Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta carne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carne. Mostra tutti i post

martedì 18 agosto 2015

XXI Domenica del Tempo ordinario (B)


Dal libro di Giosuè (Gs 24,1-2.15-17.18)

In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 5,21-32)

Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,60-69)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

 

Eccoci giunti alla fine del percorso intorno al pane di vita. Il discorso di Gesù finisce piuttosto male, i più se ne vanno. Restano solo i Dodici.

Ma ciò che mi ha colpito più di tutto in questo vangelo è la frase di Gesù che dice: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla».

Innanzitutto perché non è immediatamente chiaro cosa sia il “salire del Figlio dell’uomo là dov’era prima” e poi, soprattutto, il riferimento allo Spirito e la squalificazione della carne.

È strano, quest’ultimo punto, in particolare alla luce di tutto quanto detto prima sulla sua carne da mangiare. Come può ora dire che la carne non giova a nulla?

Ho trovato un commento interessante di Mauro Laconi, che mi ha aiutato a chiarire un po’ questi aspetti e perciò ve lo propongo.

Scrive Laconi: «Il capitolo si conclude in tono di infinita tristezza. I “discepoli”, anzi, “molti” di loro, trovano impossibile accogliere le parole di Gesù. La loro mancanza di fede angustia Gesù. Egli reagisce prima con una specie di rassegnazione («Tra voi vi sono alcuni che non credono», v. 64); poi con parole che sembrano denotare un animo sfiduciato («Volete andarvene anche voi?», v. 67) […]. Mai nei vangeli si è guardato con tanta attenzione e apprensione dentro l’anima di Gesù […]. Giovanni è ancora tutto preso dal suo tragico interrogativo: come spiegare l’incredulità, il rifiuto della vita, il rifiuto di Dio? Il fallimento del divino Rivelatore, di colui che può presentarsi in verità con il biblico “Io Sono”, è per lui un mistero davvero imperscrutabile, pari solo alla sconfinata amarezza dell’animo di Gesù. Ma l’evangelista non attenua la proporzione delle cose. Pretendendo la fede, Gesù pretende davvero molto. Le sue parole (“mangiare la sua carne”), anche se intese a tradurre in termini di vita eucaristica il mistero dell’incarnazione, per chi non ci si abbandona sono davvero “dure”, anzi “scandalose”. Eppure gli uomini saranno messi davanti a uno “scandalo” ben più grande: la croce! Questo sembra proprio il senso fondamentale del v. 62 («E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?»): infatti per Giovanni il ritorno di Gesù al Padre è abitualmente identificato con la passione (1,13). D’altra parte il linguaggio cristiano è coerente; molto prima di Giovanni, anche Paolo aveva parlato dello “scandalo della croce” (Gal 5,11; 1 Cor 1,23). Fino a che punto possa sembrare “scandaloso” Gesù, era d’altronde già stato suggerito in certi passi sinottici (Mt 11,6: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»). e tuttavia proprio la croce, che porterà la rivelazione all’estremo della sua “durezza” e del suo “scandalo”, rappresenterà per i discepoli e per tutto il mondo il momento dell’illuminazione […]. Proprio dalla croce diventerà stranamente chiaro l’“Io Sono” di Gesù, e “tutti” ne saranno trascinati. È quanto sembra voler dire il difficile v. 63 («È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita»), che potrebbe sembrare enigmatico e quasi contro senso se lo si isolasse. Ma il pensiero è concentrato sul Figlio dell’uomo glorificato (“risalito là dov’era prima”); asceso al cielo donerà lo Spirito, e allora all’uomo debole sarà possibile quello che prima sembrava irrealizzabile: la fede in Gesù. L’Eucaristia è “carne” come è “carne” l’incarnazione; ma senza lo Spirito, per l’uomo “non giovano veramente a nulla”. Non è nemmeno da escludere che Giovanni abbia di mira alcune deviazioni ecclesiali di tipo ritualistico-magico. L’Eucaristia, sembra voler suggerire, non accolta nella profondità e autenticità dello Spirito, rimarrebbe un rito senza senso».

Ecco i nostri dubbi chiariti. Il riferimento al “salire” di Gesù è la croce e – come accennavamo settimana scorsa – le mere pratiche religiose (fosse anche la pratica religiosa cristiana per eccellenza, cioè il fare la comunione) di per sé non servono a nulla.

Come è chiarissimo nei sinottici, dove l’istituzione dell’eucaristia è celebrata la sera prima della morte in croce, c’è un nesso strettissimo tra il magiare la carne di Gesù e il partecipare alla sua donazione. Se non si entra nella dinamica della croce di Gesù, non si può dire di mangiare la sua carne. Ma entrare nella dinamica della croce è precisamente quella relazione a tu per tu (da spirito a Spirito) di cui parlavamo settimana scorsa.

È mentre viviamo la relazione personale con la persona di Gesù e in particolare con la sua morte che stiamo mangiando la sua carne. Un po’ come nei rapporti tra di noi: è solo condividendo la vita che entriamo nella vita dell’altro, che ci mangiamo reciprocamente la carne. Un mangiare, che poi, magari anche nelle nostre relazioni personali, si visibilizza in gesti particolari, “sacramentali”, come nell’eucaristia per la relazione con Gesù, ma che hanno senso e si sostanziano solo perché c’è dietro e dentro la vita intera.

La conclusione di questo percorso, allora, è un invito a spaccarsi la testa sulla storia di Gesù (e in particolare sulla sua fine), senza accontentarsi delle rispostine preconfezionate che altri ci hanno dato o noi stessi ci siamo dati; e farlo, non come esercizio intellettuale, ma in un dialogo con Lui, che attraverso il suo vangelo continua a rinarrarci la storia della sua carne.

Potrebbero aiutarci domande quali:

-          Perché la vita di Gesù è finita così?

-          Perché quella morte?

-          Chi l’ha ucciso e perché?

-          Perché non vi si è sottratto?

-          Perché in tutta la storia della passione è l’unico che si fa male?

-          Cosa dice di Lui quel non sottrarsi?

-          Cosa avrebbe detto di Lui il sottrarsi?

 

E potrebbe anche aiutarci non considerare valide alcune risposte (non perché sbagliate, ma perché talmente usate da essersi svuotate di senso). Quindi non valgono risposte quali:

-          Per la nostra salvezza.

-          Per il bene dell’umanità.

-          Per rimettere i nostri peccati.

-          Tutte quelle che assomigliano a queste :o)

domenica 27 gennaio 2008

In principio… disse loro: “seguitemi!”

Arrestato Giovanni … Gesù cominciò a predicare!
C’è un raccordo di contiguità e discontinuità insieme – di compimento e diversità radicale tra Giovanni e Gesù. Le prime comunità cristiane hanno rilevato l’enorme importanza di questo legame, ed hanno scoperto così la novità assoluta di Gesù. La novità consiste nel tenere insieme una duplice polarità: il radicamento profondo nella tradizione e nella storia concreta degli uomini (l’incarnazione!), da una parte, e dall’altra il fermento esplosivo del suo messaggio e della sua efficacia nella condizione dolorosa ed oppressa della gente (liberazione o redenzione!). Questa è la forza propulsiva, umile ma incoercibile, del minuscolo seme di amore che il Padre lo ha mandato a seminare nel mondo…
Anche la comunità di Matteo rilegge a questo modo gli “inizi” di Gesù! Dopo l'arresto di Giovanni. Gesù cambia paese, casa, modo di vita. Come se, dopo il battesimo e le tentazioni nel deserto, gli premesse ormai in cuore in modo incontenibile l’urgenza della sua missione tra gli uomini… per riprendere la fiaccola della speranza, oscurata nella prigione del Battista, dove è stato messa a tacere la voce più forte di tutti i cercatori di Dio della storia biblica. In questo breve racconto è condensato ciò che la comunità di Matteo ha capito e vissuto nel suo primo impatto con la fede evangelica. Questo è il piccolo trattato di teologia del cominciamento della chiesa, non semplicemente degli inizi della chiesa storica. È l’inizio della chiesa di sempre – di cui diceva Gesù stesso: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (18,20).
Per capire il comportamento nuovo e originale di Gesù, che si sposta dal centro religioso e cultuale della Giudea alla Galilea delle genti, i discepoli sono andati a studiare le profezie dell’esilio, il tempo della distruzione e dispersione di ogni istituzione religiosa, ma anche il tempo del ricominciamento della fede. E le profezie antiche illuminano la storia presente: Gesù è andato a stare tra quelli che più di altri abitavano in terra tenebrosa… che dimoravano in terra e ombra di morte… perché è lui la luce! perché lui è il ricominciamento: In passato il Signore umiliò…, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare!
"Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino"
L’annuncio di Gesù è lo stesso del Battista, perché per tutti e due la disponibilità a “cambiare mentalità” è la premessa necessaria ad ogni conversione. Ma per Giovanni questa è la fine del suo messaggio e della sua missione di precursore. Per Gesù questo stesso annuncio è un’apertura, è l’inizio. Perché in Gesù il Regno non solo si fa prossimo, ma comincia “a camminare”. É lui il Regno, è lui la presenza salvatrice del Padre nella storia quotidiana degli uomini! Ecco perchè non chiama la gente nel deserto ma neanche nel tempio …È lui che va dove la gente vive: sul lavoro, nelle case, per le strade, nei villaggi… nelle loro sinagoghe (di sabato!) : Gesù “va attorno per tutta la Galilea”: e cosa vede? Vede nel cuore degli uomini e della società il conflitto tra una realtà dura e pesante da portare e la spinta vitale di una speranza che non riesce a farsi strada, perchè sottoposta al giogo che l'opprimeva, alla sbarra che gravava le sue spalle e al bastone del suo aguzzino… Proprio perché Gesù va dove l’uomo vive (sul lavoro, nella famiglia, nella società e nelle sue istituzioni) tocca con mano che la gente fa fatica, è a disagio, al buio… e vede gli uomini che dimorano in terra e ombra di morte. L’ombra di morte è la paura, e la paura nasce nel cuore man mano che la speranza deperisce, senza che una luce rischiari le tenebre in cui ci sentiamo immersi… Ma, ecco la buona notizia: una luce ha fatto irruzione nell’ombra! I primi discepoli ne hanno un ricordo vivissimo, con alcune caratteristiche ‘mitiche’ della loro esperienza appassionata di chiesa nascente.

  • “Venite dietro a me!” È Gesù che raduna i discepoli con il fascino di una Parola sicura, neanche ancora spiegata, ma talmente carica di forza determinata e serena, che sembra non ammettere replica alla chiamata. Con/vince dal di dentro! Con questa stessa parola li costituisce “seguaci”: “venite dietro me!” Questa chiamata gli rimodella l’anima: diventa lo statuto definitivo della loro vita. Lo capiranno più tardi, dopo averlo seguito, amato e anche rinnegato, che ‘esser suoi discepoli’ (venite dietro di me!) vuol dire una consegna assoluta: niente mai più anteporre a Gesù!
  • La coesione de gruppo è la chiamata stessa di Gesù! I discepoli arrivano a lui in modo diverso, talora indicati per nome, talora contagiandosi reciprocamente, ma è sempre il suo sguardo e la sua parola che inserisce questo rapporto personale nel cuore di ognuno e li collega in una comunione inscindibile, perché non fondata su un proposito o una scelta o una promessa o un obbligo morale, o un’amicizia anche se contiene un poco di tutto questo : ma è una misteriosa appartenenza a lui, che il suo sguardo di predilezione ha seminato in loro! E che Parola ed Eucaristia nutrono e confortano…
  • Le sue parole sono vere – e si ripetono in noi! Già dai primi passi un fuoco (il fuoco degli inizi) s’accende nel cuore dei discepoli. Ma ci vorranno anni perché lo capiscano e soltanto la sua morte e risurrezione (con il dono del suo Spirito) li renderà veramente capaci, a loro volta, di infiammare la gente, divenire a loro volta pescatori di uomini – e quindi finalmente capire dal di dentro la sua missione e il suo Spirito. Ma fin da queste primi inizi, il fuoco c’è già. Ognuno prova il sussulto interiore per il “verificarsi” già adesso di frammenti di una speranza nutrita da sempre. Gesù operava quel che diceva: alla sua parola, al suo tocco, al suo sguardo le miserie, le malattie e i peccati degli uomini guarivano. La sua azione non si esauriva in un invito, in un rito di penitenza, tanto meno in una condanna del peccatore… Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Questo è l’elemento fondamentale della novità di Gesù, rispetto agli scribi, ai sacerdoti, ai profeti precedenti. Una capacità mai vista di insegnare, consolare, guarire … in ogni incontro: dopo anni di parole sterili, dopo una vita di tentativi inutili. Quando già la speranza sta spegnendosi, ecco scoccare il contatto, una scintilla nuova tra speranza e verità, tra utopia profetica e realtà storica. Questa è la novità “cristiana”, e i testimoni sono stupiti perchè gli elementi della natura, gli spiriti e i demoni, le malattie e la morte gli obbediscono!
    Gesù non ci ha lasciato in eredità questo potere nei suoi aspetti miracolosi, i quali, del resto, anche per lui sono soltanto ‘segni’ della sua vera Signoria di amore sulla storia e sulla natura. È questa Signoria inerme che anche a noi ha donato con il suo Spirito (At 1,8). Ora niente può più farci del male, perché in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rom 8,37). Ogni suo seguace diventa discepolo quando sperimenta di essere a sua volta pescatore dei suoi fratelli: testimone della gioia dello spirito quando qualche piccolo, malato, ferito, soggiogato dalla paura, è preservato dal male, davanti ai nostri occhi!.

Una tiepida chiesa alla ricerca di poteri fittizi…
…a guardarci allo specchio noi cristiani di oggi! alla luce di questo fervore della chiesa evangelica nascente, risalta ancor di più la stagione ecclesiale stanca e triste, che stiamo vivendo, almeno in occidente.
Noi somministriamo alla gente “cristiana” soprattutto sacramentalizzazione, precetti morali, inquadramento ideologico… E siccome la gente ci segue sempre meno, siamo spesso in atteggiamento agguerrito e aggressivo per difendere o recuperare spazi, istituzioni, leggi o radici … e renderle più cristiane. Illudendoci che queste poi preservino la fede. È il metodo inverso di quello evangelico. E qui sta il nodo dirimente della nostra tentazione ecclesiastica! Il potere, pur ricercato per ‘fini buoni’, di natura sua vanifica la croce di Cristo, perché la croce non è un incidente di percorso, ma la “necessaria” conseguenza di aver rinunciato ai mezzi del potere, sbilanciandosi del tutto per l’amore gratuito. Ma non riusciremo a rinunciare davvero al potere se non assaggiando un’altra gioia più grande … Nel vangelo, invece che i verbi sedentari di possesso o di conquista, predominano i verbi di movimento, di missione. Gesù si sposta continuamente e mette in moto altri discepoli, semplici, umili, ignoranti, laici, uomini e donne (cfr Lc 8,1-3 – il corrispettivo del nostro testo). La sua proposta è coinvolgimento profondo dei cuori, anzitutto. Poi è paziente e costante trasformazione delle idee su Dio Padre, se stessi, gli uomini, la storia… Poi è esperienza viva di rinascita interiore e comunitaria di pacificazione delle relazioni, almeno nei barlumi di speranza che si accendono nell’ombra della paura … per sanare gli incubi di panico che crescono dove non c’è più speranza viva.
Solo ripercorrendo il cammino della chiesa nascente ci riappassioneremo… al seguito di Gesù!

~~~~~~

…Padre, credo che mi capisca…
sono stata ferita al cuore, bruciata al cuore.
È una ferita ed è un fuoco.
Sono sicura che un giorno il Signore mi abbia accordato
una piccolissima scintilla dell’amore del suo Cuore
e che questa scintilla ha acceso il braciere.
E allora non ne posso più, perché nessun cuore umano è fatto a questa misura.
Non può contenere tutto questo amore.
Padre, sogno l’amore, ma un amore
come non l’ho ancora visto spiegare in un libro,
soprattutto come non l’ho visto mai raccomandare nei consigli alle religiose,
un amore che sia insieme divino e umano.
Sogno che si possa donare tanta tenerezza a tutti,
una tenerezza che sia così divina, pur uscendo da un cuore umano,
da non portare con sé fatalmente il disordine dei sensi.
Perché, padre, non è possibile amare ardentemente e insieme con purezza?
Crede che sarebbe realizzabile?
Se ci provassimo prima noi
e poi insegnassimo a tutte le piccole sorelle a dilatare il cuore?
Per quale motivo, per il fatto di essere religiose, dovremmo chiudere il cuore
anziché aprirlo di più. Non solo nel fondo, ma nell’espressione?
Le assicuro che il mondo ha bisogno di amore.
Vorrei potere amare tutti gli essere umani del mondo intero.
Vorrei mettere una scintilla di amore in ogni angolo del mondo:
in Egitto, in Brasile, presto in Giappone.
Basta una scintilla ad appiccare incendi nei boschi della Provenza.
Perché non dovremmo creare bracieri nel mondo intero?
Passando a Saint-Fons ho visto tutte le ciminiere delle fabbriche
e ho pensato che un giorno vi manderò delle piccole sorelle.
Passando a Péage de Roussillon,
ho visto il quartiere operaio delle fabbriche del Rodano
e ho pensato che anche là manderò delle piccole sorelle…

Padre, ci vogliono dappertutto focolai di amore!...

Parigi, 21 ottobre 1947

[Magdeleine, Il padrone dell’impossibile, PM, Casale M. pp.199]

giovedì 3 maggio 2007

La Missione come "Cammino"

Se siamo cristiani, dicevamo, siamo necessariamente missionari. È il cristiano che "mi costituisce" missionario. Ma è "la missione" che fa il cristiano! Se muore in me "la missione", muore il cristiano. La missione non è un optional del cristiano, e ancor meno un modo di accrescere numericamente la chiesa espandendo la sua area di influenza nel mondo, ma è un'esigenza prima di tutto vitale, una questione di vita o di morte, del cristiano in quanto tale!

Non è possibile qui, riportare il brano integrale degli Atti degli Apostoli in cui si parla del Battesimo di Cornelio, vi rimando alla lettura integrale dell'episodio (Atti 10,1-11,18). Chiudete la rivista e andate a rileggervi il brano. Anche se già lo conoscete, fate lo sforzo di fermare qui la vostra lettura e aprite la bibbia e poi ci rivediamo: prenderà un po' di tempo ma non sarà senza frutto.

Letto? Bene!

Ora la domanda che ci poniamo è "Chi converte chi"? Chi è il missionario qui? Pietro o Cornelio? In tutti e su tutto agisce lo Spirito Santo certo. Ma se Pietro è inviato, è Cornelio, "il pagano", che lo "chiama" prima e lo "invia" poi perché Cornelio sia accettato da tutta la comunità.

Pietro dà consapevolezza a Cornelio, e Cornelio fa prendere consapevolezza a Pietro, che a sua volta al ritorno nella comunità fa crescere tutta la chiesa nella consapevolezza del dono ricevuto!

Infatti …112 quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo:3 «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».4 Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose […]. 18 All'udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

Dunque, prima di Cornelio, non sapevamo che anche ai pagani Dio ha concesso che abbiano la vita? Stando al brano, evidentemente no, non lo sapevamo ancora!

La missione rende la chiesa più chiesa, nel senso che "solo" attraverso la missione la chiesa prende coscienza della propria identità e del dono di Dio!

Lo Spirito Santo infatti non ci è inviato dal Padre per "disfare l'Incarnazione" come se quello che è avvenuto in Gesù Cristo sia una cosa che riguarda "solo lui" e vada archiviato nel passato della storia. Troppe volte ci dimentichiamo della dimensione "carnale" dell'amore di Dio (cf Gv 1,14) per ricondurci a un amore disincarnato, a una verità che cala dall'alto trascurando che la "logica" che presiede all'Incarnazione del Figlio di Dio in Maria attraversa la nostra storia e l'agire di Dio nella storia tutta. Come è sempre stato fin dall'inizio.

L'inizio appunto, di cui sempre dobbiamo prendere continua consapevolezza, come fa la chiesa di Gerusalemme nell'episodio di Cornelio. E come siamo continuamente chiamati a fare "la chiesa che noi siamo" in quanto cristiani. Perché è un inizio che sempre si attua nel quotidiano della nostra vita. Inizio da cui siamo nati (per questo sempre antico) e verso cui noi siamo chiamati essere compimento (per questo sempre nuovo) nell'oggi della vita, nostra e degli altri!

Avanziamo allora, come auspicato, verso l'inizio per cogliere "il senso" del nostro camminare nella speranza, del nostro annunciare nella carità, del nostro vivere nella fede.

E qui subito ci accorgiamo di qualcosa di "ambiguo" che esige subito un chiarimento…

Prendiamo le domande esistenziali tipiche del nostro vivere: "qual è il senso della vita?"; "qual è il senso della sofferenza?"; "qual è il senso della morte?"; "che senso dare alla propria vita?" o ancora, per stare al tema del nostro articolo, "qual è il senso della missione?"…

E constatiamo che per poter rispondere a queste domande, un istruttore di "scuola guida" può esserci di più grande aiuto di un professore di teologia o di filosofia o di certi… preti. E, sia detto senza irriverenza, la lettura del codice della strada, ci apparirebbe più esaustiva di alcuni documenti del magistero, così preoccupati di dare una risposta che sia "più vera della verità" da perdere ogni adesione alla domanda stessa da cui pure erano partiti; così preoccupati del trascendentale da perdere i contatti col reale…

Infatti davanti a simili domande noi subito, figli di una cultura pagana (non è una colpa, ma un fatto!), pensiamo e interpretiamo istintivamente: "perché la vita, la sofferenza, la morte?" o "qual è la verità della vita, della sofferenza, della morte?" o "perché essere missionari?". L'attenzione va sul "perché": della morte, della vita, della sofferenza, della missione. Interpretiamo cioè la parola "senso" in "fondamento", "ragione", "significato" e via dicendo.

E neanche ci sfiora l'idea, che se ci lasciassimo impregnare concretamente da una mentalità biblica (conversione, metánoia, vuol dire proprio questo), leggendola soprattutto con la mentalità di chi l'ha scritta e non solo con la forma mentis di chi la legge, vi coglieremmo invece l'idea di "direzione", "cammino", e quindi (vedremo) di "esodo", "pasqua", "liberazione". Inclusi proprio nel suo significato di "senso di marcia", proprio come descritto nel "mistico" codice della strada!

Smetteremmo così di illuderci, come certi pensatori, che se qualcuno ci desse "la ragione" dell'esistenza sapremmo poi cosa farne… invece è esattamente il contrario, almeno questa è la "proposta biblica": solo dall'uso che ne fai, dalla direzione che prendi ('senso' appunto), ne cogli "la ragione", "il perché", per quanto ciò sia possibile a una povera creatura!

Dicendo quindi, ad esempio, che Gesù ha dato un senso alla propria vita, alla propria morte, non si vuol dire che se ne è fatta una "ragione" intesa magari a mo' di consolazione non potendo fare diversamente… Si vuol dire piuttosto che Gesù ha scelto di dare un orientamento, un thélos, una direzione alla propria vita e alla propria morte. O meglio, che in quanto Figlio ha scelto di continuamente "riceversi" come Figlio accogliendo nella propria vita il progetto d'amore che il Padre, sorgente dell'amore, gli offre. "Fare la volontà di Dio" allora, in questa prospettiva, diventa un camminare, guardare, agire nella stessa direzione: e questo è tutt'altra cosa che il quietistico "rinunciare" alla propria volontà o il buddistico "spegnimento del desiderio", o peggio ancora, la moralistica "mortificazione" che scambia "l'irresponsabilità" per virtù. Anzi è proprio un attuarli e utilizzarli al massimo delle proprie potenzialità nella realizzazione "responsabile" di un "progetto comune" con quello del Padre. E proprio per questo l'idea di peccato che si ricava nei testi biblici soprattutto del Nuovo Testamento, è quella di "un arciere che sbagliando direzione nel lancio della freccia ne fallisce il bersaglio".

Solo così si incontrano allora filosofia e storia: "la ragione" della tua vita (e della missione) è rivelata e contemplata dalla sua direzione! Il cammino della missione diventa allora il fondamento della suo "perché".

La tappa successiva sarà dunque quella di vedere come la comunità credente giudeo-cristiana si è "conosciuta" a partire proprio da questo camminare nella storia in cui si realizza il progetto del Padre che continuamente ci fa figli nel Figlio per il dono pasquale dello Spirito.



Scusate il linguaggio "inusuale": quando utilizzai per la prima volta l'espressione in Camerun anni fa, alcuni, a dir poco, si stupirono… Ma credo che dobbiamo riappropriarci di un linguaggio che non solo è biblico, ma è essenziale a un cammino di fede non idealizzato. (Cf L'enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI). Di "licenze" linguistiche, avrete notato, faccio spesso uso, con buona pace del "purismo" dei grammatici, per forzare il linguaggio ad esprimere meglio, spero, la ricchezza del dono di Dio. Spesso lo evidenzio anche con un corsivo, come un "segno" grafico che avverta il pensiero a cogliere che attraverso "l'errore" voluto si intende dire altro.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter