessione o i permessi ambientali arriva la sanatoria, il condono e quindi uno dice "io sono in regola".
No, non sei in regola: sei un abusivista legalizzato dai tuoi amici in Parlamento.
"...legittimando a posteriori l'abusiva attività svolta in precedenza".
Quando l'hai fatto non potevi, dopo ti sei fatto mettere in regola.
"Il riferimento all'abusivismo edilizio è, inoltre, interessante perché in tale contesto si è enucleata un'altra categoria di attività abusive, quelle svolte in forza di un provvedimento dichiarato illegittimo".
Ecco l'altro passaggio: quelle leggi che dopo che hai fatto la casa abusiva l'hanno sanata ex-post, sono poi state dichiarate addirittura illegittime, nel caso delle TV naturalmente, dalla Corte Europea di Lussemburgo.
E allora, si passa dalle case abusive alla televisione abusiva.
E qui il giudice - ripeto, si chiama Vincenzo Tutinelli - fa una breve storia, un bignamino, di Rete4.
Dice: "Da tempo le trasmissioni radiotelevisive sono regolate con legge che prevede la necessità tra gli operatori, stante la limitatezza delle frequenze, di un'idoneo provvedimento concessorio da parte dell'autorità statale competente".
La concessione dello Stato a trasmettere, su scala locale o nazionale come nel nostro caso.
Negli atti è richiamato il decreto ministeriale del 1999 che da una parte rigetta la domanda della querelante - Mediaset, per Rete4 - di assegnazione delle frequenze.
Nel 1999 c'era stata, ricordate, la gara per l'assegnazione delle concessioni: Rete4 l'aveva persa, Europa7 di Di Stefano l'aveva vinta e quindi quando Mediaset ha chiesto di nuovo le frequenze per Rete4 gli hanno detto no.
Da un lato il decreto ministeriale del 1999 rigetta la richiesta di frequenze da parte di Rete4, dall'altra la autorizza in via transitoria, dicendo "Continuate pure a usare quelle che già avete, fino a quando l'autorità di garanzia delle comunicazioni - AGCOM - fisserà un termine ai sensi della legge".
Naturalmente l'AGCOM che cos'ha fatto? Non ha fissato nessun termine quindi Mediaset ha continuato a trasmettere in base a questa proroga, illegittima, per anni e anni fino ad oggi.
L'autorità, com'è noto, non è indipendente ma nominata dai partiti.
A quel punto, fino al 2003 non arriva nessun termine dall'AGCOM e allora interviene di nuovo la Corte Costituzionale che come già nel 1994 dice: "guardate che Rete4 deve andare su satellite o essere venduta" e fissa lei il termine: 31 dicembre del 2003.
Terrorizzato, Berlusconi approva la legge Gasparri 1. Ciampi la rimanda indietro, all'epoca avevamo un Presidente della Repubblica che ogni tanto rimandava indietro qualche legge incostituzionale - e a Natale 2003, a pochi giorni dalla scadenza, Berlusconi vara il decreto salva Rete4, poi mette a posto tutto per legge con la Gasparri 2, nell'aprile 2004.
A questo punto ecco che nel 2008 anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee di Lussemburgo si accorge che l'Italia è fuorilegge.
"Ha affermato la illegittimità della normativa che permetteva il differimento degli effetti del provvedimento, autorizzando occupanti di fatto delle frequenze".
Li tratta proprio come degli squatter, come quelli che occupano gli edifici pubblici e ci si installano dentro.
Questi occupano abusivamente frequenze pubbliche.
Sancisce l'illegittimità della norma che consente agli occupanti di continuare a occupare le frequenze, sia pure sempre in via transitoria che è una transitoria definitiva perché non finisce mai!
Qui cita tutta la sentenza della Corte di Giustizia Europea e spiega che conseguenze ha, visto che il diritto comunitario prevale sul diritto nazionale.
"Tale sentenza evidenzia la sussistenza di un contrasto con il diritto comunitario dell'intero sistema italiano televisivo e della prosecuzione delle occupazioni delle frequenze da parte dell'odierna querelante" cioè di Mediaset.
Quello che sta facendo Mediaset è in contrasto con la normativa europea, anche se è legittimato dalle leggi ad hoc italiane che decadono di fronte all'orientamento europeo.
"Afferma il contrasto fra la normativa europea e l'autorizzazione temporanea a trasmettere del soggetto che in precedenza occupava le frequenze."
Questa è la frase fondamentale: "Il giudice nazionale non ha la possibilità di discostarsi dall'orientamento in quella sede europea espresso".
Cosa vuol dire? Il Consiglio di Stato che aveva interpellato la Corte Europea di Lussemburgo per sapere se quello che succede in Italia è o non è in linea con l'Europa, ora che ha saputo dalla Corte Europea che siamo completamente fuori legge, non può fregarsene e fare finta di niente, anzi non può discostarsi da quell'orientamento, deve farlo proprio.
Perché? Perché "ubi maior, minor cessat", la legge italiana conta niente rispetto alla sentenza della Corte Europea, quindi quando a dicembre il Consiglio di Stato dovrà decidere il da farsi sui ricorsi presentati da Di Stefano per Europa7, dovrà fare propria questa roba qua!
Anzi, sarebbe addirittura autorizzato lui stesso a togliere le frequenze a Rete4 per darle a Europa7, perché la legge soccombe rispetto alla sentenza della Corte Europea.
E non c'è niente da fare.
"In ragione di ciò, il carattere della abusività richiamato nelle dichiarazioni incriminate - quelle di Di Pietro - verrebbe a derivare dalla patente di illegittimità conferita dalla sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee all'intero sistema normativo italiano dal 1997 ad oggi, e ai provvedimenti attuativi di tale sistema".
Insomma: "E' ben difficile ritenere diffamatoria un'affermazione fatta da un soggetto" - Di Pietro - quando la medesima affermazione viene di fatto riproposta dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee pochi anni dopo.
Di Pietro ha semplicemente detto ciò che poi ha ribadito addirittura la Corte Europea di Lussemburgo.
Allora due sono le conclusioni.
Primo: a dicembre il Consiglio di Stato dovrebbe, secondo questo giudice - un giurista, quindi capisce di queste cose - farla finita con questo abuso non edilizio ma televisivo, ai danni dei cittadini e ai danni di un concorrente come Europa7 di Francesco Di Stefano.
E questo vi spiega per quale motivo, visto che anche gli avvocati di Mediaset lo sanno, ques'estate il governo ha tentato di fare l'ennesima salva Rete4 per sistemare un'altra volta le sue faccende e l'ha messa da parte perché tanto l'Europa, nella procedura di infrazione che potrebbe nascere, si pronuncerà fra qualche mese.
E adesso, nel tentativo disperato di fare in modo che il Consiglio di Stato non tolga le frequenze a Rete4 cosa ha fatto il governo insieme all'AGCOM, quella rimasta inadempiente per tutti questi anni?
Ha stabilito che le frequenze a Europa7 non gliele dia Rete4, che le occupa abusivamente sia pure autorizzata per legge illegittima.
No, le frequenze si tolgono a Rai1!
Pensate, abbiamo una televisione abusiva e invece di levare le frequenze a lei le si leva a Rai1 che è assolutamente legittimata!
Rai1 dovrà sacrificare una parte delle sue frequenze di trasmissione per darle a Europa7 in modo che Rete4 continui a occupare abusivamente le frequenze che non le spetterebbero in quanto è senza concessione.
Vi rendete conto di quello che sta avvenendo nel silenzio assoluto?
Non c'è nessuno, nemmeno nelle opposizioni cosiddette, che abbia parlato di questo ne abbiamo sentito riferimenti ai conflitti di interessi e alla faccenda televisiva nel meraviglioso discorso di Uòlter Veltroni al Circo Massimo.
Infine, c'è un bellissimo richiamo all'articolo 21 della Costituzione, a dimostrazione del fatto che per fortuna ancora qualche giudice in materia di diritto di critica fa riferimento alla Costituzione.
Dice: "Appare il caso di ricordare che l'articolo 21 non protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che urtano, scuotono, inquietano con la conseguenza che di esse non può predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva".
Certo, se uno si mette a insultare... ma se uno usa dei termini appropriati, può fare anche le critiche più dure.
Perché? Perché la libertà di espressione tutelata dall'articolo 21 della Costituzione non tutela il diritto di applauso ma il diritto di critica, innanzitutto.
E questa è la prima sentenza.
La seconda, almeno ne avete sentito il titolo, è quella che riguarda Calogero Mannino, ex segretario regionale della DC, ex ministro democristiano, trapassato tranquillamente, senza traumi, dalla prima alla seconda repubblica e oggi felicemente seduto in Senato con l'UDC.
L'Unione dei Cuffari, dei Casini e dei Cesa. E anche dei Mannini.
Bene, l'altro giorno è stato assolto nel secondo processo d'appello dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
La formuletta è la solita che mettono quando assolvono un politico coperto di prove: dicono che le prove sono insufficienti.
E' il solito comma 2 dell'articolo 530 del codice di procedura penale, lo stesso che avevano inserito nella sentenza di primo grado che assolveva Andreotti, anche lì per insufficienza di prove.
La stessa che hanno messo quando hanno assolto il presidente della Provincia di Palermo, Francesco Musotto.
La stessa che hanno messo per tanti processi, per accuse diverse ovviamente, a Berlusconi, a cominciare dalla sentenza della Cassazione sulle tangenti alla Guardia di Finanza.
Bene, le sentenze, come è noto, si rispettano, se ne prende atto, si aspettano le motivazioni, se non le si condivide si impugnano nella sede successiva.
Probabilmente la procura generale di Palermo ricorrerà un'altra volta in Cassazione, all'incontrario di quello che era avvenuto la volta scorsa quando Mannino, assolto in primo grado per insufficienza di prove, in appello era stato condannato a 5 anni e 4 mesi, e aveva impugnato la sentenza in Cassazione che gli aveva dato ragione dicendo che la motivazione era scritta male, bisognava riformularla.
Aveva rimandato indietro il processo alla Corte d'Appello per difetto di motivazione perché si rifacesse il processo di secondo grado, lo si è rifatto, i giudici questa volta lo hanno assolto per insufficienza di prove, cioè hanno ritenuto insufficienti le stesse prove che i loro colleghi della stessa Corte d'Appello avevano ritenuto sufficienti.
Stavolta, probabilmente, sarà l'accusa a impugnare davanti alla Cassazione e se così forse potrebbe anche darsi che la Cassazione rimandi il processo indietro per fare un terzo processo di Appello.
Uno dirà "siamo dei pazzi a fare così". Sono i pro e i contro del sistema che abbiamo in Italia, che consente molte impugnazioni e che, consentendo vari gradi di giudizio, prevede la possibilità che ogni volta i giudici valutino il materiale probatorio in maniera diversa da quello dei loro colleghi precedenti.
C'è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto, è sempre così.
E' una valutazione discrezionale.
Che cosa interessa a noi cittadini, a me giornalista?
Interessa soprattutto sapere se ci sono degli elementi dei quali parlare, emersi in questo processo.
Se ci sono dei fatti gravi per il fatto che questo signore fa politica in Parlamento, dei quali possiamo prendere atto a prescindere da che cosa decidono i giudici sulla configurabilità del reato in base a quegli elementi.
Abbiamo dei fatti dai quali partire? C'erano dei fatti che giustificavano quel processo?
Poi l'abbiamo detto: il giudice è liberissimo soprattutto in un ambito così aleatorio come il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, di stabilire che secondo lui è provato lo scambio fra il politico e il mafioso o di stabilire che non è sufficientemente provato lo scambio.
Perché lo dico? Perché questa sentenza è utilissima per capire la differenza che c'è fra una assoluzione - una volta si sarebbe detto - per insufficienza di prove o un'assoluzione per una diversa valutazione delle prove da parte di giudici di vario grado, e invece l'errore giudiziario.
Ogni volta che assolvono qualcuno che era stato arrestato, come in questo caso, oppure indagato oppure addirittura già condannato una volta, scatta subito lo strillo generale: "ecco, era un errore giudiziario!".
Non è mica detto, può darsi benissimo che uno venga arrestato, rinviato a giudizio e poi assolto senza che nessuno abbia commesso nessun errore giudiziario.
Anche perché gli elementi necessari per arrestare qualcuno prima del processo o per rinviare a giudizio qualcuno sono diversi da quelli che sono necessari per condannarlo.
Basta molto meno per arrestare una persona che non per condannarla.
Di solito li si arresta quando ci sono gravi indizi e quando si rischia che quello inquini le prove o intimidisca i testimoni, o commetta altri reati o scappi, rendendo comunque vano il processo.
Per questo che spesso si arresta qualcuno prima del processo: per fare in modo che il processo si possa fare genuinamente.
Se poi al processo non emergono altre cose rispetto a quelle emerse al momento dell'arresto, quello può essere assolto e non c'è stato nessun errore giudiziario.
Gli elementi per arrestarlo c'erano e quelli per condannarlo no.
Bisogna conoscerle le cose per parlare. Qua parla invece sempre chi non sa niente. E allora hanno detto: "visto? Era un errore giudiziario!".
Non c'è stato nessun errore giudiziario nel caso di Mannino.
Mannino è stato arrestato all'inizio degli anni Novanta ed è rimasto in carcere per due anni.
L'arresto non l'ha fatto la procura di Caselli, l'ha chiesto la procura di Caselli.
Due pubblici ministeri, Teresa Principato e Vittorio Teresi, e quell'arresto è stato confermato.
E' stato disposto dal GIP, ovviamente, confermato da tre giudici del riesame. Due PM, un GIP e tre giudici del riesame: siamo già a sei.
Ha fatto ricorso la sua difesa alla Cassazione, la Cassazione si è pronunciata a sezioni unite. Sono in nove nelle sezioni unite: i nove delle sezioni unite hanno confermato l'esigenza di tenerlo dentro, e siamo a nove più sei: quindici.
Dopodiché hanno chiesto la scarcerazione per motivi di salute; il tribunale del riesame di Palermo, altri tre giudici, hanno detto di no.
Diciotto giudici di diverse città, sedi e funzioni hanno deciso che Mannino doveva stare in galera.
E' evidente che non possono essere tutti visionari o avercela tutti con lui.
E allora com'è che è stato arrestato e ora è stato assolto?
Semplice: c'erano gli elementi per arrestarlo e secondo i giudici non c'erano sufficienti elementi per condannarlo.
Secondo i giudici del secondo appello, mentre secondo i giudici del primo appello gli elementi c'erano e gli hanno dato 5 anni e 4 mesi.
Qual è il problema? E' che noi viviamo in un sistema dove ci sono troppi gradi di giudizio, dove troppi giudici mettono il becco.
Naturalmente questa è una garanzia, perché molti occhi vedono meglio di pochi, ma dall'altra parte c'è sempre la possibilità che ogni occhio veda alla maniera sua e che quindi ci siano ribaltamenti di giudizio e di valutazione.
E' tutto fisiologico, anche se sembra strano, sta nel nostro sistema questa conseguenza paradossale.
C'è poi una convenzione, che noi accettiamo altrimenti non staremmo insieme e non affideremmo la giustizia ai Tribunali, per cui ha ragione l'ultimo arrivato.
Alla fine dei ricorsi, l'ultima sentenza, quella che diventa definitiva, è quella buona.
Ma chi ci dice che l'ultima sia quella buona e non fosse meglio la penultima?
E' una convenzione, in questo caso alcuni hanno detto che ci sono elementi altri hanno detto che non sono sufficienti, e intanto vogliamo conoscere questi elementi, in modo che possiamo giudicare almeno la persona?
Dopodiché il reato fa il suo corso, vedremo come finirà, ma a noi devono interessare i fatti che riguardano la persona.
E allora quali sono i fatti?
I fatti sono, per esempio, che Mannino già dal Tribunale che lo assolveva in primo grado era stato giudicato malissimo, dal punto di vista politico ed etico.
"E' acquisita la prova che nel 1980-1981 Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa Nostra Antonio Vella - c'era stato addirittura un incontro in casa con questo farabutto - e in seguito con altri boss della mafia Agrigentina".
Il Tribunale parlava, assolvendolo - il Tribunale che 'gli voleva bene' - di "patto elettorale ferreo, avallato dall'intervento di un mafioso come Vella. Un patto che costituisce una chiave per interpretare la personalità e consente di invalidare buona parte della linea difensiva di Mannino, volta a rappresentarlo come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi" o addirittura vittima di chissà quali complotti.
Nessun complotto, altro che immune da contatti mafiosi: questo sapeva che erano mafiosi, andava lì e faceva un patto elettorale ferreo con i capi mafia di Agrigento.
E poi aveva proseguito negli anni successivi.
Perché allora l'avevano assolto e perché adesso l'hanno di nuovo assolto?
Probabilmente, la motivazione oggi non c'è, abbiamo quella del primo grado, perché "non c'è la prova che l'accordo elettorale abbia avuto a oggetto una promessa di svolgere un'attività anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa Nostra".
Traduzione in italiano: E' provato che abbia fatto un patto elettorale con la mafia, è provato che ha incontrato i capi mafia, è provato che gli abbia chiesto i voti, è provato che quelli l'hanno votato... ma poi Mannino li ha fregati.
Cioè Mannino ha truffato la mafia e non ha dato in cambio quello che loro si aspettavano, o almeno non è provato che lui abbia dato qualcosa in cambio.
In appello, nel primo appello, il procuratore generale Teresi, invece, aveva dimostrato che cosa aveva dato in cambio Mannino, e aveva portato una sentenza fantastica, che è quella sul tavolino degli appalti in Sicilia.
Voi sapete che nelle zone "normali" la corruzione riguarda l'imprenditore che paga e il politico che prende.
In Sicilia e nelle zone di criminalità organizzata il tavolino ha tre gambe: c'è l'imprenditore che paga e dall'altra parte ci sono il politico e il mafioso che prendono.
Nella sentenza su questo tavolino a tre gambe, quello gestito da Salamone, il fratello del magistrato di Brescia. Filippo Salamone l'imprenditore agrigentino che gestiva il tavolino insieme ai mafiosi e ai politici.
C'è scritto che negli anni Ottanta, quando Mannino era segretario regionale, poi diventò ministro della DC, funzionava perfettamente il triangolo con i politici che prendevano i voti dai mafiosi, gli imprenditori che pagavano i mafiosi e i politici in cambio di appalti e i mafiosi che ricevevano appalti in cambio dei voti ai politici e della protezione agli imprenditori.
Sapete com'è andato quel processo? C'erano tre nomi di politici che facevano parte di questo patto, del tavolino: uno si chiamava Sciangula, uno Nicolosi ed era il presidente della Regione, democristiano, e l'altro si chiamava Mannino.
Sono nominati tutti e tre nella sentenza. Quale? Quella che condanna per il tavolino degli affari politico-mafiosi-imprenditoriali gli imprenditori e i mafiosi.
I mafiosi sono stati condannati, gli imprenditori sono stati condannati.
E i politici? Sono stati assolti. Voi capite la differenza che c'è fra un errore giudiziario e una diversa valutazione degli elementi.
Evidentemente quello che fanno i politici è meno grave di quello che fanno i mafiosi e gli imprenditori insieme ai politici.
Qualcuno potrebbe persino pensare che l'errore giudiziario non è soltanto quando viene condannato un innocente ma anche quando viene assolto un colpevole. Giusto?
In linea generale è così: l'errore giudiziario è quando il colpevole la fa franca o l'innocente viene condannato al posto del colpevole.
Ecco, spero che sia chiaro che cosa ho voluto dire: non è tanto importante, agli occhi del cittadino, se un politico ha commesso un reato oppure no, perché anche se si ritiene che non l'abbia commesso, che non ci sia la prova sufficiente che l'abbia commesso, importa se ci sono dei fatti che lo riguardano.
E voi vedrete che se leggerete la sentenza, la pubblicheremo appena ci sarà, le altre le abbiamo messe nel libro "Intoccabili" che abbiamo scritto Saverio Lodato ed io, vi renderete conto che di fatti ce ne sono a carico di Mannino.
Penalmente rilevanti? Non lo so, non spetta a me deciderlo.
Politicamente gravi? Quello si spetta a noi deciderlo!
Andare ai matrimoni dei mafiosi e poi dire "ero lì per la sposa" facendo finta di non conoscere lo sposo Gerlando Caruana?
Strano.
Assegnare le esattorie della provincia di Agrigento ai cugini Salvo, noti mafiosi?
Questo ha fatto Mannino.
Assumere al ministero un certo Mortillaro che era un uomo della mafia, che cosa è? Un fatto.
Andare a casa o ricevere a casa dei mafiosi per fare "patti elettorali ferrei" con la mafia, anche se poi secondo alcuni non è dimostrato il contraccambio, è un fatto grave o no?
E' un fatto grave.
E avanti di questo passo. Far parte del tavolino, ed essere garantiti per i voti, con i mafiosi e gli imprenditori è grave o non è grave?
Bene, di queste cose naturalmente non si è parlato e si è preferito parlare di errore giudiziario come se avessero processato Mannino al posto di qualcun altro.
Non è stato un abbaglio, non è stato un caso di omonimia o un sosia.
Volevano processare proprio Mannino e dovevano processare proprio Mannino perché questi fatti andavano esaminati.
Dopodiché, non basta non essere condannati per poter essere puliti, per poter fare politica a testa alta se si hanno sulla coscienza fatti come questi.
Naturalmente, sono cose che purtroppo non avete sentito e non avete letto, quindi cosa volete che vi dica?
Il solito nostro motto: passate parola.

venerdì 24 ottobre 2008

Il comandamento più grande… è lui!

Un comandamento a più voci
In genere si “comanda” solo ciò che altrimenti non si farebbe. Per esempio, non c’è una legge che ordina di respirare… Eppure, amare è importante, alla fine, come respirare. Solo che, nonostante sia il desiderio e il compito più grande dell’uomo, l’uomo, non lo sa fare di suo. Deve impararlo e ci impiega una vita, e se non gli riesce, spreca la vita! Ma, allora, delle innumerevoli prescrizioni, norme, leggi, comandamenti da osservare (613 secondo i farisei, tra grandi e piccoli), qual è il più “grande”? Gesù non ha dubbi e risponde legando indissolubilmente tra loro i due comandamenti più “grandi”, già contenuti nella Bibbia ( Dt 6,5 e Lv 19,18), frutto maturo e punto d’arrivo del lungo cammino di Israele. Li riporta alla loro intima dinamica, come proposta di unificazione della vita dell’uomo, partendo dal primo. Non solo meta della sua vita, ma sorgente e compiutezza, e il senso di tutta la sua umanità: dei suoi affetti e sentimenti, del suo capire e pensare, delle sue azioni e della sua gioia. “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te… Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. … io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30,11ss).
Il secondo comandamento è simile al primo, secondo Gesù, perché in questo l’uomo rispecchia e avvera la sua somiglianza con Dio, che l’ha creato ed amato per primo, rinnovando, con “il più vicino”, altro da lui, ciò che Dio “fa” con lui! Dio si ama (si impara ad amare) con la totalità del proprio essere, che entra tutta in movimento: cuore, anima, mente… La misura è dunque un’irraggiungibile totalità, perché Dio è senza misura! Ma anche l’uomo, che in questo gli somiglia, ha un desiderio di amore smisurato, e in questo si perde e annega e sembra uscire da sé, ma se ha il coraggio e la grazia di tuffarsi, ritrova se stesso, come raccontano i mistici e… come succede ai piccoli, che sono mistici senza saperlo!
… come te stesso! …il motore della propria irrepetibile originalità!
Nel secondo comandamento, dunque, la misura è diversa: ama il prossimo tuo come te stesso! Viene introdotto un terzo comandamento, che sembra rimanere in ombra, come fosse scontato. La nuova misura del tuo comportamento è tutto ciò che c’è dentro di te, come desiderio di bene, quello che tu vorresti come espansione del tuo benessere e fioritura della tua personalità. Tutto questo, che è spontaneo dentro di te, deve diventare la norma del tuo comportamento con il prossimo, dunque con chiunque a cui tu sei, o ti fai, vicino. L’insegnamento del nuovo Testamento è chiaro e insistente: “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5,14). “Non abbiate nessun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti…- qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso". (Rom 13,8ss). Infatti è questo “il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso” ( Gc 2,8)- Dunque, non si tratta soltanto di una norma in più, cioè un prezioso criterio globale del tuo sguardo e del tuo comportamento nei confronti dell’altro, per custodirlo e accudirlo secondo la misura e la qualità che tu desideri per te stesso. Ma fornisce un principio interiore dinamico, come una forza propulsiva che c’è già dentro di te, e deve orientarsi verso il fratello e la sorella (l’altro più vicino), senza più alcun limite o misura, se non il crescere di te stesso. Man mano, dunque, che tu prendi coscienza di te, patisci le tue esigenze e le tue tristezze, capisci l’attenzione e la tenerezza di cui avresti bisogno, man mano che si dilata il tuo cuore e ti si acuisce la sensibilità e la solitudine… cresce sempre più la capacità di fare bene a tuo fratello, di volere per lui ciò che senti premere sempre più dentro di te, in una dinamica senza arresto. Sempre più forte!... perché tocca la sorgente più intima della vita, dove lo spirito geme la voglia di amore che ci morde per tutta la vita e da cui siamo nati,. Che è l’inventività incoercibile dell’amore. Questo mio desiderio inventivo di bene per me è da assumere come spinta interiore dinamica, sfruttandone la creatività, sempre pronta a intuire e inventare nuove situazioni e impensati spazi di bene e di bello per me, e riversarla sull’altro! Non si tratta di donare o insegnare una cosa o un'altra… ma di investire la propria creatività inventiva, così inesauribile per noi stessi, in questa dedizione senza fine, che proprio perché esalta le potenzialità dell’amore, come voglia efficace di bene, è “il pieno compimento della legge”.

… ma non ne siamo capaci!
… a inoltrarsi un poco su questa strada, si fa in fretta a sperimentare che … l’amore proposto da Gesù, è umanamente impossibile, come fa rilevare lo stesso vangelo, nelle diverse frontiere dell’esistenza. Seguire Gesù a questo modo, nella disponibilità radicale dei beni di questo mondo (vendili e dalli ai poveri!...); nell’indissolubilità della promessa coniugale (ciò che Dio ha congiunto l’uomo non separi, se vuole uscire dalla durezza del cuore!); nella dedizione esaustiva fino al dono totale (il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita a liberazione di tutti…); nell’irreversibilità della sequela di lui (chi pone mano all’aratro e poi si volta indietro, non è degno di me…); nella precarietà di ogni umano riparo (il figlio dell’uomo non ha ove posare il capo…) … non siamo proprio capaci! Ed è giusto e comprensibile che cerchiamo di difendere questa “inattitudine” radicale con leggi e istituzioni, preghiere e devozioni, riti e paramenti… per renderla vivibile, quanto possibile… purché tutto ciò non diventi poi, come per i farisei, il discrimine per ritenersi giusti e giudicare gli altri… L’amore – il comandamento che è lo statuto costitutivo e costruttivo dell’uomo è sempre proporzionale alla libertà raggiunta, non alle pratiche espletate. Per questo si distingue per la benevolenza degli occhi e la mitezza del cuore… La legge o l’autorità, se non sono frutto dell’amore, sono invece inversamente proporzionali alla libertà, e contraddistinguono i loro cultori per l’atteggiamento giudicante e discriminate e quindi per l’aggressività verso… chi non li segue.
Questo discorso è duro…
ma bisogna riportarlo alla sua radicalità evangelica, perché il sale rimanga salato e non si appanni la luce del vangelo, senza la quale tutto si confonde nel grigio scuro dell’incertezza pendolare tra le due tentazione del cristiano di oggi (più che mai!): tornare indietro nelle sicurezze confortanti della legge e delle norme, delle prescrizioni e dei rituali, senza più ricordarsi che è per la durezza del nostro cuore che ne abbiamo bisogno, e che, da sole, non ci convertono, ma piuttosto giustificano le nostre discriminazioni., Ci esimono dal primato dell’amore, per insegnarci quando amare e quando no… quando l’altro è prossimo e quando no… e quando potremo chiudere la porta di casa, senza colpa (Gc 2,15)! Rifugiandosi in un’interiorità idolatrica, perché lì non si sente più il grido di quelli di fuori: del povero, dell’orfano e della vedova… o dello straniero, “che invocano il mio aiuto” – dice il Signore. Non si deve però neanche cadere, per disperazione, nell’altra tentazione: di sbattere la porta tentando di costruirsi, da soli, strade e case proprie, allontanandosi dall’ambiguità delle istituzioni, ma di fatto anche dai fratelli che pensano diverso. (Ancora una volta, è dunque la stessa tentazione mascherata!). Se non si mantengono in cuore, sotto lucida custodia, queste due eterne tentazioni, ci si abbandona alla logica cieca e tendenzialmente omicida del meccanismo immunitario, che elimina l’altro come un ostacolo alla propria salvezza.
Il comandamento più grande … è lui!
I due comandamenti vanno invece in senso contrario. Perciò nella prassi cristiana, sono invertiti o rimane solo il secondo. Ne è prova incontrovertibile la croce di Cristo, icona scandalosa della nuova gerarchia dei comandamenti: l’essenziale è non tradire mai l’amore, che nella storia non ha il volto di dio ma del fratello. Abita nei cocci di un’umanità infranta… vigliacchi, traditori, invidiosi, crudeli, come le folle, i discepoli, i capi… ognuno di noi! Alla fine rimane Gesù solo, ma lui sa che non siamo capaci di amare… anche se ne avremmo tanta voglia! Così inventa un nuovo criterio che va la di là della misura del secondo comandamento… Ad amare il prossimo “come sé stesso” è rimasto solo lui, inchiodato nudo tra due delinquenti! Adesso non ha più niente: ci regala il suo futuro, il paradiso – e il perdono del Padre! E in più, quando tutto è consumato, perché non avessimo ormai più fughe possibili, una nuova ultima correzione: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12).

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici (Gv 15,13)

Il Vangelo che la liturgia ci propone per questa trentesima domenica del tempo ordinario, propone nuovamente il tentativo di uno dei gruppi religiosamente più intransigenti di Israele, di mettere alla prova Gesù: dopo i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo che nel Tempio avevano messo in discussione la sua autorità (Mt 21, 23 ss) e dopo i sadducei che lo avevano interrogato sulla risurrezione dei morti a cui non credevano, ecco ritornare alla carica i farisei, già messi a tacere in occasione della discussione sul tributo a Cesare (Mt 22,15 ss), e che ora ripropongono capziosamente una nuova domanda: «Qual è il grande comandamento?».
La domanda non è neutrale, anzi, il Vangelo stesso sottolinea come essa sia stata fatta «per metterlo alla prova», eppure contiene anche uno sfondo di curiosità sincero: è come se questo dottore della Legge, trasgredendo del tutto la dinamica del Regno, invece di interrogare Gesù perché ha visto in lui qualcosa di promettente, lo interrogasse proprio per vedere se c’è almeno qualcosa di sensato in quest’uomo così strano...
È lo stesso meccanismo malato che già l’Antico Testamento metteva in luce, parlando di Israele nel deserto: l’uomo nella prova, non si fida di nessuno, tanto meno di Dio, e reagisce alla situazione mettendo tutto in discussione, mettendo alla prova ciò che lo circonda, Dio per primo. La prospettiva del Regno invece è contraria: è il dar credito a una promessa iscritta nella vita (presente o passata), per cui val la pena spendersi, comunque.
Ma tornando al Vangelo... Questo dottore della Legge dunque vuol sì mettere alla prova Gesù, ma non tanto o non solo per metterlo in difficoltà («per coglierlo in fallo», Mt 22,15), quanto forse più per vedere se ha veramente qualcosa di interessante da dire. Gli propone perciò una questione “alla moda” nelle scuole teologiche del tempo, cioè quale fosse il comandamento da porre in testa all’elenco.
Gesù, da buon ebreo, risponde citando due testi dell’Antico Testamento:
- Lo šema` Yisrä´ël di Dt 6,4-5, «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l' anima, con tutta la forza», che è uno dei testi fondamentali della spiritualità ebraica;
- e Lv 19,18: «Non vendicarti e non serbare rancore verso i figli del tuo popolo, ma ama il prossimo tuo come te stesso».
Conclude poi la sua risposta con un’espressione dalla portata straordinaria: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Quest’ultima affermazione infatti non è una semplice aggiunta incolore o addirittura tralasciabile: essa piuttosto dà il tono anche a quanto precede, chiarendo soprattutto e indiscutibilmente che, pur citando testi antichi, Gesù vuol dire qualcosa di nuovo e originale.
Dire infatti «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti», vuol dire cambiare, nella risposta, il senso della domanda che gli è stata posta. Lo scriba infatti gli chiedeva quale fosse il comandamento da mettere in cima alla lista dei vari precetti ebraici, ma la prospettiva di Gesù è un’altra: egli pone l’amore (per Dio e per il prossimo) fuori dalla lista degli obblighi e dei doveri dell’uomo religioso. Per Gesù siamo su un altro piano. L’amore infatti non può essere comandato; per definizione non può essere imposto! Esso è dunque di altra natura: non fa parte della lista; piuttosto le dà senso.
Detto altrimenti: con queste parole Gesù prende le distanze dal legalismo, da quella forma deviata della pratica religiosa che vincola la bontà o meno di una persona (e dunque della sua vita e dunque del suo destino post mortem) all’adempimento di precetti e all’assolvimento di regole, senza che l’interiorità si trasformi da cuore di pietra in cuore di carne («Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità», Mt 23,27-28).
È il pericolo più grande di qualsiasi forma religiosa (anche del cristianesimo), di qualsiasi tentativo cioè di regolare il rapporto uomo-Dio secondo parametri universalizzanti. Non che questo non vada fatto, in una certa misura è inevitabile (dovremo pur darci qualche regola: foss’anche solo il mettersi d’accordo per l’orario in cui trovarci per celebrare la messa), ma è un procedimento che va continuamente sottoposto a verifica critica: Gesù infatti è stato chiarissimo nel mostrare come questo sia il pericolo più grande per allontanare gli uomini da Dio. Fargli credere che il loro rapporto con Lui si possa liofilizzare in forme stereotipate, in itinerari spirituali, in precetti morali... Gesù invece ribadisce sempre come questo annichilimento della singolarità di ciascuno sia l’ostacolo più grande per un rapporto autentico col Signore. È ciascuno che il Signore vuole incontrare, per quello che è e là dove è: non quando tutti avranno finito il catechismo, si saranno confessati e saranno in stato di grazia! Tant’è che sono sue le parole «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31), quasi che questi ultimi, privi di qualsiasi impalcatura legalistica (anzi, reietti dai ben pensanti) gli appaiano meno difesi di fronte al venire di Dio, meno “impalcaturati” e dunque più aperti.
Quanto è attuale anche nella nostra vecchia e stanca chiesa cattolica italiana questa presa di distanza di Gesù dal legalismo formale... Lo stesso che denuncia anche il cantautore Jovanotti, quando codice: «c'è qualcuno che va alla messa e si fa anche la comunione e poi se vede un marocchino per strada vorrebbe dargliele con un bastone».
Ma c’è un secondo aspetto di novità che Gesù mette in campo, pur rispondendo semplicemente citando testi dell’Antico Testamento: a ben guardare infatti, mentre il Levitico (al capitolo 19) identifica il prossimo con «i figli del tuo popolo», Gesù, nel Vangelo, pronuncia solo la seconda parte del versetto 18, «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Universalizza cioè il concetto di prossimo! Prossimo non è solo il correligionario, quello della nostra razza o quello del nostro partito; non è solo il nostro connazionale, o il nostro familiare o amico; non è neppure quello che semplicemente la pensa come noi o a cui vogliamo bene... prossimo è chiunque per Gesù... non nel senso scialbo e inverosimile del cattolicissimo “amare tutti”, che troppo spesso equivale ad amare nessuno; ma in quello di Lc 10,29-37, dove a un dottore della Legge che gli chiedeva «Chi è il mio prossimo?», Gesù, dopo avergli raccontato la parabola del buon samaritano, chiede, ribaltando il problema: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è incappato nei briganti?».
Mio prossimo allora è chiunque perché io sono chiamato a farmi prossimo di tutti!
E anche questo quanto è attuale nella cattolicissima Italia, che da qualche mese si è svegliata razzista?
Ma ancora non è tutto... C’è un ultima novità che Gesù mette in campo nella sua risposta sul grande comandamento: il fatto che tenga insieme come in un’incandescente polarità indivisibile l’amore per Dio e l’amore per il prossimo.
Egli prende cioè le distanze tanto da un sempre serpeggiante spiritualismo gnostico, quanto da un altrettanto alienante pragmatismo efficentista.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che se per Dio ci si dimentica l’uomo (spiritualismo gnostico), si svaluta la carne, si disprezza il mondo e ci si estranea dalla storia, beh, quel dio, non è il Dio di Gesù. È lui infatti che ammonisce in Mt 7,21, che «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli»; ed è uno dei suoi a ribadire ancora più radicalmente che «Se uno dice: “Io amo Dio” e poi odia il proprio fratello, è mentitore: chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede».
Ma è vero anche il contrario: chi si dimentica di Dio per l’uomo (pragmatismo efficentista), chi crede che sia sufficiente riempire le pance per fare di un uomo un Uomo o chi pensa che è con lo sforzo volontaristico che si costruiscono le coscienze, beh, ha in mente un uomo, che non è l’Uomo Gesù... Non è l’efficienza a misurare la qualità di una vita: Gesù non ha guarito tutti gli storpi del suo tempo, non ha risuscitato tutti i morti, non si è fatto accarezzare da tutte le donne. Mc 1,34-38 in questo senso è chiarissimo: «Egli guarì molti malati di varie malattie e scacciò molti demòni, ma non permetteva che i demòni parlassero, perché lo conoscevano bene. La mattina dopo, molto presto, alzatosi uscì e si ritirò in un luogo solitario, ove rimase a pregare. Allora Simone con i suoi compagni si mise a cercarlo; e, avendolo trovato, gli dicono: “Tutti ti cercano!”. Dice loro: “Andiamo altrove, nei villaggi vicini, per predicare anche là. Per questo, infatti, sono uscito”». Sta altrove dunque la “misura” dell’Uomo.
Forse proprio nel senso di questo tenere insieme questi due poli dell’amore umano: quello a Dio e quello all’uomo.
Ma cosa vuol dire tenerli uniti?!? Pensare un po’ a Dio e fare ogni tanto l’elemosina che mette apposto la coscienza?
No di certo!
Forse si tratta semplicemente di ricordarsi una verità elementare: che il cuore dell’uomo non è fatto a cassetti; non è che in uno scompartimento c’ho la scorta dell’amore di Dio e nell’altro quello al prossimo. Il cuore amante dell’uomo è uno, lì rifluisce tutta la sua capacità di amare, la sua passione, la sua incondizionatezza, la sua tenerezza; ma anche la sua vigliaccheria, il suo risparmiarsi, il suo tradire... sia Dio che l’uomo!
Ma proprio questa unità del cuore è la possibilità per l’uomo di dire la sua identità: dimmi come ami e ti dirò chi sei...
Lì infatti è iscritta la “misura” dell’uomo. Un uomo è un Uomo quando ama. E amare, com’è ovvio, non è un generico senso di benevolenza o di attrazione, ma è «dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), siano essi uomini o persone divine.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter