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lunedì 20 ottobre 2014

XXX Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro dell’Èsodo (Es 22,20-26)

Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 1,5-10)

Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

 

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa Trentesima Domenica del Tempo Ordinario, segue, saltando pochi versetti (l’episodio dei sadducei che interrogano Gesù sulla risurrezione, Mt 22,13-33), quelli delle settimane scorse. Siamo sempre a Gerusalemme e sempre nello stesso contesto di tensione con i capi religiosi ebrei.

Il brano di Mt 22,34-40, quello odierno, propone infatti nuovamente il tentativo di uno dei gruppi religiosamente più intransigenti di Israele, di mettere alla prova Gesù: tornano infatti alla carica i farisei, già messi a tacere – come ci raccontava la liturgia di settimana scorsa – in occasione della discussione sul tributo a Cesare (Mt 22,15-22): essi ripropongono ora capziosamente una nuova domanda a Gesù: «Qual è il grande comandamento?».

martedì 30 aprile 2013

VI Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 15,1-2.22-29)

In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 21,10-14.22-23)

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,23-29)

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Sesta Domenica del Tempo di Pasqua coincide quasi per intero con la parte conclusiva del capitolo 14 di Giovanni. Mentre infatti, domenica scorsa, l’invito era a soffermarsi sulle parole che Gesù dice ai suoi non appena Giuda è uscito dal cenacolo (Gv 13,31-35), stavolta l’invito è quello di concentrarsi su una parte del medesimo discorso, riportata qualche versetto più avanti (Gv 14,23-29).

Per comprendere però effettivamente ciò di cui si sta parlando, è utile tornare a leggere – ininterrottamente – tutto questo primo discorso che Gesù fa durante l’ultima cena (ne farà altri due: Gv 15,1-16,4 e Gv 16,4-33), e che appunto parte da Gv 13,31 e giunge sino a Gv 14,31:

(31) Quando fu uscito, Gesù disse: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. (32) Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. (33) Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. (34) Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. (35) Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». (36) Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». (37) Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». (38) Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte. 14 (1) Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. (2) Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? (3) Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. (4) E del luogo dove io vado, conoscete la via». (5) Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». (6) Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (7) Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». (8) Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». (9) Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? (10) Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. (11) Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. (12) In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. (13) E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. (14) Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. (15) Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; (16) e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, (17) lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. (18) Non vi lascerò orfani: verrò da voi. (19) Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. (20) In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. (21) Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (22) Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».

Come è facilmente intuibile anche “a occhio”, tutto questo lungo discorso è organizzato in questo modo: dopo i versetti 31-35 (su cui non ritorniamo, perché oggetto della lectio di domenica scorsa), il testo è strutturato in diversi momenti, introdotti ogni volta da una domanda dei discepoli («dice a lui Simon Pietro»; «dice a lui Tommaso»; «dice a lui Filippo»; «dice a lui Giuda, non l’Iscariota») e dalla successiva risposta di Gesù; e sostanzialmente gira intorno a tre concetti fondamentali: «(1) al centro la grande proclamazione cristologica: nel momento in cui ritorna al Padre, per i suoi discepoli Gesù è “la via” per la quale essi stessi possono giungere al Padre; (2) lo sviluppo teologico di questo concetto è la “conoscenza” e la “visione” del Padre a cui si incamminano e che già esperimentano i discepoli che seguono “la via” Gesù; (3) in partenza l’annuncio e la promessa soteriologicadell’ingresso dei discepoli nelle “dimore” del Padre in comunione col Figlio glorificato» [M. Laconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 290]. Fin qui il testo che precede il nostro brano…

L’ultima domanda invece, quella di Giuda non l’Iscariota, è quella che inaugura – precisamente a questo punto del discorso – la risposta finale di Gesù, che coincide col vangelo odierno. Esso, forse, dopo la lettura di quanto precede, diventa più facilmente comprensibile, o per lo meno, non così estemporaneo.

Innanzitutto la prima battuta di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Un’idea già esposta due volte nel discorso (al v. 15: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»; – al rovescio – al v. 21: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama»; e successivamente, in negativo, al v. 24: «Chi non mi ama, non osserva le mie parole») e che ha un’eco interessante: noi spesso infatti ci troviamo molto più in sintonia con la logica del v. 21, quella cioè per la quale può dire di amare Gesù chi accoglie e osserva i suoi comandamenti, che è una cosa vera (perché non si aspetta di diventare buoni per fare cose buone, ma si diventa buoni facendo cose buone) e che peraltro è una logica che fa esplodere i confini in cui a volte ci vien da circoscrivere il gruppo di chi è veramente discepolo (perché se chi lo ama è colui che osserva i suoi comandamenti, allora anche chi è al di fuori della cerchia confessionale può amare il Signore – cfr. la I lettura)…

Ma, insieme a quanto detto finora, bisogna anche considerare che, in qualche modo, questo primo versante della questione, non sta in piedi se non dentro ad un rapporto bilaterale/circolare con l’altro versante del problema che le citazioni mettono in luce («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»): perché è anche vero che chi ama Gesù, cioè chi si fa coinvolgere e conquistare da Lui, è colui che – proprio per questo – segue la sua parola, come un innamorato che vive il suo amore (le sue parole, i suoi gesti, le sue attenzioni, ecc…) non perché deve, ma perché ama, perché solo in quell’attuazione lì dice se stesso in verità… Scriveva Dossetti in occasione della Sesta Domenica di Pasqua del 1971: «Tutte le parole del Vangelo si concentrano nella persona di Gesù e nell’amore che dobbiamo a lui. […] L’unico modo per stare totalmente attaccati a Dio è quello di amare Gesù. E l’unico modo per stare attaccati all’Evangelo stesso del Signore, è quello di amare lui, la sua persona. Solo allora i suoi comandamenti, i suoi precetti, le sue indicazioni, i suoi insegnamenti restano nel nostro cuore; altrimenti persino le parole del Vangelo possono diventare idoli, o pretesti, o diaframmi superstiziosi. […] Fino a che non scatta un incontro personale col Signore Gesù, anche il rispettare, ammirare e meditare le stesse parole del Vangelo è una cosa che vale solo nella speranza che porti a questo incontro personale. Quando invece questo incontro è avvenuto, quando abbiamo incontrato il Signore Gesù, sia pure solo per qualche barlume – non possono essere mai altro che barlumi –, allora anche il Vangelo stesso diventa estremamente semplice e luminoso. […] Non lo diciamo in modo sconsiderato, no, sappiamo benissimo che vivere secondo l’Evangelo in concreto è difficile, perché siamo ammalati di tanti mali, soprattutto del male peggiore che è il male dell’io. Ma, nonostante questo, possiamo dire senza leggerezza che crediamo che il Vangelo diventi semplice e agevole, luminoso, quando un poco ci lasciamo attirare dall’amore per la persona del Signore. Allora anche tutti i nostri insuccessi e le nostre sconfitte non sono più degli inadempimenti a dei precetti, ma diventano elementi di un rapporto dinamico con una persona. Quando consideriamo il Vangelo come legge, se violiamo un precetto è un guaio: la violazione c’è stata. Ma se invece ricapitoliamo tutto il Vangelo in questa “semplificazione”, cioè nel nostro rapporto personale col Signore, l’inadempimento è una cosa riparabile, proprio perché è nella dinamica del nostro rapporto con la sua persona. Se io contravvengo il codice stradale, l’ho contravvenuto, ma se oggi non realizzo una parola del Vangelo e me ne accorgo e cerco di spremere dal mio cuore un pochino più di amore per il Signore Gesù, ecco che il buco è già colmato, anzi è meglio di prima, proprio perché non sono in rapporto con una norma o con una dottrina, ma sono in un rapporto dinamico con il Signore. E la violazione di un’ora fa o di un minuto fa può essere compensata da una decisione più forte di amore» [G. Dossetti, Omelie del Tempo di Pasqua, San Paolo, Milano 2007, 35-37].

Ciò che però di questa “dinamica circolare” diventa radicale nella seconda parte del v. 23 è che Gesù prosegue: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

Anche questa tematica del “dimorare” non è nuova nel discorso: al v. 3 Gesù aveva infatti detto «verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi»; inoltre per tutto il capitolo 14 aveva parlato della sua relazione col Padre nei termini di un essere reciprocamente l’uno nell’altro (v. 11: «Io sono nel Padre e il Padre è in me») e di un inclusione del discepolo in questa dinamica (v. 20: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi»)… addirittura era già stato introdotto anche il “ruolo” dello Spirito (ripreso poi nell’odierno versetto 26): infatti al v. 17 si diceva «lo Spirito della verità voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi». Sostanzialmente cioè era già chiaro come il tema di questa grande pagina fosse il dono che Gesù fa ai suoi discepoli. Infatti «la sua partenza significherà l’apertura di un dono immenso e straordinario: Dio viene ad abitare in noi. La partenza di Gesù significherà di fatto il momento in cui si inaugura una sua presenza non più di tipo fisico – come era fino allora, e quindi limitata a qualcuno, in un certo tempo e in un certo luogo –, ma di tipo interiore, per cui Dio, Gesù e lo Spirito verranno a porre la loro dimora nel cuore dei discepoli, in ogni tempo e in ogni luogo» [P. Pezzoli, Giovanni 13-17, in AaVv., Scuola della Parola 2002, Diocesi di Bergamo, 230]. «Non vi lascerò orfani!», aveva detto Gesù al v. 18.

Ma, nonostante questo fosse già chiaro, come scrive ancora Laconi, il «prenderemo dimora presso di lui» del v. 23, «persino in uno scritto come il quarto vangelo, estremamente originale e persino spregiudicato nella profondità e intensità delle sue formule religiose, rappresenta una straordinaria eccezione. Non vi si parla soltanto della venuta di Dio in mezzo agli uomini; il discorso va molto più in là. Si tratta dell’amore di Dio verso il discepolo, della venuta verso di lui del Padre e del Figlio, della stabile dimora divina accanto alla sua vita. Si ha addirittura l’impressione di un grosso passo avanti persino nei confronti del Prologo, dove si alludeva alla “tenda” liturgica dell’abitazione del Verbo fra gli uomini, aprendo l’importante discorso sull’abitazione sacra – il Tempio – del Divino in terra. Qui ogni allusione liturgico-sacrale sembra decadere: Dio viene semplicemente a “prendere dimora” là dove gli uomini abitano, accanto alla “dimora” terrena del discepolo di Gesù». Non a caso la II lettura, tratta dall’Apocalisse, riporta quel sorprendente versetto, nel quale, nel pieno della descrizione della Gerusalemme celeste (il mondo come Dio lo vuole), si dice: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio», che fa da pendant con un altro sorprendente – ma più noto – passo del Vangelo di Giovanni 4,21.23: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».

Può perciò concludere Laconi: «L’immediatezza concreta, la quotidianità di questo divino “abitare” accanto all’uomo, alle cose e alle sue situazioni nella loro ovvia, e magari banale, consistenza, potrebbe apparire come il supremo tentativo teologico di Giovanni di portare alle estreme conseguenze il processo di avvicinamento di Dio all’uomo iniziato con l’Incarnazione. Al di fuori di implicazioni direttamente religiose o cultuali, Dio entra senza condizioni e senza limiti nella vita dell’uomo che crede in Gesù, “abita” accanto a lui, entra nella sua vita con una divina scelta di familiarità, di amicizia e di intimità sconcertanti». Bisogna cioè rinunciare a espliciti risvolti spirituali leggendo questa pagina: «Dio viene semplicemente a prendere parte alla vita del discepolo di Gesù, a vivergli accanto, come gli stanno accanto le cose e le persone che fanno parte della sua esistenza».

Ecco perché è possibile davvero pacificarsi il cuore, ascoltando Gesù che dice: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». Perché questo suo abitare presso di noi, e dunque la possibilità reale di incontrarlo “in spirito” (perché «Dio è spirito» Gv 4,24), quindi di amare la sua persona, di lasciarcene affascinare e conquistare, fino a giocare la vita per lui e per la via che lui è, perché – appunto – affidabile nel suo farsi prossimo, è davvero ciò che può rompere autenticamente il giogo della paura che blocca il nostro sgorgare Vita.

martedì 23 aprile 2013

V Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 14,21-27)

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 21,1-5)

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,31-35)

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa Quinta Domenica di Pasqua è tratto dal capitolo 13 del vangelo di Giovanni: un capitolo “svolta”, in quanto proprio qui iniziano ad essere raccontati i fatti degli ultimi giorni di vita di Gesù. Siamo infatti nel contesto dell’ultima cena, immediatamente dopo la lavanda dei piedi (che – come noto – in Giovanni sostituisce l’istituzione dell’eucaristia raccontata dai sinottici e da Paolo) e l’annuncio del tradimento. Giuda, come ricorda anche il primo versetto che la liturgia ci offre (Gv 13,31), è appena uscito.

È precisamente a questo punto che Gesù si mette a parlare, inaugurando un lungo discorso che durerà per ben quattro capitoli (da 13,31 a 17,26), del quale i versetti di questa domenica sono, appunto, l’incipit. Si tratta di un discorso la cui struttura e la cui formulazione rendono evidente che, «nel cenacolo, i discepoli svolgono per l’evangelista soprattutto la funzione dei rappresentanti della comunità cristiana futura. La curiosa ambiguità dei tempi verbali, abitualmente, ma non sempre rispondenti alle ultime ore di Gesù in terra, ne rappresenta un indizio eloquente. Qui parla Gesù, mentre si avvia alla croce; e nello stesso tempo parla il Signore glorificato e celeste, rivolgendosi alla sua chiesa» [M. Laconi, Il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi1989, 278]. Ecco perché leggiamo questo testo anche nel tempo pasquale ed ecco perché in esso possiamo rintracciare il pilastro fondamentale della vita cristiana.

Ma andiamo con ordine… Cercando di ripercorrere gli elementi costitutivi dell’incipit di questo discorso.

Innanzitutto, quel “grido di vittoria”, pronunciato appena Giuda è uscito nella notte: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito». Questa esclamazione – e in particolare la sua collocazione immediatamente dopo la risoluzione di Giuda di attuare il suo tradimento – desta grandi perplessità. Non è di facile comprensione infatti immaginarla associata all’episodio appena accaduto: come può Gesù affermare «Ora il Figlio è stato glorificato», se la scena precedente dell’uscita di Giuda è tutto tranne che una glorificazione? «Perdere un discepolo non è mai un onore, non è mai una gloria; perdere un discepolo è una sconfitta. E lo è talmente, che Gesù era rimasto sconvolto (v. 21) al solo pensiero del tradimento» [P. Pezzoli, Giovanni 13-17, in AaVv., Scuola della Parola 2002, Diocesi di Bergamo, 225]. Di che gloria sta parlando dunque?

Forse dell’unica gloria che ha una consistenza vera… e che, sempre Pezzoli, prova a raccontare così: «Il Figlio dell’uomo è stato glorificato perché nella notte di Giuda è apparsa la luce dell’amore di Gesù che ha integrato il tradimento. Anche attraverso il tradimento di Giuda, si manifesta quell’amore “fino alla fine”, quell’amore perfetto che è il tema di questa parte finale del vangelo. Ciò che glorifica Gesù e glorifica Dio non è il tradimento di Giuda, ma quell’amore che si manifesta anche di fronte al tradimento, anzi arriva al massimo davanti al tradimento perché si rivolge anche a quello. Viene dato il boccone anche a colui che tradisce, anche per lui c’è la vita donata nella morte provocata proprio da quel tradimento. Ecco la gloria di Gesù! È il raggio di luce che illumina quella notte. È la gloria dell’amore, è lo splendore dell’amore di Dio che si manifesta in Gesù».

Interessante infatti poi la reciprocità della glorificazione, che questi versetti esplicitano: per ben cinque volte è ripetuto il verbo glorificare, attribuito di volta in volta al Figlio e al Padre, come a dire che questo “di più dell’amore” che caratterizza la vita del Figlio non è qualcosa di slegato dal Padre: come se Gesù “fosse stato tanto buono”, ma poi Dio arriverà a far tornare i conti… No! Gesù è Dio e Dio è Gesù; nel senso che è dentro la fornace trinitaria che arde questo “di più dell’amore”; è lì che il Figlio l’ha “imparato”; e la sua vita, con il suo concreto e storico decidere di se stesso (decidere di volta in volta chi essere) è la piena rivelazione di Dio (così come ricorda DV 4: «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna»).

Precisamente in questa dinamica trinitaria, in cui il Padre è glorificato «perché nei gesti di Gesù, nei suoi atteggiamenti (la lavanda dei piedi, l’accoglienza di Giuda, l’atto di consegnarsi alla croce), si manifesta l’amore di Dio» e «Gesù viene glorificato, perché la sua umanità diventa la trasparenza di Dio» [Pezzoli], viene invitato ad entrare l’uomo: «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

«Ecco il tanto discusso specifico cristiano, ilnuovo statuto antropologico – come ristrutturato sul nuovo Adamo: sic-come io vi ho amato, amatevi anche voi (causale ed imitativo). Non è una nuova legge, un super-comandamento: Lui si è piuttosto innamorato di noi: uscito da sé si è abbassato fino a noi, per condividere la nostra sorte… tutto il resto è una conseguenza interna dell’amore. Non si può imitarlo senza innamorarci (decentrarci) anche noi» [Giuliano].

Ecco perché non c’è nient’altro da fare nella vita (cristiana) che rimettersi sempre dentro a questo flusso di amore che ci investe e ci trascina agli altri e dal quale noi ogni tanto ci sottraiamo perché ci pare sempre un dono in perdita, perché ci spaventiamo della morte, abbiamo paura del dis-perderci e vorremmo trattenerci un po’ per noi e tra noi… ma credere a Dio per un cristiano non vuol dire altro che credere a Gesù e credere a Gesù non vuol dire altro che aprire i propri canali al circolo del “di più dell’amore” che dilata sempre più la nostra interiorità, «per farci stare ognuno e ogni cosa che chiederà uno spazio – è terreno tuo che offri alla dilatazione del Regno» [Giuliano].

E in questo senso «è interessante anche un altro aspetto di questo comandamento: “Così come io vi ho amato, amatevi gli uni gli altri”. Secondo una certa logica, avrebbe dovuto dire: “Così come io vi ho amato, voi amate me”. L’amore di Dio scende su di noi, ma il movimento inverso non è quello di risalire, bensì il diffondersi nel mondo. Certo, poi la risposta ha sempre una dimensione verticale, ma il Nuovo Testamento è molto parco nel parlare di amore nostro per Dio» [Pezzoli]! «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Ecco, la Chiesa è il “luogo” dove ci si ama gli uni gli altri, dove si devono sperimentare e vivere relazioni nuove, dove ciò che è distintivo è il “di più dell’amore” per ciascuno… Non a caso la Liturgia per la seconda domenica consecutiva ci fa leggere dal libro dell’Apocalisse la frase: «Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi»… Dove sorge spontanea la domanda: «Ma chi le asciuga, tutte queste lacrime? Sembra di vederla, questa moltitudine “di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, piangente, affamata, assetata, colpita dal sole e dall’arsura. Sembra di vederla nel senso che la vediamo proprio, nelle strade delle nostre città. Ed è proprio come la descrive la Parola di Dio (che non mente mai!): parla rom, rumeno, arabo, somalo, malinké, francese ed inglese stentati… E hanno fame, rovistano nei cassonetti con un uncino di fortuna, mendicano, stracciati, lungo le tangenziali. Probabilmente, piangono, reietti, lontani da casa. E chi le asciuga tutte le loro lacrime? A quali gesti concreti di custodia siamo chiamati, noi, per asciugarne almeno qualcuna? O pensiamo che ci penserà poi l’Agnello, nell’al di là, quando ritornerà glorioso… Perché l’Agnello quando tornerà glorioso ci dirà: “ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,42-43)… avevo le lacrime agli occhi e non me le avete asciugate…» [Davide Petrini].

Anche tutto il resto è importante, ma questo – a detta di Gesù, durante l’ultima cena – è il discrimine. Per questo la gloria del Padre e del Figlio trasborda (lo Spirito!) nella costituzione di una comunità che crede all’amore di Dio, se ne lascia convertire le dinamiche profonde seppellite nei meandri della nostra umanità, e di esso vive… “buttandolo” su altri.

In questo infatti sta la “novità” di questo comandamento nuovo, che non è un comandamento. Come ricorda Pezzoli, infatti, «esistono dovunque tra gli uomini convinzioni o comandamenti che insegnano come l’altro, il prossimo, vada amato, apprezzato, accolto e rispettato; soprattutto molto aveva insegnato su questo l’Antico Testamento. E allora in che senso è il nuovo comandamento di Gesù? Principalmente a motivo di quel “come io ho amato voi”. L’amore coltivato dalla comunità di Gesù non è una generica apertura all’altro, ma è il riflesso di quell’amore conosciuto nella vita di Gesù, nei suoi gesti, nelle sue parole». È l’assunzione della dinamica trinitaria… che ci ha investito, ci ha convinto, ci ha riplasmato…

E allora l’amore della comunità di Gesù è inevitabilmente strutturato come quello trinitario, che si riversa sempre su un altro, perché funziona per contagio: come il Padre e il Figlio non rimangono lì soli nell’eternità ad amarsi, ma trasbordano e “buttano fuori” lo Spirito (che è l’amore che si vogliono – infatti Egli procede dal Padre e dal Figlio – e travalica il rapporto duale), così gli uomini e le donne investite dall’amore di Dio non restano lì semplicemente a ri-amarlo, ma lo “buttano fuori”, lo riversano su altri… innestando una reazione a catena che davvero può raggiungere i confini del mondo (geografici e interiori).

martedì 8 maggio 2012

VI Domenica di Pasqua


Perché ci sia uno scatto nella natura e nella portata della nostra fede trinitaria e cristologica, è necessario mettere mano alle forbici e operare una netta semplificazione della nostra vita. Ma dove cercare questa sintesi semplificante? Dice l’apostolo Giovanni: colui che non è nell’amore non conosce Dio. Quindi, se vogliamo fare una revisione della nostra fede battesimale e cristiana, dobbiamo parlare del nostro amore: la sintesi semplificante e fortificante non la possiamo trovare altro che in una considerazione nuova del nostro amore e della nostra carità.





Seguendo l’invito di Dossetti, parliamo allora del nostro amore: è infatti questa, la via per quello scatto della nostra fede che in questi tempi duri sentiamo il bisogno di fare. Le tenebre infatti (individuali, sociali, ecclesiali) si vincono solo sopportando la tensione degli opposti dentro di sé – come diceva Jung nel 1954 durante un dibattito al Club psicologico di Zurigo a proposito di una domanda sul pericolo di una guerra atomica: «Ritengo che dipenda da quanti sono in grado di sopportare la tensione degli opposti dentro di sé. Se quelli in grado di farlo sono in numero sufficiente, penso che la situazione non presenterà fratture e che saremo in grado di evitare innumerevoli pericoli» [in N. Neri, Un’estrema compassione, Mondadori, Milano 1999, 46]. Che è poi la stessa consapevolezza di Etty Hillesum quando scriveva: «L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire»;o ancora: «Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima».

Ebbene anche oggi il compito per gli uomini e le donne – a maggior ragione per i cristiani e le cristiane – è quello di custodire la qualità alta della propria caratura umana, all’interno di un mondo che invece sempre più propone la dis-umanizzazione.

Dossetti diceva: è questione di fede; e si chiedeva “Quale fede?”. Per rispondere non poteva che indicare la necessità di parlare dell’amore: è dalla qualità del nostro amore che dipende la qualità della nostra fede (essa infatti non è altro che una relazione) e dunque la qualità della nostra vita.

I testi che la liturgia ci propone per questa Sesta Domenica di Pasqua sembrano venire esattamente incontro al nostro bisogno di soffermarci su questa tematica. È per questo che ci concentreremo in particolare sul ragionamento portato avanti nel vangelo di Giovanni.


Innanzitutto il Signore, nel lungo discorso fatto durante l’ultima cena, chiarisce bene i termini della relazione di fede: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Lo sbilanciamento è dunque suo: è lui che per primo ci ha amati, quando proprio di merito non si parlava («Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi», Rm 5,8; «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio»). E questo – molto più che una bella frasetta o uno slogan che di volta in volta i vari raduni cattolici ci propinano – ha una portata scaravoltante l’intero impianto su cui spesso è fondata la nostra religiosità: «Il livello assoluto è il solo livello assimilabile per l’uomo, egli è libero ovvero l’uomo è l’unico ente in grado d’arrischiarsi in maniera assoluta. Ma ciò accade poiché (comunque per primo) Dio si esprime in maniera assoluta, la sola misura favorevole per l’uomo. Donandosi fino all’abbandono Dio è chi consegna chiara dis-misura al reale, qualsiasi atteggiamento l’uomo ponga in campo non giunge dunque a misurarlo. […] Rispetto al libero dono divino, l’uomo ne diviene l’erede, egli non può restituirlo, lo traffica, non ne fa alcuna economia, lo dona a sua volta» [S. Ubbiali, Il sacramento cristiano, Cittadella Editrice, Assisi 2008, 69-70].

In questa relazione originata primariamente da Dio, il Signore invita a rimanere: «Rimanete nel mio amore». E immediatamente dice come: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore».

L’estrema logicità del procedimento (la fede-relazione è un dono, in esso bisogna rimanere, per rimanerci bisogna osservare i comandamenti) rischia però di far perdere la qualità vera di quanto Gesù – nelle parole dell’evangelista Giovanni – sta proponendo ai suoi: il pericolo – purtroppo effettivamente percorso dalla pratica ecclesiale – è infatti quello di perdere il contesto autentico di questo ragionamento e di farlo transitare – a mo’ di “copia e incolla” – in un altro ordine di problemi.

La riduzione a cui è andata incontro la proposta di Gesù è infatti quella di essere stata considerata come un comodo libretto di istruzioni per andare in paradiso: le indicazioni di Gesù sono infatti state sottratte dal loro contesto d’origine, dalla portata con cui e per cui lui le diceva, e sono state adottate come risposta a problemi diversi, a problemi altri dai suoi, a problemi originatisi molto più tardi nella storia della chiesa. La nuova e ristretta prospettiva era infatti quella dell’ansia di salvarsi l’anima, non quella della relazione attuale e vivificante col Signore; una necessità di salvarsi l’anima data dall’eccessiva accentuazione della malvagità dell’uomo: rimanere nell’amore di Dio, voleva infatti dire tentare con le opere buone di ingraziarsi quel Dio giustamente adirato con noi per la nostra pochezza, scordando il primato incondizionato del suo amore per noi e la qualità alta dei gesti dell’amore, che non possono mai essere ridotti a strumenti per salvare sé, altrimenti non sono più gesti dell’amore…

Questi ultimi infatti hanno la peculiarità di essere per gli altri: tra l’altro non nel senso estrinseco di fare qualcosa per qualcuno, ma nel senso pregnante dell’essere implicati in quello che si fa, dunque di un mettere in gioco sé in quello che si fa, compromettendosi dunque, impegnandosi in una relazione, in uno sbilanciamento, in un legame, in una congiunzione di destini, in un essere per l’altro più che in un dare qualcosa all’altro…

E ovviamente – come noto – i comandamenti da osservare per rimanere in quell’amore funzionale a salvarsi l’anima erano tutto un elenco di precetti morali, cultuali, folkloristici, perfino superstiziosi…

Ma che i “comandamenti da osservare” non fossero quelli è abbastanza evidente dai versetti successivi:

- Innanzitutto il riferimento alla pienezza della gioia («Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»), pressoché sconosciuta ai cattolici pre-conciliari e di cui invece Dossetti scriveva: «Il Cristo risorto ci appare talvolta da un punto di vista umano, per una piega non ben chiarita del nostro animo, del nostro intelletto, come un essere evanescente che non ha più i sentimenti. […] Il Signore risorto – invece –, sì, è glorioso, è potente, è libero, è sovrano, è dominatore del mondo, delle anime e della storia, è il giudice che viene, ma è soprattutto un essere infinitamente felice. […] E questa gioia ce la vuole comunicare, questa gioia paradisiaca che sta nella compenetrazione piena, nella corrispondenza totale dell’amore del Padre e del Figlio e che si esprime finalmente in un amore completamente efficace per i suoi. […] Il Cristo, che è alla destra del Padre e che è completamente nella visione beatifica, del Padre, vuole, per amore, che noi raggiungiamo la pienezza di questa gioia: questo è il Risorto! » [G. Dossetti, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 242-243].

- In secondo luogo la precisazione: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Il discrimine cioè non è posto sull’adempimento di qualche norma o sull’assolvimento di qualche dovere, ma molto più radicalmente su un orizzonte di senso che investe la vita, il modo di stare al mondo, il modo di guardare a sé, agli altri, alle scelte…

È su questo che va valutata la qualità del nostro amore, e dunque della nostra fede, e dunque della nostra capacità di sopportare in noi la tensione degli opposti, e dunque di offrirci come campo di battaglia in cui i problemi possano trovare ospitalità, combattere e placarsi… È su questo che va valutata la nostra capacità di non sfuggire, di portare, sopportare e risolvere il dolore, mantenendo intatto un pezzetto della nostra anima.

È dalla nostra qualità amante che dipende la caratura umana della nostra identità (non a caso è sull’amore che verremo giudicati…). E l’indicazione di Gesù è chiara… La qualità amante è cristica: è nella sua prospettiva quando sa dare la vita («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»).

Un cristiano dovrebbe cioè alzarsi la mattina e avere come unica preoccupazione quella di disporsi in modo tale da essere uno che ama le persone che in quella giornata gli sarà dato di incontrare… che si tratti del marito, dei figli, dei fratelli, del panettiere, del capufficio, ecc… Tutto il resto è coreografia… Non a caso il brano di vangelo perentoriamente si conclude così: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Saremo allora persone con una qualità umana significativa se guarderemo a tutto quanto ci accade intorno con uno sguardo amante – che sa dare la vita.

E questo dilaterà i confini del nostro cuore, perché se impareremo a guardare ad ogni uomo con lo sguardo con cui guardiamo “ai nostri” – e lo potremo fare solo stando in mezzo a loro – faremo nostra l’intuizione illuminante di Pietro, che stando in casa di Cornelio, si accorge che «Dio non fa preferenze di persone».

E così, potremo davvero tentare di seguire quando ci suggerisce l’apostolo Giovanni nella sua Lettera («amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore»), senza che l’amore per tutti scada nell’amare nessuno, ma diventi determinazione a non abbandonare, a non lasciare soli quelli che ci circondano, a dare una carezza a chi non l’ha mai ricevuta… a esserci… facendo spazio, per chi non ha casa… offrendo le nostre braccia, come casa, i nostri petti, le nostre spalle.

Io credo che sia questa la risposta alla domanda che ogni volta che si parla di amore ci sale alle labbra: “Cosa vuol dire amare?”. Io credo sia proprio questo: offrire spazi di sé, perché altri li abitino.

E se qualcuno vuole approfondire qualche tratto che io ho delineato, ma ho lasciato un po’ implicito, qui sotto trova un pezzo della lectio di Giuliano di tre anni fa…

Anch’io sono un uomo come te!  Ma adesso finalmente mi sono accorto che…

            È una delle “scoperte” più importanti e determinanti della genuinità della nuova “fede” a cui sono chiamati i discepoli. La visione che Pietro ha appena avuto (At 10,11ss) del lenzuolo contenente ogni specie di bestie impure… purificate dal Signore, trova sempre (lungo i secoli… fino ad oggi!) una opposizione dura e sorda…che tenta invincibilmente di attenuarne l’esplosività, ridividendo il lenzuolo dell’umanità in zone di maggiore o minor purezza o ortodossia o vicinanza a Dio, secondo i criteri culturali, razziali, religiosi, morali… che impregnano le diverse identità delle persone e dei popoli. Ma tutte queste barriere culturali sono ormai relativizzate dall’irruzione nel cuore della gente – i singoli e i gruppi! ‑  dello Spirito mandato da Gesù! Con due effetti dirompenti. Il primo effetto dello Spirito è l’apertura del cuore dei discepoli alla fraternità universale degli uomini nella loro uguale dignità, secondo le misure sconfinate del cuore del Padre, che annulla ogni discriminazione, compresa quella religiosa o sacrale. Il convertito fa fatica a capirlo, perché vorrebbe ‘sacralizzare’ tutto quanto l’ha effettivamente aiutato a incontrare il Signore. Ma il Signore non si ferma nelle forme sacre attraverso le quali passa storicamente, le quali anzi, se “assolutizzate”, disviano dall’incontro con il Signore, che ci chiama sempre più avanti nel cammino! La seconda è l’altra esperienza di Pietro, che per uscire dalle strettoie insuperabili dalla sua invincibile diffidenza verso i pagani, è stato “spinto” ad andare a casa dell’altro. Non per insegnare o convertire … ma per “capire”, cioè per dilatare il cuore e comprendere sperimentalmente… “Andare a casa dell’altro” (la missione!) è già segno di amore, è smuoversi da casa propria, è portare lo Spirito… Una dinamica interiore essenziale alla maturazione della fede, perché fa scattare la scintilla delle due conversioni che si incontrano: mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro. La contemporaneità (mentre ancora parlava… lo Spirito…) vuol esprimere la doppia azione dello Spirito, che non è “portato” da Pietro, ma è da lui riconosciuto, accolto e annunciato, e per così dire garantito, con l’inserimento nell’intreccio ecclesiale attraverso il Battesimo. Ogni missione, dunque, è autenticata dalla retromissione, cioè dal ritorno dello Spirito che, annunciato dal discepolo, innesca sempre nuove sintesi di umanità convertita, nuove esperienze di fede, nuove relazioni di amore, nuove occasioni di speranza. Se queste sono accolte, ri/convertono a loro volta  il discepolo stesso, lo aprono a più ampi orizzonti e lo purificano dalle inevitabili incrostazioni storiche della sua fede di partenza. Senza queste “scoperte” o consapevolezze nuove, che l’ingresso dei pagani nella chiesa ha fatto fare a Pietro, Paolo, Barnaba… e poi alla comunità, il gruppo dei discepoli di Gesù sarebbe forse divenuto una sterile setta giudeocristiana…

Non siamo stati noi ad amare Dio… il primato dell’amore di Dio in ogni storia!

            In questo sta l’amore, dice Giovanni, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è stato lui ad amare noi. Perché? Perché il nostro amore è “bisogno”, ben motivato dalla nostra situazione di indigenza radicale…E non può essere subito amore dell’altro, ma è amore di sé! Non mira a far crescere l’altro, ma usa l’altro per accontentare sé! Come troppo spesso le nostre vicende quotidiane di competizione, di prepotenza e relative frustrazioni… ci confermano giorno dopo giorno! Non è questo l’amore di cui parla Gesù! L’amore esemplare, generativo di ogni vero amore, è quello del Padre, che ha mandato il figlio a salvarci, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui, a costo di fargli assorbire su di sé il veleno che ci faceva morireQuesto vuol dire divenire vittima di espiazione per i nostri peccati! Non poteva sopportare che noi ci perdessimo nella nostra miseria… perciò l’ha assunta, vissuta e disinquinata nel lungo tragitto della sua breve vita, da Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme. Questa esperienza umana del figlio, che ha vissuto nella sua vicenda storica in questo mondo il suo rapporto ineguagliabilmente intenso con il Padre, che gli donava la vita, la forza e la fede, ci ha coinvolti in questa sua originale dinamica vitale di amore. Ci ha aperto la strada all’apprendimento (ma è un dono del suo Spirito) di questo alfabeto nuovo dell’amore. All’inizio (e sempre da capo!) balbettiamo, mescolando parole vecchie e parole nuove, sentimenti egocentrici con desideri di gratuità, convinzioni discriminati con la consapevolezza che Dio non fa preferenze di persone: abbiamo i suoi mezzi (Parola – Eucaristia – nel tessuto ecclesiale che è il suo corpo) per imparare ad amarci nella storia, “come lui ci ha amati” ­ cioè con il suo amore, che è lo Spirito. Sono gesti, atteggiamenti, cenni di perdono o consolazione o vicinanza, umili espressioni sempre ricominciate, nelle quali apriamo il cuore alla benevolenza del Padre che passa attraverso di noi, per lo Spirito di Cristo Gesù. È il modo cristiano di “conoscere” vitalmente Dio. Una conoscenza che ha bisogno delle mani, della pelle, degli occhi, della bocca… del cuore, nelle umili faccende quotidiane, dove, imitando questo primato dell’amore divino, ci sbilanciamo ad amare gli altri, senza verifiche e senza misure, senza giudizi e senza ricatti, senza paure di fallimenti o di inutilità, perché anche solo il desiderio o il tentativo… è “generato in noi da Dio” ed ha già tutto il suo compenso dentro di sé!

Non vi chiamo più servi…ma vi ho chiamato amici

            Questa trasformazione radicale del rapporto con Dio, che da servi legati a un padrone (è l’origine della “religione”!) ci ha aperto la strada dell’amicizia con Gesù, è appunto il frutto di questa nuova conoscenza vitale di cui abbiamo ricevuto la forza e il mandato. Questo è il testamento di Gesù. Non è una conoscenza intellettuale, ma esistenziale ed operativa, come un rapporto profondo di amore e dedizione interiore che investe il cuore e dal cuore impregna la testa, le parole i sentimenti e le opere che si fanno. Gesù ha imparato e vissuto nel quotidiano questo riferimento appassionato e totale al Padre, che l’ha travolto e gli ha impregnato di gioia e di pienezza la vita. E ora non ha altro desiderio che comunicarcelo: tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. Non per essere ringraziato o venerato o ubbidito… ma per amicizia, che è la voglia spontanea del cuore che il tuo amico goda di tutto ciò che tu sei e che hai, a partire dall’esperienza fondamentale della sua vita, il rapporto con il Padre!

mercoledì 31 agosto 2011

XXIII Domenica del Tempo Ordinario: La correzione fraterna

Le letture che la Chiesa ci propone per questa ventitreesima Domenica del Tempo Ordinario, sono tutte incentrate su un unico tema: quello dell’amore fraterno, che si esplicita in un’istanza molto chiara: «ciascuno si deve far carico del proprio fratello perché ognuno è la sentinella che deve avvertire il fratello per il pericolo imminente» [P.Pezzoli, La casa sulla roccia: il vangelo secondo Matteo, in G.Facchinetti-P.Pezzoli-P.Rota Scalabrini, Scuola della Parola, LIG, Bergamo 1999, 138].
Abbiamo dunque a che fare con testi il cui oggetto precipuo è la cosiddetta “correzione fraterna”… Non a caso la Liturgia della Parola propone come brano evangelico un testo tratto dal capitolo 18 di Matteo, quel capitolo cioè nel quale è inserito il “Discorso ecclesiale”.
Come abbiamo avuto già modo di dire, infatti, il vangelo di Matteo «obbedisce a due strutture. La prima, più evidente e più tipica, consiste nella successione di grandi discorsi, attorno ai quali si organizza il materiale narrativo. Il c. 18 è il quarto discorso: dopo il discorso programmatico della montagna, il discorso missionario e il discorso in parabole, ecco un discorso ecclesiale, che si occupa di alcuni problemi interni alla comunità.
Ma dietro il succedersi dei discorsi si intravede la struttura del vangelo di Marco, che racconta la vicenda di Gesù iniziando dal battesimo, continua col ministero in Galilea e poi in Giudea e si orienta sempre più chiaramente verso la passione. Secondo questa struttura il discorso del c. 18 si trova nel contesto degli annunci della passione (cf. 16,21; 17,22-23; 20,17-19). La collocazione è significativa. Il nostro discorso offre delle norme di vita comunitaria da leggere nella prospettiva della sequela, intesa come un cammino verso la croce. Possiamo dire che almeno in parte, il c. 18 intende rispondere alla domanda: come deve costruirsi una comunità che intende porsi alla sequela del Crocifisso?
[…] Il discorso si divide in due parti [Mt 18,1-14 e Mt 18,15-35: la Liturgia domenicale della Parola ci propone la II parte, spezzata a sua volta in due domeniche successive: XXIII domenica del TO, Mt 18,15-20; XXIV domenica del TO – domenica prossima –, Mt 18,21-35]. Ciascuna parte si sviluppa attorno a un interrogativo: “Chi è il più grande nel regno dei cieli?” (18,1); “Quante volte devo perdonare al mio fratello che pecca contro di me?” (18,21). Ciascuna parte termina con una parabola: la parabola della pecorella smarrita (vv. 12-14) e la parabola del servo perdonato ma incapace di perdonare (vv. 23-35). Ciascuna parte è costruita attorno a una parola chiave, continuamente ricorrente: la parola “piccolo” la prima, la parola “fratello” la seconda» [B.Maggioni, il racconto di Matteo, Cittadella Editrice, Assisi 2004, 226-227].
Come detto la Liturgia domenicale della Parola tralascia tutta la prima parte del discorso ecclesiale, la cui tematica principale è quella dei piccoli / dei bambini (cui ho fatto comunque cenno perché mi pare importante leggere nella sua interezza questo capitolo 18) e si concentra – in due domeniche successive – sulla seconda, quella del perdono o della correzione fraterna.
Tutta questa lunga premessa, che magari a qualcuno è risultata un po’ troppo scolastica e noiosa, mi è sembrata invece necessaria perché ci permette di rilevare da subito un elemento molto interessante: quando nel vangelo si parla esplicitamente di chiesa (“Discorso ecclesiale”, appunto), gli assi semantici, attorno ai quali tutto ruota, sono il termine piccoli con la tematica della loro custodia e il termine fratelli come chiave di lettura delle relazioni intra-comunitarie.
È come se parlando di Chiesa, il vangelo mettesse lì due grandi binari orientativi:
-          Tra voi i piccoli siano custoditi!
-          Tra di voi siate fratelli!
È all’interno di queste macro linee guida, che poi le indicazioni si fanno più puntuali…

Sarebbe interessante soffermarsi su questi due pilastri, verificando magari la vita delle nostre comunità ecclesiali a partire da essi, ma ci porterebbe troppo lontano e, forse, ci lascerebbe anche un po’ troppo l’amaro in bocca (che non va bene all’inizio di un nuovo anno sociale), perciò torniamo ai nostri 6 versetti odierni e alla tematica più circoscritta della correzione fraterna.
Essa è descritta come un percorso a tappe:
1-   «se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello»;
2-   «se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni»;
3-   «se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità»;
4-   «se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano».
La correzione fraterna descritta in questo brano di vangelo riecheggia una prassi ecclesiale presente nella comunità di Matteo… e ciascuno di questi elementi andrebbe spiegato bene, in particolare l’ultimo, quello che noi chiamiamo “s-comunica”… perché forse è quello più frainteso…
Ma mi pare che un criterio ancora più fondamentale per collocare nella giusta prospettiva queste tre tappe, sia quello di risalire al contesto cui pensavano Gesù / Matteo quando dicevano / scrivevano queste parole e vedere in che modo oggi anche per noi esse possano essere vitali.
In questa prospettiva il dato essenziale da mettere in evidenza è il fatto che – quando scrive – Matteo pensa alla sua comunità, che era una comunità piccola!
Anche se quest’osservazione può apparire una banalità e uno può ritrovarsi a dire “Beh, e allora?”, in realtà io credo si tratti di un elemento che scaravolta tutto il senso di questo brano… quello almeno che noi siamo soliti attribuirgli, che è più o meno questo: siccome per una volta su un argomento specifico nel vangelo non ci sono indicazioni generiche, ma una specie di “ricetta”, seguiamola! Con tutti i peccatori nella Chiesa, seguiamo questo iter!
Invece no! Perché l’atteggiamento suggerito da Gesù per affrontare il problema del peccato e dei peccatori, implica il riferimento (vincolante) a comunità numericamente limitate, dove il clima è quello familiare… comunità quindi molto diverse da quelle parrocchiali cui noi siamo abituati a pensare, che spesso contano migliaia di abitanti, centinaia di fedeli che non si conoscono nemmeno tutti per nome…
In una situazione di questo tipo è impensabile applicare il “metodo” proposto in Mt 18 in maniera pedissequa, come se si trattasse – appunto – di una “ricetta magica”…
È infatti solo all’interno di relazioni nelle quali ci si riconosce effettivamente, e non solo nominalmente, fratelli, che è possibile un intervento quale quello suggerito nel vangelo. Senza dimenticare che anch’esso, nella formulazione in cui è giunto a noi, è già “formalizzato” e “schematizzato” per un uso comunitario… Non per niente, all’inizio, dicevamo che esso risente della prassi usata nella comunità di Matteo!
Ciò che allora è da tenere di questo brano non è la pura applicazione acritica della “ricetta”, ma ciò che la “ricetta” implica, cioè:
-       Che bisogna sempre separare peccato (da condannare) e peccatore (da custodire con ogni mezzo, foss’anche quello di un periodo fuori dalla comunità perché possa ritornare: questo – e solo questo! – è il senso della scomunica nella chiesa).
-       Che non si può aziendalizzare il vangelo sulla falsa riga dell’aziendalizzazione della chiesa che ogni tanto sembra comparire in questo III millennio… Essa, infatti – per quanto si estenda in tutto il mondo – è Chiesa quando consente rapporti autenticamente fraterni. È infatti solo fra due o tre (riuniti nel suo nome), che ci si può ammonire. Perché altrimenti va perso il principio guida dell’ammonimento, che è il seguente: «il perdono e l’amore precedono: la correzione nasce dall’amore. Si corregge – altrimenti che diritto avremmo di correggere? – perché si ama» [Ivi, 238]. Ecco perché questo vangelo dovrebbe avere come destinatarie le piccole chiese che sono le famiglie, le comunità di base, le piccole fraternità, i cantieri antropologici dove si prova a vivere il vangelo… e non le macro organizzazioni ecclesiali in cui non ci si conosce (dunque non ci si ama) nemmeno…

venerdì 25 febbraio 2011

VII Domenica del Tempo Ordinario: Amate i vostri nemici!

In questa settima Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa – nel vangelo – ci invita a proseguire la lettura del discorso della montagna iniziata ormai qualche settimana fa e che, proprio oggi, raggiunge uno dei suoi vertici più alti (ma anche più difficilmente comprensibili e assimilabili)… l’amore per i nemici...


Gesù invita precisamente a questo… a non opporsi al malvagio (cioè a chi ci fa delle malvagità), anzi, ad offrire l’altra guancia a chi ci ha colpito la prima; a lasciare anche il mantello a chi ci vuole togliere la tunica; ad accompagnare per due miglia, chi ci costringe a farlo per un miglio; a dare a chi chiede e a non voltare le spalle a chi desidera da noi un prestito; ad amare i nostri nemici e a pregare per chi ci perseguita…

Dove, la paradossalità del discorso, sta nel fatto che in nessuno di questi inviti è possibile rintracciare un qualcosa che ne attenui la portata… Non si dice di non opporsi a chi ci ha fatto una malvagità (magari occasionalmente, magari subito pentendosene, magari perché cresciuto dentro ad una condizione di disagio…), ma di non opporsi ai malvagi (senza nessuna specifica che attenui la portata di questa “malvagità”); non si dice di porgere l’altra guancia – cioè di tornare ad arrischiare la propria vita con qualcuno che l’ha già tradita – ad un amico, a qualcuno di caro, che – nonostante la sofferenza procurataci – non vogliamo perdere… ma si dice di porgere l’altra guancia e basta, nuovamente senza un elenco di casi o una specificazione di situazioni “accettabili”; non si dice di dare tunica e mantello (magari) a chi ha freddo o a chi ne ha bisogno… ma di dare il mantello a chi ci ha rubato la tunica, magari lasciando noi al freddo e nel bisogno; non si dice di accompagnare per due miglia un amico che ci aveva chiesto di farne uno con lui… ma di farne due con chi ci ha costretto a farne uno; fino ad arrivare alla paradossalità estrema dell’amore ai nemici e della preghiera per i persecutori…

Una “paradossalità” l’abbiamo chiamata… Una paradossalità perché è un modo di atteggiarsi che non rispetta nessuno dei canoni abituali con cui solitamente è organizzato il nostro vivere sociale… non è rispettata l’inviolabilità della persona, il diritto di proprietà, l’istinto di sopravvivenza, la giusta retribuzione, il diritto di combattere contro le ingiustizie subite, ecc… Dentro a questo “pacchetto” di diritti sta tutto il nostro vivere sociale (necessarissimo e figlio di una lunga storia di battaglie per i diritti che vanno assolutamente onorate!)… però… c’è un però… che nasce proprio dalla lettura di questo vangelo…

Perché dentro ad uno stare al mondo pensato secondo quei criteri (quei diritti personali) la proposta di Gesù non ci sta, appare, appunto, paradossale, fuori dallo schema, “inincastrabile”…

Infatti non si possono vivere gli inviti di Gesù, se ciò che urla nel nostro cuore è la rivendicazione (per noi) di quei diritti: non posso porgere l’altra guancia, dopo che mi hanno ingiustamente percosso la prima, se ciò che emerge come prioritario nel mio cuore, nella mia mente, nelle mie reazioni (cioè nel mio modo d’essere) è la rivendicazione del diritto all’inviolabilità della mia persona… o quello alla lotta per le ingiustizie subite. Non posso dare anche il mantello a chi mi ha rubato la tunica se ciò che emerge in me è essenzialmente la necessità di una giustizia retributiva, la rivendicazione del mio diritto alla proprietà privata, ecc… non posso fare due miglia con chi mi ha costretto a farne uno con lui, se mi esplode dentro la pretesa di veder riconosciuto il mio diritto alla libertà, alla libera determinazione, alla libera circolazione…

Non posso…

Ma allora? Com’è possibile entrare nella mentalità di Gesù (una mentalità per la quale queste proposte – visto che lui le fa e le vive! – non sono affatto paradossali ma pronunciate con realismo)? Perché per lui sono “normali”, “possibili”, “percorribili” mentre a noi risultano “fuori dal normale” (paradossali, appunto), “impossibili”, “improponibili” e “irricevibili”?

Forse perché – appunto – in quelle situazioni, ciò che in Lui emerge come prioritario non è la rivendicazione di alcuni diritti (per sé) – pure giusti – ma qualcosa d’altro… Per Lui ciò che preme dal di dentro e va a determinare il suo pensare, sentire e reagire è la custodia dell’altro, sentito sempre come suo. Anche quando è malvagio, sconosciuto, straniero, ladro, peccatore, ecc...

È qui che giunge dunque il suo invito… non tanto (o non solo) a cambiare alcuni nostri atteggiamenti, a correggere alcune nostre reazioni, a seguire una serie di prescrizioni per dei casi concreti, ma a cambiare il nostro modo di stare al mondo… Infatti potremo vivere tutti quei suoi inviti, solo se dentro ci nascerà un’istanza diversa, che diventa prioritaria su tutte le altre: quella per cui l’altro è l’unica mia preoccupazione, è il senso della mia vita, colui che gli dà la giusta misura!

Vivere così, con questa istanza interiore, riscrive tutti i nostri modi di pensare, di pensarci, di organizzare, di organizzarci, di stare insieme, di stare al mondo…

Ma come si impara questo nuovo modo di stare al mondo?!?!?

Diceva un caro amico martedì sera in una conferenza: «Come si impara questa dinamica qui? Con la fedeltà fondamentale alla nostra vita, che è così: che io posso essere ogni tanto peccatore, posso aver sbagliato, posso aver detto anche una parola fuori posto, oppure aver fatto il gesto più maldestro della mia esistenza… e però c’è sempre una possibilità di recuperare, perché sono storicamente connotato. Lo dico sempre quando confesso qualche ragazzino che dice parolacce alla mamma… Gli dico sempre: “Guarda la prima cosa che devi fare quando hai detto una parolaccia alla mamma, è dirle ‘Ti voglio bene!’…”. La santa ipocrisia cattolica – direbbe qualcuno – che cerca di rimediare ai propri peccati con la falsa dichiarazione di bene… No, non è la santa ipocrisia cattolica, è la santa pedagogia cattolica, per la quale le azioni buone ti rendono buono alla fine della fiera… Invece la santa ipocrisia pedagogica di chi si crede illuminato ci fa fare le azioni buone dopo che siamo diventati buoni… infatti: più nessuno fa le azioni buone… Perché ci insegnano così, no!??! Prima di amare devi fare dei corsi, devi sistemare tutto, devi aver risolto tutte le turbe psicologiche di bambino, devi aver trovato la serenità perfetta, poi finalmente sei pronto… Infatti uno non è mai pronto… Invece, nella crisi si ama! Nell’inciampare, nel tirarsi su… Come dice la bellissima frase di Oscar Wilde: “Siamo tutti nel fango”! Tutti! Ma qualcuno – dal fango – guarda le stelle e da lì (magari) trova il coraggio»… per provare l’impossibile: tentare di diventare pian piano (e non pretendere di essere) “perfetto come il Padre nostro che è nei cieli”… Uno del quale Gesù dice che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti»…

Solo un Dio paradossale così infatti può essere il Dio di quelli che paradossalmente amano i nemici…

Ma forse ci sembra tutto così paradossale – nonostante siano 2000 anni che tutto è già scritto nel vangelo – perché non abbiamo accettato un Dio così (che fa sorgere il sole sui buoni e suoi cattivi…)… Un Dio così infatti non serve a niente nella rivendicazione dei nostri diritti… cosa ce ne facciamo di un Dio così, che sa solo proporci di amare i nemici e quindi, non solo di non guadagnarci niente, ma anche di perderci… e non qualcosa, ma noi stessi?

Non serve a niente, ecco perché – pur essendo una definizione di Dio che ha dato Gesù stesso – è forse la meno conosciuta e citata nella storia del Cristianesimo… storia, segnata troppo spesso dalla ricerca di un dio che “serviva” a qualcosa, che serviva a noi (contro gli altri), a me (contro l’altro)… dimentica del Dio della gratuità, non della necessità; dell’amore, non del dovere; dell’inclusione, non dell’esclusione; del per te, non del per me; della tua misura, non della mia misura…

Forse è allora davvero giunto il tempo che anche noi – dal fango e senza esserne pronti – proviamo a fare qualche “azione buona” che ci renda “buoni”… cioè qualche azione gratis, che ci renda gratuiti… qualche azione in cui l’orizzonte è segnato dalla preoccupazione per l’altro e non per la rivendicazione dei miei giusti diritti… chissà che “alla fine della fiera” non diventiamo anche noi perfetti come il Padre nostro celeste… e anche noi facciamo piovere il nostro bene sui giusti e sugli ingiusti…?!?

sabato 12 febbraio 2011

Ti amo...



Ci ho messo un po' a decidere se sopprimere definitivamente il post o mantenerlo. Poi ho deciso di mantenerlo per due ragioni: primo perché le riflessioni fatte e la bellezza del testo non vengono meno. Poi perché è una bella lezione di umiltà... Di cosa sto parlando? Semplice ho preso una "bufala" nel senso che il vero autore del testo è Fabio Volo. Precisamente la lettera è tratta dal suo romanzo E' una vita che ti aspetto, (2003). Il brano in questione si trova proprio alla fine del romanzo. A.M., da cui io l'ho preso col suo esplicito permesso (!) lo ha semplicemente reso al femminile e indirizzato al suo ragazzo. Io ho riportato adesso la versione "originale".

Tutto il male però non vien per nuocere. Dubito che avrei prestato tanta attenzione ad un testo tratto da un romanzo... Il "merito" di A.M. sta nell'avermelo calato nella realtà rendendo il testo, nell'immaginario personale ancor più suggestivo e pregnante. D'altronde è questo il vero modo di leggere un romanzo: "funziona" solo se si fa finta che sia vero...

Ti dico queste parole nel periodo migliore della mia vita, nel periodo in cui sto bene, in cui ho capito tante cose. Nel periodo in cui mi sono finalmente ricongiunto con la mia gioia.

In questo periodo la mia vita è piena, ho tante cose intorno a me che mi piacciono, che mi affascinano. Sto molto bene da solo, e la mia vita senza di te è meravigliosa.

Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi, intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché senza di te io sia infelice: sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più. Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te. Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? Più una persona sta bene da sola, e più acquista valore la persona con cui decide di stare. Spero tu possa capire quello che cerco di dirti.

Io sto bene da solo ma quando ti ho incontrato è come se in ogni parola che dico nella mia vita ci fosse una lettera del tuo nome, perché alla fine di ogni discorso compari sempre tu. Ho imparato ad amarmi. E visto che stando insieme a te ti donerò me stesso, cercherò di rendere il mio regalo più bello possibile ogni giorno. Mi costringerai ad essere attento. Degno dell'amore che provo per te. [...]

Da questo momento mi tolgo ogni armatura, ogni protezione [...] non sono solo innamorato di te [...], io ti amo. Per questo sono sicuro. Nell'amare ci può essere anche una fase di innamoramento, ma non sempre nell'innamoramento c'è vero amore. Io ti amo. Come non ho mai amato nessuno prima...


Non ho letto (ancora) il romanzo di F. Volo, ma trovo questo brano bellissimo.
Una dichiarazione d'amore che inizia in modo spiazzante con quel «…la mia vita senza di te è meravigliosa»: Che razza di dichiarazione d’amore può mai essere una frase del genere? Sembrerebbe più un voler prendere le distanze, un premunirsi da fallimenti futuri, quasi un insulto… L'autore se ne rende conto e, con un guizzo di genio non indifferente, apre a orizzonti nuovi: «… Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te», e ancora – spostando lo sguardo su di lui – «… Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? ». Cioè – sembra voler dire – proprio perché anche senza di te io sono felice, io voglio condividere questa felicità con te…

Non so voi, ma a me sembra che il discorso – che esistenzialmente nasce dal tentativo di sciogliere il nodo gordiano del comprendersi tra l’essere-con-sé e l’essere-con-te – è a dir poco sublime. E nelle poche parole dello slancio del cuore, fa una sintesi magistrale della ragione stessa, non solo dell’atto Creativo di Dio – il perché dell’esistente – ma di tutta la storia della Salvezza, dalla prima all’ultima pagina della Bibbia.

E facendo questo, come se non bastasse, spazza letteralmente via duemila anni di quella spiritualità cristiana (che davanti a questa scritto appare piuttosto un simulacro di spiritualità e per niente cristiana) che ha fondato la fede in Cristo e l’appartenenza a lui, sulla ricerca di “senso” alla propria esistenza: Buona parte dell’annuncio cristiano si basa ancora oggi su questo principio, che qui si mostra come inconsistente e per lo meno ambiguo. Perché riduce Cristo, la fede, la religione, la preghiera, l’amore stesso, ecc., a “compensazioni” di mancanze esistenziali che hanno come esito la fuga dal “reale”: «sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza», scrive!

Da qui si possono trarre degli spunti ulterioni sempre in ambito cristiano...

Dobbiamo avere il coraggio di dircelo chiaramente, senza Gesù Cristo, ci sono miliardi di persone che vivono bene e alcune benissimo. Lo ripeto, senza fede, senza Gesù Cristo, si può vivere bene, eccome. Forse, in quanto credenti, fa male dirselo, ma è la verità che constatiamo ogni giorno, anche in noi stessi.
Verità dolorosa, ma meravigliosa però, perché ci permette di scoprire che solo colui che vive in pienezza la propria vita può, senza piegare la fede ai propri bisogni, vivere un rapporto di fede e di affidamento a Gesù Cristo in tutta autenticità: le letture strumentali del Vangelo nella storia sono lì a ricordarcelo…
Solo allora ci si può decidere per “complicarsi la vita” in un rapporto con l’altro… Con tutto quel che comporta nella vita pratica, la fatica di dare storia al proprio reciproco amore.

Ci possiamo domandare allora se Gesù Cristo “oggi”, è “ancora” un “di più”. Anche a questo credo che possa rispondere il brano «Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più».

Solo se si arriva a dire questo, l’amore è veramente amore. Perché gratuito, cioè “di Dio”. E solo questo amore, rende ancor più meraviglioso, il meraviglioso che già viviamo: Qualunque sia il punto di partenza con cui iniziamo (con Dio, con le persone, con le cose), questa è per tutti la direzione in cui incamminarsi.

Altre considerazioni potrebbero essere fatte, ma non vorrei allungare eccessivamente il post.
Accenno solo a due aspetti non marginali, presenti nella struttura del testo.
L’imparare a stare bene con sé: ove la “necessaria solitudine” diventa il “luogo” in cui si impara a costruire l’incontro con l’altro.
L’osservazione, indicata solo indirettamente, che l’amore è sempre un incontro tra maturi e non tra immaturità. A qualunque livello questa si situi…

Sinceramente è un brano che consiglierei caldamente a ogni coppia che intendesse intrapprendere (o continuare) un cammino di relazione che non si fondi sul "completamento, da parte dell'altro, di ciò che ci manca".

In ogni caso, grazie ad A.M. che mi ha fatto conoscere questo brano!

Nota: Quando avrò letto il romanzo, vedrò se sarà il caso di commentare ulteriormente il brano... Ho eliminato i commenti che non sono più "attinenti" al post. Mi scuso ancora con le lettrici e lettori del blog.

venerdì 31 dicembre 2010

II Domenica dopo Natale: Ci ha scelti per essere santi e immacolati... nell’amore!

Eccoci giunti alla prima domenica del 2011, la seconda dopo Natale… e oggi, ho deciso di regalarvi una lectio un po’ meno formale del solito… cerco sempre di non esserlo troppo, ma oggi, vorrei proprio non esserlo.


E allora, inizio con una confidenza… sono ormai tre anni che faccio questo “mestiere”, di scrivere tutte le domeniche una riflessione sulle letture che la Chiesa ci offre: e siccome è ricominciato il ciclo liturgico, ogni tanto vado indietro a rivedere cosa avevo scritto tre anni prima e ogni tanto “attingo”… Forse qualcuno se ne sarà accorto, ma è stato così caro da non farmelo notare.

In occasioni come queste, poi, quelle in cui le letture non si ripetono ogni tre anni, ma ogni anno – come è appunto per il Tempo di Natale – il materiale su cui “sbirciare” è ancora maggiore…

Per cui – se qualcuno ha bisogno di una meditazione più sofisticata – vada pure a rivedere i miei scritti degli anni scorsi… Ma oggi mi va di fare così: lasciar perdere tutti gli “spiegoni” belli e necessari che andrebbero fatti e concentrarmi su un punto solo: la frase di Paolo che ci dice che cosa siamo qui a fare: «ci ha scelti per essere santi e immacolati nell’amore».

A scanso di equivoci, lo dico subito: non vuol dire irreprensibili e senza macchia nelle cose del sesso, come mi sono accorta certi pensavano quando io citavo questa frase (una delle mie preferite), ma, anzi, tutto il contrario.

Il bello di questa frase infatti – e il motivo per cui mi piace anche spesso citarla – è quello che – se la dici bene – riesci a creare un effetto scaravoltante nell’interiorità della gente. Noi infatti quando sentiamo che dobbiamo essere santi e immacolati, non ci scuotiamo nemmeno di un millimetro: è la morale che da sempre ci sentiamo ripetere dagli altri e abbiamo noi stessi ripetuto ad altri… che bisogna essere bravi, che bisogna comportarsi bene, che non bisogna fare il male, soprattutto quello che – appunto – ha qualcosa a che vedere col sesso, perché – si sa – lì c’è qualcosa di particolarmente grave… e bisogna fare così o non fare cosà perché poi ci sarà un giudizio, per cui non bisogna “sporcare” l’anima, bisogna arrivare lindi all’appuntamento (da cui l’importanza di confessarsi, almeno prima di morire) e così meritarsi il paradiso, o, per lo meno, riuscire a evitare l’inferno…

E se vi sembra una lettura un po’ canzonatoria o ridicolizzante, avete ragione… ma il dramma è che è quella più diffusa tra la gente normale, anche quella dotta… quando la gente pensa al cristianesimo, pensa a questo: una morale, con le sue leggi, i suoi divieti, le sue sanzioni, i suoi premi, il suo giudice, la sua bilancia, ecc…

E infatti lo si vive così: senza saper rendere ragione del perché non si debba fare il male ma piuttosto il bene e proponendo come unico tentativo di argomentazione quello dell’inferno e il paradiso…

Solo che ormai non ci crede più nessuno (perché, a differenza dei primi 1600 anni dell’epoca cristiana, in cui il problema era andare in paradiso, perché si dava per scontata l’esistenza di Dio, oggi il problema – direi il dramma umano – è se Dio c’è o no) e così viviamo o facendo tutto quello che per i nostri nonni era assolutamente da evitare (perché se poi Dio non c’è non vorremmo aver sprecato l’occasione), o tentando di fare gli equilibristi tra “lo faccio” / “non lo faccio”, perché se poi magari è vera la storia dell’inferno, è meglio andar sul sicuro: per cui “lo faccio, ma con moderazione”…

Un parallelismo interessante: se Dio c’è, dobbiamo castrarci la vita; se non c’è, possiamo godercela… come se Dio fosse il Dio della morti-ficazione della vita e la sua assenza, la possibilità della vita… strana sorte per quello che voleva essere un lieto annuncio…

Ecco… io credo che questo in sintesi renda bene l’idea di ciò che percepiamo quando sentiamo la frase di Paolo, per cui dobbiamo essere santi e immacolati: se Dio c’è, addio Vita…

Ma se – con Paolo – diciamo «santi e immacolati nell’amore»…
ecco lo scaravoltamento! Si apre tutta un’altra prospettiva (che a me pare quella autenticamente evangelica): bisogna essere irreprensibili e senza macchia non nella morale (comunemente intesa) ma nella donazione del nostro amore, nella nostra capacità di custodia, di dedizione, di tenerezza, di cura, di fedeltà… nella determinata determinazione di dare il primato al volto dell’altro, di fare spazio perché l’altro ci stia, di dare la vita per lui, chiunque esso sia… insomma di fare ciò di cui davvero il nostro cuore ha sete (perché questo c’è davvero nelle profondità di ciascuno… amare ed essere amati, tanto da poter offrire/trovare due braccia tra cui morire), ma che spesso soffochiamo per paura, disillusione, ritorsioni, rancori, ferite… dedicandoci ad altro e distraendoci, in altre faccende affaccendati.

Invece, questa è la buona notizia che Gesù è venuto a rivelare («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»), che se Dio c’è, non c’è più bisogno di salvarsi la vita da soli (a scapito degli altri) o di spremerla fino in fondo per godersela il più possibile (a scapito degli altri)… perché se c’è Lui, la tiene in mano Lui… abilitandomi a dedicarmi a ciò che c’è di più bello, che è volere bene!

Ecco lo scarto, rispetto all’altra visione… che qui, quando c’è Dio, c’è la Vita («In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»)… e che il bene (che è sempre il “volere bene”, cioè l’amarsi!) – e non il male – è bello, rende la vita bella, ci fa più uomini/donne dilatati interiormente (che è la nuova morale riscritta da Gesù… un’anti-morale perché non ha nessun principio o paletto che sta sopra alla faccia dell’altro, che proprio per la sua unicità è non-racchiudibile in un codice legale, perché è sempre “una storia a sé”)!



L’anno scorso concludevo la lectio su questi stessi testi (intitolata “Buon anno”), con queste parole: «Il modo di salvarci di questo Dio fatto uomo è quello di farci figli: “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità”, “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”, “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.
Molti sono i modi in cui potremmo arrivare ad immaginare la salvezza che un dio può portare agli uomini e molti sono i modi in cui i cristiani stessi la pensano… ciascuno di essi rispecchia l’immagine del dio che ha in testa… Allo stesso modo, la scelta di salvarci, rendendoci figli, dice molto su chi sia Colui che questa salvezza l’ha pensata (e attuata!).
Purtroppo molto spesso l’uomo tra tutte le cose che pensa di dio, non arriva ad immaginarlo come Padre (molto più frequentate sono infatti le figure del “padrone”, del “dominatore”, del “soggiogatore”, in versioni più o meno evidenti); ma purtroppo molto spesso persino i cristiani, che dovrebbero fondare la loro fede sul vangelo, che non fa altro che ripetere precisamente la buona notizia che Dio è Padre, se la scordano e reintroducano le stesse figure pagane di un dio che semplicemente è altro da quello rivelato da Gesù.
Ma più radicalmente ancora, il problema sembra essere quello per cui anche chi incontra davvero questa buona notizia, fatica a convertirsi ad essa… a mantenerla salda in cuore… a tornare sempre a farci affidamento… La paura di un’orfanità in cui spesso ci sentiamo abbandonati e il gelo che essa fa scorrere per la spina dorsale sembra spesso prevalere… tornando a farci “vivere” da schiavi… imbruttiti dal timore della morte e dalla paura dell’altro che me la può dare…
In questo tetro scenario sentir risuonare la parola del Prologo di Giovanni, «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio», diventa come un caldo balsamo che penetra i nostri terrori e apre scenari nuovi, riallarga gli orizzonti, dona ossigeno all’anima: un mondo fatto di figli… fratelli…
Chissà se riusciremo a dargli credito… per quest’anno… è il mio augurio più caro».

Non so se son stata capace di vivere così quest’anno… quest’anno terribile che mi ha portato via mio fratello, provocandomi un’emorragia di umanità che non si arresta mai e che impedisce di percorrere le vie di prima per arrivare a dar credito alla Vita (servirà scavare nuovi pozzi…); ma vorrei finire il 2010 (dato che oggi che scrivo è il 31 dicembre) e iniziare il 2011 (dato che domenica sarà già il 2 gennaio) con le sue parole semplici, che hanno dissotterrato dai cuori di tante persone il lieto annuncio che dove c’è Dio c’è la Vita e che quindi «l’emorragia di umanità si cura con in reinvestimento dell’esistenza», passando in questa vita col deliberato unico scopo «di alzare il tasso d’amore nel mondo», imparando sempre «ad amare di più»… per essere santi e immacolati nell’amore!



Con i suoi auguri di un tempo, che però, proprio per il bene che c’è passato dentro, è sempre:

Carissimi fratelli e sorelle (che nutrite qualche dubbio…)
Adesso vedo, se mai riesco a dire,
almeno per Natale,
quanto vorrei confidarvi tutto l’anno.
Se per caso qualche dubbio vi è venuto,
che io, ormai, vivo lontano,
e forse neanche mi ricordo più di voi,
perché troppo indaffarato in altre faccende,
intrappolato in altre relazioni,
affascinato da altri volti…

beh!… proprio vi sbagliate!

Se pensate invece che, con infinita trepidazione,
vi so affidati ad altre sollecitudini,
collocati in altre mansioni del mondo e della chiesa,
che io guardo da lontano con riconoscenza, il vostro lavoro,
e che solo grazie a voi io posso fare il mio…
beh!… proprio avete ragione

[…]

C’è rimasta una sola parola, forse,
che ci comprende tutti:
e non discrimina mai:
“fraternità”.
Per questo con me ci siete anche voi!

[Giuliano]
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