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mercoledì 4 febbraio 2009

Che cos’è l’anima?

Mi rendo sempre più conto che non conoscere le lingue è veramente un grande limite, per fortuna ho imparato mio malgrado almeno il francese... E allora voglio condividere con voi questo dono mettendo a disposizione alcuni articoli del sito la Croix, molto belli a mio parere e di grande aiuto per una formazione che per quanto elementare agevoli il formarsi di una mentalità nuova... I post avranno tutti questo logo, così da aiutarvi a riconoscerli subito ed eventualmente ad andare oltre se non vi interessano... Spero di fare comunque un servizio utile a molti...

Per comprendere il senso della parola «anima», bisogna partire da una «visione biblica dell’antropologia», piuttosto che da una «visione cristiana». Questa è stata molto influenzata dal dualismo greco secondo cui l’uomo è composto di un corpo e di un’anima. Al contrario, la Bibbia, non fa di questo “e” una separazione. Nella visione biblica, l’uomo è «corpo animato»: lo spirituale è lui stesso carnale (Péguy le spirituel est lui-même charnel). Mi sembra che questa «visione biblica» è importante per l’intelligenza della fede nella resurrezione, nell’eucaristia, nella chiesa, ecc.

L’espressione ebraica néfesh (tradotta quasi sempre con psychè in greco, con anima in latino e italiano) dice non una parte dell’uomo, ma la persona intera. Il salmista esprime il desiderio di tutto il suo essere dicendo: «L’anima mia ha sete di Dio» (Salmo 42,3).
Per molto tempo, le traduzioni hanno usato “anima” per néfesh, per psychè, e per (il latino) anima. Durante la mia infanzia, ho inteso citare la parola del Vangelo sotto la forma: «Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Matteo 16,26). Oggi questo versetto è meglio tradotto, nelle bibbie moderne [francesi], con: «se egli rovina la propria vita», o: «se questo è a prezzo della sua vita», o ancora: «se lo paga con la propria vita» [cfr la NV CEI: 16,25ss «Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?»]. Quando Gesù dice che egli è «venuto a pagare con la propria vita [con la propria psichè] la liberazione d’una moltitudine», si capisce ovviamente ch’egli è venuto a donare se stesso in riscatto – e non a donare la sua «anima» (Matteo 20,28).

Se voi domandate allora: «Che cos’è l’anima?» Noi possiamo rispondere: “È l’uomo, voi ed io, tutto l’uomo a cui è rivolto il grande paradosso evangelico: «Colui che, egoisticamente, vuol conservare la propria vita per se stesso [la sua psychè in greco] ne fa una vita perduta, rovinata; colui che l’avrà persa a causa mia la ritroverà»… Una frase che era ben difficilmente comprensibile quando la parola psychè era tradotta con anima (cfr Matteo 16,25).

Michel Souchon, gesuita
in collaborazione con “Croire aujourd'hui
(mia traduzione)

venerdì 16 novembre 2007

VOGLIO SOLO ESSERE QUELLA CHE IN ME CHIEDE DI SVILUPPARSI PIENAMENTE

Le letture di questa domenica hanno tutte come punto di riferimento il giorno del Signore, con la sua valenza escatologica: il libro del profeta Malachia ci parla del «giorno rovente come un forno» che sta per venire, Paolo ai Tessalonicesi se la prende con coloro che a causa di questo atteso ritorno «vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione» e Gesù stesso nel Vangelo di Luca riferisce di una «fine».
Essa immediatamente fa risuonare in noi note arcaiche, di paura e grandiosità, di terrore e fragore... Ma se proviamo a lasciare il rimando emotivo immediato, sedimentato dai secoli di storia religioso-affettiva da cui proveniamo, e guardiamo da vicino i testi, scopriamo che l’accento cade su tutt’altri toni.
Malachia infatti, tentando una descrizione di «quel giorno», sottolinea come esso svelerà la realtà di ciascuno:
- da un lato l’inconsistenza di «tutti i superbi e [di] tutti coloro che commettono ingiustizia», raffigurata dall’immagine della paglia incendiata;
- dall’altro il rilucere della consistenza di chi ha costruito la vita come «cultore» del nome del Signore, di chi, in altre parole, l’ha riconosciuto Signore della sua vita.
Mi pare che la prospettiva non sia quella, così automatica in noi, ma tanto riduttiva, di una divisione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti. Qui si parla della consistenza della vita, del fondamento su cui la si è posta, della realizzazione di quello che dovevamo essere (figli)... in gioco non ci sono aspetti secondari, sovrastrutture della nostra vita, ma la Vita stessa, accolta («per voi invece cultori nel mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia») o rifiutata per vivere di se stessi («superbi») sopraffacendo gli altri («coloro che commettono ingiustizia»).
È dunque sull’orizzonte di senso della nostra vita che la liturgia di oggi ci richiama l’attenzione. Anche le parole di Gesù secondo Luca hanno questa valenza: non si sta facendo una previsione sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sul ritorno di Cristo risorto, sulla fine del mondo. Il punto prospettico lo si trova alla fine: «con la vostra perseveranza salverete le vostre ψυχας». La CEI traduce quest’ultima parola con anime, ma noi preferiamo lasciare il termine greco che è meno compromesso. Esso infatti compare circa 800 volte nella Bibbia e spesso è tradotto con vita, persona. È inteso come ciò che indica la sede delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni: ψυχη, allora ha uno spettro semantico molto più ampio di quello che la parola anima ha ormai assunto nel gergo comune, ed indica la personalità di ognuno.
La prospettiva di Gesù è dunque anch’essa decisiva, sta parlando della salvezza della singolarità di ciascuno, che Etty Hillesum descriverebbe così: «voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente».
Per far questo, per salvare le nostre ψυχας, per cercare di essere quello che in noi chiede di svilupparsi pienamente, Gesù indica decisamente la via dell’“impastarsi” nella storia, anzi, meglio, nella drammatica della storia: «di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta», «sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni», «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». È una drammatica che appunto non resta – e non deve restare – tangente rispetto al discepolo, ma lo incrocia e tocca nell’intimo: «metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori», «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome».
Per abitare la tragicità di questa storia – unico luogo per la salvezza delle nostre anime, per la costruzione della consistenza delle nostre ψυχας – il Signore dà pochi ma sostanziali punti di riferimento:
1. «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli». Non c’è un’altra via di salvezza che non sia quella cristica, la sua! La durezza della storia, la sua difficile intelligibilità, il frastornamento che ci provoca, il non senso che spesso ci rimanda, non devono arrivare a inquinare il nostro dar credito al Dio di Gesù. Ogni altra strada, che non sia la sua, è inevitabilmente illusoria perché parte dall’uomo, anzi, peggio, dalla sua paura di morire. E infatti la seconda parola che Gesù in questo brano pone sulla drammatica della storia è:
2. «non vi terrorizzate», non lasciate cioè che a determinare la vostra vita, le vostre scelte, il vostro impegnarvi o meno, il vostro amare o meno, le vostre ψυχας, sia il terrore. Esso è solo mortifero: blocca gli zampilli di vita, chiude gli spiragli di luce, immobilizza il desiderio di appassionarsi, indurisce il cuore, spegne il sorriso…
Ma sulla base di che cosa possiamo Vivere e non morire nel terrore? Perché, dice Gesù:
3. «nemmeno un capello del vostro capo perirà». Ciò che fonda la possibilità della Vita è l’assicurazione di una cura, di una presenza, di una vicinanza, di un intreccio con la libertà di Dio!
È quanto anche Paolo ribadisce nella sua esortazione finale: «a questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace». Nel Signore Gesù Cristo è possibile vivere nella pace del cuore, costruendo dentro a questa storia la nostra evangelica singolarità!
In questo senso mi piace terminare queste riflessioni con un pezzetto del diario di Etty Hillesum, capitatomi tra le mani per caso, che però mi pare una bella risposta da dare a queste letture:

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare un po’ al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo “amore”. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo».
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