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giovedì 13 marzo 2014

Sole di Giustizia



Salta all’occhio il fatto che nel corso della storia si siano moltiplicati — e continuino a moltiplicarsi anche oggi — i fondamentalismi. In sostanza si tratta di sistemi di pensiero e di condotta assolutamente imbalsamati, che servono da rifugio. Il fondamentalismo si organizza a partire dalla rigidità di un pensiero unico, all’interno del quale la persona si protegge dalle istanze destabilizzanti (e dalle crisi) in cambio di un certo quietismo esistenziale. Il fondamentalismo non ammette sfumature o ripensamenti, semplicemente perché ha paura e — in concreto — ha paura della verità. Chi si rifugia nel fondamentalismo è una persona che ha paura di mettersi in cammino per cercare la verità. Già «possiede» la verità, già l’ha acquisita e strumentalizzata come mezzo di difesa; perciò vive ogni discussione come un’aggressione personale.
La nostra relazione con la verità non è statica, poiché la Somma Verità è infinita e può sempre essere conosciuta maggiormente; è sempre possibile immergersi di più nelle sue profondità. Ai cristiani, l’apostolo Pietro chiede di essere pronti a «rendere ragione» della loro speranza; vuol dire che la verità su cui fondiamo l’esistenza deve aprirsi al dialogo, alle difficoltà che altri ci mostrano o che le circostanze ci pongono. La verità è sempre «ragionevole», anche qualora io non lo sia, e la sfida consiste nel mantenersi aperti al punto di vista dell’altro, senza fare delle nostre convinzioni una totalità immobile. Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide, ragione che si offre nell’amore, per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice. In questo circolo virtuoso, il dialogo svela la verità e la verità si nutre di dialogo. L’ascolto attento, il silenzio rispettoso, l’empatia sincera, l’autentico metterci a disposizione dello straniero e dell’altro, sono virtù essenziali da coltivare e trasmettere nel mondo di oggi. Dio stesso ci invita al dialogo, ci chiama e ci convoca attraverso la sua Parola, quella Parola che ha abbandonato ogni nido e riparo per farsi uomo.
Così appaiono tre dimensioni dialogiche, intimamente connesse: una tra la persona e Dio — quella che i cristiani chiamano preghiera — , una degli esseri umani tra loro, e una terza, di dialogo con noi stessi. Attraverso queste tre dimensioni la verità cresce, si consolida, si dilata nel tempo. […] A questo punto dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo per verità? Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento.
Il cammino della ricerca impegna la totalità della persona e dell’esistenza. È un cammino che fondamentalmente implica umiltà. Con la piena convinzione che nessuno basta a sé stesso e che è disumanizzante usare gli altri come mezzi per bastare a sé stessi, la ricerca della verità intraprende questo laborioso cammino, spesso artigianale, di un cuore umile che non accetta di saziare la sua sete con acque stagnanti.
Il «possesso» della verità di tipo fondamentalista manca di umiltà: pretende di imporsi sugli altri con un gesto che, in sé e per sé, risulta autodifensivo. La ricerca della verità non placa la sete che suscita. La coscienza della «saggia ignoranza» ci fa ricominciare continuamente il cammino. Una «saggia ignoranza» che, con l’esperienza della vita, diventerà «dotta». Possiamo affermare senza timore che la verità non la si ha, non la si possiede: la si incontra. Per poter essere desiderata, deve cessare di essere quella che si può possedere. La verità si apre, si svela a chi — a sua volta — si apre a lei. La parola verità, precisamente nella sua accezione greca di aletheia, indica ciò che si manifesta, ciò che si svela, ciò che si palesa attraverso un’apparizione miracolosa e gratuita. L’accezione ebraica, al contrario, con il termine emet, unisce il senso del vero a quello di certo, saldo, che non mente né inganna. La verità, quindi, ha una duplice connotazione: è la manifestazione dell’essenza delle cose e delle persone, che nell’aprire la loro intimità ci regalano la certezza della loro autenticità, la prova affidabile che ci invita a credere in loro.
Tale certezza è umile, poiché semplicemente «lascia essere» l’altro nella sua manifestazione, e non lo sottomette alle nostre esigenze o imposizioni. Questa è la prima giustizia che dobbiamo agli altri e a noi stessi: accettare la verità di quel che siamo, dire la verità di ciò che pensiamo. Inoltre, è un atto d’amore. Non si costruisce niente mettendo a tacere o negando la verità. La nostra dolorosa storia politica ha preteso molte volte di imbavagliarla. Molto spesso l’uso di eufemismi verbali ci ha anestetizzati o addormentati di fronte a lei. È, però, giunto il momento di ricongiungere, di gemellare la verità che deve essere proclamata profeticamente con una giustizia autenticamente ristabilita. La giustizia sorge solo quando si chiamano con il loro nome le circostanze in cui ci siamo ingannati e traditi nel nostro destino storico. E facendo questo, compiamo uno dei principali servizi di responsabilità per le prossime generazioni.
La verità non s’incontra mai da sola. Insieme a lei ci sono la bontà e la bellezza. O, per meglio dire, la Verità è buona e bella. «Una verità non del tutto buona nasconde sempre una bontà non vera», diceva un pensatore argentino. Insisto: le tre cose vanno insieme e non è possibile cercare né trovare l’una senza le altre. Una realtà ben diversa dal semplice «possesso della verità» rivendicato dai fondamentalismi: questi ultimi prendono per valide le formule in sé e per sé, svuotate di bontà e bellezza, e cercano di imporsi agli altri con aggressività e violenza, facendo il male e cospirando contro la vita stessa.
Francesco, Vescovo di Roma
(via repubblica.it)

lunedì 7 gennaio 2013

La verità è in cammino: seguila!


Ecco un brano evangelico (Mt 2,1-12) che mette a nudo la mia ignoranza della cultura ebraica… non parlo tanto di quella biblica che già è notevole, ma proprio della cultura ebraica in quanto tale soprattutto dei tempi in cui gli apostoli scrivono.

Intanto dalle letture che la liturgia ci offre, si evince quel grande capovolgimento di mentalità che appare nel Nuovo Testamento. In Isaia (prima lettura: Is 60,1-6), che parla agli ebrei esiliati in Babilonia, viene fatto rivivere il “sogno” della Gerusalemme lontana… una Gerusalemme che rinasce dalle sue ceneri e che accogliendo i deportati dalla cattività babilonese diventa il luogo dove tutta l’umanità trova il suo centro… Paolo (seconda lettura: Ef 3,2-3a.5-6) rivela che questo centro, questa Gerusalemme non è un luogo geografico, anzi non è proprio un luogo, ma un cuore, una carne, un volto, insomma una persona concreta: Gesù Cristo immagine trasparente di Dio Padre. Lui è la vera Gerusalemme ove ogni popolo senza sentirsi umiliato, senza dover rinunciare alla propria specificità (ri)scoprirà se stesso come “luogo” abitato da Dio perché da sempre da lui amato.

Ma cosa c’entra allora la stella? E i maghi (e non pudicamente magi e che comunque non hanno niente a che vedere coi ciarlatani di oggi)? È qui che si rivela la vergogna di non conoscere come si dovrebbe la cultura in cui sono immersi gli apostoli e quindi gli scritti del Nuovo Testamento…
Tutto inizia – come sempre per un pio giudeo – da uno scritto biblico… Ebbene nel libro dei Numeri ad un certo punto Balak re di Moab nemico di Israele fa chiamare il “mago” Balaam e gli chiede di maledire Israele… E questi non solo non lo maledice ma lo benedice con queste parole (Nm 24,15ss):

«Oracolo di Balaam, figlio di Beor,
oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante,
oracolo di chi ode le parole di Dio
e conosce la scienza dell’Altissimo,
di chi vede la visione dell’Onnipotente,
cade e gli è tolto il velo dagli occhi.
Io lo vedo, ma non ora,
io lo contemplo, ma non da vicino:
una stella spunta da Giacobbe
e uno scettro sorge da Israele
…»
 
È proprio a partire da qui che tutto Israele si è messo a cercare “la stella che spunta da Giacobbe (un altro modo di chiamare Israele: cfr Gen 32,28) e che regnerà e dominerà (scettro) su tutti i popoli… Da qui l’idea di un Messia condottiero, politico e militare… Idea che come sappiamo Gesù cercherà di scardinare senza riuscirci (lo faranno fuori anche per questo!)… Ed ecco spiegata anche la domanda dei Maghi e la motivazione della condanna di Gesù posta sulla croce: «Dov’è colui che è nato, “re di Giudei”?».

Ogni tanto quindi nel corso della storia, anche ai tempi degli apostoli, c’era un rabbino che indicava in questo o quel personaggio il “condottiero”, la “stella da seguire”, il Messia liberatore tanto atteso… Puntualmente le aspettative andavano deluse e il sogno si rivelava un incubo invaso dalla repressione militare…
Immaginate ora lo sconcerto, non solo dei giudei ma anche dei cristiani che provenivano da quella fede, di una Gerusalemme rasa al suolo col suo tempio (circa 50 d.C.): Chi dobbiamo attendere? Sorgerà mai una stella che ci porterà luce liberandoci dalle tenebre delle legioni (e fedi) pagane?

Ed ecco che a questo livello si inserisce il brano del Vangelo di oggi, che lungi da essere una fiaba per bambini (cosa di per sé legittima se vogliamo parlare a bambini col linguaggio che i bambini possano accogliere, lo è molto meno quando lo usiamo per parlare agli adulti), è un racconto fortemente polemico e a tratti persino implacabile nel suo giudizio tranciante e iperbolico (cfr lo sproporzionato “tutta Gerusalemme”)…
Che ci sta dicendo Matteo? Ora che abbiamo in parte ricostruito il suo background culturale possiamo provare a darne una spiegazione più plausibile e aderente al testo senza quelle infiorettature romantiche che il folclore vi ha sedimentato…
Matteo era un ebreo convertito al cristianesimo dal giudaismo… parla (scrivendo) a cristiani come lui convertiti dal giudaismo, cresciuti nel “sogno” della Gerusalemme come luogo di ritrovo di popoli e culture definitivamente convertite al Dio dell’ebraismo… e scioccati dal crollo del sogno con la distruzione definitiva del tempio e quindi della possibilità di un “risorgimento” gerosolimitano…
Matteo non ripropone l’antico sogno come farebbe qualunque tradizionalista, non ritorna ad un passato idealizzato, Matteo – in sintonia con gli altri apostoli – mostra che ben altra è la Gerusalemme che Dio ha costruito per tutti i popoli!
Anzi polemizza con “tutta” la Gerusalemme storica (e quindi indirettamente anche con la tradizione profetica anteriore!), che pur conoscendola ha rifiutato (Gv 1,9-11) “la luce che sorge dall’alto” (Lc 1,78) e che illuminerà le genti (Lc 2,32) e i semplici che vorranno accoglierla (Lc 2,9ss)!

Ed è proprio questo che fa emergere tra le righe una fondamentale attualizzazione per noi occidentali malati di esistenzialismo: la verità non è frutto della mia/tua/nostra ricerca… la verità, la luce, la stella, è “data” e ci “precede”. Io devo solo aprirmi ad accoglierla nel nuovo che arriva. E accoglierla vuol dire – come fanno i Maghi – lasciarmi mettere in moto da lei prendendo lei come guida e in suo nome accettare di percorrere strade inesplorate, lasciandomi scomodare verso l’incognito. L’ignoto fisico, spaziale, temporale, ma anche culturale e religioso e politico… Chi non si apre all’ignoto, si chiude in una tomba! L’avevano capito persino i greci e decantato Omero.

Questa è la fede! Che non è un insieme di verità da imparare a memoria, ma una storia da vivere, un terreno continuamente da esplorare che si rivela ogni volta nuovo e mai definitivamente acquisito (e i dogmi non sono tanto dei “punti fermi”, quanto piuttosto linee dinamiche, verità da esplorare). E non nel senso che posso perdere la fede, questo banalmente va da sé, ma qui si vuole sottolineare che la fede è cammino di fede in fede. E ogni volta è “altra” (è così che resta se stessa!) perché l’oggetto della fede, del cammino è q/Qualcuno che è sempre A/altro (da me/noi, dal mio/nostro pensare e amare, dalla mia/nostra storia di fede passata). E infatti anche in questo Matteo sottolinea polemicamente che Erode e la sua Coorte non si muovono!… pur conoscendo le Scritture, pur sapendo che la stella da cercare non andava cercata in cielo ma nella storia concreta di Israele, restano turbati e cominciano a tramare… L’incredulità è sempre figlia della paura della novità, perché il nuovo rompe sempre gli schemi, anche teologici e seguire il nuovo domanda sempre di perdere qualcosa (cfr Mt 19,16-22 e paralleli) (e pur di non perderci, ci si perde in ridicole e fuorvianti ricerche astronomiche che fondino l’attendibilità storica del racconto!).

Anzi Matteo calca veramente la mano quando fa capire che proprio in Gerusalemme (sede del tempio e di ogni istituzione sacra e civile in Israele), i Maghi perdono di vista “la stella” (e infatti devono chiedere, come cercando a tastoni – cfr Atti 17,27 – rischiando di finire tra le grinfie dei nemici della Luce)! E la “ritroveranno” solo quando usciranno da Gerusalemme, “sopra il luogo dove si trovava il bambino” perché la stella “li precedeva”. E solo fuori Gerusalemme provarono “una gioia grandissima” nel ritrovarla.

Non so se noi oggi riusciamo a percepire la violenza “blasfema” che questo scritto evocava nelle orecchie, nelle menti e nei cuori dei suoi interlocutori! E il suo linguaggio poetico mi sembra ne accentui ancora ulteriormente l’impatto. Quasi che il contrasto tra la pacata dolcezza quasi fiabesca del racconto (un bambino-Re) accentui ancor di più l’assurdo agitarsi tenebroso di “tutta Gerusalemme” che lo ripudia.
E infatti la drammaticità del racconto che si coglie tra le righe del linguaggio “infantile”, sfocerà nella tragedia della strage degli innocenti…

Il nostro vero peccato a ben pensare sta tutto qui: nell’avere depotenziato il Vangelo al punto da averne svuotato la portata di stravolgimento culturale e religioso! L’abbiamo reso “politicamente corretto” e forse è per questo che non riesce più a smuoverci dal nostro torpore…

Un’ultima osservazione la dedico solo ai doni dei Maghi, riportandola nel contesto all’intenzionalità dell’autore.
Tutta la bibbia rappresenta Israele secondo tre coordinate fondamentali:
1) A Israele tutto, prima che ai suoi re, spetta la dignità regale; 2) Israele tutto è un popolo di sacerdoti; e 3) Israele nel suo insieme è la sposa del Signore.

Se per l’oro e l’incenso il riferimento è immediato, più difficile è coglierlo nella mirra. Ebbene la mirra è proprio il profumo dell’amore, della sposa che lo celebra l’amore dell’amato in quel bellissimo poema dell’amore umano (e quindi divino) che è il Cantico dei Cantici (la mirra è citata 14 volte in tutto l’AT e ben 8 volte qui in: 1,13; 3,6; 4,6; 4,14; 5,1; 5,5; 5,13).

Con questi tre doni offerti dai Maghi, ancora polemicamente, Matteo – giudeo convertito e quindi ancor più autorevole – vuole mostrare come queste prerogative non sono più del solo Israele ma ora appartengono ad ogni popolo, ad ogni uomo e donna che si lascia guidare dalla luce di questa stella che è il Cristo.

Adesso tutti costoro appartengono al regno del Signore. Tutti costoro costituiscono un popolo sacerdotale e tutti costoro profumano del profumo d’amore dello Sposo.
Adesso, in questo bambino “invisibile” agli intrighi e all’agitarsi del potere politico, religioso, economico, militare… e della folla (“tutta Gerusalemme”!), l’umanità intera può scoprirsi sposa amata dal Signore.
Ecco perché al rivedere la stella, al vedere il bambino, furono i Maghi, siamo noi, invasi da una immensa incommensurabile pe
rmanente gioia…

lunedì 16 agosto 2010

Vacuità...

L'inizio
È venuta l’ora di analizzare la morte di quella che è stata chiamata, in gran fretta e proditoriamente, Seconda Repubblica. Doveva essere qualcosa che somigliava alla quinta repubblica di De Gaulle, inaugurata alla fine degli Anni 50: un sistema che restituisse alla politica la nobiltà, lo sguardo lungo, l’efficacia che il predominio di fazioni e partiti le aveva tolto. Doveva, partendo dalla simultanea svolta avvenuta a Nord con Mani Pulite e a Sud con l’offensiva contro la mafia di Falcone e Borsellino, rigenerare un ceto politico corrotto da anni di democrazia senza alternanza, di poteri paralleli e illegali. Le forze che dopo il ‘45 avevano ricostruito il Paese gli avevano dato una Costituzione vigile sulla democrazia, ma antichi mali, non curati, si erano incancreniti: il rapporto degli italiani e dei politici con lo Stato in primo luogo, e la maleducazione civile, lo sprezzo della legalità, del bene comune. Tutti questi mali sopravvissero alla Prima Repubblica, e per questo anche la seconda sta morendo.

Quel che mancò, nei primi Anni ‘90, fu la rigenerazione delle classi dirigenti. La politica abdicò, accettò di farsi screditare, e forze estranee ad essa se ne appropriarono. Furono queste ultime ad annunciare l’avvento del Nuovo: nuovi uomini, non prigionieri dei vecchi partiti; nuova attitudine manageriale al comando; nuova fermezza nel decidere. La Seconda Repubblica è stata innanzitutto un sistema di dominio il cui scopo era di radicare quest’immagine del potere nelle menti di italiani stanchi di lungaggini, assetati di efficacia. Altri obiettivi non esistevano, se non la libertà del leader da ogni vincolo. Il conflitto d’interessi non era un ostacolo: sanciva tale libertà. Ovvio che la rigenerazione dello Stato e della legalità divenne non solo impossibile ma esecrata. Mani Pulite e Falcone-Borsellino erano escrescenze di una Prima Repubblica caduta per motivi che restando arcani non insegnavano nulla se non più furbizia e più menzogne.

I dati lo confermarono presto, dopo Tangentopoli: la corruzione non solo era ripresa, ma s’era inasprita fino ad assumere, oggi, proporzioni enormi. L’impunità dei dirigenti s’estese. L’informazione televisiva, ieri lottizzata, è ora monopolizzata da una persona. La Seconda Repubblica era nata, ma affatto diversa dal racconto che se ne faceva. Ha dato vita al bipolarismo, ma un bipolarismo tra due concezioni dello Stato e della legge, non fra due politiche. In sedici anni ha creato un sistema che salvaguarda i difetti del regime precedente, distruggendo le forze e gli anticorpi che nonostante tutto esso ancora possedeva. Non c’è dunque una sola Seconda Repubblica. Ce n’è una cui tendevano i veri riformatori. E ce n’è un’altra, effettiva, che usurpando il linguaggio dei riformatori ha installato un regime che confonde la crisi della politica con l’inutilità della politica, e mette il potere esecutivo al riparo da ogni controllo. Che non ha corretto nulla se non l’immagine del leader, e l’uso democratico di frenare il potere eccessivo con altri poteri.

Questa Seconda Repubblica non è falsa a causa del predominio di una persona (Berlusconi). È falsa perché ha dato agli italiani, contemporaneamente, un uomo forte e uno Stato disarticolato, con poteri di controllo indeboliti se non neutralizzati. Per poteri di controllo s’intende la magistratura, la stampa indipendente, il Capo dello Stato che incarna il legame con la Costituzione, la Costituzione stessa. Quando si parla di regime non si parla di un uomo, ma di questa ben organizzata disarticolazione.

Gli italiani hanno avuto quel che non chiedevano. Non la politica rinobilitata, ma il suo discredito. Non una giustizia più rapida, ma una giustizia celere con i deboli, impotente e interminabile con i forti: una giustizia giudicata usurpatrice se giudica i potenti, come usurpatrice è giudicata la stampa indipendente. La Prima Repubblica aveva anticorpi che l’affossarono; la Seconda forse ne ha ma di meno, sicché neppure ricorre all’ipocrisia: Berlusconi non esita a rompere con Fini che chiede il rispetto della legalità, non esita a definire golpista il potere del Quirinale di sciogliere il Parlamento. L’interiorizzazione dell’illegalità non potrebbe essere più esplicita e impudente.

Tuttavia anche la Seconda Repubblica sta morendo. Perché non c’è leader che alla lunga possa vivere d’immagine, senza esserlo. Perché non basta inoculare nelle menti lo sprezzo della politica, per aggiustarla. Quando Berlusconi incolpa il «teatrino della politica», sa di che parla perché tutto in lui è teatrale. Hannah Arendt spiega bene come simili teatranti si adoperino a «defattualizzare la realtà» (memorabile il saggio sulla guerra in Vietnam, New York Review of Books 18-11-‘71). Un «enorme sforzo fu dispiegato», scrisse quando i Pentagon Papers rivelarono l’inutile disastro della guerra, per «dimostrare l’impotenza della grandezza». Egualmente impotente è la grandezza del Premier italiano: proprio come leader ha fallito, incapace di tener unite la ampie maggioranze di cui disponeva.

Se si vuole analizzare la fine della Seconda Repubblica, bisogna fare quel che non si è fatto: capire perché la Prima cadde, e come. Riconoscere i mali che sopravvissero nella Seconda, e anche certe virtù che nella distruzione vennero spazzate via. La Prima Repubblica infatti non fu solo storia criminale. Fu anche partecipazione all’Unione europea. Fu la tendenza ad aggirare magari la Costituzione, non a demolirla. Fu Mani Pulite e l’opera di Falcone e Borsellino. Fu l’incorruttibile lealtà istituzionale di Vincenzo Bianchi, il generale della Guardia di Finanza morto l’altro ieri a Civitavecchia: nell’81, su incarico dei magistrati Turone e Colombo, l’allora colonnello scoprì a Castiglion Fibocchi, una fabbrica di Gelli, la lista dei 972 affiliati alla P-2. Fu, infine, la capacità di resistere alla grave sfida delle Br. Basti pensare al ruolo decisivo che i pentiti svolsero nell’anti-terrorismo, al colpo mortale inferto dalle prime deposizioni di Patrizio Peci nell’80. Il giudice Giancarlo Caselli ricorda, nel libro scritto con il figlio Stefano (Le Due Guerre, 2009), gli esordi della Seconda Repubblica, quella raccontata come nuova: come prima cosa, nella lotta alla mafia e ai suoi legami con la politica, vengono mozzati l’uso e la protezione dei pentiti. Meritevole non è più chi parla ma chi omertosamente tace, come Mangano.

Rimeditare la fine della Prima Repubblica significa svelare la vera natura della Seconda. Non è detto che si riesca, tanto vasta è la manipolazione, lo spin di chi guida il regime. Tutti ne sono prigionieri: anche la stampa, quando accetta di mettere sullo stesso piano le vicende monegasche di Fini e quelle di Berlusconi e dei suoi. Quando denuncia la politica fatta a colpi di dossier sui mali altrui. Il risultato, lo spiega Michele Brambilla su La Stampa, è di «attribuire a ciascuna vicenda un valore equivalente a tutte le altre». È una trappola in cui Fini, che ha rotto sulla legalità, rischia di cadere. Da giorni, i suoi uomini invocano una tregua, e tanti reclamano la fine di «contrapposizioni dannose»: se Berlusconi con i suoi giornali smette gli attacchi al presidente della Camera, anche i finiani smetteranno l’offensiva su illegalità e corruzione. La rottura non servirebbe ad altro che a rendere gli scandali tutti eguali: la vendita di una casa di An e la corruzione di magistrati, l’uso privato del denaro pubblico, il monopolio televisivo. La tregua, presentata come progresso, sarebbe il fallimento del Presidente della Camera, non di Berlusconi. Non la casa a Montecarlo rischia di squalificare Fini, ma la rinuncia alla battaglia sulla legalità, e a una Repubblica che cessi di definirsi nuova solo perché viene «defattualizzata» e abusivamente chiamata Seconda.
Il fine

venerdì 26 febbraio 2010

L'Apocalisse italiana

Sembra che qualcuno dopo la condanna per corruzione del signor (si fa per dire) Mills, stia gridando alla persecuzione e giochi a fare la vittima.

Modestamente, se le parole (pronunciate e scritte) hanno ancora un senso, ben altri sono i perseguitati: l'uomo e la donna italiani che ancora credono nel lavoro onesto e nella giustizia sociale! La vittima sei tu che leggendomi speri ancora in un cambiamento per una vera giustizia per tutti. Mentre ancora una volta dopo aver messo le mani sul "rapace" quel poco che ancora resta di una giustizia istituzionale se lo vede sfuggire per una legge ingiusta approvata da parlamentari che venendo meno alla loro missione per il "bene comune" dichiarano prescritti reati che non dovrebbero esserlo mai!

Perché non dovrebbero esserlo mai? Perché il danno che la società riceve dalla corruzione è peggiore di qualunque catastrove naturale e sociale: peggio di una bomba atomica, la corruzione inquina in modo permanente ogni dimensione del bene comune, prolungandone gli effetti nei secoli per generazioni e generazioni.

Il risultato di un clima di corruzione è sotto gli occhi di tutti: perdita della coesione sociale, rapporti umani inquinati dal sospetto, sfaldamento di una nazione che si ritenga tale in quanto fondata sul patto sociale della reciproca fiducia. E c'è anche chi spaventato da tanto cancro sociale fa come lo struzzo e grida alla magistratura di non "destabilizzare il sistema": facendo finta di non accorgersi che il sistema - con questa corruzione diffusa - è già destabilizzato e ci sta destabilizzando: se qualcuno non la ferma, la fine si fa prossima.

Infatti ciò che fino a ieri erano semplici metafore, sono oggi concrete realtà fisicamente riscontrabili... Dal Lambro alla Sicilia! Mattone dopo mattone, l'Italia a tutti i livelli ci sta "franando" addosso!

Se non ci convertiamo in fretta, da questa Quaresima, prima o poi, inevitabilmente faremo la fine dei topi siciliani e dei pesci e uccelli lombardi... E non è detto che sopravviveremo fino alla prossima! Credere di potersi "salvare" è pura illusione e colpevole incoscienza...

Ora visto che nessuno può decidere al posto di altri... la domanda diventa, parafrasando il Vangelo di oggi: "cosa posso fare io concretamente per cambiare giustizia?"

Si accettano proposte concrete...

sabato 20 febbraio 2010

La bellezza ci renderà liberi

Qui potete scaricare il programma di Radio1 ideato e condotto da Francesca Barra. Ogni puntata contiene una storia legata ad organizzazioni criminali che appartengono alla memoria comune, o il racconto di casi di cronaca di stretta attualità.di Carlo Lucarelli su l'Unità

Vorrei segnalare un programma radiofonico che va in onda su Radio1. L’ho scoperto qualche tempo fa, per caso - disattenzione mia - mentre ascoltavo la radio in macchina. Quando si guida con la radio accesa succede così, la musica e le parole a volte svaniscono sotto il rumore del motore, dei pensieri e della guida, per riaffiorare all’improvviso e farsi sentire di nuovo.
Così ad un certo punto sento parlare di mafia, con serietà e intensità, e già mi stupisce che se ne parli, a quell’ora poi, tarda mattinata. A colpirmi, soprattutto, sono i riferimenti a due parole che risuonano spesso nel programma: una è bellezza, e l’altra è cultura.
Così capisco che la voce femminile che conduce il programma - si chiama Francesca Barra - mi sta raccontando attraverso storie e interviste di come si possano usare la bellezza e la cultura contro le mafie. Anzi, come si debbano usare. Che è un’idea giusta, che condivido in pieno assieme a tanti altri che la pensano così, altri autori, altri scrittori o altri artisti che si stanno dando da fare: che la lotta alle mafie sia certo un problema militare, politico ed economico, ma anche culturale, perché sono anche cultura e bellezza che ti fanno venir voglia di vivere libero e felice in un mondo normale invece di sopravvivere male per morire comunque di violenza, meschinità e sottosviluppo in un mondo mafioso.
La condividono anche i mafiosi questa idea della pericolosità di bellezza e cultura. E ne hanno paura. La prova? I ventitrè proiettili trovati davanti a un teatro di Milano dove Giulio Cavalli (di cui ho già parlato altre volte e ancora lo farò finché sarà costretto a vivere - lui, un attore - sotto scorta) doveva tenere uno dei suoi spettacoli, che è stato sospeso. È così. La bellezza e la cultura, alle mafie, fanno paura.

venerdì 11 dicembre 2009

Tra menzogna vera e verità bugiarda

Una cosa non capisco, perché le parole di un bos come Filippo Graziano devono essere vere? e quelle di un bos come Spatuzza devono essere false? (Il fratello di Filippo, Giuseppe si è avvalso del diritto di non rispondere: mica scemo intanto già parla per lui il fratello e così lui non rischia, nel confronto, di contraddirlo).

Se qualcuno mi sa dire a partire da quale logica si traggono certe conclusioni... Notare che non ho sottolineato che uno figura pentito e gli altri no... Anche immaginandoli tutti pentiti o tutti non pentiti (non credendo cioè al loro pentimento) con quale logica uno può affermare che gli uni dicono il vero e l'altro lancia solo calunnie? Dal pedigree?

E allora con che diritto si afferma che "Graziano smentisce Spatuzza" e non invece che "è Spatuzza che aveva smentito" con le sue precedenti dichiarazioni Graziano? Chi parla per ultimo ha ragione?

Con quale logica si decide chi ha ragione? A rigor di logica? nessuna! Fatti ci vogliono, fatti e non parole... e perché i fatti si trovino è necessario che la Magistratura sia lasciata in pace di cercare le prove...

Perché altrimenti, il sospetto, verso chi tira l'acqua al proprio mulino, è che si voglia nascondere una verità scomoda...

Fino a questo punto infatti, una persona logica, prendendo carta e penna per aiutarsi nel ragionamento, riconosce almeno cinque ipotesi:
  1. Spatuzza dice il vero, Graziano altrettanto...
  2. Spatuzza mente, Graziano mente...
  3. Spatuzza mente, Graziano dice il vero...
  4. Spatuzza dice il vero, Graziano mente...
  5. Spatuzza in parte mente e in parte dice la verità; Graziano idem...
La prima è da scartare perché le versioni sono contradditorie: non è possibile che entrambi dicano la verità!

Restano le altre quattro. Esse aprono a diverse possibilità o "scenari" e tutti rispondono alla seguente domanda: Perché ciascuno dice quel che dice? (e non dice quel che non dice?). Vediamoli.

Primo scenario: Spatuzza e i Graziano agiscono ciascuno per proprio conto. Uno vuole solo salvare la pelle, gli altri l'onore: in questo caso, entrambi potrebbero mentire! Questa ipotesi però mette Spatuzza in una situazione delicata, come diremo sotto (Terzo scenario).

Secondo scenario: Spatuzza finge di essere pentito e d'accordo con i Graziano dice cose che lanciano un avvertimento "a chi loro sanno"... Una volta il messaggio passato e avutone indiretta conferma (attraverso le dichiarazioni - pubbliche o private - dei destinatari) i Graziano rimettono le cose a posto (per ora) in attesa che le conferme a parole, diventino fatti... In questo caso Spatuzza pur mentendo (di essere pentito) dice il vero e ovviamente Graziano mente confermando la verità di non essere pentito.

Terzo scenario: Spatuzza è veramente pentito e mente, Graziano non è pentito ma dice il vero. Per valutare questa ipotesi bisognerebbe sapere perché un pentito mente rischiando ancor di più sulla propria pelle: non solo si rende odioso nei confronti dei Graziano, ma anche verso quello Stato a cui chiede protezione. Come minimo oltre a perdere lo status di pentito, si becca qualche anno in più per diffamazione e si espone (ancor più facilmente senza la protezione dello Stato) alla vendetta dei Graziano. Resta da chiarire la posizione dei Graziano: da quando in qua un mafioso che si ostina ad esserlo, diventa così "collaboriativo" verso lo Stato dicendogli la verità?

Insomma in ogni caso, lo scenario non è tra i più rosei...

Al lettore di scegliere la soluzione più logica che comunque va confermata da riscontri oggettivi.

Appare evidente però che le dichiarazioni di coloro che affermano che Spatuzza mente sono un'altrettanta menzogna, che non solo non ha riscontri nella realtà, ma non regge a un minimo ragionamento logico...

Solo i diretti interessati, che evidentemente conoscono la verità, hanno il diritto di affermare che Spatuzza mente, ma devono farlo con argomenti che vadano al di là della semplice (legittima) presa di posizione e sappiano farlo in modo argomentato e fondato.
Anche a questo serve la Magistratura, altrimenti tutto resta sull'opinabile e il minimo che si può fare è sostituire la forza della verità con la forza del potere (che si traduce in potere della forza)... che guarda caso è propria della "logica" mafiosa!

sabato 5 settembre 2009

La sindrome di Caino

Come può un regno diviso in se stesso non andare in rovina?
Leggete qui e vedete come si fa ad andare in rovina...
Intervista (si fa per dire), fuori luogo e fuori tempo di Gian Maria Vian, direttore dell’Osser­vatore Romano ma anche l'articolo di Vittorio Messori non scherza: una pugnalata alle spalle di Boffo (e non solo) in guanto di velluto e in penna di serpente: quando si dice "dagli amici (di fede?) mi guardi Iddio..."!

Assolutamente da escludere anche minimamente la buona fede... Sia perché non è buona sia perché non è fede, perché questa, come quella, o è nelle opere o è immaginata... Sulla visione veterocattolica e papalista di Messori mi prometto di ritornare...

giovedì 20 agosto 2009

La verità di Gesù, anzi: la verità che è Gesù

In questa ventunesima domenica del tempo ordinario, il brano di vangelo arriva a concludere il lungo itinerario che la liturgia della Parola ci ha fatto seguire in queste domeniche estive: la lettura del capitolo sesto di Giovanni.
L’epilogo del lungo discorso di Gesù lì contenuto sul pane della vita è duro: «Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui»; e lo è a maggior ragione se posto – come accade nelle letture odierne – accanto all’episodio raccontato al capitolo ventiquattresimo di Giosuè: lì – al di là della questione sulla storicità del testo – è presentata infatti la grande adunanza delle tribù di Israele che dopo i quarant’anni nel deserto al seguito di Mosè, l’ ingresso nella terra di Canaan, la terra promessa, al seguito di Giosuè e la spartizione dei territori fra le dodici tribù, si raduna per rinnovare l’alleanza al Signore, Dio di Israele.
Il contrasto col Vangelo è evidente perché da un lato è presentato il consenso di massa al rinnovamento della fedeltà al Signore attuato da tutte le tribù di Israele nei loro massimi rappresentanti, e dall’altro l’abbandono di quasi tutti i suoi che Gesù subisce.
Evidentemente i due brani non si possono paragonare in modo semplicistico, soprattutto perché il primo ha chiaramente enfasi nazionalistica e dunque tradisce una certa idealizzazione dei fatti, eppure nonostante queste considerazioni il contrasto appare pungente, perché sottolinea ancora più fortemente la disfatta comunicativa di Gesù: di certo da questo testo emerge che Gesù non sa farsi pubblicità…


Ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze… andando a scavare un po’ dietro e oltre i versetti presentatici, scopriamo infatti che anche questa grande adunata di Israeliti devoti, in realtà nasconde grandi elementi di fragilità nel suo rapporto col Signore: innanzitutto è un unanime consenso a seguire il Signore, che però è frutto di un esperienza molto gratificante e confermante (la conquista della terra promessa) e che dunque assume il carattere della facile osannazione di chi ci è favorevole, di chi ci dà da mangiare (come era successo allo stesso Gesù, immediatamente dopo la moltiplicazione dei panie e dei pesci, che è l’episodio che inaugurava il capitolo 6 di Giovanni e a cui era conseguito addirittura il tentativo degli ascoltatori di farlo re); inoltre la storia di Israele che precede e soprattutto che segue questa altisonante alleanza con Dio, mostrerà che, se Dio rimane fedele, il popolo invece tornerà continuamente a tradire il consenso dato e ad adorare gli idoli.
Alla luce di queste considerazioni assume allora forse valore diverso il metro di giudizio con cui si misura la capacità comunicativa di Gesù: non è detto che il consenso di massa sia sinonimo di vera comprensione del messaggio e di autentica adesione a colui che lo proclama…
E di questo Gesù è più che consapevole, dato che – come si ricordava poc’anzi – ha appena fatto esperienza del travisamento del suo gesto di dare da mangiare: lentamente allora il suo parlare diventa sempre più chiaro, esplicito, “duro”, lo definiscono gli ascoltatori. All’audience basata sul fraintendimento o su una facile illusione, preferisce la decisione libera di fronte a un messaggio chiaro. Sembra cioè che l’intento di Gesù sia molto più quello di dirsi in verità, che quello di creare consenso.
Questa annotazione, che potrebbe suonare come molto edificante quanto a contenuto virtuoso dell’atteggiamento che suggerisce (essere se stessi senza preoccuparsi del giudizio altrui), in realtà nel caso di Gesù crea un problema ulteriore: qui infatti non si sta parlando di uno dei nostri figli preso in giro dai compagni a cui insegniamo che deve “fregarsene” di quello che pensano gli altri… Qui si tratta del Figlio di Dio, venuto a rivelare il Suo volto… si sta parlando perciò di Qualcuno a cui dovrebbe – almeno un po’ – interessare la problematica dell’audience, la problematica del farsi conoscere e riconoscere dai più, se non addirittura da tutti, come già auspicavano i profeti…
In gioco cioè c’è il serio problema del non riconoscimento di Gesù come il Messia, la possibilità del fallimento della rivelazione di Dio, la perdita – da parte dell’uomo – dell’appuntamento col Signore che viene…
Eppure nonostante questa alta posta in gioco, il Signore non cede alla tentazione di cadere nel ricatto della paura: per paura che vadano via tutti, abbassare il tiro della sua verità, annacquarla o mitigarla… Anzi, man mano il dibattito si fa sempre più serrato, fino al rilancio estremo del «Volete andarvene anche voi?», cioè fino al rischio di rimanere del tutto solo.
Ma cosa c’è dietro a questa “dura” ostinazione che è disposta ad accettare anche l’abbandono totale? Perché per salvaguardare un po’ più di pubblico – e dunque non rischiare che la sua verità non avesse più orecchie che l’ascoltassero – Gesù non accetta di cedere su qualche punto?
La risposta sembra stia in questo: se – come già accennato – per Gesù prevale la verità sul consenso, sarebbe assurdo ridurre la verità per mantenere il consenso; se la verità deve andare persa (morirà solo in croce!), meglio che lo sia per il cuore duro dell’uomo (che può sempre convertirsi), che per la sua mancata proclamazione da parte di chi la conosce; se essa infatti per paura viene censurata o annacquata non ha speranza di essere accolta in verità…
La scelta di Gesù allora, qui come in tutto il Vangelo, è sempre quella di correre il rischio di non essere capito ma di “dire la verità”, meglio di dirsi come verità: e ogni volta che nel vangelo c’è qualche reazione negativa al suo dire o agire è sempre perché scatta questa dinamica (controversie sul sabato, sulla vicinanza a certe categorie di persone, sull’autorità che si attribuisce, ecc, ecc, ecc; fino all’emblematico episodio della morte: Gesù non rinuncia alla sua verità, alla verità che lui è, a costo di morire – solo e nel fraintendimento!).
Il punto allora sta nel comprendere quale sia e di che tipo sia questa verità che Gesù difende strenuamente con le unghie e che pare sovrapporre a tutte le altre istanze della sua vita (l’avere dei discepoli – l’uomo a cui comunicare la Verità; il desiderio di essere compreso; il desiderio di vivere…).
Innanzitutto va liberato il campo da quella mentalità pre-conciliare che si era irrigidita sulla formulazione dottrinalistica, per cui Gesù avrebbe rivelato le verità (al plurale) su Dio, rimandando quasi inconsciamente a pensare al rapporto con Dio in termini intellettualistici (le verità sono cose che si capiscono e conoscono con la razionalità) e estrinseci (quasi che Dio non avesse altro relazione con l’uomo che spedire dal cielo il manuale che racchiude le definizioni che lo riguardano – pensiamo al Catechismo di Pio X – e l’uomo, da parte sua, non avesse che da imparare tali definizioni).
Ciò che allora è assolutamente da evitare, è la riduzione della verità di Gesù alle verità (al plurale) intese in questo senso. Quella di Gesù è la verità!
Ma ancora una volta: non cambierebbe niente il passaggio dal plurale al singolare se non convertissimo l’idea di verità che abbiamo in testa. Essa nella sua matrice intellettualistica, dottrinalistica, estrinsecistica, è una riduzione assolutamente inadeguata per dire Dio.
Può invece instradare la celebre auto-identificazione di Gesù con la verità stessa: «Io sono la verità» (Gv 14,6). Qui infatti è evidente come la verità di cui parla Gesù non sia riducibile ad una definizione, ad un concetto, alla risoluzione di qualche enigma… Essa coincide con la sua persona, cioè con la sua libertà storica, con l’esperienza terrena di quegli anni vissuti in una piccola porzione di spazio.
La verità allora – quella che Egli difende così strenuamente – è il suo determinarsi così all’interno della Vita. E proprio perché è di questa “qualità”, che rimane una verità assolutamente non sintetizzabile: non basta raccontare la storia di Gesù per incontrare la verità; non basta tradurla in indicazioni morali; nemmeno in un percorso di imitazione; non basta cioè dire che Gesù è colui che ha creduto all’affidabilità del Padre, ha vissuto di questa fede e per questo ha proposto l’amore incondizionato tra gli uomini come realizzazione piena della vita di ciascuno… Perchè dire questo, è ancora tentare di dire la verità saltando la storia: cioè dire in parole più aggiornate, più pregnanti ed emozionanti, quello che prima del Concilio dicevano i dogmi in maniera un po’ fredda e incomprensibile…
Per incontrare la verità di Gesù non si può allora saltare la relazione personale con Lui: ogni tentativo di prescindere da questo mettersi in gioco personalmente, elaborando anche la sintesi più particolareggiata di Lui è ancora mancare il bersaglio. Non a caso tutto lo scandalo del capitolo 6 di Giovanni, fino alle dure conseguenze di questi versetti finali, ruota intorno al suo proporsi come pane e carne e sangue da mangiare… che sono i termini forti per richiamare alla necessità di una “assunzione” di Lui, di una relazione personale e autentica.
Ecco perché la domanda che pone ai Dodici non è “Non mi avete capito neanche voi?”, ma “Volete andarvene anche voi?”: perché è l’interruzione della relazione che impedisce l’accesso alla Verità.
E questo – credo – sia molto significativo per giudicare anche della nostra religiosità…

sabato 27 giugno 2009

Dire e disdire... ovverossia l'ipocrisia fatta chiesa!

Vangelo si, vangelo no... mi sa che finalmente i gerarchi ecclesiastici l'hanno capita che a vivere fino in fondo il vangelo si rischia di restare in mutande (e forse neanche quelle)... E allora che fanno? Meglio dire la verità e nasconderla subito con il suo contrario... Detto fatto, applicando il metodo Berlusconi (da non confondere con il metodo Ogino-Knaus), l'hanno detto e subito dopo dis-detto... Leggete qui il parossismo ipocrita di Avvenire: due articoli, uno - apparentemente - in un senso (di Piero Chinellato, ma che moralisticamente separa "il frutto dall'albero" senza cogliere la valenza "politica" di ogni comportamento morale anche il più "intimo": altrimenti mi spieghino che ci stanno a fare le monache di clausura!) e l'altro - apparentemente - nel senso opposto (di Marina Corradi, che invece confonde la richiesta di "coerenza" con la richiesta di ingerenza: se parli in quel caso, devi parlare anche in questo; se taci in questo, devi tacere anche nell'altro. Oltre al fatto che ignora volutamente, nel suo processo alle intenzioni, l'oggettività dei fatti...)... Insomma tando per dire e subito dopo disdire, badate bene, se leggete attentamente, tutto già in ciascun articolo... che quindi sono solo apparentemente "speculari". In realtà sono entrambi assolutori nei confronti di questa politca... ignorando che è la stessa mentalità che genera e l'una e l'altra cosa - altrimenti perché chiedere un "comportamento [morale] coerente" al ruolo politico (Bagnasco)? Metanoia, forse qualcuno se lo è scordato, vuol proprio dire, non tanto conversione, ma "cambio di mentalità": conversione culturale e cioè "politica"!... Ma è meglio non dirlo troppo forte... non si sa mai che ci tolgano l'esenzione dall'ICI... Comunque sia, giudicate voi... Poi però, non mi vengano più a parlare del pericolo del relativismo nel nostro occhio... che comincino a toglierlo dai loro cuori...

«Da piccolo credente protesto: non si fa carta straccia dei valori»
C’è chi, da sempre avverso a Berlusconi, pensa di avere finalmente in mano l’arma definitiva, in grado di rimuoverlo una volta per tutte dalla scena politica, e contro costoro c’è stato il fuoco di fila dei corifei del centrodestra. Ma c’è anche chi senza alcun secondo fine politico non riesce a digerire che a capo del proprio Paese ci sia una persona il cui comportamento privato appare letteralmente scandaloso.

Di questo gruppo – piccolo o grande, non m’importa – io mi sento parte e non accetto di essere tacitato con un’alzata di spalle. La vicenda emersa a Bari non è più composta solo di pettegolezzi: giorno dopo giorno aumentano gli indizi che il presidente del Consiglio ha consuetudine di accogliere a casa propria donne con cui svagarsi, e quando capita qualcuna si tratterrebbe anche per la notte. Non serve neppure sommare a quest’ultimo episodio i precedenti ambigui, gravidi di interrogativi ancora aperti, del caso Noemi e lo sgradevole dialogo a mezzo stampa con l’attuale consorte Veronica.

Come si fa a liquidare con un «gente piena di odio e invidia», chi esprime disagio e avanza apertamente domande? Come si può pensare che tutti digeriscano battute come: «Io sono fatto così, sono un mattatore. Non cambio e gli italiani mi vogliono così». Per quanto mi riguarda, credo sia legittimo scandalizzarsi per il quadro che va emergendo. Mi colpisce la contraddizione tra questi comportamenti e le enunciazioni di principi e di valori che il premier fa ad ogni piè sospinto, senza rinunciare mai a rivendicare il «marchio» di cattolico doc per sé e per la politica da lui guidata.

Da piccolo credente protesto: non posso accettare che idealità preziose sulle quali tanti spendono con generosità e dedizione la propria vita siano potenzialmente così strumentalizzate, alimentando di converso veleni che vengono poi rivolti contro la Chiesa. Non nascondo che mi stanno bene molte delle scelte programmatiche e delle decisioni politiche di questo governo, soprattutto in materia di bioetica e di politiche sociali, come pure le enunciazioni in favore della famiglia – peraltro poco suffragate finora da misure concrete –, però questa condivisione oggi non compensa il profondo disagio per la contraddizione di comportamenti che fanno carta straccia di quei valori. Sembriamo alla berlina del mondo, con il coro dei media stranieri – senza distinzione di colore politico e ben al di là di quelli di proprietà dell’antagonista Murdoch – che sbeffeggiano l’Italia.

Di fronte a tutto ciò mi sembra che Berlusconi non abbia scelto la reazione migliore, rigettando in modo sommario le accuse, quasi che neppure davanti a fatti documentati siano consentiti dubbi e interrogativi, interpretando tutto come azione di «lesa maestà», rispondendo alle richieste di fare chiarezza con una intervista a un rotocalco che sul pettegolezzo si fonda.

Quelle risposte sono però ancora attese; fornirle con onestà non sarebbe cedere a chi vuole strumentalizzare l’accaduto per sovvertire il responso delle urne, ma gesto responsabile – moralmente dovuto – di un leader che ha nell’investitura popolare il requisito fondamentale della propria legittimità. La fiducia non può prescindere dalla stima e questa va alimentata con comportamenti consoni, che includono onestà e verità. Valori personali, ma anche politici.
Piero Chinellato


«Gogna mediatica, ma il reato dov’è? Guardiamo a quello che il governo fa»
Nello schizzare di fango che viene ormai ogni mattina dai quotidiani, con ventilati annunci di sempre maggiori scandali, e rivelazioni, e signore autofotografatesi – che singolare abitudine – in bagno durante una festa, vien voglia, almeno a noi, di voltare pagina verso altre storie – per esempio i massacri a Teheran, per esempio la morte annunciata di altri milioni di uomini, quest’anno, per fame. Ma le storie di Palazzo Grazioli hanno scosso molti, anche fra i lettori di Avvenire, e vorremmo allora provare a discuterne pacatamente.

Dunque: non fa piacere a nessun cittadino apprendere che il presidente del Consiglio, a oltre settant’anni, per svagarsi riceve delle fanciulle che le cronache chiamano "escort". Se sapessimo la stessa cosa di nostro padre, ne saremmo rattristati; penseremmo a uno squilibrio, a una sorta di esorcismo della vecchiaia, in un uomo che in realtà la teme. Una debolezza, una fragilità tuttavia private. In lingua cristiana, peccati. Che però – e sorprende un po’ che proprio dei cattolici come noi debbano ricordarlo – in quanto peccati, non sono reati. Non si capisce insomma quale dovrebbe essere il reato addebitato, in una inchiesta penale. E invece vortica la gogna mediatica, e soffia vento di impeachment; benché Berlusconi sia stato eletto con un ampio consenso popolare.

Allora non si può non domandarsi quanto questa indignazione sia strumentale. Se cioè i gossip contro Berlusconi non siano l’ultimo tentativo di scalzare un ingombrante avversario, quando per via elettorale non ci si è riusciti in alcun modo. È un tallone d’Achille, la "sregolatezza" del Cavaliere, su cui accanirsi facilmente. Su cui cercare il consenso dei cattolici, nel nome della decenza, e della morale cristiana. Se la Chiesa poi non parte lancia in resta, la si accusa di badare alla convenienza politica; se non grida scomuniche, la si avverte, come ieri sul fondo di Repubblica, che la sua voce in difesa della famiglia sarà d’ora in poi «molto meno credibile».

Si vorrebbe, d’improvviso, una Chiesa ingerente, che condanna un politico per la sua condotta morale; si vorrebbe d’improvviso una Chiesa moralista – ma non era questa la grande accusa ai cattolici? – che si accanisce contro il peccatore, più che sul peccato. Si vorrebbe una Chiesa giustizialista, che confonde peccati e avvisi di garanzia.

Ora, tutto ciò, oltre che strumentale a un disegno politico, appare doppiamente strano se si pensa al pulpito da cui viene la predica. È la stessa parte politica e mediatica che da trent’anni modernizza l’Italia, dettando i dogmi della nuova morale: l’irrilevanza del matrimonio, la liceità di divorzio e aborto, l’equivalenza di ogni tipo di "famiglia". Il "partito" che chiede anche ai cattolici la condanna di Berlusconi, è lo stesso che ha ribaltato i canoni della morale cristiana di questo Paese, nel nome di una modernità liberata dall’«oscurantismo» cattolico. Singolare, in una cultura che ci ha insegnato che l’aborto è un «diritto», che la fedeltà coniugale è cosa d’altri tempi e che i preservativi bisogna distribuirli a scuola, quest’onda di indignazione per un politico a cui piacciono – troppo, è vero – le donne.

La coscienza di Berlusconi, tuttavia, è un suo privato contenzioso col Padreterno. Vorremmo potere smettere di occuparcene – magari anche il premier potrebbe dare una mano in tal senso – e vedere che cosa il suo governo fa per l’occupazione, le famiglie, la scuola, l’immigrazione, la crisi demografica. Questo ci interessa assai di più che le foto dei bagni di Palazzo Grazioli. Scommetteremmo anzi che questo interessa di più, a molti italiani. Questa è la vera questione morale. Il resto è battaglia di potere, nella cui buona fede fatichiamo a credere.
Marina Corradi

venerdì 13 febbraio 2009

il bugiardo e il blasfemo: il harakiri della chiesa italiana!

Il bugiardo:
Scrivo queste righe per raccogliere un’in­credibile sfida, e per rilanciarla a mia vol­ta con stupefatta ma serena coscienza. È sta­to, infatti, scritto che Avvenire avrebbe defini­to «un boia» Beppino Englaro. I nostri lettori sobbalzeranno, e a ragione. E io, a nome mio e loro, sfido chiunque a dimostrare che Avve­nire, in un proprio articolo, abbia mai abbi­nato al nome del signor Englaro quella quali­fica. Quando si arriva a contrarre e manipola­re un ragionamento articolato lungo alcuni paragrafi in un paio di parole icastiche in realtà mai accostate né intenzionalmente né ca­sualmente sul nostro giornale, e quando un giornalista come Giuseppe D’Avanzo – al pari del più inesperto Giacomo Galeazzi (La Stam­pa di Torino) – arriva ad assumere come fon­te autorevole un ideologico spiffero di agenzia, senza lo scrupolo di una qualche verifica, al­lora – diciamolo – il processo di dequalifica­zione del nostro mestiere è ben più avanzato di quanto si pensi.

Perché Repubblica, che è un giornale di qual­che ambizione culturale, si lasci cadere in un simile infortunio lo ignoro. O meglio, credo di immaginarlo: da qualche settimana nelle re­dazioni dei giornaloni laici soffia insistente un venticello di anticlericalismo, tanto stupito quanto superficiale. E più il giornale cattolico teneva il punto, più questi si accanivano a suon di battute beffarde e assurde. Per loro infatti non c’è il giornalismo ben fatto o mal fatto, c’è il giornalismo amico o nemico. Dunque, ad­ditare e far sentire isolato Avvenire, è un o­biettivo in sé bastevole. Naturalmente a costoro non importa che noi non ci sentiamo affatto isolati e mai come in questa occasione rigenerati invece dentro il popolo della vita, e fieri portavoce di questo.

Aggiungo che se si è al punto che già non ba­sta più certo giornalismo creativo, da sfonda­re nell’invenzione e nella calunnia verso un’in­tera redazione, mi spiace tanto collega Ezio Mauro, ma temo siate più fragili di quel che immaginate. Che poi, per ben servirvi, il Gran­de Valdese sia subito pronto a impartirci – ad onta di ogni bon ton e garbo interconfessionale – l’ennesima lezioncina sul Concilio Vatica­no II, è solo il mesto coronamento di un’aci­da torta.

Attenti però, che cominciamo a stancarci. Che se la nausea raggiunge la soglia critica e i cat­tolici anche solo per un giorno o una settima­na rinunciano ad acquistarvi in edicola, allo­ra son dolori. Una parola vorrei dire sugli inviti al silenzio che come funghi sono spuntati nelle ultime settimane di vita di Eluana. Conosco il gene­re, e conosco bene alcune delle personalità che li hanno rivolti e so che il loro era un saggio ap­pello alla misura e riflessione. E infatti ci sia­mo sentiti confortati e non poco aiutati. Altre volte questo invito era un tantino più peloso, quasi un incitamento alla diserzione civile. A guardare altrove, lasciando che le grandi ma­novre attorno alla morte si compissero indi­sturbate, tra bugie talora clamorose e una fret­tolosità alquanto sospetta.

Naturalmente non potevamo accontentarli. Sarebbe stato un tra­dimento. Soprattutto nei riguardi di quei tan­ti tra il popolo che non possono permettersi av­vocati e primari, guardie del corpo e strutture ad hoc dedicate, eppure con dignità portano avanti la croce loro riservata, che ad un tem­po è la loro gloria. Potevamo forse lasciar cre­dere che la Chiesa e il suo lessico integro, e mai ipocrita, avrebbero smesso di custodirli? Sembrerà strano ai nostri amati (lo sono, no­nostante tutto) colleghi laici, ma sanno costo­ro chi o che cosa ci ha dato coraggio proprio nelle ultime settimane, oltre alla nostra buo­na coscienza? La parola sempre puntuale del Papa, che anche in un momento di tensioni va­rie, e potenzialmente delicato quanto ai rap­porti tra lo Stato e la comunità credente, ha trovato ogni volta la sapienza e la delicatezza per stemperare qualunque pretesto di pole­mica ma anche per confortare e sostenere il po­polo della vita. Bussola chiara e indubitabile, egli è stato anche in questi giorni.

Il che, in­sieme alla testimonianza delle Misericordine (che nome splendido) di Lecco, è ciò che più conta. Quanto al resto, lasciamo – come dice­va don Bosco – cinguettare i passeri. (Dino Boffo, direttore Avvenire, editoriale del 12 febbraio 2009).

il blasfemo:
Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.

Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.

Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.

Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.

Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.

Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana? (Marco Tarquinio, Avvenire, editoriale del 10 febbraio 2009).

NOTA: Un po' la cosa mi consola: vuol dire che l'Avvenire, grazie a Dio, non è letto nemmeno da coloro che lo scrivono!

venerdì 26 settembre 2008

Fallire o centrare la propria destinazione umana

La parabola che costituisce il vangelo di questa ventiseiesima domenica del tempo ordinario, per essere ben compresa, va collocata nel contesto in cui Matteo la inserisce. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di una sua interpretazione riduttiva: qui infatti il senso non è tanto quello di un generico appello alla pronta osservanza della volontà di Dio, o una sottolineatura del primato dell’azione sulla parola, per cui elogiato sarebbe il primo figlio che, nonostante all’invito del padre («Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna») in prima battuta, avesse detto «Non ne ho voglia, poi si pentì e vi andò»; il senso piuttosto va cercato altrove: in particolare tentando di delineare chi è rappresentato in questi due figli.
Per non rischiare di fare identificazioni campate per aria, fondamentale è riferirsi al contesto prossimo di questo brano: il capitolo 21 di Matteo (quello di questo brano) inizia narrando l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme; dopo l’accoglienza osannante della folla, che lo dichiara profeta, Gesù si dirige subito verso il tempio dove scaccia tutti i venditori e i cambiavalute; qui ha un primo confronto duro con i sommi sacerdoti e gli scribi, che si sdegnano nel sentirlo chiamare figlio di Davide dai bambini, confronto che si riaccende la mattina seguente quando «i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli dissero: “Con quale autorità fai questo?”»; Gesù allora contro-risponde con la domanda riguardo al Battista «Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?», domanda a cui i capi religiosi ebrei non rispondono per timore della folla; Gesù conclude allora «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo».
È chiaro che il tono è ormai quello del battibecco, di chi non spera più di usare le parole per farsi comprendere, ma semplicemente le affila per mettere in difficoltà l’altro. E infatti è proprio a questo punto che Gesù, rendendosi conto dell’andamento che ha preso il discorso, cambia registro e tenta di coinvolgere i suoi interlocutori (sommi sacerdoti, scribi e anziani del popolo) con una parabola (le parole «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli...» seguono infatti immediatamente le ultime citate: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo»).
L’intento di Gesù è infatti quello di portare i suoi interlocutori a sbilanciarsi in un parere, in modo da stanarli dai loro apparati concettuali preconfezionati e poter così far breccia nella loro logica di pensiero: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Quando essi «risposero: “Il primo”», la trappola è ormai scattata e a Gesù il gioco riesce facile; ribalta infatti contro di essi il giudizio da loro stessi formulato: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto».
Incredibilmente, il primo figlio viene così a rappresentare i pubblicani e le prostitute, cioè il così vasto gruppo di uomini e donne per antonomasia lontani dalla religione, (e dunque – direbbero i sommi sacerdoti) da Dio; il secondo invece, la minuta schiera di intransigenti uomini religiosi, che tutto il vangelo dipinge come sepolcri imbiancati, ipocriti, osservanti delle regole e dimentichi dell’uomo (Patch Adams direbbe «ghiaccioli dal cuore in giù»)!
L’identificazione, anche a questo punto (dopo cioè la fatica dell’analisi del contesto prossimo), risulta però in prima battuta paradossale: delinquenti e prostitute passerebbero davanti, nel regno di Dio, ai pii e devoti uomini religiosi? Ma schiere di nonne e catechiste non ci avevano forse insegnato il contrario!?!
Bisogna che andiamo più a fondo!
Cos’è infatti che fa dire a Gesù una frase tanto forte («In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio»)? Che cosa ha visto, nella sua vita di uomo, nei volti e nelle storie di questi personaggi che abitualmente i benpensanti condannano? E che cosa non ha trovato invece in quelli che rappresentavano, per la mentalità comune (di allora e di oggi), il mondo della sacralità, dell’osservanza, della inappuntabilità?
Stando alla narrazione dell’intero vangelo ha trovato in questi ultimi la durezza di cuore (di loro dice infatti: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli», Mt 5,20; oppure rivolgendosi direttamente ad essi: «Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”, non avreste condannato individui senza colpa», Mt 12,7; inoltre vengono tratteggiati come pedanti osservatori delle regole, ma dimentichi dell’uomo, tanto che visto Gesù guarire un uomo in giorno di sabato «usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo», Mt 12,14; o addirittura, vedendo Gesù risanare un indemoniato, «presero a dire: “Costui scaccia i demoni in nome di Beelzebul, principe dei demoni», Mt 12,24; sono sempre i farisei insieme agli scribi poi che «vennero da Gesù e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Egli rispose loro: […] avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”», Mt 15,1-9; di essi dice infine: «Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi», Mt 15,14); mentre nei primi (pubblicani e prostitute) trova invece sempre una disponibilità a farsi incontrare, quasi un anelito della loro interiorità che sa accogliere da lui una parola nuova (per fare solo due esempi tra i tanti: Zaccheo – Lc 18,1-10 – e la peccatrice perdonata – Lc 7,36-50). Sono proprio questi ultimi infatti che, forse perché privi di un apparato concettuale che gli fa da maschera, ma anzi denudati e svergognati davanti a tutti, hanno la possibilità/capacità di porsi di fronte a Gesù in trasparenza e verità, al di là delle condizioni che vivono. È il come si dispongono di fronte a Gesù che fa la differenza...
È quello che mostra chiaramente anche un’altra donna (anch’essa di dubbia moralità, stando ai nostri criteri), che pure, al di là delle condizioni in cui viveva (il campo di smistamento di Westerbork), ha fatto la medesima esperienza di incontro veritativo e liberante col Signore: “Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la prima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: […] Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantirti niente in anticipo. [...] È tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio. Forse potremo anche contribuire a riportarti alla luce nei cuori devastati degli altri. Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio. Vedi come mi prendo cura di te! Non ti offro solo le mie lacrime e i miei tristi presentimenti. In questa domenica ventosa e grigiastra, ti porto anche un gelsomino profumato!”.
È questo “miracolino” di esser-ci in verità di fronte a Dio e a se stessi (qualsiasi cosa accada) che segna la differenza tra i due figli della parabola, tra la maschera della religione e il porsi in trasparenza, tra gli uomini del potere religioso e i pubblicani e le prostitute...
Non è un codice etico dunque quello che fa la differenza, una moralità inappuntabile, un’osservanza stretta... Tutto questo al massimo può essere un aiuto per favorire l’incontro col Signore (in verità il vangelo dice che è un ostacolo, ma concediamolo pure...), ma non è mai il discrimine per dire la riuscita o il fallimento di una vita, la qualità dell’interiorità di una persona, la consistenza umana che ha in sé! Ecco perché la bestemmia di un povero può essere una preghiera ben più apprezzata da Dio del vuoto devozionalismo di un uomo dalla maschera religiosa.
È quello che mette in luce anche la prima lettura, dal profeta Ezechiele: è l’uomo il responsabile di se stesso, non c’è nient’altro che può sostituirsi a lui nella verità di sé (né un consolante apparato religioso, né i soldi di una vita; nemmeno la persona che ci ama di più); niente e nessuno può vivere al nostro posto l’avventura del porsi in trasparenza di fronte a sé e di fronte a Dio («Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso»).
È qui che fallisco o centro la mia destinazione umana: se mi smaschero da ogni rassicurante rifugio, che mi impedisce l’accesso in verità a me... perché è solo lì, nel mettermi di fronte a me in verità, che altrettanto in verità posso incontrare «gli stessi sentimenti di Cristo», gli unici che salvano dal non senso della vita… perché dicono all’uomo che egli non si riduce mai a quel che fa o a quel che ha… ma all’amore (ricevuto e ridonato) che fa circolare nella sua vita.

lunedì 2 giugno 2008

Totalitarismi: la strage di Tibhirine

Riporto per intero un articolo apparso sulla "La Stampa" di oggi...

Padre Armand Veilleux si sveglia ogni mattina alle quattro. La prima preghiera lo attende nella grande chiesa di pietra grigia, spoglia, affondata in un parco ricchissimo di alberi e fiori. Tutta la cadenza della sua giornata è scandita da regole scritte quattordici secoli fa. In questa abbazia di monaci trappisti, vecchia di centosessanta anni, padre Armand conduce la sua ricerca solitaria, lenta, faticosa, in certi momenti disperante, su Tibhirine. Lì, in quel monastero ai piedi delle montagne dell’Atlante, in terra algerina, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette confratelli furono sequestrati da un gruppo islamico. La morte dei prigionieri fu annunciata circa due mesi dopo. Lui era presente a quei funerali, chiese con insistenza di aprire le bare per l’ultimo saluto ai monaci e, tra l’imbarazzo e i balbettamenti delle autorità, scoprì che le casse di legno lunghe due metri non contenevano alcun corpo ma solo sette teste. Era la prima menzogna ufficiale che affiorava. Con un retroscena inquietante. Spesso erano le forze regolari che seguivano quella macabra procedura, per dimostrare ai loro ufficiali che la battaglia si era conclusa con l’eliminazione dei nemici, e per avere un indennizzo proporzionato. La prima menzogna era stata anticipata nelle settimane precedenti da svariate ambiguità e soprattutto sarà seguita negli anni successivi da altre falsità, contraddizioni sfacciate, reticenze, che hanno costruito un autentico e compatto muro di gomma attorno a quel massacro. Preceduto alcuni mesi prima da una lucida profezia di padre Luc, una delle vittime, incontrata da padre Armand in visita a Thibirine: «Se ci succederà qualcosa sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari». L’Algeria dal 1992 era precipitata in una spirale di guerra civile che produrrà duecentomila morti, nella quale era e sarà sempre più difficile vedere il confine tra i due schieramenti. Qui, in questa abbazia dove si erano installate le truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, e vicino alla quale Hitler aveva un suo bunker, approdano da anni lettere, telefonate, confidenze verbali di laici e religiosi che cercano di ricostruire i fatti di quella notte ai piedi dell’Atlante, una delle vicende più torbide e complicate che attraversa la cronaca europea degli ultimi quindici anni. Da questo confessionale anomalo, sperduto nella campagna belga, nel 2003 è partita la prima ed unica denuncia al Tribunale di Parigi, per indagare sulla morte di quei sette cittadini francesi. E’ firmata dai familiari di una delle vittime, padre Christophe Lebreton - settimo di dodici figli, ex sessantottino, che abbandona rapidamente Marx e Lenin e diventa monaco nel 1974 - e da padre Veilleux. Quella denuncia ha interrotto il sonno della giustizia in Francia e ha stimolato due testimoni, molto diversi tra loro, che più di altri, lentamente, corrodono quel muro di gomma. Il primo, Abdelkader Tigha, ha lavorato con la Sicurezza militare, era sottufficiale presso il Centro di ricerche e investigazioni di Blida, ed era fuggito in Siria dopo gli avvertimenti ostili dei suoi superiori. Aveva chiesto protezione ai colleghi francesi, ma senza successo. Era entrato in scena pubblicamente alla fine del 2002, con una intervista clamorosa al quotidiano Liberation. Raccontava che il 25 marzo due furgoni erano stati approntati all’interno della sua caserma per la spedizione al monastero. I veicoli erano rientrati la notte tra il 26 e il 27. «Credevamo a un arresto di terroristi. Invece erano stati arrestati i monaci. Furono interrogati da Mouloud Azzout, braccio destro dell’emiro Zitouni. Due giorni dopo lo stesso Azzout li conduceva sulle alture di Blida e poi alla base dell’emiro». Questa testimonianza diretta, dall'interno, smontava la versione ufficiale subito adottata e caparbiamente mantenuta dalle autorità algerine. Per loro tutto il quadro era semplice e chiaro. Djamel Zitouni, il capo dei gruppi islamici armati a quell’epoca, aveva rivendicato il sequestro con un comunicato, successivamente in un altro comunicato aveva annunciato l’uccisione dei prigionieri. E dopo poche settimane dai funerali anche Zitouni, un ignoto venditore di polli elevato rapidamente ai vertici dei gruppi islamici, senza esperienza politica e senza preparazione religiosa, era stato ucciso. Cioè eliminato bruscamente dal gioco. Con il passare del tempo sempre nuovi dettagli hanno dimostrato che Zitouni era in realtà un infiltrato dei servizi segreti, che aveva fatto deragliare disastrosamente quel sequestro su commissione.Oggi Tigha ha ridotto le sue affermazioni pubbliche. Vive in una specie di limbo, in Olanda, dove la giustizia dice che ha diritto all’asilo politico, mentre la polizia dello stesso paese vuole espellerlo. Intanto gli algerini continuano a richiedere con insistenza, e con vari pretesti, la sua estradizione. E il suo esilio ha seguito un percorso tortuoso, toccando Damasco, Bangkok, Ginevra, Amman, Amsterdam, Bruxelles, con scali virtuali a Mogadiscio e Kuala Lumpur, attraverso carceri, ambasciate, chiese, caserme, aeroporti, ministeri, studi legali, uffici dell’Onu. Parallelamente sua moglie, rimasta in patria, ha trovato in casa decine di foto con abitazioni incendiate o distrutte, candele accese, e ha cominciato a ricevere minacce, telefonate mute oppure cariche di oscenità, secondo un copione convenzionale. Varie Ong si interessano ormai alla sua vicenda.Solo la giustizia francese per ora lo ignora. Ma l’avvocato che ha presentato la denuncia della famiglia Lebreton è convinto che il disertore può dire molte cose sui misteri di quella notte. Certo Tigha non è un santo, e i nobili principi della verità e della giustizia forse non sono al primo posto nelle ragioni della sua fuga. Ma se il giudice francese non lo interroga sarà l’avvocato a chiedere l’interrogatorio, innescando un meccanismo che renderà pubbliche le contraddizioni di Algeri, e mostrerà l’imbarazzante lentezza investigativa del Tribunale di Parigi. Tra le contraddizioni documentate e protocollate emerge la testimonianza dei militari algerini su una operazione del 24 novembre 2004, nelle montagne attorno a Bougara, dove in una base degli islamici erano stati trovati documenti appartenenti ai monaci, descritti in tutti i particolari. Ma in un’altra deposizione gli stessi documenti, sempre descritti con gli stessi dettagli, risultano trovati invece nella zona di Medea, già nel maggio 1996, ben otto anni prima, raccolti in una busta di plastica.Il secondo testimone invece fino ad oggi è rimasto in ombra, anzi nella lunga lista dei sessanta nomi che potrebbero aiutare la giustizia, lui nemmeno compare. Non ha precedenti con i servizi segreti, è francese, ha una solida reputazione. A lui gli algerini non potranno rispondere con gli insulti e le minacce che riservano ai loro disertori. Questa persona ha già confidato privatamente, a interlocutori diversi e autorevoli, che i monaci furono uccisi dalle forze regolari algerine. Anche lui racconta, in dettaglio, che la responsabilità della uccisione ricade, come l’iniziativa del sequestro, sulle autorità militari di Blida. Conferma che certo in quella città c’erano gli esecutori materiali, mentre gli ordini erano arrivati dai vertici della onnipotente Sicurezza militare. Insomma i monaci erano stati coinvolti in un finto sequestro, come quello già avvenuto con i tre personaggi del consolato francese ad Algeri nel 1993, per mostrare all’opinione pubblica internazionale che l’Algeria era gravemente minacciata dagli islamici, ma che le autorità locali avevano i mezzi per reagire. Quella volta i prigionieri furono liberati tre giorni dopo, sottratti ad ogni assedio mediatico, e mandati rapidamente in missione in un posto sperduto dell’oceano Indiano. Ma nonostante queste precauzioni le ricostruzioni ufficiali dell’episodio avevano mostrato subito contraddizioni e vuoti di memoria. Anche per i sette monaci tutto doveva concludersi felicemente e in fretta. Il generale Philippe Rondot, ai vertici delle Sicurezza francese, si era trasferito subito nella ex colonia, forte dei suoi rapporti personali con il generale Smain Lamari, ai vertici della Sicurezza militare locale. Due anni prima proprio Lamari, con una soffiata decisiva, gli aveva consentito di catturare il terrorista Carlos, di compiere l’operazione più brillante della sua carriera, guadagnandosi la Legion d’onore. Rondot aveva subito rassicurato fiducioso l’arcivescovo di Algeri che il sequestro sarebbe finito in pochi giorni. La Chiesa cattolica aveva reagito con dolore e cautela dopo il massacro di Tibhirine, ripetendo ai suoi rappresentanti in quel paese islamico, ormai sconvolto dalla guerra civile, «Sia fatta la volontà di Dio, preghiamo». Altri religiosi e religiose erano già stati uccisi. Padre Armand allora era il Procuratore generale dei cistercensi, accolse l’invito della gerarchia, ma non in modo passivo. Aggiunse a quella direttiva le parole pronunciate dalla madre di un giovane nero ucciso in Sudafrica ai tempi dell’apartheid: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare». Diventerà la sua linea di comportamento nella ricostruzione dei fatti, nella ricerca della verità, in segno di rispetto umano per i suoi confratelli. E conoscerà presto l’ostilità felpata del potere quando l’ambasciatore francese ad Algeri gli dirà: «La Francia aveva chiesto ai suoi concittadini di lasciare questo paese. I vostri monaci, come altri missionari, sono rimasti, per ragioni che noi comprendiamo e stimiamo. Ma quando succede un evento sfortunato come questo entrano in gioco imperativi che non sono più di vostra competenza». Nella abbazia di Scourmont tutti osservano la regola del silenzio. E il silenzio parallelamente è stato scelto dalle autorità di diversi paesi in questa vicenda. Tibhirine in lingua araba significa «giardino». Nonostante il nome poetico del luogo, e la vita pacifica di quei monaci, da lì si snoda una vicenda opaca, brutale, rocambolesca, nella quale si concentrano alcuni elementi inquietanti e ricorrenti della cronaca recente: la guerra civile, il terrorismo islamico, le alleanze tra servizi segreti, la reticenza dei governi, l’indolenza della giustizia, e l’arma sempre più diffusa ed efficace dei sequestri che dall’Algeria si è poi allargata in maniera contagiosa all’Iraq e all’Afghanistan. C’è anche il suicidio di un giornalista francese, Didier Contant, in appendice alla vicenda dei monaci. Si era recato dalla moglie di Tigha per raccogliere informazioni, più o meno nei giorni degli avvertimenti con le foto delle case bruciate e con le candele accese. Rientrato a Parigi si gettava, ufficialmente, dal sesto piano. Prima di quel giorno avrebbe confidato ad alcuni amici: «Ho l’impressione di aver messo i piedi in una storia che non riesco a controllare». Padre Armand oggi è l’abate di Scourmont. La sua ricerca della verità in certi momenti sembra fare un passo avanti e tre indietro. Per lui è attuale quel messaggio di sant’Agostino, figlio illustre della terra algerina, per il quale è più facile raccogliere l’acqua del mare in una buca che comprendere il mistero della fede. Anche la notte di Tibhirine dopo dodici anni resta un mistero. Ma c’è un’altra dimensione nella fatica di conoscere. L’abate di Scourmont è nato in Canada, ha fondato monasteri in Africa e in sud America, richiama un personaggio simbolico della letteratura francese, appare come un nuovo conte di Montecristo trasferito in un contesto metafisico, in un carcere impalpabile, quello appunto dei segreti di stato, dove scava il suo tunnel. Lui sorride ricordando una notte in autostrada, mentre andava in Francia, con una pioggia violenta, e un’auto lo tallonava a fari spenti con insistenza. Un episodio simile lo attendeva a Ciampino, quando scese dall’aereo e andò a noleggiare una vettura. Un’auto bianca lo seguì ovunque, anche al parcheggio, fino a quando si fermò in una piccola strada di Roma. E l’elenco degli episodi strani può continuare. Sembra un film di spionaggio di terzo ordine. Dice con semplicità: «Ho costruito un itinerario per conoscere la verità, sto attento a quando compare un nuovo elemento». Lo aiutano le preghiere e una padronanza strepitosa dell’elettronica. Tutta l’abbazia, per sua volontà, è collegata a internet senza cavo, come le migliori università e certe grandi aziende. I sette di Tibhirine non erano uomini persi in una dimensione mistica, di pura contemplazione, staccati dalla realtà del mondo. Padre Luc, il decano, aveva alle spalle una vita di oltre ottanta anni, era un medico, aveva conosciuto i campi di concentramento tedeschi, poi nel 1947 era arrivato in Algeria, era stato preso in ostaggio dai guerriglieri ai tempi della guerra anticoloniale contro i francesi, per mezzo secolo aveva curato i suoi pazienti algerini, gratuitamente, senza fare distinzioni di sorta. Padre Christian era il priore, figlio di un generale francese, lui stesso era stato nell’esercito per oltre due anni durante la guerra di indipendenza, disegnando con la sua scelta di vita religiosa una parabola simbolica dalla violenza alla integrazione, verso la stessa popolazione prima oppressa. Padre Celestin anche lui era passato attraverso la guerra coloniale, e aveva curato un partigiano che i suoi superiori invece volevano giustiziare. Poi aveva lavorato in Francia, aiutando alcolizzati e prostitute. Al monastero chiamavano «fratelli della montagna» i guerriglieri islamici, e «fratelli della pianura» i gendarmi e i soldati. Per tutti valeva il divieto di entrare in quel luogo di preghiera con le armi addosso. E da anni nel terreno dei religiosi la gente della zona aveva potuto costruire una moschea. Era la linea di neutralità del monastero, mantenuta anche dopo la guerra civile iniziata nel 1992. E questa scelta aveva guadagnato a quegli uomini stranieri, rappresentanti di una religione diversa, il rispetto e la confidenza degli algerini.Nel febbraio 2006, decimo anniversario del massacro, l’allora ministro degli interni Sarkozy andò in visita a Tibhirine per ricomporre i rapporti tra i due paesi, ben sapendo che quel luogo rappresentava e rappresenta tuttora un momento di imbarazzo e di ambiguità reciproca, e per ricavare qualche beneficio nella imminente campagna elettorale. Era accompagnato da un massiccio schieramento di forze lungo il tragitto, come se la minaccia islamica fosse sempre incombente. Aveva riletto in pubblico il testamento di padre Christian, il priore del monastero, presentandosi come esponente della Francia repubblicana e laica. Il paese che, appunto, fino ad oggi non ha voluto conoscere i modi e le ragioni di quel massacro. Padre Luc, il decano del monastero, aveva lasciato una indicazione precisa. «Per la mia morte, se non sarà violenta, chiedo mi si legga la parabola del figliol prodigo e che si dica la preghiera di Gesù. E poi, se ce n’è, datemi un bicchiere di champagne». Per la musica aveva scelto una celeberrima canzone di Edith Piaf: «Non, je ne regrette rien - No, non rimpiango nulla».

lunedì 28 aprile 2008

Totalitarismi: la storia addomesticata

  • "Di Pietro? Sì che mi piacerebbe averlo con me, come ministro". (Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo Show, 22 febbraio 1994).
  • "E' in corso a Roma, secondo quanto ha appreso l'Ansa, un incontro tra il presidente del Consiglio incaricato Silvio Berlusconi e il giudice Antonio Di Pietro". (Ansa, 7 maggio 1994, ore 14.53).
  • "'Ho fatto presente che non potrò accettare il pur prestigioso incarico di ministro'. Lo ha affermato il giudice Antonio Di Pietro conversando con i giornalisti al termine dell'incontro con Silvio Berlusconi. 'Ho avuto l'onore di incontrare il presidente del Consiglio incaricato - ha fra l'altro detto Di Pietro - al quale ho confermato che in questo momento ritengo doveroso rimanere al fianco dei colleghi della Procura di Milano per portare a compimento il lavoro iniziato. Coerentemente ho fatto presente che non potrò accettare l'incarico di ministro dell'Interno... All'on. Berlusconi ho formulato i miei auguri affinché possa svolgere questo lavoro con serenità e possa conseguire i risultati sperati nell'interesse del Paese'. Di Pietro ha infine reso noto che stava per rientrare alla Procura di Milano". (Ansa, 7 maggio 1994, ore 15.37).
  • "Avevo una rosa, ora è caduto un petalo e mi restano le spine". (Silvio Berlusconi, dopo il no di Di Pietro, 7 maggio 1994).
  • "Eh, se Di Pietro avesse dato retta a me e fosse entrato nel mio governo..." (Silvio Berlusconi, dopo le dimissioni di Di Pietro dal pool Mani Pulite, 7 dicembre 1994)
  • "Non ho mai offerto a Di Pietro il ministero dell'Interno. Di Pietro mi fa orrore perché sbatteva in galera gli innocenti" (Silvio Berlusconi, 10 aprile 2008).

venerdì 18 aprile 2008

Io sono la via, la verità e la vita

Man mano che ci allontaniamo dalla celebrazione della Pasqua, anche la liturgia, che pure si mantiene ancora nel “tempo pasquale” dedicato appunto all’approfondimento dell’evento di risurrezione, anche la liturgia – dicevo - ci incanala verso un ritorno all’ordinarietà, alla quotidianità… alle domande del giorno dopo, di quando la vita continua e va portata avanti…
Ecco che allora sorgono i problemi: «Signore, non sappiamo dove vai»; non siamo neanche sicuri di aver capito bene chi sei («Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?»); non sappiamo nemmeno che via intraprendere («come possiamo conoscere la via?»)…
È la sensazione dello spaesamento data dal ritrovarsi tra le mani la propria vita… dal non sapere che fare, da dove cominciare, a chi dare retta… dal non conoscere quanti anni avremo a disposizione, cosa farne, in vista di che cosa, se con un senso, se per qualcuno…
Sono le domande che affollano anche le nostre giornate: che senso ha tutto questo? Ha un senso? Perché faticare, soffrire, amare, se poi si muore? Se tutto è destinato a finire nella tomba? Perché ci sono? Chi avrà mai ragione dato che han già detto tutto e il contrario di tutto in questo mondo?
E anche a noi scappa detto, come a Filippo, che va guardato sentendolo proprio uno di noi: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Dacci cioè qualche risposta chiara, qualche visione illuminante, qualche criterio inconfutabile per avere un’intelligenza della realtà… altrimenti davvero… è un brancolare nel buio, è un vagare senza meta, è un tracciare un percorso nell’aria, senza senso e senza scia.
Che dire dunque a Filippo? Immediatamente che i suoi stessi pensieri, oltre a una forte immedesimazione coi nostri, ci rimandano anche un’altra sensazione: per certi aspetti cioè ci pare strano e anche forse poco confortante il fatto che ancora oggi noi, dopo 2000 anni dal momento in cui i primi cristiani hanno affrontato questi problemi, siamo ancora qui a riproporceli… E addirittura forse per un altro verso sembra ancora più strano il fatto che essi stessi se li siano posti… proprio loro che avevano vissuto con Lui, che erano stati i discepoli di prima mano, quelli che avevano sentito con le loro orecchie e visto coi loro occhi…
Ma… a bene guardare… forse, così strano poi non è…
Se ci pensiamo bene infatti siamo di fronte a quella che è la struttura antropologica di sempre, dell’uomo di sempre: figlio e padre dell’umanità, ma singolo, unico, irripetibile. E per questo erede e promotore della vita, della storia, delle risposte, delle domande, delle scoperte, dei fallimenti degli altri… ma impegnato personalissimamente nella sua vita, nella sua storia, nelle sue risposte, nelle sue domande, nelle sue scoperte, nei suoi fallimenti…
Ecco la struttura umana fondamentale: o la via diventa la mia via, o la verità diventa la mia verità, o la vita diventa la mia vita… o per me non è via, verità, vita.
Ed ecco perché è sconvolgente e insieme affascinantissima la proposta di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita».
Sconvolgente perché mai si era sentito che la verità era una persona e non un mistero, una legge, un codice etico, un sistema metafisico… Mai si era sentito che la via da percorrere era una relazione da attuare con una libertà storica. E di certo mai si era sentito che la Vita era un intrecciarsi con la soggettività singolare di Dio, fatto uomo…
Ma oltre che sconvolgente, inaudita ed esplosiva rispetto ad ogni schema interpretativo umano, quella di Gesù via, verità e vita è anche una proposta affascinantissima, perché di fatto è l’unica che risponde alla nostra sostanziale struttura antropologica.
Essa – dicevo – consiste proprio nell’essere figli e padri della storia dell’umanità eppure non sentirsi esauriti in essa: noi non siamo solo il prodotto dei nostri genitori, della società in cui siamo nati e cresciuti, dell’ambiente che ci ha coltivati; e non siamo neanche riducibili all’eredità che lasceremo, ai nostri successi, ai nostri fallimenti, ai nostri soldi, alle nostre carriere, ai nostri matrimoni riusciti o falliti, alle nostre vite realizzate o meno…
C’è un oltre tutto questo! C’è un noi stessi, la nostra identità più intima, che non si può circoscrivere in nessuno schema, che non si può classificare, standardizzare o irreggimentare… è quel nucleo di noi stessi che non coincide con nessuna delle nostre determinazioni: né coi nostri nomi, né con i nostri titoli, né con le nostre mansioni, né con le nostre conquiste o coi nostri sbagli…
Ed è lì, in quel nucleo centrale di noi stessi, quello che Etty chiamerebbe il pezzetto di Dio in noi, è lì che ci intercetta la proposta cristica.
E proprio perché è l’unica che arriva lì è anche l’unica che risponde davvero alla nostra struttura antropologica, che è la libertà singolare.
Riesce a intercettarci lì infatti, nell’unico “luogo” di noi stessi dove siamo noi stessi, perché non è qualcosa di universale che mortifica il particolare, qualcosa di vero per tutti e che dunque non è per me: non è un insieme di regole, non è un itinerario spirituale, non è un codice moralistico, non è un impianto cultuale, non è un sistema filosofico, non è un annullamento nel tutto… è una persona! È la relazione con una persona!
Una relazione personalissima, come non ce n’è un’altra, né mai c’è stata, n’è mai ci sarà, perché sebbene non l’unico, per Lui sono unico!
Ecco allora la risposta a Filippo, a Tommaso e a ogni uomo che si avventura nelle profondità della Vita, non rimando alla superficialità del si vive: avventurar la vita è acconsentire a una relazione che mi ridà la mia vera identità, che è quella di figlio amato e fratello amante. Un’identità che non è un copiare quella del Figlio, ma intrecciandosi ad essa, costruire la mia, tanto da compiere cose «più grandi di queste».
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