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martedì 8 aprile 2014

Domenica delle Palme


Ho cercato di raccogliere i personaggi della trama della passione e morte di Gesù.

Ve ne sono diversi collettivi (i capi dei sacerdoti, i discepoli, la folla con spade e bastoni, gli scribi e gli anziani, i falsi testimoni, i presenti nel cortile del sommo sacerdote, i soldati romani, quelli che passavano nei pressi della croce, molte donne, i farisei, le guardie dei capi religiosi), alcuni dei quali ritornano in più circostanze, ma tra di essi emergono anche alcuni singoli.

Alcuni di questi hanno una sorta di funzione rappresentativa del gruppo cui appartengono o comunque sono personaggi singoli – che dicono o fanno qualcosa in prima persona – ma funzionali alla narrazione (Pietro + i due figli di Zebedeo al Getsèmani, il discepolo che era con Gesù e impugna la spada, il servo del sommo sacerdote cui viene staccato l’orecchio, Caifa, i 2 falsi testimoni che riportano le parole di Gesù, le due serve nel cortile del Sommo sacerdote, il soldato che dà la canna con l’aceto + quelli che dicevano “Vediamo se viene Elia”, le donne presenti tra le molte: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo).

Vi sono poi i personaggi realmente tali, quelli che non sono solo funzionali alla vicenda, ma vi prendono parte in prima persona, in modo tale che non solo la loro storia intervenga su quella di Gesù, ma anche viceversa.

Ne risulterebbe una sorta di schema di questo tipo (fatto artigianalmente e perciò del tutto opinabile):

Giuda Iscariota

Capi dei sacerdoti

I discepoli

Il tale cui Gesù manda a dire: “Farò la Pasqua da te con i miei discepoli”

Pietro

Pietro + i due figli di Zebedeo

Giuda

Folla con spade e bastoni

Quello che era con Gesù e impugna la spada

Il servo del sommo sacerdote cui viene staccato l’orecchio

Caifa + scribi e anziani

Falsi testimoni

I 2 falsi testimoni che riportano le parole di Gesù

Pietro + giovane serva + un’altra serva + i presenti

Giuda

Pilato

Capi dei sacerdoti e gli anziani+ folla

Barabba

Soldati

Simone di Cirene

Quelli che passavano di lì

I capi dei sacerdoti + scribi + gli anziani

Quello della canna di aceto + gli altri che dicevano “Vediamo se viene Elia”

Il centurione

Molte donne, tra queste: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo

Giuseppe d’Arimatea

Pilato

I capi dei sacerdoti + i farisei

Guardie

 

Per ognuno di quelli in neretto ci vorrebbe un trattato…

Sui personaggi “positivi” (penso in particolare al centurione e a Simone di Cirene) è peraltro già stato detto molto e sostanzialmente “non fanno problema”. Ma forse proprio questo “non far problema” dovrebbe darci da pensare… non è che ci scivolano via troppo rapidamente?

Su quelli “negativi” (penso a Giuda e Barabba) le cose dette sono invece più contrastanti (basti paragonare Nostro fratello Giuda, di Primo Mazzolari con l’idea comunemente diffusa che Giuda sia all’inferno, qualsiasi cosa questo voglia dire; oppure il fatto che questo delinquente si chiami proprio Bar-Abba = Figlio del Padre…). Necessiterebbero allora di un approfondimento superserio.

Su quelli “ambigui” – nel senso che evolvono lungo la storia o che sono probabilmente inficiati da una lettura a posteriori (penso a Pilato e Pietro) – bisogna fare ogni volta la fatica di andare a ripercorrere questa evoluzione.

Infine ci sono i “meno considerati” (Il tale cui Gesù manda a dire: “Farò la Pasqua da te con i miei discepoli” e Giuseppe d’Arimatea) che meriterebbero invece di diventare oggetto della nostra attenzione.

Insomma – ognuno per il suo verso – sono questi i compagni di viaggio su cui concentrarsi in questi ormai pochi, ma intensissimi giorni che ci mancano a Pasqua.

Sarebbe bello scegliersene almeno uno e starci un po’ in compagnia.

Il “mio” quest’anno è Giuseppe d’Arimatea, di cui mi colpisce questo uscire dal nulla per ritornarvi (niente è raccontato di lui prima di questo episodio, niente è raccontato dopo). In questa “emersione” però c’è tutto il coraggio (quello dato dal bene che si prova per qualcuno e dal dolore della morte, che azzera ogni argine fittizio) e la presa in carico (fisica – togliere il corpo dalla croce, vuol dire portarne il peso – e vitale) del corpo morto del proprio maestro e amico (segreto, fino a un attimo prima).

Questa cura di un corpo morto (che tornerà anche nell’episodio delle donne che vanno al sepolcro per ungerlo) può apparire macabra o raggelante per chi se lo immagina così, come se il corpo in questione fosse il cadavere di chicchessia, ma per chi ha provato a sentire sotto le proprie dita la carne fredda di chi ha amato (fosse un padre, un marito, un figlio, un amico, un fratello…) credo possa percepire che portata abbia il gesto di Giuseppe.

Un uomo che porta il medesimo nome di quell’altro Giuseppe che aveva fatto da padre a un figlio non suo e che proprio come questo, d’Arimatea, era comparso e sparito dal e nel nulla.

In più, non si può non considerare il contesto in cui il Giuseppe del Passio opera: rischiando la sua stessa vita, venendo allo scoperto quando tutti si nascondono… come accennavo è il segno dell’amore disperato che fa perdere i confini normali che la convivenza civile abituale ci porta a mettere: gli argini del buon senso, del buon costume, della convenienza, dell’opportunità o meno del nostro mostrarci…

Argini che crollano e si frantumano quando la realtà dura ma vera della vita ci si presenta in tutta la sua radicalità, come oggi… quando la liturgia ci invita a non correre troppo avanti nella lettura (pensando “tanto poi è risorto”), per farci stare come bloccati con quel corpo morto tra le braccia, simbolo di una fine assoluta, che non ha alcun “però” da obiettare… è morto, però… No. È morto, punto.

martedì 27 marzo 2012

Domenica delle Palme

Quanto dicevamo settimana scorsa sullo “stare fermo” di Gesù nella sua totale dedizione all’amore, alla fedeltà e alla verità, oggi diventa “guardabile” nelle righe degli ultimi capitoli del vangelo, dove cambia il tempo della narrazione. Se in 13 capitoli Marco ha concentrato tutta la vita pubblica di Gesù, ora in questi capitoli 14 e 15, attua un rallentamento improvviso, in cui gli eventi vengono raccontati come in presa diretta… tanto da poter diventare drammatizzabili, recitabili, “guardabili” appunto, come in scena.

E allora l’invito di oggi è quello di prendersi del tempo per guardare a questo suo “stare fermo” nella totale dedizione all’amore, alla fedeltà e alla verità, dentro al muoversi dei personaggi intorno a lui, al precipitare degli eventi, al vortice che lo risucchia e annienta.

Verrebbe voglia di dire qualcosa… su quella donna che lo unge all’inizio e il cui profumo lo accompagnerà fin sulla croce… su Giuda, che proprio indispettito da questa tenerezza del suo maestro, decide per il tradimento… sul fatto che Marco indica a futura memoria non i gesti dell’ultima cena (non ha l’espressione “Fate questo in memoria di me”), ma il gesto di questa amante (= che ama)… sul quel “Non disse più nulla” di Gesù, che interrompe l’ingorgo di parole, accuse, urla e insulti che gli vorticano intorno… su quel grido inarticolato con cui muore il figlio dell’uomo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”… su quel corpo morto, tenuto in mano da un amico, di cui dovremmo imparare una volta per tutte il nome a memoria… Giuseppe d’Arimatea…

Verrebbe voglia… Ma oggi è giusto che lo spazio sia riempito dal testo e non dal commento.

Buona settimana Santa a tutti.



Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco (Mc 14,1-15,47)

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.

A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui.

Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.

Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

domenica 17 aprile 2011

La solitudine dell'Amore

Klaas Muller, "Ecce Homo"
Scuola fiammingo-italiana, metà XVI secolo, olio su tela
Brussels Antiques & Fine Arts 2009

Commento alle letture liturgiche della Domenica delle Palme (Anno A)
Le parole che abbiamo ascoltato sono il cuore della stessa storia umana. Gesù Cristo appare qui veramente la chiave per comprendere tutta la Scrittura e tutta la Storia. E tutto ciò che Gesù Cristo ha detto e fatto, trova qui, nella “sua ora” un senso compiuto.

Io però vorrei soffermarmi solo su due figure apparentemente marginali nel racconto: il centurione e la moglie di Pilato. Perché a ben guardare ci rivelano qualcosa che è centrale nella nostro cammino di fede. D’altronde questa è la dinamica presente in tutta la Bibbia e il Vangelo: solo gli ultimi – coloro che sono considerati “ai margini della società” – colgono la verità che sta loro di fronte…

“Davvero costui era Figlio di Dio!”
Il centurione – il suo essere boia lo evidenzia – ci dice che l’unico luogo adeguato per dare risposta alle nostre domande è “stare dentro la crocifissione”… Esserne dentro, vuol dire né prima, né dopo (troppo rapidamente “saltiamo alla resurrezione”), e ben oltre il devozionale “stare ai piedi della croce”.

Perché solo collocandosi nella Passione, possiamo posizionarci nell’unico punto di prospettiva che ci consenta di giudicare e ci comprendere la totalità della nostra esistenza. Questo significa il suo grido: “Davvero costui era Figlio di Dio!”

Accade invece che noi “di norma” ci poniamo di fronte ai grandi problemi dell’esistenza, personali e collettivi, a partire dal nostro centro esistenziale, dalla nostra condizione umana. Senza però accorgerci di ciò che ha di menzogna. Allora tutte le nostre domande che pretendono risposta, sono false, perché falsa è la posizione da cui partono. E necessariamente false sono anche le nostre risposte.

Gesù invece ci parla sempre – fin dall’inizio del Vangelo – all’interno della prospettiva della sua Croce. E così fanno gli Apostoli che lo annunciano… Perché solo “da lì” è possibile cogliere e accogliere il mistero e comunicarlo. Essere suoi discepoli vuol dire “rivivere”, in qualche modo, questa Croce.

“Perché mi hai abbandonato?”
Tra Gesù che entra liberamente nell’ombra della croce e tutti i protagonisti della Passione, c’è come una distanza, un muro. Il sonno degli apostoli, il suo ripetuto silenzio, il tradimento di Giuda e lo stesso amore di Pietro che la paura trasforma in tradimento, sono mostrati come lo specchio della nostra autentica condizione umana, rivelando noi a noi stessi. Nella Passione di Cristo, la verità della nostra menzogna si manifesta come una luce improvvisa e dal suo buio tutto ci appare chiaro: il potere, la passione politica, la menzogna, la paura, persino le cose che noi consideriamo belle come l’amicizia ci si manifestano omicide perché nostre! Le nostre passioni sono inadeguate a trovare una risposta all’esistenza e come il centurione, con tutte le nostre buone intenzioni di servire il bene, siamo costretti a riconoscerci “boia”. Per questo Gesù appare, rispetto alle nostre dinamiche, sempre dall’altra parte: Solo!
E la solitudine in cui l’abbiamo confinato ci mostra chi è l’uomo vero e che cosa rende l’uomo vero: “Davvero costui era Figlio di Dio!” ci ricorda che non si è uomini veri se non si è figli di Dio così!

La solitudine di Gesù paradossalmente rivela non la sua, ma la nostra autoreferenziale solitudine.
La sua solitudine invece nasce dall’estrema comunione con coloro che lo abbandonano, lo tradiscono, lo torturano e lo uccidono… Tutti Gesù vince con le “mani disarmate” dell’amore sconfitto: “Rimetti la tua spada al suo posto” dice a ogni discepolo, a ogni integralismo.

Mani così disarmate da esserlo anche davanti a Dio, rifiutando di far valere davanti al Padre, il suo “essergli Figlio”, come invece gli chiedono fin sotto la croce coloro che vorrebbero “salvarlo” e “salvarsi”: l’autoinganno di molti discepoli che vogliono “salvare” la Chiesa e il Vangelo, si protrae nella storia…
Il grido “perché mi hai abbandonato?” non è una richiesta di intervento divino (il Padre non potrebbe non esaudirla!), ma è una manifestazione di una “scelta di stato” di chi, persino da Dio, si lascia abbandonare, “tradire” e consegnare a una storia di morte.

Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito
Perché amare, amare veramente conduce alla solitudine: perché chi più ama più sente la falsità delle verità costruite per zittire le coscienze in facili risposte… e infatti Gesù tace! E Dio con lui.
E ci si scopre soli, impotenti, privi di potere adeguato a cambiare la storia dell’odio… Chi ama, vive nella solitudine di un sogno apparentemente irrealizzabile.

Ma avendo Gesù creduto a questo amore impotente noi non possiamo esimerci da un confronto con lui per cogliere la verità di ciò che siamo e di ciò che siamo chiamati ad essere.
Per questo essere cristiani vuol dire imparare a non mentirsi, facendo finta che il mondo abbia senso perché abbiamo imparato a memoria le risposte del catechismo. Perché una fede che non sa giungere fino alla oscurità della Croce è una fede che fugge se stessa. La morte, come inesorabile fatalità incombe su di noi e non c’è risposta che tenga se non quella che ci viene dalla totale solitudine della Croce.

Questa è la vittoria della risurrezione, che seppur raccontata dopo, è un mistero all’interno alla stessa crocifissione (E. Balducci). Mentre noi troppo spesso come Pietro diciamo per paura “il Vangelo non sempre si può applicare” anzi “è meglio non conoscerlo”: questa è la vera ragione perché “non troviamo mai il tempo” di studiarlo.

Il sogno di Maria, oggi!
E “lo spessore” di questa fede Matteo lo mette in bocca alla moglie di Pilato: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”. Ma quand’è che la gente dà ascolto alle visioni (sogno e visione sono sinonimi nella bibbia)? Di una donna poi! (E. Drewermann). E infatti Pilato non le diede ascolto! Come non le daranno ascolto i discepoli il giorno di Pasqua… E noi con loro…

Eppure la fede è credere in un’utopia, credere in quell’amore impotente nel quale Gesù si consegna. Questa sogno che turba la moglie di Pilato in Matteo, è “coerente” con la visione che ha turbato Maria in Luca (Lc 1,28s). Di Maria conosciamo il contenuto del sogno: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Non mi sembra che il racconto della Passione confermi questo sogno… per ora…

Ecco cos’è la fede: è credere e continuare a credere in un sogno fatto a una donna, nonostante la storia sembri smentirlo. La fede è vivere nella solitudine della Croce continuando a credere al sogno di Maria. E la Pasqua ci sveglierà (Gv 11,11!) non più soli!
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