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mercoledì 18 luglio 2012

XVI Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Geremìa (Ger 23,1-6)

Dice il Signore: «Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore. Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia».



Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 2,13-18)

Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.



Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,30-34)

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.



In questa Sedicesima Domenica del Tempo Ordinario, le letture che la Chiesa ci propone, insistono sulla mancanza o sull’inadeguatezza dei pastori.

Le parole del libro di Geremia, in proposito, sono molto dure («Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati»), ma anche l’implicito giudizio di Gesù sui “pastori” del suo tempo non è meno amaro: «vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore».

In più, leggendo questi testi, sembra di sentire quasi la triste sensazione, che nulla sia cambiato…

Molti di noi oggi, a livello personale ed ecclesiale, si sentono “pecore senza pastore”, se non addirittura “gregge disperso, scacciato, dimenticato”, con la vertigine di chi si ritrova esposto alla vita, senza una voce autorevole e normativa (presso il proprio cuore) che indichi la giustezza di una via, che mostri come incamminarsi sui sentieri interrotti delle nostre vite, che rassicuri, semplicemente, essendoci.


Ci ritroviamo dispersi, spesso avventurati su itinerari in solitaria, a brindare come don Primo Mazzolari davanti ad uno specchio, dicendo “Però abbiamo ragione noi!”… ma affaticati dal dover ritrovare sempre da noi stessi le ragioni del nostro andare, credere e sperare… stanchi delle insinuazioni, botte e calunnie con cui i sedicenti “pastori” coi loro pecoroni si fanno forti… delusi da noi stessi, per le troppe volte che abbiamo pensato che “andare a fare altro” forse era meglio perché vivere all’incrocio dei venti ti fa bruciare vivo – come canta De Gregori in una delle sue più belle canzoni, Santa Lucia, che vi riporto integralmente sotto.

E allora val la pena tornare – ancora una volta – al vangelo, dove Gesù – registrando il perverso meccanismo di ogni forma di potere, anche religioso – si propone come unico pastore (“Io sono il buon pastore”), invitando tutti noi, suoi sbrindellati innamorati, a non chiamarci tra di noi maestro, padre, guida («Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo». Mt 23,8-10), ma a rimetterci dietro a lui, a lui che commosso dai nostri sbandamenti, torna a “insegnarci molte cose”… in primis quel suo vangelo, quella sua buona notizia per cui abbiamo un Padre che soli non ci lascia mai, neanche quando siamo soli…

È di lui che Gesù invita a fidarci, è su di lui che ci invita a fondarci, è in lui che ci invita ad arroccarci.

Come scrive infatti J. A. Pagola nel suo Gesù. Un approccio storico, «L’esperienza di Dio è stata centrale e decisiva nella vita di Gesù. Il profeta itinerante del regno, colui che curava gli ammalati e difendeva i poveri, il poeta della misericordia e il maestro dell’amore, il creatore di un movimento nuovo al servizio del regno di Dio, non è un uomo dissipato, attratto da interessi diversi, bensì una persona profondamente unificata intorno al nucleo di un’esperienza: Dio, Padre di tutti. È lui a ispirare il suo messaggio, a unificare la sua intensa attività e a polarizzare le sue energie. Dio è al centro di una tale vita. […] Ma qual è l’esperienza che Gesù ha di Dio? Chi è Dio per lui? Come si colloca davanti al suo mistero? Come lo ascolta e si affida alla sua bontà? Come lo vive? Rispondere a queste domande non è facile. Sulla sua vita interiore, Gesù si mostra molto discreto. Tuttavia parla ed agisce in maniera tale che le sue parole e le sue azioni ci permettono di intravedere in qualche modo la sua esperienza.

Qualcosa si avverte immediatamente; Gesù non propone una dottrina su Dio; non lo si vede mai mentre spiega la propria idea di Dio. Per Gesù, Dio non è una teoria; è un’esperienza che lo trasforma e lo fa vivere alla ricerca di una vita più degna, amabile e felice per tutti. Egli non pretende mai di sostituire la dottrina tradizionale su Dio con un’altra nuova. Il suo Dio è il Dio di Israele. […] Nessun gruppo giudaico discute con Gesù sulla bontà di Dio, la sua vicinanza o la sua azione liberatrice; tutti credono nello stesso Dio.

La differenza sta nel fatto che i dirigenti religiosi di quel popolo associano Dio con il loro sistema religioso, non tanto con la felicità della vita della gente. Per loro, la prima e più importante cosa è rendere gloria a Dio osservando la legge, rispettando il sabato e assicurando il culto del tempio. Al contrario, Gesù associa Dio con la vita: la prima e più importante cosa per lui è che i figli e le figlie di Dio godano della vita in maniera giusta e degna. I gruppi più religiosi si sentono spinti da Dio a curare la religione del tempio e l’adempimento della legge; Gesù, al contrario, si sente mandato a promuovere la giustizia di Dio e la sua misericordia.

Se Gesù sorprende, non è perché espone nuove dottrine su Dio, bensì perché lo coinvolge in maniera diversa. Non critica l’idea di Dio che viene trasmessa in Israele, ma si ribella contro gli effetti disumanizzanti prodotti da quella religione così com’è organizzata. A scandalizzare è soprattutto il fatto che Gesù non esita a invocare Dio per condannare o trasgredire la religione che lo rappresenta ufficialmente, ogni volta che essa si trasforma in oppressione e non in principio di vita», pp. 339-340.

È a questo Dio, unilateralmente ed inequivocabilmente amico dell’uomo, che Gesù ci invita a riferirci, lui che – unico pastore – si è fatto agnello con noi e per noi, per farci vedere cosa vuol dire essere figli di questo Padre.

Unici pastori, allora, ammessi nella comunità dei credenti, dovrebbero essere quelli che ti conducono al gregge e che ti mostrano come anch’essi non sono che pecore, come te; quelli cioè capaci di convertire ogni rapporto – che magari per contingenze storico-culturali nasce verticale – a orizzontalità, a fraternità, a inclusività.

Altrimenti rischiamo, con la prassi, le strutture, i compromessi, di annunciare un altro vangelo…



Per questo mi piace concludere con una preghiera laica che fa dell’empatia, cioè del «sentire e comprendere l’altro, cioè entrare in vibrazione “nel proprio interno”, con ciò che la gente sente dentro di sé» [Giuliano] la chiave della vita fraterna. Ciò di cui – forse – i nostri “pastori” dovrebbero attrezzarsi un po’ di più…



Santa Lucia, per tutti quelli che hanno gli occhi

e un cuore che non basta agli occhi

e per la tranquillità di chi va per mare

e per ogni lacrima sul tuo vestito,

per chi non ha capito.



Santa Lucia per chi beve di notte

e di notte muore e di notte legge

e cade sul suo ultimo metro,

per gli amici che vanno e ritornano indietro

e hanno perduto l'anima e le ali.



Per chi vive all'incrocio dei venti

ed è bruciato vivo,

per le persone facili che non hanno dubbi mai,

per la nostra corona di stelle e di spine,

per la nostra paura del buio e della fantasia.



Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata

e un ragazzino al secondo piano che canta,

ride e stona perché vada lontano,

fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe,

anche la solitudine.

  

martedì 17 gennaio 2012

III Domenica del Tempo Ordinario (B)

In questa terza domenica del tempo ordinario, il testo del vangelo di Marco ci annuncia l’inizio dell’attività pubblica di Gesù. Dopo il cosiddetto trittico sinottico infatti – costituito dagli episodi del battesimo di Giovanni Battista (Mc 1,2-8), del battesimo di Gesù (Mc 1,9-11) e delle tentazioni nel deserto (Mc 1,12-13) – Gesù torna nella regione in cui è cresciuto, la Galilea, e qui inizia a predicare e a chiamare i primi discepoli.

I versetti del vangelo in cui tutto questo è narrato, i versetti cioè dal 14 al 20 del primo capitolo di Marco (coincidenti con il testo proposto per questa domenica dalla liturgia), non devono stupire per la loro estrema essenzialità. Il loro scopo infatti non è tanto quello di narrare i primi episodi della vita pubblica di Gesù, quanto quello di fungere da prologo: la loro finalità è dunque quella di indicare la prospettiva generale in cui leggere tutta la storia di Gesù.

Interessante è anzitutto l’annotazione dell’evangelista, confermata da tutti i sinottici: Gesù iniziò la sua attività pubblica «dopo che Giovanni [Battista] fu arrestato». C’è come un avvicendarsi tra i due: quasi che questo arresto, questa messa a tacere di Giovanni, imponesse a Lui di prendere la parola, di dare voce all’annuncio del Regno, che pure farà in maniera così diversa dal “cugino”.

Ma proviamo a fare un passo indietro, ricostruendo – per quanto possibile – il contesto di questo avvicendarsi. Raccogliamo le informazioni da J.A. Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, Roma 20102, 89 ss; testo che fa parte della collana Ricerche teologiche diretta da Carlo Molari: «In un dato momento, Gesù si avvicinò al Battista, ascoltò la sua chiamata alla conversione e si fece battezzare da lui nelle acque del fiume Giordano; il fatto avvenne intorno all’anno 28.


[…] Gesù ha assunto il battesimo come segno e impegno di un cambiamento radicale. […] Si svincola dalla famiglia e si dedica al suo popolo; dimentica anche il proprio lavoro; lo attrae solo l’idea di collaborare a quel meraviglioso movimento di conversione iniziato da Giovanni.

[…] Gesù [infatti, dopo il battesimo] non torna immediatamente in Galilea, ma si trattiene per qualche tempo nel deserto accanto al Battista. Ignoriamo come poteva essere la vita di quanti di muovevano nell’entourage di Giovanni; non è azzardato ritenere che avesse due tipi di seguaci. La maggioranza di loro, una volta battezzata, tornava alle proprie case, pur mantenendo viva la consapevolezza di far parte del popolo rinnovato che si stava creando attorno al Battista; alcuni invece restavano con lui nel deserto, approfondendo ulteriormente il suo messaggio e aiutandolo da vicino nel suo lavoro.

[…] Gesù […] aderì a questo gruppo di discepoli e collaboratori.

[…] Lì conobbe due fratelli, chiamati Andrea e Simone, e un loro amico, Filippo, tutti oriundi dello stesso paese di Betsàida; i tre appartenevano in quel periodo al circolo del Battista, anche se più tardi avrebbero dato la loro adesione a Gesù».

Ad un certo punto interviene però un fatto nuovo: «Il movimento iniziato dal Battista cominciava a venir notato in tutto Israele; anche i gruppi tacciati di essere indegni e peccatori, come gli esattori di imposte e le prostitute, accolgono il suo messaggio; soltanto le élite religiose e gli erodiani dell’entourage di Antìpa oppongono resistenza. […] Giovanni diventa un profeta pericoloso soprattutto quando Erode ripudia sua moglie per sposare Erodìade, moglie del suo fratellastro Filippo, che aveva conosciuta a Roma durante gli anni della giovinezza. […] Prima che la situazione peggiori, Antìpa ordina di incarcerare il Battista nella fortezza di Macheronte, e, più tardi, ne ordina l’esecuzione».

È a questo punto che avviene l’avvicendamento: «Gesù reagisce in maniera sorprendente. Non abbandona la speranza che animava il Battista, bensì la radicalizza fino ad estremi insospettati. Non continua a battezzare, come fanno altri discepoli di Giovanni, che proseguirono la sua attività dopo la sua morte; dà per conclusa la preparazione che il Battista ha promosso fino ad allora e trasforma il suo progetto in un altro nuovo.

[…] Lascia il deserto, attraversa il fiume Giordano ed entra nuovamente nella terra che Dio aveva donato al suo popolo. Siamo intorno all’anno 28 e Gesù ha circa trentadue anni. Non si dirige a Gerusalemme e non rimane in Giudea; si reca direttamente in Galilea.

[…] Non si stabilisce nella sua casa di Nàzaret, ma si dirige verso la regione del lago di Galilea e va a vivere a Cafàrnao in casa di Simone e Andrea, [i] due fratelli che ha conosciuto nell’ambiente del Battista. Cafàrnao era un paese tra i 600 e i 1500 abitanti, che si estendeva sulla riva del lago, all’estremo nord della Galilea.
[…] Cafàrnao è un villaggio importante, paragonato con Nàzaret, ma [i suoi abitanti] sono gente modesta. Parecchi di loro sono contadini [e] pescatori. […] A quanto sembra, Gesù simpatizza subito con queste famiglie di pescatori. […] Sono i suoi migliori amici: Simone e Andrea, originari del porto di Betsàida, ma che hanno casa a Cafàrnao; Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo e di Salome, una delle donne che lo accompagneranno fino alla fine; Maria, originaria del porto di Màgdala, guarita da Gesù e per sempre catturata dal suo amore.

Tuttavia, Gesù non si stabilisce a Cafàrnao. Vuole diffondere ovunque la notizia del Regno di Dio. [Egli infatti] cominciò a vedere tutto in un orizzonte nuovo. È finito ormai il tempo della preparazione nel deserto; comincia l’irruzione definitiva di Dio.

[…] Quel che Gesù contemplava non era soltanto un cambiamento di prospettiva temporale; la sua intuizione credente e la sua totale fiducia nella misericordia di Dio lo portano a trasformare radicalmente quanto Giovanni si attendeva.

[Egli] comincia presto a parlare un linguaggio nuovo: sta giungendo il “regno di Dio”. Non bisogna continuare ancora ad aspettare, bisogna accoglierlo. Quel che a Giovanni sembrava qualcosa di tuttora lontano, sta già facendo irruzione; presto estenderà la sua forza salvifica. Bisogna proclamare a tutti questa “Buona Notizia”; il popolo deve convertirsi, ma la conversione non consisterà nel prepararsi a un giudizio, come pensava Giovanni, bensì nell’“entrare” nel “regno di Dio” e nell’accogliere il suo perdono salvifico. Gesù lo offre a tutti». Anche a noi, oggi.

martedì 6 dicembre 2011

III Domenica dei Avvento: Giovanni Battista (2)

In questa Terza Domenica di Avvento, la liturgia della Parola ci ripropone nuovamente la figura del Battista, nella versione – stavolta – dell’evangelista Giovanni.

Io credo che l’insistenza che la Chiesa ponga su questo personaggio – proprio in questo tempo di preparazione al Natale –, sia dovuta al fatto che conoscere Giovanni Battista e rapportarlo, confrontandolo, con Gesù, ci aiuta ad orientare meglio la nostra attesa del Dio che viene.

Settimana scorsa ci siamo soffermati soprattutto su una conoscenza un po’ “didattica” del Battista. Oggi – proprio anche alla luce della presentazione che il Quarto Vangelo fa di lui («Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”») – mi piacerebbe provare a vedere come Gesù segua le orme del Battista e tuttavia le reindirizzi altrove!

Lo faccio ancora al seguito di J. A. Pagola in Gesù. Un approccio storico.


«La “conversione” di Gesù. In un dato momento, Gesù si avvicino al Battista, ascoltò la sua chiamata alla conversione e si fece battezzare da lui nelle acque del fiume Giordano; il fatto avvenne intorno all’anno 28. […] Per Gesù si tratta di un momento decisivo, perché implica un ribaltamento totale della sua vita. Quel giovane artigiano oriundo di un piccolo villaggio della Galilea non tornerà più a Nazaret; in futuro si dedicherà corpo e anima a un compito di carattere profetico che sorprende i suoi familiari e vicini. […] A quanto sembra [quando va da Giovanni] Gesù non ha ancora un progetto proprio ben definito. Tuttavia, la sua decisione di farsi battezzare da Giovanni lascia intravedere […] che condivide la sua visione circa la situazione disperata d’Israele: il popolo ha bisogno di una conversione radicale per accogliere il perdono di Dio. Ma Gesù condivide anche e soprattutto la speranza del Battista, ed è attratto dall’idea di preparare il popolo all’incontro con il suo Dio; presto tutti conosceranno la sua irruzione salvifica, Israele sarà restaurato, l’Alleanza verrà rinnovata e la gente potrà godere di una vita più degna. Questa speranza, ripresa inizialmente dal Battista, Gesù non la scorderà mai.

Gesù ha assunto il battesimo come segno e impegno di un cambiamento radicale. […] Si svincola dalla famiglia e si dedica al suo popolo; dimentica anche il proprio lavoro; lo attrae soltanto l’idea di collaborare a quel meraviglioso movimento di conversione iniziato da Giovanni.

[Dopo il battesimo] Gesù non torna immediatamente in Galilea, ma si trattiene per qualche tempo nel deserto accanto al Battista, […] approfondendo ulteriormente il suo messaggio e aiutandolo da vicino nel suo lavoro.

Il nuovo progetto di Gesù. Il movimento iniziato dal Battista cominciava a venir notato in tutto Israele; anche i gruppi tacciati di essere indegni e peccatori, come gli esattori di imposte e le prostitute, accolgono il suo messaggio; soltanto le élite religiose e gli erodiani dell’entourage di Antìpa oppongono resistenza. […] Giovanni diventa un profeta pericoloso soprattutto quando Erode ripudia sua moglie per sposare Erodìade, moglie del suo fratellastro Filippo. [La questione non era solo morale:] Antìpa era sposato con la figlia di Areta IV, re di Nabatea; il matrimonio era stato ben accolto, perché sigillava la pace fra la regione della Perea e quel popolo di frontiera, sempre ostile e guerriero. Ora però questo divorzio spezza nuovamente la stabilità; i nabatei lo considerano come un insulto al loro popolo e si preparano a lottare contro Erode Antìpa.

La situazione diventa esplosiva quando il Battista, che predica a meno di venti chilometri dalla frontiera con i nabatei, denuncia pubblicamente l’operato del re. […] Prima che la situazione peggiori, Antìpa ordina di incarcerare il Battista nella fortezza di Macheronte, e, più tardi, ne ordina l’esecuzione.

[…] Gesù reagisce in maniera sorprendente. Non abbandona la speranza che animava il Battista, bensì la radicalizza fino ad estremi insospettati. Non continua a battezzare come fanno altri discepoli di Giovanni; […] dà per conclusa la preparazione che il Battista ha promosso fino ad allora e trasforma il suo progetto in un altro nuovo. […] In Gesù si va destando una convinzione: Dio agirà in questa situazione disperata in un modo inaspettato.

[…] Gesù cominciò a vedere tutto in un orizzonte nuovo. È finito ormai il tempo della preparazione nel deserto; comincia l’irruzione definitiva di Dio; bisogna collocarsi in maniera diversa. Quel che Giovanni attendeva per il futuro comincia già a diventare realtà; cominciano dei tempi che non appartengono alla vecchia epoca della preparazione, bensì a un’era nuova; giunge ormai la salvezza di Dio.

Quel che Gesù contemplava non era soltanto un cambiamento di prospettiva temporale; la sua intuizione credente e la sua totale fiducia nella misericordia di Dio lo portano a trasformare radialmente quanto Giovanni si attendeva.

[…] Gesù cominciava a vedere tutto nella prospettiva della misericordia di Dio. Per questo popolo […] ora comincia […] il grande dono della salvezza. […] Il popolo conoscerà l’incredibile compassione di Dio, non la sua ira distruttrice.

Gesù comincia presto a parlare un linguaggio nuovo: sta giungendo il “regno di Dio”. Non bisogna continuare ancora ad aspettare, bisogna accoglierlo. Quel che a Giovanni sembrava qualcosa di tuttora lontano, sta già facendo irruzione; presto estenderà la sua forza salvifica. Bisogna proclamare a tutti questa “Buona Novella”; il popolo deve convertirsi, ma la conversione non consisterà nel prepararsi a un giudizio, come pensava Giovanni, bensì nell’“entrare” nel “regno di Dio” e nell’accogliere il suo perdono salvifico.

Gesù lo offre a tutti. […] In Gesù l’idea del giudizio non scompare, ma cambia totalmente di prospettiva; Dio viene per tutti come salvatore, non come giudice.

[…] Gesù abbandona il deserto che è stato lo scenario della preparazione e si sposta nella terra abitata da Israele, per proclamare e “mettere in scena” la salvezza che si offre ormai a tutti con l’avvento di Dio. La gente non dovrà più recarsi nel deserto come ai tempi di Giovanni; sarà egli stesso […] a percorrere la terra promessa. Per gli abitanti della Galilea e dei dintorni, la sua vita itinerante sarà il miglior simbolo dell’avvento di Dio, che viene come Padre a istituire una vita più degna per tutti i suoi figli.

Gesù abbandona anche il carattere e la strategia profetica di Giovanni. La vita austera del deserto viene sostituita da uno stile di vita festoso; mette da parte il modo di vestire del Battista; non ha senso neppure continuare a digiunare; è giunto il momento di celebrare pasti aperti a tutti, per accogliere e celebrare la vita nuova che Dio vuole instaurare nel suo popolo. Del banchetto condiviso da tutti, Gesù fa il simbolo più espressivo di un popolo che accoglie la pienezza di vita voluta da Dio.

Neppure il battesimo stesso ha più significato come rito di un nuovo ingresso nella terra promessa. Gesù lo sostituisce con altri segni di perdono e guarigione che esprimono e rendono realtà la liberazione voluta da Dio per il suo popolo. Per ricevere il perdono non è necessario salire al tempio di Gerusalemme per offrire sacrifici di espiazione; non è necessario neppure immergersi nelle acque del Giordano; Gesù lo offre gratis a quanti accolgono il regno di Dio. Per proclamare la sua misericordia in maniera più sensibile e concreta si dedicherà a qualcosa che Giovanni non aveva mai fatto: curare infermi che nessuno curava; alleviare dolore di persone abbandonate; toccare lebbrosi che nessuno toccava; benedire e abbracciare bambini e piccini. Tutti devono sentire la vicinanza salvifica di Dio, anche i più dimenticati e disprezzati: gli esattori, le prostitute, gli indemoniati, i samaritani.

Gesù abbandona anche il linguaggio duro del deserto. Il popolo deve ora ascoltare una Buona Notizia. La sua parola diventa poesia. Invita la gente a guardare la vita in maniera nuova; comincia a raccontare parabole che il Battista non avrebbe mai immaginato. Il popolo rimane conquistato. Tutto comincia a parlare loro della vicinanza di Dio: il seme che seminano e il pane che cuociono, gli uccelli del cielo e le messi dei campi, le nozze in famiglia e i pasti intorno a Gesù.

Con Gesù, tutto comincia a essere diverso. Il timore del giudizio lascia il passo alla gioia di accogliere Dio, amico della vita; nessuno parla più della sua “ira” imminente; Gesù invita alla fiducia totale in un Dio Padre. Non cambia soltanto l’esperienza religiosa del popolo: l’immagine stessa di Gesù si trasforma; nessuno lo vede ora come un discepolo o collaboratore del Battista, bensì come il profeta che proclama con passione l’avvento del regno di Dio. È lui quel personaggio che Giovanni chiamava “il più forte”».

martedì 29 novembre 2011

II Domenica di Avvento: Giovanni Battista

La seconda e la terza domenica di Avvento sono incentrate sulla figura di Giovanni Battista.

Oggi ci viene proposta la versione del vangelo di Marco, mentre settimana prossima troveremo quella del vangelo di Giovanni.

Come spiegare questo “doppione”?

Certo, Giovanni Battista è colui che annuncia la venuta di Gesù, perciò è ovvia una sua abbondante presenza nel tempo dell’Avvento (due domeniche su quattro – cioè la metà di quelle a disposizione – parlano di lui!), ma forse l’insistenza sulla sua figura, ha anche altre motivazioni…

Tanto per cominciare va rilevato, come ci ricorda J. A. Pagola in Gesù. Un approccio storico, che «Gesù non ha ammirato nessuno quanto Giovanni Battista; di nessuno ha parlato in termini somiglianti; per Gesù non si tratta soltanto di un profeta: egli è “più di un profeta” (Lc 7,26; Mt 11,9); è persino “il più grande fra i nati di donna” (Lc 7,28; Mt 11,11). […] Si tratta senza dubbio dell’uomo che segnerà come nessun altro il percorso di Gesù».

Vale la pena perciò, forse (e io scelgo di farlo), di dedicare la lectio di questa seconda domenica di Avvento, ad un approfondimento (storico) della figura del Battista, rimandando a settimana prossima una riflessione più teologico-esistenziale.

Lo farò, al seguito del già citato libro di Pagola, che al Capitolo terzo (pagg. 78-97), presenta notevoli spunti in merito.

Iniziamo col dire che «quando incontra il Battista, Gesù […] immediatamente viene conquistato da questo profeta del deserto. […] Anche lui affascinato dall’idea di creare un “popolo rinnovato” per cominciare di nuovo la storia, accogliendo l’intervento salvifico di Dio. […] Che cosa ha potuto conquistare tanto Gesù? Che cosa ha trovato nella persona e nel messaggio di Giovanni?.


La diagnosi radicale di Giovanni. Fra l’autunno dell’anno 27 e la primavera del 28, all’orizzonte religioso della Palestina sorge un profeta originale e indipendente, che ha un forte impatto su tutto il popolo. Il suo nome è Giovanni, ma la gente lo chiama il “Battezzatore”, perché pratica un rito inusitato e sorprendente nelle acque del Giordano.

[…] Giovanni era di famiglia sacerdotale rurale; [ma] in un qualche momento, rompe con il tempio. […] Non sappiamo cosa lo spinga ad abbandonare il suo compito sacerdotale; […] non si appoggia a nessun maestro; non cita semplicemente le sacre Scritture; non invoca alcuna autorità per legittimare la sua opera; abbandona la terra sacra di Israele e si reca nel deserto a gridare il suo messaggio.

Giovanni non soltanto conosce la crisi profonda in cui il popolo si trova, [ma] concentra la forza del suo sguardo profetico alla radice di tutto: il peccato e la ribellione d’Israele.

La sua diagnosi è precisa e sicura: […] la crisi attuale non è una fra le tante; è il punto finale cui si è giunti con una lunga catena di peccati. Il popolo si trova ora di fronte alla reazione definitiva di Dio.

[…] Secondo il Battista, il male corrompe tutto; il popolo intero è contaminato, non soltanto i singoli individui; tutto Israele deve confessare il suo peccato e convertirsi radicalmente a Dio, se non vuole perdersi senza rimedio. Il tempio stesso è corrotto; […] si richiede un nuovo rito di purificazione radicale, non vincolato al culto del tempio. […] Bisogna andare nel deserto, al di fuori della terra promessa, per entrare di nuovo in essa come popolo convertito e perdonato da Dio.

[…] Il “battesimo” che Giovanni offre è appunto il nuovo rito di conversione e perdono radicale di cui Israele ha bisogno.

[…] Gesù rimane conquistato e colpito da tale visione grandiosa. Quest’uomo pone Dio al centro e all’orizzonte di ogni ricerca di salvezza. Il tempio, i sacrifici, le interpretazioni della legge, la stessa appartenenza al popolo eletto: tutto rimane relativizzato; una cosa soltanto è decisiva e urgente: convertirsi a Dio e accogliere il suo perdono.

Il nuovo inizio. Giovanni non intende sprofondare il popolo nella disperazione; al contrario, si sente chiamato a invitare tutti a recarsi nel deserto per vivere una conversione radicale, essere purificati nelle acque del Giordano e, una volta ricevuto il perdono, poter di nuovo entrare nella terra promessa per accogliere l’imminente arrivo di Dio.

Dando l’esempio a tutti, fu il primo a recarsi nel deserto. […] Si dirige verso una regione disabitata del bacino orientale del Giordano. Il luogo rimane nella regione della Perea, alle porte della terra promessa, ma al di fuori di essa.

A quanto sembra, Giovanni aveva scelto attentamente il luogo: […] presso il fiume Giordano, […] per compiere il rito del “battesimo”; [e perché] per quella zona passava un’importante via commerciale, […] per la quale transitava molta gente.

[Inoltre] il “deserto” scelto si trovava davanti a Gerico, nel luogo preciso in cui, secondo la tradizione, il popolo condotto da Giosuè aveva attraversato il fiume Giordano per entrare nella terra promessa (Gs 4,13-19).

Giovanni comincia a vivere lì come un “uomo del deserto”; porta come vestito un mantello di pelo di cammello con una cintura di cuoio, e si ciba di cavallette e miele selvatico. Questa maniera elementare di vestire e nutrirsi non si deve soltanto al suo desiderio di vivere una vita ascetica e penitente; […] Giovanni vuole ricordare al popolo la vita di Israele nel deserto, prima del suo ingresso nella terra che Dio gli avrebbe dato in eredità (contrariamente a quanto in genere si afferma, sembra che la permanenza di Giovanni nel deserto avesse più il carattere simbolico di una “vita al di fuori della terra promessa” che non il tono ascetico di un penitente).

Il battesimo di Giovanni. Quando Giovanni arriva nella regione desertica del Giordano, in tutto l’Oriente sono molto diffusi i bagni sacri e la purificazione con acqua. […] Anche il popolo giudaico ricorreva alle abluzioni e ai bagni per ottenere la purificazione davanti a Dio.

[…] Il desiderio di purificazione generò fra i giudei del I secolo una sorprendente diffusione della pratica di riti purificatori e la comparsa di diversi movimenti battisti. […] La necessità della conversione e la speranza di salvarsi portavano non pochi a cercare la loro purificazione nel deserto; Giovanni non era l’unico.

[…] Tuttavia il battesimo di Giovanni e, soprattutto, il suo significato erano assolutamente nuovi e originali. […] Per cominciare, egli non lo compie in stagni o piscine, […] bensì nel pieno della corrente del fiume Giordano. Non è un fatto casuale. Giovanni vuole purificare il popolo dall’impurità radicale causata dalla sua malvagità e sa che, quando si tratta di impurità molto gravi e contaminanti, la tradizione giudaica esige che non si adoperi acqua stagnante o “acqua morta”, bensì “acqua viva”, l’acqua che fluisce e corre.

[Inoltre] il suo battesimo è un bagno completo del corpo [e] lo si compie una volta soltanto.

[…] Ma vi è qualcosa di più originale ancora. Fino alla comparsa di Giovanni, fra i giudei non esisteva l’abitudine di battezzare altri; […] quanti cercavano di purificarsi lavavano sempre se stessi. Giovanni è il primo ad attribuirsi l’autorità di battezzare altri. Proprio per questo cominciarono a chiamarlo il “battezzatore” o “colui che immerge”. Questo conferisce al suo battesimo un carattere singolare; da un lato crea uno stretto vincolo fra i battezzati e Giovanni; […] d’altra parte, essendo compiuto da Giovanni e non da ciascuno per proprio conto, il battesimo appare come un dono di Dio.

[…] Il battesimo di Giovanni diventa così segno e impegno di una radicale conversione a Dio. Il gesto esprime solennemente l’abbandono del peccato in cui il popolo è immerso e il ritorno all’Alleanza con Dio. Questa conversione si deve verificare nel più profondo della persona, ma deve tradursi in un comportamento degno di un popolo fedele di Dio: il Battista chiede “frutti di conversione”.

[…] Questo perdono concesso da Dio […] commuove molti. I sacerdoti di Gerusalemme , al contrario, ne sono scandalizzati. […] La pretesa di Giovanni è inaudita: Dio offre il suo perdono al popolo, ma lontano da quel tempio corrotto di Gerusalemme!

Le aspettative del Battista. Giovanni non si considerò mai il Messia degli ultimi tempi; egli era soltanto colui che dava inizio alla preparazione. La sua visione era affascinante; Giovanni pensava a un processo dinamico con due tappe ben differenziate. Il primo momento sarebbe stato quello della preparazione, con il Battista come protagonista e il deserto come scenario; tale preparazione ruota intorno al battesimo nel Giordano. […] In seguito sarebbe venuta una seconda tappa che avrebbe avuto luogo già all’interno della terra promessa; suo protagonista non sarebbe stato il Battista, bensì una figura misteriosa che Giovanni designa come “il più forte” (contrariamente a quanto molto spesso si pensa, il Battista non considerava questa seconda tappa come “la fine di questo mondo”, bensì come un rinnovamento radicale di Israele in una terra trasformata).

[…] Probabilmente Giovanni si attendeva un personaggio che doveva ancora arrivare, mediante il quale Dio avrebbe realizzato il suo disegno risolutivo. Non aveva un’idea chiara di chi avrebbe dovuto essere, ma lo attendeva come mediatore definitivo. Non sarebbe venuto a “preparare” le vie di Dio, come Giovanni; sarebbe giunto per trasformare in realtà il suo giudizio e la sua salvezza».

Vedremo settimana prossima come Gesù si introdurrà in questa trama e se e come risponderà a queste aspettative.

Intanto potremmo chiederci quali sono le nostre in attesa che il suo Natale arrivi…
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