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martedì 18 agosto 2015

XXI Domenica del Tempo ordinario (B)


Dal libro di Giosuè (Gs 24,1-2.15-17.18)

In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 5,21-32)

Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,60-69)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

 

Eccoci giunti alla fine del percorso intorno al pane di vita. Il discorso di Gesù finisce piuttosto male, i più se ne vanno. Restano solo i Dodici.

Ma ciò che mi ha colpito più di tutto in questo vangelo è la frase di Gesù che dice: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla».

Innanzitutto perché non è immediatamente chiaro cosa sia il “salire del Figlio dell’uomo là dov’era prima” e poi, soprattutto, il riferimento allo Spirito e la squalificazione della carne.

È strano, quest’ultimo punto, in particolare alla luce di tutto quanto detto prima sulla sua carne da mangiare. Come può ora dire che la carne non giova a nulla?

Ho trovato un commento interessante di Mauro Laconi, che mi ha aiutato a chiarire un po’ questi aspetti e perciò ve lo propongo.

Scrive Laconi: «Il capitolo si conclude in tono di infinita tristezza. I “discepoli”, anzi, “molti” di loro, trovano impossibile accogliere le parole di Gesù. La loro mancanza di fede angustia Gesù. Egli reagisce prima con una specie di rassegnazione («Tra voi vi sono alcuni che non credono», v. 64); poi con parole che sembrano denotare un animo sfiduciato («Volete andarvene anche voi?», v. 67) […]. Mai nei vangeli si è guardato con tanta attenzione e apprensione dentro l’anima di Gesù […]. Giovanni è ancora tutto preso dal suo tragico interrogativo: come spiegare l’incredulità, il rifiuto della vita, il rifiuto di Dio? Il fallimento del divino Rivelatore, di colui che può presentarsi in verità con il biblico “Io Sono”, è per lui un mistero davvero imperscrutabile, pari solo alla sconfinata amarezza dell’animo di Gesù. Ma l’evangelista non attenua la proporzione delle cose. Pretendendo la fede, Gesù pretende davvero molto. Le sue parole (“mangiare la sua carne”), anche se intese a tradurre in termini di vita eucaristica il mistero dell’incarnazione, per chi non ci si abbandona sono davvero “dure”, anzi “scandalose”. Eppure gli uomini saranno messi davanti a uno “scandalo” ben più grande: la croce! Questo sembra proprio il senso fondamentale del v. 62 («E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?»): infatti per Giovanni il ritorno di Gesù al Padre è abitualmente identificato con la passione (1,13). D’altra parte il linguaggio cristiano è coerente; molto prima di Giovanni, anche Paolo aveva parlato dello “scandalo della croce” (Gal 5,11; 1 Cor 1,23). Fino a che punto possa sembrare “scandaloso” Gesù, era d’altronde già stato suggerito in certi passi sinottici (Mt 11,6: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»). e tuttavia proprio la croce, che porterà la rivelazione all’estremo della sua “durezza” e del suo “scandalo”, rappresenterà per i discepoli e per tutto il mondo il momento dell’illuminazione […]. Proprio dalla croce diventerà stranamente chiaro l’“Io Sono” di Gesù, e “tutti” ne saranno trascinati. È quanto sembra voler dire il difficile v. 63 («È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita»), che potrebbe sembrare enigmatico e quasi contro senso se lo si isolasse. Ma il pensiero è concentrato sul Figlio dell’uomo glorificato (“risalito là dov’era prima”); asceso al cielo donerà lo Spirito, e allora all’uomo debole sarà possibile quello che prima sembrava irrealizzabile: la fede in Gesù. L’Eucaristia è “carne” come è “carne” l’incarnazione; ma senza lo Spirito, per l’uomo “non giovano veramente a nulla”. Non è nemmeno da escludere che Giovanni abbia di mira alcune deviazioni ecclesiali di tipo ritualistico-magico. L’Eucaristia, sembra voler suggerire, non accolta nella profondità e autenticità dello Spirito, rimarrebbe un rito senza senso».

Ecco i nostri dubbi chiariti. Il riferimento al “salire” di Gesù è la croce e – come accennavamo settimana scorsa – le mere pratiche religiose (fosse anche la pratica religiosa cristiana per eccellenza, cioè il fare la comunione) di per sé non servono a nulla.

Come è chiarissimo nei sinottici, dove l’istituzione dell’eucaristia è celebrata la sera prima della morte in croce, c’è un nesso strettissimo tra il magiare la carne di Gesù e il partecipare alla sua donazione. Se non si entra nella dinamica della croce di Gesù, non si può dire di mangiare la sua carne. Ma entrare nella dinamica della croce è precisamente quella relazione a tu per tu (da spirito a Spirito) di cui parlavamo settimana scorsa.

È mentre viviamo la relazione personale con la persona di Gesù e in particolare con la sua morte che stiamo mangiando la sua carne. Un po’ come nei rapporti tra di noi: è solo condividendo la vita che entriamo nella vita dell’altro, che ci mangiamo reciprocamente la carne. Un mangiare, che poi, magari anche nelle nostre relazioni personali, si visibilizza in gesti particolari, “sacramentali”, come nell’eucaristia per la relazione con Gesù, ma che hanno senso e si sostanziano solo perché c’è dietro e dentro la vita intera.

La conclusione di questo percorso, allora, è un invito a spaccarsi la testa sulla storia di Gesù (e in particolare sulla sua fine), senza accontentarsi delle rispostine preconfezionate che altri ci hanno dato o noi stessi ci siamo dati; e farlo, non come esercizio intellettuale, ma in un dialogo con Lui, che attraverso il suo vangelo continua a rinarrarci la storia della sua carne.

Potrebbero aiutarci domande quali:

-          Perché la vita di Gesù è finita così?

-          Perché quella morte?

-          Chi l’ha ucciso e perché?

-          Perché non vi si è sottratto?

-          Perché in tutta la storia della passione è l’unico che si fa male?

-          Cosa dice di Lui quel non sottrarsi?

-          Cosa avrebbe detto di Lui il sottrarsi?

 

E potrebbe anche aiutarci non considerare valide alcune risposte (non perché sbagliate, ma perché talmente usate da essersi svuotate di senso). Quindi non valgono risposte quali:

-          Per la nostra salvezza.

-          Per il bene dell’umanità.

-          Per rimettere i nostri peccati.

-          Tutte quelle che assomigliano a queste :o)

martedì 9 settembre 2014

Esaltazione della croce


Dal libro dei Numeri (Nm 21,4b-9)

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (Fil 2,6-11)

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

 

Nella prima lettura (Nm 21,4b-9) di questa domenica 14 settembre, in cui la Chiesa celebra la festa dell’esaltazione della croce, ci viene presentato uno dei moltissimi esempi di ciò che ha caratterizzato il cammino di Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto: il lamento («Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero»).

Questo atteggiamento carico di sfiducia da parte del popolo, pur essendo tanto caratteristico, da risultare ovvio, non può però non suscitare perplessità, dato che, a ben guardare, il Dio contro cui il popolo mormora è lo stesso che lo aveva condotto fuori dall’Egitto (dalla schiavitù); evento che per Israele è uno dei momenti centrali della sua storia di popolo. Con questo atto preveniente e unilaterale, infatti Dio ha (pro)posto gratuitamente le basi per l’elezione, per l’alleanza, per l’identità specifica di Israele, nello scenario della storia umana!

Perché allora il popolo nel viaggio che segue questa liberazione (che al di là della ricostruzione storica ha soprattutto valore teologico) appare sempre non all’altezza nell’onorare questa alleanza? Nell’onorare cioè il credito dato alla promessa di Dio iscritta in quella liberazione? Perché cioè – per usare le parole di Giuseppe Angelini – «nel deserto il popolo sempre da capo mormora contro Mosè; esprime cioè il suo sospetto di essere stato da lui ingannato»? Perché – continua il teologo – il popolo arriva a dire «‘Meglio sarebbe stato per noi non essere mai usciti dall’Egitto’ [...] sconfessando in tal modo il proprio apprezzamento dei benefici di Dio»? Quasi che esso addirittura «si sia pentito di aver creduto. O, più precisamente, neghi di aver mai scelto, protestando di essere stato sedotto con inganno»?

Perché, detto in chiave antropologica universale, l’uomo, nella prova, mette alla prova Dio, invece che rinnovargli il suo credito? Perché del suo favore, della sua benevolenza della sua affidabilità, non è mai sufficientemente persuaso?

Si apre quello che Sequeri chiamereb

martedì 19 novembre 2013

Nostro Signore Gesù Cristo re dell'universo


Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 5,1-3)

In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 1,12-20)

Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23,35-43)

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Siamo giunti alla fine di un altro anno liturgico… Domenica, Trentaquattresima del Tempo Ordinario (C), si celebra infatti, la festa di Cristo Re dell’universo, che chiude “in gloria” il percorso fatto quest’anno attraverso la lettura del vangelo di Luca… Metto “in gloria” tra virgolette, perché – come mostra il vangelo scelto dal liturgista (Lc 23,35-43) – non si tratta di «una verità da sbandierare contro i miscredenti, come forse si tentava un tempo con la proclamazione di questa festa di Gesù Re dell’universo! È piuttosto da custodire in cuore e confidare come un segreto “arcano” (esplosivo e tossico!) perché ogni approccio culturale, religioso, amicale con qualunque compagno di strada sarebbe incrinato, se cominciassimo buttandogli in faccia… che questo crocifisso, appeso 2000 anni fa tra due ladroni, con unica distinzione un cartello ambiguo, con scritto su “re dei giudei” – proprio questo, è “il vangelo”: cioè la bella notizia essenziale della nostra fede, su cui noi fondiamo non solo la vita, ma la speranza di salvezza del mondo. Perché dopo tre giorni è risorto.

Se ormai l’usura della consuetudine non avesse svuotato le parole, ci risponderebbero come a Paolo: Su questo ti ascolteremo un’altra volta! E invece, questa è la sintesi di tutto il ciclo liturgico, perché il resto di cui possiamo agevolmente parlare con tutti, è contorno, tutto il resto è mediazione culturale su cui ricercare continuamente ulteriori approfondimenti e ogni possibile convergenza, se non mette in discussione o cerca di censurare questo dato fondante, che il nostro Dio è passato attraverso questo annichilimento» [Giuliano].

Dunque, certo, finiamo “in gloria” con una festa piuttosto altisonante (almeno nel titolo), eppure radicalmente impastata col mistero della croce… Ancora una volta infatti, parlando di Gesù e della sua esperienza umana, non si può sfuggire il dato che, in Lui, coppie di termini contrastanti (gloria / umiltà; grandezza / piccolezza; regalità / croce; divinità / umanità; cielo / terra…), diventano coppie di termini indisgiungibili e che solo in una continua circolarità dei significati, riescono a far intravvedere il mistero di Gesù: perché è vero che è un Dio di gloria, ma non della gloria che è tale perché supera o annulla la piccolezza… ma glorioso proprio perché capace di riempire, valorizzare, rinfrancare le cose piccole… Grande, certo, ma nell’amore, che è la forma più radicale di piccolezza; re, indubbiamente, ma di un regno le cui schiere sono formate da tutti gli incompiuti della storia (ciechi, storpi, prostitute, peccatori…)… Non so come dire, ma… bisogna davvero fare la fatica di uscire da un certo immaginario comune e ricostruire i riferimenti / significati delle parole che ascoltiamo, a partire dal senso di cui la storia di Gesù li ha riempiti… Per esempio… parlare di “gloria” non può ancora oggi farci venire in mente gli angeli, o l’incedere di Gesù trionfante, o la sua ascesa al cielo con schiere di cori angelici che lo accolgono… Questo è un immaginario, non più capace di rendere la realtà del dato evangelico… La “gloria” di Gesù credo sia colta meglio, nella sua sostanza più vera, per esempio da sant’Ireneo, quando dice “La gloria di Dio è l’uomo che vive”, o da san Francesco, che chiama perfetta letizia, la capacità di custodire il cuore dolce pur nelle avversità immeritate… Questa è la gloria di Gesù Cristo: che è passato attraverso questa storia senza mai permettere al male di inquinargli il desiderio di amare gli altri, chiunque altro… e di attuarlo per davvero… La sua gloria è la consegna di sé sulla croce per tutti gli altri… Ecco perché Matteo può dire che il Regno di Dio sono gambe storte che si raddrizzano, occhi ciechi che ci vedono, cuori tristi che si ridestano («Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo», Mt 11,4-5), perché questa è la regalità di Gesù… che nessuno dei suoi (cioè ogni uomo) vada perso… Non a caso reinventa anche il modo per dire “divinità”, che da Lui in avanti infatti si chiama (solo!) “paternità”…

Ancora una volta allora, alla fine di un anno liturgico in cui forse ci sentiamo ormai esperti, il problema è rimettersi !con giù il crapone” a spaccarsi la testa sull’identità del Dio in cui crediamo, e sulla quale non finiremo mai di convertirci… Dunque in qualche modo… ripartire da capo… anche se ogni ripartenza non è mai dal punto zero, perché contiene in sé ciò che nella storia si è sedimentato (ecco perché con domenica prossima ricomincia un altro avvento, un’altra attesa!)…

Ritorniamo dunque a spaccarci la testa sul vangelo… che questa domenica ci mostra una scena di Gesù in croce… scelta – dicevamo – proprio per il giorno in cui si celebra la regalità di Cristo sull’universo…

È una scelta curiosa… che forse noi non avremmo fatto… e che – proprio per questo – deve interrogarci… Cosa vorrà dire questa cosa? Non è che – forse – ci poniamo questa domanda (e non intuiamo in maniera istintiva la risposta) perché ancora una volta siamo caduti nell’errore di pensare al Signore non a partire dalla sua croce (che di fatti pensiamo sempre come un’appendice della sua vita… perché tanto poi è risorto), ma a partire dall’idea di gloria, regalità e potenza che abbiamo in testa noi? Quelle che continuamente ci vengono riproposte dalla logica mondana in cui siamo immersi?

Ma la croce molto più che un episodio della vita di Gesù, è stato piuttosto l’orizzonte di senso della sua vita, il punto prospettico da cui lui si è sempre guardato… Non a caso Gesù non incorre nella croce incidentalmente o per sfortuna… ma perché si consegna… E precisamente questa logica (la consegna come forma mentis) è ciò che lo identifica nella maniera più peculiare: Gesù è (sempre – in ogni atto del suo esistere) colui che si dona per amore… Tutto quello che fa, lo fa così… a partire da quella logica lì…

Ecco perché diventa ancora più pressante – alla fine del percorso liturgico e celebrando la regalità del Signore sull’universo – chiedersi se davvero in questo anno ci siamo convertiti al Dio di Gesù o se siamo ancora inchiodati all’immagine di Lui che abbiamo in testa noi… la cui regalità sull’universo – forse – fa bene a essere temuta da chi ha smesso di credere…

A proposito, scrive Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, parlando di Carlo Carretto: «A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia». Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle: «Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II: «è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa». In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio: «Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? «Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Ecco perché – forse – alla fine dell’anno liturgico, la Chiesa ci propone proprio il vangelo di Luca che parla di Gesù in croce… Perché lì, in maniera inequivocabile, è posta l’icona più chiara di chi sia il Dio di Gesù e in che senso Egli sia il re dell’universo… Ma è un Dio che ci lascia in silenzio, che non ci abilita a facili proclami, che neanche ci entusiasma più di tanto… perché è il Dio che ci invita a fare della sua logica di consegna, il nostro modo di stare al mondo… che – lo sappiamo fin troppo bene, per questo lo rifuggiamo – è un modo che proprio perché si consegna, è per definizione perdente, è di sua natura votato alla morte (o meglio: a dare la vita per…).

In questo senso è illuminante il ruolo dei due ladroni. Infatti «di fronte alla croce si aprono per tutti le due strade, le due alternative che ci sono dentro ogni uomo. I due delinquenti ci raffigurano tutti, e ci fanno rivivere il dilemma della fede che tutta la vita ci tormenta, di fronte a Gesù. Una voce dentro di noi, che grida nella disperazione (quante volte!) «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!» [logica della pretesa]. Mentre l’agonia profetica dell’altro delinquente, stranamente trasformato dalla dignità sovrumana di Gesù e fiducioso di poter essere accolto da lui, geme pure dentro di noi: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» [logica della consegna].

Non esiste un potere che non versi il sangue dei suoi soggetti, per mantenersi, perché sarebbe subito perdente! Il potere (allora dicevano ‘la regalità’!) è omicida per costituzione intrinseca. L’unica regalità che quando si afferma fa vincere il vinto è l’amore, ma deve essere appunto “più forte della morte”. Questo ha visto il ladrone in Gesù morente: questa testimonianza inerme l’ha vinto, lui che aveva fatto della violenza l’unica risorsa della vita» [Giuliano].
A ciascuno, come singolo, e a tutti, come Chiesa, alla fine dell’anno liturgico allora è come posta la domanda “Vuoi andare dietro ad un Dio così?”… Una domanda esistenziale, non intellettuale, perché l’arte della consegna la si impara vivendo una quotidianità di consegna, un continuo – momento dopo momento, scelta dopo scelta – rinnegare se stessi per fare un po’ di spazio a chiunque ne abbia bisogno…

domenica 25 novembre 2012

Oltre la separazione dei “Mondi”

 
 Siamo al momento finale dell’anno liturgico e come tale la liturgia di oggi ha uno scopo in qualche modo sintetico, ricapitolativo, del cammino fatto fin qui durante tutto l’anno.
Siamo sul Vangelo di Giovanni, ma non possiamo ignorare il guadagno che c’è stato durante tutto questo anno della comprensione del mistero cristiano, attraverso la meditazione del Vangelo di Marco. Leggiamo quindi Giovanni certamente secondo la logica e la prospettiva di Giovanni ma senza ignorare quello che abbiamo nel frattempo acquisito col vangelo di Marco. D’altronde i quattro vangeli hanno proprio lo scopo di integrarsi a vicenda e se trovassimo contraddizioni teologiche tra di loro, l’errore è certamente nella nostra comprensione e non nei vangeli.

E cominciamo subito con un problema che l’ascolto del vangelo di Giovanni mi ha posto e che subito mi ha insospettito.
Gesù a un certo punto dice a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Ora, in realtà la traduzione è sbagliata e la frase così tradotta è fortemente esposta a contraddizioni che non hanno soluzione. Infatti apparirebbe legittima la domanda che fu di Giovanni il Battista prima e di Filippo poi, ricordate? “Signore, sei tu il Messia o dobbiamo aspettarne un altro? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora, dobbiamo aspettarne un altro! E ancora, se il tuo regno non è di questo mondo, che ti sei incarnato a fare? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora hanno ragione gli eretici che sostengono che non ti sei veramente incarnato, ma la tua è stata una “apparizione” del divino: tu non hai veramente calpestato questo suolo, ma sei solo apparso quasi come un fantasma… E per finire – senza concludere – se il tuo regno non è di questo mondo, come fai a dire che il tuo Regno è vicino? Si capisce bene che con una traduzione siffatta crolla tutto l’impianto evangelico: di tutti i vangeli e dello stesso annuncio dei suoi discepoli e quindi della Chiesa.
Ciò che fa problema è quel “di” in riferimento al mondo. E ci insegna subito quanto attento deve essere il nostro sguardo sulla bibbia dove anche le virgole possono cambiare tutto il senso di una frase e decidere del nostro atteggiamento in un senso o nell’altro.
L’espressione che la CEI traduce in “di” è la particella greca “ek” che non può essere tradotta in “di” (per il quale si usa invece perì) ma va tradotta semmai in “da”. Sembra una sciocchezza ma tutta la prospettiva cambia e finalmente ogni parte dei 4 vangeli si armonizzano nell’insieme. L’espressione corretta è dunque: “Il mio regno non è da questo mondo; se il mio regno fosse da questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è da qui [anche qui abbiamo enteuthen: tutte le volte che nei vangeli è usato, può essere sostituito meglio con “da qui”, in italiano nel brano in esame stonerebbe ma il senso dell’avverbio è questo: moto da luogo. Qui il senso è chiaro: non è da questo punto che io traggo potere. C’è un’ironia – tipica di Giovanni – sul luogo da cui Pilato prende potere: il pretorio. Come si vede l’espressione “quaggiù” usata dai traduttori se la sono proprio sognata! cfr Lc 4,9; 13,31; Gv 2,16; 7,3; 14,31]”.
Tirando le somme…
Il regno di Gesù è di questo mondo, perché non esistono altri mondi… come ha detto il Papa, Gesù “ascendendo al cielo, non è andato a vivere su un’altra galassia”… il mondo di Dio non può essere che il mondo dei suoi figli… dove volete infatti che abiti un padre o una madre se non accanto ai propri figli?… O pensiamo che Dio Padre se ne vada a vivere su un altro universo aspettando che i suo figli lo raggiungano? A suo modo già santa Teresina l’aveva capito! Diceva a una consorella: Cosa volete che faccia in cielo? Passerò il mio cielo sulla terra a fare del bene… ora pensate che santa Teresina sia qui sola e Dio stia ad aspettarla altrove?
Prima conclusione: Non riusciremo mai a capire il vangelo se non gli permetteremo di cambiare il nostro immaginario simbolico… Dobbiamo smetterla di immaginarci il mondo come un insieme di mondi… noi qua e Dio là… e i morti chissà dove…
L’incarnazione ha proprio questo di significato primo: la fine dei due mondi, la fine dell’aldiquà e dell’aldilà per essere tutti e tutto in Dio, nell’unico mondo possibile quello di Dio. Da cui, ho detto “da”!... cui, ogni figlio riceve vita, dignità, missione, regalità, libertà, giustizia, pace, salvezza. In una parola: diventa uomo. E ciò a partire da Gesù che come noi è di questo mondo, ma non riceve da questo mondo la sua Signoria. Non è questo mondo – ci sta dicendo Giovanni – che ci fa uomini. Non a caso metterà sulle labbra di Pilato: Ecco l’uomo! Essere uomini significa essere signori che – parafrasando Eliseo lo zio di Guido in “La vita è bella” – sanno farsi servi ma non servili perché solo così si può essere servi liberi senza diventarne schiavi. Essere uomini significa essere re e non paggi del padrone di turno (per questo davanti a Erode, Gesù tace rifiutandosi di fargli da giullare).

Chi riceve potere da questo mondo sappiamo a quali condizioni diventa un “grande”, una persona di successo, un vincitore, un’eccellenza nella vita e nel lavoro e nella missione, a cui aspiravano anche gli Apostoli: una grandezza disumanizzante ci ricorda Daniele che – poco prima del brano di oggi – descrive “bestiale”, mostruosa, rapace, violenta, distruttiva, cannibalesca…

I segni della presenza del Regno di Dio, allora non sono la forza, non sono il miracolo, non sono nemmeno le qualità umane e morali che ciascuno di noi può avere, perché anche i pagani hanno doti, qualità e sanno fare miracoli fin dai tempi di Mosè. I segni della presenza del regno di Dio in questo mondo sono esattamente la presenza di uomini e donne che hanno capito la logica attivamente non violenta della croce. Croce che storicamente li rende agli occhi del mondo zoppi, ciechi, sordi, prigionieri, persino pazzi e bestemmiatori, ma che in realtà sono quelli che veramente camminano, veramente vedono, veramente sanno ascoltare, veramente sono liberi, veramente sono saggi, veramente glorificano Dio, perché hanno capito che esiste una sola vera giustizia, una sola verità e di questa insieme a Gesù danno testimonianza: il proprio perdono fino alla morte e alla morte infame. E proprio mentre vive fino in fondo la logica del regno del Padre, fino al rifiuto estremo di usare il potere della forza contro i suoi fratelli fattisi nemici – compreso il potere della forza degli amici che vorrebbero e potrebbero sottrarlo da un’ingiusta condanna (con Gesù ci hanno provato gli apostoli all’inizio, Nicodemo, e persino sua madre) – e proprio mentre vive fino in fondo questa logica fino alla morte, vive ed esperimenta (dolorosamente) il regno che il Padre da sempre crea: il regno di un mondo fondato da relazioni nuove intessute di perdono. Perché è sull’amore che si regge tutta la storia (l’alfa e l’omega della seconda lettura). E così, facendo propria la misericordia di Dio, si rendono/sono resi perfetti come il Padre, e sono resi simili a Lui. Per questo un tale potere di consegnare la propria vita è eterno: perché solo ciò che è umano e non bestiale è eterno, perché solo l’umano veramente tale vive della stessa proprietà di Dio. E lo fa facendo proprio il perdono di Dio. Non a caso in Giovanni più che altri, il trono di Gesù è proprio la Croce, quella croce, , che vissuta così – in ciò che essa rappresenta come rifiuto della logica disumanizzante di questo mondo – diventa il segno e il luogo della propria e altrui (anche degli aguzzini) glorificazione, come ci ricorda san Paolo: ciò che il Padre ha perdonato ha anche giustificato, ciò che ha giustificato ha anche glorificato!

Tutto questo non è un esercizio accademico ma ha conseguenze pratiche nella missione della Chiesa e quindi nella nostra missione nel mondo. Perché da una errata comprensione e traduzione di questo vangelo nascono contraddizioni insolubili dell’essere chiesa. Affermazioni contraddittorie di cui spesso ci si riempie la voce come “la chiesa è in questo mondo ma non è di questo mondo” contraddicono il messaggio evangelico. Una realtà qualunque essa sia che non è di questo mondo, non esiste neanche nel mondo. La teorizzazione di una “separatezza” della Chiesa dal mondo, così cara a una parte del mondo cristiano – che comprende anche una parte della gerarchia cattolica – nasconde una mentalità pagana che niente ha a che fare con la solidarietà storica di Dio Padre in Gesù Cristo.
Siamo chiamati anche qui a rifondare il nostro pensiero, il nostro immaginario perché la salvezza di Dio in Gesù Cristo si manifesti come autentica misericordia e non come enunciazione di principi filosofico-teologici che niente dicono all’uomo prigioniero nell’ingiustizia del mondo.

Il forte sospetto che una errata traduzione del testo evangelico che abbiamo analizzato, venga proprio da una siffatta ideologia di pensiero.

domenica 22 aprile 2012

I segni della vergogna

Graffito di Alessameno

Più leggo e rileggo questi racconti apostolici della resurrezione di Gesù, e più mi convinco che noi troppo presto saltiamo alla verità della resurrezione senza soffermarci adeguatamente sulla paura dei discepoli. Eppure tutti gli evangelisti sono concordi nel testimoniare questa paura dei discepoli.
Vorrà pur dire qualcosa. Perché la saltiamo? Abbiamo paura delle nostre paure?
Abbiamo già visto come le “ragioni” che i diversi racconti danno dà di questa paura non reggono a uno sguardo attento.
Già altre volte gli apostoli hanno assistito alla “resurrezione” dai morti (Lazzaro, la fanciulla morta)… certo non si può parlare propriamente di resurrezione in quanto poi sono (ri)morti.
Ma insomma se un amico che credevo morto poi lo scopro ancora vivo e vegeto… più che la paura mi invaderebbe la gioia.
Abbiamo provato a trovare alcune spiegazioni di questa paura:
L’insistenza nel masso che copriva il sepolcro ci ha fatto riflettere su quale sconvolgimento profondo nella visione religiosa del mondo dei morti questo comportava: la scoperta che il mondo dei morti non esiste perché scoperto vuoto! Il superamento della divisione dell’aldiquà e dell’aldilà con una visione nuova: essere in Dio, o non essere in Dio! Così che in realtà le cose stanno in ben altri termini: è morto anche se vivo chi non è in Dio, è vivo anche se morto chi è in Dio!

Anche il mostrarsi di Gesù a partire dalle mani e dei piedi ci insegna qualcosa. Una persona non la si riconosce che dal volto, dalla corporatura… le mani di un crocifisso assomigliano a quelle di un qualunque crocifisso: perché non poteva essere scambiato per uno dei ladroni? Forse i discepoli che lo avevano tradito, temevano una vendetta? Anche per questo che Gesù mostra le ferite: per mostrare in quelle mani ferite e disarmate la totale assenza del rancore nel dono della pace del perdono totale …
Notavamo però che è anche vero che forse noi siamo le nostre ferite. Accolte senza rancore. Mostrate in perdono. Normalmente noi le nascondiamo, perché ce ne vergogniamo. E viviamo nel rancore di chi ce le ha inflitte. Gesù invece per sempre se ne vanterà, per sempre sarà riconosciuto come “Il Crocifisso”, per queste è venuto. Anche i discepoli col tempo impareranno a vantarsene (Atti 5,41; 2Cor 11,30; 1Cor 1,23). Forse sbagliamo a passare il tempo a rimarginare le nostre ferite. Forse anche le nostre, saranno per l’eternità i segni della nostra identità (cfr 2Cor 11,25-28). Tutto sta allora, sebbene inflitteci dagli altri (o dalla nostra immaturità), di accoglierle come nostre. Come il nostro modo di fare giustizia rompendo la catena del disprezzo. Allora sebbene non rimarginate, non ci abbrutiranno più, ma saranno occasione di un di più di umanizzazione diventando ciò che ci abbelliscono. Per noi e per gli altri.

Ora però in questo racconto di Luca che la liturgia ci propone, i discepoli lo scambiano addirittura per un fantasma… Ma non c’erano anche i discepoli di Emmaus che lo avevano riconosciuto allo spezzare del pane?…
Poco credibile anche questa esposizione di Luca… È evidente che tutto il suo racconto ha come scopo principale di far capire ai pagani greci convertiti al cristianesimo che credevano ai fantasmi, che la resurrezione di Gesù non aveva niente a che vedere con le visite degli ectoplasma come la credenza popolare anche italiana immagina: i morti non hanno messaggi “divini” da darci diversi da quelli che già sappiamo (cfr Il racconto del ricco e del povero Lazzaro in Lc 16,19-31). Infatti mangia e beve: i fantasmi non mangiano e bevono! È una argomentazione rischiosa quella che Luca utilizza: perché non fa cogliere la differenza che pure c’è sebbene nella continuità della stessa persona, tra il corpo risorto di Cristo e il corpo di Gesù di Nazareth! Evidentemente a lui premeva semmai sottolineare l’identità… Più prudentemente san Paolo usa la metafora del seme (1Cor 15,13): perché come è il nostro ferito corpo alla sua completa risurrezione non ci è dato sapere, certamente però non può essere più soggetto alla logica “corruttibile” della chimica e della fisica, della fame e della sete…
Vorrei però ancora una volta soffermarmi sul fatto della “paura” dei discepoli testimoniata da Luca (tra l’altro anche qui come abbiamo visto in Giovanni, sebbene divisi in tre gruppi – discepoli di Emmaus, gli Undici, e gli altri – tutto il discorso si riferisce alla totalità della comunità credente e non solo agli Undici).
Credo infatti che per noi uomini dell’oggi, non abbiamo considerato a sufficienza il dramma e la vergogna dei discepoli davanti non tanto alla morte di Gesù, ma a quel tipo di morte!
Infatti non basta dire che Gesù è morto per i nostri peccati, perché Gesù non è semplicemente stato torturato e ucciso.
Spesso nelle nostre meditazioni sulla Passione ci soffermiamo sull’ingiustizia subita da Gesù e sulla sua sofferenza. Questo è certamente vero, buono e giusto… Forse però sarebbe più proficuo soffermarci di più sul tipo di morte che Gesù ha accettato di subire. Anche perché si potrebbe obiettare che un ragionamento del genere rischia di pensare che quel tipo di morte sarebbe stato giusto se Gesù fosse stato colpevole. Come rischia ancora una volta di far comprendere Lc 23,41: in realtà l’ingiustizia di una tale morte non la subisce solo Gesù ma anche i cosiddetti ladroni. Di ieri e di sempre.

Infatti il problema per i romani, per i giudei, per i greci e per i… giapponesi e per noi non è tanto morire, ma morire dignitosamente! Ci sono molti casi nella storia in cui un giusto si dà la morte pur di non sottomettersi ai voleri di un tiranno. I monaci buddisti pur di salvaguardare la loro dignità non esitano a darsi pubblicamente fuoco! Sono immolazioni a cui va tutto il nostro deferente rispetto, solidarietà e orante silenzio.
Ma per Gesù siamo davanti a un altro tipo di morte: Gesù non fa harakiri! Non beve la cicuta come Socrate, o come qualche nobile senatore romano, non muore martire come i Maccabei… Gesù muore peggio di un lapidato: neanche per mano giudea, ma per mano pagana, crocifisso!

La sua morte in croce, è la più disumana morte possibile per quell’epoca. E per quel che rappresentava, di ogni epoca! Non è un caso che una delle prime testimonianze del simbolo della croce in ambito cristiano sia proprio un graffito blasfemo: indica veramente il senso di profonda ripulsa per quel tipo di morte, persino considerato indegno dagli schivi (cfr immagine).
Noi oggi non abbiamo la minima possibilità di capire il ribrezzo e il dramma davanti a quella morte. Noi ci soffermiamo sull’atrocità delle sofferenze inflitte. Ma a quei tempi quella morte era la morte di un non-uomo, la morte di un “maledetto da Dio”. Era la punizione estrema riservata agli schiavi. Nessun uomo libero – gli unici considerati “uomini” – poteva essere crocifisso. Nemmeno gli animali venivano crocifissi. Sgozzati, ma non crocifissi!

«Reietto!» Lo pronunciamo e ne conosciamo il significato, ma in realtà non riusciamo a capire la profondità del disprezzo che questa parola esprime in un crocifisso. Gesù è morto veramente della morte tipica di un uomo “dannato”, ripudiato da Dio e dagli uomini!
Se così è, come è, perché questo rappresentava la croce, dobbiamo ora porci la domanda che certamente i primi discepoli si sono posti: “Come è possibile che ora Dio lo risusciti?”.
C’è da diventar pazzi… altro che fantasma!
La resurrezione di Gesù da parte di Dio, fa saltare tutti gli schemi di giusto/ingiusto, benedetto/maledetto, del puro/impuro, valore/disvalore…
Che Dio è un Dio che resuscita un maledetto, un dannato, un reietto? Ma Gesù non è stato condannato secondo la Legge, secondo i precetti del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè?… Risuscitandolo Dio rimette tutto in discussione: fin dalle fondamenta.

I segni della croce che Gesù mostra sono i segni della maledizione storica non solo degli uomini ma anche di Dio! E ora Vive?!
Vive perché era giusto noi subito diciamo, perché era innocente…
Non ne sono così sicuro! In ogni caso questo esige una riflessione ulteriore se vogliamo prendere seriamente la Croce! La nostra risposta (apparentemente identica a quella degli apostoli che erano semmai interessati a mostrare la “continuità” di Gesù col Dio di Israele) censura il fatto che Gesù nel suo morire così è veramente morto “assumendosi i peccati di tutta l’umanità! È veramente morto da “dannato” Gesù. Anche per Dio Padre, il cui silenzio deve farci pensare…
Gesù è in quella morte, identificato a ogni peccatore, a ogni possibili inimmaginabile peccato. Gesù non è morto da giusto è morto da ingiusto, assumendosi colpe da lui mai commesse. Questa è la sua giustizia! E quella di Dio.

Noi tendiamo a separare troppo Gesù in croce, dalle dannazioni quotidiane in cui il nostro e altrui peccato ci inchioda!
Ebbene il problema che fa saltare i nostri schemi di giustizia è che proprio questo “mostro di peccato” che è Gesù in croce, riceve nella risurrezione il perdono del Padre.
Ecco perché è così importante il mostrare “i segni della vergogna”: mani e piedi crocifissi!
Ed ecco perché nell’assoluzione che Dio dà al Cristo risuscitandolo (H. U. von Balthasar) c’è l’assoluzione di ogni peccatore e la liberazione da ogni dannazione umana o presunta divina! La cancellazione definitiva di ogni possibile debito. Producendo nel cuore di ognuno la Pace del perdono pasquale!

Tutte e tre le letture hanno proprio questo punto centrale: l’uomo non può più utilizzare la maledizione di Dio come scusante della propria e altrui inanità. L’uomo ora è un uomo libero da ogni possibile senso di colpa; schiodato da ogni permanente rimorso; assolto da ogni immaginabile pena…

Ecco perché è così importante – ce lo mostrano sempre i testi – ricominciare a rileggere proprio a partire da questa “assoluzione generale” che è la risurrezione di Cristo, la propria storia anche di peccato attraverso questo definitivo abbraccio del Padre: per riscoprirla sacra!

Come gli apostoli, sentono l’esigenza di rileggersi a partire dalla storia di Cristo, tutta la propria storia fin dalle origini, così ogni uomo e donna deve imparare a specchiare la propria storia in quella che il Padre ha realizzato in Cristo come compimento di quella del popolo ebraico.
Perché la Pasqua diventi anche “nostra pasqua” c’è bisogno di rielaborare il racconto della propria storia personale, familiare e comunitaria, ad imitazione quel processo narrativo che gli apostoli fanno sulla loro storia: Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture.

Lasciamoci aprire la mente perché attraverso la comprensione della storia scritta da Dio col popolo di Israele fino a Gesù, noi possiamo cominciare a comprendere la storia scritta da Dio insieme a noi in Gesù.

giovedì 5 aprile 2012

I prediletti di Dio

Daniel Zamudio
Vorrei proporvi durante questa “Santa Settimana” (vedi nota *) in cui la cristianità fissa il suo sguardo sul “compimento” della vita di Gesù di Nazareth, di meditare “La Passione” guardando “Le Passioni” della storia di oggi.

Infatti “Il Giusto”, per la bibbia, è solo Dio. Quindi ogni ingiustizia è sempre anche direttamente contro Dio. Ne consegue che l’ingiustizia non dipende né dalla moralità, né dal grado di consapevolezza di chi la subisce, comunque le si giudichi, ma dalla offesa oggettiva arrecata all’uomo, “sua immagine”! Un’ingiustizia, è un’ingiustizia sempre, anche se chi la fa (o la subisce) non ne sono consapevoli.

Per questo nell’ingiustizia subita da Gesù – e di cui facciamo Memoria – è racchiusa ogni ingiustizia. E circolarmente, in ogni ingiustizia subita da qualunque uomo o donna, è riattualizzata sacramentalmente – come un alter Christus (Mt 25,40.45) – l’ingiustizia subita dal Figlio di Dio!
Se così non fosse, Gesù Cristo, nel suo “patirla così” – e ci vuole una vita per capire che non è mera rassegnazione – non avrebbe potuto salvarci!
Ora questa “solidarietà inscindibile” tra Dio e l’uomo, mi consente di proporre, in piena coerenza biblica, di cambiare il cuore meditando durante questa «Settimana Santa» sulla morte di Daniel Zamudio. Torturato e ammazzato perché omosessuale.

È la scelta che ho fatto non per escluderne altre, ma perché anche in ciò che Daniel ha patito, c’è come “segnato” ciò che i Vangeli vogliono indicarci attraverso il racconto della passione, morte e resurrezione di Gesù. Le analogie (quindi di identità e differenza come sempre quando parliamo di persone) con la morte di Gesù mi appaiono qui più evidenti.
Ne elenco solo alcune, oltre alla già citata mostruosa ingiustizia:

Marginale: Anche Daniel è (stata) una persona che per alcuni aspetti potremmo considerare – proprio come il Gesù storico – “marginale”.
Ultimo: È storicamente, suo malgrado, la storia di un “Ultimo”, evangelicamente parlando…
Conosciuto attraverso la morte: Nonostante ne conosciamo alcuni aspetti, praticamente è per noi un “senza-nome”, uno che non abbiamo conosciuto e non avremo – per l’irreparabile bestemmia di alcuni – mai più occasione di conoscere se non attraverso la comprensione delle “ragioni” della sua morte.
Maledetto: Per quei redivivi farisei, incapaci di vedere al là del proprio ombelico perbenista, era considerato una individuo riprovevole.
Bestemmiatore: Daniel era certamente un uomo che non poteva credere in tutto ciò che credono i moralisti…
Crocifisso: L’analogia non è solo per la violenza e le torture, ma per la forma “umiliante” di una morte inflitta a coloro che non erano considerati uomini perché “disprezzati”.
Scandaloso: Perché gay. Come scandaloso è scriverne facendo un parallelo con la figura del Crocifisso. Come scandaloso era Gesù che annunciava un modo nuovo di “guardarci” tra di noi… come scandalosi erano i suoi discepoli che annunciavano il suo Sguardo, come scandaloso è questo post che cerca di trasmetterlo. Ovviamente non per tutti ma per i presunti “pii” di ieri e di oggi che si scandalizzano del Vangelo. E nascondono che il vero scandalo consiste nel pensare che ad un uomo possano essere negati dei diritti perché non vive secondo una certa morale sessuale.
Pietra di inciampo: Il suo “epilogo” ci interpella a una presa di posizione che diventa l’ermeneutica autentica del nostro essere credenti inseriti in una comunità di credenti.
La sua morte ci giudica: Certo non ci saranno “evangelisti” che scriveranno di Daniel, eppure la sua storia, certamente nel suo compimento, è già inscritta nel Vangelo, in quanto diventa a mio parere discriminante nel giudicare il “tasso” di trasformazione evangelica del nostro cuore (immagine di ciò che ci fa figli/e di Dio… o statue di gelida pietra).

La sua morte dicevo, ma anche la sua vita! Perché se è morto così è perché qualcuno ha ritenuto che la sua vita non fosse degna di essere vissuta e al suo modo di essere occorreva porre un termine definitivo.

Non crediamoci migliori dei suoi assassini, consolati magari dall’etichetta che si sono affibbiati. Domandiamoci piuttosto se, sebbene non saremmo arrivati a tanto, sostanzialmente il nostro giudizio resti lo stesso!
Se c’è stato qualcuno che ha deciso di poterlo uccidere, ciò è dovuto al fatto che qualchedun altro ha predicato che una vita come la sua non fosse degna di essere vissuta!

Se, ad esempio, uno proclamasse che sarebbe “meglio avere un figlio morto piuttosto che un figlio gay”, come dovremmo giudicarlo se poi cominciasse a urlare disperato se qualcuno prendendolo di parola gli uccidesse il figlio gay? Eppure, non è proprio quello che fanno in molti anche nella chiesa? Non diciamo che andranno all’inferno? E di cosa ci lamentiamo se poi qualcuno glielo procura?
Anche le nostre mani grondano di sangue… del suo!

E allora che cosa ci differenzia da questi assassini? Provocatoriamente: la mancanza di coraggio di andare fino in fondo nel nostro giudizio e di passare dalla parole ai fatti? E non sarebbe una differenza che ci renderebbe peggiori degli assassini? Almeno loro hanno avuto il coraggio di essere coerenti. Mi rendo conto di dire qualcosa che sembra una bestemmia, ma è la stessa che ha pronunciato il Cristo in Lc 16,8.

E allora cerchiamo di convertirci conoscendo Daniel (come troppe volte accade) attraverso la descrizione della sua morte, lasciandoci commuovere da un dolore indicibile che ci trapassa il cuore e lo cambia!
Perché ci si domanda – prima ancora di chiedersi come sia potuto accadere: sterile domanda finché il cuore non è trasformato – che cosa si può fare perché “certe cose” non accadano mai più?

Quello che riesco a capire – sperando di non urtare nessuno – è che non si può stare a guardare. Non si può più semplicemente gridare. Direi che non basta più nemmeno “non essere omofobi”, come non basta denunciare l’omofobia od ogni altra fobia… È importante, ma non basta!
Quello che bisognerebbe cominciare a fare, come chiesa, come cristiani, come magistero, se si vuol restare uomini… è essere attivamente “[h]omofili”, amici dell’uomo, di ogni uomo (Gv 13,35)…

Non si può pensare di “difendere la morale cristiana” calpestando i nostri fratelli e sorelle più piccoli. Offenderemmo il Redentore. Piccoli non perché meno uomini, anzi! Piccoli in quanto indifesi, additati, oltraggiati, insultati, ridicolizzati, torturati, ammazzati… ma per questo veri uomini in quanto prediletti da Dio.

Con la vita di queste persone, ci stiamo giocando quella del Cristo. E del suo autentico annuncio! E questo lo dico per quelli che tradizionalmente fanno dell’«annuncio» il loro scopo, non capendo che lo scopo dell’annuncio lo si raggiunge, paradossalmente, proprio non facendone uno scopo: perché se c’è un scopo questo è solo la difesa e lo sviluppo della dignità di ogni uomo e donna. Indipendentemente dal giudizio morale che possiamo dare: ed è per questo che i suoi assassini avranno un giusto processo!
In altre parole, se ci preoccupassimo di meno di “annunciare il Cristo” e ci preoccupassimo di più di “risorgere – cioè apprezzare – ogni uomo”, annunceremmo veramente la Passione di Cristo!

Non pensare e agire in questo senso ci renderebbe – come uomini, come cristiani, come chiesa, come cittadini – veramente responsabili di un peccato di omissione ancor più spregevole del crimine commesso dagli stessi carnefici. È compito dell’impegno politico, oltre che pastorale, salvarci da una tale condanna.

(*: volevo pubblicare il post lunedì, ma impegni inderogabili me lo hanno impedito, lo faccio oggi convinto che possa aiutare qualcuno/a come ha aiutato me.
Un grazie al
Corriere della Sera che è stato uno dei pochi che ne ha messo subito in evidenza la notizia…
Che Daniel interceda per noi!).

Daniel Zamudio

giovedì 25 agosto 2011

XXII Domenica del Tempo Ordinario: Tale Padre… Tale Figlio…

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa ventiduesima domenica del Tempo Ordinario è la diretta continuazione di quello di settimana scorsa. Come abbiamo visto, «è Gesù stesso che prende l’iniziativa di interrogare i discepoli intorno alla propria persona: che cosa pensa la gente del Figlio dell’uomo? E voi chi dite che io sia? La domanda cade sul punto centrale attorno al quale gravita tutta la catechesi dell’evangelista Matteo. Per rispondere all’interrogativo […] la gente ricorre a note figure del passato: Giovanni Battista, Elia, Geremia, un profeta. Con questo la gente coglie in qualche modo la grandezza di Gesù, ma non ne coglie affatto l’originalità. Non si può esprimere il significato di Cristo ricorrendo a schemi interpretativi già conosciuti. Il discepolo va oltre la folla, ed esprime con assoluta chiarezza la messianicità e la filiazione divina di Cristo. […] Ma anche questa piena affermazione della messianicità di Gesù e della sua filiazione divina non è sufficiente. Il discepolo può correre il rischio di ricadere nella logica degli uomini; può ancora una volta leggere il mistero di Gesù alla luce di un sapere già dato, privandolo così della sua originalità. Se non vigila, il discepolo rischia di attribuire a Gesù la divinità che viene dalla “carne e dal sangue”: una divinità secondo gli uomini, conforme a quello schema di grandezza che gli uomini sognano. Invece la divinità di Gesù obbedisce ad altri schemi. Ma allora occorre una profonda conversione: non solo rinunciare a esprimere Gesù ricorrendo alle figure degli antichi profeti, ma anche rinunciare ad esprimerlo ricorrendo alla comune nozione di Dio. [Infatti] la tentazione che fu di Gesù [«Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane», Mt 4,3ss], e che ora è dei discepoli [«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»], è la tentazione di sempre: rifiutare – in nome del Messia glorioso – il Servo di Dio» [B. Maggioni, il racconto di Matteo, Cittadella Editrice, Assisi 2004, 209-212].

La cosa interessante sarebbe provare a rintracciare in noi dove risiede tale “tentazione di sempre”. Cioè andare a ripercorrere il nostro modo di pensare a Lui, di pregare Lui, di vivere di Lui e vedere dove a istruirci sulla sua identità è il vangelo e dove invece è “uno schema interpretativo già conosciuto”, “una comune nozione di Dio”…


A me pare, infatti, che troppo spesso in noi rispunti quel “già conoscere”, “già sapere” tutto di Dio, di Gesù, della morale, che invece che favorire il nostro relazionarci a Lui, fa come da cortina, impedendoci di incontrarlo veramente per ciò che è stato (dunque, che è!)… impedendogli in qualche modo di essere sé… Esattamente come con le persone sulle quali abbiamo un pre-giudizio, che non incontriamo mai per quello che sono o provano ad essere, ma sempre nell’immagine distorta che le lenti della nostra pre-comprensione ci fan vedere…

Mi si dirà che è impossibile incontrare qualcuno in maniera totalmente neutrale, senza averne in qualche modo un pre-giudizio: già il come una persona ci viene incontro, il come è vestita, ecc… anche senza che noi lo vogliamo, fa scattare in noi un giudizio (non necessariamente negativo), cioè un tentativo di definire ciò che mi sta davanti, di organizzarlo all’interno delle “cose” già note… in qualche modo etichettandolo.

Questo è vero: noi – in prima battuta – possiamo conoscere solo definendo le cose, cioè nominandole (quindi dandogli un nome, un’etichetta, appunto), ma anche confinandole (cioè dandogli dei confini, un riquadro entro cui stare: “Tu sei quella cosa lì per me”)!

E anche con Dio “funziona” così: l’imbattersi in Lui, per noi, segue la stessa dinamica dell’imbattersi nelle cose, nel mondo, negli altri... Anche Lui emerge nella nostra coscienza per distinzione (“Dio non è questa cosa”), per nominazione (“Dio è quest’altra”), dandogli un confine / un’etichetta (“Dio è questa cosa e non è quest’altra”)…

Fin qui c’è davvero poco spazio per la libertà umana… questo processo del conoscere è innato… fa parte del come siamo fatti… è fuori dal nostro spazio di manovra. È uno dei confini del nostro essere finiti: l’uomo quando conosce razionalmente, lo fa così.

E però il processo conoscitivo non finisce qui! In seconda battuta, infatti, entra in gioco la nostra libertà: il nostro deciderci di fronte a quell’oggetto di conoscenza in cui ci siamo imbattuti e cui, nella nostra testa, abbiamo iniziato a dare una forma.

E il decidersi consiste essenzialmente nel decidere di entrare o meno in una relazione con quell’oggetto di conoscenza: è qualcosa / qualcuno per cui “vale la pena” sbilanciarsi oppure no?

È a questo punto che si formula in noi tutta quella serie di considerazioni (più o meno consce), del tipo: mi è utile / non mi è utile; è bello / non è bello; è giusto / non è giusto; ecc… entrare in relazione con questa cosa / con questa persona?

Spesso rispondiamo “No”, troppo spesso… purtroppo. Ci fermiamo infatti a quella che comunemente chiamiamo “la prima impressione”, che spesso è negativa (ci identifichiamo e identifichiamo ciò che non siamo noi, per distinzione, appunto) e scegliamo di non entrare in una relazione. (C’è anche da dire che il dire molti più no che sì è anche dovuto ad un limite spazio-temporale: nessuno potrebbe mai dire sì a tutte le relazioni che gli si propongono in vita).

Capita poi –a volte, invece – di dire di sì: è a quel punto che parte un nuovo percorso.

Io credo che con il Signore il nostro itinerario sia stato più o meno come quello appena descritto: ci si è imbattuti in Lui (per molti di noi quando ancora eravamo in fasce), ci si è formati una “prima impressione” – una prima etichetta, mutuata soprattutto dall’ambiente familiare e sociale in cui siamo cresciuti –, si è deciso che “valeva la pena” entrare in questa relazione… come dicevamo per i più svariati motivi: perché avevamo paura che facendo altrimenti saremmo andati all’inferno; perché così facevan tutti; perché il gruppo di amici / amiche del quartiere frequentavano l’oratorio; perché abbiamo intuito che lì dentro c’era una verità di senso sulla vita; ecc…

Come dicevamo, la scelta di entrare in quella relazione è stata frutto di tutta una serie di considerazioni – a noi più o meno note (cioè più o meno consapevolizzate) – che arrivavano da tante parti diverse, dentro e fuori di noi: alcune considerazioni oggi ci appaiono più nobili, altre più grette, ma in noi ce n’erano di tutti i tipi… Non esistono infatti decisioni pure… Tutto il nostro agire è spurio… frutto di nobiltà e grettezza, grandezza d’animo e bassezze, coraggio e paure, amore e odio, libertà e gelosia, ecc… ecc… ecc…

Anche il nostro decidere di seguire il Signore! Che per altro lo sapeva… Scrive infatti san Paolo in proposito: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)… Cosa di cui ci dimentichiamo quando si tratta degli altri… Infatti continuiamo a propugnare la teoria che il Signore ama i peccatori che si convertono! Mentre stando al vangelo, la buona notizia era che il Signore ama i peccatori (punto!). Non che li ama solo se si convertono… Anche perché se no che buona notizia è per i peccatori? Se si convertono, infatti, già di loro non sono più peccatori… Va beh… ma questa è un’altra storia…

Tornando a noi… Io credo che il vangelo di oggi si rivolga proprio a persone come noi che hanno già fatto il percorso descritto: imbattersi nel Signore, dargli un’etichetta, decidere di “collocarlo” fra le relazioni “da tenere”…

La questione ora diventa… come “tenere” questa relazione…

Ci sono infatti relazioni nella nostra vita che noi continuiamo a “tenere”, ma che non si evolvono dallo stadio dell’“etichetta”: l’altro è sempre letto a partire da come io l’ho inteso, l’ho inquadrato, l’ho confinato…

Ecco io penso che il vangelo di questa domenica con la citazione di don Bruno Maggioni che ho messo all’inizio, vadano a toccare esattamente questo punto: Non ci staremo forme mica relazionando anche col Signore in questo modo? Non è che forse continuiamo a darGli quel nome (quell’etichetta) che nasce dalla “comune nozione di Dio”? Cioè: non è che abbiamo compresso la storia di Gesù (sentita chissà quante volte) all’interno di uno schema comprensivo che gli era estraneo? Come se l’avessimo confinato (dato una definizione) in cui Lui non sta? In cui Lui non si riconoscerebbe?

Mi pare infatti che troppo spesso in noi rispunti quell’immagine di Dio – nota a tutti e già conosciuta da tutti, atei compresi – scritta a prescindere da Gesù. La sua storia, poi, appunto, è un’altra storia…

Esattamente quello che facciamo anche nelle relazioni tra di noi, quando presumiamo di sapere già tutto dell’altro, senza mai stare ad ascoltare la sua storia, guardare il suo volto, conoscere le sue ferite, ecc…

Ciò di cui allora forse urge che prendiamo coscienza – a partire dal vangelo che la liturgia ci propone – è il fatto che noi dovremmo dire chi è Gesù a partire dalla sua storia… e dire chi è Dio a partire dalla storia di Gesù. Questo è ciò che anche nell’ultimo Concilio ha ribadito la Chiesa! È la storia di Gesù a istruirci rispetto a quale sia il volto di Dio!

Se alcuni tratti del volto di Dio che abbiamo in testa noi e che magari abbiamo mutuato dalla “comune nozione di Dio” non collimano con quelli che emergono dalla storia di Gesù, ebbene, vanno abbandonati… Non solo: vanno abbattuti! Sono infatti idoli, cioè false immagini… Spesso ben mascherate!

Per esempio, l’immagine di “Dio super-io”…

Quest’operazione di “abbattimento degli idoli” è ancor più necessaria per il fatto che “distorcere il volto di Dio” è un’operazione che ha delle conseguenze assai rilevanti sulla nostra vita… Se infatti ci pensiamo come discepoli, non possiamo non vedere quanto sia pericoloso per noi (e per chi ci sta intorno) seguire la falsa immagine del volto di Dio!

Saremmo discepoli di un dio falso, di un dio che non esiste!

Ecco perché Gesù, nel vangelo di Matteo, ogni volta che fa un annuncio della sua passione (ne farà tre, il nostro è il primo della serie) unisce sempre anche un’indicazione su chi è il discepolo. È come se dicesse: “Io sono questa cosa qui, sono Dio in questo senso qui («Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno»), quindi voi siete questa cosa qui, siete miei discepoli, se fate così («Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…»)”.
La domanda allora che dobbiamo continuamente riproporci è questa: Il Signore della mia vita è quello coi tratti di uno che muore in croce per amore, pur di non rinnegare l’amore? E io sono suo discepolo?

domenica 8 marzo 2009

Come il Padre, figli oltre ogni limite…

Oltre ogni limite
Fa veramente impressione leggere le prime parole che Dio rivolge ad Abramo nel brano di oggi
Se uno non conoscesse la storia precedente e non sapesse chi fosse Abramo non riuscirebbe a coglierne la violenza… Ma noi sappiamo chi era Abramo e chi era Isacco! Noi sappiamo che Isacco era il figlio donato da Dio a dei vecchi a cui l’età aveva tolto ogni speranza di un futuro storico: la morte li avrebbe oramai riportati nell’oblio del tempo, marchiati col ferro rovente di una sterilità esistenziale…
Ma ecco che inaspettati, gratuiti, arrivano i messaggeri di Dio, che ridanno speranza, ridanno vita a delle carni avvizzite… E nasce Isacco, il figlio della promessa e la vita ritorna a sorridere (etimologia di Isacco) anche a chi non ha più denti per poterlo fare con spavalderia…
E allora quanti figli aveva Abramo? Non era necessario essere un dio per saperlo: quanti poteva averne colui che non ne aveva mai avuti? Uno! Ed è già troppo! Forse che Dio non lo sapesse? Ma no! lo sapeva benissimo glielo ha dato lui! E allora che senso ha porre in tal modo un ordine già di per sé disumano? Ma che Dio è un Dio che sembra girare il coltello nella piaga?… Peggio di un avvoltoio che gira intorno alla preda prima di infliggerle il colpo finale, peggio di un gatto che gioca col topo… Dicesse: «Prendi tuo figlio e offrilo in olocausto»!… che già così è “roba da matti”, ma no! Non gli basta e dice “prendi tuo figlio l’unigenito”… e quanti figli aveva Abramo per dover specificare “l’unigenito”? Non contento aggiunge “che ami”… Roba da «padrone» più che da «padre»! A questo punto esplode con tutta la violenza dirompente come un “colpo di grazia” che uccide un nemico già ridotto a brandelli: «Isacco»! Già! ne aveva così tanti di figli Abramo che rischiava di fare confusione...
Umanamente parlando la frase per intero è di una perfidia inaudita: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Come diceva quel film? Dio… «Tu uccidi un uomo morto!»…

Perché tanto accanimento, perché tanta crudeltà? se non fosse Dio a parlare sembrerebbero parole dell’antico serpente… Il serpente già… questo ci rimanda a quello che meditavamo domenica scorsa sulla tentazione… sullo Spirito che butta Gesù nel deserto, tra le braccia di Satana… Come un padre che volendo insegnare al figlio a nuotare lo butta in acqua: o annega o impara a nuotare… o lotta o soccombe! Ek-ballei, dicevamo, è il termine usato per indicare l’azione dello Spirito… “gettare oltre, al di là” del limite… parola imparentata con syn-ballo (simbolo, sacramentum) e con dia-ballo (diavolo)… Simbolo che unisce, diavolo che separa, Satana che accusa, Spirito che ci difende ma “gettandoci oltre”… oltre sé, oltre il proprio limite, oltre i propri spazi, oltre la propria cultura, oltre il proprio corpo, oltre la propria vita, oltre la propria ragione, oltre i propri affetti, oltre i propri difetti… Come il Logos eterno che in Gv 1,1 si getta oltre sé (pròs…), tra le braccia del Padre (…tòn theón)… Lo Spirito “spinge fuori”, come una madre che deve “spingere” per espellere il figlio se vuole farlo nascere, separandolo da sé, separandoci da lei… C’è qualcosa di più violento e di più “cinico” di un parto? Per la madre e per il figlio? Solo la morte gli è paragonabile, infatti è un altro parto…

Ecco come si fa un figlio… devi “gettarlo fuori”, dopo averlo “conservato dentro”… Ecco perché Gesù dice che chi non odia suo padre e sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle i suoi figli e le sue figlie, i suoi averi e persino la propria vita… non può essere suo discepolo (cf Lc 14,26): perché altrimenti non può nascere, nascere come figlio, figlio come lui…

La speranza è il cammino dell’amore! La speranza è ciò che ci consente di camminare nella storia, superandoci continuamente… il rischio per noi uomini è quello di confondere la speranza con il suo “segno”, la promessa col dono, l’alleato con l’alleanza!
Tentati di non essere figli, tentati di non essere padri per rinchiuderci nel dono… tentati di non vivere e di ritornare alle sicurezze di un ventre materno, caldo e accogliente, senza neanche la fatica di doverci procurare il cibo… ma moriremmo avvizziti dentro la pancia di chi ci ha generati! Chissà, forse in realtà il “paradiso terrestre” descritto nella bibbia è la teatralizzazione (le acque, il cibo…) di come ci si trova(va) nella pancia di nostra madre… e da cui siamo stati forzati a uscire, “sentendoci” cacciati! E col divieto di rientrarci!
E allora Dio, per salvarci da morte certa, ci “forza a nascere” (letteralmente è l’espressione usata da Paolo in 1Cor 15,8 per parlare della propria conversione: ek-trómati): ci “spinge” fuori! Sempre, continuamente, oltre.

Proclamiamo nel “Credo” che il Figlio, il Verbo eterno del Padre, è “generato e non creato”… un bel concetto dinamico questo “generato”… chissà allora cosa ci ha portato a concepire la creazione come qualcosa di statico… Noi siamo creati da Dio, ma non per questo siamo stati creati “ieri”… Dio ci crea e ricrea continuamente… come? gettandoci oltre… La vita è un parto continuo (sempre Paolo in Rm 8,22)… Dio non mi ha creato, Dio mi sta creando… L’uomo si fa nella storia e si fa gettandosi oltre, lasciandosi gettare oltre… Questo è il movimento della speranza… Che tanto ottiene da Dio quanto in lui si abbandona (cf San Giovanni della Croce, “…tanto alcanza de él cuanto ella de él espera.”, NO II,21,8)…

Nascere è Esodo, Passaggio continuo. È lasciare quello che si conosce, per andare verso quello che non si conosce, che è come dire che si cresce lasciando la luce per andare verso l’oscurità… E del buio si ha sempre più paura… ecco allora la Parola, come luce e lampada ai nostri passi (cf Gv 1,9; Sal 119(118),105 e luce)… passi che conducono nei cammini bui della storia, per strade e sentieri stretti che non si conoscono perché del Padre!… come Gesù che se da un lato è l’unico che conosce il Padre (Mt 11,27), dall’altro sembra che gli manchi ancora qualcosa da conoscere (Mt 24,36)… E qualcosa gli resterà sempre… Per questo la speranza come l’amore è eterna, non solo perché l’amore tutto spera (1Cor 13,7), ma perché il Figlio sia tale e non si sostituisca al Padre è necessario che si “attenda” dal Padre: per questo lo Spirito intercede, geme, langue, invoca, ama e spera (cf Rm 8,26ss)… Ecco perché ci è nascosta anche l’ora della morte... ci ucciderebbe come figli il saperlo!

In fondo è la stessa esperienza degli apostoli sul monte. Dopo la luce della visione… il giorno sarà apparso più buio… ma fermarsi alla visione — «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne» (Mc 9,5) — vorrebbe dire uccidere la vita… E “costruire capanne” è il movimento contrario all’Esodo: ma perché la vita viva, deve andare oltre, attraversare il Mar Rosso, incontrare il buio della croce. Dell’assurda, ingiusta, stolta, disumana, diabolica, croce… per ritrovare in pienezza la ragionevole, giusta, saggia, umana, divina, vita! Così l’uomo si crea!

Ecco perché il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8,32) e non ne risparmia mai nessuno! Diversamente dalle nostre madri così iperprotettive da uccidere il figlio e uccidersi come donne. Ma questo e solo questo è amare veramente, e rivela il nuovo volto dell’Amore! E il nuovo modo di dirsi padri, madri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle!



«Ma intanto ora Dio tentava Abrahamo, e gli dice: Prendi il tuo figlio carissimo, che ami (Gen 22,1-2); non gli era bastato aver detto figlio, ma aggiunge anche carissimo; sia pure, ma perché aggiunge ancora: che ami? Considera la gravità della tentazione: mediante questi dolci e cari nomi, di nuovo e più volte ripetuti, sono eccitati i sentimenti del padre, affinché, essendo ben desta la memoria dell’amore, la destra del padre sia trattenuta nell'immolare il figlio, e tutta la milizia della carne faccia lotta contro la fede dell’anima. Prendi, dice dunque, il tuo figlio carissimo, che ami, Isacco; sia pure, Signore, che tu ricordi il figlio al padre; aggiungi anche carissimo di colui che comandi di uccidere; basti questo al supplizio del padre; di nuovo aggiungi anche che ami; pure in questo siano triplicati i supplizi del padre; ma che bisogno c'è ancora che tu ricordi anche Isacco? Forse che Abrahamo non sapeva che quel suo figlio carissimo, colui che egli amava, si chiamava Isacco? Ma perché si aggiunge ciò a questo punto? Perché Abrahamo si ricordasse che gli avevi detto: In Isacco si chiamerà per te la discendenza, e in Isacco saranno per te le promesse. Viene anche ricordato il nome, affinché subentri la disperazione nei confronti delle promesse che erano state fatte in questo nome» (Origene, Omelie sulla Genesi, VIII,2)
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