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lunedì 18 novembre 2013

Giù la maschera!

Disegno di San Giovanni della Croce
 
Le letture di oggi non sono di immediata comprensione perché presuppongono da parte nostra la conoscenza del contesto culturale giudaico che va dal II sec. a.C. alla prima metà del I sec. d.C. È in questo periodo che vive Gesù!
In che cosa consiste questo movimento culturale? Prendo un esempio dalla nostra vita. Ci sarà capitato di vivere e quindi sperimentare concretamente un fatto importante nella nostra vita… la morte di… la nascita di… un’esperienza bella di amicizia… una scelta di vita che ha cambiato il nostro modo di vivere e quindi di essere, grazie all’incontro con una persona! Ebbene il nostro giudizio sulla vita, sulla storia, sul mondo non può non essere influenzato da questa esperienza storica. Cioè questa esperienza diventa il punto da cui noi partiamo per guardare, giudicare, vivere la vita! Il punto in cui virtualmente mi situo per guardare, è il punto di prospettiva da cui parto per descrivere quel che accade nella mia vita e non solo nella mia! Tutto è sottoposto al giudizio dell’esperienza vissuta! E questo non può non influenzare persino il linguaggio con cui lo descrivo.
Ecco allora che l’esperienza di chi ha incontrato Gesù, la sua vita, la sua passione morte e resurrezione diventa il punto prospettico da cui giudicare la propria vita, il mondo, le relazioni umane, la politica, l’economia, la religione, la famiglia, la sessualità! Così gli apostoli e i discepoli. E così si spiegano il fatto che esistano i vangeli: sono la lettura del reale a partire da questo punto di vista particolare che è l’incontro con la persona di Gesù! Gesù stesso parla a partire dalla sua prospettiva di relazione col Padre! E il Padre? Dalla prospettiva della Croce del Figlio! Cfr l’immagine sopra, disegnata da san Giovanni della Croce – ripresa da Salvador Dalì - che mostra la visione della Croce dal punto prospettico del Padre: il Padre guarda il mondo a partire dal sacrificio innocente del figlio. Per questo il Padre “non può non perdonare”!

Tornando ai nostri brani, Israele è stato fortemente segnato dall’esperienza di liberazione di Yhwh! Un’esperienza di liberazione che implicava una promessa di liberazione totale e definitiva (non avrebbe senso una liberazione… part-time: sarebbe una beffa!). E questa promessa è stata tenuta viva nella vita culturale del popolo attraverso la preghiera (salmi), l’azione dei profeti (profezia), il ricordo dell’azione di Dio nel passato (libri storici) all’inizio oralmente poi anche per iscritto. La bibbia è il libro che codifica questa promessa e tiene viva la speranza di una liberazione già presente ma che attende di essere finalmente compiuta (nel futuro).

Ma in un’epoca dove tutto è già stato raccontato, tutto è stato profetizzato, tutto è stato pregato… come faccio a tenere viva la speranza nel compimento? La speranza che non si tornerà in Egitto? Semplice: mostrandolo! Mostrando il compimento! E siccome non ci sono ancora nel futuro, che linguaggio uso, come ne parlo? Semplice: creo un linguaggio che attinge alle immagini del passato, degli avvenimenti passati in cui Dio ha mostrato la sua potenza di liberazione: Tutte le manifestazioni di Dio nella Scrittura sono accompagnate da segni cosmici (fuoco, vento, turbine, nubi), il Signore della Storia, incide realmente nella storia e in ciò che l’accoglie, il cosmo, il creato. Abbiamo così immagini di guerra (Mosè con le braccia alzate, Davide che stermina i nemici…), immagini di fuoco (Gomorra e Sodoma), immagini delle piaghe d’Egitto e dall’esperienza del Sinai (cavallette, acqua in sangue, cataclismi),… e nella Pentecoste (Atti). Immagini che ritroviamo alla morte di Gesù… Insomma la lotta contro i Faraoni della storia continua e questa lotta non potrà essere poi meno cruenta di quella fatta da Mosè con le 10 piaghe e di Gesù sulla Croce…

Questa prospettiva che si pone alla fine della storia per coglierne il compimento e il fine che si realizza nel presente è detto “escatologico” (fine) e il linguaggio che usa è detto “apocalittico”: perché ci svela il senso della lotta di oggi a partire dal suo fine: la liberazione/salvezza compiuta! Letteralmente ci “toglie il velo” che ci impedisce di vederlo.

Guai allora a prendere alla lettera il linguaggio della Bibbia e soprattutto delle letture di oggi! Esse non annunciano una cattiva notizia (per i Faraoni forse) ma semmai una bella notizia: la liberazione è vicina, le ferite personali e della storia che avvengono nella lotta della sua realizzazione non sono il senso della vita. Il senso della vita non sono né le ferite, né le piaghe… e nemmeno la camminata nel deserto… il senso della storia è la Terra Promessa (simbolo della liberazione compiuta) a cui siamo destinati e che proprio queste ferite, queste piaghe, questa arsura patita nel deserto stanno a significare! E paradossalmente anticipano, mostrano all’orizzonte! In sintesi il “no” testardo del Faraone e della storia, non può che scatenare il “sì”, molto più testardo, di Dio!

La difficoltà nostra a far calare tutto questo nella nostra vita concreta nasce anche dal fatto che noi poniamo una distanza tra gli avvenimenti biblici e la nostra storia, come se i fatti descritti dell’Esodo riguardassero gli ebrei, il passato, e non noi e il nostro presente, se non marginalmente! Infatti ci limitiamo a una lettura che resta chiusa in una visione che potremmo definire morale. Infatti leggiamo la storia biblica per cercare le figure negative e non fare come loro, e cercando i personaggi positivi e per fare come loro!

Ecco il primo insegnamento delle letture di oggi: passato, presente e futuro biblico riguardano la tua vita, il tuo passato, presente e futuro! Tu non sei estraneo al racconto, tu non sei fuori dal testo, ma sei colui che fa parte di quella storia sacra lì e la stai vivendo ora! Non a caso già nell’AT si parla di memoriale e noi cristiani l’abbiamo applicato alla nostra liturgia: passato presente e futuro nell’azione liturgica si fondono nell’adesso di cui tu fai parte!

Infatti mai un ebreo si sognerebbe di leggere quegli avvenimenti come se fossero passato, ma li legge come suo presente! E infatti a ben vedere quando noi diciamo che nella nostra storia continuiamo la storia sacra di Dio descritta nella bibbia, dovremmo riflettere che se aggiungiamo un pezzo a “quella” storia sacra è perché stiamo vivendola! Il “quella” diventa “questa” e viceversa.

Ci resta ora poco tempo per comprendere le letture, ma se imparassimo a leggere la bibbia così (e vediamo che non possiamo saltare l’AT per arrivare al vangelo: ci farebbe più male che bene, perché necessariamente lo traviseremmo!) sarebbe già un gran progresso che ci aprirebbe la strada a letture finalmente feconde nell’oggi della nostra vita!

Il vangelo di Lc usa meno il linguaggio apocalittico degli altri, perché non era compreso dalla cultura greca e ora capiamo anche il perché: Le immagini sono comprensibili dal mondo ebraico, perché attingono alla sua storia, sono incomprensibili per chi questa storia non l’ha conosciuta! Per questo Lc si limita a sottolineare lo scontro tra i popoli e la persecuzione dei discepoli, che diventa così una solenne testimonianza perché fondata sull’azione di Dio nella storia (“suggerirà le parole necessarie a tempo debito” (cf Lc 12,11-12). Così sottolinea maggiormente le false escatologie che seminano terrore (che abbiamo visto estraneo al dato biblico) annunciando una fine che non è per adesso. Il “terrore” infatti è lo strumento del potere che ha bisogno di diffondere il panico per poter meglio soggiogare le persone. Per questo il terrore è inconcepibile all’amore: i casi son due o ha ragione Giovanni quando dice che “Dio è amore” o hanno ragione i predicatori del “Dio sterminatore” perché le due cose non possono coesistere!

Prima del racconto della passione Lc si preoccupa di farci capire che la storia non termina con Gesù ma essa semmai è l’inizio del compimento della liberazione definitiva che si realizzerà con la seconda venuta di Cristo, quando costituirà il Regno definitivo di Dio.

Ciò che viene chiesto è la perseveranza, cioè la fedeltà disarmata (Agnello di Dio in mezzo ai lupi) e dinamica (fate come me) che alla fine supererà ogni difficoltà presente. La persecuzione diventa così la chiave di comprensione del mondo futuro perché vi sono uomini e donne che rischiano la vita per realizzare la giustizia di Dio, che non è altro che il suo lasciarsi trucidare nelle infinite croci che l’uomo gli inchioda addosso nei suoi figli! Perché alche il “malvagio” si converta all’amore!

In questo modo Luca ci invita a stabilire un rapporto tra la vita di Gesù e la nostra, tra resurrezione ed fine della storia perché la fine del mondo non è altro che la risurrezione di Gesù estesa all’universo intero (Teilhard de Chardin).

Di fronte alla magnificenza del tempio “splendente nel suo splendore di luce dorata” (c’era così tanto oro che quando viene distrutto il prezzo dell’oro nella regione crollò!); vera meraviglia del mondo (nella ricostruzione archeologica l’immensità della sua spianata poteva agevolmente ospitare le tre più grandi piramidi egizie!); capostipite estremo dei simboli del potere politico-religioso di sempre (pensate alla basilica di san Pietro), allo scopo di celebrare un potere provocando la sottomessa venerazione dei sudditi; Gesù dice: non fermatevi al significato immediato e più evidente. Ogni apparenza è un camuffamento della realtà. Lasciarsi ingannare dalla maestosità del tempio, vuol dire non saper cogliere la Presenza di Colui che abita «nel» tempio. Così lasciarsi ingannare dalla spettacolarità degli avvenimenti della storia (impressionante come spesso tutto si riduca a un “wow!”) impedisce di cogliere Chi della Storia è Signore!

Dio è presente e attivo nella storia non siamo abbandonati, semmai siamo noi che abbandoniamo lui (seconda lettura), aspettando che lui faccia il nostro lavoro! Per occuparci e preoccuparci di apparire, cioè occupati e preoccupati del niente! Mentre egli ci ha dato lo Spirito che ci mostra i segni del suo cammino con noi nei volti che ce ne hanno mostrato l’immagine come anteprima/caparra del Volto che contempleremo senza fine!

Guardiamo la Storia, viviamola con tutto l’impegno e l’interesse che merita, senza preoccuparci di cosa accadrà o non accadrà perché poi in fondo noi già lo sappiamo: ciò che accadrà, Gesù ce lo dice spesso, è inscritto nel nostro vivere quotidiano, basta saperlo leggere! E non fermarsi alla superficie.

giovedì 9 febbraio 2012

dePILiamoci

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Quando e da chi è stato fatto questo attualissimo discorso? Cliccare qui per scoprirlo e da cui (grazie a un amico) l'ho copiato.

venerdì 2 luglio 2010

Il rischio di un futuro già scritto


Le meditate dichiarazioni del Presidente Napolitano suonano come un ultimo, grave monito per quelle forze di governo, che guidate dallo stesso Berlusconi, sembrano aver scelto la strada di uno strappo politico e istituzionale dalla portata imprevedibile, pur di realizzare un proposito che pare non intendere ragioni.

Il Presidente, doverosamente, non anticipa la sua valutazione, ma mette in guardia contro una deriva che, se non tempestivamente corretta, può portare verso un catastrofico epilogo legislativo.

Napolitano prende atto – e sarebbe difficile fare altrimenti – dei molti, troppi «punti critici» del disegno di legge così come approvato dal Senato. Punti critici che fanno di quel testo un’autentica mina. Ed è molto significativo che per la loro individuazione egli faccia riferimento a un contesto composito, che integra insieme il dibattito parlamentare, il giudizio dei giuristi, l’orientamento di una vigile opinione pubblica. È una scelta formale e sostanziale, di grande valore.

Perseguendola, il Presidente dimostra di eleggere a guida dei suoi comportamenti non la propria astratta capacità di giudizio, ma una opinione che emerge dall’intelligenza stessa del Paese, per come si manifesta nelle sedi della rappresentanza politica, della cultura del diritto, della formazione delle coscienze individuali, e di cui egli si fa interprete e portavoce. È una lezione di buona pratica costituzionale, di misura e di compostezza che dovrebbe far riflettere tutti, di questi tempi. Merita in pieno il rispetto.

Ed è importante la sintonia che ancora una volta si sta realizzando con il Presidente della Camera, che l’altro ieri aveva definito non altrimenti che un «un puntiglio» la decisione di accelerare i tempi, e di portare a tutti i costi il progetto di legge sulle intercettazioni al dibattito in aula prima dell’estate, e che ha appena ribadito la necessità, da lui fortemente avvertita, che la maggioranza si fermi a riflettere. In un periodo che si annuncia ogni giorno più carico di rischi e di pericoli, la saldatura di un asse che definirei di «lealismo costituzionale» ai vertici dello Stato è uno dei pochi elementi – ma decisivi, per fortuna – che inducono a non disperare.

C’è da chiedersi cosa stia spingendo Berlusconi verso questa inaudita forzatura. Temo che la risposta si trovi nella sua solitudine, che non può non avvertire, con sempre maggiore evidenza. Intorno a lui, tutti, anche quelli da sempre più vicini, parlano ormai altre lingue, che non capisce. Vedono cose che lui non vede. Questo non fa che aumentare la sua diffidenza, la sua impazienza, la sua voglia di rovesciare un tavolo che sente sfuggirgli sotto le mani.

È da tempo ormai che egli non ha più nulla da proporre al Paese, se non l’icona di un successo ormai invecchiato, che appartiene a un’altra epoca, imbalsamato nell’ossessiva ripetizione della sua messa in scena. Ma proprio l’inarrestabile declino della sua capacità di governo, spinge Berlusconi verso l’azzardo continuo dell’avventura, del sovversivismo istituzionale. Nulla gli resta più della pazienza dei forti. Ha ormai solo l’ansia febbrile di chi ogni giorno deve lottare in un mondo in cui non si riconosce. È possibile che a questo punto dei contenuti effettivi della legge gli interessi ben poco. Quello che cerca è la prova di forza, lo scatto che metta alleati e avversari in riga, che imponga l’alternativa fra se stesso e il diluvio, magari per preparare nuove elezioni.

E tanto più c’è bisogno – per fronteggiare tutto questo – di razionalità e di pacatezza. Di continuare a spiegare con calma che la legge in questione sarebbe una cattiva legge, che non risolverebbe alcun problema, ma ne creerebbe moltissimi, anche molto gravi e che – per come è formulata – comprometterebbe il diritto dei cittadini a un’informazione senza censure. Le buone leggi non nascono mai dall’arroganza di una parte sola. In esse il potere deve sciogliersi nel consenso e nell’emancipazione; la forza dei numeri nella ragione delle cose. Al di fuori c’è solo l’ombra del tiranno e della sua demagogia.

lunedì 1 marzo 2010

Professione Giornalista!

Illuminante dialogo a distanza su il Fatto Quotidiano tra Michele Santoro e Barbara Spinelli via Marco Travaglio. Una bella lezione di umanità, libertà, democrazia, storia e linguaggio e tecnica della comunicazione non solo televisiva... Assolutamente da non perdere.

La lettera di Santoro in risposta a quella di Travaglio:
Caro Marco,
risponderò con franchezza alla tua lettera che mi sembra venire da troppo lontano. Siamo diversi e con diverse opinioni su molte cose: legalità, moralità, libertà e televisione. Eppure forse proprio per questo siamo riusciti a diventare amici e, per un pezzo importante della nostra vita, a combattere fianco a fianco contro la censura. È questo l’unico vero miracolo compiuto da Silvio Berlusconi, aver intrecciato vicende professionali distanti come quelle di Biagi e Luttazzi, di Montanelli e di Sabina Guzzanti. La tua e la mia. Vivrei una tua decisione di prendere le distanze da Annozero con grande amarezza ma non per ragioni personali: perché sarebbe, in primo luogo, un torto fatto a un pubblico assai grande e, in secondo luogo, un ulteriore arretramento del confine del proibito che ormai comprende quasi tutti i fatti più scottanti riguardanti i potenti in Italia.

Non sarebbe tuttavia una tragedia o una catastrofe irreparabile. Nel corso della mia lunga esperienza televisiva tanti miei amici e collaboratori hanno scelto o dovuto scegliere di percorrere altre strade. È stata sempre per tutti un’occasione di rinnovarsi, una sfida per allargare gli orizzonti di quel laboratorio del quale sentiamo comunque di continuare a far parte.

Già oggi il tuo raggio d’azione è enorme: scrivi quotidianamente per il Fatto (e non solo), hai un blog seguitissimo, hai una parte da protagonista nel blog di Grillo e riempi i teatri col tuo spettacolo su Tangentopoli. Potresti quindi fare tranquillamente a meno di Annozero, senza più esporti alla fatica e allo stress del corpo a corpo televisivo dove si ha sempre la sensazione, sbagliando, di doversi giocare tutto in pochi minuti.

Una volta, quando avevi soltanto i tuoi libri, non facevi nessuna fatica ad affrontare quegli stessi «farabutti» che oggi, invece, ti appaiono interlocutori inaccettabili. Non Annozero, con i suoi milioni di ascoltatori, ma una qualunque televisione di provincia ti sembrava una buona occasione da non sprecare. Allora ero io che ti invitavo ad affaticarti di meno, a rendere più preziosa la comunicazione, a mettere un freno alla tua generosità, mentre lavoravo a migliorare le luci, la tua posizione in scena, i tempi del racconto e a inserirti più efficacemente nel contesto del programma.

Certo senza le tue straordinarie qualità di scrittore e narratore tutto questo non sarebbe servito a niente. Ma è servito. Nonostante Belpietro, Ghedini o Lupi. Loro sono sempre gli stessi. Tu sei cambiato. Non so se ti accorgi che, quando a proposito di Annozero dici che è una questione di format, stai parlando come un membro della Commissione parlamentare di vigilanza.

Non so se condividi i suggerimenti di Paolo Flores d’Arcais che pretende di spiegarmi quando spegnere e accendere i microfoni di un ospite. Un membro perfetto dell’Agcom. Un apologeta del Berlusconi-pensiero sul «pollaio». Proprio come Furio Colombo e le sue invettive contro i talk-show. D’Arcais e Colombo sono convinti che debba regnare l’ordine del discorso (scritto) che, ovviamente, per loro non è quello del telegiornale di Minzolini ma quello di Report , celebratissimo esempio di una trasmissione basata sul principio di identità e non contraddizione.

Ora, sia ben chiaro, Report piace anche a me, e molto: lo ritengo altrettanto incompatibile di Annozero con gli equilibri imposti dal conflitto d’interesse al sistema informativo. Ma non è l’unico modo possibile di fare inchiesta, come non lo era un tempo il documentario in stile Bbc. Noi proviamo a forzare la gabbia delle compatibilità, ad uscire dal seminato; per mettere a nudo le contraddizioni illiberali del palinsesto non ci accontentiamo di scavarci una nicchia alternativa. Siamo brutti, sporchi e cattivi. Raccogliamo meno consensi di Ballarò ma creiamo un maggior numero di situazioni critiche, più adrenalina, più polemiche, più brecce nella gelatina.

Perciò ho voluto e continuo a volere che, almeno per un po’ di minuti, tu occupi il centro della scena. Sei il simbolo di ciò che il recinto della televisione generalista non vuole più contenere, di tutti coloro che sono stati espulsi e non possono più rientrare. La prefigurazione di un cambiamento possibile. D’altra parte chi è espulso riesce anche a sopravvivere benissimo. Fuori dalla tv generalista l’industria culturale rende ancora possibili profitti importanti per chi produce contenuti forti; ma chi resta è meno libero e chi va via non entra più in contatto con una sterminata periferia, una enorme banlieue culturale nella quale resta confinata una buona metà della popolazione italiana. In questa periferia, almeno qualche volta, Annozero è entrato prepotentemente. Anche grazie a te, e ne vado fiero. E anche grazie a Maurizio Belpietro.

Tu, invece, pensi che Maurizio Belpietro – o Porro o Ghedini – siano soltanto un prezzo pagato alla par condicio, una legge di cui si parla senza conoscerla e di cui nessuno si occupa seriamente, quando per me rappresentano quel vuoto necessario di scrittura che rende la trasmissione imprevedibile. Perfino ciò che è successo giovedì scorso dimostra che nel nostro studio nessuno può sapere in anticipo come andranno le cose. Noi per primi.

Report ha l’andamento di un film. Annozero assomiglia ad una partita di calcio, mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, convinzioni profonde, passioni anche viscerali. Quando il gioco diventa noioso e scontato il pubblico più infedele cambia canale. Ed è questa la ragione per cui siamo costretti a inseguire lo spettatore meno affezionato ai nostri programmi, qualche volta perfino deludendo i fan. Il contrario esatto di quello che avviene a teatro.

In passato godevo nel vederti demolire le argomentazioni aggressive con l’ironia e con una precisione chirurgica: adesso chiedi tempo. Un tempo che la tv, a tuo parere, non sarebbe in grado di concederti. Quanto tempo per rispondere a contestazioni che si ripetono come una litanìa monotona e scontata? Cinque minuti? Mezz’ora? Una serata intera? Nella tua lettera potevi essere più esplicito nel criticare la mia conduzione. Io credo che tu non l’abbia fatto perché avresti dovuto aggiungere l’elenco dei «bellissimi servizi» da tagliare per fare spazio alle tue necessità.

Invece che di Bertolaso avremmo almeno saputo tutto di Travaglio? E la volta successiva cosa avremmo dovuto fare se si fosse ripetuta la stessa situazione? La risposta sembra interessarti poco: prima viene il tuo onore, la faccia, la verità. Dovremmo ripetere il disco della condanna per diffamazione pronunciata solo in primo grado, rivedere alla moviola il tuo certificato penale, per convincere l’universo mondo (compreso Belpietro) delle tue qualità morali che al nostro pubblico non sembrano per niente in discussione. Inoltre un giornalista condannato, si fa per dire, definitivamente per diffamazione smette di essere un buon giornalista? Penso proprio di no; come Schumacher che, se va una volta fuori pista, non smette per questo di essere un buon pilota.

Hai saputo schivare e anche incassare molti colpi bassi ma questa volta è bastata una banalissima insinuazione di Porro (e non un’aggressione squadristica) per farti perdere il lume della ragione. Hai frequentato un sottufficiale dell’Antimafia prima che venisse condannato per favoreggiamento. Scusa, qual è il problema morale? Quali sconvolgimenti ha creato nella percezione che i nostri ascoltatori hanno di te questo genere di insinuazioni? Nessuno.

Le critiche, anche le più assurde, fanno parte del nostro lavoro, così come rispettare chi non la pensa come noi, non insultarlo, non delegittimarlo come interlocutore. E se sono gli altri ad aggredirci, dobbiamo rispondere come tu sai fare meglio di me, rapidamente e con le armi dell’ironia. Quando io non l’ho fatto ho sbagliato.

Siamo diversi ma apparteniamo entrambi al pubblico. Solo dal pubblico deriva la nostra credibilità. Perciò hai il diritto di proporti al pubblico come meglio credi, nella forma teatrale dei tuoi spettacoli (senza disturbatori) o, come mi auguro, nel percorso a ostacoli di Annozero. Sai che mi sono battuto con tutte le mie forze per includerti con un regolare contratto e non come un ospite occasionale nella nostra trasmissione. Sono fiero di poter dire che tu sei parte della Rai e del servizio pubblico. Come dovrebbero esserlo Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi e tanti altri. All’inizio di Annozero ero convinto che col nostro ritorno avremmo portato a casa una vittoria importante contro la censura e che presto il mondo sarebbe cambiato. Non è successo, anche se nel frattempo siamo diventati il primo programma di informazione.

Se la televisione è perfino peggiorata non è solo colpa di Berlusconi e dei suoi «trombettieri» ma di chi avrebbe dovuto contrastarlo e non lo ha contrastato e anche di quelli che scelgono di battersi pensando di essere gli unici a farlo con coerenza. Cavalieri senza macchia e senza paura che vogliono segnare a tutti i costi una differenza dal resto del mondo, che mettono la loro purezza e il senso dell’onore prima della libertà: la legge e le regole prima della libertà, la verità prima della libertà. Mentre leggi e sentenze sono solo lo strumento essenziale per l’ordinato funzionamento della società.

Mi chiedi di mettere riparo agli abusi. Con l’esperienza che ho cercherò di inventare qualcosa per evitare l’uso di argomenti provocatori, le interruzioni ad arte, le offese personali. Quello che non posso prometterti è la verità.

La verità profonda di una persona, che si chiami Travaglio, Berlusconi o Santoro non la stabilisce un programma televisivo, non si raggiunge stilando con attenzione la lista dei buoni e dei cattivi. A quelli che sui vostri blog chiedono di definire una volta per tutte ciò che è vero abbiamo il dovere di rispondere che la verità è sfuggente, contraddittoria. La verità è una conquista faticosa e difficile. Per quanto mi riguarda spesso è un faccia a faccia. Tra me e me.


La riflessione e la critica di Barbara Spinelli (che scrive anche su LaStampa)
Caro direttore,
se questi fossero tempi meno bui – i tempi vagheggiati da Michael Oakeshott per esempio, dove al dibattito si preferisce la conversazione – si potrebbe leggere con una certa delizia lo scambio epistolare fra Michele Santoro e Marco Travaglio apparso nei giorni scorsi sul Fatto.
Ma questi sono tempi bui e certe controversie fra giornalisti non procurano speciale godimento. In tempi bui si urla, e l’urlo mal si concilia col diletto. Lo scambio di lettere è tuttavia benefico, sia per chi fa informazione sia per chi la consuma. Finalmente nasce una discussione sul giornalismo italiano, e il fatto che essa si concentri sui talk-show – e in particolare sul modo in cui il 18 febbraio s’è scatenata un’aggressione personale a Travaglio da parte di Nicola Porro, vicedirettore del Giornale – non cambia l’oggetto in esame: l’avvento dei talk-show, cioè della parola giornalistica tramutata in spettacolo o circo, ha infatti effetti capitali sul giornalismo (scritto o parlato) e sul suo presente disfacimento.

COMPLICITÀ AMICISTICA

Mi sia consentita una premessa: penso che tra i giornalisti non dovrebbe esistere alcun tipo di propedeutica complicità amicistica. L’uso molto italiano di darsi subito del tu fra “colleghi” ha qualcosa di corporativo, di falso, anche di insidioso. È nei collettivi ideologici che scatta, automatico, l’abbraccio del Tu. Così come è incongruo parlare di amor di patria invece che di rispetto, ritengo incongrua l’amicizia preliminare fra colleghi. Amore e amicizia appartengono alla privata sfera delle scelte non obbligatorie, non consanguinee.

Tuttavia il giornalismo è un mestiere che crea una sorta di comunità, specie quando si occupa della politica nazionale e dunque è più vicino al potere: di questo vale la pena conversare. Il rischio è che il giornalista prenda gusto alla contesa politica, fino a identificarsi con la figura stessa del politico. Difficile, a questo punto, che egli ricordi la professione peculiare che esercita, e i doveri primari che ha verso il lettore o lo spettatore. Quel che tenderà a dimenticare è che il suo mestiere è sì animato, come quello del politico, da volontà di potenza e dal “piacere acre della gara” (Eugenio Scalfari lo descrive bene nel nono capitolo del libro L’uomo che non credeva in Dio) ma fondamentalmente è cosa diversa.

Contrariamente a quel che si crede è un’attività più scabrosa, proprio perché il giornalista non si sottopone al vaglio delle urne, non è rispedito a casa a intervalli regolari, e questo non gli dà il prezioso senso del limite, della propria mortalità. La censura, nella migliore delle ipotesi, viene solo dal lettore, che può smettere di comprare un determinato giornale, di guardare un determinato show, di leggere un determinato autore. Ma il vero polso della situazione il giornalista non ce l’ha. Se la censura lo colpisce, chi ha in mano l’accetta non è l’utente (l’unico che paghi quel che vede o legge) ma il padrone: un padrone più che gelatinoso in Italia, in quanto non editore puro ma industriale annodato al potere politico, quando non dipendente da esso.

Pur non dandosi reciprocamente del tu, i giornalisti sono dunque legati da qualcosa. Da cosa, esattamente? In parte dalla consapevolezza di questa diversità di vocazione: praticanti e professionisti del mestiere, tutti dovrebbero sapere che il loro potere è altro dal politico. Non è antagonista – perché l’antagonismo presuppone un comune spazio di contesa – ma semplicemente altro. Al tempo stesso,sono legati da un rapporto molto specifico con i fatti, che vanno rispettati per quel che sono evitando che sfumino in opinioni. È il motivo per cui più volte mi sono chiesta, nel 2009, come mai sia mancata una solidarietà, fra giornalisti, con Repubblica e le sue Dieci Domande.

L’undicesima domanda,non detta,era implicitamente rivolta a noi del mestiere: si possono fare domande al politico, che concernono il suo apparato di potere e più precisamente la sua maniera di creare consenso? L’indipendenza del giornalista non è differente dal potere terzo della magistratura, indispensabile all’ordinamento dei checks and balances senza il quale la democrazia scade in dittatura maggioritaria. Non a caso il giornalismo indipendente è dispositivo centrale nelle democrazie ed è chiamato Quarto Potere. Rivedendo il passaggio di Annozero in cui è andata in scena l’aggressione a Travaglio, quel che mi ha colpito è appunto questo: il giornalista che attaccava non sembrava un giornalista, l’osmosi con le fattezze del politico era totale. Porro non si occupava del tema in discussione (la corruttela della Protezione civile, le responsabilità politiche di Bertolaso), ma del giornalista che su questo tema riferiva e denunciava.

Quest’ultimo riferiva fatti(non ancora suffragati ma pur sempre elencati in ordinanze della magistratura inquirente), mentre Porro sembrava a essi affatto indifferente. Di qui l’impressione di un attacco subdolo, oltre che scorretto. Scorretto perché il giornalista che riassumeva i fatti veniva aggredito come se avesse esposto un’opinione, opinabile come tutte le opinioni. Subdolo perché Travaglio veniva attaccato personalmente, in piena coscienza che quest’ultimo non poteva improvvisamente dirottare la trasmissione e scagionarsi di fronte al pubblico (lo ha già fatto a suo tempo su Repubblica e sul suo blog). Siamo in campagna elettorale (son 16 anni che dura:quasi una generazione) e quel che lo spettatore ha visto è l’azzannarsi tra due professionisti dell’informazione: giacché questo avviene, quando il giornalista abbandona il rapporto con i fatti e, durante una competizione elettorale, entra anch’egli in campagna.

Se così stanno le cose, non conta quello che viene riferito sull’indagata Protezione civile. Non conta nemmeno la domanda posta nel corso di Annozero dal direttore di Libero Maurizio Belpietro (forse è stato teso un agguato a Bertolaso?). Altre cose contano, in trasmissioni del genere (Annozero, Ballarò, Porta a Porta): d’un tratto dall’ombra esce un missile, e tira fuori il presunto affaire delle frequentazioni di Travaglio. Un’affaire su cui è stata fatta chiarezza, ma che serve a disorientare lo spettatore-elettore. Che vuole, un giornalista come Porro? Non il Pulitzer evidentemente, perché nessun vincitore di simili premi (da Art Buchwald a Maureen Dowd, da James Risen o Anthony Lewis) passerebbe il tempo denigrando un altro giornalista. Vuol dimostrare a una parte politica di essere suo fedele palafreniere e propagandista .

NOIA E ZAPPING

Per far ciò ha stravolto il mestiere. Un mestiere che il più grande maestro di tutti noi scrivani di giornali, Walter Lippmann, ci ha insegnato fin dall’inizio del secolo scorso. La libertà, così scrisse a quel tempo, non è quella di rendere il giornalista responsabile verso l’opinione sociale prevalente: «Più importante di tutto il resto è rendere l’opinione sempre più responsabile verso i fatti». E ancora: «Non esiste libertà in una comunità cui manchi l’informazione attraverso la quale può scoprire e smascherare la menzogna». Non solo: veramente in gioco non è in fondo la libertà di opinione, e il male non consiste tanto nel sopprimere una particolare idea. “Quel che è davvero mortale è sopprimere le notizie (news)” (Lippmann, Liberty and the News, 1920). Per questo è così bello il motto della Bbc: Put the news first, in primo piano metti le notizie, i fatti, i testimoni. Porro cade nel mortale tranello. Non diversamente dall’imprenditore Berlusconi, scende anche lui in campo, annebbiando le frontiere tra arti e tra mestieri.

Scrive Santoro a Travaglio che l’intero suo “gioco” ha un obiettivo: non diventare «noioso», altrimenti «il pubblico più infedele cambia canale». Non prendersela con le aggressioni ma rispondere con l’ironia, sapendo che una trasmissione di successo non è fatta solo di fan. Sul set ha detto: «Ogni volta che volete insultare Travaglio insultate me, perché a me non me ne frega niente». Certo ogni trasmissione corre il rischio che il pubblico annoiato da monotonie cambi canale.

Ma corre anche il rischio che il canale lo cambi proprio perché il programma di Santoro è un ring che “mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, (...) passioni anche viscerali”. Anch’egli, a suo modo, non distingue tra opinioni e notizie, e quando parla di fan – in questo è simile a Vespa – non sembra intendere i fan delle news. C’è infine nella lettera un passaggio sul quale dissento profondamente: è vero, una trasmissione non può farsi paladina di una sola verità, deve sempre strusciarsi contro idee contrarie, senza «stilare la lista dei buoni e dei cattivi”. Ma quel che è falso, quel che fa male e fa soffrire, non è un’opinione bensì un fatto, e il fatto a differenza dell’opinione non puoi relativizzarlo.

È Popper a insegnarlo, che esecrava le verità assolutizzate. A mio parere, questo dovrebbe guidare il giornalista: non la ricerca dell’idea vera – queste verità sì che sono sfuggenti, come afferma Santoro – ma l’individuazione del male concreto, fattuale, che può scaturire dalle contro-verità. Difficilmente confutabili, mali di tal genere non sono sfuggenti. Ovvio che in nessun paese democratico il giornalismo è perfetto. Ma in Italia è singolarmente imperfetto. Senza una informazione indipendente, connessa ai fatti e ai loro testimoni, non esiste funzionamento democratico, e l’aggressione che essa subisce è uno dei punti che maggiormente definisce la non-democrazia di Berlusconi.

Alterare l’informazione prendendo possesso dei media vuol dire disinformare metodicamente i cittadini, che voteranno senza sapere per chi votano e per cosa. Il vero attacco alla sovranità del popolo, sbandierata dal presidente del Consiglio, è qui.

LEZIONE AMERICANA

Prendiamo l’esperienza degli Stati Uniti. Il giornalismo americano, nei primi anni delle guerre di Bush jr, commise errori enormi, di infedeltà ai fatti e di fedeltà al potere politico. I reporter detti embedded dormivano nello stesso letto dei potenti. Ma poi è venuta l’ora della presa di coscienza, dell’ammenda anche se non confessata. I giornalisti hanno scoperto che il loro essere embedded li aveva allontanati dalla realtà. Che importanti verità fattuali, dette agli esordi da giornalisti come Seymour Hersch o testimoni come Hans Blix, non erano state ascoltate.

Certo può capitare di sbagliarsi, a Travaglio come a Hersch e a tanti altri giornalisti d’investigazione. Penso anche che in Annozero, Travaglio abbia goduto di un diritto che tutti dovrebbero avere ma non hanno: quello di dire i suoi testi senza essere interrotto. Il modo in cui oltre alle sue indagini minuziose paga anche questo diritto (dovuto a indubbio talento) non è per questo meno scandaloso, ed è sintomatico di un giornalismo in crisi degenerativa. In America, la presa di coscienza è avvenuta durante l’uragano Katrina, nel 2005, ed è stata un ciclone anch’essa, che ha messo in luce l’inettitudine, lo sprezzo della povera gente (soprattutto nera), l’arroganza-corruzione del governo e della sua Protezione civile (la Fema, ovvero Agenzia federale per il Management dell’Emergenza).

Per il giornalismo americano, è stata un’ora grande di verità, di introspezione, e di ripresa. Spero che quel momento venga anche in Italia. Che scopriremo anche noi le parole di Joseph Pulitzer: «Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema».

lunedì 26 ottobre 2009

J'assume moi aussi!

Per non dimenticare...C'est parfaitement crétin (et j'assume le mot entièrement) de se fixer des objectifs chiffrés en matière d'expulsion. Au diable le cas par cas, l'appréciation individuelle de situation humaines complexes, on sacrifie des vies sur l'autel du chiffre, simplement pour dire qu'on a rempli les objectifs d'une politique. Abject, lamentable et honteux. Marwan H.

giovedì 18 giugno 2009

La scintilla di Dio presente nella storia...

Che cosa mi sta insegnando quello che sta accadendo Iran?
1° che certe letture razziste sul mondo islamico sono alla prova dei fatti oltretutto stupide: il mondo islamico non è quel mondo monolitico che gli xenofobi di bassa lega vogliono farci credere: ils sont comme nous!...
2° che il principio cardine del sistema democratico, come quello del rispetto del responso del voto, è ormai un sentire comune a tutta l'umanità, senza distinzione di cultura e religione: Su questo l'umanità è già "una"!
3° che gli iraniani hanno una coscienza democratica più grande di noi italiani...
4° che la sete dell'uomo per ciò che egli intende esprimere con la parola "libertà", è più grande di ogni paura e più forte di ogni tortura.



Sono millenni che il potere di ogni colore e di ogni fede cerca di soffocarla o almeno addomesticarla, sembra a volte riuscirci, ma in realtà la obbliga a scavare in profondità e prima o poi essa riemerge, più chiara e più forte...

Ci hanno provato tutti: hanno creato sistemi sofisticati di controllo, dall'Inquisizione di ieri, alla manipolazione mediatica di oggi...
L'abbiamo creduta definitivamente morta, ma dopo qualche giorno è sempre risorta...

Sempre imperfetta e sempre perfettibile, impara dai propri errori... Piccola e fragile come un seme di senape, cresce e si sviluppa come un baobab africano alla cui ombra chiunque può riprendere vita per continuare il cammino...

Cresce, restando piccola; si rafforza, conservandosi fragile... Per questo ci custodisce solo se sappiamo custodirala!

Il suo volto, per chi osa guardarla negli occhi, è quello del Figlio; il suo cuore, per chi vuole posarvi il capo, è quello del Padre; il suo flusso, per chi accetta di viverne, si chiama Spirito...
In una parola, Dio è il suo nome e la sua eco è l'Uomo... E per tutti si chiama Libertà...

Non ha importanza allora se la storia sembrerà smentirci perché chi la invoca oggi, come spesso è accaduto, la soffocherà domani, ora sappiamo che è sua la vittoria e che il nostro sperare non sarà mai vano...

sabato 13 giugno 2009

Mani schifate

Per non dimenticare...


Quei guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull'immigrazione-sì e l'immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.

Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l'efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c'è più bibliografia, spariscono i distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull'identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate.

E ci cade a terra anche la penna perché l'occhio è molto più veloce e diretto dell'intelligenza con la quale siamo abituati a mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l'orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell'orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell'esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell'umanità dai paesi dell'infelicità a quelli dell'abbondanza... E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto.

Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge, e dall'altro lato i corpi umiliati e maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi.

Dunque ancora una volta è l'occhio l'organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. E' infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un'imbarcazione, o un pugno sui denti o...

A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davanti a queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla Bovienzo che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. E' davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infatti è come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l'Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l'Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l'Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi? di Francesco Merlo in Repubblica.it

lunedì 25 maggio 2009

New Italian Style... ciò che i media italiani si guardano bene dal mostrare...














Foto di Enrico Dagnino, acquisite dalla rivista francese Paris Match, n° 3130 del 14-20 maggio 2009. Cliccare sulla foto per ingrandirle.

New Italian Style... Immigrati: il sogno infranto


Dal nostro inviato speciale a bordo del “Bovienzo”, François de La Barre – ParisMatch

Credeva di lasciare l’inferno, ma ci è riaffondato. L’Italia lo riporta nel continente da cui è fuggito con i suoi 79 compagni di sventura. Per la prima volta, degli immigrati africani vengono respinti col manganello e restituiti alla brutalità degli aguzzini libici, sotto gli occhi dei nostri reporter. Nel 2008, 36.900 “naufraghi” si sono arenati nei pressi dell’isola di Lampedusa. Per arginare quest’ondata, Silvio Berlusconi ha fatto votare una legge, in spregio ai diritti dell’uomo, che riqualifica la domanda d’asilo come reato passibile di 18 mesi di reclusione. L’anno scorso 3 immigrati su 4 avevano depositato una richiesta di asilo politico: il 50 per cento di esse era stato accettato. Poi è stato siglato un accordo con Gheddafi, gli espulsi vengono riportati a Tripoli senza che la loro sicurezza e la loro dignità venga minimamente garantita. Ma non c’è nessun argine alla miseria. A Tripoli, non ci saranno più fotografi a testimoniare…
La scaletta! Bisogna raggiungere questo pezzo di ferraglia e venir fuori dal canotto pneumatico in panne, che si sgonfia, beccheggia e, con un’ondata, sbatte contro la fiancata dell’imbarcazione della guardia di finanza. Questa scaletta è il percorso più breve tra l’Africa e l’Europa. Tra la miseria e la speranza. Sul fondo dello Zodiac alla deriva, prostrata, incastrata, c’è una ragazza di cui si vedono solo gli occhi spalancati. Lo sgardo è spaventato…Il pigia-pigia ai piedi della scala, l’assalto per sfuggire al relitto, l’abbordaggio della disperazione ha qualche cosa di dantesco. Spaventoso, anche per i marinai del “Bovienzo”, che non sono al loro primo salvataggio di disperati nel Mediterraneo. Uno di loro grida: “Aspettate! Uno alla volta!” Non serve a niente. Come ci può essere disciplina? Sono dei sopravvissuti. Gli ordini del comandante Christian Acero non ottengono migliore effetto. D’altronde, la sua voce roca è coperta dal rumore assordante di un elicottero che sorvola la scena. Il comandante è esasperato: “ Se ne va di qui o no, quello?” Un membro dell’equipaggio picchia col manganello sulle sbarre della scaletta., per tentare di dissuadere i fuggitivi dal precipitarsi tutti assieme. Se ne fregano, del suo manganello. Salgono come possono, gli uni sugli altri, rischiando di cadere in mare, di annegare. E l’angoscia si impadronisce dell’equipaggio del “Bovienzo”.
I primi sono a bordo. Si siedono subito, si stendono col dorso contro la lamiera del cockpit. Gambe stese, braccia spenzoloni, fiato corto. Nessuno si sdraia, tranne Adill, che ha barcollato ed è crollato. Adesso, si trascina gemendo per avvicinarsi ad Amal, un altro naufrago con un cappello beige, suo amico. Amal lo prende tra le braccia, lo stringe. Adill ci squadra, le sue labbra tremano. “Acqua”, chiede Amal. Gli si tende una bottiglia. Discretamente, cosparge Adill, poi la bottiglia passa di mano in mano, e in qualche secondo è vuota. Non finiscono più di invadere il ponte. Quanti sono? Dieci, venti, trenta… E continua. I marinai ordinano loro di stringersi per fare posto a quelli che stanno imbarcando. Dirigono gli uomini in avanti – adesso sono 68, e le donne dietro, sono 12. 80 esseri umani che erravano da giorni e notti in quel maledetto Zodiac, che i marinai del “Bovienzo” lasciano affondare senza recuperare quello che galleggia sul fondo. Non c’è nulla che valga la pena: tessuti a brandelli, magliette sporche, una bottiglia di plastica vuota.Non avevano più niente, né acqua né cibo né benzina. Per arrivare in Sicilia, avrebbero dovuto percorrere ancora più di 100 miglia nautiche. Senza viveri, non avevano la minima possibilità. “Gli abbiamo salvato la vita”, sussurra un membro dell’equipaggio. Per lui, è un salvataggio. Il comandante tace, si accende una sigaretta e torna a prendere il timone della nave…
Sul ponte, Amal aiuta Adill a riprendersi. Adill è nato nel 1983. “Il 1 aprile”, dice. “Sono designer. Voglio lavorare, andare a scuola non importa in che paese d’Europa. Farò tutto ciò che volete”. Gesticola, Amal lo calma. Amal viene dal Ghana, ha 26 anni. Ha trascorso 4 anni in Libia, tempo di guadagnare 1500 dollari, il prezzo della traversata. Vuole raggiungere suo fratello in Spagna. Non gli piace parlare del suo tentativo di traversata, bisogna quasi cavargli fuori le parole. Uno sconosciuto che ha incontrato al mercato di tripoli gli ha proposto di imbarcarsi. Di notte, Amal è salito in un pick up con degli altri africani. Gli hanno bendato gli occhi. Si è ritrovato in una casa dove gli hanno preso i suoi soldi. Poi, una spiaggia, lo Zodiac, la partenza…

Nessuno può valutare quanto tempo hanno passato in mare

“Quanto tempo avete passato in mare?” Amal non lo sa. Uno dei suoi compagni, in tee short arancio, con un orecchino, alza la mano con due dita alzate e dice;”tre giorni. Poi, non c’era più benzina”. Si chiama Franck. Gli occhi arrossati, le labbra gonfie e tagliate a causa del sole e del sale, è confuso come gli altri. Qualcuno afferma che il viaggio è durato cinque giorni. Un marinaio dice che è impossibile:” Dopo cinque giorni in queste condizioni, nessuno avrebbe più la forza di parlare”. Nessuno di essi sembra capace di valutare con esattezza il tempo passato in mare. Hanno imparato una storia che si sono ripetuti sullo Zodiac, da raccontare alla polizia e ai giudici. Una storia incredibile di un lungo viaggio, di una guida caduta in mare che ci racconta una giovane nigeriana con i capelli arruffati. Si chiama Gift, porta un jeans scolorito e mi chiede cosa succederà adesso.
Le rispondo ciò che ho già visto, ciò di cui sono convinto. Ciò che si aspetta, d’altronde. Ci si dirige al porto nuovo di Lampedusa, dove la Croce Rossa, la Caritas e l’unhcr [l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati] si occuperanno di loro. Verranno loro offerti del the, dei biscotti, delle coperte, un’assistenza legale, delle cure, dei vestiti ed anche una carta telefonica. Tutta l’Africa sa che quelli che approdano a Lampedusa sono trattati come dei naufraghi, non come dei clandestini. Anche se questo esaspera la maggior parte degli abitanti dell’isola, che non amano vedersi sfilare davanti tutta la miseria del mondo e detestano che la loro spiaggia si trasformi in cimitero a cielo aperto. Comunque, la consueta umanità. Il minimo di solidarietà, di carità. Allora dico a Gift e agli altri: “Non preoccupatevi…non preoccupatevi…”
Però sono preoccupato anch’io: risalendo nella cabina di pilotaggio, vengo a sapere che la destinazione è cambiata. Lampedusa è a un’ora di mare, ad ovest. E la vedetta della guardia di finanza naviga direzione sud. Cala la notte, comincia a fare freddo. I naufraghi indeboliti sono ghiacciati, mancano di sonno, hanno fame. “Ieri” dice Amal”ha piovuto, siamo ancora tutti inzuppati”. Fa un tiro della sigaretta che gli hanno dato, poi la passa ai suoi compagni. Un uomo smilzo domanda del cibo. Non avrà nulla. Un altro, con la maglietta di Francesco Totti, dell’as Roma, chiede dei vestiti asciutti, ma non ce n’è. E nemmeno delle coperte. Dappertutto sul ponte, delle figure sedute o sdraiate, avviluppate in pezzi di stoffa luridi. Dei piedi sporgono. L’odore è forte e nauseabondo. Meglio non immaginare come 80 persone si liberavano in mare. A volte, qualcuno si alza per andare a vomitare; un marinaio l’accompagna.

Nel retro, un militare napoletano distribuisce alle donne delle bottiglie d’acqua e dei biscotti farciti al cioccolato, e del cotone per tapparsi le orecchie. Sono sistemate al di sopra dei due motori di 3000 cavalli ciascuno. Fa meno freddo di prima, ma il rumore è insopportabile.

Gift è accovacciata, lo sguardo vuoto e spento. Ha infilato le mani nelle tasche del vestito. Ha mal di denti e non riesce ad inghiottire niente. Per un istante, esce da questo stato semi comatoso, contempla il cielo, la luna a babordo, la stella polare che brilla in cielo. “Dove siamo?” domanda Gift. Dove andiamo? Non ottiene risposta. È mezzanotte. Si avvistano due battelli della guardia costiera , che portano anch’essi dei clandestini. Via radio, il comandante del “Bovienzo” chiede delle coperte di sopravvivenza e un aiuto medico. Qualche minuto più tardi, il medico giunge a bordo. Senza coperte di sopravvivenza. Piccolo uomo raggrinzito, dallo sguardo deciso, il dr. Arturo porta un berretto e l’uniforme rossa dell’ordine della croce di Malta ( Corpo italiano soccorso di Malta). Porta una valigetta di medicinali, roba da rimettere tutti in forma. Parla solo italiano; Enrico, il nostro fotografo, gli fa da interprete assieme a me. Due malati si sono rifugiati nello Zodiac del “Bovienzo”. “Fuel burn”, dice uno di loro indicando i genitali. “Ho i guanti sporchi”, dice il medico. Mi chiede di prendere dalla sua borsa un prodotto spray. Ne cosparge i genitali del paziente, che fa una smorfia prima di riallacciarsi i jeans.
Gli altri clandestini capiscono che il prodotto allevia il dolore. La benzina si era riversata nel relitto dove sono rimasti seduti senza muoversi per lunghe ore, a mollo nel carburante. Soffrono di bruciori alle natiche. Si alzano uno dopo l’altro, abbassano i pantaloni mostrando le natiche. Quelli che ne hanno ancora la forza ridono. Un senegalese in giacca zippata nera dice in francese che ha continui nausea e vomito. “Lo vedremo più tardi” dice il dottore. Qualcuno ha mal di testa. “Da quanto tempo?” “Due mesi”. “Non posso farci niente, sono qui solo per le urgenze”. Un altro apre una vecchia borsa di plastica e fa vedere due boccette vuote. “Le mie medicine, sono asmatico e nel mio paese non ci sono più medicine. Mio padre mi ha detto di andare”… “Che cos’ha?” interrompe il medico prima di voltarsi. “Andiamo a vedere le donne…” Una di loro sembra stare male. Si tocca i fianchi ed il petto facendo smorfie. Non parla inglese e Gift non ha più la forza di tradurre. Il dottore l’ausculta un momento, sospira e passa alla vicina, che abbassa i pantaloni :“fuel burn”…

Gift parla del suo mal di denti. “Vedremo dopo” dice di nuovo il medico. Dopo cosa? Non risponde. Delle lacrime scendono sulle guance di Gift. Il medico termina il suo giro: “Non posso mica occuparmi di tutti!” Rivolto a me, aggiunge: “ È sempre così, si lamentano delle irritazioni dovute all’acqua di mare. Questi qua sembra che stiano bene invece”. Gli restituisco la sua valigetta. Era piena di garze, siringhe e medicine che non sono servite a niente. Ha almeno portato dei sacchi dell’immondizia. I marinai li distribuiscono. Gli uomini li tagliano e se li infilano come delle giacche. Dietro, le donne, rannicchiate le une contro le altre, le usano come coperte.

Grazie a Sam per la traduzione

sabato 23 maggio 2009

New Italian Style...

Vi ricordate che cosa proclamò il nostro ministro La Russa? Colui che ha alzato la voce contro la rappresentante l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati perché "disumana o criminale"? Lo scrivevo nel post precedente in cui rimandavo all'articolo di Repubblica e che qui riporto parzialmente: "Ci si immaginava quasi che i nostri marinai con la forza prendessero questi poveri clandestini e poi a pedate li riaccompagnassero in Libia. Non è così, è un'opera umanitaria ed è disumano immaginare il contrario"...
E gli faceva eco il ministro Frattini: "non hanno mai usato la forza". "Non c'è stato alcun ordine al capo di Stato maggiore della Marina o al comandante della nave Spica, che è quella che ha fatto i riaccompagnamenti, ad usare la forza. E la forza non è mai stata usata, non c'è stata mai alcuna azione coercitiva, si è rispettata l'antica legge del mare che è un dovere per un marinaio: quello di accompagnare nel porto più vicino chi è in difficoltà, se vuole essere accompagnato. Questo è successo e io sentirmi dire che l'Italia, attraverso i marinai, si comporta in modo inumano...".

Ecco la delicatezza ammirabilmente umanitaria con cui i marinai, e persino il comandante (il primo con gli occhiali a destra) della nave "Bovienzo" hanno gentilmente accompagnato "chi è in difficoltà"... appare anche con tutta evidenza quale bramosia avessero queste persone in difficoltà di essere aiutate dai nostri marinai...!

Giudicate voi, quanto siano affidabili le parole di due ministri della Repubblica italiana...
L'articolo, per ora in francese in attesa di trovare il tempo di tradurlo, lo trovate qui sul sito di ParisMatch e sono di Enrico Dagnino, pubblicate nel N° 3130 del 14 al 20 maggio 2009...

Io oltre alle foto del sito, aggiungo nel tempo quelle scannarizzate dalla rivista acquistata in edicola... Credo che le foto possano ampiamente anticipare il contenuto stesso dell'articolo e forse ne rendono persino inutile la traduzione...

Qui sotto vi riporto i tre links con cui potete direttamente leggere l'articolo e vedere il filmato che commenta le foto... (in attesa che concluda la pubblicazione)...

Immigrati: il sogno infranto
Il dramma dei clandestini
I segreti di uno scoop

«Non abbandonateci!» Si è messo in ginocchio per supplicare l’ufficiale italiano della «Bovienzo», la vedetta della Guardia di Finanza, e aggiunge : «Ci percuoteranno ancora, non voglio tornare in Libia»

Ancora fino a ieri, i naufraghi li salvavano. L’equipaggio della «Bovienzo» temeva il momento in cui i clandestini si sarebbero resi conto dell’inganno. Ma non hanno scelta. Anche il comandante Acero (con gli occhiali, a destra) partecipa allo sbarco dei suoi passeggeri.

venerdì 15 maggio 2009

Itagliani di ieri e... oggi?


Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti . Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
[...]
Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

mercoledì 13 maggio 2009

Perché non possiamo più dirci cristiani -1-

Non abbiamo controllato loro neanche i documenti...Nel sondaggio on-line del Corriere, la maggioranza dei “lettori” non si dichiara d’accordo con le “preoccupazioni” della “chiesa” “per il trattamento dei rifugiati”… Altrettanto dicasi per quello della Stampa
Preoccupazioni” non si sa quanto “ufficiali” (aspettiamo una smentita della sala stampa vaticana appena il suo direttore sarà tornato, credo, dal viaggio in Medio Oriente…) e comunque fin troppo morbide davanti alla drammaticità dei fatti: confrontate questa nota dell’Avvenire1 con i toni usati a suo tempo sul caso Eluana o sui temi della vita (che evidentemente non riguardano con la stessa urgenza e gravità quella degli stranieri) o su questioni più amene come l’otto per mille o il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche… e sappiatemi dire! Siamo al limite della banalità o si sfiora l'apologia di reato...

Non è certo un sondaggio “scientifico” quello on-line, ma significativo certamente lo è!

Allora?
C’è chi se la prende con Maroni… come se Maroni fosse stato eletto dai marziani…
C’è chi ne prende le distanze ma sostanzialmente ne avvalla la legittimità (il “nuovo” Fini e persino il “vecchio” Fassino che ci rivela che anche i governi di sinistra l’hanno attuata — il Pd come al solito è comunque diviso tra opportunismo e idealismo, incapace com’è di dare risposte concrete)…
C’è chi se ne “vergogna”, come se questo bastasse a lavargli la coscienza ed ad assolverlo storicamente per aver obbedito a un ordine che sapeva infame…
C’è chi ne contesta la “legittimità”, come se bastasse la “legge” per avere il diritto di calpestare la vita altrui…
C’è chi ne è inorridito…
C’è chi tace… anche se non acconsente (spero)… come da tempo fanno i nostri Pastori locali… forse distratti dal viaggio pacificatore del Pastore universale, che impegnato altrove, tace anche lui… (quando si dice “il tempismo della politica”: ricordate Putin quando invase la Georgia il giorno dell’inaugurazioni dei giochi olimpici di Pechino?).

Il mio modesto parere è che il problema non è Maroni, il problema non sono le leggi: per quanto disumane (considerate tali oggi, ma non da tutti allora) quelle razziali erano perfettamente “legali” e chi agiva, agiva nel pieno rispetto delle leggi del suo Stato… e chi disobbediva: “zac!”, un taglio e via…

Il problema è che quando tra qualche anno ci chiederanno in una nuova Norimberga cosa abbiamo fatto, non potremmo dire che non sapevamo… Non potremmo dirlo ai nostri figli, né ai figli di quelli che oggi chiamiamo clandestini e che domani saranno cittadini italiani come noi (nessuno potrà impedire all’Italia di domani di essere multietnica — visto anche che lo è già — nemmeno Dio, tanto meno un Presidente del Consiglio: o si vogliono impedire e “disfare” i matrimoni misti come a suo tempo si faceva in Sudafrica?)… e non basterà batterci il petto vergognandoci…

I cittadini italiani, il Paese, nella sua stragrande maggioranza è col governo (si disilluda l’Avvenire e i vescovi italiani ringrazino la propria sterile testimonianza) “che vedono finalmente forte e deciso” (ricordate il “quando c’era lui, caro lei”?) impegnato in un’azione “molto efficace” (come l’atomica su Hiroshima, i forni crematori, le torture di Guantanamo, e via dicendo?)… poco importa se cinica e sulla pelle di gente che ha la sola colpa di essere disperata di una disperazione che in gran parte gli abbiamo procurato noi imponendo loro governi e regimi e guerre al servizio della nostra opulenta sicurezza… Anche di questo dovremo prima o poi rispondere…

Il Papa che quando vuole ha coraggio da vendere, ha detto l’altro giorno, ciò che da tempo noi andiamo dicendo anche su questo blog, e cioè che anche la religione può pervertirsi2… lui, visto dove lo diceva e a chi lo diceva, ha fatto l’esempio della violenza… ma potrebbe farne molti altri se lo dicesse anche in Italia o in Europa…

Ecco! Il cristianesimo occidentale… si è dimostrato da tempo perverso e pervertitore e continua la sua parabola paganeggiante nel cuore dei credenti fedeli praticanti, che nella loro stragrande maggioranza, pur di difendere i “valori assoluti e irrinunciabili” di una fede astratta e ideologizzata, non esita a votare uomini e partiti che sono degni eredi dei loro predecessori di nefasta memoria… E di questo dobbiamo ringraziare anche i sacerdoti predicatori di una cultura che non si lascia incontrare dal Vangelo, figurarsi da quella africana…

Il problema dell’Italia oggi, per tornare in tema, non sono gli “efficaci” Maroni, Bossi, Berlusconi e compagnia, o gli “inefficaci” Grillo, Franceschini, Di Pietro, o le insignificanze di destra come di sinistra… e nemmeno i “supini” media alla Sergio Romano… o i banchieri con la coscienza così pulita da potersi permettere di macchiarsela continuamente… E nemmeno i mediatori melliflui e diplomatici di ogni sponda e clero… Il problema siamo tutti noi, italiani che ci illudiamo di essere “brava gente” perché non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio delle nostre ipocrisie…
Ipocriti come quei pensionati che al bar sbarcano il lunario sparando nostalgie sul passato perché morti al presente e giocano a bocce ingannando il futuro…
Ipocriti sono quelle pensionate, così tanto simpatiche e inoffensive da potersi permettere di passeggiare di telenovela in telenovela o appestare col loro pettegolo volontariato cattolico, un’ipocrita tradizione religiosa che da tempo ha svuotato di significato la fede…
Ipocriti sono quei giovani di ogni età, drogati del niente di tutto, che pur di illudersi di essere vivi sono disposti a farsi tifosi della morte…
Ipocriti sono quei professionisti, che pur di non perdere quello che hanno onestamente rubato, sono disposti a pagare altri professionisti che disonestamente donano ai poveri quel che ai poveri già apparteneva (cfr gli aiuti internazionali dell’Occidente e vedi quanto ci guadagniamo noi nell’aiutare i “poveri” del Terzo Mondo)…
Ipocriti erano e sono quei politici progressisti che pur di sfruttare politicamente i nostri sensi di colpa hanno lasciato marcire i problemi e hanno permesso che il disagio diventasse intolleranza e l’intolleranza razzismo e il razzismo cinismo… permettendo così ai politici d’altri lidi di sfruttare poi il filone delle nostre impotenti paure… Ah! quelli di sinistra che quando hanno potuto, hanno fatto di nascosto anche di peggio di quelli di destra… Come il sale che ha perduto di sapore… Quando in Africa i miei amici mi chiedevano per chi avrei votato se avessi potuto farlo per il Presidente americano, rispondevo senza esitare scandalizzandoli: “Per il presidente conservatore: almeno le ‘schifezze’ che combinano, si vedono!”… Fassino insegna, che non avevo torto nemmeno per l’Italia! Che dire? “Dagli amici di sinistra mi guardi Iddio, che dai nemici di destra basto io”!

Ipocrita come questa chiesa italiana, (e per chiesa intendo tutti i battezzati) sostanzialmente latitante, quando non addirittura connivente: mi sanno spiegare i vari membri dei vari movimenti cattolici che cosa ci fa un Formigoni nel Pdl e una Bindi nel Pd se non riescono a impedire crimini contro il senso umano della pietas come quello di consegnare a della gente (se la testimonianza è autentica ma non ci sono ragioni per dubitarne) che stupra e tortura povera gente già disperata, per il solo fatto che è nera o non mussulmana? Neanche un bicchiere d’acqua gli abbiamo dato, nemmeno un’aspirina (e sì che qualcuno l'ha posto come condizione per essere cristiani: Quello che avete fatto a loro, l’avete fatto a me… quello che non l’avete fatto a loro, non l’avete fatto a me! Ed ora andatevi a meditare la Via Crucis al Colosseo, o fattevi il giro nei vari santuari a Lourdes o a San Giovanni Rotondo, per consumare fino in fondo la vostra ipocrisia)…
Fosse anche nel pieno rispetto delle leggi internazionali, basta così poco a tacitare la coscienza? E passi dei politici, ma delle madri, dei padri e dei figli italiani?
E il Vangelo a che cosa ci serve allora? Che ci andiamo a fare a Messa la domenica? Per ricevere il perdono di chi? Non ci sarà nessun perdono fino a quando non lo riceveremo da coloro che abbiamo consegnato alla disperazione! Andate in Libia a riceverlo!

Anni fa avevo visto un film nel quale un capo mafioso era andato a confessarsi dopo aver saputo che era stato eseguito l’ordine da lui impartito di ammazzare un avversario. Si confessò, se ricordo bene, di aver perso la pazienza con la moglie e coi figli e di dire qualche bugia (evidentemente compresa quella che stava facendo omettendo di dire tutta la verità!)… il prete ignaro gli diede l’assoluzione e lui se ne andò felice illuso di essersi “salvato l’anima”… Mi chiedo se gli italiani sono tutti fessi a questo punto!... Ah! già… il Papa parlava di perversione della religione

Il “respingimento” è una perversione, oltre che dell’italiano, anche della ragione che non rifiuta mai un minimo di solidarietà umana anche tra poveri e disperati, ancor più da noi che non siamo ancora poveri e disperati come loro… E se lo è della ragione lo è necessariamente della religione e viceversa… E se c’è una legge che lo permette, questa legge è una bestemmia disumana, e chiunque l’abbia approvata, poco importa se democraticamente, ne è responsabile, davanti a Dio e agli uomini e alla storia, e se c’è qualcuno che la condivide ne è altrettanto responsabile se non peggio perché è come il “mandante di un crimine”… Se ne deduce che i cristiani hanno l’obbligo, anche a costo di rimetterci il posto di lavoro o di finire in galera o anche di rimetterci la vita, non solo di disobbedire a questi ordini e leggi disumane ma di fare di tutto affinché siano abolite e che mai più la ragion di stato prevalga sulla ragione umana…

Ha ragione Maroni, siamo davanti a una “svolta storica”, ma di ben altro tipo e sarebbe da stolti non prenderne atto e agire di conseguenza: l’Italia non può più dirsi cristiana e ancor meno gli italiani che appoggiano una politica che genera conflitti, li alimenta e non scioglie i nodi generatrici di violenza, ma si fa lei stessa promotrice di ben più subdola violenza… il post-cristianesimo, non tanto con l’azione del governo, ma per il fatto che essa sia “largamente condivisa dai cittadini italiani” si è così consumato…
Non siamo più davanti ad aborto o divorzio o eutanasia, dove i limiti della ragione esigono necessariamente il sostegno della fede: qui siamo di fronte a una immensa barbarie legalizzata e autogiustificata che getta nella disperazione centinaia di persone — ma non li abbiamo nemmeno contati: del primo battello le fonti italiane parlavano di 223 ma pare che fossero 238 — e che non intende cessare: tanto valeva allora ributtarli in mare, avrebbero sofferto di meno!… Pare che siano già 500 e c’è chi se ne vanta… Dobbiamo aspettare che arrivino a 6 milioni per cominciare a capire?… Dove sono finiti gli eminenti curiali che rombavano durante il caso Eluana? Non c’era vescovo che non dicesse la sua… allora!
Repubblica ha pubblicato un intervento di Tettamanzi… salvo poi scoprire che era un copia-incolla di un suo libro di prossima pubblicazione…
E quella volpe di Ruini? Si è distratto nel preparare qualche conferenza ai dirigenti del Pdl?
E la Segreteria di Stato Vaticana? Il suo silenzio è assordante oltre che scandaloso…

Perché, quali loschi interessi si nascondono dietro tanta omertà? Giuda ha venduto un’informazione per trenta monete d’argento, voi per quanto avete venduto il vostro silenzio? La mia non è una domanda retorica: lo voglio sapere veramente! Se non altro per conoscere quanto valiamo ai vostri occhi…

O temete anche voi una “ritorsione” del governo italiano che costerebbe chissà cosa… Al punto in cui siamo non c’è più niente da perdere… nemmeno la fede, perché i dati stanno ad indicarci che è persa da tempo… Mentre voi eravate intenti a organizzare e benedire le alleanze politiche di questi “cattolici”…

Vorrei anche sapere con che coraggio parlerete ora di “Missione ad gentes”: con un solo “Raus!” di questo governo, si sono bruciati secoli di evangelizzazione missionaria… Ve lo immaginate ora con che faccia migliaia di missionari, italiani e non, sparsi per il mondo ad annunciare la carità cristiana, possano continuare a farlo senza vergognarsene? Ora che l’Italia, paese che nel sentire collettivo universale è sede della cattolicità, si è rivelata così empia perché senza pietas! E non basta la Ripugnanza e rammarico per ciò che fece il fascismo agli ebrei, se non si prova altrettanto ripugnanza e rammarico per quello che stiamo facendo oggi ai “nuovi ebrei”: anche se non tutti lo sono veramente, in ogni “errante” vi è presente esistenzialmente...

Concludo con una domanda che rivolgo direttamente al Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi: “Sempre che sia vero quello che dicono i giornali, che notoriamente sappiamo sono faziosi e menzogneri quando dicono la verità su di lei – Signor Presidente, come si fa ad ‘accogliere solo quelli che hanno le condizioni per ottenere l’asilo politico’, respingendoli senza neanche verificarle?”. Se vuole rispondere, in questo blog c’è posto anche per Lei… peccato che non ci sia data la possibilità di fare altrettanto con almeno uno di quei criminali, trattati come non si usa fare più nemmeno con gli animali.

Ah! dimenticavo la foto… È presa dal sito della Stampa, appartiene a uno dei tanti “criminali” che il suo governo, benedetto a suo tempo dal clero italiano, ha respinto con il consenso della maggioranza dei cattolicissimi italiani…


NOTE
1L’affollarsi in poche ore di provvedimenti legislativi, azioni esecutive e improvvide parole in libertà in materia di immigrazione rischia di confondere i cittadini e di creare un clima d’intolleranza che non corrisponde al profondo sentire della maggioranza degli italiani [invece corrisponde eccome!]. Le numerose [numerose?... e dove sono i movimenti pro-life?] prese di posizioni del mondo cattolico – e di altri gruppi di ispirazione laica – segnalano che, nella pur condivisibile opera di limitazione degli arrivi irregolari, non si può mai abdicare al rispetto delle persone e alla loro dignità, che con sé porta diritti inalienabili. Negare la possibilità d’asilo a chi è respinto in mare resta un punto che merita sicuramente riconsiderazione, sebbene la soluzione non sia semplice. Sembra imporsi anche un monitoraggio del trattamento riservato ai migranti dalla Libia, mentre un miglioramento del «decreto sicurezza» risulta ancora praticabile. Ciò che va infine del tutto evitato sono le ‘provocazioni’ [L’Avvenire le chiama provocazioni e sbaglia: questi politici non “fanno finta”… in quello che dicono ci credono veramente… e lo fanno veramente!] – mezzi pubblici separati per italiani e stranieri – che hanno il chiaro sapore del razzismo. Av (il corsivo è mio)

2 «Costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso. Qui non vediamo solo la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l'obnubilarsi della mente. [...] non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società». da Il Tempo.it vedi anche il discorso integrale nel sito del Vaticano.

mercoledì 25 febbraio 2009

Dark Age?

Una interpretazione che trova le sue radici nelle polemiche positivistiche ottocentesche, vuole che il Medioevo abbia rimosso tutte le scoperte scientifiche dell’antichità classica per non contraddire la lettera delle sacre scritture. È vero che alcuni autori patristici hanno cercato di dare una lettura assolutamente letterale della Scrittura là dove essa dice che il mondo è fatto come un tabernacolo. Per esempio nel IV secolo Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), su queste basi si opponeva alle teorie pagane della rotondità della terra, anche perché non poteva accettare l’idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all’ingiù.
E idee analoghe aveva sostenuto Cosma Indicopleuste, un geografo bizantino del VI secolo, che nella sua Topografia Cristiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva accuratamente descritto un cosmo di forma cubica, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra.

Ora, che la terra fosse sferica, tranne alcuni presocratici, lo sapevano già i greci, sin dai tempi di Pitagora, che la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche. Lo sapeva naturalmente Tolomeo, che aveva diviso il globo, ma lo avevano già capito Parmenide, Eudosso, Platone, Aristotele, Euclide, Archimede, e naturalmente Eratostene, che nel terzo secolo avanti Cristo aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre.

Tuttavia si è sostenuto (anche da parte di seri storici della scienza) che il Medioevo aveva dimenticato questa nozione antica, e l’idea si è fatta strada anche presso l’uomo comune, tanto è vero che ancora oggi, se domandiamo a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il levante per il ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare, la risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la terra fosse piatta e che dopo un breve tratto le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.

In verità a Lattanzio nessuno aveva prestato troppa attenzione, a cominciare da Sant’Agostino il quale lascia capire per vari accenni di ritenere la terra sferica, anche se la questione non gli sembrava spiritualmente molto rilevante. Caso mai Agostino manifestava seri dubbi sulla possibilità che potessero vivere esseri umani ai presunti antipodi. Ma che si discutesse sugli antipodi è segno che si stava discutendo su un modello di terra sferica.
Quanto a Cosma, il suo libro era scritto in greco, una lingua che il medioevo cristiano aveva dimenticato, ed è stato tradotto in latino solo nel 1706. Nessun autore medievale lo conosceva.

Nel VII secolo dopo Cristo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di acribìa scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore in ottantamila stadi. Chi parla di circolo equatoriale evidentemente assume che la terra sia sferica.

Anche uno studente di liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sapeva benissimo che la terra era sferica, e che scriveva per lettori che lo sapevano. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Beda, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni. La materia del contendere ai tempi di Colombo era che i dotti di Salamanca avevano fatto calcoli più precisi dei suoi, e ritenevano che la terra, tondissima, fosse più ampia di quanto il nostro genovese credesse, e che quindi fosse insensato cercare di circumnavigarla. Naturalmente né Colombo né i dotti di Salamanca sospettavano che tra l’Europa e l’Asia stesse un altro continente.

Tuttavia proprio nei manoscritti di Isidoro appariva la cosiddetta mappa a t, dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano. Naturalmente le mappe a t sono bidimensionali, ma non è detto che una rappresentazione bidimensionale della terra implichi che la si ritenga piatta, altrimenti a una terra piatta crederebbero anche i nostri atlanti attuali. Si trattava di una forma convenzionale di proiezione cartografica, e si riteneva inutile rappresentare l’altra faccia del globo, ignota a tutti e probabilmente inabitata e inabitabile, così come noi oggi non rappresentiamo l’altra faccia della Luna, di cui non sappiano nulla.
Infine, il Medioevo era epoca di grandi viaggi ma, con le strade in disfacimento, foreste da attraversare e bracci di mare da superare fidandosi di qualche scafista dell’epoca, non c’era possibilità di tracciare mappe adeguate. Esse erano puramente indicative. Spesso quello che preoccupava maggiormente l’autore non era di spiegare come si arriva a Gerusalemme, bensì di rappresentare Gerusalemme al centro della terra.

Infine si cerchi di pensare alla mappa delle linee ferroviarie che propone un qualsiasi orario in vendita nelle edicole. Nessuno da quella serie di nodi, in sé chiarissimi se si deve prendere un treno da Milano a Livorno (e apprendere che si dovrà passare per Genova), potrebbe estrapolare con esattezza la forma dell’Italia. La forma esatta dell’Italia non interessa a chi deve andare alla stazione (...).

Si veda ora questa immagine del Beato Angelico nel duomo di Orvieto. Il globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano da Gesù rappresenta una Mappa a T rovesciata. Se si segue lo sguardo di Gesù si vede che egli sta guardando il mondo e quindi il mondo è rappresentato come lo vede lui dall'alto e non come lo vediamo noi, e quindi capovolto. Se una mappa a T appare sulla faccia di un globo vuole dire che essa era intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera.


di Umberto Eco in Repubblica.it, 23 febbraio 2009
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