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giovedì 17 febbraio 2011
mercoledì 16 febbraio 2011
lunedì 13 settembre 2010
mercoledì 10 marzo 2010
Chi modifica la Verità, ci priva della Libertà
postato da
Mario
È molto interessante seguire il discorso di Formigoni che risponde alla giornalista del Corriere.it (qui in fondo un mio riassunto e i link per gli originali).
Seguite bene l’intervista e imparerete cosa bisogna dire per manipolare i fatti e quindi la verità. Manipolazione smascherata con le stesse parole dell’avvocato del Pdl!
Formigoni comincia con una affermazione:
«Se avessimo fatto degli errori»: il messaggio è chiaro: Zero Errori, Zero scuse!
Non contento rincara:
«Se fossimo stati ammessi per ‘grazia ricevuta’…»! il messaggio si chiarifica: Tutto merito nostro!
Nel frattempo glissa una verità “berlusconiana” che mina i principi di uno Stato di diritto democratico e quindi di convivenza pacifica: “È giusto partecipare alle elezioni però…”.
Come dire: anche se avessimo fatto errori – si badi bene, errori nella legge che regola il diritto di voto – avremmo avuto il diritto di esserci! Comunque?
Per questa via non si può che arrivare rapidamente alla manipolazione dei fatti: «Il Tar ha sentenziato che non c’è stato errore».
Questo è palesemente falso (disinformato?). Infatti come potete seguire dalle dichiarazioni dell’avvocato del PDL, Bruno Santamaria: il Tar ha semplicemente sentenziato che non esiste un diritto di ricusazione (fatta dai Radicali) una volta la lista ammessa. Esiste solo per chi si sente escluso ingiustamente.
La dichiarazione - tutta da verificare - del rappresentante dei Radicali Marco Cappato è che la lista di Formigoni non aveva raggiunto il numero richiesto di firme legali (che quindi risultano false)! Ma per la legge, che il Tar non fa altro che applicare, non abbiamo il diritto di saperlo!
E osano chiamarle votazioni democratiche!
L’amaro che resta è vedere un rappresentante cattolico, che sembra amare la verità solo quando gli fa comodo.
L’altra chicca è il suo commento al “signore rispettabilissimo” (mons. Mogavero) che ha espresso una sua opinione personale e da cui la Cei ha prontamente preso le distanze.
Il discorso apparentemente non fa una piega, tanto ci siamo abituati…
Ma c’è una contraddizione e una “eresia”.
La contraddizione: Mi sanno spiegare i lor signori rispettabilissimi (Formigoni e ufficio stampa Cei) come mai Formigoni e lo stesso ufficio stampa Cei, non si turbarono quando la Cei non ritenne di fare altrettanto sulle altre leggi e decreti (vi ricordate il decreto su Eluana? per fare solo un esempio!…
Spero che esista ancora il diritto episcopale di dire la propria, in quanto vescovo! E che questo non sia limitato da argomenti decisi di volta in volta dalla opportunità politica e non invece come deve essere dalla difesa di quei valori (per dirla con Benedetto XVI), non negoziabili di cui - forse qualche cattolico non lo sa ancora - fa integralmente parte la democrazia (e il di diritto che la fonda) di una nazione!
Con questi due pesi e due misure i vescovi italiani mettono seriamente in pericolo la capacità di parlare con autorevolezza alle coscienze dell’uomo d’oggi, a qualunque uomo… e non solo a coloro che in un modo o nell’altro condividono già il loro credo sempre più politico.
L’«eresia»?
È tutta papista, tipicamente vetero-cattolica: la verità dipende da chi la dice ed è vera solo se la dice il Papa! Anche qui comunque c’è una contraddizione e una menzogna: si vada a leggere il caro Formigoni cosa la Cei scrive anche sulla democrazia di questa nostra povera Italia! E si accorgerà che il “rispettabilissimo signore” che ha osato parlare non ha fatto altro che darne voce e che quindi - contrariamente a quanto il discorso vuole insinuare - la Cei non smentisce un bel niente, a meno che non intenda smentire se stessa! Infatti il portavoce Cei, mons. Pompili, non dice che non condivide le parole del mons. Mogavero (e ti pare se potrebbe!) semplicemente la Cei non ritiene di dover dare ufficialmente la sua opinione (che evidentemente ha! E che ha già espresso in mille modi in mille documenti!). Evidentemente per ragioni di ipocrita opportunità partitica come ho evidenziato sopra.
Oltre al fatto che - tanto per restare alla logica eretica per cui la verità conta solo se la dice chi dico io - mons. Mogavero è anche un rispettabilissimo vescovo e competente in materia giuridica, visto il ruolo che ricopre alla Cei e uno dei relatori del documento di cui sopra! La dicitura di “signore” usata da Formigoni in questo contesto, seppur mitigata dal “rispettabilissimo” (che appare però ironico) appare quindi ancor più offensiva e spregiativa e dice anche la considerazione che ha dei “rispettabilissimi signori” e delle “rispettabilissime signore” che dovrebbero votarlo...
In ogni caso noi cattolici sappiamo che la verità non dipende da chi la dice, ma ha valore in sé: ha una sua cogenza propria. Almeno questo un “figlio” di don Giussani dovrebbe saperlo!
Peccato che per interessi politici Formigoni se ne sia dimenticato!
Riassumendo, in questa intervista di pochi secondi, Formigoni commette tutti questi passi falsi:
Menzogna (sul Tar)
Arroganza: (Zero errori (non dimostrabili: pare che la legge lo vieti), Zero scuse)
Contraddizioni (sì alla CEI quando fa comodo)
Eresia: (la verità è solo quella detta da chi mi piace e quando mi piace)
Arroganza: (“rispettabilissimo signore”)
Concludendo mi domando: A questo punto noi cattolici dovremmo votare un uomo così?
Chiunque altro sarebbe meglio e più coerente!
Ps: il titolo del post l'ho preso dal commento di franz eccel sul sito di repubblica
Il video di Formigoni qui
il video dell'avvocato del Pdl qui
il video della protesta a Milano con le gravi affermazioni del rapprensentante radicale qui
Seguite bene l’intervista e imparerete cosa bisogna dire per manipolare i fatti e quindi la verità. Manipolazione smascherata con le stesse parole dell’avvocato del Pdl!
Formigoni comincia con una affermazione:
«Se avessimo fatto degli errori»: il messaggio è chiaro: Zero Errori, Zero scuse!
Non contento rincara:
«Se fossimo stati ammessi per ‘grazia ricevuta’…»! il messaggio si chiarifica: Tutto merito nostro!
Nel frattempo glissa una verità “berlusconiana” che mina i principi di uno Stato di diritto democratico e quindi di convivenza pacifica: “È giusto partecipare alle elezioni però…”.
Come dire: anche se avessimo fatto errori – si badi bene, errori nella legge che regola il diritto di voto – avremmo avuto il diritto di esserci! Comunque?
Per questa via non si può che arrivare rapidamente alla manipolazione dei fatti: «Il Tar ha sentenziato che non c’è stato errore».
Questo è palesemente falso (disinformato?). Infatti come potete seguire dalle dichiarazioni dell’avvocato del PDL, Bruno Santamaria: il Tar ha semplicemente sentenziato che non esiste un diritto di ricusazione (fatta dai Radicali) una volta la lista ammessa. Esiste solo per chi si sente escluso ingiustamente.
La dichiarazione - tutta da verificare - del rappresentante dei Radicali Marco Cappato è che la lista di Formigoni non aveva raggiunto il numero richiesto di firme legali (che quindi risultano false)! Ma per la legge, che il Tar non fa altro che applicare, non abbiamo il diritto di saperlo!
E osano chiamarle votazioni democratiche!
L’amaro che resta è vedere un rappresentante cattolico, che sembra amare la verità solo quando gli fa comodo.
L’altra chicca è il suo commento al “signore rispettabilissimo” (mons. Mogavero) che ha espresso una sua opinione personale e da cui la Cei ha prontamente preso le distanze.
Il discorso apparentemente non fa una piega, tanto ci siamo abituati…
Ma c’è una contraddizione e una “eresia”.
La contraddizione: Mi sanno spiegare i lor signori rispettabilissimi (Formigoni e ufficio stampa Cei) come mai Formigoni e lo stesso ufficio stampa Cei, non si turbarono quando la Cei non ritenne di fare altrettanto sulle altre leggi e decreti (vi ricordate il decreto su Eluana? per fare solo un esempio!…
Spero che esista ancora il diritto episcopale di dire la propria, in quanto vescovo! E che questo non sia limitato da argomenti decisi di volta in volta dalla opportunità politica e non invece come deve essere dalla difesa di quei valori (per dirla con Benedetto XVI), non negoziabili di cui - forse qualche cattolico non lo sa ancora - fa integralmente parte la democrazia (e il di diritto che la fonda) di una nazione!
Con questi due pesi e due misure i vescovi italiani mettono seriamente in pericolo la capacità di parlare con autorevolezza alle coscienze dell’uomo d’oggi, a qualunque uomo… e non solo a coloro che in un modo o nell’altro condividono già il loro credo sempre più politico.
L’«eresia»?
È tutta papista, tipicamente vetero-cattolica: la verità dipende da chi la dice ed è vera solo se la dice il Papa! Anche qui comunque c’è una contraddizione e una menzogna: si vada a leggere il caro Formigoni cosa la Cei scrive anche sulla democrazia di questa nostra povera Italia! E si accorgerà che il “rispettabilissimo signore” che ha osato parlare non ha fatto altro che darne voce e che quindi - contrariamente a quanto il discorso vuole insinuare - la Cei non smentisce un bel niente, a meno che non intenda smentire se stessa! Infatti il portavoce Cei, mons. Pompili, non dice che non condivide le parole del mons. Mogavero (e ti pare se potrebbe!) semplicemente la Cei non ritiene di dover dare ufficialmente la sua opinione (che evidentemente ha! E che ha già espresso in mille modi in mille documenti!). Evidentemente per ragioni di ipocrita opportunità partitica come ho evidenziato sopra.
Oltre al fatto che - tanto per restare alla logica eretica per cui la verità conta solo se la dice chi dico io - mons. Mogavero è anche un rispettabilissimo vescovo e competente in materia giuridica, visto il ruolo che ricopre alla Cei e uno dei relatori del documento di cui sopra! La dicitura di “signore” usata da Formigoni in questo contesto, seppur mitigata dal “rispettabilissimo” (che appare però ironico) appare quindi ancor più offensiva e spregiativa e dice anche la considerazione che ha dei “rispettabilissimi signori” e delle “rispettabilissime signore” che dovrebbero votarlo...
In ogni caso noi cattolici sappiamo che la verità non dipende da chi la dice, ma ha valore in sé: ha una sua cogenza propria. Almeno questo un “figlio” di don Giussani dovrebbe saperlo!
Peccato che per interessi politici Formigoni se ne sia dimenticato!
Riassumendo, in questa intervista di pochi secondi, Formigoni commette tutti questi passi falsi:
Menzogna (sul Tar)
Arroganza: (Zero errori (non dimostrabili: pare che la legge lo vieti), Zero scuse)
Contraddizioni (sì alla CEI quando fa comodo)
Eresia: (la verità è solo quella detta da chi mi piace e quando mi piace)
Arroganza: (“rispettabilissimo signore”)
Concludendo mi domando: A questo punto noi cattolici dovremmo votare un uomo così?
Chiunque altro sarebbe meglio e più coerente!
Ps: il titolo del post l'ho preso dal commento di franz eccel sul sito di repubblica
Il video di Formigoni qui
il video dell'avvocato del Pdl qui
il video della protesta a Milano con le gravi affermazioni del rapprensentante radicale qui
giovedì 4 marzo 2010
Deformocrazia italiana
postato da
Mario
Il mio post precedente in cui riportavo quanto postato da M. Bracconi sul suo blog e i commenti relativi qui e in quelli di repubblica e altri giornali, mi hanno dato da pensare…Ciascuno ha le sue ragioni, che sono spesso fondate e personalmente condivisibili… Per rincuorare i più preoccupati posso dire che sicuramente una soluzione più o meno pasticciata vedrete che la si troverà…
Ma mi chiedevo, forse nessuno pone la questione di fondo a cui in qualche modo però allude Bracconi (e per questo l’ho postato tra tanti): che idea di democrazia, di Stato, di Italia, di “popolo”, si manifesta in tutto questo? Ma ve la immaginate una partita di calcio in cui si ammettessero “azioni” irregolari?
Si dice giustamente che senso ha non far partecipare al voto per “vizi di forma” una percentuale notevole di elettori? A parte che non si impedisce di votare ma è chiaro che le possibilità di scelta diminuiscono… Poi sui vizi di forma che di banale forma non sono ha già detto Bracconi e diremo ancora noi più sotto…
E se poi la squadra ammessa vincesse? Ci si domanda che senso abbia una vittoria del PD se al PDL, per regolamenti approvati e attuati anche da lui e da lui violati!, fosse negato di partecipare? Già e che senso avrebbe domani se il PDL vincesse? Sarebbe in ogni caso, d’ora in avanti, chiunque vincesse, una democrazia definitivamente (stante così immutato l’atteggiamento di fondo) azzoppata…
E così tristemente mi sorgeva il pensiero che mentre molti sognano la Terza Repubblica qui dobbiamo ancora iniziare la Repubblica Zero: di un minimo di regole, non solo condivise, ma alle quale tutti, proprio perché condivise, devono imparare ad “amare” e obbedire “piegandovisi” servendole!
Ancora… Ma allora fino ad oggi che elezioni abbiamo avuto? A mio parere il caso Lombardia è peggiore di quello del Lazio… In Lazio sembra proprio un pasticciaccio “di equilibri di lista partitocratico”. Sempre pessima politica ma in fondo cose già viste con la “fatica della necessaria mediazione politica” e la meschinità umana…
Ma in Lombardia? Si parla di “firme fotocopiate”, palesemente false! E non mi interessa qui l’ipotetico reato…
Quello che mi interessa notare, chiarendo ulteriormente il pensiero è questo:
Il PDL in Lombardia e non solo, di firme di appoggio potrebbe averne autentiche a milioni! Allora quale schema mentale può portare a “sottostimare” leggi, regolamenti, cittadini, politici, magistratura, parlamento, governo, presidenti di repubblica, camera e senato e via dicendo, con “fotocopie della verità”?
Oggettivamente, al di là delle buone intenzioni e buona e pulitissima coscienza (forse, come diceva qualcuno, perché mai usata?) di alcuni, come cittadino io mi sento umiliato, disprezzato, insultato, proprio nella mia “fede” di cittadino che “crede” nel valore delle regole e delle istituzioni democratiche… Perché non è un problema di comportamento di quello o di questo che qui si tratta, ma, come la caciara dimostra, del venir meno di un sistema, del “sistema Italia”, nel suo stesso fondamento: il sistema elettorale (già di per sé tendente a espropriare il cittadino di fondamentali libertà democratiche: coloro che gridano oggi contro l’attentato alla democrazia perché viene impedita la scelta, si ricordino del limite imposto dal divieto di dare preferenze a livello nazionale: la scheda sarebbe nulla)…
Un sistema, a qualunque livello dell’umano, se non si regge sulla verità e non crea le condizioni per ricercarla tutta intera, si fonda sulla menzogna, il demagogico, il populismo, il politichese: declinazioni dell’ipocrisia assurta a sistema!
Formigoni chiede di verificare tutte le liste! E probabilmente (nel domandare ciò che dovrebbe essere fatto d'ufficio) ha ragione nel “sottintendere” che il “vizietto” è diffuso e trasversale: Ma che triste ragione!
Dire che dovrebbero andare tutti a Canossa perché “Il così fan tutte” aggrava le colpe di chi pretende di essere (almeno in politica) diverso, è dire una ovvietà che nasconde in fondo il vero dramma.
Quale?
In fondo in fondo, nella logica di una tale denuncia si consuma la vera apostasia laica di uno Stato che non c’è più da tempo.
Da oggi lo sappiamo con certezza, mentre fino a ieri lo sospettavamo soltanto: l’Italia come Stato e nazione non esiste più, quel che resta è puro nominalismo. L’altro ieri pensavamo solo mediatico, e assistevamo ieri impotenti al nominalismo politico (guardate soltanto alle promesse mai mantenute di Berlusconi e alle non proposte, continuamente proposte, dal PD) e ora persino nelle sue leggi e regolamenti di attuazione (senza le quali le leggi esistono ma non agiscono).
Parlavo di democrazia azzoppata… ma una democrazia azzoppata è una democrazia morta! Non è dittatura, non è democrazia, è una Italia senza forma, a-morfa, de-forme… Senza società e senza Stato, pur avendo società e Stato che però non hanno nei fatti regole valide per tutti (e quindi è come se non ci fossero: regole, società e Stato). E come una slavina l’assenza di regole rispettate si trascina dietro lo Stato e i suoi cittadini.
L'arroganza del potere...
postato da
Mario
Le Corti d’Appello bocciano i ricorsi sulla liste, il Pdl insorge e parla di ”democrazia a rischio”.Ieri, la nientemeno seconda carica dello Stato aveva detto “si badi alla sostanza e non alla forma”. Oggi i vertici del Pdl dicono che “non si deve decidere in base a un timbro tondo o quadrato”.
La discussione si potrebbe chiudere rapidamente ricordando che in democrazia - e solo in democrazia – la forma è sostanza.
Ma forse vale la pena di inserire un corollario.
Se chi governa un paese dice che non conta se un timbro è tondo o quadrato, se una firma c’è o non c’è, se si arriva in tempo o in ritardo, chi glielo spiega poi ai cittadini che è loro dovere pagare le tasse nei tempi fissati, presentare le domande per le badanti entro la scadenza, conciliare la multa entro i 60 giorni previsti?
da Tondo o quadrato, che sarà mai di Marco Bracconi in Repubbica.it
sabato 27 febbraio 2010
La Storia? Siamo noi!
postato da
Mario
Ho ricevuto questa email... ve la rigiro: fa riflettere!«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?
Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale.
La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico.
In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».
Elsa Morante, Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII.
Qualunque cosa abbiate pensato, il testo è del 1945 e si riferisce a Mussolini...
venerdì 26 febbraio 2010
L'Apocalisse italiana
postato da
Mario
Sembra che qualcuno dopo la condanna per corruzione del signor (si fa per dire) Mills, stia gridando alla persecuzione e giochi a fare la vittima.
Modestamente, se le parole (pronunciate e scritte) hanno ancora un senso, ben altri sono i perseguitati: l'uomo e la donna italiani che ancora credono nel lavoro onesto e nella giustizia sociale! La vittima sei tu che leggendomi speri ancora in un cambiamento per una vera giustizia per tutti. Mentre ancora una volta dopo aver messo le mani sul "rapace" quel poco che ancora resta di una giustizia istituzionale se lo vede sfuggire per una legge ingiusta approvata da parlamentari che venendo meno alla loro missione per il "bene comune" dichiarano prescritti reati che non dovrebbero esserlo mai!
Perché non dovrebbero esserlo mai? Perché il danno che la società riceve dalla corruzione è peggiore di qualunque catastrove naturale e sociale: peggio di una bomba atomica, la corruzione inquina in modo permanente ogni dimensione del bene comune, prolungandone gli effetti nei secoli per generazioni e generazioni.
Il risultato di un clima di corruzione è sotto gli occhi di tutti: perdita della coesione sociale, rapporti umani inquinati dal sospetto, sfaldamento di una nazione che si ritenga tale in quanto fondata sul patto sociale della reciproca fiducia. E c'è anche chi spaventato da tanto cancro sociale fa come lo struzzo e grida alla magistratura di non "destabilizzare il sistema": facendo finta di non accorgersi che il sistema - con questa corruzione diffusa - è già destabilizzato e ci sta destabilizzando: se qualcuno non la ferma, la fine si fa prossima.
Infatti ciò che fino a ieri erano semplici metafore, sono oggi concrete realtà fisicamente riscontrabili... Dal Lambro alla Sicilia! Mattone dopo mattone, l'Italia a tutti i livelli ci sta "franando" addosso!
Se non ci convertiamo in fretta, da questa Quaresima, prima o poi, inevitabilmente faremo la fine dei topi siciliani e dei pesci e uccelli lombardi... E non è detto che sopravviveremo fino alla prossima! Credere di potersi "salvare" è pura illusione e colpevole incoscienza...
Ora visto che nessuno può decidere al posto di altri... la domanda diventa, parafrasando il Vangelo di oggi: "cosa posso fare io concretamente per cambiare giustizia?"
Si accettano proposte concrete...
lunedì 22 febbraio 2010
Domanda Cubica! (per risolvere un'affermazione a tre incognite)...
postato da
Mario

Corriere della Sera di oggi, Bertolaso: «…gli italiani mi credono e mi rispettano perché sanno che io poi quegli impegni li mantengo…»
(Quali?)3
(Quali?)3
domenica 21 febbraio 2010
Casi isolati...
postato da
Mario
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'Mazza oh! quanti casi isolati!
giovedì 21 gennaio 2010
Ingiustizia è fatta!
postato da
Mario
di Luigi Ferrarella in Corriere.it Da 6,5 a 10 anni per un processo non sarebbero pochi, a patto di risorse commisurate. Ma senza misure coerenti e complessive sulla giustizia, e fuori da riassetti costituzionali delle immunità, spicca la norma retroattiva che farà evaporare due interi processi del premier in corso.
Mai prima d’ora in Parlamento, con pari evidenza in nessuna delle 7 leggi approvate dal 2001 dalla maggioranze di Silvio Berlusconi e poi applicate ai suoi processi, una norma retroattiva si appresta ad avere l’immediato effetto di far evaporare non due figure di reato, o due prove d’accusa, ma addirittura due interi processi del premier già a metà del loro percorso verso la sentenza di primo grado: quelli nei quali il presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale sui diritti tv Mediaset, e di corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo la legge. Risuona De Andrè (1973) nella legge che, approvata ieri dal Senato, paradossalmente Berlusconi fa mostra di non apprezzare perchè «prevede tempi ancora troppo lunghi, sino a 10 anni è eccessivo». Ha proprio ragione. Solo che non è il suo caso. E’ piuttosto il caso delle 465 vittime di altrettanti reati che ogni giorno in Italia restano con un pugno di mosche in mano davanti a imputati graziati dalla prescrizione. E’ il caso delle parti offese dei 12 processi che, ogni 100, «saltano» per un difetto nei 28 milioni di notifiche manuali l’anno che affannano 5mila cancellieri. Ed è il caso dei 30mila italiani che reclamano indennizzi per l’eccessiva durata dei loro processi, già costata allo Stato 118 milioni.
Non è invece il caso di una politica che finge di ascoltare l’Europa quando Strasburgo condanna la lentezza italiana (per la verità raccomandando, invece di rigide gabbie temporali, l’adeguamento di risorse proporzionali al tipo di cause), ma fa orecchie da mercante quando l’Europa condanna l’Italia a risarcire i detenuti in 2,7 metri quadrati a testa. Se almeno accompagnassero una coerente e sistematica riforma della giustizia, le controverse norme sull’estinzione dei processi troverebbero forse maggiore asilo. Anche perché tre anni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri due per l’Appello e 18 mesi per la Cassazione non sono pochi, a patto di ben ponderare la congruità, e quindi la sostenibilità, delle attuali dotazioni della Giustizia rispetto alla nuova tempistica con la quale lo Stato vuole garantire ai cittadini, per il futuro, di non far durare tre gradi di giudizio appunto più di 6 anni e mezzo nella maggior parte dei casi (7 anni e mezzo per gli altri, 10 anni per mafia e terrorismo elevabili a 15).
Ma nessuno può ignorare la norma transitoria retroattiva che a gamba tesa cambia, a metà partita, le regole sulla cui base si stanno celebrando i processi in primo grado per reati con pene sotto 10 anni e commessi prima del 2 maggio 2006: appena in vigore, la norma transitoria ne determinerà l’estinzione se sono trascorsi 2 anni non dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma addirittura dalla richiesta del pm di rinvio a giudizio. Un totale non senso. Che però ne acquista uno solo, se si bada al fatto che il giudizio sui diritti tv Mediaset nasce da una richiesta del 22 aprile 2005, e il processo Mills da una del 10 marzo 2006: entrambi saranno dunque estinti dalla norma transitoria retroattiva. Che, come danni collaterali, falcidierà anche tutti gli altri processi nelle medesime condizioni. Quanti non si sa, ma quali, in alcuni casi, sì: per esempio la scalata Antonveneta, l’aggiotaggio Parmalat contestato ai colossi bancari mondiali, i dossier illegali Telecom e Pirelli, le truffe allo Stato sui rifiuti da parte di Impregilo, le corruzioni Enipower-Enelpower. Peccato che l’altra domanda nel testo di De Andrè, oggi un giudice come me lo chiede al potere, se può giudicare, non riesca a trovare risposta in una equilibrata disciplina costituzionale delle immunità, e in un rinnovato bilanciamento di contrappesi tra politica e magistratura a garanzia dei rispettivi terreni di autonomia: guasti sempre più profondi sarebbero risparmiati all’ordinamento, e acute tensioni smetterebbero di lacerare la società. Invece si stanno tramutando i proclami sulle «immunità» in sotterfugi di «impunità». E si sta scegliendo di mettere la colonna sonora di De Andrè (Tu sei il potere: vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?) pure sotto il nuovo «calendario» dei processi.
Mai prima d’ora in Parlamento, con pari evidenza in nessuna delle 7 leggi approvate dal 2001 dalla maggioranze di Silvio Berlusconi e poi applicate ai suoi processi, una norma retroattiva si appresta ad avere l’immediato effetto di far evaporare non due figure di reato, o due prove d’accusa, ma addirittura due interi processi del premier già a metà del loro percorso verso la sentenza di primo grado: quelli nei quali il presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale sui diritti tv Mediaset, e di corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills. Ascolta, una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice, e subito dopo la legge. Risuona De Andrè (1973) nella legge che, approvata ieri dal Senato, paradossalmente Berlusconi fa mostra di non apprezzare perchè «prevede tempi ancora troppo lunghi, sino a 10 anni è eccessivo». Ha proprio ragione. Solo che non è il suo caso. E’ piuttosto il caso delle 465 vittime di altrettanti reati che ogni giorno in Italia restano con un pugno di mosche in mano davanti a imputati graziati dalla prescrizione. E’ il caso delle parti offese dei 12 processi che, ogni 100, «saltano» per un difetto nei 28 milioni di notifiche manuali l’anno che affannano 5mila cancellieri. Ed è il caso dei 30mila italiani che reclamano indennizzi per l’eccessiva durata dei loro processi, già costata allo Stato 118 milioni.
Non è invece il caso di una politica che finge di ascoltare l’Europa quando Strasburgo condanna la lentezza italiana (per la verità raccomandando, invece di rigide gabbie temporali, l’adeguamento di risorse proporzionali al tipo di cause), ma fa orecchie da mercante quando l’Europa condanna l’Italia a risarcire i detenuti in 2,7 metri quadrati a testa. Se almeno accompagnassero una coerente e sistematica riforma della giustizia, le controverse norme sull’estinzione dei processi troverebbero forse maggiore asilo. Anche perché tre anni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri due per l’Appello e 18 mesi per la Cassazione non sono pochi, a patto di ben ponderare la congruità, e quindi la sostenibilità, delle attuali dotazioni della Giustizia rispetto alla nuova tempistica con la quale lo Stato vuole garantire ai cittadini, per il futuro, di non far durare tre gradi di giudizio appunto più di 6 anni e mezzo nella maggior parte dei casi (7 anni e mezzo per gli altri, 10 anni per mafia e terrorismo elevabili a 15).
Ma nessuno può ignorare la norma transitoria retroattiva che a gamba tesa cambia, a metà partita, le regole sulla cui base si stanno celebrando i processi in primo grado per reati con pene sotto 10 anni e commessi prima del 2 maggio 2006: appena in vigore, la norma transitoria ne determinerà l’estinzione se sono trascorsi 2 anni non dall’inizio del dibattimento, e neanche dal rinvio a giudizio, ma addirittura dalla richiesta del pm di rinvio a giudizio. Un totale non senso. Che però ne acquista uno solo, se si bada al fatto che il giudizio sui diritti tv Mediaset nasce da una richiesta del 22 aprile 2005, e il processo Mills da una del 10 marzo 2006: entrambi saranno dunque estinti dalla norma transitoria retroattiva. Che, come danni collaterali, falcidierà anche tutti gli altri processi nelle medesime condizioni. Quanti non si sa, ma quali, in alcuni casi, sì: per esempio la scalata Antonveneta, l’aggiotaggio Parmalat contestato ai colossi bancari mondiali, i dossier illegali Telecom e Pirelli, le truffe allo Stato sui rifiuti da parte di Impregilo, le corruzioni Enipower-Enelpower. Peccato che l’altra domanda nel testo di De Andrè, oggi un giudice come me lo chiede al potere, se può giudicare, non riesca a trovare risposta in una equilibrata disciplina costituzionale delle immunità, e in un rinnovato bilanciamento di contrappesi tra politica e magistratura a garanzia dei rispettivi terreni di autonomia: guasti sempre più profondi sarebbero risparmiati all’ordinamento, e acute tensioni smetterebbero di lacerare la società. Invece si stanno tramutando i proclami sulle «immunità» in sotterfugi di «impunità». E si sta scegliendo di mettere la colonna sonora di De Andrè (Tu sei il potere: vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?) pure sotto il nuovo «calendario» dei processi.
lunedì 14 dicembre 2009
«Ciascuno faccia la sua parte»... prima che sia troppo tardi!
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Mario
Ci sono momenti in cui bisognerebbe abolire due parole: ma e però. L’aggressione di un uomo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli. Di fronte alla violenza non possono essere accettate subordinate, ammiccamenti o tantomeno giustificazioni. Il giorno che la politica italiana tutta lo avrà compreso fino in fondo, allora sarà davvero matura.Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa.
Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata.
Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono «xenofobo», «antidemocratico» o «razzista». Sono persone che mostrano di essere solidali con gli immigrati e i più deboli, sconvolte per gli attacchi di Berlusconi ai magistrati e preoccupate per la democrazia, ma non toccate da ciò che è accaduto ieri sera. Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti.
Si può pensare che il presidente del Consiglio sia inadatto a governare, essere convinti che le sue esternazioni contro gli altri poteri dello Stato così come contro gli organi di garanzia siano allarmanti e sbagliate, essere preoccupati per quelle leggi «ad personam» che rischiano di peggiorare lo stato della giustizia italiana, ma niente di tutto ciò può giustificare la violenza. C’è una linea che in democrazia non si può passare, un discrimine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è a cui non si può derogare. E dire che sembrerebbe essere chiaro a tutti: tanto che anche a sinistra si invita alla mobilitazione democratica in seguito ad ogni aggressione o violenza. Questo deve valere anche per il leader di un governo di centrodestra, anche per Silvio Berlusconi.
Da ieri sera i blog e Internet sono invasi da battute, ironia, festeggiamenti e dai deliri di chi ci spiega che se l’è cercata. Su Facebook sono già nati decine di gruppi di fans dell’aggressore, Massimo Tartaglia, che in poche ore hanno raccolto migliaia di sostenitori. La rete, purtroppo, mostra ancora una volta di raccogliere il peggio di noi, ma politici e giornali hanno il dovere di non dare sponde, di essere seri e di capire che le giustificazioni ci portano su strade senza ritorno e che non si può continuare ad alzare il livello dello scontro.
E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve. In questo scontro continuo, in cui si parla soltanto dei destini del premier, si è persa di vista qualunque considerazione sullo stato del Paese e sui suoi bisogni.
Il presidente del Consiglio, a cui va la nostra solidarietà sincera, speriamo sia così saggio da capire che proprio lui - l’aggredito - ora può fare la differenza: può abbassare i toni e aprire la strada per un confronto più civile e rispettoso. C’è da augurarsi che anche tutta l’opposizione lo capisca e sia capace di isolare chi delira. Di MARIO CALABRESI in LaStampa.it
lunedì 30 novembre 2009
mercoledì 30 settembre 2009
Il Circo Minimo
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Mario
Per la verità quando l'ho letta non ci ho creduto. Mi son detto "è una bufala!"... Possibile che un Onorevole si esponga a tanto? No! sicuramente è un falso! Poi però ho letto la notizia e allora mi son detto: Tanta sicumera può voler dire soltanto una cosa: che ormai, se uno così apertamente arriva a tanto, vuol dire che "il regime" oramai "gira a pieno ritmo"... e c'è ancora qualcuno che attende i carri armati per le strade per poter parlare di "fine della democrazia"! Eppure stento ancora a crederci: è dura da accettare questa realtà!
Leggete qua:Ecco, di seguito la mail inviata da Marcello Mancini e la risposta del consigliere Patrizio Bianconi.
«Caro Patrizio, scusa se ti disturbo, ma in via Tacito l´Ama ha piazzato dei cassonetti in modo assolutamente sconcio, senza nessuna logica, seguendo probabilmente delle pressioni di qualche raccomandato. Mi fai sapere se esiste una normativa comunale in merito ed eventualmente come agire per far ripristinare un regolare ordine?» Marcello Mancini
«Egr. Dott. Mancini, nella sua e-mail Lei mi segnala una problematica personale che esula dalle mie competenze. Sarebbe svilente se un On. si dovesse occupare di cassonetti - o monnezza, come dicono a Roma - tanto più se gli stessi si trovano dinanzi ad un´attività imprenditoriale di un privato. Con profondo rammarico noto (...) che lei non comprende il senso, né la ratio della Mia attività politica! Cercherò di essere chiaro.Lei, alle elezioni che mi hanno visto trionfatore non mi ha votato - anzi più volte nel corso degli anni ha manifestato antipatia nei confronti di Berlusconi (...) E allora nasce spontanea una domanda: perché si rivolge alla mia persona? Io per quale motivo dovrei adoperarmi per lei? Forse mi reputa un idiota che si fa sfruttare da chiunque? Oppure, cosa ancora più offensiva, il suo servetto? Io lavoro solamente per chi mi vota in quanto faccio politica, non il missionario (...) Sarebbe svilente e umiliante per la mia persona, la mia competenza e la mia professionalità consentire a chiunque di chiedermi favori che, come nel caso di specie, esulano dalle mie competenze.
Pertanto: 1) O si impegna formalmente - stipulando un patto di sangue con il sottoscritto - a votare nel 2013 il sottoscritto on. Patrizio Bianconi al Comune di Roma ed il dir. Andrea Zaerisi al municipio XIX; 2) O, se lei non è intenzionato, non si rivolga alla mia persona.
Desidero infine segnalarle che per avvalersi della mia professionalità deve preventivamente fornirmi: nome, cognome, indirizzo di residenza affinché io possa schedarla nella mia rubrica individuando la sezione elettorale dove lei vota al fine di controllare se esprimerà o meno la preferenza nei miei riguardi. E poi: il suo telefono di casa, il cellulare e l´e-mail al fine di poterla rintracciare quando ci servirà il voto suo e della sua famiglia. Se non se la sente di instaurare con il sottoscritto tale tipologia di patto la invito a rivolgersi alle persone che lei vota (...) Io non mi faccio prendere per il culo da nessuno!». On. Patrizio Bianconi
mercoledì 16 settembre 2009
La tv dell'obbligo
postato da
Mario
Ho avuto modo di apprezzare col tempo gli interventi di Aldo Grasso, giornalista e professore alla Cattolica di Milano, di storia della radio e della televisione. Sempre equilibrato (fin troppo, come qui) e arguto... Vi consiglio la lettura di questo articolo apparso oggi sul Corriere della Sera dal titolo perfetto che ho conservato...
La trasmissione che Bruno Vespa non avrebbe mai dovuto fare. Vespa ha sapientemente iniziato la puntata con la toccante storia di Giulia. Nel computer della studentessa, morta sotto le macerie del terremoto, è stato trovato il progetto per la costruzione di un asilo a forma di libro. Ieri, alla presenza dei genitori, è stata inaugurata la nuova scuola materna costruita con i soldi raccolti dalla trasmissione e firmata, appunto, da Giulia Carnevale. Nonostante la commozione, questa è la trasmissione che Vespa non avrebbe dovuto fare. Per evitare le violente polemiche suscitate. Ma anche per orgoglio professionale, per non rovinare quanto di buono aveva fatto a favore dei terremotati della sua città. Vada per «Porta a porta» spostata in prima serata per la consegna delle villette agli sfollati di Onna. Vada per Vespa cronista privilegiato al seguito del Presidente tornato gioiosamente impresario edile. Vada per il monologo del premier sulla ricostruzione, e il suo sciorinare cifre e sondaggi favorevoli.
Ma Vespa si sarebbe dovuto opporre allo slittamento di «Ballarò» e, visti i suoi buoni rapporti con Palazzo Grazioli, anche a quello di «Matrix». Perché, in questo modo, anche una cerimonia importante come l'inaugurazione delle casette antisismiche ha dato adito a ogni sospetto. E soprattutto è parso uno di quei rituali sovietici a reti unificate, in stile Putin, a metà strada tra populismo demagogico e culto della personalità. Ieri sera Vespa (con non poche resipiscenze) e il direttore generale della Rai Mauro Masi hanno fatto fare un passo indietro all'informazione tv, l'hanno riportata ai tempi del pensiero e del canale unico. La tv dell'obbligo. Dopo quello scolastico, è stato ripristinato l'obbligo televisivo. Non è tv di regime (c'era anche Piero Sansonetti) [qui non condivido: come se bastasse la presenza di chichessia per rendere diverso il giudizio sulle cose. Gli esempi storici non mancano. Ogni regime ha tra le sue fila un "volto" che cerca di renderlo "irriconoscibile" ai più: senza scomodare i Kapò di hitleriana memoira famoso è stato Tareq Aziz il ministro degli esteri cristiano di Saddam... o in salsa nostrana, nell'illusione di nascondere la propria xenofobia la Lega fa eleggere un "suo" sindaco "nero" (madre italiana, padre americano!). Operazioni di immagine e "stolto" chi si presta a questi giochi...], ma un brutto modo di fare tv. Il fatto è che i tempi mediatici sono cambiati e sull'episodio è sceso anche un velo comico. Specie quando a Berlusconi sono stati serviti su un piatto d'argento gli argomenti per la difesa scontata sul conflitto d'interesse.
Dicono che Berlusconi avesse paura che altre trasmissioni di approfondimento frazionassero l'ascolto e insinuassero dubbi, non veri secondo lui. Dicono che la concomitanza delle partite di Champions su Sky, che vedevano impegnate Juve e Milan, rappresentassero già un temibile diversivo. Dicono che... Qualunque cosa si sia detto o pensato la concorrenza, politica e televisiva, deve restare il sale della democrazia. Non si può accusare, in nome del libero mercato, il leader dell'opposizione Franceschini di voler abolire l'Auditel dai programmi informativi e poi accettare che vengano spostate due trasmissioni che avrebbero potuto sottrarre audience a «Porta a porta». Oggi l'Auditel ci dirà quanti spettatori hanno seguito la trasmissione, ci darà anche una radiografia della tipologia di questo pubblico. Ma l'unico dato certo è che ormai l'informazione tv è spinta a rafforzare il suo ruolo di «mediazione», di organizzazione dello sguardo sul mondo, di interpretazione e valutazione degli eventi, per quella parte della popolazione che, per diverse ragioni, non ha accesso alle nuove tecnologie. Per gli altri è tutta un'altra storia, informativa. di ALDO GRASSO (altri servizi in video di A. Grasso sul Corriere li trovi qui).
La trasmissione che Bruno Vespa non avrebbe mai dovuto fare. Vespa ha sapientemente iniziato la puntata con la toccante storia di Giulia. Nel computer della studentessa, morta sotto le macerie del terremoto, è stato trovato il progetto per la costruzione di un asilo a forma di libro. Ieri, alla presenza dei genitori, è stata inaugurata la nuova scuola materna costruita con i soldi raccolti dalla trasmissione e firmata, appunto, da Giulia Carnevale. Nonostante la commozione, questa è la trasmissione che Vespa non avrebbe dovuto fare. Per evitare le violente polemiche suscitate. Ma anche per orgoglio professionale, per non rovinare quanto di buono aveva fatto a favore dei terremotati della sua città. Vada per «Porta a porta» spostata in prima serata per la consegna delle villette agli sfollati di Onna. Vada per Vespa cronista privilegiato al seguito del Presidente tornato gioiosamente impresario edile. Vada per il monologo del premier sulla ricostruzione, e il suo sciorinare cifre e sondaggi favorevoli.
Ma Vespa si sarebbe dovuto opporre allo slittamento di «Ballarò» e, visti i suoi buoni rapporti con Palazzo Grazioli, anche a quello di «Matrix». Perché, in questo modo, anche una cerimonia importante come l'inaugurazione delle casette antisismiche ha dato adito a ogni sospetto. E soprattutto è parso uno di quei rituali sovietici a reti unificate, in stile Putin, a metà strada tra populismo demagogico e culto della personalità. Ieri sera Vespa (con non poche resipiscenze) e il direttore generale della Rai Mauro Masi hanno fatto fare un passo indietro all'informazione tv, l'hanno riportata ai tempi del pensiero e del canale unico. La tv dell'obbligo. Dopo quello scolastico, è stato ripristinato l'obbligo televisivo. Non è tv di regime (c'era anche Piero Sansonetti) [qui non condivido: come se bastasse la presenza di chichessia per rendere diverso il giudizio sulle cose. Gli esempi storici non mancano. Ogni regime ha tra le sue fila un "volto" che cerca di renderlo "irriconoscibile" ai più: senza scomodare i Kapò di hitleriana memoira famoso è stato Tareq Aziz il ministro degli esteri cristiano di Saddam... o in salsa nostrana, nell'illusione di nascondere la propria xenofobia la Lega fa eleggere un "suo" sindaco "nero" (madre italiana, padre americano!). Operazioni di immagine e "stolto" chi si presta a questi giochi...], ma un brutto modo di fare tv. Il fatto è che i tempi mediatici sono cambiati e sull'episodio è sceso anche un velo comico. Specie quando a Berlusconi sono stati serviti su un piatto d'argento gli argomenti per la difesa scontata sul conflitto d'interesse.
Dicono che Berlusconi avesse paura che altre trasmissioni di approfondimento frazionassero l'ascolto e insinuassero dubbi, non veri secondo lui. Dicono che la concomitanza delle partite di Champions su Sky, che vedevano impegnate Juve e Milan, rappresentassero già un temibile diversivo. Dicono che... Qualunque cosa si sia detto o pensato la concorrenza, politica e televisiva, deve restare il sale della democrazia. Non si può accusare, in nome del libero mercato, il leader dell'opposizione Franceschini di voler abolire l'Auditel dai programmi informativi e poi accettare che vengano spostate due trasmissioni che avrebbero potuto sottrarre audience a «Porta a porta». Oggi l'Auditel ci dirà quanti spettatori hanno seguito la trasmissione, ci darà anche una radiografia della tipologia di questo pubblico. Ma l'unico dato certo è che ormai l'informazione tv è spinta a rafforzare il suo ruolo di «mediazione», di organizzazione dello sguardo sul mondo, di interpretazione e valutazione degli eventi, per quella parte della popolazione che, per diverse ragioni, non ha accesso alle nuove tecnologie. Per gli altri è tutta un'altra storia, informativa. di ALDO GRASSO (altri servizi in video di A. Grasso sul Corriere li trovi qui).
Altri articoli di analisi sulla trasmissione di Porta a Porta:
martedì 15 settembre 2009
Le infinite forme di un regime
postato da
Mario
"Non credo che siano possibili paragoni al mondo". Così Guido Bertolaso ieri al Tg1 delle otto. Tempi da record, meraviglia mondiale per le casette di Onna, i prefabbricati in legno costruiti dalla Provincia di Trento.
15 settembre 2009: 162 giorni trascorsi dal sisma 47 casette in legno tipo chalet consegnate. Circa 200 persone ricoverate.
26 marzo 1981: 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet (Rubner costruzioni) consegnate a Laviano, Salerno. 450 persone ricoverate.
E trent'anni fa non esisteva nemmeno la Protezione civile, non esistevano strade decenti, erano crollati i ponti. Per raggiungere l'Irpinia si impiegarono giorni...
Per leggere tutto l'articolo clicca qui (attenzione giornale messo all'indice)
Aggiornamento: qui un articolo ancor più dettagliato del 17 settembre sempre su Repubblica
venerdì 3 luglio 2009
Perché non possiamo più dirci italiani
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Mario
Leggendo i giornali in questi giorni, si ha come l’impressione che l’Italia non esista più…Quel patto sociale che ci teneva uniti e che ci costituisce Nazione si è sfaldato da tempo ed ora sembra giungere al capolinea.
La verità e il bene comune non sono più il criterio ultimo dell’agire politico-economico-religioso.
Tanti, troppi sono gli episodi che mostrano chiaramente il venir meno di questo patto di solidarietà di una società che rifiuta di crescere aprendosi al futuro accettandone i rischi (ma non dicevano i liberisti che senza rischio non c’è impresa?) per rifugiarsi invece nelle false sicurezze di un passato che perché passato non può che comunicare il proprio essere trapassato…
L’impressione che se ne ricava è un “fuggi-fuggi”, un “si salvi chi può” mentre la barca sta inesorabilmente affondando… La stazione di Viareggio è solo l’immagine visibile, di ciò che quotidianamente accade nel nostro Paese: ciascuno pensa per sé, ad accumulare per sé e per i propri amici e per gli amici degli amici…
Qualche episodio a caso?
Leggete questo articolo del Corriere: il criterio di giudizio, non è più la verità di un rapporto, di un ruolo istituzionale, il criterio è: «se lo hai fatto tu, posso farlo anche io!». Un partito fa una cosa? Allora ci si sente autorizzati a fare altrettanto, poco importa se sia bene o giusto… I festini di Berlusconi? Ma li fanno anche gli altri! La lottizzazione della Rai? C’è sempre stata! I respingimenti? Ma anche a sinistra li hanno fatti! La clandestinità è un crimine? Anche all’estero fanno altrettanto! Insomma, «Le tue malefatte giustificano le mie»… Come se la menzogna dell’altro annullasse la propria!
Che cosa c’è da leggere ancora di questa legge “immonda”? Una volta affermato il principio disumano, poco importa come lo si addolcisce: la merda resta merda, nonostante il profumo di parole che ci si sparge sopra! Un cristiano dovrebbe vergognarsi di pensarle certe cose, figurarsi poi se le fa diventare leggi! A Gesù Cristo cosa si dirà? Che le sue parole nel Vangelo non contano niente perché non sono state dette dal Vaticano? O ci si gongolerà coi sofistici distinguo dell’Azzeccagarbugli di turno su quali sono le parole “ufficiali” della Santa Sede? Se è per questo anche quelle del Vaticano non sono quelle di Gesù Cristo! E se un cristiano non sa quali prevalgono si illude se spera nella propria salvezza…
Se poi si gioca con le parole, allora vuol dire che la dignità è calpestata da tempo… Nessuno Stato può creare delle leggi per violare delle leggi, nemmeno le dittature – che infatti si creano delle leggi ad personam – figurarsi il Vaticano! Se uno conosce il significato della parola clandestino non fa fatica a capire che nessuno Stato al mondo fa entrare i clandestini: non si chiamerebbero clandestini! Ma un conto è fare rispettare le leggi e la legalità, un altro è calpestare le ragioni per cui le leggi e la legalità esistono: la giustizia vera e per tutti! E cercare di assecondare le esigenze di coloro che le leggi loro malgrado non sono in grado di rispettarle è compito della giustizia propria di uno “Stato di diritto”! Uno Stato che approva leggi che, invece di accoglierle, criminalizzano le vittime della nostra voracità coloniale è uno Stato immorale e criminale! Anche se si chiama Gran Bretagna o Francia o Italia o Spagna – con o senza Zappatero! Non solo li riduciamo in miseria riducendoli alla fame e quant’altro, corrompendo i loro governi e sfruttando le loro ricchezze, ma li sbattiamo in galera se cercano di fuggire dalla miseria a cui noi li abbiamo ridotti! Più immorali di così si muore: si vede proprio che noi europei siamo figli di negrieri!
Ecco il vero relativismo! Non più i valori della persona – e le sue lacrime - come assoluto, persino di Dio (ma lo leggiamo il Vangelo?); non più il bene – e le sue ferite - di questo disgraziato pianeta (ma la leggiamo la Bibbia?); non più la ricerca autentica di ciò che è bene, vero, giusto per tutti (ma li leggiamo i documenti del Magistero che sono “parola ufficiale della Santa Sede”?)! Ma alleanze; corporazioni; lobby; opportunità… Apparenza senza sostanza?… Peggio! Quando non ci si preoccupa più nemmeno di salvare l’apparenza siamo allo sfascio, al decadimento di una nazione, allo sfaldamento di un patto di convivenza civile, all’immoralità fatta sistema!…
Basta entrare in un ospedale o salire su un treno o su un taxi o entrare in un ufficio o avere bisogno per qualche ragione dello “Stato” e dei suoi cittadini… per accorgersi di tutto questo, per accorgersi che lo Stato non c’è più, se non per battere cassa – elettorale o tributaria – per usarti!… e ti senti come un estraneo tra gente che credevi se non amici, almeno non nemici… e ti senti servo invece di essere servito… prigioniero di un sistema che si alimenta della tua umiliazione… E poi c'è chi si giustifica parlando di diffusa antipolitica... La vera antipolitica la fanno coloro che non si occupano del bene della polis!
Tassisti, notai, avvocati, professori universitari, medici, sono solo alcune delle categorie che solo a pronunciarle si trasformano in incubi… Gli onesti, oramai, sono dei martiri!
Per non parlare delle Banche e delle schifezze che ci fanno mangiare quelli dell’industria alimentare…
Se la mafia, come diceva il card. Pappalardo, è un modo di pensare prima che un’associazione a delinquere, questa è “mafia”… È come se tutta una nazione ne avesse assunto lo schema mentale di fondo… Quando leggo sui giornali che è stato sgominato un clan mafioso, mi vengono i brividi: lo Stato lo ha sconfitto perché lo combatte o perché ne ha integrato la mentalità? …
È come se tutto fosse diventato un “interesse privato in atti d’ufficio”… per questo la corruzione e l’evasione fiscale sono inarrestabili… Non sono le tasse che sono troppo alte, è il senso comune che è troppo basso! Il resto poi…
Il Parlamento? Sembra più una fabbrica di ingiustizie, che un luogo dove si cerca “prima di tutto la giustizia” se non del “Regno di Dio”, almeno degli uomini, del Paese o di quel che ne rimane… Così, l'anfiteatro della politica diventa l’arena dell’antipolitica... Il luogo per eccellenza della democrazia, diventa il laboratorio del suo disfacimento… Perché la democrazia è ancora questo: il potere è nelle mani del popolo che lo esercita anche attraverso i suoi rappresentanti… Ebbene qui c’è una diabolica originalità: Se le dittature “classiche” si fondano sulla sottrazione di questo potere al popolo, per darla a uno solo che decide per tutti… oggi il metodo è più subdolo e perverso, non si sottrae più il potere al popolo, si “sottrae” il popolo, disfacendone il tessuto che lo costituisce tale, la solidarietà! In fondo è questa la mentalità del leghismo: dividi gli italiani in lombardi, veneti, terroni… togli cioè il demo, il popolo, e otterrai automaticamente la crazia, il potere da gestire in conto proprio! Le leggi e i decreti di attuazione di questa mentalità sempre più maggioritaria non sono altro che la sua pianificazione… No! non è fascismo, è molto peggio, è il suicidio di un intero popolo attraverso la morte della sua millenaria cultura nata da infiniti incroci etnici e culturali, razziali e religiosi… È l’eclissi di un popolo, sradicandone i fondamenti della sua stessa ragion d’essere! Una forma di democraticidio attraverso un genocidio culturale. Nazionalismo senza Nazione! E osano parlare di «Leggi per il bene degli italiani»! Quali italiani? Con queste leggi si sta distruggendo la possibilità stessa di definirsi tali!
Altro che radici cristiane! Ironia della sorte, per paura di perdere i valori cristiani stanno uccidendo persino quel poco di cristiano che c’era nelle nostre istituzioni… Come in ogni totalitarismo: destinati a regnare su un mucchio di ceneri!…
E la Corte costituzionale? L’impressione è che sia più una Coorte d’altri tempi, con stipendi e privilegi e amicizie che la sensibilità odierna (anche di ieri per la verità!), rifiuta come offensive della dignità di un uomo “per bene”, figurarsi di un giudice “sopra le parti”… Certo che i “poteri” devono pur dialogare e incontrarsi, ma ci sono sedi opportune alla luce del sole dove questo può e deve essere fatto senza anche lontanamente dare l’impressione di essere “di parte”. Se non altro fatteci vedere che vi sforzate di esserlo! Mentre ora si ostenta il non esserlo! Perché così fan tutti? Ma è proprio per questo che non va fatto!
Altro che abbassare i toni! Non sono ancora sufficientemente alti! Si ha paura “della cattiva immagine” ignorando che l’immagine si può migliorare solo cambiandola, non nascondendola con un velo! Ecco il vero scandalo: non denunciarli, gli scandali! e volerli coprire, seppur provvisoriamente, per opportunità politica, diplomatica, istituzionale o qual si voglia altra ragione… È come voler rimandare la cura a dopo… nel frattempo il malato ci muore tra le dita… Si avranno mille ragioni, ma nessuna è tanto vera come quella della verità! E la verità la si difende rivelandola! Che guarda caso è esattamente l’opposto - non solo etimologico - di ipocrisia! E la giustizia per sua natura esiste là dove la si attua, non dove “la si rimanda”! Verità e giustizia sono parte integrante della “res publica”, senza le quali non c’è convivenza civile e valori costituzionali che tengano. E se non si è “garanti” di ciò, di cosa si è garanti? Si attui verità e giustizia e ci sarà pace e i “toni” si abbasseranno: ma non si può domandare a chi si vede cavare la dignità di non gridare dal dolore, usassero almeno l’anestetico!… Abbassare solo i toni, serve all’autarchia ad innalzare il proprio potere che indisturbato si crogiola nella menzogna e nell’ingiustizia che queste sì divorano la pace!
L’Italia di oggi? Una succursale di Rebibbia! Dove non puoi fare un gesto senza pagarne il corrispettivo… Dove se provi a dire qualcosa, se provi a domandare giustizia per tutti anche per lo straniero, sei disfattista, qualunquista, cattocomunista, persino “pessimista”… E se provi a non essere ipocrita, a non nascondere la verità dietro una maschera di perbenismo? Pura intimidazione! Chissà cosa direbbe questa gente leggendo certe espressioni di Gesù nel Vangelo, tipo “Guai a voi…”! L’avrebbero arrestato per intimidazione? Sicuramente!
E ci si chiede pure di “abbassare i toni”!
In tutta buona coscienza questi giudici, questi politici, questi economisti, si rivoltano nel fango dell’apologia della propria menzogna… Chissà con quale vangelo se la sono formata! Il bene comune avrebbe dovuto educarli almeno a questo: se non è comune non è bene!
Invece l’incuria generale, che si vede in ogni angolo della strada… dice oramai che siamo un popolo che è passato dal “fai da te” al “fai per te”… nell’illusione di potersi salvare nel giardinetto di casa propria e con qualche zattera di un conto estero!
E in tutto questo, gli equilibrismi clericali di un episcopato incapace di essere coralmente annunciatore di una novità altra rispetto alla pulsione autodistruttiva di un popolo… E tutto quello che sanno dire è, diplomaticamente: “porterà molto dolore” o peggio “non basta all’ordine pubblico”… Non si è capace di dire che queste leggi sono una “schifezza immonda indegna di un popolo civile e degna solo per gente destinata alla discarica (Geenna) eterna”? o sa troppo di cristianamente profetico?
Siamo dunque, noi testimoni, destinati alla stessa sorte di Edith Stein? Che condivise i destini del suo popolo (è così che una massa di persone diventa “popolo”: quando qualcuno se ne sente parte e agisce di conseguenza), senza poter fare niente per cambiarli?… Con un’aggravante in più, ora, gli aguzzini, non appartengono “a un altro popolo” (almeno dal versante degli aguzzini in quanto gli ebrei si sentivano parte integrante del popolo che li perseguitava), ma al tuo, carne della tua carne e sangue del tuo sangue… Le mani “assassine” non sono quelle del nemico, ma di coloro che continuano a proclamarsi tuoi amici…
Sta accadendo l’inverosimile: gli italiani si stanno costruendo con le proprie mani, le leggi e i forni con i quali si inceneriranno da soli… Se non ci “cambieremo mentalità” (questa è la conversione), faremo – anzi la stiamo già facendo – la fine di Atlantide: la nostra grandezza ridotta a mitologia seppellita negli abissi della storia!
venerdì 26 giugno 2009
10+1
postato da
Mario
Gossip da Novella 2000 o affare di Stato? Credere al Tg1 o alla stampa di tutto il mondo? In proposito avrei anch’io, come si usa, dieci interrogativi da proporre.
Primo. A quanto pare il premier trascorre parte ragguardevole del suo tempo coltivando un universo di giovani donne. Pensando a invitarle, a intrattenerle, a inseguirle per telefono, a disegnare e acquistare regali per loro, a raccomandarle. Avere un capo del governo che si dedica a questo invece di lavorare per il paese, e che anzi per loro diserta appuntamenti ufficiali in cui è già stato annunciato, è un fatto privato o un fatto pubblico?
Secondo. Il capo del governo ha trasformato una sede privata (palazzo Grazioli) nella nuova vera sede della presidenza del Consiglio. Alla luce di quello che abbiamo saputo, su questa scelta ha senz’altro giocato un ruolo importante la possibilità di sbarazzarsi degli accertamenti troppo rigorosi di Palazzo Chigi sugli ospiti in entrata e in uscita. Il fatto che la sede del governo cambi per meglio consentire il viavai incontrollato di una folta corte pittoresca e border-line è un fatto privato o un fatto pubblico?
Terzo. Le molte giovani donne che hanno rapporti di amicizia, di tenerezza e di complicità con il capo del governo vengono ricompensate e talora risarcite con incarichi di rilievo nella politica, con candidature a ogni livello, dalle Europee alle Circoscrizionali, con posti nella pubblica amministrazione o enti vari. Il fatto che si sia affermato questo criterio di scelta per reclutare la classe dirigente è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quarto. La normativa sulle intercettazioni telefoniche approvata dal Senato ha preso il via dalla pubblicazione di registrazioni che riguardavano le relazioni e i problemi del capo del governo con alcune giovani signore dello spettacolo, e dunque dalla preoccupazione del capo del governo di tutelare questa sua sfera di intimità. Vivere in un paese che per queste ragioni viene costretto ad abbassare la guardia contro la criminalità è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quinto. Il capo del governo è visibilmente sotto ricatto. Chi ha fotografato, chi ha filmato, chi ha visto, chi ha sentito. Un numero sterminato di persone che deve essere zittito o acquietato (anche con posti e carriere). Ma può permettersi un paese di essere governato di chi è nella condizione di subire ricatti senza fine? Ed è questo è un fatto privato o un fatto pubblico?
Sesto. Da quel che ci è stato raccontato, donne sconosciute possono entrare nella dimora del presidente del Consiglio, fare foto e registrare. C’è una questione di vulnerabilità del governo. Chi evoca complotti ogni giorno non faticherà a capire che, una volta scoperta l’infallibile via d’ingresso, anche una potenza straniera ostile potrebbe avere accesso a informazioni privilegiate. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Settimo. Imprenditori arricchiti in pochi anni sono in grado di stringere rapporti preferenziali con il capo di governo facendo «bella figura» con lui grazie alla raccolta e consegna a domicilio di donne giovani e piacenti a pagamento. Che effetti ha sul sistema degli appalti, sulle cordate in affari, sulle concessioni, un rapporto preferenziale di questo tipo? Ed è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Ottavo. Una ragazza senz’arte né parte, invitata a cena dal capo del governo, reclama di essere pagata perché «non lo faccio mica per la gloria». In qualunque paese un invito a cena dal capo del governo è motivo di orgoglio. Qui no, non più. Come se Cenerentola chiedesse di essere pagata dal Principe. Ma se il prestigio della carica cade tanto in basso, anche a causa dei comportamenti del capo del governo medesimo, è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Nono. I giornali di tutto il mondo scrivono ciò che le nostre tv tacciono. Il nostro governo è lo zimbello dell’Occidente. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Decimo e ultimo interrogativo. Siccome la centralità politico-culturale dell’harem si è sviluppata di pari passo con lo svuotamento del Parlamento e l’imbavagliamento dell’informazione, si assiste a un surreale scivolamento istituzionale: dalla repubblica parlamentare verso il sultanato. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
P.S. Le stesse ossessioni del capo del governo segnalano qualche sua difficoltà ad essere, come dicevano i latini, «compos sui» (Veronica: mio marito non sta bene). L’equilibrio psichico di un capo di governo è un fatto privato o un fatto pubblico?
Primo. A quanto pare il premier trascorre parte ragguardevole del suo tempo coltivando un universo di giovani donne. Pensando a invitarle, a intrattenerle, a inseguirle per telefono, a disegnare e acquistare regali per loro, a raccomandarle. Avere un capo del governo che si dedica a questo invece di lavorare per il paese, e che anzi per loro diserta appuntamenti ufficiali in cui è già stato annunciato, è un fatto privato o un fatto pubblico?
Secondo. Il capo del governo ha trasformato una sede privata (palazzo Grazioli) nella nuova vera sede della presidenza del Consiglio. Alla luce di quello che abbiamo saputo, su questa scelta ha senz’altro giocato un ruolo importante la possibilità di sbarazzarsi degli accertamenti troppo rigorosi di Palazzo Chigi sugli ospiti in entrata e in uscita. Il fatto che la sede del governo cambi per meglio consentire il viavai incontrollato di una folta corte pittoresca e border-line è un fatto privato o un fatto pubblico?
Terzo. Le molte giovani donne che hanno rapporti di amicizia, di tenerezza e di complicità con il capo del governo vengono ricompensate e talora risarcite con incarichi di rilievo nella politica, con candidature a ogni livello, dalle Europee alle Circoscrizionali, con posti nella pubblica amministrazione o enti vari. Il fatto che si sia affermato questo criterio di scelta per reclutare la classe dirigente è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quarto. La normativa sulle intercettazioni telefoniche approvata dal Senato ha preso il via dalla pubblicazione di registrazioni che riguardavano le relazioni e i problemi del capo del governo con alcune giovani signore dello spettacolo, e dunque dalla preoccupazione del capo del governo di tutelare questa sua sfera di intimità. Vivere in un paese che per queste ragioni viene costretto ad abbassare la guardia contro la criminalità è un fatto privato o un fatto pubblico?
Quinto. Il capo del governo è visibilmente sotto ricatto. Chi ha fotografato, chi ha filmato, chi ha visto, chi ha sentito. Un numero sterminato di persone che deve essere zittito o acquietato (anche con posti e carriere). Ma può permettersi un paese di essere governato di chi è nella condizione di subire ricatti senza fine? Ed è questo è un fatto privato o un fatto pubblico?
Sesto. Da quel che ci è stato raccontato, donne sconosciute possono entrare nella dimora del presidente del Consiglio, fare foto e registrare. C’è una questione di vulnerabilità del governo. Chi evoca complotti ogni giorno non faticherà a capire che, una volta scoperta l’infallibile via d’ingresso, anche una potenza straniera ostile potrebbe avere accesso a informazioni privilegiate. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Settimo. Imprenditori arricchiti in pochi anni sono in grado di stringere rapporti preferenziali con il capo di governo facendo «bella figura» con lui grazie alla raccolta e consegna a domicilio di donne giovani e piacenti a pagamento. Che effetti ha sul sistema degli appalti, sulle cordate in affari, sulle concessioni, un rapporto preferenziale di questo tipo? Ed è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Ottavo. Una ragazza senz’arte né parte, invitata a cena dal capo del governo, reclama di essere pagata perché «non lo faccio mica per la gloria». In qualunque paese un invito a cena dal capo del governo è motivo di orgoglio. Qui no, non più. Come se Cenerentola chiedesse di essere pagata dal Principe. Ma se il prestigio della carica cade tanto in basso, anche a causa dei comportamenti del capo del governo medesimo, è questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Nono. I giornali di tutto il mondo scrivono ciò che le nostre tv tacciono. Il nostro governo è lo zimbello dell’Occidente. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
Decimo e ultimo interrogativo. Siccome la centralità politico-culturale dell’harem si è sviluppata di pari passo con lo svuotamento del Parlamento e l’imbavagliamento dell’informazione, si assiste a un surreale scivolamento istituzionale: dalla repubblica parlamentare verso il sultanato. È questo un fatto privato o un fatto pubblico?
P.S. Le stesse ossessioni del capo del governo segnalano qualche sua difficoltà ad essere, come dicevano i latini, «compos sui» (Veronica: mio marito non sta bene). L’equilibrio psichico di un capo di governo è un fatto privato o un fatto pubblico?
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