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domenica 17 marzo 2013

La novità sempre nuova!

Una Giustizia Nuova

Per un approfondimento “esegetico” del brano rimando al post precedente.
Qui segue lo schema dell’omelia.

Per prima cosa le letture di questa V domenica di quaresima ci insegnano che esiste una NOVITÀ:
Dice infatti la prima lettura tratta dal libro di Isaia: nel passato il Signore che ha fatto cose grandi (“aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli”) ma ciò che ci prepara è infinitamente più grande al punto che per quanto grande fu il passato non vale più nemmeno la pena di ricordarlo! «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa».

Una novità così grande, così al di fuori della nostra esperienza, che possiamo sempre dire di NON conoscerla.

E qual è questa novità?
Ce lo dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi: La Giustizia apportata da Gesù! Paolo parla infatti di “nuova giustizia”! Ecco la NOVITÀ: Quella che ci offre Gesù! Non quella che viene da altro da lui, per quanto sublime: filosofia, legge, comandamenti, religione, morale… La “nostra” giustizia è nuova solo se viene dalla nuova giustizia di Dio rivelata in Gesù Cristo! Per questo, ribadendo lo stesso concetto della prima lettura, san Paolo afferma che tutto, ma proprio tutto ciò che ho conosciuto fin d’ora, è “spazzatura” a confronto di questa novità! Spazzatura eh, e guai a riciclarla!

Quindi NOVITÀ che non cessa mai di essere NOVITÀ, è questa GIUSTIZIA NUOVA!

E in cosa consiste questa giustizia nuova? Ce lo dice il Vangelo con l’episodio dell’adultera:
Ci sono tre personaggi: gli accusatori di un’adultera, l’adultera e Gesù!
Gli accusatori accusano: nessuna comunione anche quando se ne vanno! Non vanno dalla donna a dire «abbiamo sbagliato scusaci!»: Il male è ciò che non crea comunione che sia ARMATO o INDIFFERENTE, sempre assassino è! Al centro la donna, muta, silenziosa, come un agnello condotto al macello! Poi Gesù che prende le difese della donna, e crea vera comunione con lei e, attenti!, la porta a parola! Umanizza!

Per il Vangelo sempre anche quando gli altri se ne vanno la donna resta “in mezzo”! Questo a mio parere sta a sottolineare ciò che è centrale nella GIUSTIZIA NUOVA, nella NUOVA LIBERTÀ: la vera giustizia è quella che è capace di compromettersi per portare a parola a chi voce non ha! (normalmente si dice il contrario in una forma di paternalismo farisaico: dare voce a chi non ha voce!). La GIUSTIZIA NUOVA è una giustizia che si mette sempre e comunque dalla parte della storia fallita di ogni uomo e donna!

Quindi riassumendo l’insegnamento: Siamo davanti a una NOVITÀ che mai possiamo dire di conoscere appieno, e questa NOVITÀ è una GIUSTIZIA NUOVA che è tale perché è SEMPRE DALLA PARTE DI CHI HA SBAGLIATO! Comunque!

Conseguenze:
“Santo” traduce l’ebraico qadosh “separato”: Nel racconto dell’adultera, c’è il rifiuto della santità come separazione: nasce quindi un nuovo modello di santità come commistione!
Nel racconto dell’adultera, Dio non appare più “santo” perché separato, ma “santo” perché si sporca, si immischia con la storia umana: contrariamente a Pilato che se le lava, Dio ama sporcarsi le mani (mi piace pensare a questo significato delle dita nella sabbia di Gesù che rimandano alle mani nel fango di Yhwh nella creazione di Adam il Terrestre)! Così deve fare la chiesa e il cristiano: questo è il vero significato del perdono e quindi dell’amore! (Non si salva il fratello stando fuori dalla storia, nel proprio benessere!).

E allora una Chiesa, un cristiano, un ordine religioso che non scambia e si contamina assumendo su di sé i drammi della vita dell’altro, e che invece si aggrappa alla propria sacrale purezza, cessa di essere “sacramento di liberazione” (cf Vat II). La paura di contaminarsi per timore di perdere la propria identità sacrale fino a “separarsi” dal mondo, dai laici, dagli altri, fa del cristiano, del religioso, della chiesa, la versione moderna del fariseismo!
Ecco perché la Chiesa non può non uscire da se stessa e sporcarsi mani e piedi facendosi missionaria!

Per caso in rete, cercando chi fosse J.M. Bergoglio appena eletto vescovo di Roma, ho trovato questa sua espressione sul tema dell’evangelizzazione, che mi sembra si adatti bene a quanto stiamo dicendo: «Tutta l’attività ordinaria della Chiesa è impostata in vista della missione. Questo implica [che]si deve uscire da se stessi… È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».

giovedì 14 marzo 2013

L'adultera: un testo "blasfemo"

Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, cosi siete voi nelle mie mani (Ger 18,6)

Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa
Sono immagini inaudite quelle di Isaia, umanamente impossibili da credere, non ricadono cioè all’interno della nostra esperienza… eppure è l’annuncio di qualcosa di nuovo per quanto inaudito! Al punto che tutto quello che abbiamo vissuto, esperimentato, per quanto bello, grande e divino, sublime, prezioso, “tutto”, ma proprio tutto ribadisce san Paolo, tutto è “perdita” di fronte alla sublimità della novità di Cristo! Ma qual è questa novità?

Certamente non può essere una novità puramente marginale al nostro comune senso religioso: Gesù non è la ciliegina sulla nostra torta religiosa. Un abbellimento, una facilitazione alla fede, al nostro comune senso religioso. Gesù è “altro” credere, vivere la fede, la religione, la preghiera, la morale, è “altra” veramente altra perché nuova vita.

Lo scopriamo nel Vangelo di questa domenica.

Sebbene quest’anno liturgico si appoggia fondamentalmente sul Vangelo di Luca, in questa V domenica di quaresima la chiesa ci propone il brano evangelico di Giovanni della donna adultera. Perché? Perché in realtà pur essendo collocato in Giovanni è quasi certamente di Luca (e alla sua teologia).

Infatti la Bibbia di Gerusalemme (BJ) alla nota che introduce il brano in esame afferma: Questo brano, omessa dai più antichi testimoni (mss, versioni, Padri), spostato da altri, dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni. Potrebbe essere attribuito a Luca (cf. Lc 21,38+). La sua canonicità, il suo carattere ispirato e il suo valore storico sono in ogni caso fuori discussione. Andiamo allora a vedere la nota chiave (BJ le segna con un +) in Luca 21,38 e leggiamo: Il contatto letterario con Gv 8,1-2 è evidente. Il brano della donna adultera (Gv 7,53-8,11), che molte ragioni invitano ad attribuire a Luca, troverebbe qui un contesto eccellente.

Proviamo a fare una verifica e vediamo che sono, proprio come dice la nota appena letta, letterariamente identici.

Giovanni 8,1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Luca 21,37Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. 38E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo. (Segue il capitolo 22 con l’inizio del racconto della Passione).


Prova ulteriore è che Gv 7,52 continua logicamente in 8,12 e ancora molti commenti esegetici nel commentare il vangelo di Giovanni ignorano completamente l’episodio dell’adultera (vv da 7,53 a 8,11. Così ad es. Henri van den Bussche)...

“Ricostruiamo” allora il vangelo di Luca così come “suggerito” dalle note della BJ.
Che cosa succede? Se nel contesto del vangelo di Giovanni, il brano sottolinea il fatto che Gesù, luce del mondo e acqua viva, è colui che non giudica nessuno e che dal suo giudizio sarà giudicato, in Luca, oltre a tutto ciò, acquista una valenza più profonda e “inaudita”, direi “blasfema” ai comuni occhi e orecchi religiosi e spiegano a mio parere della “censura” di cui è stato oggetto.
Concretamente il brano in Luca diventa una anticipazione di tutto quello che seguirà nella Passione (che inizia subito dopo al cap 22). Ne rivela il significato profondo, né è sintesi e manifestazione “anticipata”: insomma prepara il lettore allo shock con cui Luca guarda e descrive quello che accadrà dopo. Non tanto la crocifissione, ma ciò che nella “Passione” realmente accade nel suo contenuto essenziale!

Allora proviamo brevemente a vedere da vicino questo brano:
Ciò che salta subito agli occhi è la connessione diretta tra il racconto della donna adultera e il racconto della Passione. Per il metodo di scrittura dell’antichità ci sono delle parole chiave che fanno da connessione logica ai racconti. Il lettore è costretto grazie a queste “parole gancio” a fare il collegamento tra i vari episodi e attraverso di esse cogliere una “identificazione” tra i vari racconti…

Per prima cosa notiamo che la famosa frase di Gesù (Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei) non è una semplice frase su un peccaminosità generica. Gesù non sta banalmente dicendo «Ma dai suvvia, anche voi siete dei poveri peccatori, lasciate perdere!». Ma questo lo sapevamo già! (Ecco un buon principio: mai far dire al Vangelo ciò che già sappiamo!)… Oltre al fatto che non si capirebbe perché gli anziani siano i primi ad andarsene! Infatti l’avere più cose da farsi perdonare non dipende dall’età ma dal tipo di vita e da questo punto di vista un giovane può aver più da farsi perdonare di un anziano. In Luca 7,47 questo appare evidente: la prostituta, che evidentemente era nel fiore della propria bellezza giovanile, ha molto amato, perché gli è stato molto perdonato… e se c’era molto da perdonare vuol dire che, nonostante la sua giovane età, aveva molto peccato… Allora perché gli anziani se ne vanno prima? Perché l’adultera non poteva esserlo senza il contributo dell’uomo adultero. Quelle braccia che l’avevano collocata in mezzo pronti per lapidarla erano le stesse che fino a poco prima l’avevano abbracciata… E i vecchi “clienti”, diciamo così, se ne sono andati prima! Il peccato che Gesù ricorda loro è proprio lo stesso per cui volevano lapidare la donna! Questo lo si coglie anche dal finale: va’ e d’ora in poi non peccare più: di quel peccato lì! perché è ovvio che in senso generico certamente quella donna avrebbe peccato ancora!

Proviamo adesso ad immaginarci la scena: cosa abbiamo? Degli “adulteri” che vogliono lapidare un’adultera, posta in mezzo! dall’altra parte Gesù, l’unico non adultero.
C’è una comunione nel male tra la donna e coloro che la voglio lapidare che rompe ogni comunione: prima armata poi indifferente… E apparentemente almeno fino a questo punto, prima della discussione non ce n’è alcuna tra Gesù e la donna.
Gesù all’inizio tace: fa finta di niente? (silenzio di Dio?), “crea” sulla sabbia? traccia il proprio destino? In ogni caso sembra non voler aver niente a che fare con loro…
Resta il fatto che il risultato finale del dialogo è che coloro che erano in comunione nel male con la donna, si dissociano (etimo di diavolo), se ne vanno, ma la donna continua (!) in silenzio (!) a restare nel mezzo: Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo! Logicamente è impossibile che stia ancora in mezzo se tutti se ne sono andati! … Perché Luca insiste sul fatto che sia “in mezzo”?

Il rimando è al racconto della passione a cui la “parola gancio” “in mezzo” rinvia! Luca nel racconto della crocifissione è il solo che dice esplicitamente che Gesù è in mezzo e perché non ci siano dubbi in proposito lo specifica: uno a destra e l’altro a sinistra ai due ladroni (letteralmente: i senza-legge: i senza Torah! i senza Dio!).
Ora qui l’adultera si trova in mezzo proprio come Gesù sarà in mezzo ai senza-Dio: e al lettore attento non può non scattare l’identificazione adultera≡Gesù o meglio, nel racconto della passione, Gesù≡adultera! (l’adulterio è il peccato di Israele verso Yhwh! (idolatria): Negli oracoli dei profeti, e particolarmente di Isaia, Osea ed Ezechiele, il Dio dell’alleanza-Jahv “viene rappresentato spesso come sposo, e l’amore con cui egli si è congiunto ad Israele può e deve immedesimarsi con l’amore sponsale dei coniugi. Ed ecco che Israele, a causa della sua idolatria e dell’abbandono del Dio-sposo, commette davanti a lui un tradimento che si può paragonare a quello della donna nei riguardi del marito: commette, appunto, «adulterio». Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 20 Agosto 1980)
L’associazione immediata è blasfema per la religiosità umana e domanda un salto verso una fede veramente nuova e religiosità altra (cfr prima e seconda lettura). Perché se qui è l’adultera che ha il posto che avrà Gesù, dopo nel racconto della crocifissione è Gesù che ha il posto dell’adultera: “in mezzo”! E quindi nella crocifissione Gesù si identifica con quest’adultera (non quindi con una semplice peccatrice!!) che tutti volevano uccidere, lapidare, crocifiggere! Quando affermiamo che Gesù il giusto è morto da ingiusto, da peccatore, rendiamoci conto che sono espressioni astratte: noi non abbiamo idea, per l’abitudine forse, di che cosa questo significhi concretamente! Gesù insomma assume quel/ciascun concreto e particolare peccato storico che commettiamo.
Salvare, liberare cioè qualcuno, è prendere il suo posto, assumere, portare su di sé il peso della sua storia… altro che “fare la carità”, perdonare le offese facendo finta di niente… ecc.

La donna, il suo essere chiamata così “donna” (cf “Ecco l’uomo” di Pilato), il suo stare in mezzo, il suo subire in silenzio… non possono non rimandare per immediata associazione di immagini, all’Agnello-Gesù della Passione.

Così il risultato finale dell’episodio dell’adultera è l’immagine capovolta della scena con cui è iniziata, è speculare ad essa… l’effetto voluto da Luca è un Gesù che in qualche modo, prende il posto “relazionale” di coloro che la volevano lapidare prima e se ne vanno poi (relazione senza comunione), per liberarla (relazione che crea comunione) e portarla finalmente “a parola”! Solo la comunione instaurata da Gesù dà vita: e finalmente la donna “parla”! e la sua risposta (“nessuno”) è di perdono verso quelli che volevano lapidarla e che andandosene, non instaurano affatto comunione, cioè non vanno da lei “scusandosi” di quello che stanno facendo. Non si convertono nel perdono reciproco). Ed è nello stesso tempo un riconoscimento di Colui da cui viene questa sua capacità di perdono: “Signore”…

La domanda a cui Luca vuole rispondere quindi è “come concretamente Gesù ci salva?”. La risposta qui e nel cap 22 che segue è che avviene in qualche modo uno “scambio” di posizione tra il Giusto Gesù e l’ingiusto peccatore concreto ed è questo scambio che permette all’uomo, qui donna, peccatore di non peccare più (è reso libero!), di diventare “giusta” perché giustificata, ma per fare questo Gesù deve assumere esistenzialmente il destino dell’“empio”, distruggendo l’empietà, la rottura della comunione, coll’abbandono al Padre.

Infatti la scena finale è shoccante: se si guarda l’episodio dall’inizio si vedono gli adulteri che rompono la comunione con la donna adultera, se la guardi dalla fine si vede Gesù che instaura invece la comunione. La donna sempre in mezzo fa da “medium” letterario… ancora… se Gesù instaura una comunione con l’adultera… ebbene ne condivide il destino, e la condanna!
Il risultato è che Gesù, agli occhi di chi legge, appare “adultero”, “prostituto” lui stesso: come ogni uomo che pecca (cfr quanto detto dai profeti dell’AT)!

Si può comprendere adesso, come l’immagine, troppo forte dell’autore lucano, abbia spinto molti a censurare la pagina… o a metterla in un contesto dove questo appare meno evidente per non dire occultato completamente (ecco una prova che mostra la necessità di collocare un testo/brano/fatto/parola nel contesto, per coglierne il suo vero significato). Ma così facendo non si dà ragione della Croce: del perché della “necessità” di una morte così e del perché una morte così “ci” salva. E “salva se stesso” (cf Lc 23,37.39) cioè Gesù stesso, portando a perfezione la sua comunione col Padre (cf Lettera agli Ebrei 5,8)

Aggiungo come questo “in mezzo” è ulteriormente sottolineato da Luca nell’ultima cena, mettendo in bocca a Gesù le parole del profeta Isaia, che gli altri evangelisti invece omettono: «e fu annoverato tra gli empi» (Lc 22,37; cfr. Is 53,12d) e poco prima, afferma: Io sto in mezzo a voi come colui che serve (22,27). A neanche 30 versetti dallo stare in mezzo dell’adultera: l’aggancio è troppo evidente per essere ignorato e non scandalizzare il senso religioso comune!

Conclusione provvisoria (perché il Vangelo è sempre un testo aperto a nuovi approfondimenti e acquisizioni)
1) La salvezza che ci viene da Gesù e a cui ci stiamo preparando non si attua nel suo doloroso morire, e nemmeno nel suo morire da “vittima innocente” (sarebbe uno dei tanti “errori giudiziari”!), né basta che sia un Dio a morire così. L’azione salvifica di Gesù consiste nel suo assumere la nostra vita “di” senza-Dio per introdurvi il Padre! Questo, significa la sua morte ignominiosa – “da” senza-Dio – della Croce! E infatti questo significa la “croce”, non tanto sofferenza, ma ignominia! Gesù “deve” assumere la nostra vita fallita, fin nella nostra morte totale per poterci dare – nel rispetto della nostra storia (senza dannarci cioè distruggerci fissandoci nel nostro fallimento e schiavitù!) – la sua Giustizia, il suo modo di essere, il suo modo di affrontarla, di viverla da Giusto. Quel “come” un malfattore va preso quindi in senso letterale, di vera “assunzione di destini” (da cui il termine “Paraclito”) nel quale prende realmente su di sé l’autodistruzione della nostra vita, i fallimenti dell’umanità, il nostro inferno quotidiano!

Immediato viene il rimando alla vita dei santi (Teresa d’Avila, suor Faustina, ecc.) che hanno fatto l’esperienza misteriosa di assunzione delle prove, tentazioni, di coloro che avevano a cuore o in cura. Es. letterario lo troviamo nel Dialogo delle carmelitane di Bernanos: la priora che fa esperienza della morte “disperata” della consorella affinché lei possa fare esperienza della sua morte pacificata! La “comunione dei santi” è questa comunione di storia!

2) Luca dice nel suo vangelo che solo l’“assunzione” dei drammi del fratello/sorella, libera veramente. Ciò che Luca vuol dire non è ancora sottolineato nella predicazione e nella vita della chiesa che spesso riduce la Croce a dolorismo!
Una chiesa che non scambia e si contamina assumendo su di sé i drammi della vita dell’altro, che invece si arrampica alla propria sacrale purezza cessa di essere “sacramento di liberazione” (Vat II). La paura di contaminarsi per timore di perdere la propria identità sacrale fino a “separarsi” dal mondo/laici/altri, fa del cristiano un neofariseo (significato di fariseo è: separato)! Insomma una Chiesa, un cristiano, un ordine religioso, che non “scambia”, che non si contamina, che non assume, per paura di perdere la propria sacrale identità personale o carismatica, fa del cristiano, religioso, chiesa, la versione moderna del fariseismo.

“Santo” traduce l’ebraico qadosh “separato”: Nel racconto dell’adultera, nello scambio, c’è il rifiuto della santità come separazione: nasce quindi un nuovo modello di santità come commistione!
Nel racconto dell’adultera, Dio non appare più “santo” (separato) ma immischiato con la storia umana: contrariamente a Pilato, Dio ama sporcarsi le mani! Così deve fare la chiesa e il cristiano: questo è il vero significato del perdono e quindi dell’amore! (Non si salva l’umanità standone al di fuori!)

Cristiano implica convertire anche parole: Quindi propriamente parlando “santo” è solo Dio: inaccessibile, separato da questo mondo, trascendente. Nell’ebraismo più correttamente l’uomo che vive in pienezza di Dio è Giusto! L’uso comune che ne facciamo non consente cogliere il suo autentico significato biblico!

Ecco perché quel “in mezzo” di Luca appare ancor più “osceno” cioè fuori da ogni scena religiosa! Il Dio di Gesù Cristo già con l’Incarnazione rifiuta questa accezione di santità. Santo è colui che non si lava le mani, ma si sporca mani e piedi e rischia anche di “dannarsi” (Rom 9,3: Infatti desidererei essere io stesso anatema e separato da Cristo per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne) – di separarsi da un certo Dio – pur di non abbandonare il fratello al suo disperato destino! Ecco perché la Chiesa non può non essere missionaria! E missionaria così!

martedì 12 marzo 2013

V Domenica di Quaresima


Dal libro del profeta Isaìa (Is 43,16-21)

Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 3,8-14)

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

P. Giuliano Bettati definiva il brano del vangelo che la Chiesa ci propone per questa quinta Domenica di Quaresima «Un racconto imbarazzante». Scriveva infatti: «Questa pagina è sempre stata, fin dagli inizi, per i tutori della legge, per i responsabili delle chiese, per i crociati della giustizia, un racconto imbarazzante… Al punto che questa pagina del vangelo… non sapevano dove metterla, così che in taluni codici antichi era inserita nel vangelo di Luca, in altri in quello di Giovanni, in altri non c’era proprio – mentre era nota e accolta dai Padri latini come Ambrogio, Girolamo, Agostino (che pensava fosse stata censurata perché ritenuta troppo indulgente con le donne). Ne hanno discusso perfino al Concilio di Trento che ne difese la canonicità – cioè il fatto che, ovunque fosse collocata, era un pezzo del vangelo!».

Anche la collocazione che – alla fine – hanno scelto di dargli, però non è priva di interesse.

Siamo al capitolo ottavo del vangelo di Giovanni. Gesù si trova a Gerusalemme dove – come ci informa Gv 7,1-10 – è salito con i suoi fratelli per la festa delle Capanne. Nonostante vi si fosse recato «non apertamente, ma quasi di nascosto» (7,10) – dato che dopo l’ultima volta che vi era stato «non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo» (7,1) – suscita subito un certo vespaio: «I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: “Dov’è quel tale?”. E la folla, sottovoce, faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: “È buono!”. Altri invece dicevano: “No, inganna la gente!”. Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei» (7,11-13).

In mezzo a questo rincorrersi di voci e pareri sul suo conto, Gesù pensa bene di recarsi al Tempio e mettersi ad insegnare (7,14): «I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”» (7,15); altri dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia» (7,25-27); fino a giungere al commento dell’evangelista stesso, che dopo i vari tentativi di risposta di Gesù, annota: «Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora» (7,30).

La situazione si ripete diverse volte, fino all’ultimo giorno della festa, quando sacerdoti e farisei sgridano le guardie per non aver condotto da loro Gesù in catene: «“Perché non lo avete condotto qui?”. Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato così!”. Ma i farisei replicarono loro: “Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”. Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!”. E ciascuno tornò a casa sua» (7,45-53).

Proprio a questo punto inizia il nostro capitolo 8, con Gesù che si reca «verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro » (8,1-2). È a questo punto che scribi e farisei gli conducono la povera donna «sorpresa in flagrante adulterio» (8,4), che – come ormai dovrebbe essere chiaro – non è affatto il centro del brano, non è il problema dei farisei, ma mero espediente per colpire Gesù: «La posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (8,4-6).

Gioco antico, questo del sacrificio del piccolo, del povero, del diverso, della donna, dello straniero, per logiche di potere altre… antico e però ancora molto attuale. Gioco, il cui capro espiatorio è necessariamente un signor “nessuno”, senza volto, senza nome, senza storia, senza possibilità di parola. Capro espiatorio che per forza deve essere “nessuno”, perché se fosse “qualcuno”, potrebbe esserci chi lo riconosce, chi lo reclama come suo, chi lo difende… Questa donna invece non è nessuno. Nessuno dice come si chiama, chi sono i suoi genitori, chi era suo marito e perché lo tradiva (molte donne nella Palestina del tempo erano lapidate come adultere perché, in realtà, violentate dai soldati romani – ma contro Roma i farisei non si mettevano…), se aveva figli a casa che la aspettavano… Niente: un mero espediente anonimo per arrivare a “stanare” Gesù – minaccia del potere costituito.

Concretamente, la trappola che viene ordita per metterlo in scacco è quella di infilarlo in una strada senza via d’uscita, «nella tenaglia tra la legge e la coscienza (la coscienza della mente e del cuore): o Gesù disprezza la legge e invita a non osservarla, oppure consente all’uccisione dell’adultera, rinunciando alla sua stessa umana esperienza di amico misericordioso dei peccatori, venuto per guarirli, non certo per eliminarli. I peccatori, almeno così gravi, andavano stroncati o no?

La donna è posta in mezzo – come peccatrice”: la legge e i suoi difensori pongono al centro dell’attenzione anzitutto il peccato, e così chiudono il peccatore nella sua gabbia di impotenza.

Scribi e farisei sono spinti non semplicemente da una legge, ma da un meccanismo che ha tenuto insieme la società per millenni, scaricando l’aggressività dei singoli e dei gruppi nell’espulsione dei diversi, nei processi e conseguenti roghi di streghe o eretici o zingari od omosessuali… o peccatori, comunque. Si ricompatta così la coesione, scaricando le forze centrifughe e disgreganti che covano in ogni aggregazione sociale sul presunto aggressore… La loro domanda a Gesù è chiaramente coinvolgente: vogliono il consenso di Gesù per una coesione omicida in questa esecuzione collettiva! Il peccato infatti è flagrante. La peccatrice è già condannata : Ma tu, sei d’accordo o no? Gesù si china, in qualche modo si sottrae alla tenaglia della domanda. Apre un altro orizzonte. Un sentiero sull’acqua? Qualcosa del genere, perché scrive sulla pietra (erano nel tempio lastricato!)… Cosa sta scrivendo? Forse vuol dire soltanto che quello che è scritto nella legge è scritto ancora sui cuori di pietra… insensibili all’amore e al perdono, impietriti nel passato. Ma quelli insistono ad esigere una risposta. Allora Gesù li spinge a scavare dentro di sé anzitutto la falsità della loro coesione contro il peccato di lei… poiché tutti, anche loro, siamo sepolcri imbiancati. Come possiamo partecipare alla condanna capitale di chi è come noi? Non sono loro, giusti, di fronte ad una peccatrice: ma tutti sono peccatori, di fronte a peccatori… Lei è solo l’anello debole della catena del peccato. Chi peccava con lei è tra loro, impunito! E le pietre cadono loro dalle mani! La donna rimane al centro, ma non è più “la peccatrice”, ma soltanto una donna ferita e spaurita, e forse anche sbalordita, dall’accaduto».

Non solo tutti se ne sono andati, ma lei, da quel giovane uomo saggio che scriveva per terra, non era stata considerata nessuno, ma qualcuno. Quello sconosciuto l’aveva guardata con uno sguardo diverso da quello con cui tutti gli altri uomini la guardavano. Davvero aveva aperto una strada nel mare, come diceva Isaia.

Gesù con una semplice frase, infatti, ha costretto gli astanti a prendere coscienza che quella che loro consideravano una donna-fantoccio, senza alcuna consistenza umana (senza storia, senza nome, senza relazioni…), utile per il loro fine di mettere in scacco Gesù, in realtà è qualcuno. “Lei” è un volto, un corpo, una storia, contro cui (se ancora lo si vuol fare) lanciare, a titolo personale, però, e non nascosti nella mischia, una sassata, che deturperebbe quel volto, macchierebbe di sangue quel corpo, porrebbe fine a quella storia… Da caso legale anonimo a persona a cui è ridonata la pienezza della sua umanità riconosciuta.

Alla fine «non è rimasto nessuno… dunque non c’era un giusto in quella folla di paladini della giustizia, che potesse lanciare per primo la pietra»… Proprio come noi… che così spesso ci dimentichiamo che custodiamo, proprio come il peggiore dei peccatori che biasimiamo, il pungiglione del male conficcato nella carne.

Infatti tra quelli, un giusto, «veramente c’era… l’unico rimasto con lei! Ma era colui che aveva detto che il compimento vero della legge era di non giudicare né condannare mai nessuno, ma essere misericordiosi come il Padre. Gesù ci ha insegnato, infatti, che ognuno di noi peccatori, smette di giudicare gli altri quando comincia a giudicare se stesso, ed ogni condanna sugli altri è il tentativo drammatico di nascondere la trave nel nostro occhio, che ci autocondanna».

Quegli uomini, a partire dai più anziani, in quel momento l’hanno capito… le parole di Gesù hanno come bruciato questo meccanismo del giudizio sull’altro che lo sottrae, nel nostro orizzonte, al considerarlo carne della mia carne.

Ma Gesù vuole che nemmeno lei si condanni, ma si apra alla fede nel perdono, che «è sapere che c’è un momento, uno sguardo, un brivido di attesa e di angoscia … nel quale sei solo di fronte a te stesso… e lui non ti rimprovera (come tutti fanno, anche fossero così gentili da stare zitti... e andarsene, senza condannarti!). Perché in quel momento sono io che condanno me stesso, senza rimedio – ed è il giudizio più “desolante” – che lascia più soli! Ma lui è lì, e non ti condanna: “Donna, nessuno ti ha condannato? Neanch’io ti condanno!”».

La riapre così alla vita: la donna, secondo la legge, era adultera e andava punita. «Secondo Gesù è anzitutto “donna” … e bisogna aiutarla a riprendersi in mano il suo futuro. E questo la legge non può capirlo. Ma il “Giusto” la difende (“Per il giusto non c’è legge!”, dirà Giovanni della croce). È venuto infatti… “a proclamare ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi…”(Lc 4,18). Noi usiamo dire che la fede è l’adesione ai dogmi che ci vengono insegnati. Ma la fede è soprattutto questa apertura verso il futuro, a cui Gesù la invita».

Perché: «Perdonare è dare (e ricevere!) la possibilità di ricominciare la vita» (don Michele Do).

 

Un’ultima cosa… il capitolo ottavo di Giovanni – dopo che sulla scena ricompaiono dei “loro” a cui Gesù rivolge nuovamente la parola e fa un lungo discorso (8,12-58), che si conclude con la pretenziosa frase «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono» – finisce così: «Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui» (8,59)…

martedì 5 marzo 2013

IV Domenica di Quaresima


Dal libro di Giosuè (Gs 5,9-12)

In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2Cor 5,17-21)

Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa Quarta Domenica di Quaresima è uno dei miei preferiti… Certo, è molto noto e il rischio di affrontarlo in una maniera un po’ “facilona” è alto, eppure, se proviamo a lasciare per un attimo da parte le ovvietà sentite troppe volte, una cosa mi pare emerga con evidenza: questo testo – in maniera immediatamente limpida – mostra chi è Dio e chi è l’uomo, come è fatto l’uno e come è fatto l’Altro.

Vorrei oggi provare a leggerlo così, da questa prospettiva.

Chi è l’uomo?

È colui che – a prescindere dalla sua situazione esistenziale, morale, anagrafica, ecc… – fraintende l’identità di Dio.

L’uomo infatti, nella parabola, è rappresentato dai due figli:

-          il primo – quello più giovane, quello che se ne va – ha un’idea del volto di suo padre – che nella finzione letteraria rappresenta Dio – più o meno di questo tipo: mio padre è colui che mi consegna una vita opprimente, non libera. Qui da lui non mi è dato di vivere una vita vera, piena, appassionante. L’unica via d’uscita è andarsene, perché egli mi costringe dentro ad uno stile di vita limitante, oscurantista, bigotto.

-          il secondo – il maggiore, che resta – ha anch’egli un’immagine distorta di chi sia suo padre. Certo, resta, ma per paura. Paura del padre, paura delle conseguenze di una dipartita, paura di perdere l’eredità… La sensazione è quella di chi resta, patendo, ma sperando che un giorno – alla morte del padre – finalmente si potrà fare come dico io, sarò io il padrone e potrò disporre di tutto a mio piacimento.

Fuor di metafora, i due figli – che possono tanto indicare due modalità di essere uomo su questa terra, diciamo, due gruppi di persone (quelli che si sentono “ribelli” e quelli che si sentono “sudditi”), quanto due personalità che abitano il cuore di ciascuno (tutti ci sentiamo un po’ sudditi e un po’ ribelli) – sono due misconoscimenti speculari del volto di Dio: l’uomo – sembra dire la parabola – è colui che, o per un verso o per l’altro, fraintende il volto di Dio, proprio come narrava il mito di Genesi 3, che non a caso è archetipico per l’identità del cuore umano. L’uomo è colui che quando pensa Dio, gli si relaziona, abita la sua casa, lo pensa come qualcuno che in fin dei conti è un oppositore, uno che – solo essendoci – pone resistenza alla sua vita piena: una presenza ostile (“nemica”) di fronte alla quale o ci si ribella o si subisce, aspettando tempi migliori.

E invece – chi è Dio – secondo la parabola?

Per rispondere alla domanda, c’è poco da elucubrare arcani pensieri… si tratta di guardare l’agire di questo padre (come per tutti – infatti – anche per lui si capisce chi è guardando a come agisce, è infatti da come agiamo che mostriamo chi siamo). E il suo agire, come quello di tutti, è fatto di gesti e parole. Innanzitutto questo padre è colui che di fronte alla ribellione del primo figlio, non dice nulla, non gli fa discorsi retorici, non lo minaccia, non lo ammonisce. Semplicemente fa come il figlio gli chiede: «divise tra loro le sue sostanze».

Si potrebbero fare molte osservazioni su questo atteggiamento iniziale del padre, sulla concezione pedagogica che egli ha, o forse – più radicalmente – sul rispetto per l’identità di suo figlio che egli serba in cuore. E si potrebbe mettere in relazione l’atteggiamento di questo padre con il nostro, personale ed ecclesiale, di noi – a cui come dice Paolo – è «affidato il ministero della riconciliazione […] perché potessimo diventare giustizia di Dio»… ma sono pensieri che allungherebbero troppo questa riflessione… Basti solo porsi un paio di domande: “Che tipo di rapporto ha in testa Dio con me, se di fronte alla mia ribellione, fa come dico?”, “Avrei mai pensato ad un riconoscimento così alto della mia dignità di uomo?”, “E noi, che dignità riconosciamo agli altri uomini, che – a differenza di noi – hanno il coraggio di ribellarsi ad un volto di Dio che credono opprimente?”.

Ma torniamo a questo padre… Finora, nella parabola non ha detto nulla: ha solo diviso le sue sostanze (la sua vita) tra i figli, così come il più piccolo e scapestrato gli aveva chiesto. Quest’ultimo vive la sua avventura e sappiamo come va a finire. Ebbene, tornato a casa… «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa».

Stavolta il padre agisce e parla e ciò che dice – attraverso gesti e parole – ci mostra chi egli sia davvero: uno a cui continuiamo ad interessare noi; uno che nel suo cuore sa non dare peso (non rendere grevi, gravi!) a quelle nostre scelte che potevano impensierirlo, preoccuparlo, forse anche deluderlo e farlo soffrire, perché sa spostare tutto il peso del cuore verso il bene che prova per colui che è sempre rimasto suo figlio (anche prima che “ritornasse in sé”, prima che “si ravvedesse”, diremmo noi, inguaribili moralisti… a cui dà un po’ fastidio forse che questo padre, a differenza di quanto spesso predichiamo, custodisce la dignità di figli anche per quei peccatori, che non si pentono!); questo Dio è un padre il cui cuore non ha spazio per il “giusto” risentimento, per la “giusta” necessità di un risarcimento per il danno arrecato, per la “giusta” diffidenza verso uno che si è appena mostrato inaffidabile (gli rimette l’anello al dito, che era il libretto degli assegni di allora!), per la “giusta” delusione e desolazione… Tutta questa “giustezza” / “giustizia” non è la sua… Siamo noi che siamo sempre alla ricerca di ragioni per avere ragione… perché finalmente sia riconosciuta universalmente la legittimità del nostro risentimento… Non così per Dio… perché il suo cuore funziona diverso: la passione per il figlio vince sempre, è incontenibile la gioia nel vederlo fare capolino da lontano che gli sprizza tutta fuori, contro ogni buon senso e teoria pedagogica che forse avrebbe consigliato altro…

Come noi… che forse avremmo consigliato altro a questo padre… Esattamente come l’altro fratello… che non vuol saperne di entrare!

Ed ecco di nuovo il padre: ecco di nuovo i suoi gesti e le sue parole. «Suo padre allora uscì a supplicarlo. […] “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Anche verso questo figlio il padre esce… e si spiega…

È cambiato l’interlocutore, ora il figlio è l’uomo che si è sempre sentito suddito, ma comunque nel giusto, o la parte di noi che pensa così (questi sono infatti i veri destinatari della parabola: i farisei e gli scribi che mormoravano tra loro: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»… e in quanti o quanto siamo ancora oggi fatti così…). È cambiato interlocutore, è cambiato il figlio... ma il fraintendimento sul volto del padre è il medesimo, come dicevamo all’inizio… Ecco perché medesima è anche la riaffermazione – nelle parole di Gesù – del volto autentico di Dio. Anche verso questo figlio vince, su ogni altra considerazione, il desiderio di un abbraccio… Esce… Gli parla… E chissà quanto fremeva dentro, perché finalmente il cuore dell’altro si sciogliesse, gli togliesse il muso e facesse ricircolare nelle vene il calore dell’affetto, della consegna, della fraternità (tornare a chiamare suo fratello “mio fratello” e non “tuo figlio”).

Ma la parabola ha una finale aperta: cioè non finisce. Non si sa se questo fratello maggiore rientra, oppure no, a far festa con suo padre e suo fratello.

Gli esegeti dicono che la finale è aperta perché siamo noi questi fratelli maggiori a cui è rivolta la domanda, se rientrare o meno… Fuor di metafora: se essere figli di un Dio così, o continuare a voler essere sudditi di un dio che non esiste se non nelle nostre teste… che sarà anche meno appassionante, ma di certo è più consolante, perché mette le cose in chiaro: il bene ai bravi, la punizione ai cattivi e se non si pentono, tutti all’inferno!

Invece l’appassionante e imprevisto Dio di Gesù, fa diverso: sembra quasi che i peccati dei “ribelli” – quelli così chiaramente e perentoriamente stigmatizzati dalla predicazione cattolica (sesso, soldi, sballi…) – siano meno potenti nel cuore umano per sottrarsi al volto paterno di Dio, anzi… in qualche modo lasciano ampi margini per farsi raggiungere dallo sguardo sprizzante amore di Dio (“Ci si sente così delle merdeche si è più disposti a farsi incontrare dalla tenerosità di chi ci fa una carezza); mentre il peccato dei “sudditi-giusti” – quello di chi rimprovera al padre il suo essere così come egli è – sembra più subdolo e potente nel tenere il cuore dell’uomo alla larga dall’amore di Dio, le cui tenerezze, quasi infastidiscono, perché sono proprio quelle – che siccome rivolte a tutti – sono inaccettabili!

martedì 26 febbraio 2013

III Domenica di Quaresima


Dal libro dell’Èsodo (Es 3,1-8.13-15)

In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 10,1-6.10-12)

Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

 

I primi versetti del vangelo che la Chiesa ci offre in questa Terza Domenica di Quaresima, ci presentano la situazione sconcertante di alcuni «Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici». La notizia del fatto corre di bocca in bocca ed arriva fino a Gesù, il quale immediatamente associa questo desolante episodio con un’altra notizia tragica di cui aveva sentito parlare: quella di «quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise».

Sono fatti di cronaca nera – diremmo noi col nostro linguaggio moderno –, sono fatti in cui tutte le generazioni si imbattono, così simili a quelli che anche noi oggi possiamo trovare aprendo uno dei nostri quotidiani: tragedie, morti, sopraffazioni, inganni… Sono i fatti di sempre; fatti che in tutte le generazioni hanno ingenerato domande, urla, tentativi di soluzione, fallimenti: “Perché succedono queste cose?”, “Cosa bisogna fare perché non succedano più?”…

E come sempre – anche al tempo di Gesù – si cercano risposte. Risposte che spesso però saltano a piè pari la drammaticità della tragedia e la fatica del capacitarsene e vogliono arrivare rapide a dare ragione di ciò che ragione non ha… Al tempo di Gesù la soluzione più immediatamente a portata di mano (la risposta pre-confezionata) era quella del principio della retribuzione: se c’è una tragedia è perché dietro c’è un peccato; se un figlio nasce malato è perché i suoi genitori o chi per essi hanno peccato…

Evidentemente è una risposta assolutamente senza fondamento (Gesù stesso – come vedremo – ma già anche l’A.T. la smentiscono), una risposta che a noi oggi ripugna, eppure: Quante delle nostre risposte di oggi sono ancora fatte così? Di questo tipo? Risposte pre-confezionate, luoghi comuni, frasi fatte, che impediscono di pensare radicalmente ai problemi e ci consentono di perseguire una scorciatoia per non doverci davvero mettere faccia a faccia con le tragedie del nostro mondo, con le nostre, con quelle dei nostri fratelli e con il doveroso rendere e rendersi ragione di ciò che (ci) accade? Io credo (temo) siano tante… Per esempio quelle di chi dice – quando muore un bambino – che è perché Dio voleva un altro angelo in cielo (?!?!) – che è un’aberrazione teologica, prima ancora che umana.

Oggi come allora infatti di fronte alle esperienze del non-senso, di fronte a quei fatti che mettono in discussione il normale ordine delle cose, la loro sensatezza e giustezza, la risposta umana assomiglia sempre a un tentativo maldestro e mal riuscito di trovare balbettanti – se non ripugnanti – argomenti che non riescono mai a fronteggiare le cruciali domande che i problemi pongono: come allora infatti – solitamente – si fa un po’ di chiasso nei primi giorni della tragedia e poi si preferisce mettere a tacere le domande che essa ha sollevato, riprendendo la propria vita come se nulla fosse stato. Non a caso “La vita continua” è precisamente uno dei luoghi comuni più abusati di fronte alle tragedie del nostro tempo (siano essere personali, familiari, sociali…).

Come dicevamo Gesù fa diversamente. Egli scardina la risposta preconfezionata che la sua cultura aveva partorito per le varie tragedie della sua storia (il principio della retribuzione) – dicendo per due volte: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico». Ma non si ferma qui, non propone un altro luogo comune diverso, non si sottrae alla tragicità della questione. Il problema rimane ed egli lo fronteggia. Il problema infatti – al di là dei singoli episodi che lungo la storia cambiano nomi e scenari, ma mantengono la stessa drammatica trama – è quello del rimando di questi fatti alla più radicale insensatezza/incompiutezza della vita. Dice infatti Gesù: «perirete tutti allo stesso modo»; intendendo dire che il problema dell’insensatezza della vita è il problema che riguarda o può riguardare tutti, anche quelli che non fanno una fine tragica: è il problema della domanda che queste tragedie pongono a ciascuna singola persona, a me. Di fronte a questi fatti che rimandano in maniera inequivocabile alla precarietà della vita, alla sua durezza, al suo possibile triste esito (che non vuol dire che non tutti vanno in paradiso, ma che non tutti muoiono sereni nel loro letto circondati da chi li ama), il problema vero su cui Gesù vuol concentrare l’attenzione di chi lo ascolta è: Ma tu perirai nel non senso? Che vuol dire: Ma tu stai vivendo sensatamente? Perché se la risposta è sì, non c’è morte tragica che ti possa togliere quella sensatezza; ma se la risposta è no, non c’è morte più tardiva e tranquilla che possa dartela!

Il problema di fondo dunque, il nocciolo della questione a cui Gesù va sempre, senza fronzoli e scorciatoie, è quello della vita individuale di ciascuno, della singolare ricerca del senso, della personale costruzione di sé che si sta attuando: Di che qualità è?

Ecco perché immediato scatta l’invito alla conversione: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»! Perché il rischio di “perire”, di “finire nel non senso”, di “non credere che ci sia un senso per me” è precisamente il dramma che si profila negli abissi di ciascun cuore umano. E lì bisogna convertirsi! Dove convertirsi evidentemente non è un problema di morale o una generica revisione dei propri peccati, ma è la domanda radicale che penetra fin nelle midolla e chiede: Dove è riposto il tuo senso? In chi è riposto?

Il senso di quella necessità di conversione è infatti specificato dalla parabola che compone la seconda parte del brano di vangelo odierno, dove l’attenzione è posta precisamente sulla cura cui il fico sterile verrà sottoposto, prima di essere nuovamente vagliato: «Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai». Convertirsi per non perire nell’insensatezza consiste allora precisamente nello zappare e concimare, cioè – fuor di metafora – nell’occuparsi di sé, nel prendersi cura della propria destinazione (i propri frutti), nel non lasciar scorrere la nostra vita nella genericità come se fossimo chiunque, nell’accudire la propria interiorità con quella tenerezza con cui una madre accudisce il proprio piccolo e lo guarda sorridente, anche quando sbaglia… solo così impareremo a non evitare i drammi della vita, ma a lasciarcene scavare l’anima orchestrando un senso, come la storia seguente suggerisce:

 

«M come morte.

La cronaca gli ha dato un nome di fantasia, Tommy. Ha otto anni, frequenta una scuola elementare di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. Non è un bambino fortunato: per lunghi mesi suo padre viene ricoverato in ospedale per un tumore. Purtroppo le condizioni del genitore peggiorano e Tommy, che gli è legatissimo, non sente ragioni: non lo vuole lasciare nemmeno un giorno, vuole stare vicino a papà fino all’ultimo. Tommy fa ovviamente molte assenze da scuola in quei tragici mesi. Poi il padre lo lascia. Tommy torna a scuola – gli insegnanti sanno tutto, da sempre – e viene bocciato. L’opinione pubblica della cittadina immagino abbia mugugnato, qualche quotidiano ha espresso un effimero sconcerto, gli insegnanti avranno addotto le loro brave ragioni, il direttore non avrà certo paura dell’ispettore che il ministro ha spedito a Sesto San Giovanni. E Tommy?

[…] Tante volte sono stato invitato in scuole dove un allievo era morto suicida o aveva perso la vita contro un albero all’alba di una domenica, pieno di alcol e pastigliette. Gli insegnanti volevano me in quanto “esperto”, perché troppi di loro non sanno parlare di morte, esattamente come non sanno parlare di vita. Mi sarebbe piaciuto che la scuola elementare di Tommy avesse organizzato brevi corsi suppletivi per lui, per stargli un poco vicino a casa o in ospedale: avrebbe sentito che gli adulti non sono tutti discendenti di Erode, che ve ne sono di capaci di empatia.

Ma quanto è ciecamente crudele questa cultura dell’efficienza che non accoglie, non accompagna il tempo del pianto, nemmeno per un padre: si deve essere perfetti, capaci di rimuovere malinconie e disperazioni in nome della produttività, anche quella di una scuola elementare.

Sarà in pace il direttore scolastico, lo saranno anche gli insegnanti: hanno applicato le regole, sono stati impeccabili, l’avrà ribadito anche l’integerrimo ispettore ministeriale. Di una cosa però sono certo: che Tommy, quando diventerà adulto, sarà molto meglio di tutti loro. Lui non ha rifiutato la morte, si è fatto coraggio e ha accompagnato il padre ad andarle incontro: conosce già quanto è fragile la vita e saprà per questo rispettarla. Tommy avrà un grande maestro cui dedicare tutti i suoi sforzi migliori, un uomo conosciuto per poco tempo ma infinitamente più importante per lui, pur nella morte, di tanti ignavi e impotenti burocrati vivi» [P.Crepet, Sfamiglia, Einaudi, Torino 2009, 131-134].

giovedì 21 febbraio 2013

Il pastore e il lupo

Lo Spirito di Cristo insegna a vedere oltre la maschera

Riporto integralmente qui quanto pubblicato nel sito “100 passi”.
Il post parla della vicenda sotto certi aspetti surreale di una senatrice del Pdl che scrive ai parroci non solo per avere il voto, ma per chiedere sostegno politico, riducendo di fatto le parrocchie a una succursale politica del suo partito!
Alla lettera della senatrice ammiccante presunti “valori non negoziabili” di cui si sentirebbe lei e il suo partito novelli crociati, segue la risposta franca ma cortesissima di don Gianfranco Formenton che da a lei (e ai cattolici che non l’avessero ancora capito) qualche lezione anche di sani principi morali sui cosiddetti “valori non negoziabili” che non possono non comprendere la dottrina sociale della Chiesa! Mentre – aggiungo io – la miopia pastorale non comprende che da questi dipendono le possibilità di una difesa non ipocrita degli altri: non è un caso, sottolinea anche don Gianfranco, che nei Vangeli proprio quelli sociali hanno l’esclusiva preoccupazione di Gesù e degli Apostoli.
(NB: le sottolineature sono mie)

LA LETTERA DELLA SENATRICE
Perugia, 8 febbraio 2013

Gentile Parroco,
mi sono decisa a scrivere questa lettera ai pastori del popolo cristiano dell'Umbria perché, dopo cinque anni trascorsi in Senato, so con certezza che nei primi mesi della prossima legislatura dovranno essere affrontati in Parlamento parecchi argomenti che riguardano temi etici importanti e delicatissimi. Mi riferisco, tra le altre, alle disposizioni sul fine vita (chi non ricorda il caso Englaro), alla legge sul matrimonio per le coppie omosessuali, all'adozione di bambini nelle stesse coppie omosessuali, alle problematiche sull'uso degli embrioni, all'apertura all'aborto eugenetico (che, di fatto, si va già diffondendo).

In Parlamento, lo scorso anno, ho costituito, assieme ad altri colleghi, l'Associazione parlamentare per la Vita. Una Associazione che è stata un baluardo contro ogni attacco volto a modificare in senso negativo la nostra legislazione. Malgrado ciò recenti orientamenti dei giudici hanno intaccato lo stesso dettato costituzionale in tema di famiglia, di adozioni e di fine vita.
Immagino che sulla politica economica del mio partito non tutto possa essere pienamente condivisibile e che, magari, alcuni preferiscano soluzioni diverse da quelle che abbiamo proposto o che abbiamo in programma di fare. Sui temi etici però, a differenza di altri partiti, il PdL è stato sempre unito e coerente, perché composto da molti cattolici e da altri che si definiscono laici adulti, la cui formazione culturale e politica è in ogni caso improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili. Se di politica economica si può discutere (ma io ho sempre lottato per orientare al bene comune l'azione dello Stato), su queste tematiche non ci sarà possibilità di mediazione. Mediare significherebbe comunque accettare che, prima o poi, si compia un'escalation che ha come traguardo la modificazione dei valori di fondo della nostra società, da ultima, per usare la denuncia dei vescovi spagnoli, la separazione della sessualità dalla persona: non più maschio e femmina, ma il sesso sarebbe un dato anatomico senza rilevanza antropologica.
È necessario che nel futuro Parlamento ci sia un numero di persone sufficienti a non far passare leggi contro la famiglia, l'uomo e la sua vita. Io mi sono impegnata e mi impegnerò in questo senso. Per questo chiedo anche il Suo sostegno e ringrazio per tutto quello che riterrà di fare.
Devotamente saluto,
Ada Urbani
candidata PdL al senato
www.adaurbani.it

LA RISPOSTA DI DON GIANFRANCO FORMENTON
Spoleto, 12 febbraio 2013

Gentile Senatrice,
ho ricevuto la sua lettera ai pastori del popolo cristiano dell'Umbria e ho deciso di risponderle in quanto pastore di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi abbindolare.

Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti temi etici che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l'aborto.

La ringrazio anche per la citazione dei vescovi spagnoli e per il suo impegno per la formazione culturale e politica improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

Ma rivolgendosi ai pastori del popolo cristiano lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli.

Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito, sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzare i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni.

Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria modificazione dei valori di fondo della nostra società (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. Concordo con lei, su questo mediare significherebbe accettare.

Un'idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, di pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli.

Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti-cristiane, anti-evangeliche, anti-umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi e, mi creda, mentre nel Vangelo non c'è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull'aborto: sulle discriminazioni, invece, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla nonviolenza, all'accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere.

Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità.

Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti dal farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale, e consigli il suo capo di seguire l'esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti del nostro popolo.
don Gianfranco Formenton

martedì 19 febbraio 2013

II Domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi (Gn 15,5-12.17-18)
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io dò questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 3,17-4,1)
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Dal vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

In questa Seconda Domenica di Quaresima, la Chiesa – come di consueto – ci invita a riflettere sul brano della Trasfigurazione; quest’anno secondo l’evangelista Luca.

«Nel vangelo di Luca (come pure in quello di Matteo e Marco) il racconto della trasfigurazione è inquadrato in un contesto preciso e significativo. Non soltanto, è preceduto dalla confessione di Pietro, dal primo annuncio della passione e dalle istruzioni di Gesù sulla via Crucis del discepolo stesso, ma è anche seguito dalla guarigione del fanciullo epilettico e dal secondo annuncio di passione. Dunque, la trasfigurazione è raccontata in un contesto dominato dal tema della Croce.

I tratti del racconto (vocabolario, immagini, riferimenti alle Scritture) dicono chiaramente che esso appartiene al genere “epifanico-apocalittico”: vuole cioè essere una rivelazione rivolta ai discepoli, rivelazione che ha come oggetto il significato profondo e nascosto della persona di Gesù e della sua opera. Questo significato profondo e nascosto della persona e dell’opera di Cristo ci viene comunicato, da una parte, mediante riferimenti all’Antico Testamento (Mosè ed Elia e – più impliciti ma ugualmente presenti – i riferimenti al Figlio dell’uomo di Daniele e al Servo di JWHW di Isaia) e, dall’altra, mediante riferimenti a due episodi della vita di Gesù: il battesimo (con il quale il nostro racconto ha indubbiamente diverse analogie) e i racconti pasquali (con i quali ha pure una innegabile parentela di vocabolario e di immagini).

I due rilievi fatti sono comuni a tutta la tradizione sinottica. Ma su questa tradizione comune Luca ha introdotto due importanti modifiche: l’accenno alla preghiera di Gesù (“Salì sulla montagna a pregare. E mentre pregava…”); e l’esplicitazione del contenuto del colloquio che si svolge fra Mosè, Elia e Gesù: “Parlavano del trapasso (esodo) che egli doveva compiere a Gerusalemme”».

[B.Maggioni, il racconto di Luca, Cittadella Editrice, Assisi 2000, 186-187]

Siamo dunque di fronte ad una scena di rivelazione: una scena per molti aspetti simile a quella descritta dalla prima lettura (Gn 15,5-12.17-18), quando Abram è testimone del patto che il Signore stipula con lui «quando, tramontato il sole» passò «un braciere fumante e una fiaccola ardente in mezzo agli animali divisi».

Ciò che immediatamente fa da rimando tra le due letture, è l’atteggiamento, da un lato di Abram e dall’altro di Pietro, Giacomo e Giovanni. Del primo si dice infatti che «mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono»; degli altri, similmente, che «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» e che «all’entrare nella nube, ebbero paura».

Dunque il sonno e la paura come sentimenti ricorrenti dell’uomo di fronte al Signore che si rivela, che si mostra, che si fa conoscere.

Se da un lato questa reazione umana ci sembra istintivamente normale (quella che probabilmente anche noi avremmo/abbiamo o che immagineremmo/immaginiamo), perché di fronte a Dio è ovvio “non reggere il confronto” (sia fisicamente: sonno; che emotivamente: paura); dall’altro però, tale reazione, non può non risultare un po’ eterogenea rispetto a ciò che di fatto è il contenuto di quella rivelazione: di fronte a Gesù (che con Mosè ed Elia durante la trasfigurazione parla della sua croce!), al Dio Padre di tutti che Egli ha rivelato, è ancora così normale avere paura?

“Ovviamente no”, la risposta dovrebbe essere questa… eppure essa risuona così anaffettiva, privata della sua drammaticità, quasi stoicamente falsa, se detta un po’ troppo in fretta, se arriva subito a sciogliere l’impasse, se non fa la fatica di stare a bagnomaria nelle angosce ataviche o ingenerate che abitano il cuore dell’uomo.

A me pare che il rapporto fiducia/paura, affidamento/angoscia, sia spesso sciolto – da alcuni – un po’ troppo celermente in grandi proclami della fede: “Il cristiano è colui che non ha paura, perché ha riposto la sua fiducia nel Signore!”, “Bisogna avere paura di quelli che hanno paura”, “Chi teme non crede!”, ecc… ecc… ecc…

Perché:

- se è vero – e molte volte noi stessi l’abbiamo ribadito (cfr. la riproposizione che segue delle citazioni di Sequeri, da Il timore di Dio) – che va scardinato senza esitazioni dal nostro cuore il dubbio diabolico (divisorio) del serpente che proponeva un volto di Dio contraffatto (un dio ambiguo, geloso dell’uomo; dal quale l’uomo può aspettarsi tanto il bene quanto il male, ecc…), un dio di cui avere paura perché apre «lo spazio dell’incredulità: [...] il sospetto cioè che il comandamento invece che il simbolo della solidarietà di Dio, sia il segno di un’oscura prevaricazione»;

- se è vero che questa paura dell’arbitrio di Dio, per la quale si teme che «dietro un volto apparentemente buono e promettente, Egli ne celi forse uno inquietante e minaccioso», va scardinata precisamente in nome di Gesù, che per tutta la vita non ha fatto altro che «attivare un processo di interno confronto fra l’immagine dell’abbà e la rappresentazione faraonica di Dio coltivata nel fondo della nostra coscienza» ribadendo incontrovertibilmente come «prima di tutto e nonostante tutto, l’essenza della volontà di Dio è la cura per l’essere umano»;

- se è vero che l’esercizio della fede di una vita consiste nel «togliere ogni ombra di dominio e di assoggettamento alla relazione che caratterizza Dio», per cui «neppure a fin di bene Dio esercita la propria potenza», e nel realizzare che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente» e che «lo spazio dell’incredulità, sin dall’inizio, si apre [solo] nell’immaginazione [e mai] nell’esperienza»;

- è altrettanto vero che tutto questo non può mai diventare puro oggetto di insegnamento intellettuale, preteso auto o etero convincimento volontaristico, nominalistico discrimine tra “chi è dei nostri e chi non lo è”.

Tutte queste riduzioni della drammatica del vivere umano portano un cattivissimo servizio alla costruzione del Regno di Dio, perché saltano precisamente ciò che Gesù aveva posto a fondamento di tutto il suo essere e agire e parlare e vivere e morire: l’in-carnazione, lo strettissimo tenersi alla carne, la sua insuperabilità.

In questo senso la paura di morire, che è l’altra faccia della medaglia della paura di vivere, della paura di Dio, della paura di essere se stessi (ecc… ecc… ecc…) e che radicalmente racchiude non un dubbio intellettualistico su cosa ci sarà dopo la morte, sulla reale esistenza di Dio e di un Dio così, sulla sensatezza del faticare quotidiano (ecc… ecc… ecc…), ma le più tremende e penose angosce in cui ci dibattiamo nei nostri letti, sotto i nostri tavoli, negli angoli delle nostre pareti, sul ciglio delle strade, o sull’orlo dei precipizi, non si può “sanare” nell’estrinsecismo del sistema-scuola, nell’illusoria organizzazione dei tempi familiari, nell’asettica proposta catechetica delle nostre parrocchie, nell’interrogatorio moralistico di certi confessionali, nel fasullo mondo della trasgressione (comunque intesa), ma solo nella coraggiosa e solidale (bisogna essere almeno in due: «fatevi insieme miei imitatori») discesa nei nostri inferi, senza paura di aver paura, perché l’avremo. Ma solo passando di lì, dentro a quella paura lì, dentro a quella angoscia lì, non saltata, ma incarnata, smetteremo di fronte ai nostri drammi e a quelli degli uomini del nostro tempo, di fare la figura di Pietro che «non sapeva quello che diceva». Non a caso infatti Gesù, diversamente, sa sempre cosa dire e cosa dice: lui infatti nella fornace ardente della trasfigurazione, ha guardato in faccia il suo inferno, il suo esodo. E l’ha fatto non da solo! Perché la paura è questione di pancia non di testa e si cura solo con la tenerezza, non coi discorsi: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!».

 
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