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lunedì 13 ottobre 2014

XXIX Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Isaìa (Is 45,1.4-6)

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 1,1-5)

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il brano del vangelo di Matteo proposto dalla Chiesa in questa Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario, è molto famoso… spessissimo, infatti, soprattutto negli ultimi anni, è stato da più parti ripreso, in particolare nella citazione celebre che esso contiene: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». La si è usata per esempio come richiamo alla chiesa, quando la si percepiva troppo ingerente negli affari dello Stato (per esempio sugli innumerevoli dibattimenti etici e bioetici dell’ultimo decennio: legislazione sul fine vita, sulla regolazione delle coppie di fatto anche omosessuali, sulla fecondazione artificiale, ecc…); la si è usata come richiamo al fatto che anche la chiesa dovrebbe dare la sua parte a Cesare (per esempio con la discussione rispetto al pagamento dell’IMU); ma la si è usata anche come monito della chiesa ai cristiani-cittadini perché pagassero le tasse; o come rivendicazione della chiesa stessa per la sua autonomia dalle ingerenze politiche; addirittura la si usa come “proverbio” da citare indipendentemente dal fatto che la chiesa sia o meno implicata nella discussione.

Dico tutto questo in apertura, perché – leggendo il testo evangelico – il rischio è di essere trascinati immediatamente ed inesorabilmente in queste questioni… Io invece vorrei stare un passo indietro… soprattutto perché tutte queste questioni del nostro tempo non possono essere così automaticamente sovrapposte ad un brano scritto quasi due millenni fa.

Veniamo dunque al testo: esso fa parte del grande scontro, avvenuto a Gerusalemme, che abbiamo avuto sotto gli occhi nelle scorse domeniche tra Gesù a i capi religiosi ebraici. Esso infatti segue i brani della cacciata dei venditori dal tempio (Mt 21,12-17) e della conseguente animata discussione di Gesù con i sommi sacerdoti e gli anziani (Mt 21,23-22-14), con le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale. Ora, dopo i sommi sacerdoti e gli anziani, sono i farisei e gli erodiani che si avvicinano a Gesù per coglierlo in fallo. Essi, come gli altri, sono infatti infastiditi dalle pretese (sulla sua persona e sulla sua missione) con cui quest’uomo è giunto a Gerusalemme.

Il quesito che gli pongono (anzi che mandano a porgli tramite i loro discepoli), riguarda la sfera delle relazioni tra mondo religioso e mondo politico: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Il rapporto tra religione e potere era l’argomento anche dei precedenti scontri tra Gesù e i capi religiosi – con la grande denuncia, vista nelle settimane scorse, della commistione di questi due elementi. Ma – mentre fino a questo momento, oggetto della discussione è il rapporto tra religiosità ebraica e potere dei capi religiosi ebrei – ora la controversia incontra uno slittamento: il problema in questione diventa il rapporto tra religiosità ebraica e potere politico straniero.

In particolare il tranello in cui i farisei vogliono attirare Gesù è il seguente: come ci si deve comportare con la dominazione straniera? Va combattuta con le armi (come dicevano gli zeloti), gli va opposta una “resistenza passiva” (come sostanzialmente proponevano i farisei) o si può scendere a patti con essa (che era la posizione – almeno pratica – dei sadducei)?

martedì 12 novembre 2013

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Malachìa (Ml 3,19-20)

Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 3,7-12)

Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,5-19)

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Le letture che la Chiesa ci propone per questa Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario, hanno tutte come punto di riferimento il “giorno del Signore”, con la sua valenza escatologica come (la/il) fine della storia: il libro del profeta Malachia ci parla del «giorno rovente come un forno» che sta per venire; Paolo ai Tessalonicesi se la prende con coloro che a causa di questo giorno, in cui è atteso il ritorno del Signore, «vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione»; e Gesù stesso nel Vangelo di Luca riferisce di una «fine».

Essa, immediatamente, in noi fa risuonare note arcaiche, di paura e grandiosità, di terrore e fragore, di curiosità e trepidazione... Ma se, per un momento, proviamo a lasciare il rimando emotivo immediato, sedimentato in noi dalla storia religioso-affettiva da cui proveniamo, e proviamo a guardare da vicino i testi, scopriamo che l’accento è posto su tutt’altri toni.

Malachia infatti, tentando una descrizione di «quel giorno», sottolinea come esso svelerà la realtà di ciascuno:

-          da un lato l’inconsistenza di «tutti i superbi e [di] tutti coloro che commettono ingiustizia», raffigurata dall’immagine della paglia incendiata;

-          dall’altro il rilucere della consistenza di chi ha costruito la vita come «cultore» del nome del Signore (come diceva la vecchia traduzione Cei); di chi, in altre parole, l’ha riconosciuto Signore della sua vita.

La prospettiva, dunque, non è quella (in noi automatica, ma anche tanto riduttiva) del giudizio universale inteso come una divisione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti, dabbene e malvagi (chi non è sempre e contemporaneamente entrambi?). Qui – a partire dalla fine – si punta piuttosto l’attenzione sull’oggi… si parla infatti della consistenza della vita, del fondamento su cui la si è posta, della realizzazione di quello che dovevamo essere (figli)... in gioco non ci sono aspetti secondari, sovrastrutture della nostra vita, ma la Vita stessa, accolta («Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia») o rifiutata per vivere di se stessi («superbi») sopraffacendo gli altri («coloro che commettono ingiustizia»).

È dunque sull’orizzonte di senso della nostra vita (di qua) che la liturgia di oggi richiama l’attenzione. E anche le parole di Gesù secondo Luca vanno in questa direzione: non si sta facendo una previsione sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sul ritorno di Cristo risorto, sulla fine del mondo. Il punto prospettico lo si trova alla fine, quando si dice: «con la vostra perseveranza salverete le vostre ψυχας (psycas)».

La Cei – prima della recente nuova traduzione – rendeva quest’ultima parola col termine anime, così che la traduzione suonava più o meno in questo modo: «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime»; ora traduce con vita («con la vostra perseveranza salverete la vostra vita»).

Noi, pur prediligendo di gran lunga la scelta della nuova traduzione, preferiamo lasciare comunque il termine originario greco che è meno compromesso. Esso infatti compare circa 800 volte nella Bibbia e spesso è tradotto con persona. È dunque inteso come ciò che indica la sede delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni: ψυχη (psyke), ha quindi uno spettro semantico molto più ampio di quello che la parola anima (“salvarsi l’anima”) ha ormai assunto nel gergo comune, ed indica la personalità di ognuno. Rende anche meglio rispetto alla traduzione «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita», perché quest’ultima mantiene un’intonazione un po’ troppo biologica/fisiologica nell’intendere la vita da salvare… Mentre appunto ψυχη, non è la vita biologica, ma la Vita umana in quanto umana, dunque sensata, riempita, realizzata, umanizzata…

Tenendo presenti queste considerazioni, risulta evidente come la prospettiva di Gesù nel pronunciare quella frase si riferisca al problema della sensatezza della vita, della sua consistenza, dunque della salvezza della singolarità di ciascuno, quella che Etty Hillesum descriverebbe così: «voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente».

Ecco perché quando «la Chiesa rilegge le profezie tragiche del Signore sulla distruzione del tempio, con tutte le sue decorazioni e rifiniture, … e sulla sofferenza e lo stermino di tanta gente del popolo, con carestie, malattie, torture … e nasce nei discepoli sbigottiti l’eterna domanda dell’uomo nella sventura: “Ma allora quando il Regno?”, Gesù non risponde, e attira invece la loro attenzione sul “prima” della fine, perché è questo il momento della nostra responsabilità: il tempo in cui siamo visitati- e anche noi, come Gerusalemme e i suoi abitanti, rischiamo di non accorgerci del passaggio del Signore. Marco, prima che le cose avvengano, dice ai cristiani della prima generazione come attenderlo, in quei frangenti tragici. Luca, dopo che quelle cose sono già avvenute, dice alla seconda generazione e a tutti noi … come attenderlo sempre, in ogni tornante della storia, finché il Signore arriva» [Giuliano].

Innanzitutto nel vangelo di Luca si dice che, per salvare le nostre ψυχας (per cercare – cioè – di essere quello che in noi chiede di svilupparsi pienamente), è necessario seguire la via dell’“impastarsi” nella storia, nella drammatica della storia (non quella della fuga mundi!): «di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta», «sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni», «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». È una drammatica che appunto non resta – e non deve restare – tangente rispetto al discepolo, ma lo incrocia e tocca nell’intimo: «metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori», «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome».

E nella tragicità di questa storia – unico luogo per la salvezza delle nostre anime, per la costruzione della consistenza delle nostre ψυχας – pochi ma sostanziali punti di riferimento:

1. «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli», cioè non c’è un’altra via di salvezza che non sia quella cristica, la sua! La durezza della storia, la sua difficile intelligibilità, il frastornamento che ci provoca, il non senso che spesso ci rimanda, non devono arrivare a inquinare il cuore del nostro dar credito al Dio di Gesù. Ogni altra strada è inevitabilmente illusoria perché parte dall’uomo, anzi, peggio, dalla sua paura di morire!

E infatti, non a caso, la seconda parola che Gesù pone sulla drammatica della storia è:

2. «non vi terrorizzate», non lasciate cioè che a determinare la vostra vita, le vostre scelte, il vostro impegnarvi o meno, il vostro amare o meno, le vostre ψυχας, sia il terrore. Esso è solo mortifero: blocca gli zampilli di vita, chiude gli spiragli di luce, immobilizza il desiderio di appassionarsi, indurisce il cuore, spegne il sorriso…

Sulla base di che cosa, allora, possiamo Vivere e non “morire nel terrore”? Sulla certezza che:

3. «nemmeno un capello del vostro capo perirà». Sulla certezza, cioè, che ciò che fonda la possibilità della Vita è l’assicurazione di una cura, di una presenza, di una vicinanza, di un intreccio possibile con la libertà di Dio!

È quanto anche Paolo ribadisce nella sua esortazione finale: «a questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace», come a dire che nella fede/fiducia nel Signore Gesù Cristo, è possibile vivere nella pace del cuore, costruendo dentro a questa storia (drammatica) – e solo dentro a questa storia drammatica – la nostra evangelica singolarità!

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare un po’ al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo “amore”. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo».
Dal Diario di Etty Hillesum

sabato 13 novembre 2010

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: La / Il fine della storia: Questione di consistenza della propria vita

Le letture che la Chiesa ci propone per questa trentatreesima domenica del Tempo Ordinario, hanno tutte come punto di riferimento il “giorno del Signore”, con la sua valenza escatologica come (la/il) fine della storia: il libro del profeta Malachia ci parla del «giorno rovente come un forno» che sta per venire; Paolo ai Tessalonicesi se la prende con coloro che a causa di questo giorno, in cui è atteso il ritorno del Signore, «vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione»; e Gesù stesso nel Vangelo di Luca riferisce di una «fine».


Essa, immediatamente, in noi fa risuonare note arcaiche, di paura e grandiosità, di terrore e fragore, di curiosità e trepidazione... Ma se, per un momento, proviamo a lasciare il rimando emotivo immediato, sedimentato in noi dalla storia religioso-affettiva da cui proveniamo, e proviamo a guardare da vicino i testi, scopriamo che l’accento è posto su tutt’altri toni.

Malachia infatti, tentando una descrizione di «quel giorno», sottolinea come esso svelerà la realtà di ciascuno:

- da un lato l’inconsistenza di «tutti i superbi e [di] tutti coloro che commettono ingiustizia», raffigurata dall’immagine della paglia incendiata;

- dall’altro il rilucere della consistenza di chi ha costruito la vita come «cultore» del nome del Signore (come diceva la vecchia traduzione Cei); di chi, in altre parole, l’ha riconosciuto Signore della sua vita.

La prospettiva, dunque, non è quella (in noi automatica, ma anche tanto riduttiva) del giudizio universale inteso come una divisione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti, dabbene e malvagi. Qui – a partire dalla fine – si punta piuttosto l’attenzione sull’oggi… si parla infatti della consistenza della vita, del fondamento su cui la si è posta, della realizzazione di quello che dovevamo essere (figli)... in gioco non ci sono aspetti secondari, sovrastrutture della nostra vita, ma la Vita stessa, accolta («Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia») o rifiutata per vivere di se stessi («superbi») sopraffacendo gli altri («coloro che commettono ingiustizia»).

È dunque sull’orizzonte di senso della nostra vita (di qua) che la liturgia di oggi richiama l’attenzione. E anche le parole di Gesù secondo Luca vanno in questa direzione: non si sta facendo una previsione sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sul ritorno di Cristo risorto, sulla fine del mondo. Il punto prospettico lo si trova alla fine, quando si dice: «con la vostra perseveranza salverete le vostre ψυχας».
La Cei – prima della recente nuova traduzione – rendeva quest’ultima parola col termine anime, così che la traduzione suonava più o meno in questo modo: «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime»; ora traduce con vita («con la vostra perseveranza salverete la vostra vita»).

Noi pur prediligendo di gran lunga la scelta della nuova traduzione, preferiamo lasciare comunque il termine originario greco che è meno compromesso. Esso infatti compare circa 800 volte nella Bibbia e spesso è tradotto con persona. È dunque inteso come ciò che indica la sede delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni: ψυχη, ha quindi uno spettro semantico molto più ampio di quello che la parola anima (“salvarsi l’anima”) ha ormai assunto nel gergo comune, ed indica la personalità di ognuno. Rende anche meglio rispetto alla traduzione «con la vostra perseveranza salverete la vostra vita», perché quest’ultima mantiene un’intonazione un po’ troppo biologica/fisiologica nell’intendere la vita da salvare… Mentre appunto ψυχη, non è la vita biologica, ma la Vita umana in quanto umana, dunque sensata, riempita, realizzata, umanizzata…

Tenendo presenti queste considerazioni, risulta evidente come la prospettiva di Gesù nel pronunciare quella frase si riferisca al problema della sensatezza della vita, della sua consistenza, dunque della salvezza della singolarità di ciascuno, quella che Etty Hillesum descriverebbe così: «voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente».

Ecco perché quando «la Chiesa rilegge le profezie tragiche del Signore sulla distruzione del tempio, con tutte le sue decorazioni e rifiniture, … e sulla sofferenza e lo stermino di tanta gente del popolo, con carestie, malattie, torture … e nasce nei discepoli sbigottiti l’eterna domanda dell’uomo nella sventura: “Ma allora quando il Regno?”, Gesù non risponde, e attira invece la loro attenzione sul “prima” della fine, perché è questo il momento della nostra responsabilità: il tempo in cui siamo visitati- e anche noi, come Gerusalemme e i suoi abitanti, rischiamo di non accorgerci del passaggio del Signore. Marco, prima che le cose avvengano, dice ai cristiani della prima generazione come attenderlo, in quei frangenti tragici. Luca, dopo che quelle cose sono già avvenute, dice alla seconda generazione e a tutti noi … come attenderlo sempre, in ogni tornante della storia, finché il Signore arriva» [Giuliano].

Innanzitutto nel vangelo di Luca si dice che, per salvare le nostre ψυχας (per cercare – cioè – di essere quello che in noi chiede di svilupparsi pienamente), è necessario seguire la via dell’“impastarsi” nella storia, nella drammatica della storia (non quella della fuga mundi!): «di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta», «sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni», «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». È una drammatica che appunto non resta – e non deve restare – tangente rispetto al discepolo, ma lo incrocia e tocca nell’intimo: «metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori», «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome».

E nella tragicità di questa storia – unico luogo per la salvezza delle nostre anime, per la costruzione della consistenza delle nostre ψυχας – pochi ma sostanziali punti di riferimento:

1. «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli», cioè non c’è un’altra via di salvezza che non sia quella cristica, la sua! La durezza della storia, la sua difficile intelligibilità, il frastornamento che ci provoca, il non senso che spesso ci rimanda, non devono arrivare a inquinare il cuore del nostro dar credito al Dio di Gesù. Ogni altra strada è inevitabilmente illusoria perché parte dall’uomo, anzi, peggio, dalla sua paura di morire!

E infatti, non a caso, la seconda parola che Gesù pone sulla drammatica della storia è:

2. «non vi terrorizzate», non lasciate cioè che a determinare la vostra vita, le vostre scelte, il vostro impegnarvi o meno, il vostro amare o meno, le vostre ψυχας, sia il terrore. Esso è solo mortifero: blocca gli zampilli di vita, chiude gli spiragli di luce, immobilizza il desiderio di appassionarsi, indurisce il cuore, spegne il sorriso…

Sulla base di che cosa, allora, possiamo Vivere e non “morire nel terrore”? Sulla certezza che:

3. «nemmeno un capello del vostro capo perirà». Sulla certezza, cioè, che ciò che fonda la possibilità della Vita è l’assicurazione di una cura, di una presenza, di una vicinanza, di un intreccio possibile con la libertà di Dio!

È quanto anche Paolo ribadisce nella sua esortazione finale: «a questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace», come a dire che nella fede/fiducia nel Signore Gesù Cristo, è possibile vivere nella pace del cuore, costruendo dentro a questa storia (drammatica) – e solo dentro a questa storia drammatica – la nostra evangelica singolarità!

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare un po’ al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo “amore”. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo».

Dal Diario di Etty Hillesum

venerdì 13 novembre 2009

Delle cose ultime...

In questa trentatreesima domenica del tempo ordinario, la Chiesa – attraverso la liturgia della Parola – ci invita a riflettere sul tema delle “cose ultime”, dell’escatologia, di ciò che deve accadere. Tema arduo, tanto che «J. Schmidt – come ricorda don Bruno Maggioni ne Il racconto di Marco –, commentando il c. 13 di Marco scrive: “quello che viene chiamato il discorso della parusia, l’apocalisse sinottica, figura tra i passi più incomprensibili del Nuovo Testamento e, di conseguenza, tra i più contestati di tutta la tradizione sinottica” [J. SCHMIDT, L’evangelo secondo Marco, Bresci 1956]. J. Schmidt ha ragione – prosegue Maggioni –: non è facile comprendere il genere letterario a cui il discorso appartiene (il genere apocalittico) e non è facile ricostruire le situazioni che sembra supporre. […] Non possiamo [quindi] fare a meno di una premessa teologica e letteraria riguardante l’escatologia e l’apocalittica: il discorso s’inserisce infatti in questo filone teologico e letterario. Il significato più ovvio di “escatologia” è quello di discorso sulle ultime e definitive realtà. Certo si tratta – anche se questa convinzione è maturata lentamente e faticosamente – di realtà che vanno oltre la storia, ma ciò non significa che esse non si preparino dentro la storia. In effetti l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla».
Questa indicazione è molto interessante, libera infatti il campo da quelle interpretazioni banali e infondate che leggono nei testi biblici di genere apocalittico un tentativo di penetrare i segreti di Dio o di cedere alle curiosità “del quando e del come”. Niente di tutto questo! Anzi, fondamentale per la corretta interpretazione di questi brani, è un’ulteriore annotazione teologico-letteraria: sempre Maggioni infatti ci ricorda che «il linguaggio di questa letteratura è tipico: descrive gli ultimi tempi come tempi di guerre e di divisioni, di terremoti e carestie, di catastrofi cosmiche, e tutto questo nel segno di una grande subitaneità. Questo linguaggio è ampiamente presente nel discorso di Marco: non è il messaggio, ma semplicemente un mezzo espressivo che tenta di comunicarcelo. In nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera».
Ma, dunque, se sono vere le annotazioni preliminari cha abbiamo fatto (se cioè l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla e se il linguaggio apocalittico non coincide con il messaggio, tanto che in nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera), sorge immediata la domanda riguardo a quale sia allora il messaggio sulla storia che – attraverso questo linguaggio sulle cose ultime – Marco sta proponendo…

In questo senso due paiono le certezze che emergono dal testo: innanzitutto il fatto che Gesù prevede tempi difficili e disorientanti per i suoi discepoli; ma, d’altro canto, che essi saranno accompagnati dalla venuta del Figlio dell’uomo.
A riprova di quanto dicevamo in precedenza, sull’attualità dell’annuncio escatologico (che parla del presente e non del futuro!), non possiamo negare che quella che il vangelo descrive come situazione “che deve avvenire”, “che accadrà in quei giorni”, in verità è la realtà della Chiesa di sempre, del presente di sempre della Chiesa, dell’umanità, di ciascuno: tempi difficili che mettono in discussione il senso dell’esistere – ma contemporaneo e cooriginario affidamento a un senso creduto certo! Quella che dunque immediatamente sembrava una riflessione per i tempi del dopo morte, diventa inaspettatamente un discorso sull’oggi, sulla struttura stessa della coscienza umana, del suo modo di stare al mondo… Essa infatti si trova sempre già ad avere a che fare con i “tempi difficili” e drammaticamente interrogata da essi sul senso del suo esserci, giocarsi, spendersi.
Questa è la trama di tutta la vita umana… l’aver intravisto una promessa di Vita a cui si è attaccato il cuore e l’imbattersi in continue e ripetute smentite di tale Vita… anche per Gesù è stato così. Non a caso Marco inserisce questo testo appena prima della passione di Gesù: lì infatti in maniera paradigmatica per tutta la storia della chiesa successiva, i tempi difficili si fanno intrinsecamente portatori del radicale interrogativo sul senso della vita, della vita di Dio!
Anche per la Chiesa sarà così – annuncia Gesù – anche per ciascun uomo che verrà dopo di Lui: la trama è la medesima…
Eppure in questo dramma, l’altro elemento che Gesù, con altrettanta forza, annuncia è la certezza della venuta del Figlio, la certezza dunque di un senso, di una verità, di una giustizia! Precisamente questo annuncio – che coincide con tutta la sua vita – è ciò che dischiude nuovamente – e nonostante tutte le disillusioni e i fallimenti della nostra Vita – la possibilità di un affidamento al senso, la possibilità del credere, la possibilità della fede… di quel dar credito che permette di guardare ai “tempi difficili” come a sequenze di un film, di cui non diventano mai l’anima. Esse possono far temere, trepidare, scoraggiare… ma non saranno mai la chiave interpretativa dell’interezza della vita, il cui polo gravitazionale – il senso – sta altrove… e cioè precisamente in quegli sprazzi di umanità amante e amata che si sono sperimentati.
In questo senso assume ancor maggior chiarezza l’indicazione preliminare che ponevamo rispetto al genere letterario apocalittico che caratterizza il vangelo di questa domenica: «L’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla. Questa è la sorprendente prospettiva biblica, interessante e concreta. Lo sguardo al futuro (cioè la rivelazione di ciò che sarà) rende importante il “presente” e offre un criterio di scelta e di valutazione. L’attenzione è, tutto sommato, rivolta al presente: il futuro offre un criterio di orientamento nel presente, ma è in questo presente che il futuro si gioca». Lo sguardo al futuro, è dunque solo un modo per parlare del presente, del mio decidere odierno di me stessa. Ma anche: per imparare a leggere il mio oggi, lo devo guardare come se lo guardassi dal domani; in qualche modo come se guardassi l’attuale scena del mio film, a partire dal finale, così come mirabilmente ha mostrato Henry David Thoreau, ripreso poi dal film “L’attimo fuggente”: Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.
E cos’è che alla fine, in punto di morte, ci eviterà di scoprire che non abbiamo vissuto? Io credo: che ci sia “lì” qualcuno che ci vuole bene… Tanto che forse, addirittura a pensarci bene, tutta la vita è la ricerca di due braccia che ci amano tra cui morire…
Chi ha vissuto in maniera esemplare questa intuizione di vivere guardandosi dalla fine, è ancora una volta Etty Hillesum, che mi permetto nuovamente di citare, soprattutto perché in questo caso ci si riferisce a testi inediti in italiano (non presenti – almeno non tutti – nella versione italiana del suo Diario) a cui lascio anche l’onere di concludere:
[Prima che Spier morisse] «Delle cose ultime, essenziali della vita e del dolore non si può parlare, la voce non ce la fa. Io comprendo tutto di te e tutto ciò che ti riguarda io lo porto con me ed ho ringraziato di nuovo Dio per il fatto che nella mia vita esista un uomo come te. Devi occuparti della tua salute; è il tuo primo sacro dovere se vuoi aiutare Dio. Un uomo come te, uno dei pochi ad essere una dimora autentica per un po’ di vita, un po’ di dolore, un po’ di Dio – i più infatti hanno tradito da tempo sia la vita che il dolore e Dio, per essi sono ormai soltanto suoni vuoti – ha il sacro dovere di mantenere, nel migliore dei modi possibili, il suo corpo, la sua “dimora terrena” in buono stato, per poter offrire a Dio ospitalità il più a lungo possibile. Manca ancora molto tempo alla fine. Anch’io mi occuperò di te. Ho così tanta forza, che tu puoi prendertela tutta e in me nasceranno nuove energie. Ti ho così infinitamente caro, la tua anima è così infinitamente cara alla mia. La mia anima di quando in quando vorrebbe giacere accanto alla tua, e questo a poco a poco non ha più nulla a che vedere col desiderio che una donna può provare per un uomo. A volte vorrei distendere il mio corpo nudo, così come Dio l’ha creato accanto al tuo corpo nudo, così come Dio ti ha creato, e ho soltanto la sensazione che la mia anima voglia coricarsi accanto alla tua. Se in questo periodo non si scoppia di tristezza, né dall’altro lato per autodifesa ci si indurisce e si diventa cinici o rassegnati, allora si diventa più dolci, più miti, più disperati, più comprensivi, più innamorati. Io so come tutto questo stia accadendo dentro di te e tu mi hai portata con te sul tuo cammino, ed io vivo insieme con te la stessa strada fino alla fine. La mia autenticità ed il mio amore hanno mille anni ed ogni giorno invecchiano di mille anni. Quest’epoca, come noi oggi la esperiamo, posso sopportarla, posso anche perdonare Dio per il fatto che vada come deve andare – il fatto è che si ha in sé tanto amore da riuscire a perdonare Dio!! E tu devi occuparti della tua salute e riposarti e riposarti, ora io non posso star molto vicina a te – col pensiero però sono sempre vicina a te – ma promettimi che avrai buona cura di te».
[Alla morte di Spier] «Ho scritto un giorno che volevo leggere la tua vita fino all’ultima pagina. È cosa fatta. L’ho letta fino in fondo. Mi sento colma di una gioia profonda: tutto ciò che è stato era sicuramente giusto, altrimenti non avrei dentro di me questa forza, questa gioia, questa certezza. Eccoti dunque coricato in questo piccolo bilocale, caro grande e buon amico. Ti ho scritto un giorno: il mio cuore volerà sempre verso di te come un uccello libero, ovunque io sia sulla terra, e ti troverà sempre. E c’è questo, che ho scritto sul diario di Tide: tu sei diventato un pezzo di cielo, nella mia vita, che si incurva sopra di me, e non devo far altro che alzare gli occhi al cielo per essere vicina a te. E anche se dovessi essere rinchiusa in una cella sotterranea, questo pezzo di cielo si dispiegherebbe in me, e il mio cuore, come un uccello, spiccherebbe il suo volo libero verso di lui, ecco perché tutto è così semplice, sai, terribilmente semplice, bello e ricco di significato». «Avevo ancora mille cose da chiederti e da imparare dalla tua bocca. Ormai dovrò cavarmela da sola. Sai, mi sento forte, sono persuasa di riuscire nella vita. Sei tu che hai liberato in me le forze di cui dispongo. Mi hai insegnato a pronunciare senza reticenza il nome di Dio. Hai fatto da mediatore tra Dio e me, ma adesso tu, il mediatore, ti sei ritirato, e il mio cammino porta ormai direttamente a Dio».
[Quando inizia a stringersi la morsa sulla comunità ebraica] «Sono accadute molte cose dentro di me, in questi ultimi giorni, ma esse hanno finito col cristallizzarsi attorno a un’idea: la nostra fine. L’ho guardata in faccia la nostra fine, probabilmente deplorevole, che si prospetta fin d’ora nelle piccole cose della vita ordinaria, e le ho fatto posto nel mio senso della vita, senza che questo ne sia uscito sminuito. Non sono né amara né ribelle, ho trionfato sul mio abbattimento e ignoro la rassegnazione. Continuo a progredire di giorno in giorno, senza più tanti ostacoli come una volta, pur considerando la prospettiva della nostra eliminazione… Affermo spesso di aver saldato i miei conti con la vita, perché l’eventualità della morte si è integrata nella mia vita. Guardare in faccia la morte e accettarla come parte integrante della vita, significa allargare questa vita. Al contrario, sacrificare fin d’ora, anche solo un pezzetto di questa vita alla morte, perché si ha paura e ci si rifiuta di accettarla, è il modo migliore per non conservare altro che un povero pezzettino di vita mutilata, che meriterebbe a malapena il nome di vita. Questo può sembrare paradossale: escludendo la morte dalla propria vita non si vive in pienezza, e accogliendo la morte, al centro della propria vita, si allarga e si arricchisce la propria esistenza».

venerdì 15 maggio 2009

Non possiamo più dirci cristiani perché non siamo disposti a dare la nostra vita

Perché ci sia uno scatto nella natura e nella portata della nostra fede trinitaria e cristologica, è necessario mettere mano alle forbici e operare una netta semplificazione della nostra vita. Ma dove cercare questa sintesi semplificante? Dice l’apostolo Giovanni: colui che non è nell’amore non conosce Dio. Quindi, se vogliamo fare una revisione della nostra fede battesimale e cristiana, dobbiamo parlare del nostro amore: la sintesi semplificante e fortificante non la possiamo trovare altro che in una considerazione nuova del nostro amore e della nostra carità.

Seguendo l’invito di Dossetti, parliamo allora del nostro amore: è infatti questa, la via per quello scatto della nostra fede che in questi tempi duri sentiamo il bisogno di fare (per la declinazione specifica di questi tempi duri rimando al post di Mario “Perché non possiamo più dirci cristiani –1-”).
Le tenebre infatti (individuali, sociali, ecclesiali) si vincono solo sopportando la tensione degli opposti dentro di sé – come diceva Jung nel 1954 durante un dibattito al Club psicologico di Zurigo a proposito di una domanda sul pericolo di una guerra atomica: «Ritengo che dipenda da quanti sono in grado di sopportare la tensione degli opposti dentro di sé. Se quelli in grado di farlo sono in numero sufficiente, penso che la situazione non presenterà fratture e che saremo in grado di evitare innumerevoli pericoli» [in N. NERI, Un’estrema compassione, Mondadori, Milano 1999, 46]. Che è poi la stessa consapevolezza della Hillesum quando scriveva: «L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire»; o ancora: «Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima».
Ebbene anche oggi il compito per gli uomini e le donne – a maggior ragione per i cristiani e le cristiane – è quello di custodire la qualità alta della propria caratura umana, all’interno di un mondo che invece sempre più propone la dis-umanizzazione.
Dossetti diceva: è questione di fede; e si chiedeva “Quale fede?”. Per rispondere non poteva che indicare la necessità di parlare dell’amore: è dalla qualità del nostro amore che dipende la qualità della nostra fede (essa infatti non è altro che una relazione) e dunque la qualità della nostra vita.
I testi che la liturgia ci propone per questa sesta domenica di Pasqua sembrano venire esattamente incontro al nostro bisogno di soffermarci su questa tematica. È per questo che ci concentreremo in particolare sul ragionamento portato avanti nel vangelo di Giovanni...
Innanzitutto il Signore, nel lungo discorso fatto durante l’ultima cena, chiarisce bene i termini della relazione di fede: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Lo sbilanciamento è dunque suo: è lui che per primo ci ha amati. E questo – molto più che una bella frasetta o uno slogan che volta per volta i vari raduni cattolici ci propinano – ha una portata scaravoltante l’intero impianto su cui spesso è fondata la nostra religiosità: «Il livello assoluto è il solo livello assimilabile per l’uomo, egli è libero ovvero l’uomo è l’unico ente in grado d’arrischiarsi in maniera assoluta. Ma ciò accade poiché (comunque per primo) Dio si esprime in maniera assoluta, la sola misura favorevole per l’uomo. Donandosi fino all’abbandono Dio è chi consegna chiara dis-misura al reale, qualsiasi atteggiamento l’uomo ponga in campo non giunge dunque a misurarlo. […] Rispetto al libero dono divino, l’uomo ne diviene l’erede, egli non può restituirlo, lo traffica, non ne fa alcuna economia, lo dona a sua volta» [S. UBBIALI, Il sacramento cristiano, Cittadella Editrice, Assisi 2008, 69-70].
In questa relazione originata primariamente da Dio, il Signore invita però a rimanere: «Rimanete nel mio amore». E immediatamente dice come: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore». L’estrema logicità del procedimento (la fede-relazione è un dono, in esso bisogna rimanere, per rimanerci bisogna osservare i comandamenti) rischia però di far perdere la qualità vera di quanto Gesù – nelle parole dell’evangelista Giovanni – sta proponendo ai suoi: il pericolo – purtroppo effettivamente percorso dalla pratica ecclesiale – è infatti quello di perdere il contesto autentico di questo ragionamento e di farlo transitare – a mo’ di “copia e incolla” – in un altro ordine di problemi.
La riduzione a cui è andata incontro la proposta di Gesù è infatti quella di essere stata considerata come un comodo libretto di istruzioni per andare in paradiso: le indicazioni di Gesù sono infatti state sottratte dal loro contesto d’origine, dalla portata con cui e per cui lui le diceva, e sono state adottate come risposta a problemi diversi, a problemi altri dai suoi, a problemi originatisi molto più tardi nella storia della chiesa. La nuova e ristretta prospettiva era infatti quella dell’ansia di salvarsi l’anima, non quella della relazione attuale e vivificante col Signore; una necessità di salvarsi l’anima data dall’eccessiva accentuazione della malvagità dell’uomo: rimanere nell’amore di Dio, voleva infatti dire tentare con le opere buone di ingraziarsi quel Dio giustamente adirato con noi per la nostra pochezza, scordando il primato incondizionato del suo amore per noi e la qualità alta dei gesti dell’amore, che non possono mai essere ridotti a strumenti per salvare sé, se no non sono più gesti d’amore… Questi ultimi infatti hanno la peculiarità di essere per gli altri: tra l’altro non nel senso estrinseco di fare qualcosa per qualcuno, ma nel senso pregnante dell’essere implicati in quello che si fa, dunque di un mettere in gioco sé in quello che si fa, impegnandosi dunque in una relazione, in uno sbilanciamento, in un’implicazione, in un legame, in un essere per l’altro più che in un dare qualcosa all’altro… E ovviamente – come noto – i comandamenti da osservare per rimanere in quell’amore funzionale a salvarsi l’anima erano tutto un elenco di precetti morali, cultuali, folkloristici, perfino superstiziosi…
Ma che i “comandamenti da osservare” non fossero quelli è abbastanza evidente dai versetti successivi:
- Innanzitutto il riferimento alla pienezza della gioia («Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»), pressoché sconosciuta ai cattolici pre-conciliari e di cui invece Dossetti scriveva: «Il Cristo risorto ci appare talvolta da un punto di vista umano, per una piega non ben chiarita del nostro animo, del nostro intelletto, come un essere evanescente che non ha più i sentimenti. […] Il Signore risorto – invece –, sì, è glorioso, è potente, è libero, è sovrano, è dominatore del mondo, delle anime e della storia, è il giudice che viene, ma è soprattutto un essere infinitamente felice. […] E questa gioia ce la vuole comunicare, questa gioia paradisiaca che sta nella compenetrazione piena, nella corrispondenza totale dell’amore del Padre e del Figlio e che si esprime finalmente in un amore completamente efficace per i suoi. […] Il Cristo, che è alla destra del Padre e che è completamente nella visione beatifica, del Padre, vuole, per amore, che noi raggiungiamo la pienezza di questa gioia: questo è il Risorto! » [G. DOSSETTI, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 242-243].
- In secondo luogo la precisazione: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Il discrimine cioè non è posto sull’adempimento di qualche norma o sull’assolvimento di qualche dovere, ma molto più radicalmente su un orizzonte di senso che investe la vita, il modo di stare al mondo, il modo di guardare a sé, agli altri, alle scelte…
È su questo che va valutata la qualità del nostro amore, e dunque della nostra fede, e dunque della nostra capacità di sopportare in noi la tensione degli opposti, e dunque di offrirci come campo di battaglia in cui i problemi possano trovare ospitalità, combattere e placarsi… È su questo che va valutata la nostra capacità di non sfuggire, di portare, sopportare e risolvere il dolore, mantenendo intatto un pezzetto della nostra anima.
È dalla nostra qualità amante che dipende la caratura umana della nostra identità (non a caso è sull’amore che verremo giudicati…). E l’indicazione di Gesù è chiara… La qualità amante è cristica, è nella sua prospettiva quando sa dare la vita: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».
Un cristiano dovrebbe cioè alzarsi la mattina e avere come unica preoccupazione quella di disporsi in modo tale da essere uno che ama le persone che in quella giornata gli sarà dato di incontrare… che si tratti del marito, dei figli, dei fratelli, del panettiere, del capufficio, ecc… Tutto il resto è coreografia… Non a caso il brano di vangelo perentoriamente si conclude così: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Saremo allora persone con una qualità umana significativa se guarderemo a tutto quanto ci accade intorno con uno sguardo amante – che sa dare la vita.

È per questo che – rischiando di non essere politically correct e di far dispiacere qualcuno – non possiamo non cogliere questa occasione e questa sede per esplicitare il nostro dissenso sui recenti provvedimenti previsti dal “pacchetto sicurezza” del governo italiano, che essendosi nascosto diverse volte – quando gli faceva comodo – dietro la bandiera cattolica, dimostra, ancora una volta – se ce n’era bisogno – di tener conto, nelle sue scelte, di tutto, tranne che del vangelo… dimenticando forse che il cattolicesimo o è evangelico o non è…



P.S.: Vorrei allegarvi l'ultima vignetta che ieri sera Vauro ha mostrato alla trasmissione Annozero, perchè al di là della fede politica, contingentemente mi sembra davvero pregnante... Qui sotto si mostrano gli ultimi 5 min della trasmissione, quelli dedicati, appunto, alle vignette,.. a mio parere, merita: fa ridere, ma anche riflettere!

venerdì 5 settembre 2008

Domanderò conto a te... dell’altro

La prospettiva a cui le letture di questa ventitreesima domenica del tempo ordinario ci introducono, è quella che Ezechiele esprime nei termini del «domanderò conto a te»... dell’altro.
Ma come – risponderebbe Caino - «Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4,9): che c’entro io con lui?
Tanto più se per “fratello” non si intende solo quello di sangue (o – per estensione semantica – l’amico, il famigliare, colui al quale si è legato il proprio destino), ma il fratello-umano, colui cioè che, solo per il fatto di essere uomo, mi è fratello...
E, come se non bastasse... non solo il fratello-umano “buono”, ma principalmente quello “malvagio”: «Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te»!
Che cosa può voler dire allora questa parola che il Signore rivolge a Ezechiele e che Gesù riprende nel vangelo di Matteo? Qual è l’orizzonte di senso che la parola di Dio sta qui delineando? Sarà davvero corretta la prima impressione che ci danno queste parole, e cioè che qui è proposto un modo di guardare alla vita che riconosce in ogni volto un fratello?
Ma è davvero possibile? E come negare che immediatamente ci sale alla gola il pensiero che siamo di fronte ad un’utopia ingenua? Certo... sarebbe bello... ma la storia dell’umanità (e la nostra) sono lì a testimoniare in modo ineludibile l’impossibilità di questa fraternità autentica... sempre astrattamente desiderata da tutti, certo, ma troppo estranea alle dinamiche di possesso e potere che animano il nostro mondo, e troppo scardinante i loro fondamenti per poter essere davvero perseguita...
Senza contare poi che, ad un’analisi un po’ più approfondita, che tenta di andare al di là della prima impressione, appare subito come siano scandalizzanti le conseguenze di ciò che la parola di Dio propone: «pienezza della Legge è la carità». Questa logica infatti fa venir meno proprio le nostre così rassicuranti classificazioni (colpevoli/innocenti; buoni/cattivi; giusti/ingiusti; benedetti/maledetti; sacri/profani; consacrati/dissacrati...), che hanno lo scopo di ordinare il mondo e regolarizzarlo... orchestrandolo in una giustizia retributiva che, per far salvo l’ordine costituito (i privilegi di alcuni), annienta le singolarità di ciascuno, fino all’amara constatazione che davvero non tutte le vite hanno lo stesso valore.
E in proposito... un episodio emblematico, che forse, proprio perché legato alla concretezza della vita quotidiana, dice meglio di qualsiasi riflessione, il contrasto tra la logica del mondo e quella del vangelo.
In occasione della riapertura dell’anno scolastico il direttore di una scuola, nel suo discorso di saluto ai professori, ha esordito riferendo di un libro che stava leggendo: il racconto della madre di un ragazzo che in America si è reso protagonista di una delle stragi nei campus. Suo figlio ha impiegato 18 minuti per uccidere compagni e professori: 18 minuti di follia... E sua madre si chiedeva: “Quante cose si possono fare in 18 minuti? Se io mi dimenticassi di mio figlio, quando da bambino andavamo al mare, o quando giocava e rideva, quando si sporcava e lo lavavo, quando studiava e piangeva... lo ridurrei a quei 18 minuti...
Ma la sua vita non sono quei 18 minuti!”...
E il direttore commentava: è un esempio un po’ forte, ma la logica di questa madre, deve essere la nostra con i nostri allievi: non possiamo ridurli al loro voto, alle loro mancanze, alla loro impertinenza... Sono persone ed è in questa qualità umana e che noi educatori non dobbiamo mai smettere di guardarli!
Ecco: questa è la logica delle letture di questa domenica, la logica evangelica tout court: l’altro, nel mio sguardo, non può mai essere menomato della sua umanità, del suo volto di uomo e dunque di fratello, neanche se lui stesso si auto-dis-umanizza! E ogni volta che per indifferenza, stanchezza, noia, nervosismo, vendetta, pretesa di giustizia, cattiveria, razzismo (ecc, ecc, ecc) lo si priva di questa sua caratura di uomo e di fratello, è il Regno stesso di Dio, il mondo come Dio lo vuole, il mondo come Dio lo guarda, che retrocede...
Ma, se pur questo è vero, rimane inevitabile l’obiezione, che una professoressa ha rivolto al suddetto direttore: “sì, ma è difficile...”. E come darle torto?
Come si fa a guardare ad alcuni “malvagi” con questi occhi? E quante volte si reagisce di fronte all’idea di un Dio che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45), a un Dio che sa guardare con questi occhi ogni uomo? Anche il mio nemico? Anche quello che «sarebbe meglio che non fosse mai nato» (Mt 26,24)?
È difficile guardare con questi occhi e mantenere questo sguardo su ogni figlio di questo mondo...
Ma sarà stato difficile anche per la mamma di quel ragazzo del campus... Eppure lei è riuscita a non ridurlo a quei 18 minuti, perché il suo sguardo di madre lo custodisce sempre nella sua identità di figlio, di uomo...
È quello che riesce anche a noi con i nostri: che siano figli, amici, fratelli, amanti...
Ma è proprio qui che si innesta la proposta evangelica: questa soglia dell’amore dei nostri chiede di essere superata, per accedere all’amore tendenziale per tutti. Non che l’amore per i nostri vada castrato, anzi: è la matrice dove impariamo la dedizione, nella persuasione (da cui non si può più tornare indietro quando la si sperimenta) che solo nell’amore si può accedere all’inaccessibilità di ciascuno, Dio compreso! Ma che appunto deve farsi matrice per l’amore a tutti, perché quello sguardo sia lo sguardo con cui guardiamo tutti.
È indubbio che storicamente ogni sguardo d’amore è segnato dall’innato privilegio per i suoi, ma esso contiene già in germe l’evangelica possibilità di essere grembo di bene per tutti. Anzi, quest’ultima connotazione è possibile solo se ricalcata sulla matrice originaria e introiettata dell’amore per alcuni, o per uno.
Tutti partiamo dall’amore che sgorga per quelli che ci viene facile amare. Eppure se rimane chiuso lì, si mortifica (termine che ha in sé la radice della morte) nelle logiche della competizione, della gelosia, della salvaguardia dei nostri (che implica necessariamente il sacrificio dei figli degli altri).
L’amore evangelico invece è quello che a partire dalla grammatica dell’amore imparata sul terreno dei propri figli, dei propri prediletti, arriva a dire con Etty Hillesum: «…tutte le pene notturne e le solitudini di un’umanità sofferente attraversano il mio piccolo cuore e lo fanno dolorare. [...] L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire».
Perché va rotto l’istintivo «pensare che l’amore sia difficile perché la gente è ostica o poco amabile, ci rifiuta…è cattiva. Questa assurda ricerca del capro espiatorio ci blocca la sorgente vera dell’amore: “sotterrata” dalle macerie…» [p.Giuliano Bettati, ocd], che è la stessa esperienza di Etty: «Qui molti sentono languire il proprio amore per l’umanità, perché questo amore non è nutrito dall’esterno. Dicono che la gente di Werstbork (e di qualsiasi altro posto) non ti offre molte occasioni di amarla. Qualcuno ha detto: “La massa è un orribile mostro, i singoli individui fanno compassione”. Ma ho dovuto ripetutamente costatare in me stessa che non esiste nessun nesso causale fra il comportamento delle persone e l’amore che si prova per loro. Questo amore del prossimo è come un ardore elementare che alimenta la vita. Il prossimo in sé ha ben poco a che farci…».
È a questa fornace interiore, generatrice di ardore elementare che dunque ci si deve dedicare: usando come combustibile la consapevolezza che noi per primi siamo guardati così, ingiustificatamente, dal Signore e da chi ci ama, e sprigionando l’energia diffusiva dell’«Amerai il tuo prossimo come te stesso», che – come ricorda Sequeri – Paolo ha mirabilmente delineato: «Rileggiamo, con questo sguardo, le lettere di Paolo. La vedete la fitta trama di affezioni e di passioni, di attenzioni e di preghiere, nelle quali Paolo incalza i suoi fino alle lacrime, perché portino gli uni i pesi degli altri? Questa trama collega punti minuscoli: irretisce di amori, che riscattano i dimenticati della terra, una enorme porzione dell’Impero ostile. Ed è solo l’inizio. La preghiera umile e infuocata di Paolo immette in questa nervatura corrente ad alta tensione, che ridicolizza le distanze geografiche, i confini etnici, le geometrie politiche. Brucia distanze ed estraneità. Brucia anche – di vergogna – l’astrusità di futili contese di legittimazione e le chiusure di autoreferenzialità corporativa, che perdono di vista l’ortodossia della comunione e della missione: la dilatazione della fraternità a tutti coloro per il quali 'il Cristo è morto'. Riempirei con le loro foto la chiesa dove preghiamo, fosse per me. [...] La notte ci si illuminerebbe, con questi capillari della fraternità in tensione. E crepe nel cemento post-cristiano della nostra indifferenza ingorda e risentita, si aprirebbero».
[P.A. Sequeri, Nello stile dell’apostolo Paolo. Preghiera vera corrente ad alta tensione, Avvenire, 04 settembre 2008].

giovedì 8 maggio 2008

Pentecoste: lo Spirito di Dio si incontra con lo spirito dell'uomo

In questa domenica di Pentecoste (cinquantesimo giorno) i testi che la Chiesa ci propone nella liturgia fanno riferimento all’evento celebrato in questa festa: il dono dello Spirito santo.
Questi testi non vanno pensati come scritti “in presa diretta”, come se fossero un diario di bordo in cui gli apostoli riportavano i fatti contemporaneamente al loro accadere. Essi sono piuttosto il frutto di anni di riflessione che le prime comunità cristiane hanno messo in atto riguardo al “problema” della nuova situazione, creatasi dopo l’Ascensione di Gesù.
La questione era tenere insieme i dati complessi della realtà: da un lato il fatto che Gesù non fosse più presente in carne ed ossa e nemmeno nel modo post-pasquale delle apparizioni («egli fu assunto in cielo», At 1,2); dall’altro, il fatto che avesse promesso un secondo Consolatore («Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre», Gv 14,16) e che quindi non ci sarebbe stata una situazione di orfanità per l’uomo («Non vi lascerò orfani», Gv 14,18).
Ma come pensare questa nuova vicinanza segnata dai tratti della mancanza? Questa presenza immersa nell’assenza?
La svolta, narrata poi nei termini che conosciamo di «un vento che si abbatte impetuoso» e di «lingue come di fuoco» o nella forma giovannea di Gesù che «soffiò», è stata la graduale presa di coscienza della concretizzazione delle parole promettenti di Gesù: «Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,33).
È stata cioè la constatazione nella vita, nell’esperienza impastata di sangue e fango, di un’energia effettiva, da «vedere e udire»; è stato il ritrovarsi addosso questo Spirito e la sua potenza: «essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi» (At 2,4), «Pietro, pieno di Spirito Santo, disse…» (At 4,8), «tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31), «Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà» (At 20,22); è stato lo scoprire che esso entrava in relazione potentemente col il loro nucleo più intimo, la sede delle loro decisioni: «Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare» (At 11,12), «Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo…» (At 13,4), «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…» (At 15,28), «avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia» (At 16,6); è stato infine, il percepire che questa era una forza dinamica, non statica, che circolava e si diffondeva: «non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano» (At 19,6).
È questa constatazione della presenza reale dello Spirito che abilita la riflessione dei primi cristiani e permette un suo disvelamento, una sua graduale conoscenza, una sua intelligenza e in questo modo anche un potersi rapportare ad esso.
Nel Nuovo Testamento sono tanti i modi in cui si parla dello Spirito, in cui si tenta di dirlo, o attraverso immagini, o proponendo i suoi effetti (per stare alla lettura di questa domenica: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue»), ma il modo che a me pare più chiaro è quello contenuto sempre nella 1 Lettera ai Corinzi, ma qualche capitolo prima, rispetto a quello della lettura proposta dal liturgista. In 1Cor 2,11 infatti Paolo dice: «Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio».
Mi pare una delle formulazioni più chiare perché accostando una realtà umana, una dinamica antropologica, a Dio, rende tutto immediatamente più comprensibile: come lo spirito dell’uomo (cioè il suo nucleo vitale, il suo essere di fronte a se stesso, la sua autocoscienza…) è l’unico a conoscerne l’intimità verace, l’interiorità autentica, così è lo Spirito di Dio per Dio; è l’intimo di Dio, la “pancia” di Dio… tant’è che per la teologia cattolica esso è identificato con l’amore che il Padre e il Figlio si scambiano e che in qualche modo trabocca e si dona all’uomo: «noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio» (At 2,12).
Ed esso è proprio quella realtà che i primi cristiani riscontravano presente!
Ecco dunque, man mano, come si è evoluta la riflessione sulla nuova situazione data dalla presenza di Dio nell’assenza di Gesù: il cielo squarciato non si è richiuso, l’uomo non è rimasto solo, il cuore di Dio non ha nuovamente nascosto i suoi segreti! Ma anzi nell’incontro tra Spirito di Dio e spirito dell’uomo è possibile proprio l’incontro tra l’intimità dell’uno e quella dell’altro, tra la loro verità, tra le loro libertà!

È strano come questo annuncio risuoni insignificante ai nostri giorni, spesso anche ai nostri cuori: che rilevanza ha infatti nella mia vita il fatto di poter “mischiare” il mio spirito con quello di Dio? Che poi è lo stesso che chiedersi: perché noi oggi non constatiamo per nulla questa presenza nuova di Dio nel mondo, che i discepoli dicevano di poter «vedere e udire»?
Forse il problema sta nel fatto che noi non abbiamo idea (l’abbiamo persa) di che cosa voglia dire “Dio” (di chi sia) e di che cosa voglia dire “io” (chi sono).
Sul primo versante (quello di Dio) siamo sempre più dispersi tra una sovrastruttura religiosa, determinata unicamente dal senso del dovere o dall’abitudine o dal pagano timore di una rivendicazione di dio a fronte di una nostra eventuale trasgressione, cioè tra una religiosità formale e che non tocca minimamente la nostra vita e un senso vago e misterioso del divino, con qualche simpatia per le incursioni orientaleggianti, le pratiche meditative, i benefici psicologici dell’immersione nell’infinito… del tutto dimentichi del fatto che la fede cristiana è quella di chi dice: «Gesù è Signore», cioè questa sua libertà storica è il Signore! E guarda caso proprio questo è ciò che lo Spirito (di Dio) urla in noi: «Fratelli, nessuno può dire: “Gesù è Signore!”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo»; insieme all’altro grande sussulto che Egli ci fa fare: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre» (Gal 4,6).
È quello che, forzando un po’ i termini per farsi capire, diceva mons. Coletti ad un incontro: “Il cristiano non è chi crede in dio, ma chi crede in Gesù!”. E nel Dio di Gesù, che egli ci ha insegnato a chiamare “Papà”!
Allo stesso modo, oltre a chi è Dio, noi oggi rischiamo di dimenticare anche chi è l’uomo, chi sono io… di ritenere impossibile (e questo è il male, il male radicale!) esser-ci, essere Uomo su questa terra, avere orizzonti ampi, raggiungere quella che Etty Hillesum chiamava la sorgente dentro di sé: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».
Ed è per questo, perché abbiamo perso di vista chi è Dio e chi è l’uomo, che l’incontro tra i loro spiriti ci appare così insignificante, estrinseco rispetto alla nostra vita… Questo incontro, che è la vita nello Spirito che ci si è spalancata a Pentecoste, oggi ci appare infatti lontano, legato a un passato inaccessibile, impossibile, quasi infantile; tanto che ci scappa detto: è troppo bello per essere vero… la vita, quella vera, è un’altra cosa e per quanto sia bello sognare, ad un certo punto bisogna tornare coi piedi per terra…
Ma come siamo arrivati a questo punto? A considerare il vangelo un racconto fantasioso, quasi favolistico?
Sicuramente la risposta sarà un aggrovigliamento di situazioni personali, sociali, filosofiche, culturali, ambientali… ma come non dire una parola sul percorso ecclesiale che c’ha portati qui?
E mi vengono alla mente le parole del prof. Sequeri, quando – commentando la Lettera ai Romani di Paolo – diceva: Il soggetto di Rm 7-8 è un credente che riconosce in sé la permanenza dell’uomo peccatore, che sta sotto la legge ed è chiamato a vigilare su di essa, e insieme esultante per la libertà a cui l’ha portato la fede in Gesù (la liberazione dalla legge! In questo senso è significativo anche il fatto che la Pentecoste ebraica era la festa per il dono della legge sul Sinai, mentre i cristiani hanno cristianizzato la festa, celebrando in quel giorno il superamento della religione della legge a favore dello Spirito!).
Continua Sequeri: Nella seconda parte della Lettera ai Romani è invece rappresentato il risvolto storico, pubblico, collettivo: è emblematicamente rappresentata la situazione di Israele, il suo essere popolo eletto. Israele – come i cristiani di Roma, eletti del nuovo popolo di Dio – ha iniziato dall’essere in quattro gatti, una manciata di beduini litigiosi persino tra loro e dispersi nel niente (deserto). Questi erano gli “eletti”. Il loro guaio è stato quando hanno incominciato a dimenticarsi di questi inizi. Erano stati avvertiti in molti modi (profeti) che la Legge era necessaria, ma non sufficiente all’alleanza. Senza lo Spirito dell’alleanza le stesse norme istituzionali si incancreniscono. Paolo in questo modo ammonisce i Romani, perché non ripercorrano l’errore di Israele di anchilosarsi su una religione di sito.
E lo fa, lasciando urlare il perno della rivelazione di Gesù, che è la critica alla religione. Senza questa critica infatti la rivelazione non ha modo di far percepire la sua singolarità, che è parlare di Dio
(dei segreti di Dio). La fede si purifica combattendo la religione e questa sua impressionante capacità di involuzione: che passa dall’incanto dell’elezione a pedante amministrazione!
Ma forse, le parole che Paolo diceva ai Romani, non sono bastate… Anche il Cristianesimo spesso lungo la storia ha preso la deriva religiosa, dimenticandosi della libertà dello Spirito… e spesso forse, anche a noi ha fatto comodo sistemarci dentro ad un apparato istituzionale rassicurante… e questo sempre perché la vita nello Spirito spaventa l’istituzione per la sua libertà e spaventa noi per la sua impegnativa radicalità…
Se solo dessimo credito all’esplosione di Vita dei primi passi della Chiesa e di tutti gli uomini e donne spirituali lungo la storia… e al fatto che è possibile anche per noi…

giovedì 10 aprile 2008

"Che cosa dobbiamo fare, fratelli?"

«Che cosa dobbiamo fare, fratelli?»… è la domanda delle domande… quante volte anche a noi è venuta alle labbra? È infatti la domanda che incrocia ogni uomo prima o poi… perché è la domanda per chi si ritrova alle prese con la fatica di vivere… che si tratti dell’angoscia per il male commesso («Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso»)… della sofferenza per il male subito («se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza»)… del giramento delle viscere che provoca la domanda sul senso della vita… di questa mia vita («io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»)…
E dunque «Che cosa dobbiamo fare?».
Non so bene perché, ma immediatamente mi viene in mente la risposta che avrebbe dato Etty Hillesum, quella stessa risposta che mi aveva tanto colpito, tempo fa, e che mi ha rimesso in circolo l’altro giorno proprio uno di quei miei fratelli: “aiutare Dio a non spegnersi dentro di noi”…
Già… perché solo così il problema è affrontato correttamente; cioè solo se la questione, come fa lei, è collocata nel suo posto proprio: dentro di noi e non fuori. Ciò che è in gioco infatti non è “come posso attrezzarmi per affrontare una certa cosa?”, ma “chi sono io, dentro a questa cosa?”… Chi sono io nel male commesso? Cioè, chi sono io per aver fatto ciò? Chi sono io nel male subito? Cioè, che ne è di me? Chi sono io che cerco il senso di questa mia vita?
Etty direbbe «[Sono quella che ha dentro] una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».
Ecco che cosa bisogna fare… dissotterrare… E le tre letture di questa quarta domenica di Pasqua sembrano proprio indicare cosa vuol dire questo dissotterrare le radici vitali, umane, belle della nostra intimità e identità:
- «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo»;
- «Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme»;
- «Gesù disse: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo; […] io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»
.
Si tratta allora, in ogni caso, di immergersi nel Signore, nella sua vita, nella sua libertà… mischiandosi la pelle e le ossa con lui, legando il proprio destino al suo, come si farebbe con chi si ama davvero…
E se la pancia (o l’anima – a cui spesso piace comunicare attraverso la pancia…) è in subbuglio per una colpa commessa, immergersi in Lui vorrà dire convertirsi, cambiare mentalità, immergersi nella sua, nel suo orizzonte di senso… guardandoci come lui ci guarda, volendoci come lui ci vuole: pieni di Vita e di Vita in abbondanza.
Allo stesso modo se la pancia duole per il male subito, quello che ti sfianca proprio là dove la tua intimità aveva scelto di dar fiducia alla Vita, che invece ora pare smentirsi, dissotterrare vorrà dire immergersi in quella dignità del patire che trova senso solo dietro alle sue orme… orme che non spiegano il perché del male subito, ma insegnano a viverlo, non facendo spegnere Dio in noi, la vita in noi, noi stessi in noi…
E infine se invece le viscere sono in fermento per la fatica nell’intelligenza della propria storia, del suo senso, del suo perché (o per chi), dissotterrare vorrà dire entrare (immergersi) nella porta che fa accedere alla Vita, al nutrimento (pascolo)… in abbondanza…
Ma come fare, proprio quando le condizioni della nostra stessa storia sono così pressanti, a mantenere questa “immersione”, questa buona relazione, questo incontrarsi, questo dar credito?
Come fare quando il magone ti toglie il respiro, le lacrime ti surriscaldano faccia e cervello, la morsa al petto ti fa piegare dal dolore… Come fare, lì a mantenere lucido il proprio guardare a lui?
Ancora una volta è la grandezza d’animo di Etty a orientarci: non c’è condizione storica – dice – che possa impedire questo fiorire del nucleo intimo di noi stessi… di quello nel quale solo ci riconosciamo, una volta abbandonate tutte le maschere che ci mettiamo o ci mettono addosso… E infatti scrive: “Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la prima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: […] Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantirti niente in anticipo. Tuttavia, una cosa mi appare con sempre maggior chiarezza: non sei tu che puoi aiutarci, ma siamo noi che possiamo aiutare te e, facendo questo, aiutiamo noi stessi. È tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio. Forse potremo anche contribuire a riportarti alla luce nei cuori devastati degli altri.
Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio. Vedi come mi prendo cura di te! Non ti offro solo le mie lacrime e i miei tristi presentimenti. In questa domenica ventosa e grigiastra, ti porto anche un gelsomino profumato! E ti offrirò tutti i fiori incontrati sul mio cammino, e ce ne sono davvero tanti. Così a casa mia ti sentirai il meglio possibile!”
.
Perché in fin dei conti, quando ci ritroviamo a chiederci «Che cosa dobbiamo fare?», non stiamo parlando ad altri, ma a noi stessi… Sono infatti quei momenti in cui tutto l’amore degli altri “serve” (ti offrirò tutti i fiori incontrati sul mio cammino, e ce ne sono davvero tanti), ma in cui noi, siamo chiamati a vivere, a scegliere, a essere… perché come dice Vasco nel suo modo un po’ impertinente: «Quando c’ho il mal di stomaco, con chi potrei condividerlo?»
È il momento in cui ci sei tu e nessun altro può esserci al posto tuo…
Come quando si muore… nessuno può sostituirsi a te, nel tuo morire…
E in quei momenti lì ci sei tu e… nessun altro… se non quel tuo intimo nucleo autentico a cui puoi accedere…
Ed è lì dentro che c’è… un pezzetto di Dio…
E, come Teresa, si arriva a scoprire che davvero «basta»!

venerdì 16 novembre 2007

VOGLIO SOLO ESSERE QUELLA CHE IN ME CHIEDE DI SVILUPPARSI PIENAMENTE

Le letture di questa domenica hanno tutte come punto di riferimento il giorno del Signore, con la sua valenza escatologica: il libro del profeta Malachia ci parla del «giorno rovente come un forno» che sta per venire, Paolo ai Tessalonicesi se la prende con coloro che a causa di questo atteso ritorno «vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione» e Gesù stesso nel Vangelo di Luca riferisce di una «fine».
Essa immediatamente fa risuonare in noi note arcaiche, di paura e grandiosità, di terrore e fragore... Ma se proviamo a lasciare il rimando emotivo immediato, sedimentato dai secoli di storia religioso-affettiva da cui proveniamo, e guardiamo da vicino i testi, scopriamo che l’accento cade su tutt’altri toni.
Malachia infatti, tentando una descrizione di «quel giorno», sottolinea come esso svelerà la realtà di ciascuno:
- da un lato l’inconsistenza di «tutti i superbi e [di] tutti coloro che commettono ingiustizia», raffigurata dall’immagine della paglia incendiata;
- dall’altro il rilucere della consistenza di chi ha costruito la vita come «cultore» del nome del Signore, di chi, in altre parole, l’ha riconosciuto Signore della sua vita.
Mi pare che la prospettiva non sia quella, così automatica in noi, ma tanto riduttiva, di una divisione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti. Qui si parla della consistenza della vita, del fondamento su cui la si è posta, della realizzazione di quello che dovevamo essere (figli)... in gioco non ci sono aspetti secondari, sovrastrutture della nostra vita, ma la Vita stessa, accolta («per voi invece cultori nel mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia») o rifiutata per vivere di se stessi («superbi») sopraffacendo gli altri («coloro che commettono ingiustizia»).
È dunque sull’orizzonte di senso della nostra vita che la liturgia di oggi ci richiama l’attenzione. Anche le parole di Gesù secondo Luca hanno questa valenza: non si sta facendo una previsione sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sul ritorno di Cristo risorto, sulla fine del mondo. Il punto prospettico lo si trova alla fine: «con la vostra perseveranza salverete le vostre ψυχας». La CEI traduce quest’ultima parola con anime, ma noi preferiamo lasciare il termine greco che è meno compromesso. Esso infatti compare circa 800 volte nella Bibbia e spesso è tradotto con vita, persona. È inteso come ciò che indica la sede delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni: ψυχη, allora ha uno spettro semantico molto più ampio di quello che la parola anima ha ormai assunto nel gergo comune, ed indica la personalità di ognuno.
La prospettiva di Gesù è dunque anch’essa decisiva, sta parlando della salvezza della singolarità di ciascuno, che Etty Hillesum descriverebbe così: «voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente».
Per far questo, per salvare le nostre ψυχας, per cercare di essere quello che in noi chiede di svilupparsi pienamente, Gesù indica decisamente la via dell’“impastarsi” nella storia, anzi, meglio, nella drammatica della storia: «di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta», «sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni», «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». È una drammatica che appunto non resta – e non deve restare – tangente rispetto al discepolo, ma lo incrocia e tocca nell’intimo: «metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori», «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome».
Per abitare la tragicità di questa storia – unico luogo per la salvezza delle nostre anime, per la costruzione della consistenza delle nostre ψυχας – il Signore dà pochi ma sostanziali punti di riferimento:
1. «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli». Non c’è un’altra via di salvezza che non sia quella cristica, la sua! La durezza della storia, la sua difficile intelligibilità, il frastornamento che ci provoca, il non senso che spesso ci rimanda, non devono arrivare a inquinare il nostro dar credito al Dio di Gesù. Ogni altra strada, che non sia la sua, è inevitabilmente illusoria perché parte dall’uomo, anzi, peggio, dalla sua paura di morire. E infatti la seconda parola che Gesù in questo brano pone sulla drammatica della storia è:
2. «non vi terrorizzate», non lasciate cioè che a determinare la vostra vita, le vostre scelte, il vostro impegnarvi o meno, il vostro amare o meno, le vostre ψυχας, sia il terrore. Esso è solo mortifero: blocca gli zampilli di vita, chiude gli spiragli di luce, immobilizza il desiderio di appassionarsi, indurisce il cuore, spegne il sorriso…
Ma sulla base di che cosa possiamo Vivere e non morire nel terrore? Perché, dice Gesù:
3. «nemmeno un capello del vostro capo perirà». Ciò che fonda la possibilità della Vita è l’assicurazione di una cura, di una presenza, di una vicinanza, di un intreccio con la libertà di Dio!
È quanto anche Paolo ribadisce nella sua esortazione finale: «a questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace». Nel Signore Gesù Cristo è possibile vivere nella pace del cuore, costruendo dentro a questa storia la nostra evangelica singolarità!
In questo senso mi piace terminare queste riflessioni con un pezzetto del diario di Etty Hillesum, capitatomi tra le mani per caso, che però mi pare una bella risposta da dare a queste letture:

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare un po’ al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo “amore”. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo».

sabato 20 ottobre 2007

Fra il credere e il pregare: quale Dio?


… c’è un Dio che ha fatto uscire Abramo dalla sua terra, con grandi promesse, senza dirgli dove doveva andare… c’è un Dio che ha mandato Mosè a guidare il popolo nell’esodo dall’Egitto, ed è finito errando nel deserto senza più trovare l’uscita… un Dio che guarda se Mosè tiene le braccia alzate, per sconfiggere gli Amaleciti… C’è il Dio che fa costruire un Regno “eterno” a Davide, e poi abbandona Gerusalemme, la città della pace, alla distruzione e lascia deportare il suo popolo in esilio, senza più re, né sacerdote, né tempio, né legge, né profeta… Tutti costoro e l’immensa processione dei profeti e dei poveri di Jawhé hanno imparato a credere, vedendo barlumi di epifanie di Dio, e poi hanno imparato soprattutto a pregare per “consentire” …a ciò che non capivano. Gesù, in un paese senza speranza, ha rivissuto nella sua avventura umana la storia del suo popolo, credendo nella benevolenza paterna di Dio sia quando ascolta e si manifesta con forza e potenza, tra lo stupore e la simpatia di discepoli e delle folle che lo seguono… sia quando poi ha sofferto l’angoscia e la solitudine, profetizzando l’abbandono e il tradimento e la morte, alla fine del suo viaggio verso Gerusalemme - dove Dio stesso lo abbandonerà sulla croce.
Le Scritture, raccontano questo lungo cammino della fede e della preghiera dell’uomo fino a lui, “per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia…” l’ uomo di Dio completo” l’uomo che davvero ha creduto nel Padre e a lui e totalmente si è affidato, “con forti grida e lacrime”: Gesù! È infatti “per mezzo della fede in Gesù Cristo” che la chiesa primitiva, dopo lo scandalo della sua morte, ha imparato a comprendere le Scritture e trovarne il compimento. E così scoprire la dinamica tra credere e pregare: la luce e il sale della propria avventura ‘cristiana’ nella storia.
pregare sempre… : quale Dio!?
Luca, che fa della preghiera il respiro del suo Vangelo, ci ricorda l’esempio di Gesù e il suo insegnamento sulla preghiera, una ventina di volte (e poi i suoi discepoli impareranno bene dal Maestro, perché nel racconto degli Atti se ne parla una cinquantina di volte!). Questa pagina, della vedova ostinata e del giudice iniquo (come poi subito dopo del fariseo e del pubblicano), in poche righe ci presenta un’analisi sconvolgente e drammatica dell’avventura della preghiera… Il dramma della vedova è il dramma di ogni disperato, credente o no, di ogni povero, di ogni anima inascoltata… C’è nella lotta di questa vedova irriducibile la sorpresa di un antagonista inaspettato. Il personaggio che nella minuscola parabola tiene il posto di Dio, stavolta non è un padre misericordioso, un pastore affettuoso, una massaia volonterosa…. É: un giudice malvagio, “che non teme Dio e non ha rispetto per nessuno…, È questo “ente” terribile, cinico e sprezzante, che secondo Gesù, bisogna snidare dalle caverne del nostro cuore, ove abita da sempre, ma abusivamente, al posto del vero Dio, lì forgiato e mantenuto dalle paure e dalle angosce dei nostri antenti, dai nostri deliri frustrati, come un’immagine dilatata e deturpata del nostro io personale e collettivo, tradito e incattivito dalle speranze inappagate, e amareggiato dal troppo dolore inutile del mondo. Ecco perché ce lo raffiguriamo come un Moloch, indifferente alla preghiera più ostinata e insistente – impassibile perfino davanti alla sofferenza degli innocenti, che divora. Tutta la nostra lettura della storia è fuorviata ed equivocata da questo antagonista insensibile e ingiusto. Il Dio che vive dentro di noi e che tutti in qualche momento preghiamo (pur lamentando la sua indifferenza) è come questo giudice - senza religione e senza pietà… proprio quando ne avremmo diritto. Quanti gemiti, rifiuti e ribellioni gli uomini hanno lanciato nei millenni verso questo dio, disarmati di fronte a lui, che ha tutti i poteri, ma non gliene importa niente di noi! Siamo noi la vedova abbandonata senza appoggio di nessuno, senza un dio che davvero protegga ed esaudisca coloro che nessuno più accudisce, ai quali nulla più rimane fuorché una ostinazione invincibile … Oppure l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo. … a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!
pregare… un dio duro a morire
… questo Dio resiste a lungo a chi prega… Le volonterose ma fragili costruzioni delle nostre teodicee sulla bontà di Dio e le sue premure paterne per i piccoli che gridano a lui, si sfasciano e ci crollano addosso… Basta avere il coraggio di ammettere quello che abbiamo davanti agli occhi, e costatare che questo dio non ascolta affatto il povero che lo invoca, lascia morire di fame e di oppressione gli innocenti, e lascia fare il male a chiunque lo voglia… La bestemmia è già pronta nel cuore, anche ai più santi di noi… o almeno, se per un tale dio non esiste misericordia – bisogna trovare il coraggio di restituirgli dignitosamente il biglietto da visita, come l’Ivan di Dostojevski … non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui! Gesù vuol portare il suo discepolo con sé, a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare… cioè per imparare a credere non in un dio fatto da noi, ‘manufatto’ per difendere i nostri interressi e progetti… ma nel Padre misterioso che solo lui ha conosciuto - e quelli ai quali vuole rivelarlo. Che fatica, togliere a questo dio la maiuscola abusiva!
pregare … senza incattivirsi
… si può tradurre anche “ senza scoraggiarsi”, o “deteriorarsi” – atteggiamenti, tutti, che indicano chiaramente il riscontro dell’esperienza che Gesù ha visto in tanta gente, che si è stancata di domandare ascolto a un sordo, si è demoralizzata e poi si è inacidita… Senza più un volto, nel cuore, a cui parlare, in cui sperare! Allora riemergono tutti i mostri di Dio che la paura e l’angoscia covano dentro di noi, e ci lacerano e ci incattiviscono…
Resistere nella preghiera, resistere a questa corrosione delle nostre impalcature religiose, senza indurire, ma temprandosi (Etty Hillesum)… non è per conseguire poi l’esaudimento miracoloso di qualche richiesta, che cambi a nostro vantaggio i destini del mondo, ma per vivere la profezia di Gesù, che ha promesso a chi lo implora senza stancarsi (senza incattivire), il suo Spirito, lo spirito che fa vivere Dio stesso (Lc 11,13).
La parabola dà per sicuro l’esaudimento, ma al futuro: non è una cosa scontata! la vedova mantiene un’ostinazione incrollabile, fino a spossare il giudice: questa vedova mi dà fastidio, fino alla fine, a rompermi la testa…Forse la sua invincibile preghiera rompe davvero la testa al dio che abbiamo fatto a nostra immagine e somiglianza, e lascia spazio a un altro Dio! di tutt’altra qualità. Sul suo biglietto da visita non c’è scritto l’onnipotenza o l’immensità o la giustizia vendicatrice… C’è solo la promessa dell’infinita longanimità (makrothumia) di un Dio che nella storia del mondo vuole attendere pazientemente i tempi lunghi della conversione dell’uomo, del crollo delle sue ambigue torri di babele, lo scolorirsi delle sue immagini di dio… per dare tempo al trasformarsi della nostra paura, fatica, resistenza, insofferenza… in travaglio doloroso di purificazione del dio introiettato… : fino a lasciare spazio alla comprensione della Parola di Gesù su questa vedova: non è l’ingiustizia sorda di Dio la causa dei nostri mali inascoltati… ma la pochezza e l’incostanza della nostra fede (18,8)!
il Signore tarda a venire solo per darci il tempo di convertirci
… la salvezza, non viene perché non è invocata! o è richiesta solo come soluzione di qualche problema occasionale! Non come desiderio di amare ed esser amati da un interlocutore… Finché il desiderio di Lui “persona” – antagonista / protagonista della vita!? – non ha conquistato e polarizzato il discepolo, (il “credere” non è diventato “pregare”), non c’è condizione interiore di esaudimento, se non “come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”. È ancora religione interessata e contrattuale, utilitarista… La preghiera capace di ottenere tutto da Dio è quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui: “…Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma prolunga la sua pazienza (makrothumia) su voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,8s).
Dio è poco desiderato
Una preghiera che tende a consentire ai progetti di Dio ed esaudirlo in ciò che domanda è l’unica purificazione possibile della preghiera stessa, secondo le misure di Dio. Le misure di Dio sono il suo Spirito. Il quale trasforma il nostro desiderio nel desiderio di Dio - cioè, del suo essere, del suo bene! Una preghiera (un gemito!) non sovrapposta alle azioni che si fanno, o alternata agli atti consecutivi che scandiscono il quotidiano… ma una presenza accolta e custodita, che ci illumina, impregna, accudisce dal di dentro… come la “assenza” di una persona lontana ci tiene in tensione il cuore e ci fa vibrare per la sua “presenza”, mentre continuiamo a fare tutto quello che dobbiamo fare…. Il travaglio della fede è faticoso per noi, perché forse desideriamo tante cose per la nostra fame e sete… e poco, troppo poco, il vino, il pane e la parola che Gesù ci ha preparato per il nostro cammino, da condividere con i fratelli. Da questo nostra fragile passione, dipende se Gesù troverà ancora fede sulla terra!
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