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mercoledì 16 febbraio 2011
venerdì 14 agosto 2009
Credere è credere che Gesù non dia un cibo, ma sia il cibo
postato da
Mario
In questa ventesima domenica del tempo ordinario, si apre la quarta e penultima parte del capitolo 6 di Giovanni, che il liturgista ha voluto spezzare perché in queste domeniche estive potessimo riflettere approfonditamente su di esso.
Prosegue il discorso tra Gesù e i Giudei, che, sebbene già serrato nei versetti precedenti, qui trova il momento di più grande tensione prima della drammatica finale che leggeremo domenica prossima.
Questa tensione nasce soprattutto dal fatto che Gesù, coscio del continuo fraintendimento a cui le sue parole sono sottoposte, decide di non tentare più di spiegarsi diversamente, ma sceglie di cavalcare questa incomprensione. Di fronte infatti allo scandalo dei Giudei per l’identificazione di Gesù col pane vivo disceso dal cielo e per l’offerta della sua carne per la vita del mondo, ribadisce ancora più esplicitamente la necessità, per avere la Vita, di mangiare la sua carne.
A noi forse sembra strana, se non altro esagerata, la reazione di incomprensione dei Giudei: noi infatti di fronte all’affermazione di Gesù di essere il pane disceso dal cielo e alla proposta di mangiare della sua carne per avere la Vita, istintivamente pensiamo all’eucaristia, a quel pane e a quella carne offerti per noi, e dunque non ci viene molto da “sobbalzare sulle sedie” e ci risulta per lo meno strano il vigore con cui questi reagiscono alle parole di Gesù.
Questa nostra reazione non è del tutto fuori luogo, anche Giovanni infatti, quando scrive questa parte del suo Vangelo, ha in mente la celebrazione eucaristica delle prime comunità cristiane e cioè il significato che nella prima chiesa ha assunto l’ultima cena e la morte e risurrezione di Gesù e indubbiamente si sta rivolgendo a dei cristiani: quindi forse il suo intento è quello di mostrare in chiave polemica la durezza dei Giudei o, se non altro, di usare questo escamotage letterario per invitare i suoi a riflettere sul corpo e sangue offerto da Gesù per la salvezza del mondo.
Identificare però immediatamente questo discorso giovanneo di Gesù con quella che è la nostra messa e avere reazioni di perplessità e stupore di fronte alle posizioni che assumono i Giudei, ci impedisce di metterci realisticamente nei loro panni e di entrare in quel gioco letterario in cui invece lo stesso Giovanni vuole introdurci: cioè attraverso gli occhi dei Giudei, fare, noi cristiani, la fatica di andare a capire o a ripensare quale sia il senso vero dell’eucaristia che celebriamo e in cui già crediamo. Soffermarci invece sullo scarto linguistico tra Gesù che parla e i suoi ascoltatori sempre più irrigiditi nell’incomprensione, può aiutare anche noi a capire lo spessore delle questioni in gioco, senza correre il rischio di accontentarci di risposte preconfezionate, non pensate e dunque estrinseche al nostro cuore.
Ciò che pare suscitare più clamore fra i Giudei è la pretesa di Gesù di essere mangiabile. Ciò che essi non riescono ad accettare è infatti non tanto che egli abbia un cibo per loro (avevano appena assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci reagendo molto positivamente ad essa), quanto piuttosto che sia Lui tale cibo.
E io credo che il nocciolo della questione stia proprio qui: anche a livello intraecclesiale. Il problema cioè è quale sia la pretesa (la proposta) di Gesù di fronte all’uomo e d’altra parte la riduzione di tale pretesa di cui noi continuamente siamo tentati.
Ciò che infatti Gesù propone non è un cibo, ma è se stesso come cibo; non propone una via, ma è Egli stesso via; non propone uno stile di vita, ma è Egli stesso vita; non propone una o alcune verità, ma è Egli stesso verità («Io sono la via, la verità e la vita», Gv 14,6).
Noi spesso invece, sia personalmente che ecclesialmente, siamo andati e andiamo alla ricerca di cibo da Lui, non di Lui; di indicazioni per trovare la strada, di consigli o norme per uno stile di vita, di definizioni o concetti per capire il senso della vita, ma non della via, verità e vita che Lui è.
Spesso cioè lo scollamento – che Giovanni visibilizza magistralmente in questi versetti del suo Vangelo prendendo come prototipi i Giudei – è quello tra la persona di Gesù e tutta una serie di accessori alla relazione con Lui che, se possono essere utili a favorire tale rapporto, di certo non possono sostituirlo.
Per i Giudei questo era naturale, perché di fronte avevano Colui che a loro pareva essere solo un uomo: magari un uomo un po’ speciale, un profeta, uno degno di essere fatto re, anche un uomo di Dio. Ma pur sempre un uomo, dunque uno da cui non ci si deve aspettare la salvezza, ma istruzioni per raggiungerla, consigli, indicazioni, norme, ma nulla più.
La pretesa di Gesù invece è quella di non essere un cartello indicatore della meta, ma la meta stessa. Questo è l’inaccettabile per i Giudei (che si fondano su un stretto monoteismo) e dall’altra parte è il fondamento – a volte dimentico – dei cristiani: il cristianesimo infatti non è una religione del libro o della morale, addirittura non è nemmeno una religione – ribadisce spesso mons. Coletti – ma è una fede, cioè una relazione con il Vivente. Non si fonda cioè su un insieme di precetti da rispettare, su un insieme di definizioni da apprendere, su dei traguardi graduali da raggiungere: ma sul rapporto a tu per tu di ciascuno col Signore.
Questo spesso per paura della responsabilità (nostra) o della impossibilità alla gestione di coscienze libere (dal punto di vista istituzionale) è stato storicamente adombrato, lasciato in secondo piano; non necessariamente per malizia, ma per tutta una serie di andirivieni storici, sociologici, psicologici, ecc… che non sta ora a noi ricostruire.
Ma, ad ogni modo, ogni volta che ecclesialmente o personalmente questa centralità della relazione a tu per tu col Signore va in ombra, stiamo riducendo la portata della pretesa gesuana all’uomo: se non si dà questo dialogo interiore tra la nostra libertà e la sua, ma ci si accontenta di sapere alcune cose di Lui, di applicare alcune cose che ha detto, di ripetere alcune cose che ha fatto ricadiamo nell’errore dei Giudei di cercare da Lui del cibo, ma non di assumere Lui come cibo, ci illudiamo di essere bravi cristiani, senza conoscere il nostro Signore, ci illudiamo di comportarci bene, senza andare ad indagare con Lui nell’autenticità che si denuda di fronte a chi la ama le profondità più nascoste e più tenebrose della nostra interiorità.
In altre parole, se non ci avventuriamo in questa relazione personale, ci limitiamo a credere ad un’ideologia (piuttosto che ad un’altra), sposiamo un codice etico (piuttosto che altro), seguiamo alcuni orari (piuttosto che altri), leggiamo un certo libro (piuttosto che un altro), facciamo certi gesti (piuttosto che altri), ecc… non uscendo mai da quell’estrinsecismo, da quella lontananza, da quella sensazione per cui in fin dei conti tutto questo con me non c’entri proprio niente… anzi mi passa tre metri sopra la testa e non entra mai a interrogare davvero la mia intimità, a interpellare la mia libertà, a chiedermi “Chi sono?” e “Chi voglio essere?”.
La proposta di Gesù sembra invece proprio andare contro questo modo estrinseco di vivere il rapporto col Padre, che poi è il rapporto col senso, con la vita, con la morte, con gli altri… Il suo invito è ad entrar-ci dentro, a smuoversi verso un affidamento, un lasciarsi andare, un dare credito, un fidarsi… è un invito a mangiare il cibo che dà la Vita e non tanti piccoli cibi che non saziano, a puntare alto, a puntare al centro, senza disperdersi – per paura di non farcela o di essere ingannati – alle tante proposte periferiche che non sono mai definitive… è un invito a giocarsi per Lui, ad accettare la sua pretesa di essere via, verità e vita nostra… è un invito ad accogliere questo sguardo alto sull’uomo, chiamato non a sentir parlare di Dio, non a fare cose per Lui, non a parlargli per interposta persona, ma a vivere della relazione personalissima con Lui.
Se non avremo il coraggio di questo rapporto (sia di attuarlo come singoli, sia di permetterlo e favorirlo come Chiesa) rimarremo con in mano una vuota struttura del sacro incapace di salvare e dunque di entusiasmare, interessare, interpellare e più che il dramma di chiese vuote, dovremo affrontare quello di vite senza Vita.
Prosegue il discorso tra Gesù e i Giudei, che, sebbene già serrato nei versetti precedenti, qui trova il momento di più grande tensione prima della drammatica finale che leggeremo domenica prossima.
Questa tensione nasce soprattutto dal fatto che Gesù, coscio del continuo fraintendimento a cui le sue parole sono sottoposte, decide di non tentare più di spiegarsi diversamente, ma sceglie di cavalcare questa incomprensione. Di fronte infatti allo scandalo dei Giudei per l’identificazione di Gesù col pane vivo disceso dal cielo e per l’offerta della sua carne per la vita del mondo, ribadisce ancora più esplicitamente la necessità, per avere la Vita, di mangiare la sua carne.
A noi forse sembra strana, se non altro esagerata, la reazione di incomprensione dei Giudei: noi infatti di fronte all’affermazione di Gesù di essere il pane disceso dal cielo e alla proposta di mangiare della sua carne per avere la Vita, istintivamente pensiamo all’eucaristia, a quel pane e a quella carne offerti per noi, e dunque non ci viene molto da “sobbalzare sulle sedie” e ci risulta per lo meno strano il vigore con cui questi reagiscono alle parole di Gesù.
Questa nostra reazione non è del tutto fuori luogo, anche Giovanni infatti, quando scrive questa parte del suo Vangelo, ha in mente la celebrazione eucaristica delle prime comunità cristiane e cioè il significato che nella prima chiesa ha assunto l’ultima cena e la morte e risurrezione di Gesù e indubbiamente si sta rivolgendo a dei cristiani: quindi forse il suo intento è quello di mostrare in chiave polemica la durezza dei Giudei o, se non altro, di usare questo escamotage letterario per invitare i suoi a riflettere sul corpo e sangue offerto da Gesù per la salvezza del mondo.
Identificare però immediatamente questo discorso giovanneo di Gesù con quella che è la nostra messa e avere reazioni di perplessità e stupore di fronte alle posizioni che assumono i Giudei, ci impedisce di metterci realisticamente nei loro panni e di entrare in quel gioco letterario in cui invece lo stesso Giovanni vuole introdurci: cioè attraverso gli occhi dei Giudei, fare, noi cristiani, la fatica di andare a capire o a ripensare quale sia il senso vero dell’eucaristia che celebriamo e in cui già crediamo. Soffermarci invece sullo scarto linguistico tra Gesù che parla e i suoi ascoltatori sempre più irrigiditi nell’incomprensione, può aiutare anche noi a capire lo spessore delle questioni in gioco, senza correre il rischio di accontentarci di risposte preconfezionate, non pensate e dunque estrinseche al nostro cuore.
Ciò che pare suscitare più clamore fra i Giudei è la pretesa di Gesù di essere mangiabile. Ciò che essi non riescono ad accettare è infatti non tanto che egli abbia un cibo per loro (avevano appena assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci reagendo molto positivamente ad essa), quanto piuttosto che sia Lui tale cibo.
E io credo che il nocciolo della questione stia proprio qui: anche a livello intraecclesiale. Il problema cioè è quale sia la pretesa (la proposta) di Gesù di fronte all’uomo e d’altra parte la riduzione di tale pretesa di cui noi continuamente siamo tentati.
Ciò che infatti Gesù propone non è un cibo, ma è se stesso come cibo; non propone una via, ma è Egli stesso via; non propone uno stile di vita, ma è Egli stesso vita; non propone una o alcune verità, ma è Egli stesso verità («Io sono la via, la verità e la vita», Gv 14,6).
Noi spesso invece, sia personalmente che ecclesialmente, siamo andati e andiamo alla ricerca di cibo da Lui, non di Lui; di indicazioni per trovare la strada, di consigli o norme per uno stile di vita, di definizioni o concetti per capire il senso della vita, ma non della via, verità e vita che Lui è.
Spesso cioè lo scollamento – che Giovanni visibilizza magistralmente in questi versetti del suo Vangelo prendendo come prototipi i Giudei – è quello tra la persona di Gesù e tutta una serie di accessori alla relazione con Lui che, se possono essere utili a favorire tale rapporto, di certo non possono sostituirlo.
Per i Giudei questo era naturale, perché di fronte avevano Colui che a loro pareva essere solo un uomo: magari un uomo un po’ speciale, un profeta, uno degno di essere fatto re, anche un uomo di Dio. Ma pur sempre un uomo, dunque uno da cui non ci si deve aspettare la salvezza, ma istruzioni per raggiungerla, consigli, indicazioni, norme, ma nulla più.
La pretesa di Gesù invece è quella di non essere un cartello indicatore della meta, ma la meta stessa. Questo è l’inaccettabile per i Giudei (che si fondano su un stretto monoteismo) e dall’altra parte è il fondamento – a volte dimentico – dei cristiani: il cristianesimo infatti non è una religione del libro o della morale, addirittura non è nemmeno una religione – ribadisce spesso mons. Coletti – ma è una fede, cioè una relazione con il Vivente. Non si fonda cioè su un insieme di precetti da rispettare, su un insieme di definizioni da apprendere, su dei traguardi graduali da raggiungere: ma sul rapporto a tu per tu di ciascuno col Signore.
Questo spesso per paura della responsabilità (nostra) o della impossibilità alla gestione di coscienze libere (dal punto di vista istituzionale) è stato storicamente adombrato, lasciato in secondo piano; non necessariamente per malizia, ma per tutta una serie di andirivieni storici, sociologici, psicologici, ecc… che non sta ora a noi ricostruire.
Ma, ad ogni modo, ogni volta che ecclesialmente o personalmente questa centralità della relazione a tu per tu col Signore va in ombra, stiamo riducendo la portata della pretesa gesuana all’uomo: se non si dà questo dialogo interiore tra la nostra libertà e la sua, ma ci si accontenta di sapere alcune cose di Lui, di applicare alcune cose che ha detto, di ripetere alcune cose che ha fatto ricadiamo nell’errore dei Giudei di cercare da Lui del cibo, ma non di assumere Lui come cibo, ci illudiamo di essere bravi cristiani, senza conoscere il nostro Signore, ci illudiamo di comportarci bene, senza andare ad indagare con Lui nell’autenticità che si denuda di fronte a chi la ama le profondità più nascoste e più tenebrose della nostra interiorità.
In altre parole, se non ci avventuriamo in questa relazione personale, ci limitiamo a credere ad un’ideologia (piuttosto che ad un’altra), sposiamo un codice etico (piuttosto che altro), seguiamo alcuni orari (piuttosto che altri), leggiamo un certo libro (piuttosto che un altro), facciamo certi gesti (piuttosto che altri), ecc… non uscendo mai da quell’estrinsecismo, da quella lontananza, da quella sensazione per cui in fin dei conti tutto questo con me non c’entri proprio niente… anzi mi passa tre metri sopra la testa e non entra mai a interrogare davvero la mia intimità, a interpellare la mia libertà, a chiedermi “Chi sono?” e “Chi voglio essere?”.
La proposta di Gesù sembra invece proprio andare contro questo modo estrinseco di vivere il rapporto col Padre, che poi è il rapporto col senso, con la vita, con la morte, con gli altri… Il suo invito è ad entrar-ci dentro, a smuoversi verso un affidamento, un lasciarsi andare, un dare credito, un fidarsi… è un invito a mangiare il cibo che dà la Vita e non tanti piccoli cibi che non saziano, a puntare alto, a puntare al centro, senza disperdersi – per paura di non farcela o di essere ingannati – alle tante proposte periferiche che non sono mai definitive… è un invito a giocarsi per Lui, ad accettare la sua pretesa di essere via, verità e vita nostra… è un invito ad accogliere questo sguardo alto sull’uomo, chiamato non a sentir parlare di Dio, non a fare cose per Lui, non a parlargli per interposta persona, ma a vivere della relazione personalissima con Lui.
Se non avremo il coraggio di questo rapporto (sia di attuarlo come singoli, sia di permetterlo e favorirlo come Chiesa) rimarremo con in mano una vuota struttura del sacro incapace di salvare e dunque di entusiasmare, interessare, interpellare e più che il dramma di chiese vuote, dovremo affrontare quello di vite senza Vita.
venerdì 7 agosto 2009
Io sono il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia
postato da
Mario

Gesù rispose: ...non mormorate tra voi
...quanti brontolamenti in questi racconti di fame e di pane, di carne e di manna, di cibo terreno e di cibo celeste, di sazietà e disperazione! Nel popolo, che si sente tradito, ma anche nel più grande profeta che Israele abbia mai avuto, Elia. Gli si è bloccato lo stomaco e la voglia di vivere. Anoressia e inedia spirituale. Perché la delusione è andata così in profondo che gli ha seccato le radici dell’anima: Non sono migliore dei miei padri! Se l’obiettivo delle sue violente lotte profetiche era di purificare la società ed i suoi capi da tutto ciò che è male, ambiguo e contrario alla crescita dell’uomo e ai diritti di Dio, se ha dovuto eliminare i cattivi maestri per costruire una società che i suoi padri hanno solo intravisto da lontano... allora, ritrovarsi rinchiuso nelle prigioni di prima, vedere che non si esce dal stesso cerchio che incatenava i nostri padri alle loro possibilità meschine, ristrette e precarie, lo ha ammalato di una amarezza letale. Come ogni giovane di grandi energie e presunzioni, era cresciuto dicendo: io arriverò più in là! Tetragono a chiunque tutt’intorno gli replicava aggressivamente (quasi sempre) o suggeriva dolcemente (qualcuno!): chi credi di essere? – finirai come tutti noi! Infatti l’Elia in formato più o meno ridotto, che vive dentro ciascuno di noi, se la presunzione non lo acceca del tutto, appena inoltrato nell’esperienza concreta degli anni, s’accorge che per affermare la propria visione della verità e della vita, ha mangiato e consumato quella di altri. Perché anche il più schivo di noi ha lasciato qualche ferito o sconfitto, abbandonato lungo il cammino.
provenienza e qualità...
...hanno ragione in fondo, i giudei! Qui, come in genere nel vangelo di Giovanni, si dice ‘giudei’, anche se siamo in Galilea, per indicare chi, sicuro della “provenienza genuina” della sua verità, si oppone teologicamente (ideologicamente) a qualsiasi proposta o novità non abbia lo stesso sigillo di garanzia – il suo! Di lui conosciamo padre e madre, come può dire: “sono disceso dal cielo”?! Perciò il dissidio si rivela insanabile. Li scandalizza l’affermazione di Gesù: io sono il pane disceso dal cielo. Effettivamente la “provenienza” di tipo terreno è documentabile facilmente entro la logica del mondo fisico, biologico, psichico, secondo le leggi di necessità che governano questi mondi, a portata delle misure dell’uomo. La “provenienza” spirituale è un rapporto di amore divino (dove c’è amore c’è Dio!) insondabile. È credibile, è affidabile, può esser più certo dell’esistenza di me e di te, ma non è dimostrabile con mezzi tecnici, né manipolabili da noi. Addirittura bisogna cambiare totalmente livello di esperienza e di conoscenza, per entrare in sintonia con questa lunghezza d’onda. Uno, infatti non può entrare in questo tipo di rapporto se non lo “attira”, come una calamita vivente, il Padre che mi ha inviato. Qualche barlume di ciò avviene anche nelle nostre minuscole esperienze di amore. Dunque c’è un mistero di predilezione che avvolge libertà e necessità interiore, e ottiene un consenso che trasforma la vita. È irripetibile e gratuito, non acquisibile col proprio sforzo, ma non è esclusivo di nessuno. Anzi, secondo Gesù, c’è una scuola misteriosa, di predilezione, ma aperta a tutti, profetizzata fin dai tempi dell’esilio, nella quale si “ascolta” e si “impara”, nei tempi e nei modi più diversi e personali, ad essere ammaestrati direttamente dal Padre. Naturalmente noi possiamo esserne solo segno indicatore: nessuno è abilitato ad insegnarvi, se non chi conosce di persona il Padre. Perché è lui l’oggetto e il soggetto dell’insegnamento. Attraversi colui che soltanto lui! viene da Dio e quindi ha visto il Padre. Il ragionamento, nel caratteristico stile circolare di Giovanni, sembra scorrere intercettando i vari simboli e i vari soggetti, coinvolti in questa spirale per attirarvi i “giudei” (noi!), liberarli nella mente e nel cuore dai loro fraintendimenti... e aprirli alla verità vitale di un cibo nuovo, offerto a loro e al mondo, annunciato proprio dai loro profeti, nelle scritture! Chi ci salva è solo il Padre che ha mandato il figlio suo come il maestro, perchè ha imparato dal Padre la sola “dottrina” da insegnare: che è l’intimità del Padre stesso da cui proviene – che ha un solo cibo capace di saziare finalmente la nostra fame congenita, questo : lui stesso, figlio suo, che proprio come pane per la nostra fame, è rivelazione piena del suo amore di misericordia.
provenienza e attrazione
Elia è troppo sfinito e disperato per farsi domande da dove provengano focaccia e orciolo d’acqua, quando viene svegliato e indotto a mangiare a forza... Di sicuro è roba che proviene da fuori. Ma bevendo e mangiando ritrova la voglia di vivere e camminare... Credere (mangiare, accogliere, affidarsi... a qualcosa/qualcuno che ti chiama) e rimettersi sul cammino della vita sono strettamente legati. Questo sussulto che ci fa riaccendere la spinta vitale, con un soffio che proviene da un misterioso amore di attrazione, è strettamente legato alla risurrezione, come un primo germoglio appena nato, che già quaggiù ne prefigura la forza e la qualità. Inutile e insensato (fuori sintonia) ogni scetticismo: Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Credere in lui, sotto la spinta libera, impercettibile e irresistibile del Padre, e quindi andare verso di lui, ascoltare lui, mangiare di lui, sono tutte manifestazioni convergenti dell’azione del Padre nel mondo, attraverso Gesù. Tutte seminano “adesso” dentro di noi il germe della vita eterna. Dirà infatti allo stesso modo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (54). Questa attrazione così intima che diventa segno e causa efficace di vita divina in noi e quindi fermento di risurrezione, trova il suo simbolo reale (sacramento), nella fame e nella nutrizione, nell’assimilazione e nella digestione. Diventa il luogo umano (la nostra carne fatta di spazio e di tempo e di energia) dove è innestato il fermento dinamico che trasforma una vita terrena mortale (destinata a consumarsi senza residui) in una vita mortale rigenerata e capace di risurrezione (eterna), cioè abilitata a passare attraverso la morte senza esserne svuotata, senza annichilirsi! L’attrazione ‘celeste’ di amore Paterno seminata in lei dallo Spirito del Figlio l’assorbe in sé!
pane vivo e pane morto
...io sono il pane della vita! proclama apertamente Gesù, incurante, ormai, delle ambiguità e dei fraintendimenti scandalizzati che ne seguiranno. Adesso vuole soltanto che si capisca chiaramente la verità sconvolgente della sua presenza. È nettissima la contrapposizione ad ogni altro cibo, magari necessario e utile per la vita terrena che stiamo conducendo, ma incapace di sostenerla nella sua caducità. Come si vede dall’esempio che riprende proprio dal discorso dei giudei... la manna! Prodigiosa senz’altro, ma i padri che l’hanno mangiata, sono tutti morti. Il suo pane (lui, come pane) è di tutt’altra qualità: questo è il pane disceso dal cielo, perché chi lo mangia non muoia. Questo pane infatti dà la vita, perché è vivo, è una persona vivificante. È un volto che si mette in comunione intima con te, fino a lasciarsi assimilare nello specchio dell’anima! e così attira a sé colui che entra in questa relazione con lui. Una relazione costitutiva e rigenerante tutta la persona. Il pane che viene dal cielo induce nell’amico che lo accoglie, questa qualità “celeste”. Rende capaci di cielo, cioè di eternità, chi lo “mangia”, proprio perché questa è la qualità del suo sigillo di provenienza, trasmessa in un rapporto di totale dedizione e intimità. Questa vita eterna che viene infusa in un incontro terreno tanto intimo da essere significato in un’assimilazione biologica nutritiva, vuol dire rendere capaci della stessa relazione intima col Padre, da cui viene questo “cibo inviato a noi”: ci fa diventare dunque capaci di eternità, dove amore e vita, desiderio e verità, orfanità e figliolanza si intrecciano e si compenetrano in una promessa radicata però alla terra, alla nostra e sua carne: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
...fatevi imitatori di Dio
questa dinamica di immersione nella materia di carne per attrarci nell’unico modo “terreno” (carnale) a noi accessibile, nella sua vita divina, diventa, secondo Paolo, il motore della nostra vita. Ci fa imitatori di questa vita intima di Dio, in un coinvolgimento tanto personale da “rattristare”, se non corrisposto, lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Non si diventa dolci e misericordiosi per virtù, e se è vero che comunque bisogna sforzarsi per essere tali... ognuno può costatare, passando gli anni, i magri risultati raggiunti, anche dopo qualche decennio di frequentazione cristiana. Era già un problema della chiesa nascente. Asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità... segnano solo la sfiducia profonda che ci morde e dispera nel profondo ed emerge anche nelle persone più ‘a modo’ come un’accusa più o meno inconscia (e reciproca!): nel momento della mia debolezza mi abbandonerai, per salvare te stesso! Agire diversamente, cioè amare l’altro più di sé e piuttosto lasciarsi mangiare da lui che abbandonarlo, è amore di un altro mondo! Si diventa virtuosi per nutrizione! E Paolo lo sa bene: Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Dio stesso, infatti, in lui si è fatto cibo e nutrimento perché nessuno venga meno e nessuno si lasci morire. Ma, a sua volta ognuno si faccia pane... Amare non vorrà dire, allora, andare alla ricerca (non apposta, lo fanno già le varie traversie della vita che ci è data!) di qualcuno che ci faccia diventare pane, come Gesù; ci dia il coraggio di diventare dono, come lui, di diventare gli uni per gli altri pane e sostegno, compagnia nel cammino?
...quanti brontolamenti in questi racconti di fame e di pane, di carne e di manna, di cibo terreno e di cibo celeste, di sazietà e disperazione! Nel popolo, che si sente tradito, ma anche nel più grande profeta che Israele abbia mai avuto, Elia. Gli si è bloccato lo stomaco e la voglia di vivere. Anoressia e inedia spirituale. Perché la delusione è andata così in profondo che gli ha seccato le radici dell’anima: Non sono migliore dei miei padri! Se l’obiettivo delle sue violente lotte profetiche era di purificare la società ed i suoi capi da tutto ciò che è male, ambiguo e contrario alla crescita dell’uomo e ai diritti di Dio, se ha dovuto eliminare i cattivi maestri per costruire una società che i suoi padri hanno solo intravisto da lontano... allora, ritrovarsi rinchiuso nelle prigioni di prima, vedere che non si esce dal stesso cerchio che incatenava i nostri padri alle loro possibilità meschine, ristrette e precarie, lo ha ammalato di una amarezza letale. Come ogni giovane di grandi energie e presunzioni, era cresciuto dicendo: io arriverò più in là! Tetragono a chiunque tutt’intorno gli replicava aggressivamente (quasi sempre) o suggeriva dolcemente (qualcuno!): chi credi di essere? – finirai come tutti noi! Infatti l’Elia in formato più o meno ridotto, che vive dentro ciascuno di noi, se la presunzione non lo acceca del tutto, appena inoltrato nell’esperienza concreta degli anni, s’accorge che per affermare la propria visione della verità e della vita, ha mangiato e consumato quella di altri. Perché anche il più schivo di noi ha lasciato qualche ferito o sconfitto, abbandonato lungo il cammino.
provenienza e qualità...
...hanno ragione in fondo, i giudei! Qui, come in genere nel vangelo di Giovanni, si dice ‘giudei’, anche se siamo in Galilea, per indicare chi, sicuro della “provenienza genuina” della sua verità, si oppone teologicamente (ideologicamente) a qualsiasi proposta o novità non abbia lo stesso sigillo di garanzia – il suo! Di lui conosciamo padre e madre, come può dire: “sono disceso dal cielo”?! Perciò il dissidio si rivela insanabile. Li scandalizza l’affermazione di Gesù: io sono il pane disceso dal cielo. Effettivamente la “provenienza” di tipo terreno è documentabile facilmente entro la logica del mondo fisico, biologico, psichico, secondo le leggi di necessità che governano questi mondi, a portata delle misure dell’uomo. La “provenienza” spirituale è un rapporto di amore divino (dove c’è amore c’è Dio!) insondabile. È credibile, è affidabile, può esser più certo dell’esistenza di me e di te, ma non è dimostrabile con mezzi tecnici, né manipolabili da noi. Addirittura bisogna cambiare totalmente livello di esperienza e di conoscenza, per entrare in sintonia con questa lunghezza d’onda. Uno, infatti non può entrare in questo tipo di rapporto se non lo “attira”, come una calamita vivente, il Padre che mi ha inviato. Qualche barlume di ciò avviene anche nelle nostre minuscole esperienze di amore. Dunque c’è un mistero di predilezione che avvolge libertà e necessità interiore, e ottiene un consenso che trasforma la vita. È irripetibile e gratuito, non acquisibile col proprio sforzo, ma non è esclusivo di nessuno. Anzi, secondo Gesù, c’è una scuola misteriosa, di predilezione, ma aperta a tutti, profetizzata fin dai tempi dell’esilio, nella quale si “ascolta” e si “impara”, nei tempi e nei modi più diversi e personali, ad essere ammaestrati direttamente dal Padre. Naturalmente noi possiamo esserne solo segno indicatore: nessuno è abilitato ad insegnarvi, se non chi conosce di persona il Padre. Perché è lui l’oggetto e il soggetto dell’insegnamento. Attraversi colui che soltanto lui! viene da Dio e quindi ha visto il Padre. Il ragionamento, nel caratteristico stile circolare di Giovanni, sembra scorrere intercettando i vari simboli e i vari soggetti, coinvolti in questa spirale per attirarvi i “giudei” (noi!), liberarli nella mente e nel cuore dai loro fraintendimenti... e aprirli alla verità vitale di un cibo nuovo, offerto a loro e al mondo, annunciato proprio dai loro profeti, nelle scritture! Chi ci salva è solo il Padre che ha mandato il figlio suo come il maestro, perchè ha imparato dal Padre la sola “dottrina” da insegnare: che è l’intimità del Padre stesso da cui proviene – che ha un solo cibo capace di saziare finalmente la nostra fame congenita, questo : lui stesso, figlio suo, che proprio come pane per la nostra fame, è rivelazione piena del suo amore di misericordia.
provenienza e attrazione
Elia è troppo sfinito e disperato per farsi domande da dove provengano focaccia e orciolo d’acqua, quando viene svegliato e indotto a mangiare a forza... Di sicuro è roba che proviene da fuori. Ma bevendo e mangiando ritrova la voglia di vivere e camminare... Credere (mangiare, accogliere, affidarsi... a qualcosa/qualcuno che ti chiama) e rimettersi sul cammino della vita sono strettamente legati. Questo sussulto che ci fa riaccendere la spinta vitale, con un soffio che proviene da un misterioso amore di attrazione, è strettamente legato alla risurrezione, come un primo germoglio appena nato, che già quaggiù ne prefigura la forza e la qualità. Inutile e insensato (fuori sintonia) ogni scetticismo: Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Credere in lui, sotto la spinta libera, impercettibile e irresistibile del Padre, e quindi andare verso di lui, ascoltare lui, mangiare di lui, sono tutte manifestazioni convergenti dell’azione del Padre nel mondo, attraverso Gesù. Tutte seminano “adesso” dentro di noi il germe della vita eterna. Dirà infatti allo stesso modo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (54). Questa attrazione così intima che diventa segno e causa efficace di vita divina in noi e quindi fermento di risurrezione, trova il suo simbolo reale (sacramento), nella fame e nella nutrizione, nell’assimilazione e nella digestione. Diventa il luogo umano (la nostra carne fatta di spazio e di tempo e di energia) dove è innestato il fermento dinamico che trasforma una vita terrena mortale (destinata a consumarsi senza residui) in una vita mortale rigenerata e capace di risurrezione (eterna), cioè abilitata a passare attraverso la morte senza esserne svuotata, senza annichilirsi! L’attrazione ‘celeste’ di amore Paterno seminata in lei dallo Spirito del Figlio l’assorbe in sé!
pane vivo e pane morto
...io sono il pane della vita! proclama apertamente Gesù, incurante, ormai, delle ambiguità e dei fraintendimenti scandalizzati che ne seguiranno. Adesso vuole soltanto che si capisca chiaramente la verità sconvolgente della sua presenza. È nettissima la contrapposizione ad ogni altro cibo, magari necessario e utile per la vita terrena che stiamo conducendo, ma incapace di sostenerla nella sua caducità. Come si vede dall’esempio che riprende proprio dal discorso dei giudei... la manna! Prodigiosa senz’altro, ma i padri che l’hanno mangiata, sono tutti morti. Il suo pane (lui, come pane) è di tutt’altra qualità: questo è il pane disceso dal cielo, perché chi lo mangia non muoia. Questo pane infatti dà la vita, perché è vivo, è una persona vivificante. È un volto che si mette in comunione intima con te, fino a lasciarsi assimilare nello specchio dell’anima! e così attira a sé colui che entra in questa relazione con lui. Una relazione costitutiva e rigenerante tutta la persona. Il pane che viene dal cielo induce nell’amico che lo accoglie, questa qualità “celeste”. Rende capaci di cielo, cioè di eternità, chi lo “mangia”, proprio perché questa è la qualità del suo sigillo di provenienza, trasmessa in un rapporto di totale dedizione e intimità. Questa vita eterna che viene infusa in un incontro terreno tanto intimo da essere significato in un’assimilazione biologica nutritiva, vuol dire rendere capaci della stessa relazione intima col Padre, da cui viene questo “cibo inviato a noi”: ci fa diventare dunque capaci di eternità, dove amore e vita, desiderio e verità, orfanità e figliolanza si intrecciano e si compenetrano in una promessa radicata però alla terra, alla nostra e sua carne: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
...fatevi imitatori di Dio
questa dinamica di immersione nella materia di carne per attrarci nell’unico modo “terreno” (carnale) a noi accessibile, nella sua vita divina, diventa, secondo Paolo, il motore della nostra vita. Ci fa imitatori di questa vita intima di Dio, in un coinvolgimento tanto personale da “rattristare”, se non corrisposto, lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Non si diventa dolci e misericordiosi per virtù, e se è vero che comunque bisogna sforzarsi per essere tali... ognuno può costatare, passando gli anni, i magri risultati raggiunti, anche dopo qualche decennio di frequentazione cristiana. Era già un problema della chiesa nascente. Asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità... segnano solo la sfiducia profonda che ci morde e dispera nel profondo ed emerge anche nelle persone più ‘a modo’ come un’accusa più o meno inconscia (e reciproca!): nel momento della mia debolezza mi abbandonerai, per salvare te stesso! Agire diversamente, cioè amare l’altro più di sé e piuttosto lasciarsi mangiare da lui che abbandonarlo, è amore di un altro mondo! Si diventa virtuosi per nutrizione! E Paolo lo sa bene: Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Dio stesso, infatti, in lui si è fatto cibo e nutrimento perché nessuno venga meno e nessuno si lasci morire. Ma, a sua volta ognuno si faccia pane... Amare non vorrà dire, allora, andare alla ricerca (non apposta, lo fanno già le varie traversie della vita che ci è data!) di qualcuno che ci faccia diventare pane, come Gesù; ci dia il coraggio di diventare dono, come lui, di diventare gli uni per gli altri pane e sostegno, compagnia nel cammino?
giovedì 6 agosto 2009
La volontà di Dio di dare la vita all'uomo e il desiderio dell'uomo di darsi la morte
postato da
Mario
In questa diciottesima domenica del tempo ordinario, la liturgia ci propone la prosecuzione del discorso di Giovanni 6 sul pane del cielo.
Rispetto a domenica scorsa c’è un salto di 5 versetti (Gv 6,36-40), quelli che completavano l’affermazione di Gesù, in cui Egli si identificava col pane della vita. Il brano odierno infatti riparte con le reazioni che tale identificazione aveva suscitato nei Giudei: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”».
Vale comunque la pena di andare a rileggere i versetti che il liturgista omette, perché in particolare verso la fine, essi forniscono una possibile chiave di lettura per quanto segue: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Sono versetti strategici perché mettono in luce la dinamica del discorso seguente, in particolare nella contrapposizione tra punto di vista dell’uomo e punto di vista di Dio.
Innanzitutto in questi versetti è esplicitata la “volontà di Dio”. Quest’ultima è una categoria iper usata, tanto da risultare abusata e addirittura travisata. Di fronte a tale locuzione infatti immediatamente in noi sorge il timore di non riuscire a comprenderla (Cosa vuole Dio da me?) e dunque a compierla (Cosa devo fare per adempiere tale volontà?), con l’esito di vivere sempre nell’incertezza sulla volubilità del giudizio di Dio (L’avrò accontentato? Mi sarò guadagnato il paradiso? Oppure no?). Questa infantile e un po’ forzata – ma molto reale – ricostruzione della nostra idea immediata di “volontà di Dio”, contrasta però in maniera inconciliabile con quella che Gesù ritiene essere tale volontà: «questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
La prospettiva di Gesù, che – a suo dire – coincide con quella del Padre, ha infatti un’impostazione positiva: è riaffermato inequivocabilmente il desiderio di vita che Dio ha per l’uomo. Nessuna ambiguità, nessuna doppia faccia, solo il desiderio che i suoi figli abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).
A fronte cioè dell’insanabile sospetto dell’uomo – che l’immagine biblica dice introdotto dal serpente – che la volontà di Dio «invece che il simbolo della [sua] solidarietà, sia il segno di un’oscura prevaricazione», che «dietro un volto apparentemente buono e promettente» Dio «ne celi forse uno inquietante e minaccioso», Gesù ribadisce con indiscutibile univocità che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente». E questo prende evidenza pratica soprattutto nell’atto del dare vita, dove «risplende sempre immediatamente il fondamento: nel generare e nel nutrire, nel far vedere cose belle e nel far ascoltare notizie buone, nella cura e nella guarigione, nella risurrezione e nel perdono», lì prende corpo la certezza della differenza tra il fondamento come dominio (quello dell’uomo e che egli attribuisce a Dio) e il fondamento come dedizione (Dio).
Il Dio di Gesù è dunque incontrovertibilmente il Dio della Vita. Lo dice l’intelligenza delle scritture evangeliche, lo ribadiscono i versetti omessi dal liturgista, lo confermano quelli del brano odierno: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
Al di là della domanda di profilo storico sul come abbiamo fatto in duemila anni a oscurare tale evidenza, tanto da aver re-introdotto pressoché tutte le ambiguità pre-cristiane sul volto di Dio, resta comunque aperto il quesito se tale “travisamento” sia dovuto solo a processi storici, scelte sbagliate di alcuni, desiderio di potere di altri (ecc…), o se – più radicalmente – dentro a tutto questo e senza venir meno ad una seria presa di responsabilità in proposito – non ci sia una strutturale fatica umana a dar credito a tale paternità. Che l’indagine debba andare in questa direzione, lo suggerisce soprattutto il continuo ritornare delle parole di Gesù sulla necessità di credere: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete», «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».
È come se il contrasto letterario tra prospettiva dell’uomo e prospettiva di Dio fosse tutta in questi due poli: la fatica dell’uomo a credere nella vita, con il suo conseguente desiderio di morte, e la volontà di Dio di dare Vita all’uomo, con il conseguente desiderio di nutrirlo. Ma perché l’uomo desidera morire? E in che senso?
Lo mettono in luce bene sia la prima lettura con la presentazione di Elia, che «desideroso di morire», disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri», sia le mormorazioni raccontate nel vangelo, sia l’asprezza, lo sdegno, l’ira, le grida, le maldicenze e le malignità di cui racconta Paolo.
Dietro tutti questi atteggiamenti sta infatti lo stesso percorso interiore: l’interruzione del credito dato alla vita.
Perché Elia vuole morire? Non perché ritenga la morte più auspicabile della vita, ma perché ritiene quest’ultima non più degna di credito, che è il “ragionamento” di ogni aspirante suicida, come attestava già De Andrè nella sua Preghiera in Gennaio: «Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo in mezzo ai santi Dio fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte». Si preferisce dunque la morte perché la vita non è più Vita.
Questo percorso interiore della sfiducia nella vita, lo si capisce ancor meglio se si va a vedere perché Elia voglia lasciarsi morire: egli ha appena saputo che la regina Gezabele vuole ucciderlo. Sembra un paradosso, eppure è proprio così: Elia decide di lasciarsi morire perché qualcuno lo vuole uccidere. Che è come dire che la vita diventa non più degna di credito quando ci si rivela che essa può essere smentita, non custodita, spazzata via; quando qualcuno o qualcosa possono metterla in questione a tal punto da annientarla.
Questo è il problema di Elia: che senso ha una vita in cui un altro può togliermela? Ma a ben guardare è il problema medesimo che soggiace alle mormorazioni, o alle maldicenze, all’asprezza, allo sdegno, ecc…: questi atteggiamenti interiori infatti rivelano solo un mettersi sulla difensiva a fronte di una vita che si è rivelata ostile, che letteralmente vuol dire nemica.
Chi infatti mormora? Chi teme di essere ingannato: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo’?”».
Chi si veste di maldicenze, malignità, ira, ecc…? Chi non è amato e non ama (due cose che van sempre insieme) al modo di Gesù: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore». Chi dunque non riconosce più la qualità sensata della vita.
Mi pare che questi esempi che la Scrittura traccia per mettere in luce questo contrasto tra desiderio di dare vita di Dio e desiderio di darsi la morte dell’uomo, siano ancora oggi molto attuali e rispondenti in qualche modo a quello che anche noi ci troviamo a vivere.
Anche a noi vien da dire “Ora basta! Desidero morire”: e non solo e non tanto in senso fisico stretto (suicidio), ma in quelle piccole morti della speranza, dell’amore, della fiducia, che ogni giorno attuiamo e che pian piano ci conducono dentro a un circolo vizioso per cui non sappiamo neanche più riconoscere le conferme della promessa che la vita ha in sé iscritta. È come se ci dessimo tante piccole morti “per protesta” contro una vita (e i suoi abitanti e i suoi meccanismi) che pare non mantenere le sue promesse, quindi in qualche modo per tentare in un ultimo disperato tentativo di far sentire la nostra disperazione, che qualcuno la veda, se ne faccia carico… in modo che qualcosa cambi, che è il senso di ogni protesta; ma poi incartati dentro alla mortifica-azione della chiusura alla vita (i piccoli/grandi baratri in cui ci richiudiamo) non sappiamo più neanche rinvenire ciò che invece dà in qualche modo ragione alla protesta e riconferma la speranza di vita: «Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò».
Solo che se da questo circuito non si esce, si rischia di rimanervi imbrigliati per la vita, con le conseguenze che Paolo lucidamente mette in chiaro: «asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze, malignità», ritrovandoci senza accorgercene inaciditi, gretti, tristi…
Eppure sia dal testo biblico che dall’esperienza quotidiana è fin troppo evidente che dalla mortificazione della fiducia nella vita, non si esce da soli: non si tratta (solo) di consolidare la propria identità, non si tratta (solo) di uno sforzo volontaristico, non si tratta (solo) di piccoli passettini di miglioramenti graduali… C’è dell’altro che deve avvenire… o meglio: è un Altro che deve venire… per Elia è l’angelo che «per la seconda volta» lo invita a mangiare (cioè a tornare a vivere), per Paolo è il preveniente amore di Cristo che sana dall’acidità, per i Giudei è Gesù che si fa cibo… è cioè l’amore sovrabbondante, gratuito e dedito incondizionatamente («il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo») che può creare quel miracolino interiore, quella svolta, per cui uno non si vota più al desiderio di morire perché la sua vita ha parlato di morte, ma si ridona alla fiducia nella vita.
Di fronte a un mondo che sempre più si popola di persone che per paura di essere “uccise” si “uccidono” – un mondo che ben lungi dall’essere fuori è ben radicato dentro alle nostre stesse case – la provocazione della Scrittura diventa duplice: È perché ci amiamo troppo poco che non siamo più in grado di far scattare questi miracolini nei cuori della gente? E per altro verso: È perché ci poniamo come irraggiungibili dall’amore che ci ritroviamo ripiegati su noi stessi?
Rispetto a domenica scorsa c’è un salto di 5 versetti (Gv 6,36-40), quelli che completavano l’affermazione di Gesù, in cui Egli si identificava col pane della vita. Il brano odierno infatti riparte con le reazioni che tale identificazione aveva suscitato nei Giudei: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”».
Vale comunque la pena di andare a rileggere i versetti che il liturgista omette, perché in particolare verso la fine, essi forniscono una possibile chiave di lettura per quanto segue: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Sono versetti strategici perché mettono in luce la dinamica del discorso seguente, in particolare nella contrapposizione tra punto di vista dell’uomo e punto di vista di Dio.
Innanzitutto in questi versetti è esplicitata la “volontà di Dio”. Quest’ultima è una categoria iper usata, tanto da risultare abusata e addirittura travisata. Di fronte a tale locuzione infatti immediatamente in noi sorge il timore di non riuscire a comprenderla (Cosa vuole Dio da me?) e dunque a compierla (Cosa devo fare per adempiere tale volontà?), con l’esito di vivere sempre nell’incertezza sulla volubilità del giudizio di Dio (L’avrò accontentato? Mi sarò guadagnato il paradiso? Oppure no?). Questa infantile e un po’ forzata – ma molto reale – ricostruzione della nostra idea immediata di “volontà di Dio”, contrasta però in maniera inconciliabile con quella che Gesù ritiene essere tale volontà: «questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
La prospettiva di Gesù, che – a suo dire – coincide con quella del Padre, ha infatti un’impostazione positiva: è riaffermato inequivocabilmente il desiderio di vita che Dio ha per l’uomo. Nessuna ambiguità, nessuna doppia faccia, solo il desiderio che i suoi figli abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).
A fronte cioè dell’insanabile sospetto dell’uomo – che l’immagine biblica dice introdotto dal serpente – che la volontà di Dio «invece che il simbolo della [sua] solidarietà, sia il segno di un’oscura prevaricazione», che «dietro un volto apparentemente buono e promettente» Dio «ne celi forse uno inquietante e minaccioso», Gesù ribadisce con indiscutibile univocità che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente». E questo prende evidenza pratica soprattutto nell’atto del dare vita, dove «risplende sempre immediatamente il fondamento: nel generare e nel nutrire, nel far vedere cose belle e nel far ascoltare notizie buone, nella cura e nella guarigione, nella risurrezione e nel perdono», lì prende corpo la certezza della differenza tra il fondamento come dominio (quello dell’uomo e che egli attribuisce a Dio) e il fondamento come dedizione (Dio).
Il Dio di Gesù è dunque incontrovertibilmente il Dio della Vita. Lo dice l’intelligenza delle scritture evangeliche, lo ribadiscono i versetti omessi dal liturgista, lo confermano quelli del brano odierno: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
Al di là della domanda di profilo storico sul come abbiamo fatto in duemila anni a oscurare tale evidenza, tanto da aver re-introdotto pressoché tutte le ambiguità pre-cristiane sul volto di Dio, resta comunque aperto il quesito se tale “travisamento” sia dovuto solo a processi storici, scelte sbagliate di alcuni, desiderio di potere di altri (ecc…), o se – più radicalmente – dentro a tutto questo e senza venir meno ad una seria presa di responsabilità in proposito – non ci sia una strutturale fatica umana a dar credito a tale paternità. Che l’indagine debba andare in questa direzione, lo suggerisce soprattutto il continuo ritornare delle parole di Gesù sulla necessità di credere: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete», «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».
È come se il contrasto letterario tra prospettiva dell’uomo e prospettiva di Dio fosse tutta in questi due poli: la fatica dell’uomo a credere nella vita, con il suo conseguente desiderio di morte, e la volontà di Dio di dare Vita all’uomo, con il conseguente desiderio di nutrirlo. Ma perché l’uomo desidera morire? E in che senso?
Lo mettono in luce bene sia la prima lettura con la presentazione di Elia, che «desideroso di morire», disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri», sia le mormorazioni raccontate nel vangelo, sia l’asprezza, lo sdegno, l’ira, le grida, le maldicenze e le malignità di cui racconta Paolo.
Dietro tutti questi atteggiamenti sta infatti lo stesso percorso interiore: l’interruzione del credito dato alla vita.
Perché Elia vuole morire? Non perché ritenga la morte più auspicabile della vita, ma perché ritiene quest’ultima non più degna di credito, che è il “ragionamento” di ogni aspirante suicida, come attestava già De Andrè nella sua Preghiera in Gennaio: «Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo in mezzo ai santi Dio fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte». Si preferisce dunque la morte perché la vita non è più Vita.
Questo percorso interiore della sfiducia nella vita, lo si capisce ancor meglio se si va a vedere perché Elia voglia lasciarsi morire: egli ha appena saputo che la regina Gezabele vuole ucciderlo. Sembra un paradosso, eppure è proprio così: Elia decide di lasciarsi morire perché qualcuno lo vuole uccidere. Che è come dire che la vita diventa non più degna di credito quando ci si rivela che essa può essere smentita, non custodita, spazzata via; quando qualcuno o qualcosa possono metterla in questione a tal punto da annientarla.
Questo è il problema di Elia: che senso ha una vita in cui un altro può togliermela? Ma a ben guardare è il problema medesimo che soggiace alle mormorazioni, o alle maldicenze, all’asprezza, allo sdegno, ecc…: questi atteggiamenti interiori infatti rivelano solo un mettersi sulla difensiva a fronte di una vita che si è rivelata ostile, che letteralmente vuol dire nemica.
Chi infatti mormora? Chi teme di essere ingannato: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo’?”».
Chi si veste di maldicenze, malignità, ira, ecc…? Chi non è amato e non ama (due cose che van sempre insieme) al modo di Gesù: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore». Chi dunque non riconosce più la qualità sensata della vita.
Mi pare che questi esempi che la Scrittura traccia per mettere in luce questo contrasto tra desiderio di dare vita di Dio e desiderio di darsi la morte dell’uomo, siano ancora oggi molto attuali e rispondenti in qualche modo a quello che anche noi ci troviamo a vivere.
Anche a noi vien da dire “Ora basta! Desidero morire”: e non solo e non tanto in senso fisico stretto (suicidio), ma in quelle piccole morti della speranza, dell’amore, della fiducia, che ogni giorno attuiamo e che pian piano ci conducono dentro a un circolo vizioso per cui non sappiamo neanche più riconoscere le conferme della promessa che la vita ha in sé iscritta. È come se ci dessimo tante piccole morti “per protesta” contro una vita (e i suoi abitanti e i suoi meccanismi) che pare non mantenere le sue promesse, quindi in qualche modo per tentare in un ultimo disperato tentativo di far sentire la nostra disperazione, che qualcuno la veda, se ne faccia carico… in modo che qualcosa cambi, che è il senso di ogni protesta; ma poi incartati dentro alla mortifica-azione della chiusura alla vita (i piccoli/grandi baratri in cui ci richiudiamo) non sappiamo più neanche rinvenire ciò che invece dà in qualche modo ragione alla protesta e riconferma la speranza di vita: «Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò».
Solo che se da questo circuito non si esce, si rischia di rimanervi imbrigliati per la vita, con le conseguenze che Paolo lucidamente mette in chiaro: «asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze, malignità», ritrovandoci senza accorgercene inaciditi, gretti, tristi…
Eppure sia dal testo biblico che dall’esperienza quotidiana è fin troppo evidente che dalla mortificazione della fiducia nella vita, non si esce da soli: non si tratta (solo) di consolidare la propria identità, non si tratta (solo) di uno sforzo volontaristico, non si tratta (solo) di piccoli passettini di miglioramenti graduali… C’è dell’altro che deve avvenire… o meglio: è un Altro che deve venire… per Elia è l’angelo che «per la seconda volta» lo invita a mangiare (cioè a tornare a vivere), per Paolo è il preveniente amore di Cristo che sana dall’acidità, per i Giudei è Gesù che si fa cibo… è cioè l’amore sovrabbondante, gratuito e dedito incondizionatamente («il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo») che può creare quel miracolino interiore, quella svolta, per cui uno non si vota più al desiderio di morire perché la sua vita ha parlato di morte, ma si ridona alla fiducia nella vita.
Di fronte a un mondo che sempre più si popola di persone che per paura di essere “uccise” si “uccidono” – un mondo che ben lungi dall’essere fuori è ben radicato dentro alle nostre stesse case – la provocazione della Scrittura diventa duplice: È perché ci amiamo troppo poco che non siamo più in grado di far scattare questi miracolini nei cuori della gente? E per altro verso: È perché ci poniamo come irraggiungibili dall’amore che ci ritroviamo ripiegati su noi stessi?
venerdì 26 giugno 2009
Chi è dunque costui?... che le forze della malattia e della morte gli obbediscono?
postato da
Mario

Le letture odierne suscitano domande terribili. Cristo guarisce un’ammalata, risuscita una morta. Questa è la sua professione. Perché poi, dopo di lui, gli uomini devono ammalarsi di nuovo e tutti devono morire? Dio vuole la morte? Se nulla cambia in questo mondo, per che cosa Cristo è venuto? (Balthasar). Marco prosegue la sua inchiesta sconvolgente di Gesù: incontra due donne, ferite a morte dalla paura della vita e nella loro disgrazia risuona la stessa tragica domanda della tempesta sul lago: Signore, ti importa che noi moriamo ? – t’importa che la malattia e la morte prosciughino la sorgente della vita?
le creature del mondo sono portatrici di salvezza…
Un’affermazione sbalorditiva, che sembra smentita dalla malattia e dalla morte, ma ha una sua verità confortante e luminosa. Tutto ciò che ci fa nascere e ci mantiene in vita, ci è offerto da questo tessuto di cose, di persone e di energia nel quale siamo nati e che ci nutre e sostiene. Poi impareremo presto che il tessuto è fragile, liso e corroso in tante parti e destinato a consumarsi del tutto. Scientificamente (sul piano della necessità fisico biologica) è evidente e inconfutabile: la vita finisce!… e anche il mondo che l’ha prodotta ha dentro di sé la consunzione. Chi ha voluto la morte? Dio infatti ha creato tutto per l'esistenza; Dio ha messo in essere un sistema complesso che noi chiamiamo “mondo”, frutto di un immenso scambio energetico in continua espansione dall’immensità astrale o subatomica, al livello biologica e finalmente psichico… in milioni di anni. Fino alla vita umana!... e qui è emersa la possibilità assolutamente nuova, (la pienezza dei tempi dell’attesa biblica), cioè la vita spirituale: un livello o una qualità di umanità, che pur totalmente immersa e condizionata dai precedenti livelli di vita dai quali proviene… si emancipa in qualche modo dalla necessità e apre spiragli di consapevolezza, di libertà, di amore… Qui diventa vera, possibile all’uomo la speranza incredibile di una vita non legata alla deperibilità della materia: Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità! non ovviamente nel sogno illusorio di sfuggire alla morte biologica, inevitabile per ogni essere “mondano” (o di carne, nel linguaggio biblico), ma per il prodursi di questo vero miracolo misteriosamente comunicato a tutti in Cristo. Nella nostra vita umana destinata alla morte biologica, è seminata una qualità nuova, un germoglio, che, superando la paura della morte, diventa capace di sorpassarla: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. …Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. …Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati … Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,43ss).
«Non temere, continua solo ad aver fede!»
Ogni malattia è già un prodromo dell’incubo della morte. Mette in dubbio la speranza e il senso stesso della vita nostra e di chi amiamo. Perciò ci turba senza rimedio. Quando la malattia diventa morte, tutti perdono ogni speranza residua, anche nei poteri indecifrabili delle medicine e dei taumaturghi. Il racconto di Marco, come buona notizia di salvezza, è arrivato ad un punto “morto”. Gesù incontra gente che muore! Non può evitare il problema. Ma Gesù ha un atteggiamento assolutamente nuovo verso la morte: pur soffrendo e piangendo , quando la incontra, è però tranquillo, quasi connivente, e ne assume la necessità. Dice che è sonno, transito temporaneo – come se alla morte, infine, si debba consegnare proprio ciò che la morte vuol portare via, la vita biologica, non la vita più vera che intanto è germogliata nella vita biologica, e si è fatta più o meno consistente, nella vita di ognuno. Non temere, continua solo ad aver fede! La fede richiesta da Gesù in lui stesso, salvatore della vita, vuol dire: credi che è l’amore che è onnipotente, non la malattia e neanche la morte, né il potere, che cerca di accecarne l’angoscia – pronto a svendere tutto per prolungare la vita a tutti i costi? Credi che il bene supremo da salvaguardare non è la salute fisica o la vita biologica o la stima o il piacere o i soldi, ma il legame a lui, per seguirlo nella via della salvezza? Come per l’emorroissa: … se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata! La morte non è vinta per il fatto che Gesù evita la morte (di fatto morirà e di morte violenta!), ma perché non se ne è lasciato asservire, ha vinto la paura della morte affermando l’amore fin dentro la morte.
L’emorroissa e l’anoressica risanate: la donna simbolo del percorso cristiano…
La donna, in questa pagina del vangelo, è posta sul crinale della salvezza o perdizione dell’umanità. La madre dei viventi, piccola o malata, si rifiuta alla vita, non riesce ad assumerne e portarne il peso di responsabilità e di sofferenza (la piccola), o si disperde nel consumo sterile di sé, senza amore, senza un volto per cui vivere a e a cui donarsi (la grande). L’evangelista ricorda, dopo la guarigione/risurrezione della fanciulla dodicenne: “e Gesù ordinò che le fosse dato da mangiare”, configurando, per usare le nostre parole, una diagnosi di anoressia mortale. Non sarà che l’anoressica non vuol mangiare perché ha intuito che la vita che è chiamata a tramandare sarà svuotata e appiattita su valori inconsistenti (mortiferi) – e si rifiuta di assumerli?… E Gesù raccomanda, dopo averla richiamata alla vita, che bisognerà re/insegnarle a mangiare, dunque a distinguere cosa mangiare. Fa propaganda anticipata del suo prodotto eucaristico: un mangiare, del resto, quello proposto da lui, che sembra ancor più tossico degli altri, perché è il memoriale della sua passione e morte, come dono di sé, ma è ciò che rende la carne mortale capace di eternità, ciò che risponde davvero all’anelito più profonda che, disatteso, ha bloccato la ragazza… E proprio mentre s’avvia a guarire la fanciulla che fugge dalla vita, lo sta cercando, di nascosto per la vergogna, l’emorroissa, la donna che sta “sprecando” la sua vita – il sangue, i soldi, la speranza! Gesù ne è colpito (chi mi ha toccato? … una donna, che da dodici anni – l’età della bambina! – soffriva un flusso di sangue). Questa donna che ha già fatta e in qualche modo superata l’esperienza atroce della bambina, è diventata grande ed ha già sperimentato nel suo corpo di donna che tutto si consuma e non c’è cibo o valore o medicina o altro rimedio o che possa “esser contenuto dentro di noi” per costruire qualcosa in noi stessi e di noi stessi che duri per sempre. Ha sentito di Gesù, delle sue parole e della sua misericordia guaritrice. Vuole provare a cercarlo e toccarlo, come estrema risorsa. Ma Gesù non dà rimedi senza guardarti in faccia, a costo di aspettare per anni e perdersi in tentativi innumerevoli e fughe infinite, che la nostra paura più o meno consapevole si inventa. Gesù vuole guardarla e parlarle, perché il suo rimedio non è una medicina o un espediente magico … ma la comunione amicale con lui. Allora, dopo una vita a cercarlo, una forza esce da lui, che le fa sentire nel suo corpo che era guarita…
Conoscete infatti la grazia del Signore…
Qual è il meccanismo, la nuova dinamica vitale seminata da Gesù nel cuore dell’umanità, per superare la paralisi o l’emorragia dell’energia della vita, che la paura atavica della morte induce in ognuno? È il motore di partenza che ha creato per amore il mondo, ma infine ha voluto manifestarsi nella discesa di Dio stesso nel mondo: da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…. Queste donne guarite da Gesù portano misteriosamente nel loro corpo le stimmate del dramma dell’umanità e della sconvolgente risposta di Gesù: nell’amore che accetta la precarietà fragile della natura di carne di cui siamo fatti, sta il segreto del superamento della paura di morire: non c’è amore più grande che dare la vita... per questo nel cammino di guarigione della donna è il luogo e il segno – il sacramento naturale – del rapporto di Gesù con la sua chiesa.
le creature del mondo sono portatrici di salvezza…
Un’affermazione sbalorditiva, che sembra smentita dalla malattia e dalla morte, ma ha una sua verità confortante e luminosa. Tutto ciò che ci fa nascere e ci mantiene in vita, ci è offerto da questo tessuto di cose, di persone e di energia nel quale siamo nati e che ci nutre e sostiene. Poi impareremo presto che il tessuto è fragile, liso e corroso in tante parti e destinato a consumarsi del tutto. Scientificamente (sul piano della necessità fisico biologica) è evidente e inconfutabile: la vita finisce!… e anche il mondo che l’ha prodotta ha dentro di sé la consunzione. Chi ha voluto la morte? Dio infatti ha creato tutto per l'esistenza; Dio ha messo in essere un sistema complesso che noi chiamiamo “mondo”, frutto di un immenso scambio energetico in continua espansione dall’immensità astrale o subatomica, al livello biologica e finalmente psichico… in milioni di anni. Fino alla vita umana!... e qui è emersa la possibilità assolutamente nuova, (la pienezza dei tempi dell’attesa biblica), cioè la vita spirituale: un livello o una qualità di umanità, che pur totalmente immersa e condizionata dai precedenti livelli di vita dai quali proviene… si emancipa in qualche modo dalla necessità e apre spiragli di consapevolezza, di libertà, di amore… Qui diventa vera, possibile all’uomo la speranza incredibile di una vita non legata alla deperibilità della materia: Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità! non ovviamente nel sogno illusorio di sfuggire alla morte biologica, inevitabile per ogni essere “mondano” (o di carne, nel linguaggio biblico), ma per il prodursi di questo vero miracolo misteriosamente comunicato a tutti in Cristo. Nella nostra vita umana destinata alla morte biologica, è seminata una qualità nuova, un germoglio, che, superando la paura della morte, diventa capace di sorpassarla: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. …Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. …Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati … Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,43ss).
«Non temere, continua solo ad aver fede!»
Ogni malattia è già un prodromo dell’incubo della morte. Mette in dubbio la speranza e il senso stesso della vita nostra e di chi amiamo. Perciò ci turba senza rimedio. Quando la malattia diventa morte, tutti perdono ogni speranza residua, anche nei poteri indecifrabili delle medicine e dei taumaturghi. Il racconto di Marco, come buona notizia di salvezza, è arrivato ad un punto “morto”. Gesù incontra gente che muore! Non può evitare il problema. Ma Gesù ha un atteggiamento assolutamente nuovo verso la morte: pur soffrendo e piangendo , quando la incontra, è però tranquillo, quasi connivente, e ne assume la necessità. Dice che è sonno, transito temporaneo – come se alla morte, infine, si debba consegnare proprio ciò che la morte vuol portare via, la vita biologica, non la vita più vera che intanto è germogliata nella vita biologica, e si è fatta più o meno consistente, nella vita di ognuno. Non temere, continua solo ad aver fede! La fede richiesta da Gesù in lui stesso, salvatore della vita, vuol dire: credi che è l’amore che è onnipotente, non la malattia e neanche la morte, né il potere, che cerca di accecarne l’angoscia – pronto a svendere tutto per prolungare la vita a tutti i costi? Credi che il bene supremo da salvaguardare non è la salute fisica o la vita biologica o la stima o il piacere o i soldi, ma il legame a lui, per seguirlo nella via della salvezza? Come per l’emorroissa: … se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata! La morte non è vinta per il fatto che Gesù evita la morte (di fatto morirà e di morte violenta!), ma perché non se ne è lasciato asservire, ha vinto la paura della morte affermando l’amore fin dentro la morte.
L’emorroissa e l’anoressica risanate: la donna simbolo del percorso cristiano…
La donna, in questa pagina del vangelo, è posta sul crinale della salvezza o perdizione dell’umanità. La madre dei viventi, piccola o malata, si rifiuta alla vita, non riesce ad assumerne e portarne il peso di responsabilità e di sofferenza (la piccola), o si disperde nel consumo sterile di sé, senza amore, senza un volto per cui vivere a e a cui donarsi (la grande). L’evangelista ricorda, dopo la guarigione/risurrezione della fanciulla dodicenne: “e Gesù ordinò che le fosse dato da mangiare”, configurando, per usare le nostre parole, una diagnosi di anoressia mortale. Non sarà che l’anoressica non vuol mangiare perché ha intuito che la vita che è chiamata a tramandare sarà svuotata e appiattita su valori inconsistenti (mortiferi) – e si rifiuta di assumerli?… E Gesù raccomanda, dopo averla richiamata alla vita, che bisognerà re/insegnarle a mangiare, dunque a distinguere cosa mangiare. Fa propaganda anticipata del suo prodotto eucaristico: un mangiare, del resto, quello proposto da lui, che sembra ancor più tossico degli altri, perché è il memoriale della sua passione e morte, come dono di sé, ma è ciò che rende la carne mortale capace di eternità, ciò che risponde davvero all’anelito più profonda che, disatteso, ha bloccato la ragazza… E proprio mentre s’avvia a guarire la fanciulla che fugge dalla vita, lo sta cercando, di nascosto per la vergogna, l’emorroissa, la donna che sta “sprecando” la sua vita – il sangue, i soldi, la speranza! Gesù ne è colpito (chi mi ha toccato? … una donna, che da dodici anni – l’età della bambina! – soffriva un flusso di sangue). Questa donna che ha già fatta e in qualche modo superata l’esperienza atroce della bambina, è diventata grande ed ha già sperimentato nel suo corpo di donna che tutto si consuma e non c’è cibo o valore o medicina o altro rimedio o che possa “esser contenuto dentro di noi” per costruire qualcosa in noi stessi e di noi stessi che duri per sempre. Ha sentito di Gesù, delle sue parole e della sua misericordia guaritrice. Vuole provare a cercarlo e toccarlo, come estrema risorsa. Ma Gesù non dà rimedi senza guardarti in faccia, a costo di aspettare per anni e perdersi in tentativi innumerevoli e fughe infinite, che la nostra paura più o meno consapevole si inventa. Gesù vuole guardarla e parlarle, perché il suo rimedio non è una medicina o un espediente magico … ma la comunione amicale con lui. Allora, dopo una vita a cercarlo, una forza esce da lui, che le fa sentire nel suo corpo che era guarita…
Conoscete infatti la grazia del Signore…
Qual è il meccanismo, la nuova dinamica vitale seminata da Gesù nel cuore dell’umanità, per superare la paralisi o l’emorragia dell’energia della vita, che la paura atavica della morte induce in ognuno? È il motore di partenza che ha creato per amore il mondo, ma infine ha voluto manifestarsi nella discesa di Dio stesso nel mondo: da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini…. Queste donne guarite da Gesù portano misteriosamente nel loro corpo le stimmate del dramma dell’umanità e della sconvolgente risposta di Gesù: nell’amore che accetta la precarietà fragile della natura di carne di cui siamo fatti, sta il segreto del superamento della paura di morire: non c’è amore più grande che dare la vita... per questo nel cammino di guarigione della donna è il luogo e il segno – il sacramento naturale – del rapporto di Gesù con la sua chiesa.
venerdì 8 maggio 2009
Diventare suoi discepoli: il frutto della risurrezione
postato da
Mario

Sull’immagine biblica della Vigna converge il fascino dell’antica appassionata promessa di Dio di accudire l’uomo e insieme lo scoramento del cuore dell’uomo nel rifiuto di Dio o comunque nell’incapacità a intendersi con lui e dare frutti adeguati al suo amore! Piantare una vigna è una sfida di amore alla vita, al futuro, perché esige cura e passione, fa parte della casa e del pasto, si eredita come bene prezioso di famiglia, è luogo di lavoro e di incontro, di fatica e di gioia… per la vendemmia, il mosto, il vino! Ma la vigna è anche il luogo della delusione suprema di Dio e dell’uomo, il luogo del conflitto insanabile che porta all’uccisione del figlio del Signore della vigna, dopo lo sterminio dei suoi profeti (Mc12,1 e paralleli)! Dopo millenni, ancora, al nostro sguardo e alla nostra esperienza, rimane drammatico e insolubile il male nel mondo, ed ha ancora uno strascico tragico nella nostra storia l’antica disperazione di Dio, secondo il profeta: Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?... Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi (Is 5,4ss). La vigna è uno delle grandi similitudini che Gesù ha scelto per dirci con linguaggio umano, nel contesto vitale della nostra cultura mediterranea, chi è lui per noi: “IO SONO” il pane, la luce, la porta, il pastore, la via, la verità … e la vita! Oggi ci dice: io sono la “vite” vera! come ci ha detto: io sono il pane vero ,la vita vera, il vero pastore… Per annunciare che in Lui finisce la storia dell’ infedeltà dell’uomo al suo stesso Padre, che l’ha piantato nel mondo. L’Agricoltore vede finalmente una vite fedele e feconda nel Figlio, nel quale tutti noi diventiamo, come discepoli, i suoi rami, la sua vigna – il popolo nuovo, redento e fedele per sempre
… io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore!
Proprio per la sua densità di significato nel linguaggio biblico, la similitudine della vigna nel Vangelo di Giovanni contiene questa eccezionale garanzia: che da qualche parte, nel misterioso progetto di benevolenza di Dio, noi siamo radicati, vitalmente desiderati e legati da amore indissolubile, come nelle profondità della terra la vite è abbarbicata alle sue radici, che la nutrono e la fanno vivere. Non siamo orfani, isolati e abbandonati alla nostra sorte da un creatore inafferrabile e invisibile. Non siamo destinati a esaurirci nel nulla da cui siamo provenuti. Ma ancor più! L’annuncio (il Vangelo) che si fonda su questa garanzia di un legame vitale, va ben oltre. Tutta la vita di Gesù e la sua predicazione è mirata a coinvolgere l’uomo in questo progetto del Padre, realizzato finalmente nel Figlio, mandato nel mondo per salvarci. La fede dei discepoli consiste nel prendere atto di questa sorgente vitale da cui proveniamo e “rimanere” saldamente connessi ad essa. Gesù ci implora che rimaniamo in lui (8 volte in positivo e in negativo), perché solo così la sua opera di salvezza si comunica ai discepoli, i tralci di ieri e di oggi. Solo uniti al figlio siamo anche noi intimi a Dio. Rimanete in me… allora io rimango in voi … perché senza di me non potete far nulla! L’esigenza è così vitale e discriminante che sembra una minaccia, ma si tratta di conseguenza non punitiva ma naturale, vitale, come è appunto del tralcio se si stacca dalla vite: non è la vite che lo punisce, ma presto gli mancherà la linfa e si seccherà. Tutto è contenuto in un’unità di progetto, di amore vitale, di dedizione: un attaccamento esistenziale reciproco tra noi e Dio, in Cristo, che ne fa il mistero centrale del mondo e della sua storia, la convergenza in lui di tutto ciò che esiste.
se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…
Rimanere in lui non è un riferimento sentimentale, un simbolico legame di riconoscenza, ma una spinta propulsiva intima che sconvolge il cuore e la mente con un preciso nuovo progetto di vita, che è forza e modello insieme: lui e le sue Parole, lui e i suoi comandamenti, lui e il suo legame vitale al Padre. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui! Una comunione di assimilazione vitale interiorizzata dall’uomo, non una precettistica morale dall’esterno. Il discepolo si trova coinvolto attraverso questa comunione dinamica vitale, in un tessuto di relazioni vive, dove i personaggi della similitudine giocano ognuno il proprio ruolo, assumono un volto preciso nell’intreccio di amore, conoscenza e liberazione dell’uomo, che è il Regno di Dio, che cresce nella storia. Il Padre, è l’Agricoltore. Gesù, è la vite nuova nella vigna ostile del mondo. Noi, siamo i tralci chiamati a “divenire” suoi discepoli, proprio perché coinvolti e immersi nella dinamica di Cristo crocifisso e risorto, che si ripete e si comunica a noi. Lo Spirito, è il sigillo di garanzia di questa nuovo contesto di relazioni vitali, di cui dice la lettera di Giovanni: in questo riconosciamo che lui rimane in noi: dallo Spirito che ci è dato! La descrizione della presenza misteriosa di questo vitale intreccio trinitario nella nostra umile storia è descritta da Gesù con parole forti e insistenti, che possono apparire similitudini oscure, ma a chi si arrischia in quest’avventura fanno ben capire cosa gli sta avvenendo:
rimanere … in lui, anzitutto, nella sua parola, nel suo legame, che attraverso di lui ci collega al Padre. Rimanere nelle conseguenze talora dolorose della sequela del suo Vangelo. Ma rimanere anche nella scoperta progressiva e liberante che davvero quanto succede (e ci succede!) per quanto possa sembrare così avverso ed ostico, va ricompreso, pregato e vissuto come sua vera quanto imprevista risposta a ciò che chiediamo: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. Non tanto perché esaudisca i nostri desideri, che la sua Parola ci rivela piccoli e di corto respiro, ma perché li dilata secondo le sue promesse, rimettendoci in cammino verso i suoi orizzonti e dilatandoci il cuore secondo le sue misure. E così finiremo per chiedere quello che vuole lui… ed essere quindi sempre esauditi noi che, man mano che cresciamo, sappiamo sempre meno cosa domandare, e ci affidiamo all’anelito del suo Spirito, che geme in noi l’attesa del Padre nostro!
potare – Gesù stesso è stato potato così drasticamente da morirne… e solo così è stato abilitato nostra guida e salvatore. La potatura fa piangere la vite… gli taglia ogni illusione di estendersi dove la linfa naturale la spingerebbe: delusioni, lutti, malattie, ma soprattutto contrasti e conflitti e … incomprensioni, proprio con coloro che camminano con noi, nella stessa fede. Per S. Paolo il tormento dell’incomprensione delle esigenze superiori della fede da parte di chi faceva chiesa con lui, è stata la scarnificazione incessante di una vita. Il più delle volte ci ribelliamo, cerchiamo di proiettare ogni colpa nei vari soggetti coinvolti e perdiamo l’occasione di vedere la mano del Padre che taglia, pota, lega e slega, per non lasciarci nascondere ed illudere dietro il nostro fogliame infruttuoso. Una mano, la sua, talora indiscreta, se taglia non solo il tralcio che non porta frutto, ma anche ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto! Anche le opere buone può essere bene che siano tagliate!
produrre i frutti : c’è infine una realtà, sottesa tacitamente a tutta la similitudine evangelica della vite ed essenziale nella realizzazione vitale del cammino del discepolo: la linfa! Cioè lo Spirito, con il quale il Padre e il Figlio si amano, che ci tiene in vita nel legame alla Vite e al Vignaiolo, lo Spirito che piange con noi nelle nostre potature, il vero produttore dei “nostri” frutti … Solo lui può verificare in noi (come ha fatto in Gesù!) che… non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Così si avvicina la meta di ogni cammino: In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. La trasformazione che il rimanere in Gesù e l’accogliere le potature della storia, induce nel credente, lo fa “diventare” sempre più discepolo di Gesù. Vuol dire che sempre più si identifica (come il figlio) nella volontà del Padre, sempre più aumenta la sua disponibilità riconoscente ad accogliere nella vita i “diversi” progetti di Dio, che portano la salvezza al mondo… La preghiera diventa l’implorazione che attende e che fa … il Nome – il Regno – la Volontà del Padre. Questo vuol dire glorificare il Padre suo e nostro!
… la chiesa era in pace… si consolidava e camminava!
In tempi difficili e conflittuali, per la comunione ecclesiale (anche i nostri!) ci suona provocatoria e consolante insieme questa annotazione di Luca. La Chiesa si cui parla era appena uscita dalla persecuzione di Paolo stesso, e stava entrando nel conflitto interno drammatico dell’accesso dei pagani alla fede e nella persecuzione esterna di Erode, con l’assassinio di Giacomo e la dispersione dei discepoli… Ma di che pace si tratta? La chiesa vive entro una dialettica generata dai due fuochi che la tengono viva nella storia: il legame vitale al Cristo nel suo corpo che è la chiesa, attraverso la quale ci e donato Battesimo, Parola ed Eucaristia e la sollecitudine appassionata per chi è fuori della chiesa, la missione inarrestabile verso chi è lontano e diverso e rifiutato, e, proprio per questo, intimo a Gesù, che sulla croce coinvolge nell’amore del Padre persino i suoi uccisori! Infatti non saremo in pace finché non riusciremo a fare dell’umanità una sola famiglia, con tutte le creature, liberate dalla corruzione e dalla morte. Allora c’è una pace profetica, già disponibile prima della pace finale, mentre siamo ancora immersi nella complessità conflittuale e talora oppressiva della storia: purché sia sempre orientata all’universalità dell’amore. Non è la pace auto centrata e aggressiva di una setta. È una pace che per adesso è unilaterale ed eccentrica, perché non ha il baricentro in sé, ma lancia instancabilmente il ponte della benevolenza lontano da sé, presso l’altro che è ostile, dove il Padre ci aspetta. Per questo anche se i sentimenti sono feriti, le risposte deludenti, amare o aggressive… e spesso il nostro cuore ci rimprovera, perché ci sentiamo incapaci a reggere, sappiamo che Dio è più grande del nostro cuore. E tiene fede alle sue promesse!
Il segreto della Vita con la "V" maiuscola è "Rimanere in Lui"
postato da
Mario
Le letture che la Chiesa ci offre in questa quinta domenica di Pasqua, sono davvero ricchissime e bellissime. Siamo ancora all’interno della riflessione sulla risurrezione, che prosegue anche se in modalità nuove. La questione sembra infatti quella della domanda di vita del discepolo: quasi che Gesù in questo stralcio (Gv 15,1-8) del lungo discorso fatto durante l’ultima cena (Gv 13,1-17,26), voglia rispondere all’anelito più vero dell’uomo: Vivere!
E la risposta sembra essere molto perentoria: il segreto per la Vita è rimanere in Lui, proprio al modo in cui il tralcio rimane nella vite. Come infatti un tralcio non può vivere, non può ricevere linfa vitale, senza il restare ben ancorato alla sua pianta, pena il seccare, il non dare frutto e dunque l’essere tagliato e gettato nel fuoco, così l’uomo non può Vivere se non rimane in Lui, dove questo Vivere con la “V” maiuscola indica non solo e non immediatamente la vita eterna (anche! Siamo infatti sempre in una domenica di Pasqua), quanto piuttosto una diversa qualità di vita, che vale sia per l’aldiqua che per l’aldilà: una vita cristicamente piena, degna, riuscita, amata…
Il problema diventa allora cosa voglia dire questo “rimanere in Lui”: il rischio di queste pregnanti espressioni evangeliche è infatti sempre quello di risultarci vuoto, lontano, di fatto insignificante per la nostra vita quotidiana… E se anche immediatamente ci suscitano qualche emozione, spesso non riusciamo ad andare molto più in là della reazione sentimentale, umorale, superficiale… e perciò stesso, passeggera… mai veramente incidente sulla nostra vita.
La questione è infatti che cosa significhi questo “rimanere in Lui” nella concretezza delle scelte, del decidere delle cose e di noi; nel vortice quotidiano delle mille cose da fare e a cui pensare; nella drammaticità delle nostre relazioni, dei nostri affetti, delle nostre idealità…
Purtroppo su questo intreccio tra la relazione col Signore e il resto della vita, su questo impregnamento degli interstizi storici con la sua Parola, è necessario ancora soffermarsi… Proveniamo infatti da decenni (anteriori al Concilio Vaticano II) segnati da una predicazione che spesso – forse inconsciamente – riproduceva uno schema dualistico della realtà: c’era la vita “profana” – da una parte – e “le cose che riguardano Dio” – dall’altra; e l’unico legame diventava il timore che “le cose di Dio” avessero un impatto negativo sull’altra vita, quella normale, quella di tutti i giorni, quella profana, che la gente avvertiva come “più sua”: l’altra è “roba dei preti”. Tant’è vero che ancora oggi nel leggere il brano del vangelo di Giovanni proposto dalla liturgia, immediatamente certe espressioni ci rimandano a quello stesso orizzonte di senso peccaminoso-infernale: il rimanere in Gesù infatti sembrava più dovuto alla paura di fare la fine del tralcio che si secca e non produce frutto (di colui cioè che vive una vita immorale) e dunque viene tagliato e bruciato (cioè va all’inferno).
In realtà, se si osserva da vicino il discorso di Gesù, si vede con chiarezza come non vada per niente in questa direzione; e non è necessario essere esegeti per accorgersene: se infatti – anche solo ad un puro sguardo grammaticale – si leggono queste frasi senza pre-comprensioni, si evince in modo inequivocabile la positività del messaggio del Signore, il suo tentativo di infondere adesione, speranza, incoraggiamento (altro che minaccia, paura, ritorsione…).
Ma perché fare questa digressione sul passato e non andare dritti alla risposta alla domanda: Cosa significa “rimanere in Lui”? Perché forse la nostra forma mentis (nostra sia in senso personale che ecclesiale) è ancora troppo pre-conciliare…
Da un lato infatti questo emerge – come detto – dal fatto che anche a noi viene subito in mente la lettura peccaminoso-infernale descritta sopra (“rimanere in Lui” vuol dire non far la fine del tralcio che si secca); dall’altro, perché, ad un’osservazione più approfondita, questa lettura immediata ci giunge alla mente perché la sua radice errata (il dualismo) non è ancora stata pienamente estirpata, nonostante il Concilio sia finito da quasi 45 anni…
Questa radice consiste sostanzialmente in una confusione: Gesù aveva detto «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me», aveva cioè focalizzato l’attenzione sulla nostra relazione personale con Lui e sull’impossibilità per l’uomo di un’auto-fondazione di se stesso; aveva cioè dato connotazione estremamente positiva al “rimanere in Lui”. “Rimanere in lui” infatti significava entrare in quella relazione che fonda una vita bella, una vita pensata come unitaria, come impregnata e sostenuta per intero da quella relazione!
Noi invece il discrimine lo abbiamo posto ad un altro livello, che è quello morale. A noi infatti viene immediatamente in mente che il tralcio che non porta frutti e che si secca è l’uomo dal comportamento etico riprovevole, è quello che fa i peccati, è quello che non rispetta i precetti (per dirla col linguaggio degli anziani) o è quello che è interessato ad altro o non è interessato a niente, che non viene mai alle proposte della parrocchia, che non si fa coinvolgere (per dirla con un linguaggio più recente). “Rimanere in Lui” perciò assume la connotazione negativa di cercare di scampare l’inferno, accettando qualche sacrificio (andare a messa, comportarsi bene, ecc…), sempre con il solito vecchio meccanismo per cui il male sarebbe migliore, ma ci asteniamo dal farlo per evitare conseguenze nefaste (terrene o eterne) e sempre con la solita prospettiva dualistica: Dio non c’entra con la mia vita, semplicemente la dovrà giudicare, per cui nel “mondo del sacro” adempio i precetti che lo rabboniscono e nel profano cerco di evitare di scatenare le sue ire…
Anche l’educazione cristiana va in questo senso: andare a messa, dire le preghiere, confessarsi almeno una volta ogni tanto, non avere comportamenti morali (in particolare sessuali) riprovevoli, ecc… Questo fa un buon cristiano… Ovviamente non sono cose sbagliate… Ma bisogna stare attenti: proposte in questo modo rischiano infatti di rimanere alla superficie della nostra identità. Lo si vede benissimo se si pone la questione al rovescio, cioè se ci si chiede se le cose elencate qui sopra bastino a fare di un uomo un “buon cristiano” (come diceva don Bosco). E io credo che la risposta inconscia di molti purtroppo sia “Sì”… mentre Gesù contro chi ragionava in questi termini ha scagliato parole di fuoco: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7,6-8).
Perché il comandamento di Dio – come ci ricorda sempre Giovanni nella sua I lettera – non era un’adesione a un codice etico o a una precettistica cultuale – per salvarsi la vita –, bensì: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri».
Il discorso – è bene chiarirlo – non vuole andare nel senso di un discredito di una correttezza morale o di una legittima scrupolosità cultuale: piuttosto ciò che si vuole ribadire è la loro non decisività. Sono cose importanti, ma non sono il nocciolo incandescente della fede cristiana. Questo è il punto: “rimanere in Lui” è ben più che garantire un’irreprensibilità morale o rispettare le norme liturgiche della propria comunità religiosa.
“Rimanere in Lui” è l’entrare in relazione con Lui, il decider-si per Lui, il coltivare un intreccio di libertà che impregna ogni tempo della vita. Questo vuol dire credere «nel nome del Figlio suo Gesù Cristo»: riconoscere cioè l’impossibilità per l’uomo di fondare se stesso (e questa è un’evidenza della storia, prima ancora che un dato di fede: nessuno sceglie di nascere; tutti hanno bisogno di qualcuno per crescere e più radicalmente per vivere; nessuno può salvarsi la vita dalla morte) – «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso, così neanche voi» – e dare credito all’affidabilità del fondarsi in Gesù – «senza di me non potete far nulla».
È questo ritenere credibile il fondare la vita su di Lui che apre ad un entrare in relazione con Lui: è perché in Lui – cioè nella storia di Gesù – intuiamo la promessa di Vita, che lo scegliamo come Signore della nostra vita. “Rimanere in Lui” è dunque godere della sua compagnia.
E se dietro a questo “Lui” siamo capaci di non immaginarci un Signor Nessuno, imprevedibile e pericoloso per i poteri che ha, ma di riconoscere il volto di Gesù che la sua storia lascia intravedere, il “rimanere in Lui” non può che essere liberante.
Ecco perché Giovanni si azzarda addirittura a dire che «se il nostro cuore non ci rimprovera nulla», allora vuol dire che «abbiamo fiducia in Dio»; che è una frase potentissima, che scardina dal di dentro tutta una morale fondata sui sensi di colpa o – come piace adesso dire a certuni – sul senso del peccato… Se qualcuno infatti venisse a dirci che il suo cuore non gli rimprovera nulla, noi certamente penseremmo che è un superficiale, o uno che ha abbassato o azzerato le soglie della consapevolezza di sé… se poi pensiamo che per qualcuno addirittura l’invocazione che il cristiano dovrebbe sempre avere in bocca è “Signore abbi pietà di me”, è facile immaginare che idea questi avrebbe di chi ritiene di non doversi rimproverare nulla… E chissà perché non ci verrebbe in mente invece di trovarci di fronte a qualcuno che ha avuto così tanto coraggio da dar credito davvero al Signore, da entrare fattivamente in un rapporto con Lui, in un “rimanere” che gli alimenta la Vita e lo libera dalla paura della morte e dunque del peccato…
Il fatto è che le logiche sono diverse: come prima diversi erano i piani del discorso. Gesù ha sempre parlato al livello profondo del senso delle cose, della verità dell’esistenza, della salvabilità dell’identità di ciascuno attraverso l’amore, della possibilità per tutti di essere sé di fronte a Lui, dunque di essere tenuti, voluti, amati, salvati… La nostra ricezione invece rischia sempre di scivolare a delle applicazioni pratiche (cosa devo fare? Andare a messa, andare a confessarmi, ecc…) che perdono il senso delle cose, la freschezza di una relazione, la straordinarietà del parlare a tu per tu con Dio, la gioia vera del vivere secondo il vangelo, di amare i fratelli…
Forse perché ultimamente sappiamo, come si vede dalla I lettura, che chi con coraggio ci prova a introdursi in questa relazione, poi – per amore – rischia sempre di fare una brutta fine: Paolo, da quando incontra il Signore, continua a essere oggetto di desideri omicidi e infatti scappa prima da Damasco con la cesta, poi da Gerusalemme per aiuto dei fratelli…
Ma la paura di perdere la vita non si placa con un goffo tentativo di pagare a Dio la nostra vita eterna… essa perde la sua ragione di esistere quando si entra in relazione autentica col Dio-Amore di cui ci si fida!
E la risposta sembra essere molto perentoria: il segreto per la Vita è rimanere in Lui, proprio al modo in cui il tralcio rimane nella vite. Come infatti un tralcio non può vivere, non può ricevere linfa vitale, senza il restare ben ancorato alla sua pianta, pena il seccare, il non dare frutto e dunque l’essere tagliato e gettato nel fuoco, così l’uomo non può Vivere se non rimane in Lui, dove questo Vivere con la “V” maiuscola indica non solo e non immediatamente la vita eterna (anche! Siamo infatti sempre in una domenica di Pasqua), quanto piuttosto una diversa qualità di vita, che vale sia per l’aldiqua che per l’aldilà: una vita cristicamente piena, degna, riuscita, amata…
Il problema diventa allora cosa voglia dire questo “rimanere in Lui”: il rischio di queste pregnanti espressioni evangeliche è infatti sempre quello di risultarci vuoto, lontano, di fatto insignificante per la nostra vita quotidiana… E se anche immediatamente ci suscitano qualche emozione, spesso non riusciamo ad andare molto più in là della reazione sentimentale, umorale, superficiale… e perciò stesso, passeggera… mai veramente incidente sulla nostra vita.
La questione è infatti che cosa significhi questo “rimanere in Lui” nella concretezza delle scelte, del decidere delle cose e di noi; nel vortice quotidiano delle mille cose da fare e a cui pensare; nella drammaticità delle nostre relazioni, dei nostri affetti, delle nostre idealità…
Purtroppo su questo intreccio tra la relazione col Signore e il resto della vita, su questo impregnamento degli interstizi storici con la sua Parola, è necessario ancora soffermarsi… Proveniamo infatti da decenni (anteriori al Concilio Vaticano II) segnati da una predicazione che spesso – forse inconsciamente – riproduceva uno schema dualistico della realtà: c’era la vita “profana” – da una parte – e “le cose che riguardano Dio” – dall’altra; e l’unico legame diventava il timore che “le cose di Dio” avessero un impatto negativo sull’altra vita, quella normale, quella di tutti i giorni, quella profana, che la gente avvertiva come “più sua”: l’altra è “roba dei preti”. Tant’è vero che ancora oggi nel leggere il brano del vangelo di Giovanni proposto dalla liturgia, immediatamente certe espressioni ci rimandano a quello stesso orizzonte di senso peccaminoso-infernale: il rimanere in Gesù infatti sembrava più dovuto alla paura di fare la fine del tralcio che si secca e non produce frutto (di colui cioè che vive una vita immorale) e dunque viene tagliato e bruciato (cioè va all’inferno).
In realtà, se si osserva da vicino il discorso di Gesù, si vede con chiarezza come non vada per niente in questa direzione; e non è necessario essere esegeti per accorgersene: se infatti – anche solo ad un puro sguardo grammaticale – si leggono queste frasi senza pre-comprensioni, si evince in modo inequivocabile la positività del messaggio del Signore, il suo tentativo di infondere adesione, speranza, incoraggiamento (altro che minaccia, paura, ritorsione…).
Ma perché fare questa digressione sul passato e non andare dritti alla risposta alla domanda: Cosa significa “rimanere in Lui”? Perché forse la nostra forma mentis (nostra sia in senso personale che ecclesiale) è ancora troppo pre-conciliare…
Da un lato infatti questo emerge – come detto – dal fatto che anche a noi viene subito in mente la lettura peccaminoso-infernale descritta sopra (“rimanere in Lui” vuol dire non far la fine del tralcio che si secca); dall’altro, perché, ad un’osservazione più approfondita, questa lettura immediata ci giunge alla mente perché la sua radice errata (il dualismo) non è ancora stata pienamente estirpata, nonostante il Concilio sia finito da quasi 45 anni…
Questa radice consiste sostanzialmente in una confusione: Gesù aveva detto «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me», aveva cioè focalizzato l’attenzione sulla nostra relazione personale con Lui e sull’impossibilità per l’uomo di un’auto-fondazione di se stesso; aveva cioè dato connotazione estremamente positiva al “rimanere in Lui”. “Rimanere in lui” infatti significava entrare in quella relazione che fonda una vita bella, una vita pensata come unitaria, come impregnata e sostenuta per intero da quella relazione!
Noi invece il discrimine lo abbiamo posto ad un altro livello, che è quello morale. A noi infatti viene immediatamente in mente che il tralcio che non porta frutti e che si secca è l’uomo dal comportamento etico riprovevole, è quello che fa i peccati, è quello che non rispetta i precetti (per dirla col linguaggio degli anziani) o è quello che è interessato ad altro o non è interessato a niente, che non viene mai alle proposte della parrocchia, che non si fa coinvolgere (per dirla con un linguaggio più recente). “Rimanere in Lui” perciò assume la connotazione negativa di cercare di scampare l’inferno, accettando qualche sacrificio (andare a messa, comportarsi bene, ecc…), sempre con il solito vecchio meccanismo per cui il male sarebbe migliore, ma ci asteniamo dal farlo per evitare conseguenze nefaste (terrene o eterne) e sempre con la solita prospettiva dualistica: Dio non c’entra con la mia vita, semplicemente la dovrà giudicare, per cui nel “mondo del sacro” adempio i precetti che lo rabboniscono e nel profano cerco di evitare di scatenare le sue ire…
Anche l’educazione cristiana va in questo senso: andare a messa, dire le preghiere, confessarsi almeno una volta ogni tanto, non avere comportamenti morali (in particolare sessuali) riprovevoli, ecc… Questo fa un buon cristiano… Ovviamente non sono cose sbagliate… Ma bisogna stare attenti: proposte in questo modo rischiano infatti di rimanere alla superficie della nostra identità. Lo si vede benissimo se si pone la questione al rovescio, cioè se ci si chiede se le cose elencate qui sopra bastino a fare di un uomo un “buon cristiano” (come diceva don Bosco). E io credo che la risposta inconscia di molti purtroppo sia “Sì”… mentre Gesù contro chi ragionava in questi termini ha scagliato parole di fuoco: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7,6-8).
Perché il comandamento di Dio – come ci ricorda sempre Giovanni nella sua I lettera – non era un’adesione a un codice etico o a una precettistica cultuale – per salvarsi la vita –, bensì: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri».
Il discorso – è bene chiarirlo – non vuole andare nel senso di un discredito di una correttezza morale o di una legittima scrupolosità cultuale: piuttosto ciò che si vuole ribadire è la loro non decisività. Sono cose importanti, ma non sono il nocciolo incandescente della fede cristiana. Questo è il punto: “rimanere in Lui” è ben più che garantire un’irreprensibilità morale o rispettare le norme liturgiche della propria comunità religiosa.
“Rimanere in Lui” è l’entrare in relazione con Lui, il decider-si per Lui, il coltivare un intreccio di libertà che impregna ogni tempo della vita. Questo vuol dire credere «nel nome del Figlio suo Gesù Cristo»: riconoscere cioè l’impossibilità per l’uomo di fondare se stesso (e questa è un’evidenza della storia, prima ancora che un dato di fede: nessuno sceglie di nascere; tutti hanno bisogno di qualcuno per crescere e più radicalmente per vivere; nessuno può salvarsi la vita dalla morte) – «Come il tralcio non può portare frutto da se stesso, così neanche voi» – e dare credito all’affidabilità del fondarsi in Gesù – «senza di me non potete far nulla».
È questo ritenere credibile il fondare la vita su di Lui che apre ad un entrare in relazione con Lui: è perché in Lui – cioè nella storia di Gesù – intuiamo la promessa di Vita, che lo scegliamo come Signore della nostra vita. “Rimanere in Lui” è dunque godere della sua compagnia.
E se dietro a questo “Lui” siamo capaci di non immaginarci un Signor Nessuno, imprevedibile e pericoloso per i poteri che ha, ma di riconoscere il volto di Gesù che la sua storia lascia intravedere, il “rimanere in Lui” non può che essere liberante.
Ecco perché Giovanni si azzarda addirittura a dire che «se il nostro cuore non ci rimprovera nulla», allora vuol dire che «abbiamo fiducia in Dio»; che è una frase potentissima, che scardina dal di dentro tutta una morale fondata sui sensi di colpa o – come piace adesso dire a certuni – sul senso del peccato… Se qualcuno infatti venisse a dirci che il suo cuore non gli rimprovera nulla, noi certamente penseremmo che è un superficiale, o uno che ha abbassato o azzerato le soglie della consapevolezza di sé… se poi pensiamo che per qualcuno addirittura l’invocazione che il cristiano dovrebbe sempre avere in bocca è “Signore abbi pietà di me”, è facile immaginare che idea questi avrebbe di chi ritiene di non doversi rimproverare nulla… E chissà perché non ci verrebbe in mente invece di trovarci di fronte a qualcuno che ha avuto così tanto coraggio da dar credito davvero al Signore, da entrare fattivamente in un rapporto con Lui, in un “rimanere” che gli alimenta la Vita e lo libera dalla paura della morte e dunque del peccato…
Il fatto è che le logiche sono diverse: come prima diversi erano i piani del discorso. Gesù ha sempre parlato al livello profondo del senso delle cose, della verità dell’esistenza, della salvabilità dell’identità di ciascuno attraverso l’amore, della possibilità per tutti di essere sé di fronte a Lui, dunque di essere tenuti, voluti, amati, salvati… La nostra ricezione invece rischia sempre di scivolare a delle applicazioni pratiche (cosa devo fare? Andare a messa, andare a confessarmi, ecc…) che perdono il senso delle cose, la freschezza di una relazione, la straordinarietà del parlare a tu per tu con Dio, la gioia vera del vivere secondo il vangelo, di amare i fratelli…
Forse perché ultimamente sappiamo, come si vede dalla I lettura, che chi con coraggio ci prova a introdursi in questa relazione, poi – per amore – rischia sempre di fare una brutta fine: Paolo, da quando incontra il Signore, continua a essere oggetto di desideri omicidi e infatti scappa prima da Damasco con la cesta, poi da Gerusalemme per aiuto dei fratelli…
Ma la paura di perdere la vita non si placa con un goffo tentativo di pagare a Dio la nostra vita eterna… essa perde la sua ragione di esistere quando si entra in relazione autentica col Dio-Amore di cui ci si fida!
domenica 1 marzo 2009
Patch Adams ... molto più di un medico.
postato da
Mario
La concezione della vita...
Ho scoperto quest'uomo quando ero molto piccola e inizialmente non capivo cosa facesse nella vita: se il medico o il clown. Poi ho capito... e due mesi fa gli ho spedito una lettera dove lavora. Che dire? Una commozione grande quando 15 giorni dopo mi arriva la sua risposta (ovviamente in inglese) piena di affetto e partecipazione alla mia vita, a me. Un grande uomo... per me uno dei pochi che merita l'epiteto di "GRANDE".
martedì 17 febbraio 2009
Testimonianza cristiana...
postato da
Mario
“C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare” ammoniva Qohelet, così come “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire...”. Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata: anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Soprattutto si è avuto l’impressione che l’insieme della nostra società non avesse certezze condivise sulla scansione dei diversi “tempi” e sul significato dei diversi verbi usati da Qohelet a indicare lo scorrere dell’esistenza umana: quando è “tempo” per questo o per quell’altro? E cosa significa parlare, morire, uccidere, guarire? Uno smarrimento di senso condiviso che ha coinvolto anche parole forti attinenti ai principi fondamentali dell’etica: dignità, libertà, volontà, rispetto, carità, vita...
Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.
Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili...
Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...
Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.
Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.
Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.
Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.
Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili...
Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...
Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.
Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.
Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.
mercoledì 4 febbraio 2009
Che cosa ne sarà dopo la morte?
postato da
Mario
Qual è la differenza tra anima e spirito? Chi muore e chi resta vivo? E la coscienza, è l’anima o lo spirito?Ciò che noi saremo dopo la morte è un bel grande mistero. La stessa parola “dopo”, che suggerisce una continuità temporale, non è adatta per parlare di eternità (anche se l’eternità non è evidentemente meno che il tempo, se così posso esprimermi). Quanto alle parole “anima” e “spirito” esse non hanno nel vocabolario ebraico, lo stesso senso che in italiano. Per l’uomo occidentale, il dualismo greco si è imposto per parlare dell’essere umano… “Dopo la morte”, il corpo torna alla terra e l’anima è accolta da Dio… L’uomo biblico non ragiona così perché non conosce questo dualismo. Facciamo un piccolo excursus un po’ complicato forse ma non inutile spero.
La parola ruah (vento soffio, spirito) è un’espressione ebraica molto ricca e complessa. Indica prima di tutto il vento, uno degli elementi della natura, vento di tempesta o brezza leggera, “di cui non si sa né da dove viene, né dove va” (Gv 3,8). Quando è applicato all’uomo, indica il respiro, il soffio, la forza e l’energia vitale. Presente alla creazione, il soffio di Dio (il suo Spirito) è, in qualche modo, il legame vitale tra Dio e l’uomo. Sarà presente alla nuova creazione annunciata da Ezechiele: “io metterò in voi il mio proprio Spirito” (36,27).
Anche la parola ebraica néfesh rischia spesso di essere compresa in senso opposto al suo significato originario. Anche lei in ebraico ha un significato polisemantico: anima, essere vivente, vita, desiderio, relazione a se stessi… Dice quindi la persona intera e può essere anche un sostituto del pronome personale “io”: per esempio quando il salmista dice “La mia anima ha sete di Dio” (42,3) esprime il desiderio di tutto il suo essere e può essere tradotto semplicemente “Io ho sete di Dio”… A questo punto ti invito a rileggere quanto già detto altrove per approfondire il significato di néfesh...
E dopo questo lungo excursus, ritorniamo a questo “dopo” della morte… La parola di Gesù può esserci da guida, quando dice sulla croce: “Padre, tra le tue mani, io rimetto il mio spirito”. Allo steso modo che egli dona la sua vita, la sua néfesh (la morte sulla croce “per noi uomini e per la nostra salvezza”), egli rimette il suo spirito, la sua ruah, tra le mani del Padre, nell’abbandono, la fiducia e la speranza…
Se quindi voi vi domandate cosa resterà dopo la vostra morte, io ho voglia di rispondere in modo provocatorio: niente, non vi resterà niente, né corpo, né anima, né spirito, né coscienza! Non sperate di salvare la vostra vita senza accettare di perderla. Ma Dio a cui voi rimetterete il vostro soffio, Dio, noi lo speriamo, accoglierà in lui la vita, l’anima e lo spirito che voi avrete donato nel servizio degli altri e rimesso con fiducia alla sua tenera misericordia.
Michel Souchon, gesuita
in collaborazione con “Croire aujourd'hui”
(mia traduzione)
domenica 1 febbraio 2009
Dare credito a uno così!
postato da
Mario
Certo rimanere nel sonno mentre c’è una bufera di vento e l’acqua invade la barca continuamente, è proprio sorprendente. Andavo a scuola tutte le mattine da ragazzetto in barca al mio paesello, e una scena così è assolutamente inimmaginabile: quando c’era vento altroché si era svegli, tutti, anzi, con una paura enorme.Ma l’intento, appare evidente quando entriamo in preghiera di fronte a questo Vangelo (Lc 8, 22-25), l’intento non è quello di dire una cosa scioccante, che stupisce, è piuttosto quello di regalare una certezza: anche nei momenti duri di bufera e di tempesta, Lui c’è e dà pace. Mi pare proprio questo il cuore di questa pagina bellissima di Luca, tant’è che anche quando si apre un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli che sono impauriti e nel panico nella barca, il dialogo non avviene su cose eccezionali che sono accadute, ma su qualcosa che poi si decide nel cuore: sono due le espressioni che emergono. La prima è quella dei discepoli: “Chi è costui?”, “Mai vista una cosa così: chi è costui?”. L’augurio di Luca, che ci consegna questo racconto, è: “fallo il cammino per capire chi è Costui e fallo fino in fondo, e fallo con amore, perché uno così merita davvero di essere conosciuto, e bene, e da vicino. “Chi è costui?”, una domanda che questa mattina è bello tenere nel cuore, come regalo di questa celebrazione domenicale. E poi, l’altra espressione è di Gesù: “Ma, dov’è la vostra fede?”. Ecco, domanda la libertà della fiducia: “Sono qui, fidatevi però”. La vicinanza che sceglie di aver con i suoi, gli legittima la domanda: “Ma abbiate fiducia, abbiate fiducia!”. E qui avvertiamo subito che il Vangelo, questo Vangelo, è andato oltre questo episodio, è andato oltre quel momento, oltre quell’episodio, tant’è che questa mattina è impossibile udire questa pagina come se fosse un racconto che ha toccato altri. Certo che li ha toccati, ma questa pagina la stiamo udendo noi, noi adesso, e questa pagina, proprio per quello che esprime e che consegna, parla a noi, adesso: “Anche nelle situazioni più difficili Io ci sono, contateci!”. E’ dentro, facciamola fiorire la voglia di rispondere: “Chi è costui?” perché è, perché lo cerchiamo, perché camminiamo verso di Lui, perché ci lasciamo attrarre e persuadere dalla parola del suo Vangelo, perché la nostra vita diventa cammino, diventa ricerca, diventa viaggio. Vogliamo vederlo da vicino Costui a cui i mari e i venti obbediscono.
Del resto ci direbbe il testo antico che abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza (19, 6-9), del resto aveva già dato prova, meritava una fiducia così: quando in quella situazione del tutto improbabile ha fatto uscire all’asciutto attraversando il mare il popolo schiavo e gli ha dato la gioia di intraprendere l’esperienza dell’Esodo. Questo è il Signore: fedele nella sua Parola, che adempie le sue promesse. Veniva da lontano, quindi, un annuncio come questo; il Vangelo, certo, lo conduce a compimento, molto più in là di quanto noi avremmo osato sperare e tanto meno pretendere.
Ma è bello anche sentire con quale animo ce lo dice Paolo (Rm 8, 28-32) che vale la pena di fidarsi del Signore e vale la pena di cercare in tutte le nostre risorse, di intelligenza e di cuore, chi è il Signore. Questa pagina bellissima del capitolo 8 della lettera ai Romani enumera, quasi in una successione incalzante di verbi tutti i doni ricevuti, perché chiamati, conosciuti, predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio, e poi ancora, chiamati, giustificati, glorificati. Ha fatto questo, ha fatto questo, non l’ha solo promesso, questo è accaduto, questo è il dono della Pasqua. “Questo è accaduto in me, Paolo, che vi sto parlando”. E io a uno così non do credito? A una promessa che si compie in questo modo, non apro il cuore con una disponibilità vera? Ecco il dono della Parola di questa domenica, della Scrittura Santa che ci accompagna nell’Eucaristia e che fa da faro di riferimento per l’intera settimana.
Oggi è anche bello sentirsi in una comunione di preghiera con tutte le Chiese: celebriamo la domenica per la vita. E come mi piace dire soltanto questo: questo è davvero il Dio della vita, questo, il Dio dei viventi, e l’amore alla vita, e la custodia del dono della vita appassionata e intelligente, fraterna e sincera, trova qui la sua radice più profonda, che “Tu sei il Dio della vita! E da Te non l’abbiamo ricevuta. E a Te noi faremo ritorno, perché la vita non termina, nella Tua casa la vita continua definitivamente, ed è nella tua casa. Noi di questo, Signore, ti rendiamo grazie.”
don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 1 feb ’09, IV domenica dopo l’Epifania
martedì 25 novembre 2008
L’Amore è più forte di ogni interrogativo
postato da
Mario
Ho esitato molto a scrivere di questa mia esperienza familiare. Quando si vive in una casa divenuta chiesa, accanto a un letto divenuto altare, le parole si svuotano fino a scomparire. È il silenzio che parla. Poi pensi che, se abiti in una vera chiesa, anche se domestica, devi lasciare le porte spalancate, devi permettere che la vita entri ed esca per accogliere ed essere accolta.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Mariapia Bonanate in Famiglia Cristiana n. 47 del 23 nov. ‘08
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