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mercoledì 16 marzo 2016

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca


Dal libro del profeta Isaìa (Is 50,4-7)
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,6-11)
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
 
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca (Lc 22,14-23,56)
Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi. Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».
Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!». Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».
Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori. Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo. Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.
 
Il venerdì santo si ascolta il racconto della passione di Gesù secondo l’evangelista Giovanni La domenica delle Palme la Chiesa ci invita invece a leggere la medesima narrazione nella versione dell’evangelista dell’anno liturgico in corso, che quest’anno è Luca.
La vicenda è nota a tutti e i sinottici (Matteo, Marco e Luca) ricalcano pressoché lo stesso schema, così che anche chi non è un frequentatore assiduo di messe e vangelo sa rinarrare ciò che accadde a Gesù dall’ultima cena alla crocifissione.
Un po’ meno immediato è invece, forse, andare ad individuare le peculiarità di ciascun evangelista. Ce ne sono diverse.
Io oggi vorrei soffermarmi in particolare sulle seguenti, proprie di Luca:

martedì 19 marzo 2013

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca


Dal libro del profeta Isaìa (Is 50,4-7)

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,6-11)

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

 

Note introduttive al passio

«la morte di Gesù è il tema centrale, verso cui tutto il racconto converge, perché da lì è partito lo scandalo drammatico e doloroso dei discepoli, che man mano che vedono Gesù perdente, lo abbandonano (noi credevamo!...). Da qui l’incredulità e la sorpresa sconvolgente quando riappare “vivente”…  ribaltando così il problema di lui (e della sua morte) su di noi (e la nostra morte!). Cosa significa questa “sua” esperienza umana di morto/risorto, che irrompe nella nostra vita? rispetto all’incubo che incombe su di noi e pian piano ci corrode… la nostra morte, quando cioè ci toccherà di passare anche noi da questa vita al non esistere più! Questa oscura e censurata certezza, è quella che ci fa spaventati o smarriti o persino cattivi… È di fronte a questa nostra situazione umana senza uscita, che il racconto di Gesù diventa “vangelo”!

Questo racconto della passione e morte del Signore è infatti il nucleo sorgivo di tutto il Vangelo: la scaturigine della fede cristiana, come è arrivata, più o meno indenne, fino a noi. E rimane ancora la pietra di paragone o di misura della nostra fede di oggi. Dunque, va ascoltata con l’atteggiamento di chi sa (o spera?!) che questo racconto sta continuando, fino ad oggi, nelle nostre vicende di disperazione e di speranza, di peccato e di scoramento… Perché nella passione di Cristo è contenuta e si rinnova la passione degli uomini e delle donne di oggi – pena l’inutilità o insignificanza della nostra fede. Dunque da qui nasce anche per noi la “buona notizia”» [Giuliano].

 

L’invito dunque è quello di provare a entrare nel testo, vestendo i panni degli attori in scena in questo dramma

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca (Lc 22,14-23,56)

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio».

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

 

“questo è il mio corpo dato per voi”: se proviamo per un attimo a staccare queste parole dalla ritualità della messa in cui siamo abituati a sentirle e le prendiamo di per se stesse (come i discepoli quella sera), forse riusciamo a intravedere la straordinarietà della loro portata. dare il proprio corpo per…

è la spiegazione in anticipo della sua morte… dove “dare il proprio corpo” non è qualcosa di spiritualoide, ma il consegnare la propria carne.

su tutto ciò che ha detto e fatto, proprio di questo gesù dice “fate questo in memoria di me”: di tutto, trat-tenete questo, che spiega tutto il resto.

 

«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.

E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

 

“La mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola”

“nacque una discussione: chi fosse più grande”

“Signore con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte”

“Disse: ‘basta!’”

Inizia qui il processo di solitudine di gesù, che sarà compiuto sulla croce. gesù, che per ora è ancora attorniato dai suoi e dunque non è fisicamente solo, inizia ad esserlo interiormente: i suoi non capiscono, non lo capiscono.

 

Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

 

“entrato nella lotta”… è la fatica, tutta umana di Gesù di tirar dietro al suo cuore, alla sua mente, alla sua “determinata determinazione” («non sia fatta la mia, ma la tua volontà») anche la sua carne, il desiderio di vita che si sprigiona da ogni sua fibra, la paura di morire che corre lungo le sue midolla, il terrore del nulla che gela le sue viscere…

«…la lotta (l’agonia!) per passare dalla “mia” alla “tua” volontà!Gesù vive la tragedia dell’uomo, che non riesce a consegnarsi a Dio (sentito come Padrone crudele, non padre!). Perché gli toglie la vita che gli ha donato e non rimuove il male che lo consuma?… Perché!? Dio abbandona l’uomo che ha creato, per lasciarlo morire?! Gesù si perde davvero in questo abisso, lui giusto, ma solidale con ogni uomo che fa il male (mal fattore!), per paura di questa condanna a morte che incombe su di lui, anche se facesse il bene! Lui, innocente, piange lacrime di sangue da tutto il suo corpo, spremuto come noi, dall’angoscia di dover morire: (togli da me questo calice!). Il peccato, dal quale qui è tentato anche Gesù, è il rifiuto umano di questa insensata condanna a morte, a cui siamo tutti destinati. Ma proprio così, perdendosi per noi, Dio rivela il suo amore… un amore im/pensabile e in/credibile, un amore inerme, impotente, “torchiato” dal cuore squarciato del Figlio. La preghiera (richiamata cinque volte!: la preghiera come implorazione, conforto, angoscia intensa, vigilanza, solidarietà…) è l’unico modo di non cadere in tentazione. Cioè di imparare, come Gesù, a vivere la morte come abbandono nelle braccia impercettibili del Padre (imparò l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono Eb 5,7)!» [Giuliano].

 

Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì.

 

l’unico che si fa male in tutto questo racconto è gesù, che con le sue parole (“lasciate! basta così!”) e il suo gesto (lo guarì) «chiude per sempre la strada della violenza, che s’illude di difendere l’amore con altre armi che non diano amore. Solo l’amore disarmato è credibile! Perché è l’unico che crede davvero alla forza incomparabile dell’amore!» [Giuliano].

Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

 

la nostra inadeguatezza a seguire la strada percorsa da gesù, qui è rappresentata in maniera emblematica. pietro rappresenta ciascuno di noi, affascinati da questo maestro che con entusiasmo e determinazione ci mettiamo a seguire, eppure perennemente incapaci di stargli dietro davvero, fino in fondo… per paura…

ma lui il contatto visivo con noi non lo lascia cadere: “il signore si voltò e fissò lo sguardo su pietro”.

 

E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.

Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

 

gesù è condannato perché si “fa” figlio di dio.

 

Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

 

pilato cerca di scaricare la “patata bollente” gesù a erode. inizia qui il suo lavarsene le mani…

 

Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

 

ma erode che sperava in una specie di “giullare di corte” glielo rispedisce… anche lui se ne lava le mani. è una gara, tra i potenti del tempo, allo scantonamento: che è esattamente l’atteggiamento contrario a quello di gesù, che si immerge nella vicenda della storia, non se ne sottrae, non scappa, non scantona, non fa finta di niente. ma vi si immischia… fino a lasciarci la pelle.

 

Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.

Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.

Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

 

questo fiume di parole ci conduce dalla condanna all’ultimo respiro di gesù. chi ha visto questo ultimo respiro emesso dal corpo di qualcuno che amava, sa cosa voglia dire che il tempo si ferma. è proprio questo che celebriamo in questa settimana santa che inizia con domenica: il tempo si ferma, tutto diventa muto, o forse siamo noi a diventare sordi, come ovattati dall’ineluttabile. perché come cantava in maniera insuperabile de andrè gesù “morì come tutti si muore, come quegli altri cambiando colore”.

 

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

giovedì 14 marzo 2013

L'adultera: un testo "blasfemo"

Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, cosi siete voi nelle mie mani (Ger 18,6)

Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa
Sono immagini inaudite quelle di Isaia, umanamente impossibili da credere, non ricadono cioè all’interno della nostra esperienza… eppure è l’annuncio di qualcosa di nuovo per quanto inaudito! Al punto che tutto quello che abbiamo vissuto, esperimentato, per quanto bello, grande e divino, sublime, prezioso, “tutto”, ma proprio tutto ribadisce san Paolo, tutto è “perdita” di fronte alla sublimità della novità di Cristo! Ma qual è questa novità?

Certamente non può essere una novità puramente marginale al nostro comune senso religioso: Gesù non è la ciliegina sulla nostra torta religiosa. Un abbellimento, una facilitazione alla fede, al nostro comune senso religioso. Gesù è “altro” credere, vivere la fede, la religione, la preghiera, la morale, è “altra” veramente altra perché nuova vita.

Lo scopriamo nel Vangelo di questa domenica.

Sebbene quest’anno liturgico si appoggia fondamentalmente sul Vangelo di Luca, in questa V domenica di quaresima la chiesa ci propone il brano evangelico di Giovanni della donna adultera. Perché? Perché in realtà pur essendo collocato in Giovanni è quasi certamente di Luca (e alla sua teologia).

Infatti la Bibbia di Gerusalemme (BJ) alla nota che introduce il brano in esame afferma: Questo brano, omessa dai più antichi testimoni (mss, versioni, Padri), spostato da altri, dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni. Potrebbe essere attribuito a Luca (cf. Lc 21,38+). La sua canonicità, il suo carattere ispirato e il suo valore storico sono in ogni caso fuori discussione. Andiamo allora a vedere la nota chiave (BJ le segna con un +) in Luca 21,38 e leggiamo: Il contatto letterario con Gv 8,1-2 è evidente. Il brano della donna adultera (Gv 7,53-8,11), che molte ragioni invitano ad attribuire a Luca, troverebbe qui un contesto eccellente.

Proviamo a fare una verifica e vediamo che sono, proprio come dice la nota appena letta, letterariamente identici.

Giovanni 8,1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Luca 21,37Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. 38E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo. (Segue il capitolo 22 con l’inizio del racconto della Passione).


Prova ulteriore è che Gv 7,52 continua logicamente in 8,12 e ancora molti commenti esegetici nel commentare il vangelo di Giovanni ignorano completamente l’episodio dell’adultera (vv da 7,53 a 8,11. Così ad es. Henri van den Bussche)...

“Ricostruiamo” allora il vangelo di Luca così come “suggerito” dalle note della BJ.
Che cosa succede? Se nel contesto del vangelo di Giovanni, il brano sottolinea il fatto che Gesù, luce del mondo e acqua viva, è colui che non giudica nessuno e che dal suo giudizio sarà giudicato, in Luca, oltre a tutto ciò, acquista una valenza più profonda e “inaudita”, direi “blasfema” ai comuni occhi e orecchi religiosi e spiegano a mio parere della “censura” di cui è stato oggetto.
Concretamente il brano in Luca diventa una anticipazione di tutto quello che seguirà nella Passione (che inizia subito dopo al cap 22). Ne rivela il significato profondo, né è sintesi e manifestazione “anticipata”: insomma prepara il lettore allo shock con cui Luca guarda e descrive quello che accadrà dopo. Non tanto la crocifissione, ma ciò che nella “Passione” realmente accade nel suo contenuto essenziale!

Allora proviamo brevemente a vedere da vicino questo brano:
Ciò che salta subito agli occhi è la connessione diretta tra il racconto della donna adultera e il racconto della Passione. Per il metodo di scrittura dell’antichità ci sono delle parole chiave che fanno da connessione logica ai racconti. Il lettore è costretto grazie a queste “parole gancio” a fare il collegamento tra i vari episodi e attraverso di esse cogliere una “identificazione” tra i vari racconti…

Per prima cosa notiamo che la famosa frase di Gesù (Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei) non è una semplice frase su un peccaminosità generica. Gesù non sta banalmente dicendo «Ma dai suvvia, anche voi siete dei poveri peccatori, lasciate perdere!». Ma questo lo sapevamo già! (Ecco un buon principio: mai far dire al Vangelo ciò che già sappiamo!)… Oltre al fatto che non si capirebbe perché gli anziani siano i primi ad andarsene! Infatti l’avere più cose da farsi perdonare non dipende dall’età ma dal tipo di vita e da questo punto di vista un giovane può aver più da farsi perdonare di un anziano. In Luca 7,47 questo appare evidente: la prostituta, che evidentemente era nel fiore della propria bellezza giovanile, ha molto amato, perché gli è stato molto perdonato… e se c’era molto da perdonare vuol dire che, nonostante la sua giovane età, aveva molto peccato… Allora perché gli anziani se ne vanno prima? Perché l’adultera non poteva esserlo senza il contributo dell’uomo adultero. Quelle braccia che l’avevano collocata in mezzo pronti per lapidarla erano le stesse che fino a poco prima l’avevano abbracciata… E i vecchi “clienti”, diciamo così, se ne sono andati prima! Il peccato che Gesù ricorda loro è proprio lo stesso per cui volevano lapidare la donna! Questo lo si coglie anche dal finale: va’ e d’ora in poi non peccare più: di quel peccato lì! perché è ovvio che in senso generico certamente quella donna avrebbe peccato ancora!

Proviamo adesso ad immaginarci la scena: cosa abbiamo? Degli “adulteri” che vogliono lapidare un’adultera, posta in mezzo! dall’altra parte Gesù, l’unico non adultero.
C’è una comunione nel male tra la donna e coloro che la voglio lapidare che rompe ogni comunione: prima armata poi indifferente… E apparentemente almeno fino a questo punto, prima della discussione non ce n’è alcuna tra Gesù e la donna.
Gesù all’inizio tace: fa finta di niente? (silenzio di Dio?), “crea” sulla sabbia? traccia il proprio destino? In ogni caso sembra non voler aver niente a che fare con loro…
Resta il fatto che il risultato finale del dialogo è che coloro che erano in comunione nel male con la donna, si dissociano (etimo di diavolo), se ne vanno, ma la donna continua (!) in silenzio (!) a restare nel mezzo: Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo! Logicamente è impossibile che stia ancora in mezzo se tutti se ne sono andati! … Perché Luca insiste sul fatto che sia “in mezzo”?

Il rimando è al racconto della passione a cui la “parola gancio” “in mezzo” rinvia! Luca nel racconto della crocifissione è il solo che dice esplicitamente che Gesù è in mezzo e perché non ci siano dubbi in proposito lo specifica: uno a destra e l’altro a sinistra ai due ladroni (letteralmente: i senza-legge: i senza Torah! i senza Dio!).
Ora qui l’adultera si trova in mezzo proprio come Gesù sarà in mezzo ai senza-Dio: e al lettore attento non può non scattare l’identificazione adultera≡Gesù o meglio, nel racconto della passione, Gesù≡adultera! (l’adulterio è il peccato di Israele verso Yhwh! (idolatria): Negli oracoli dei profeti, e particolarmente di Isaia, Osea ed Ezechiele, il Dio dell’alleanza-Jahv “viene rappresentato spesso come sposo, e l’amore con cui egli si è congiunto ad Israele può e deve immedesimarsi con l’amore sponsale dei coniugi. Ed ecco che Israele, a causa della sua idolatria e dell’abbandono del Dio-sposo, commette davanti a lui un tradimento che si può paragonare a quello della donna nei riguardi del marito: commette, appunto, «adulterio». Giovanni Paolo II, Udienza Generale, 20 Agosto 1980)
L’associazione immediata è blasfema per la religiosità umana e domanda un salto verso una fede veramente nuova e religiosità altra (cfr prima e seconda lettura). Perché se qui è l’adultera che ha il posto che avrà Gesù, dopo nel racconto della crocifissione è Gesù che ha il posto dell’adultera: “in mezzo”! E quindi nella crocifissione Gesù si identifica con quest’adultera (non quindi con una semplice peccatrice!!) che tutti volevano uccidere, lapidare, crocifiggere! Quando affermiamo che Gesù il giusto è morto da ingiusto, da peccatore, rendiamoci conto che sono espressioni astratte: noi non abbiamo idea, per l’abitudine forse, di che cosa questo significhi concretamente! Gesù insomma assume quel/ciascun concreto e particolare peccato storico che commettiamo.
Salvare, liberare cioè qualcuno, è prendere il suo posto, assumere, portare su di sé il peso della sua storia… altro che “fare la carità”, perdonare le offese facendo finta di niente… ecc.

La donna, il suo essere chiamata così “donna” (cf “Ecco l’uomo” di Pilato), il suo stare in mezzo, il suo subire in silenzio… non possono non rimandare per immediata associazione di immagini, all’Agnello-Gesù della Passione.

Così il risultato finale dell’episodio dell’adultera è l’immagine capovolta della scena con cui è iniziata, è speculare ad essa… l’effetto voluto da Luca è un Gesù che in qualche modo, prende il posto “relazionale” di coloro che la volevano lapidare prima e se ne vanno poi (relazione senza comunione), per liberarla (relazione che crea comunione) e portarla finalmente “a parola”! Solo la comunione instaurata da Gesù dà vita: e finalmente la donna “parla”! e la sua risposta (“nessuno”) è di perdono verso quelli che volevano lapidarla e che andandosene, non instaurano affatto comunione, cioè non vanno da lei “scusandosi” di quello che stanno facendo. Non si convertono nel perdono reciproco). Ed è nello stesso tempo un riconoscimento di Colui da cui viene questa sua capacità di perdono: “Signore”…

La domanda a cui Luca vuole rispondere quindi è “come concretamente Gesù ci salva?”. La risposta qui e nel cap 22 che segue è che avviene in qualche modo uno “scambio” di posizione tra il Giusto Gesù e l’ingiusto peccatore concreto ed è questo scambio che permette all’uomo, qui donna, peccatore di non peccare più (è reso libero!), di diventare “giusta” perché giustificata, ma per fare questo Gesù deve assumere esistenzialmente il destino dell’“empio”, distruggendo l’empietà, la rottura della comunione, coll’abbandono al Padre.

Infatti la scena finale è shoccante: se si guarda l’episodio dall’inizio si vedono gli adulteri che rompono la comunione con la donna adultera, se la guardi dalla fine si vede Gesù che instaura invece la comunione. La donna sempre in mezzo fa da “medium” letterario… ancora… se Gesù instaura una comunione con l’adultera… ebbene ne condivide il destino, e la condanna!
Il risultato è che Gesù, agli occhi di chi legge, appare “adultero”, “prostituto” lui stesso: come ogni uomo che pecca (cfr quanto detto dai profeti dell’AT)!

Si può comprendere adesso, come l’immagine, troppo forte dell’autore lucano, abbia spinto molti a censurare la pagina… o a metterla in un contesto dove questo appare meno evidente per non dire occultato completamente (ecco una prova che mostra la necessità di collocare un testo/brano/fatto/parola nel contesto, per coglierne il suo vero significato). Ma così facendo non si dà ragione della Croce: del perché della “necessità” di una morte così e del perché una morte così “ci” salva. E “salva se stesso” (cf Lc 23,37.39) cioè Gesù stesso, portando a perfezione la sua comunione col Padre (cf Lettera agli Ebrei 5,8)

Aggiungo come questo “in mezzo” è ulteriormente sottolineato da Luca nell’ultima cena, mettendo in bocca a Gesù le parole del profeta Isaia, che gli altri evangelisti invece omettono: «e fu annoverato tra gli empi» (Lc 22,37; cfr. Is 53,12d) e poco prima, afferma: Io sto in mezzo a voi come colui che serve (22,27). A neanche 30 versetti dallo stare in mezzo dell’adultera: l’aggancio è troppo evidente per essere ignorato e non scandalizzare il senso religioso comune!

Conclusione provvisoria (perché il Vangelo è sempre un testo aperto a nuovi approfondimenti e acquisizioni)
1) La salvezza che ci viene da Gesù e a cui ci stiamo preparando non si attua nel suo doloroso morire, e nemmeno nel suo morire da “vittima innocente” (sarebbe uno dei tanti “errori giudiziari”!), né basta che sia un Dio a morire così. L’azione salvifica di Gesù consiste nel suo assumere la nostra vita “di” senza-Dio per introdurvi il Padre! Questo, significa la sua morte ignominiosa – “da” senza-Dio – della Croce! E infatti questo significa la “croce”, non tanto sofferenza, ma ignominia! Gesù “deve” assumere la nostra vita fallita, fin nella nostra morte totale per poterci dare – nel rispetto della nostra storia (senza dannarci cioè distruggerci fissandoci nel nostro fallimento e schiavitù!) – la sua Giustizia, il suo modo di essere, il suo modo di affrontarla, di viverla da Giusto. Quel “come” un malfattore va preso quindi in senso letterale, di vera “assunzione di destini” (da cui il termine “Paraclito”) nel quale prende realmente su di sé l’autodistruzione della nostra vita, i fallimenti dell’umanità, il nostro inferno quotidiano!

Immediato viene il rimando alla vita dei santi (Teresa d’Avila, suor Faustina, ecc.) che hanno fatto l’esperienza misteriosa di assunzione delle prove, tentazioni, di coloro che avevano a cuore o in cura. Es. letterario lo troviamo nel Dialogo delle carmelitane di Bernanos: la priora che fa esperienza della morte “disperata” della consorella affinché lei possa fare esperienza della sua morte pacificata! La “comunione dei santi” è questa comunione di storia!

2) Luca dice nel suo vangelo che solo l’“assunzione” dei drammi del fratello/sorella, libera veramente. Ciò che Luca vuol dire non è ancora sottolineato nella predicazione e nella vita della chiesa che spesso riduce la Croce a dolorismo!
Una chiesa che non scambia e si contamina assumendo su di sé i drammi della vita dell’altro, che invece si arrampica alla propria sacrale purezza cessa di essere “sacramento di liberazione” (Vat II). La paura di contaminarsi per timore di perdere la propria identità sacrale fino a “separarsi” dal mondo/laici/altri, fa del cristiano un neofariseo (significato di fariseo è: separato)! Insomma una Chiesa, un cristiano, un ordine religioso, che non “scambia”, che non si contamina, che non assume, per paura di perdere la propria sacrale identità personale o carismatica, fa del cristiano, religioso, chiesa, la versione moderna del fariseismo.

“Santo” traduce l’ebraico qadosh “separato”: Nel racconto dell’adultera, nello scambio, c’è il rifiuto della santità come separazione: nasce quindi un nuovo modello di santità come commistione!
Nel racconto dell’adultera, Dio non appare più “santo” (separato) ma immischiato con la storia umana: contrariamente a Pilato, Dio ama sporcarsi le mani! Così deve fare la chiesa e il cristiano: questo è il vero significato del perdono e quindi dell’amore! (Non si salva l’umanità standone al di fuori!)

Cristiano implica convertire anche parole: Quindi propriamente parlando “santo” è solo Dio: inaccessibile, separato da questo mondo, trascendente. Nell’ebraismo più correttamente l’uomo che vive in pienezza di Dio è Giusto! L’uso comune che ne facciamo non consente cogliere il suo autentico significato biblico!

Ecco perché quel “in mezzo” di Luca appare ancor più “osceno” cioè fuori da ogni scena religiosa! Il Dio di Gesù Cristo già con l’Incarnazione rifiuta questa accezione di santità. Santo è colui che non si lava le mani, ma si sporca mani e piedi e rischia anche di “dannarsi” (Rom 9,3: Infatti desidererei essere io stesso anatema e separato da Cristo per i miei fratelli, miei parenti secondo la carne) – di separarsi da un certo Dio – pur di non abbandonare il fratello al suo disperato destino! Ecco perché la Chiesa non può non essere missionaria! E missionaria così!

giovedì 5 aprile 2012

I prediletti di Dio

Daniel Zamudio
Vorrei proporvi durante questa “Santa Settimana” (vedi nota *) in cui la cristianità fissa il suo sguardo sul “compimento” della vita di Gesù di Nazareth, di meditare “La Passione” guardando “Le Passioni” della storia di oggi.

Infatti “Il Giusto”, per la bibbia, è solo Dio. Quindi ogni ingiustizia è sempre anche direttamente contro Dio. Ne consegue che l’ingiustizia non dipende né dalla moralità, né dal grado di consapevolezza di chi la subisce, comunque le si giudichi, ma dalla offesa oggettiva arrecata all’uomo, “sua immagine”! Un’ingiustizia, è un’ingiustizia sempre, anche se chi la fa (o la subisce) non ne sono consapevoli.

Per questo nell’ingiustizia subita da Gesù – e di cui facciamo Memoria – è racchiusa ogni ingiustizia. E circolarmente, in ogni ingiustizia subita da qualunque uomo o donna, è riattualizzata sacramentalmente – come un alter Christus (Mt 25,40.45) – l’ingiustizia subita dal Figlio di Dio!
Se così non fosse, Gesù Cristo, nel suo “patirla così” – e ci vuole una vita per capire che non è mera rassegnazione – non avrebbe potuto salvarci!
Ora questa “solidarietà inscindibile” tra Dio e l’uomo, mi consente di proporre, in piena coerenza biblica, di cambiare il cuore meditando durante questa «Settimana Santa» sulla morte di Daniel Zamudio. Torturato e ammazzato perché omosessuale.

È la scelta che ho fatto non per escluderne altre, ma perché anche in ciò che Daniel ha patito, c’è come “segnato” ciò che i Vangeli vogliono indicarci attraverso il racconto della passione, morte e resurrezione di Gesù. Le analogie (quindi di identità e differenza come sempre quando parliamo di persone) con la morte di Gesù mi appaiono qui più evidenti.
Ne elenco solo alcune, oltre alla già citata mostruosa ingiustizia:

Marginale: Anche Daniel è (stata) una persona che per alcuni aspetti potremmo considerare – proprio come il Gesù storico – “marginale”.
Ultimo: È storicamente, suo malgrado, la storia di un “Ultimo”, evangelicamente parlando…
Conosciuto attraverso la morte: Nonostante ne conosciamo alcuni aspetti, praticamente è per noi un “senza-nome”, uno che non abbiamo conosciuto e non avremo – per l’irreparabile bestemmia di alcuni – mai più occasione di conoscere se non attraverso la comprensione delle “ragioni” della sua morte.
Maledetto: Per quei redivivi farisei, incapaci di vedere al là del proprio ombelico perbenista, era considerato una individuo riprovevole.
Bestemmiatore: Daniel era certamente un uomo che non poteva credere in tutto ciò che credono i moralisti…
Crocifisso: L’analogia non è solo per la violenza e le torture, ma per la forma “umiliante” di una morte inflitta a coloro che non erano considerati uomini perché “disprezzati”.
Scandaloso: Perché gay. Come scandaloso è scriverne facendo un parallelo con la figura del Crocifisso. Come scandaloso era Gesù che annunciava un modo nuovo di “guardarci” tra di noi… come scandalosi erano i suoi discepoli che annunciavano il suo Sguardo, come scandaloso è questo post che cerca di trasmetterlo. Ovviamente non per tutti ma per i presunti “pii” di ieri e di oggi che si scandalizzano del Vangelo. E nascondono che il vero scandalo consiste nel pensare che ad un uomo possano essere negati dei diritti perché non vive secondo una certa morale sessuale.
Pietra di inciampo: Il suo “epilogo” ci interpella a una presa di posizione che diventa l’ermeneutica autentica del nostro essere credenti inseriti in una comunità di credenti.
La sua morte ci giudica: Certo non ci saranno “evangelisti” che scriveranno di Daniel, eppure la sua storia, certamente nel suo compimento, è già inscritta nel Vangelo, in quanto diventa a mio parere discriminante nel giudicare il “tasso” di trasformazione evangelica del nostro cuore (immagine di ciò che ci fa figli/e di Dio… o statue di gelida pietra).

La sua morte dicevo, ma anche la sua vita! Perché se è morto così è perché qualcuno ha ritenuto che la sua vita non fosse degna di essere vissuta e al suo modo di essere occorreva porre un termine definitivo.

Non crediamoci migliori dei suoi assassini, consolati magari dall’etichetta che si sono affibbiati. Domandiamoci piuttosto se, sebbene non saremmo arrivati a tanto, sostanzialmente il nostro giudizio resti lo stesso!
Se c’è stato qualcuno che ha deciso di poterlo uccidere, ciò è dovuto al fatto che qualchedun altro ha predicato che una vita come la sua non fosse degna di essere vissuta!

Se, ad esempio, uno proclamasse che sarebbe “meglio avere un figlio morto piuttosto che un figlio gay”, come dovremmo giudicarlo se poi cominciasse a urlare disperato se qualcuno prendendolo di parola gli uccidesse il figlio gay? Eppure, non è proprio quello che fanno in molti anche nella chiesa? Non diciamo che andranno all’inferno? E di cosa ci lamentiamo se poi qualcuno glielo procura?
Anche le nostre mani grondano di sangue… del suo!

E allora che cosa ci differenzia da questi assassini? Provocatoriamente: la mancanza di coraggio di andare fino in fondo nel nostro giudizio e di passare dalla parole ai fatti? E non sarebbe una differenza che ci renderebbe peggiori degli assassini? Almeno loro hanno avuto il coraggio di essere coerenti. Mi rendo conto di dire qualcosa che sembra una bestemmia, ma è la stessa che ha pronunciato il Cristo in Lc 16,8.

E allora cerchiamo di convertirci conoscendo Daniel (come troppe volte accade) attraverso la descrizione della sua morte, lasciandoci commuovere da un dolore indicibile che ci trapassa il cuore e lo cambia!
Perché ci si domanda – prima ancora di chiedersi come sia potuto accadere: sterile domanda finché il cuore non è trasformato – che cosa si può fare perché “certe cose” non accadano mai più?

Quello che riesco a capire – sperando di non urtare nessuno – è che non si può stare a guardare. Non si può più semplicemente gridare. Direi che non basta più nemmeno “non essere omofobi”, come non basta denunciare l’omofobia od ogni altra fobia… È importante, ma non basta!
Quello che bisognerebbe cominciare a fare, come chiesa, come cristiani, come magistero, se si vuol restare uomini… è essere attivamente “[h]omofili”, amici dell’uomo, di ogni uomo (Gv 13,35)…

Non si può pensare di “difendere la morale cristiana” calpestando i nostri fratelli e sorelle più piccoli. Offenderemmo il Redentore. Piccoli non perché meno uomini, anzi! Piccoli in quanto indifesi, additati, oltraggiati, insultati, ridicolizzati, torturati, ammazzati… ma per questo veri uomini in quanto prediletti da Dio.

Con la vita di queste persone, ci stiamo giocando quella del Cristo. E del suo autentico annuncio! E questo lo dico per quelli che tradizionalmente fanno dell’«annuncio» il loro scopo, non capendo che lo scopo dell’annuncio lo si raggiunge, paradossalmente, proprio non facendone uno scopo: perché se c’è un scopo questo è solo la difesa e lo sviluppo della dignità di ogni uomo e donna. Indipendentemente dal giudizio morale che possiamo dare: ed è per questo che i suoi assassini avranno un giusto processo!
In altre parole, se ci preoccupassimo di meno di “annunciare il Cristo” e ci preoccupassimo di più di “risorgere – cioè apprezzare – ogni uomo”, annunceremmo veramente la Passione di Cristo!

Non pensare e agire in questo senso ci renderebbe – come uomini, come cristiani, come chiesa, come cittadini – veramente responsabili di un peccato di omissione ancor più spregevole del crimine commesso dagli stessi carnefici. È compito dell’impegno politico, oltre che pastorale, salvarci da una tale condanna.

(*: volevo pubblicare il post lunedì, ma impegni inderogabili me lo hanno impedito, lo faccio oggi convinto che possa aiutare qualcuno/a come ha aiutato me.
Un grazie al
Corriere della Sera che è stato uno dei pochi che ne ha messo subito in evidenza la notizia…
Che Daniel interceda per noi!).

Daniel Zamudio

martedì 27 marzo 2012

Domenica delle Palme

Quanto dicevamo settimana scorsa sullo “stare fermo” di Gesù nella sua totale dedizione all’amore, alla fedeltà e alla verità, oggi diventa “guardabile” nelle righe degli ultimi capitoli del vangelo, dove cambia il tempo della narrazione. Se in 13 capitoli Marco ha concentrato tutta la vita pubblica di Gesù, ora in questi capitoli 14 e 15, attua un rallentamento improvviso, in cui gli eventi vengono raccontati come in presa diretta… tanto da poter diventare drammatizzabili, recitabili, “guardabili” appunto, come in scena.

E allora l’invito di oggi è quello di prendersi del tempo per guardare a questo suo “stare fermo” nella totale dedizione all’amore, alla fedeltà e alla verità, dentro al muoversi dei personaggi intorno a lui, al precipitare degli eventi, al vortice che lo risucchia e annienta.

Verrebbe voglia di dire qualcosa… su quella donna che lo unge all’inizio e il cui profumo lo accompagnerà fin sulla croce… su Giuda, che proprio indispettito da questa tenerezza del suo maestro, decide per il tradimento… sul fatto che Marco indica a futura memoria non i gesti dell’ultima cena (non ha l’espressione “Fate questo in memoria di me”), ma il gesto di questa amante (= che ama)… sul quel “Non disse più nulla” di Gesù, che interrompe l’ingorgo di parole, accuse, urla e insulti che gli vorticano intorno… su quel grido inarticolato con cui muore il figlio dell’uomo “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”… su quel corpo morto, tenuto in mano da un amico, di cui dovremmo imparare una volta per tutte il nome a memoria… Giuseppe d’Arimatea…

Verrebbe voglia… Ma oggi è giusto che lo spazio sia riempito dal testo e non dal commento.

Buona settimana Santa a tutti.



Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco (Mc 14,1-15,47)

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.

A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui.

Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.

Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

domenica 17 aprile 2011

Domenica delle Palme: Quale parola per lo sfiduciato?

Ed eccoci giunti alla domenica delle Palme… Quella in cui la Chiesa ci invita a ripercorrere l’intera vicenda della passione, morte e sepoltura di Gesù. Quella che ci conduce fino all’esito normale e tragicamente inevitabile della vita delle persone: la tomba. Quella che proprio quest’anno, per noi, capita in maniera così tempestiva ad accompagnarci, con la sua Parola, alle tombe della nostra umanità:


- alla tomba di Giuliano, morto proprio un anno fa;

- alla tomba che il Mediterraneo è diventato per centinaia di nostri fratelli che cercavano e chiedevano Vita;

- alla tomba della giustizia e della Costituzione;

- alla tomba di tanti dei nostri sogni e delle nostre speranze, che ci paiono giacere come strade interrotte;

- e alle altre innumerevoli tombe di fratelli e amici che per riservatezza non raccontiamo, ma che – esattamente come le nostre – ci attanagliano la gola, ci gelano d’angoscia, ci disperano il cuore…



Eppure… proprio in questa domenica che sa di morte, la prima lettura che la Chiesa fa risuonare, inizia con un invito che scuote: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato».

Io non ho la presunzione di dire di me stessa che il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepola, eppure, scrivendo queste poche righe, per il nostro appuntamento settimanale, mi sento come “in dovere” di provare ad indirizzare una parola allo sfiduciato, alla sfiduciata… a quello sfiduciato/a che spesso ritrovo primariamente proprio dentro di me.
Il Passio è il racconto di una morte… di una morte atroce… la morte di chi muore urlando un grido inarticolato di disperazione – «A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» – e prima ancora è il racconto di un tradimento – «“In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”. Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”. Ed egli rispose: “Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà”» –, è dunque anche il racconto di un tradimento consapevole – «Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: “Tu l’hai detto”» – ma è anche il racconto di un estremo ed ingenuo tentativo di fedeltà – «Pietro gli disse: “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Gli disse Gesù: “In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”. Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti i discepoli» –; un tentativo di fedeltà miseramente fallito, perché perdente di fronte alla paura della morte, che infatti la fa da padrona – «venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: “Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?”. Si allontanò una seconda volta. […] Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti» – un tentativo di fedeltà fallito, che per la paura si trasforma addirittura in rinnegamento – «Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo!”. Ma egli negò davanti a tutti dicendo: “Non capisco che cosa dici”. Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: “Costui era con Gesù, il Nazareno”. Ma egli negò di nuovo, giurando: “Non conosco quell’uomo!”. Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: “È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!”. Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”» – un tentativo di fedeltà fallito, che per la paura si trasforma addirittura in abbandono – «Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono».

Eppure proprio in relazione a questo racconto di morte, tradimento, rinnegamento, abbandono, la Chiesa ci invita a indirizzare una parola allo sfiduciato…

Mentre scrivevo che il Passio è un “racconto di morte, tradimento, rinnegamento, abbandono”, mi veniva in mente, che la storia di Gesù, alla fine, non è così diversa dalla storia del mondo, o dalle nostre piccole storie di vita… Quanti dei racconti delle nostre storie potrebbero essere messi sotto quest’etichetta “racconto di morte, tradimento, rinnegamento, abbandono”… forse tutte… prima o poi…

E allora… Quale parola indirizzare allo sfiduciato?

Certo, quella che domenica prossima sentiremo risuonare: quella per cui Dio Padre, riconoscendo nel suo Figlio e nella sua incondizionata donazione d’amore, la vita riuscita, la tramuterà in vita che non muore in eterno!

Ma quelle sono le parole si settimana prossima… Oggi… tra le tante che si potrebbero scegliere (da quelle che dicono la lucida consapevolezza di Gesù, a quelle dell’ultima cena, che ci spiegano in anticipo cosa sta per accadere; da quelle che Gesù dice nell’intimità al Padre suo nel Getzemani, a quelle che con assoluta dignità non dice ai suoi giudici, calunniatori e tentatori…), io vorrei indirizzare allo sfiduciato solo alcuni nomi… nomi di personaggi di secondo piano (anzi forse di terzo e di quarto…), che però sono lì nel vangelo ad attestare che se la storia di Gesù, la storia dell’umanità e la nostra storia è fatta di morte, tradimento, rinnegamento e abbandono, essa è anche fatta di riconoscimento («Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”»), fedeltà («Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo») e custodia («Giuseppe di Arimatèa prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia»).

Sono questi insignificanti (?) personaggi, con i loro insignificanti (?) frammenti di umanità, la parola che vorrei indirizzare agli sfiduciati, perché anche loro, come Gesù, sappiano fare la faccia dura come la pietra e tornare a investire l’esistenza, rifondandola sul riconoscimento, la fedeltà e la custodia.

venerdì 26 marzo 2010

Passione di nostro Signore Ges Cristo secondo Luca

Come di consueto, anche quest’anno durante la domenica delle Palme, si legge il racconto della passione e morte di Gesù. A differenza però degli altri anni e del modo consueto di commentare le letture delle domeniche dell’anno liturgico, quest’anno preferisco lasciare ampio spazio al testo. Anche perché esso non ha bisogno di nessuna aggiunta e – dopo la sua lettura per intero (che consiglio vivamente a tutti) – non lascia spazio che ad un denso silenzio. Mi permetto allora semplicemente di mettere – nel testo – i passaggi che più di tutti a me, oggi, paiono significativi, quelli che più di tutti fanno vibrare le mie corde interiori, così, proprio per far posto – qualche volta – più alla pancia che alla testa.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 50,4-7)
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,6-11)
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca (Lc 22,14-23,56)
Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

Anche se forse non tutti saranno d’accordo… leggendo questo testo mi è capitato più di una volta di immaginare la medesima situazione di Gesù e dei discepoli all’ultima cena, riadattandola con i personaggi della mia vita, con le persone che amo o, addirittura, come se fossi io a pronunciare le parole di Gesù.
Forse non tutti saranno d’accordo, perché – insomma – non si fa… Chi può avere l’ardire di mettersi nei panni di Gesù e pensare di riuscire a vestirli? Chi può mettere al posto di Gesù qualcuno che ama, senza scadere nell’idolatria? Ecc…
Eppure, se è vero che la conoscenza di Lui, l’incontro con Lui e l’amore per Lui non può avvenire che in maniera mediata (dalla storia, dal volto degli altri, dalla struttura antropologica dell’amare, del pensare, del decidere, ecc…), allora forse il tentativo – magari un po’ infantile – di immedesimazione, fa comprendere molto bene le dinamiche affettive in gioco in quei terribili momenti: la consapevolezza dell’imminente morte, la paura di morire, il dramma del lasciare chi si ama… e dentro lì, la scelta di morire donandosi…
E dal punto di vista dei discepoli: l’incomprensione, la paura, l’annientamento del futuro, l’orrore della solitudine…
E la domanda: Perché se metto qualcuno che amo al posto di Gesù o se mi metto io stessa, lasciando i miei amati nel ruolo dei discepoli, mi si agghiacciano di angoscia le interiora e mi sale il magone del terrore in gola, mentre se non faccio questa associazione, mi sembra solo il racconto scontato – perché mille volte già ascoltato – del superuomo Gesù, molto più ectoplasma cosmico, che uomo da amare come gli altri!?!??



«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo. E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Luca colloca a questo punto la discussione su chi fosse da considerarsi più grande… Agghiacciante che la collochi proprio qui… Segno forte della solitudine di Gesù, non ancora a livello concreto (ha ancora intorno i suoi), ma indubbiamente esistenziale: solo Lui infatti sta capendo bene ciò che accade. E solo Lui, dentro agli eventi, mantiene quella lucidità che ridà ai fatti il significato autentico, continuamente falsato da tutti gli altri attori in scena (qui e fino alla fine) e rivela un’incommensurabile capacità leggere in trasparenza le dinamiche umane.
«Voi però non fate così»...


Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Anche Pietro fa una lettura falsata della realtà… addirittura una lettura falsata di se stesso… che Gesù, senza giudizio né rimprovero, semplicemente smonta, per riportarlo alla carne e al sangue… molto più veri di tanti nostri propositi… Perché è molto più vera la paura, che la baldanza; la trepidazione, che l’ostentata sicurezza… siamo molto più un grumo di sangue impaurito, che dei valorosi combattenti indomiti.
Ma la cosa interessante è che mentre noi passiamo una vita a cercare di nascondere a noi stessi e agli altri questa verità, Gesù la vede da sempre e non se ne fa proprio problema. Anzi… La guarda con trasparenza e naturalezza, benevolenza e fiducia: quel grumo di sangue impaurito è il suo grumo di sangue impaurito! E sarà sapere questo (questo suo sguardo, questo suo amore) che renderà quel grumo di sangue impaurito – che pure resterà un grumo di sangue impaurito – così libero da saper davvero a sua volta amare fino a dare la vita!


Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!». Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Cade in ginocchio, il suo sudore diventa come gocce di sangue che cadono a terra… c’è una lotta… è la fatica, tutta umana di Gesù di tirar dietro al suo cuore, alla sua mente, alla sua “determinata determinazione” («non sia fatta la mia, ma la tua volontà») anche la sua carne, il desiderio di vita che si sprigiona da ogni sua fibra, la paura di morire che corre lungo le sue midolla, il terrore del nulla che gela le sue viscere…
È così che Dio agisce nella storia! Nella lotta, tutta sudore e sangue, di una libertà che si decide per Lui, per l’amore, per la vita degli altri, per il primato dell’uomo! Il resto è coreografia folkloristica (spesso di cattivo gusto)…


Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

«Come se fossi un ladro…»: la grande menzogna… Mentre tutti si costruiscono la verità (il “come se”), Gesù riporta sempre all’autenticità della realtà (al “come è”)...
L’uomo infatti ha bisogno di mentire, di falsare, di mascherarsi… altrimenti non rimarrebbe di lui che un grumo di sangue impaurito… che nessuno degnerebbe di uno sguardo, che nessuno terrebbe in alcuna considerazione… a cui nessuno riconoscerebbe una qualche autorità, o a cui darebbe un qualche potere… che nessuno dunque ammirerebbe, stimerebbe e amerebbe…
La trasparenza dello sguardo di Gesù si fonda invece sull’incontrovertibile onorabilità del grumo di sangue. E della sua verità. Questi è l’uomo. Questi è la creatura di Dio. Questi è chi Lui ama.


Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Pietro è l’emblema di questo ritorno alla realtà… Per lui basta uno sguardo… Dopo la grande menzogna, dopo l’invenzione della verità, dopo la maschera, gli occhi dell’amico lo riportano a chi lui è veramente… un grumo di sangue impaurito e mentitore per paura!
Ma la scoperta di Pietro è che – al contrario di quanto gli suggeriva la sua paura, per cui mostrarsi nella sua verità lo avrebbe condotto alla morte, alla non accettazione, al disprezzo, alla solitudine – lo sguardo di Gesù che lo vede per quello che è veramente, è sempre quello di chi lo ama, di chi da sempre lo vedeva come un tenero grumo di sangue, di chi lo tiene perché è suo!


E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Pilato sa che Gesù è “una patata bollente”… e se ne vuole liberare. Ci prova con Erode… ricordando che Gesù è Galileo e che dunque Erode ne aveva l’autorità… Ma Erode glielo rimanda: non ha interesse per lui, quando si accorge che non ha niente del giullare di corte che coi suoi trucchetti fa divertire il pubblico… Pilato allora prova a tenere duro con i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo. Ma poi, la ragion di stato (quindi non una ragione vera, ma un’altra invenzione della verità, quella adatta a non far scoppiare una rivolta) prevale. E Gesù – nel teatro delle menzogne – diventa colpevole: condannato.

Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

Strepitoso in tutto questo orchestrare la menzogna, il commento lucidissimo di Gesù: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli»… La verità infatti, anche se non riconosciuta da alcuno, se non da Gesù solo, è che quegli uomini e quelle donne – e non lui – sono nell’errore. Non solo nell’errore di valutazione sulla colpevolezza o l’innocenza di Gesù, ma nell’errore della postura esistenziale.

Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori. Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Le tre cose che Luca fa dire a Gesù in croce sono insuperabili: lo sguardo trasparente sui suoi assassini («Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno»), a cui ridona la caratura umana di cui loro si stanno auto-privando; lo sguardo (la cura) al prossimo sofferente anche nel momento in cui lui stesso è il prossimo sofferente («Oggi con me sarai nel paradiso»), cui continua a guardare come si guarda ad un uomo, anche quando gli altri, la vita, lui stesso, lo hanno disumanizzato; e infine lo sguardo al Padre («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»), guardato fino in fondo come Padre.
Fra tutti, solo Gesù vede la verità, solo i suoi occhi riconoscono i veri volti di ciascuno…


Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo. Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

E infine, quando ormai Gesù non può guardare più e non può più dirci la verità facendoci guardare la realtà coi suoi occhi, ecco che rispuntano i suoi e soprattutto le sue… le quali – piuttosto che nulla – vogliono almeno avere tra le mani il suo corpo (morto), in un atteggiamento tutto femminile che è quello della cura, della custodia, dell’“in-grembamento”…

Il mio augurio, all’inizio di questa settimana santa, in attesa della domenica di risurrezione, è di vivere un po’ questo “in-grembamento”.
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