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martedì 6 maggio 2014

Quarta Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 2,14.36-41)

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 2,20b-25)

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Quarta Domenica del Tempo di Pasqua, è il primo – di questo periodo – che non parla di un’apparizione del risorto, ma che, anzi, è tratto da un discorso che Gesù fa, nel vangelo di Giovanni, quando ancora non ha incontrato la sua passione, morte e risurrezione.

Ugualmente però la liturgia ha ritenuto adatto – e io credo a ragione – questo testo per continuare a riflettere in questo tempo liturgico particolare sul tema della Pasqua di Gesù. Come nota infatti M. Laconi: «Col c. 10 Giovanni regala al lettore un altro dei suoi passi più meditati e riusciti. Dove però l’eleganza, la grazia e l’efficacia non sono affidati a spunti narrativi carichi di suggestione, ma al puro scorrere delle parole di Gesù e della sua divina autorivelazione» [M. Laconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 197]. Siamo infatti di fronte ad uno di quei testi, in cui Gesù con autorevolezza si presenta con la grande pretesa sulla sua identità: «a livelli sublimi si mantiene l’autorivelazione cristologica (col ritorno insistente del divino “Io Sono”: vv. 7.9)» [Ivi, 198].

Ecco perché questo brano rimane un testo decisamente adeguato per il tempo liturgico che viviamo – seppure non pronunciato da Gesù risorto: perché in esso traspare con chiarezza la consapevolezza di Gesù riguardo al mistero della sua identità e il suo tentativo di rivelarla ai suoi.

Essendo però un discorso essenzialmente costituito – almeno nella sua prima parte – da una parabola (anche se Giovanni, per essere precisi, parla di “similitudine”) – una parabola, tra l’altro che nemmeno i suoi capirono («Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro») – è forse utile, prima di qualsiasi considerazione, provare a ripercorrerla s-piegandola: «La scenetta descritta è limpida. Vi si parla di un ovile, letteralmente di un “cortile”, probabilmente circondato da un muretto; altrimenti non si capirebbe bene la funzione della “porta”, e nemmeno la scalata truffaldina (“vi sale da un’altra parte”) del ladro. Durante la notte in questo ambiente vengono custodite le pecore. A quanto pare si pensa a diversi padroni (“pastori”) che vi mettono assieme piccoli gruppi di animali; infatti il “pastore” protagonista porta fuori “le sue” (vv. 3.4). La custodia delle pecore è affidata a un “guardiano” notturno, chiamato letteralmente “portiere”, perché sarà lui, il mattino dopo, ad aprire (dall’interno) la porta ai vari padroni che vengono per portare al pascolo i propri animali. La scenetta dunque che forma la sostanza della paraboletta si svolge al mattino. “Il pastore” (uno dei tanti padroni) arriva, bussa alla porta e si fa riconoscere dal guardiano che gli apre; le “sue” pecore hanno già riconosciuto la sua voce e cominciano già a muoversi. Ma tutto deve compiersi con ordine, perché l’ovile è pieno di animali; allora il pastore chiama le sue a una a una per nome (dare un nome descrittivo agli animali è prassi antichissima), perché le conosce bene e non le confonde con le altre. E così possono cominciare a uscire. L’operazione non è semplice, e tocca al pastore aiutarle spingendo e gridando (significativo il verbo usato all’inizio del v. 4; qualcosa come “buttar fuori”); ma finalmente il piccolo gregge è al completo, e può cominciare la marcia, forse anche lunga, verso i luoghi del pascolo. Il pastore cammina davanti perché lui sa la strada e conosce le svolte; le pecore “lo seguono” guidate dalla sua voce, che “conoscono” molto bene, e non confondono con quella di nessun altro. Però la parabola di pascolo non parla; tutto l’accento è sul cammino del piccolo gregge che “segue” i passi del pastore.

A questa scenetta se ne contrappone un’altra, negativa, con intento chiaramente polemico. Questa volta non si svolge più al mattino, ma di notte; e non si tratta del “pastore” proprietario, ma di un “ladro” o di un “brigante”. Non potendo passare dalla porta, ben custodita dal guardiano, tenta una scalata dal muricciolo non molto alto. Un’impresa non difficile. Difficile invece farsi seguire dalle pecore che sentono in lui un estraneo, ne hanno paura, e lo sfuggono; “non lo seguiranno di sicuro” (l’accentuazione è nel greco), perché “non conoscono” la sua voce.

L’impiego di alcuni vocaboli, oltre il grande contesto giovanneo, rendono trasparente il senso di questo doppio raccontino. Il “pastore” è Gesù, le “pecore” i suoi discepoli. Fra loro c’è intesa: il pastore conosce “per nome” ogni pecora del gregge, le pecore “conoscono” bene la voce di Gesù. E lo seguono. [Invece] i falsi capi di Israele, quelli che erano intervenuti con una serie di dure intimidazioni per scoraggiare fra il popolo qualsiasi parvenza di assenso a Gesù, che gli si erano opposti con durezza ostinata, che lo respingevano e si preparavano a condannarlo e a ucciderlo, non sono che usurpatori e ladri. I capi storici di Israele dunque vengono severamente valutati e idealmente deposti dalla loro funzione. Gesù rivendica così a se stesso, come il Messia inviato da Dio, la funzione di pastore» [Ivi, 199-201].

Gesù è dunque il pastore, colui che “conduce fuori” il suo popolo e “cammina davanti”… Due espressioni non nuove, per chi ha nelle orecchie l’Antico Testamento: «All’Antico Testamento risale [infatti] la metafora di Dio come pastore. […] La vera novità è che Gesù la applica a se stesso, introducendola con la formula di rivelazione: “Io sono…”; e questo avviene nel contesto della festa di Sukkôt [la festa delle Capanne], nella quale gli ebrei celebravano la guida divina nel tempo dell’Esodo. Ed è proprio sullo sfondo dell’Esodo che va letto il nostro brano; in esso non è difficile infatti scoprire i tre temi classici del cammino esodico, riassumibili nei tre verbi; uscire(v. 3: “condurre fuori”), camminare(v.4), entrare (v. 7: “la porta”)» [P. Pezzoli, La testimonianza del discepolo amato, in Scuola della Parola, Litostampa Istituto Grafico, Bergamo 1997, 217].

Dei primi due s’è già detto, mentre sul terzo verbo è forse utile soffermarsi: “entrare”, il riferimento cioè che troviamo nella seconda parte del vangelo odierno all’espressione di Gesù: «io sono la porta delle pecore». «Gesù è la porta attraverso la quale passano le pecore. Egli insomma è la mediazione di salvezza (v. 9: sarà salvo); bisogna entrare passando per lui. Ma allora si entra attraverso di lui per stabilirsi dove? Si passa attraverso di lui per abitare in lui stesso. Gesù è porta d’ingresso ma è anche il recinto, il nuovo recinto delle pecore. […] Quindi Gesù è lo stesso nuovo recinto, non c’è più il recinto vecchio, Gesù è il tempio nuovo. E così egli è la Via, ma anche la Vita. Si capisce bene qui come sia importante per Giovanni la ‘escatologia presente’: la vita, o la vita eterna si ha nella comunione con Gesù. Quando si è in lui si è già nella Vita. […] Chi passa attraverso Cristo-porta, potrà “entrare e uscire e trovare pascolo” (Gv 10,9): “entrare-uscire”: i due estremi per indicare, nel linguaggio biblico, tutta la vita. Perciò chi si lascia liberare da Cristo, cammina con lui e passa attraverso la porta che è lui, avrà come risultato una vita piena, che si espande in tutti i suoi aspetti» [Ivi, 216-220].

Ma al di là della polemica coi capi religiosi di Israele, rispetto ai quali Gesù si propone come il vero pastore di Israele e anche al di là di questa ‘escatologia presente’ tanto cara a Giovanni, io credo che la Chiesa ci abbia proposto questo testo nel tempo pasquale, perché in esso si può rintracciare anche un ulteriore “pastoralità” di Gesù: «Il Cristo è il pastore che si pone in modo antagonistico rispetto al pastore dell’umanità, quello che nella concreta situazione storica ha il potere sulla umanità di cui si può dire che l’umanità è il suo gregge, cioè la morte. E si pone così antagonisticamente rispetto a questo modello che la sua pastoralità assume una connotazione drammatica, perché si definisce fin dal principio come un pastorato che si deve opporre al pastorato della morte, che deve riuscire a vincere il sovrano che domina l’umanità. E questo sovrano è così duro che oscura anche la visione, la percezione di quello che originariamente dovrebbe essere l’ultimo ed eminentissimo pastore dell’umanità e, in particolare, del popolo d’Israele: Dio.

Affermando che la morte è il pastore dell’umanità, non facciamo altro che constatare che la condizione esistenziale dell’umanità è così dura che la signoria della morte oscura persino la percezione di Dio. È talmente dura questa signoria che sembra che l’uomo non possa aspirare ad ascendere a Dio. Un dubbio tremendo, un oscuramento spaventoso.

Noi continuiamo a dire: Dio è il mio pastore. Ma non è tanto semplice dire che c’è un pastore al di sopra del pastore della morte: non dobbiamo farla facile, perché ci vuole la fede per poterlo dire. Altrimenti non si arriva a dirlo con pienezza, con convinzione, con stabilità, a dirlo con rassegnazione e con pace, a percepirlo in modo esistenziale, vero. Senza la fede, senza una luce che venga dalla rivelazione è molto difficile dire: sì, io sono soggetto a questo pastore, ma al di sopra di questo pastore ce n’è un altro che guida le sorti dell’umanità verso un mistero di vita. Non è facile» [G. Dossetti, Omelie del Tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 190].

E proprio perché non è facile, io credo che sia utile in questo Tempo di Pasqua provare a soffermarsi su chi sia il pastore Gesù – alla luce della sua risurrezione… su chi sia stato, in vita, in morte e “in risurrezione”… su cosa ciò voglia dire per noi, per il nostro rapporto con lui, per il nostro rapporto con la vita, con la morte, con gli altri…

Perché se non si arriva fino a qui ad interrogarsi, il rischio è quello di far riprecipitare il vangelo di Gesù in un libro di morale, di buone prassi, di consigli pii, che però non vanno a ridiscutere in radice il nostro essere.

martedì 23 aprile 2013

V Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 14,21-27)

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 21,1-5)

Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,31-35)

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa Quinta Domenica di Pasqua è tratto dal capitolo 13 del vangelo di Giovanni: un capitolo “svolta”, in quanto proprio qui iniziano ad essere raccontati i fatti degli ultimi giorni di vita di Gesù. Siamo infatti nel contesto dell’ultima cena, immediatamente dopo la lavanda dei piedi (che – come noto – in Giovanni sostituisce l’istituzione dell’eucaristia raccontata dai sinottici e da Paolo) e l’annuncio del tradimento. Giuda, come ricorda anche il primo versetto che la liturgia ci offre (Gv 13,31), è appena uscito.

È precisamente a questo punto che Gesù si mette a parlare, inaugurando un lungo discorso che durerà per ben quattro capitoli (da 13,31 a 17,26), del quale i versetti di questa domenica sono, appunto, l’incipit. Si tratta di un discorso la cui struttura e la cui formulazione rendono evidente che, «nel cenacolo, i discepoli svolgono per l’evangelista soprattutto la funzione dei rappresentanti della comunità cristiana futura. La curiosa ambiguità dei tempi verbali, abitualmente, ma non sempre rispondenti alle ultime ore di Gesù in terra, ne rappresenta un indizio eloquente. Qui parla Gesù, mentre si avvia alla croce; e nello stesso tempo parla il Signore glorificato e celeste, rivolgendosi alla sua chiesa» [M. Laconi, Il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi1989, 278]. Ecco perché leggiamo questo testo anche nel tempo pasquale ed ecco perché in esso possiamo rintracciare il pilastro fondamentale della vita cristiana.

Ma andiamo con ordine… Cercando di ripercorrere gli elementi costitutivi dell’incipit di questo discorso.

Innanzitutto, quel “grido di vittoria”, pronunciato appena Giuda è uscito nella notte: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito». Questa esclamazione – e in particolare la sua collocazione immediatamente dopo la risoluzione di Giuda di attuare il suo tradimento – desta grandi perplessità. Non è di facile comprensione infatti immaginarla associata all’episodio appena accaduto: come può Gesù affermare «Ora il Figlio è stato glorificato», se la scena precedente dell’uscita di Giuda è tutto tranne che una glorificazione? «Perdere un discepolo non è mai un onore, non è mai una gloria; perdere un discepolo è una sconfitta. E lo è talmente, che Gesù era rimasto sconvolto (v. 21) al solo pensiero del tradimento» [P. Pezzoli, Giovanni 13-17, in AaVv., Scuola della Parola 2002, Diocesi di Bergamo, 225]. Di che gloria sta parlando dunque?

Forse dell’unica gloria che ha una consistenza vera… e che, sempre Pezzoli, prova a raccontare così: «Il Figlio dell’uomo è stato glorificato perché nella notte di Giuda è apparsa la luce dell’amore di Gesù che ha integrato il tradimento. Anche attraverso il tradimento di Giuda, si manifesta quell’amore “fino alla fine”, quell’amore perfetto che è il tema di questa parte finale del vangelo. Ciò che glorifica Gesù e glorifica Dio non è il tradimento di Giuda, ma quell’amore che si manifesta anche di fronte al tradimento, anzi arriva al massimo davanti al tradimento perché si rivolge anche a quello. Viene dato il boccone anche a colui che tradisce, anche per lui c’è la vita donata nella morte provocata proprio da quel tradimento. Ecco la gloria di Gesù! È il raggio di luce che illumina quella notte. È la gloria dell’amore, è lo splendore dell’amore di Dio che si manifesta in Gesù».

Interessante infatti poi la reciprocità della glorificazione, che questi versetti esplicitano: per ben cinque volte è ripetuto il verbo glorificare, attribuito di volta in volta al Figlio e al Padre, come a dire che questo “di più dell’amore” che caratterizza la vita del Figlio non è qualcosa di slegato dal Padre: come se Gesù “fosse stato tanto buono”, ma poi Dio arriverà a far tornare i conti… No! Gesù è Dio e Dio è Gesù; nel senso che è dentro la fornace trinitaria che arde questo “di più dell’amore”; è lì che il Figlio l’ha “imparato”; e la sua vita, con il suo concreto e storico decidere di se stesso (decidere di volta in volta chi essere) è la piena rivelazione di Dio (così come ricorda DV 4: «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini”, “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna»).

Precisamente in questa dinamica trinitaria, in cui il Padre è glorificato «perché nei gesti di Gesù, nei suoi atteggiamenti (la lavanda dei piedi, l’accoglienza di Giuda, l’atto di consegnarsi alla croce), si manifesta l’amore di Dio» e «Gesù viene glorificato, perché la sua umanità diventa la trasparenza di Dio» [Pezzoli], viene invitato ad entrare l’uomo: «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

«Ecco il tanto discusso specifico cristiano, ilnuovo statuto antropologico – come ristrutturato sul nuovo Adamo: sic-come io vi ho amato, amatevi anche voi (causale ed imitativo). Non è una nuova legge, un super-comandamento: Lui si è piuttosto innamorato di noi: uscito da sé si è abbassato fino a noi, per condividere la nostra sorte… tutto il resto è una conseguenza interna dell’amore. Non si può imitarlo senza innamorarci (decentrarci) anche noi» [Giuliano].

Ecco perché non c’è nient’altro da fare nella vita (cristiana) che rimettersi sempre dentro a questo flusso di amore che ci investe e ci trascina agli altri e dal quale noi ogni tanto ci sottraiamo perché ci pare sempre un dono in perdita, perché ci spaventiamo della morte, abbiamo paura del dis-perderci e vorremmo trattenerci un po’ per noi e tra noi… ma credere a Dio per un cristiano non vuol dire altro che credere a Gesù e credere a Gesù non vuol dire altro che aprire i propri canali al circolo del “di più dell’amore” che dilata sempre più la nostra interiorità, «per farci stare ognuno e ogni cosa che chiederà uno spazio – è terreno tuo che offri alla dilatazione del Regno» [Giuliano].

E in questo senso «è interessante anche un altro aspetto di questo comandamento: “Così come io vi ho amato, amatevi gli uni gli altri”. Secondo una certa logica, avrebbe dovuto dire: “Così come io vi ho amato, voi amate me”. L’amore di Dio scende su di noi, ma il movimento inverso non è quello di risalire, bensì il diffondersi nel mondo. Certo, poi la risposta ha sempre una dimensione verticale, ma il Nuovo Testamento è molto parco nel parlare di amore nostro per Dio» [Pezzoli]! «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Ecco, la Chiesa è il “luogo” dove ci si ama gli uni gli altri, dove si devono sperimentare e vivere relazioni nuove, dove ciò che è distintivo è il “di più dell’amore” per ciascuno… Non a caso la Liturgia per la seconda domenica consecutiva ci fa leggere dal libro dell’Apocalisse la frase: «Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi»… Dove sorge spontanea la domanda: «Ma chi le asciuga, tutte queste lacrime? Sembra di vederla, questa moltitudine “di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”, piangente, affamata, assetata, colpita dal sole e dall’arsura. Sembra di vederla nel senso che la vediamo proprio, nelle strade delle nostre città. Ed è proprio come la descrive la Parola di Dio (che non mente mai!): parla rom, rumeno, arabo, somalo, malinké, francese ed inglese stentati… E hanno fame, rovistano nei cassonetti con un uncino di fortuna, mendicano, stracciati, lungo le tangenziali. Probabilmente, piangono, reietti, lontani da casa. E chi le asciuga tutte le loro lacrime? A quali gesti concreti di custodia siamo chiamati, noi, per asciugarne almeno qualcuna? O pensiamo che ci penserà poi l’Agnello, nell’al di là, quando ritornerà glorioso… Perché l’Agnello quando tornerà glorioso ci dirà: “ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,42-43)… avevo le lacrime agli occhi e non me le avete asciugate…» [Davide Petrini].

Anche tutto il resto è importante, ma questo – a detta di Gesù, durante l’ultima cena – è il discrimine. Per questo la gloria del Padre e del Figlio trasborda (lo Spirito!) nella costituzione di una comunità che crede all’amore di Dio, se ne lascia convertire le dinamiche profonde seppellite nei meandri della nostra umanità, e di esso vive… “buttandolo” su altri.

In questo infatti sta la “novità” di questo comandamento nuovo, che non è un comandamento. Come ricorda Pezzoli, infatti, «esistono dovunque tra gli uomini convinzioni o comandamenti che insegnano come l’altro, il prossimo, vada amato, apprezzato, accolto e rispettato; soprattutto molto aveva insegnato su questo l’Antico Testamento. E allora in che senso è il nuovo comandamento di Gesù? Principalmente a motivo di quel “come io ho amato voi”. L’amore coltivato dalla comunità di Gesù non è una generica apertura all’altro, ma è il riflesso di quell’amore conosciuto nella vita di Gesù, nei suoi gesti, nelle sue parole». È l’assunzione della dinamica trinitaria… che ci ha investito, ci ha convinto, ci ha riplasmato…

E allora l’amore della comunità di Gesù è inevitabilmente strutturato come quello trinitario, che si riversa sempre su un altro, perché funziona per contagio: come il Padre e il Figlio non rimangono lì soli nell’eternità ad amarsi, ma trasbordano e “buttano fuori” lo Spirito (che è l’amore che si vogliono – infatti Egli procede dal Padre e dal Figlio – e travalica il rapporto duale), così gli uomini e le donne investite dall’amore di Dio non restano lì semplicemente a ri-amarlo, ma lo “buttano fuori”, lo riversano su altri… innestando una reazione a catena che davvero può raggiungere i confini del mondo (geografici e interiori).

venerdì 12 dicembre 2008

Tu mi indicavi il cielo e io guardavo il dito

In questa terza domenica di Avvento la liturgia ci propone ancora la figura del precursore: il protagonista del brano di Vangelo è infatti nuovamente Giovanni, il battezzatore. Rispetto alla domenica precedente però, siamo di fronte a una diversa tradizione evangelica: il testo di oggi infatti non è tratto dalla narrazione di Marco, ma da quella dell’evangelista Giovanni.
La cosa non è insignificante, perché il Quarto Vangelo ha una strutturazione a sé stante rispetto ai tre sinottici, dovuta non solo alla sua redazione posteriore, ma anche al fatto di delineare prospettive teologiche diverse. Questo si ripercuote anche su dati concreti della vicenda: per esempio Giovanni Battista e Gesù sembrano non conoscersi affatto, mentre Luca sostiene che erano parenti.
Ciò che però l’autore del Quarto Vangelo mette in campo come tratto distintivo del Battista, distinguendosi in questo dai sinottici, è il fatto che Giovanni più che come battezzatore sia dipinto come il testimone. Infatti «nella presentazione che di lui fa il quarto evangelista è ricordata sì la sua attività battesimale, ma non ci sono folle che vengono a farsi battezzare, e nemmeno c’è la predicazione morale che viene ricordata da Matteo e Luca. Il Battista è caratterizzato soltanto da una parola, è colui che rende testimonianza» (P. Pezzoli, in “Scuola della Parola 1997”).
Il discorso sarebbe da allargare ulteriormente perché la tematica della testimonianza nel Quarto Vangelo non ha a che fare solo col Battista, ma con tutto lo svolgimento della narrazione: quando infatti la figura di questo primo testimone andrà scemando all’interno del racconto, gliene subentrerà un’altra, quella del discepolo amato. E ancora: tutto il vangelo di Giovanni è inteso come una testimonianza per coloro che «non hanno visto. [...] Gesù – infatti – in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,29-31).
Se così fondamentale è questa funzione testimoniale e se così rilevante è la figura del Battista (tanto che la liturgia ce la propone per due domeniche consecutive), forse è allora proprio necessario tentare di soffermarsi sulla testimonianza che egli pone in campo.
Per avere una panoramica complessiva di questo personaggio del Quarto Vangelo, è utile allargare l’indagine non solo alle parole di Giovanni che riporta il brano della liturgia di questa domenica, ma anche a quelle che dice successivamente. Procedendo in questo modo, potremmo arrivare ad orchestrare i contenuti di questa testimonianza in tre blocchi:

Il primo è quello letto in Chiesa in questa terza domenica di Avvento. Siamo di fronte alla prima testimonianza del Battista, di cui l’evangelista sottolinea fortemente l’ufficialità. «Il Battista – infatti – deve sottostare a un interrogatorio vero e proprio davanti agli inviati della suprema autorità di Gerusalemme, il Sinedrio» (M. Laconi, in “Il racconto di Giovanni”).
Questa “commissione d’inchiesta” formata di sacerdoti, leviti e farisei, impersona l’altra figura tipica del Vangelo di Giovanni, che fa da contraltare proprio a quella del testimone: è la figura degli oppositori, dei contro-testimoni, di coloro cioè che – per dirla con Tommaso d’Aquino - «domandano per impedire, non per sapere»; e sono gli stessi che – in seguito – condanneranno Gesù.
Nello specifico però qui è Giovanni a confrontarsi con questo potere ostile che, come dicevamo, lo sottopone a un vero e proprio interrogatorio. Le domande incalzanti vertono in particolare sulla sua identità («Tu, chi sei? [...] Chi sei, dunque? Sei tu Elia? [...] Sei tu il profeta? [...] Chi sei? [...] Che cosa dici di te stesso?») e sul perché compia certi gesti («Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?»).
La perentoria risposta negativa del Battista («Non sono il Cristo. [...] No»), oltre ad avere l’ovvio scopo di evitare il rischio di “guardare il dito (Giovanni-testimone), mentre esso indicava invece il cielo (Gesù)”, nasconde forse anche una punta polemica. Come scrive ancora M. Laconi, infatti «il quarto vangelo, proprio mentre pone in risalto più degli altri vangeli la figura del Battista, ogni volta tuttavia sembra ridimensionarla. È il “mandato da Dio” ma “non è lui la luce” (1,68), il “testimone” del Cristo, ma non è il Cristo (1,20-23), l’“amico dello sposo”, ma non è lo sposo (3,27-30), la “lampada che arde e splende”, eppure la sua testimonianza non è determinante (5,33-36)... [...] È ragionevole ritenere che l’evangelista abbia di mira certe correnti religiose che, gravitando più o meno nell’orbita cristiana e appellandosi alla gigantesca figura del battista, lo consideravano “il profeta”, magari il Cristo stesso, e in certi casi lo contrapponevano a Gesù».
La prima testimonianza del Battista nel Vangelo va invece proprio in direzione opposta: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,26-27).

La seconda testimonianza, immediatamente successiva nella scansione evangelica, non ha più nulla di ufficiale, di drammatico, di polemico. Essa è rivolta a Israele: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele» (Gv 1,29-31). Oltre a ribadire il ruolo di subordinazione del testimone al testimoniato, questo testo fa un’aggiunta importante. Gesù è chiamato «Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo». La situazione pare ribaltata rispetto a quella precedente: non è più il “tribunale” dei Giudei che si erge giudice sul Battista, e di riflesso su Gesù; al contrario, è Gesù che si contrappone al peccato del mondo per toglierlo; dove “peccato” al singolare ha un valore teologico specifico: non si tratta tanto dei “peccati”, al plurale, dunque delle mancanze, delle debolezze, delle perversità dell’uomo, quanto piuttosto di una specie di “assoluto negativo” che si erge contro Gesù: il peccato è essenzialmente il suo rifiuto, il rifiuto della Vita. È dunque la morte per l’uomo (non solo fisica ovviamente), è la sua auto-distruzione: per questo è assoluto, perché con esso l’uomo non-c’è. «Ed è proprio da questa tragedia che, secondo il Battista, Gesù “agnello di Dio” è venuto a liberare il mondo» (M. Laconi). Tant’è che questa liberazione coincide con l’immersione nella Vita, nello Spirito di Vita che è Dio stesso. Non a caso infatti questa seconda testimonianza si conclude: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza [immerge] nello Spirito santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,32-34).

La terza testimonianza del Battista coincide con le ultime parole che egli pronuncia in tutto il Vangelo. Si trovano al capitolo 3 e suonano in questo modo: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (3,27-30). Fedele a queste sue parole, Giovanni in effetti “diminuirà”: da qui in avanti infatti – come detto – non dirà più una parola. Di fronte al tentativo (reale o fittizio poco importa) di suscitare invidia, gelosia e dunque competizione con Gesù, Giovanni risponde con quella gioia per il bene che capita all’altro, che solo chi ama può conoscere, senza ombra di amarezza, rivalità, inacidimento.

Come è ormai chiaro l’intento di Giovanni (Battista) e di Giovanni (evangelista che parla di lui in questi termini) è quello di relativizzare il testimone al testimoniato, di lasciare a quest’ultimo la scena, di suscitarne nel lettore l’attesa. Tramite Giovanni infatti è la decisività di Gesù che il Vangelo di questa domenica propone (non a caso siamo in Avvento, nella domenica detta anche Gaudete): «il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore». Questo è l’evento Gesù, questa è la Vita dell’uomo: chi ci crede non si chiude in sé compiacendo la paura; chi ci crede si apre senza residui nell’amore!
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