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lunedì 29 giugno 2015

XIV Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,2-5)

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 12,7-10)

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

Il vangelo di questa 14° domenica del tempo ordinario ci narra l’episodio di Gesù nella sua patria: un momento “normale” dopo la “extra-ordinarietà” dei primi passi del suo ministero pubblico. Secondo Marco, infatti, quando Gesù torna a casa sua, ha già ricevuto il battesimo da Giovanni, vinto le tentazioni, chiamato i discepoli, iniziato la sua predicazione, compiuto diversi miracoli… guadagnato una certa popolarità…

Questo ritorno – che anche letterariamente sembra una cesura, una parentesi – segna dunque come una pausa nel cammino in Galilea di Gesù, che peraltro riprende immediatamente già nell’ultimo versetto del nostro brano: «Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando». Eppure questa “pausa” non pare avere i contorni della riuscita… L’esito è deludente; nel parallelo brano di Luca addirittura tragico (cfr Lc 4,16-30).

Il brano non dice il perché di questa decisione di Gesù di tornare in patria, non emerge nessuna urgenza che possa aver determinato un impellente rientro, per cui pare proprio che Gesù ci tornasse come un fatto normale.

Tant’è che si rimette a fare le cose “abituali”: di sabato va alla sinagoga – commenta Luca «secondo il suo solito». Eppure proprio lì «dove era cresciuto» qualcosa è cambiato. Il modo di porsi, meglio, il modo di essere di Gesù esce dai canoni consueti con cui fino alla sua partenza era stato guardato, non rientra più nell’ordine di misura (normale) con cui era da sempre stato valutato: non combacia più con l’etichetta con cui l’avevano sempre pensato: «il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone». E questo scarto tra idea di lui e lui suscita stupore («rimanevano stupiti») e addirittura scandalo («era per loro motivo di scandalo»).

E Gesù soffre di questo mancato riconoscimento, di questa mancata accoglienza di lui in nome di un’idea diversa di lui.

Fin qui l’episodio… onestamente abbastanza comune: a tutti è capitato di fare esperienza di essere letti a partire da una pre-comprensione piuttosto che dalla realtà di ciò che si è.

Eppure, tutta questa sensazione di ordinarietà, di esperienza comune ai più, lascia aperta una domanda più radicale: Se si tratta di un’esperienza tanto normale, che si rifà in qualche modo a esperienze comuni a tutti, perché i primi cristiani hanno sentito il bisogno di narrarci questo fatto? Perché ha una valenza così significativa il fatto che Gesù venga rifiutato in patria? Verrà rifiutato anche dopo e in modo più radicale, dagli amici, dal suo popolo… Perché dunque non limitarsi a quei tradimenti, di portata di certo più consistente, e sottolineare anche questo che in prima battuta a noi sembra un episodietto, se non insignificante, almeno di una rilevanza piuttosto bassa?

La risposta può venire, provando a guardare questo episodio dal punto di vista dei compaesani di Gesù invece che dal suo: così facendo, non è che si possa poi tanto contestare la loro reazione… è normale che generi stupore il fatto che il ragazzino che avevano sempre visto e considerato in un certo modo, misurandolo con gli stessi canoni con cui misuravano gli altri ragazzini (di chi è figlio, che mestiere fa, se i suoi fratelli son venuti su bene…), con cui si misuravano tra loro proprio senza battere ciglio, tornasse al paese dopo qualche tempo e si rivelasse, pur nel tentativo di presentarsi normalmente, in una modalità nuova … Tra l’altro la sua è una novità di una portata esorbitante… insegna, compie prodigi… pian piano sviluppa la pretesa di essere il Cristo… Questo hanno di fronte i suoi paesani… ed è quello che abbiamo di fronte anche noi…

Ecco perché questo brano è stato sottolineato nonostante la sua apparente normalità: perché è scritto per chi già crede, per chi in un certo senso è dalla parte di questi compaesani, di chi pensa di conoscere (almeno un po’) Gesù. Perché quello scandalo lì è ancora il nostro: il Signore è il figlio del falegname.

E questo ci costringe ancora una volta a riconsiderare la nostra idea di Dio, per vedere, se in fin dei conti, non siamo anche noi come quei nazaretani che un Dio così, preferiscono rifiutarlo.

Infatti:

«C’è una reazione invincibile di fronte all’incarnazione: un processo storico partito dai suoi compaesani, e poi confluita in ogni chiesa, mai interrotto, di “normalizzazione sacra” – di ri/divinizzazione dell’incarnazione (è il processo inverso, di rimando al mittente del mistero – sostanzialmente perché è troppo di disturbo della quiete storico religiosa).

[…] E’ difficile per i compaesani di Gesù (come per noi) accettare la salvezza non da Dio direttamente, ma da uno di noi. Eppure è questo lo scandalo dell'incarnazione: Dio agisce attraverso l'uomo, nella debolezza e opacità della carne e nell’ambiguità delle vicende storiche; Dio non si serve di gente fuori dal comune (divinizzata o sacralizzata), ma di persone comuni» [p. Giuliano Bettati, ocd].

Il punto allora – ancora una volta – è: chi è il Dio in cui diciamo di credere? È quello del vangelo? O è un’immagine che si è formata nella nostra interiorità attraverso gli insegnamenti, le tradizioni, la “normalizzazione sacra”? E – ancora – che implicazioni ha la fede nel Dio del vangelo? La fede in Gesù, uomo, falegname, figlio di…, fratello di…? Per esempio, come è giusto pregarlo? Io ho provato così:

Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo,

carpentiere di Galilea,

fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone,

la mia relazione con te,

le mie aspettative su di te,

non possono non tener conto di chi sei stato,

di chi hai scelto di essere.

Non ti posso perciò chiedere di essere potente,

tanto meno di essere onnipotente,

semplicemente vorrei intrecciare la mia vita con la tua,

il tuo Spirito col mio,

per scrivere una storia che umanizzi chi mi incontra,

per quanto sarò capace.

Tanto lo so, che alla fine di questa storia,

incontrerò uno che sa che l’uomo

fa solo quello che riesce a fare

e mi accoglierà non per i miei meriti

ma perché da sempre mi ha guardata

con occhi incarnati

e scioglierà la complessità di ciò che sono

in una continuità di benevolenza.

lunedì 2 febbraio 2015

V Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro di Giobbe (Gb 7,1-4.6-7)

Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 9,16-19.22-23)

Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

In questa Quinta Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci offre – nel vangelo – il “secondo tempo” di quanto narrato la settimana scorsa. I versetti odierni corrispondono infatti alla seconda parte del racconto della “giornata tipo” di Gesù, che era iniziata con l’insegnamento dato con autorità nella sinagoga e con la liberazione di un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Siamo dunque – anche nel testo di questa domenica – a Cafàrnao, in un giorno di sabato, e di Gesù si dice che «uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni».

Di questo “rientro a casa”, che poteva benissimo fare da scenario ad un dialogo tra Gesù e i discepoli su quanto appena accaduto, Marco – col suo stile essenziale – sottolinea invece un nuovo imbattersi di Gesù nell’umano: l’incontro con la suocera di Pietro.

In primo piano perciò non emerge ciò che Gesù e i suoi quattro amici si sono detti, ma un nuovo incontro personale, stavolta con una donna, la prima che compare nel vangelo marciano.

Già questo elemento dovrebbe bastare ad allontanare con forza questa donna dai luoghi comuni o dalle battute sarcastiche, neanche troppo simpatiche, sulle “suocere”, in cui invece ogni tanto viene coinvolta: è la prima donna di cui il vangelo di Marco parla!

In più, se ancora questo non bastasse, a testimonianza del ruolo positivo che questa donna probabilmente rivestiva nella dinamica familiare di Pietro, sta il fatto che di essa «gli parlarono subito»; “subito”, lo stesso avverbio usato per sottolineare la prontezza con cui Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano seguito Gesù!

C’è dunque un’urgenza, che dice di un’apprensione, per qualcuno che è importante… la stessa che avranno tutti quei padri, quelle madri, quegli amici, che andranno da Gesù – lungo la sua vita e quella sera stessa, alla fine del riposo sabbatico – per chiedere la liberazione dal male per le persone che amavano…

E Gesù… «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»…

Non dobbiamo subito – con gli occhi e la mente – scappare in avanti nella lettura del testo («si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni») e registrare solo che questa donna in un batti baleno si è alzata, si è messa a fare la pastasciutta per i ragazzotti e poi è scomparsa dall’orizzonte di significato della loro e nostra coscienza, molto più interessata – quest’ultima – all’evento assai più spettacolare che quella sera (dopo la pastasciutta) si è dato da vedere a casa loro: una gran folla raccoltasi per Gesù e per ottenere i suoi prodigi…

No, non dobbiamo scappare subito in avanti, ma dobbiamo fermarci un attimo su quel «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»… perché lì dentro c’è nascosto un modo di essere di Gesù che è troppo importante per lasciarselo sfuggire: di Lui infatti non è importante tanto, o solo, il fatto che guarisse, ma il come lo facesse... E precisamente: avvicinandosi e prendendo una vecchietta per la mano, per aiutarla ad alzarsi.

Qui c’è dentro una tenerezza, un’empatia, un sorriso da giovanotto che porge la mano a una vecchietta, che fanno quasi scappare una lacrima. Commuove il giovanotto Gesù, che si fa prossimo a questa donna anziana…

Questo qua è Gesù!

 

Sebbene la tentazione sia quella di chiudere su questa vecchietta, non possiamo però non guardare anche agli altri versetti che il vangelo di domenica ci propone.

domenica 20 ottobre 2013

Chi la dura la vince

contagio di luce

A una prima lettura appare evidente nella liturgia di oggi il riferimento all’impegno costante sia nella preghiera che nell’annuncio missionario…

Così nel libro dell’Esodo, Mosè con le braccia alzate appare il vero autore della vittoria di Giosuè contro i nemici di Israele. Non è la forza di Giosuè ma la costante preghiera di Mosè – e in ultima analisi, Dio – ciò che fa vincere Israele!
La conclusione appare quindi ovvia: Senza la preghiera non riusciamo a vincere (Esodo)… e ad ottenere giustizia (Vangelo)! A questo livello di interpretazione, avere fede è perseverare con la preghiera incessante, fiduciosi nella promessa di Dio. Fiducia in Dio che salverà il suo fedele nonostante la storia sembri smentirla! Riappare quindi nel Vangelo il tema della costanza nella preghiera che abbiamo visto in un Mosè stanco e sostenuto dalla comunità (rappresentata da Aronne e Cur)… Esortazione alla costanza (a “tener duro”, endurance) che ritroviamo in san Paolo nella lettera a Timoteo!
Fin qui la lettura “tradizionale” (In questa chiave anche la preghiera iniziale della Colletta: O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la Chiesa raccolta in preghiera; fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, che gridano giorno e notte verso di te).
Tutte cose belle e giuste e che ci hanno guidato per anni e guidano ancora la vita di molti cristiani. Ma mi chiedo, “sperare contro ogni speranza” anche quando i fatti sembrano contraddirla, è ancora speranza? È questo il senso che intendeva Paolo? Non siamo davanti a «un ottimismo che toglie alle decisioni morali e alle nostre azioni quel senso acuto di responsabilità che invece dovremmo avere»? (Ernesto Balducci). Tanto Dio – si badi bene: Dio! – prima o poi vince(rà)! E l’uomo? Personalmente penso che una fede siffatta non sia molto diversa da quella del bambino che crede alla Fatina delle favole. Non è fede, è fideismo! L’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione (Antonio Gramsci) è da schizofrenici, non da uomini che fondano sulla lucidità del pensiero l’agire della volontà.

Leggendo e rileggendo passi interi della bibbia e del vangelo abbiamo imparato a conoscere la figura di Mosè, di Paolo e di Gesù. E così decidiamo di non sorvolare più su certe sue espressioni fino a ieri oscure, perché pian piano sembrano illuminarsi di luce propria mentre altre assumono riflessi di significato nuovo. Cosa vorrà dire per esempio la frase spiazzante di Gesù: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Di che fede sta parlando?

E allora rifacciamo il percorso che abbiamo fatto tante volte, cercando di guardare con occhi diversi i testi che abbiamo imparato a conoscere!
E ci accorgiamo che nella prima lettura l’unico che prega, se prega, è Mosè… e gli altri? Ma sta proprio pregando? Almeno nel senso nostro di preghiera. Cioè se Mosè prega, che preghiera è? In cosa si differenzia dalla nostra?… C’è forse qualcosa nel nostro modo di pregare che non sia preghiera?
Già sappiamo dalla bibbia che c’è un modo di pregare che Dio non sopporta, perché non ci umanizza, perché ci rende schiavi di ritualità vuota. Le invettive di Isaia ci fanno tremare: 1,4 «Guai, gente peccatrice, popolo carico d’iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti!» 1,11 «Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero?… Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di pingui vitelli. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. 12 … chi richiede a voi questo: che veniate a calpestare i miei atri? 13 Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità. 14 Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. 15 Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue». Di che sangue grondano le nostre mani?

Torniamo a Mosè: Mosè non aveva bisogno di pregare… almeno non nel senso nostro! Salvato dalle acque, poteva ringraziare la figlia del faraone se era ancora in vita! Crescendo avrà fatto le sue offerte rituali al dio Rha insieme a tutta la famiglia del Faraone. Aveva tutto Mosè: forza, ricchezza, salute, giovinezza e potere… Che cosa poteva dargli di più un dio? Ci viveva in casa (Faraone)! Certo aveva un grosso difetto Mosè che gli uomini potenti credono di non potersi permettere perché temono di perdere il loro potere (tirannico): aveva un forte senso di giustizia che lo porterà ad uccidere pur di difendere l’operaio ebreo vittima dell’arroganza di un egiziano. E così come Caino, fuggirà nel deserto! Forse in quella vita da fuggitivo il rischio di Mosè era che vivesse di nostalgia… ma in fondo aveva una vita tranquilla… s’era persino sposato!

E qui, rifugiato nel deserto, che accade a Mosè? Un Dio fino ad allora a lui sconosciuto, gli parla attraverso un roveto ardente! Se qualcuno l’avesse visto l’avrebbe preso per matto: parlare con un rovo in fiamme!

Ma il dialogo tra Mosè e il “roveto” è significativo: è il “rovo” (e non un albero maestoso!) che si rivolge a Mosè e gli chiede di esaudire un suo desiderio che aveva coltivato da sempre: libera il mio popolo! Sembra una fiaba! Ma non racconta favole: La vita di Mosè cambia radicalmente per la terza volta e la sua vita consisterà nell’impegno – fino alla morte – ad esaudire la richiesta di Dio. Anzi non Dio, ma Yhwh! Non è Yhwh che esaudisce le sue richieste ma lui che esaudisce le richieste di Yhwh! Se Mosè chiederà qualcosa a Yhwh, sarà solo per realizzare efficacemente ciò che Egli gli aveva chiesto. Ecco perché quando Mosè si arrabbia – dice il testo – è punito da Yhwh. Come a dire: Mosè, non è mica un tuo progetto! Se ti arrabbi stai trasformando il progetto di liberazione di Yhwh in un tuo progetto di potere!
La vita di Mosè insomma ci insegna che la preghiera non è quella “cosa” con cui chiediamo a Dio di esaudire le nostre esigenze, ma è preghiera quella che cerca di comprendere i desideri di Dio per poterli esaudire nella storia! Anzi non di Dio, ma del Padre!
La vita dell’uomo si realizza, l’uomo si umanizza, nell’appagamento dei desideri dell’altro (Padre, prossimo) non dei propri! Perché i propri sono solo progetti di potere!

Yhwh sa che il popolo di Israele è la propria “memoria” storica. Se viene distrutto Israele, viene distrutta la sua presenza storica e Yhwh sparisce dalla storia! – Ogni antisemitismo mira a questo e anche per questo non potrà vincere mai! – Tra Israele e Yhwh c’è un solidum esistenziale sancito con Alleanza eterna mai superata e superabile. Così la storia dell’uno dipende dalla vita dell’altro e viceversa! La richiesta di Yhwh a Mosè, agli israeliti, a ogni uomo, in fondo è: “Fammi vivere”! Che è ciò che invece siamo soliti chiedere noi a Dio!

Nella Bibbia, i poli della preghiera quindi sono capovolti rispetto ai “nostri”! E scopriamo che solo esaudendo i desideri di Dio, possiamo esaudire i nostri! La radice dell’uomo immagine di Dio, sta a questo livello. Mangiare dell’albero della conoscenza del male (e del bene) è mangiare un frutto che nemmeno Dio mangia: l’uomo se vuol vivere non può che mangiare solo ciò che Dio mangia. Perché può nutrirsi solo se si nutre di ciò di cui si nutre Dio.

Le mani alzate di Mosè quindi non sono le preghiere di Mosè a Dio, ma l’esaudimento (da parte di Mosè) della preghiera fatta da Yhwh a Mosè: salva/libera il mio popolo e così salverai anche me e te con noi! Mosè accetta di essere strumento di questa liberazione di Yhwh e di Israele. E così costruisce la propria. Ha il “bastone di Dio” in mano, ma il vero bastone è lui, le sue braccia, la sua fragilità, la sua ostinata passione per l’avventura di Dio. Su cui Dio e la storia si appoggiano.

Tutto il popolo di Israele, e noi con lui, dobbiamo imparare questo passaggio per vivere la “preghiera” – il modus orandi – di Mosè: passare dalla preghiera dello schiavo (Dio liberami, salvami, guariscimi, dammi…), alla preghiera dell’uomo libero che si prende cura della libertà altrui (di Dio e dell’uomo).
A partire da questa rapida comprensione rinnovata, noi possiamo accedere alle altre letture con uno sguardo nuovo: la missione, l’annuncio del vangelo, se non vuole essere la realizzazione di un proprio progetto di potere, non può non partire da un ascolto assiduo della Parola di Dio! «Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture» (Paolo) per attuarle nella storia! Se c’è preghiera di domanda non può che essere in questa direzione: e infatti Paolo prega Timoteo di attuarla! Paolo non scrive come un padrone ai suoi sudditi… come un Cesare a Pilato…! Non ordina, supplica!

La parabola di Gesù non si discosta da questa logica: la preghiera non è relazione intimistica con Dio! Non è un abbraccio tra due narcisisti! E ancor meno un “volemose bene”, ma è il lavoro (braccia, gambe, lingua, sguardi…) diuturno di attuazione della giustizia del Padre nella storia: solo così il Padre vive e l’uomo con lui.

Il Padre non è colui che deve attuare la nostra giustizia, ma è colui che è giustizia già attuata. La sua! E che prega, supplica, sprona ciascuno di noi a farla propria! Storicizzandola!

Il linguaggio paradossale della parabola non può contraddire ciò che nella storia biblica è stato un guadagno culturale e cultuale dell’umanità!
Dire che Dio attua prontamente, significa che Dio da parte sua ha già attuato questa giustizia, semmai tocca all’uomo farsene carico! Dio c’è, è l’uomo che a volte, troppe volte, non c’è! Non siamo stati a Lampedusa come non siamo stati ad Auschwitz; non siamo a San Vittore come non ci siamo a Guantanamo; non siamo a Bruxelles perché non vogliamo essere ad Atene; non siamo a Wall Street come non siamo a Francoforte; fingiamo di esserci al Palazzo di Vetro come fingiamo di esserci a Palazzo Madama; eliminiamo ogni presenza umanizzante a Torino come la togliamo a Pomigliano… Crediamo di poterla difendere nella propria casa (“ah! casa, dolce casa”) ignorandola nel quartiere!...
E ci stupiamo poi di trovare tanto acida la casa che credevamo così dolce!

Ecco i luoghi (alcuni) dove avremmo dovuto custodire la fede nella giustizia e nei quali invece rischiamo di perderla! Per sempre!

Come l’ultimo gradino indifeso della scala sociale e religiosa della vedova; come il balbuziente Mosè; come il fragile e perseguitato Paolo (2Cor 11,23-12,10), l’attuazione di questa giustizia di Yhwh/Padre nella storia, non sta nella nostra forza, ma nella nostra disponibilità a rompere gli indugi e gli schemi sociali e culturali per farci incessanti rompiscatole. “Maggioranza rumorosa” contro ogni forma di ingiustizia e facitori di giustizia nuova. Nuova perché non nostra ma del Padre!
Solo così il “giudice dell’imperatore”, se non per convinzione, per spossatezza (spossatezza che il facitore della giustizia del Padre – seppur stanco – non ha! cfr 2Cor 4,8ss), vinto come il Faraone, diventa “giudice del Padre”. Attuatore storico – suo malgrado – della misericordia di Yhwh!

Giustizia che è già presente nella storia, accolta inizialmente solo dai poveri di Yhwh quale la vedova (che a mio avviso qui rappresenta Dio che ottiene soddisfazione da noi uomini cattivi cfr Mt 7,11)! Poveri che non badando alla propria insignificanza storica, e senza voler diventare “politicamente significativi” (sarebbe una lotta di potere!), se ne fanno audace istanza senza scoraggiarsi. E vincono sempre!
Al giudice iniquo infatti, come ad ogni promotore di ingiustizia restano dunque tre strade: o elimina il “disturbatore” della sua falsa quiete (con la certezza di diffondere ulteriormente la protesta dilazionandola), o accetta di lasciarsi perennemente disturbare (col risultato di minare la propria autorità), o più furbescamente cominciare, seppur controvoglia, ad ascoltare il popolo che sta opprimendo! In ogni caso, come si può notare qualunque scelta faccia, è scacco matto!
A una condizione però, lo ribadisco perché a mio parere è di decisiva importanza: La vedova bussa alla porta, non gliela sfonda! La rivendicazione della giustizia non può usare il metodo dell’ingiustizia che vuol combattere, altrimenti l’oppresso non solo giustificherebbe la propria eliminazione da parte del potere costituito, ma nel gioco della inversione delle parti, in caso di vittoria dell’oppresso non sarebbe eliminata l’ingiustizia! Il fallimento di ogni rivoluzione violenta è tutta qui!

La preghiera dopo questo percorso perde così ogni tradizionale connotazione spirituale per assumere una dimensione nuova in cui l’accoglienza del Sogno (cfr Lc 11,13) di Gesù e del Padre diventa discernimento operativo, fattualità storica!
Pregare vuol dire allora, non incrociare le dita o le braccia, ma assumersi la responsabilità di una ostinata, pacifica quanto scomoda “guerriglia” di rivendicazione della giustizia del Padre. Perché anche nella fede come nella vita, “chi la dura la vince”! E… non conosco nessuno più ostinato di Dio!

venerdì 18 ottobre 2013

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (C)


Dal libro dell’Èsodo (Es 17,8-13)

In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 3,14-4,2)

Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

 

Le letture che la Chiesa ci offre in questa Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario, sono tutte e tre molto belle e molto ricche e mi pare che riescano – meglio che in tanti altri casi – a tracciare un arco di senso facilmente individuabile e comprensibile, perché molto vicino all’esperienza che anche noi spesso ci troviamo a vivere.

Innanzitutto Mosè… è l’uomo nelle cui mani sta la sorte dei suoi… mani fragili, mani di uomo, mani di un uomo solo… che prima o poi iniziano a pesare.

Anche noi spesso ci sentiamo così – a torto o a ragione – con il peso dei “nostri”, con il peso degli altri, con il peso delle situazioni, tutto sulle nostre spalle… spalle fragili, spalle di uomini e donne… spesso soli…

La Parola ci intercetta qui… nella pesantezza di una condizione che – ci pare – non siamo in grado di sos-tenere…

E ci intercetta con tre grandi sottolineature, che riescono forse a ridarci la forza che lungo i giorni si è logorata… o, se non altro, a ridarci la lucidità con cui guardare alla vita:

 

1-      Innanzitutto la sottolineatura del libro dell’Esodo… Non è vero che siamo soli! Nella comunità di chi ha passione per l’annuncio evangelico c’è sempre un Aronne e un Cur che può sostenere le nostre mani… qualcuno che ci dà una pietra su cui sederci e che “tiene su” con noi le sorti altrui…

Che è stata anche la scoperta del presuntuoso Elia, quando alle sue parole «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta», il Signore stesso aveva risposto dicendo, piuttosto ironicamente: «Io, poi, ho riservato per me in Israele settemila persone»… (1 Re 18).

 

2-      La seconda sottolineatura è la parola di Paolo a Timoteo… La parola della saldezza, della fondatezza e della giustezza del nostro essere lì a tener su, per tutti, le mani… una fondatezza (e una giustezza) che, quando le mani iniziano a pesare, è la prima ad andare in crisi… Perché siamo qui? Per chi? Con la smaniosa voglia di lasciar perdere, abbassare le mani e lasciare che tutto vada allo scatafascio, con l’autogiustificazione ingannatrice che “ci stavano chiedendo troppo” e dunque che “era proprio inevitabile lasciar stare e pensare un po’ a noi stessi (alla nostra sopravvivenza)”… E invece Paolo ci riporta (ci butta – forse – un po’ in faccia) il modo giusto con cui guardare la realtà: «Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia»!

Come a dire: “Figlio/a, tu sai perché sei lì a tener su le mani per tutti! Tu sai che sono degni di fede coloro che lì – attraverso questa storia di uomini (e donne) – ti hanno posto. Tu sai che ha una fondatezza ciò in cui hai creduto e che ora ti è andato in crisi… Una fondatezza che, ancora (e sempre), è rintracciabile, mantiene aperto il suo accesso… perché la Scrittura rimane, anche quando chi te l’ha insegnata non c’è più!”.

 

3-      E infine la terza parola, quella del vangelo, «sulla necessità di pregare sempre»… non la preghiera per quel dio che abbiamo dentro (costruito da noi! E che dunque è un idolo!), che assomiglia così tanto al giudice «senza religione e senza pietà» del racconto lucano, ma «La preghiera capace di ottenere tutto da Dio», «quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui» [Giuliano] a cui diamo del “tu”.

Ecco dunque tratteggiato, brevemente, il percorso che le letture ci invitano a fare questa domenica… perché i Mosè a cui pesano le mani, la vedova abbandonata senza più l’appoggio di nessuno, siamo noi!

Siamo noi quelli sostenuti – finora – da un’ostinazione invincibile che adesso invece pare aver perso la sua imbattibilità, per lasciarci nel «l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo»…

Siamo noi quelli a cui – con il Salmo 41,5 – vien da dire: «Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa». Ma ora…

Siamo noi quelli tentati di fare come «l’Ivan di Dostojevski e restituire dignitosamente a dio il biglietto da visita» dicendo «non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui!»…

Siamo noi quelli che Gesù ha voluto portare con sé, «a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare…» [Giuliano].

Siamo noi quelli immersi in una situazione che biblicamente si chiama la “prova” e che è radicale proprio perché mette in discussione Dio, il suo volto, il nostro modo di pensare la storia, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, la sensatezza e l’insensatezza… e che il Signore chiama a ri-decidersi per Lui e a non fare come Israele, che ogni volta che ha sperimentato qualcosa che mandava in crisi l’idea che si era fatto di Dio, passava a qualcun altro, costruendosi vitelli d’oro…

Ecco perché le sottolineature così pressanti sulla necessità della preghiera, della Parola e della Chiesa, come alveo da cui non sottrarsi quando il germe della sfiducia, della stanchezza e dell’insensatezza si insinua nei nostri interstizi e inizia a rodere le fondamenta del nostro essere… Perché la prova in cui la vita mette l’uomo, non si trasformi nella prova in cui l’uomo mette Dio, che – non a caso – in queste situazioni viene identificato immediatamente con il giudice sordo della parabola, o con colui che ci lascia soli a tener su le mani per tutti… comunque quello della cui parola si inizia a diffidare…

«… a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!» [Giuliano], anzi ri-accedere a quello autentico, tornare a sbilanciarsi con fiducia verso il volto di Dio a cui la Parola dà una fondatezza e al quale – come dice un bellissimo canto liturgico - «A te fratello chiedo di credere con me…».

Che proprio quest’altra strada, quella del cambiare volto di Dio, suggerita da Gesù, sia quella indicata dalla parabola lo mostrano alcune piccole osservazioni.

Come scrive Nigel Warburton nel suo Libertà di parola, «Mill raccomandava di recitare il ruolo di avvocato del diavolo contro le proprie idee» perché «qualora i motivi a sostegno di un’opinione non fossero regolarmente sfidati, Mill riteneva che si rischiasse di perdere con essi il significato stesso dell’opinione. Risultato: dove c’era in precedenza una convinzione vivente, ci sarà solo il cadavere del significato».

In effetti, a ben vedere, un’interpretazione della nostra parabola che vi rilevasse semplicemente un’esortazione a «pregare sempre, senza stancarsi mai» come “ciò che basta” per essere esauditi, cade immediatamente sotto i nostri colpi “avvocateschi”… Perché non è vero che bastapregare incessantemente e senza stancarsi, nemmeno per una causa sacrosanta, per essere esauditi! La storia di tante, troppe sofferenze, ingiustizie, morti ci racconta di innumerevoli preghiere inascoltate… di innumerevoli madri, mogli, figli che di fronte alla frase evangelica: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» debbono amaramente rispondere “No”; e, viceversa a quell’altra «Li farà forse aspettare a lungo?» debbono rispondere “Sì”. In troppe occasioni all’affermazione di Gesù «Io vi dico che farà loro giustizia prontamente», dobbiamo dire “Non è vero”.

E dunque? O ammettiamo che Gesù abbia avuto torto, oppure dobbiamo lasciarci scavare da una sua parola che non ha riscontri nella storia.

Nemmeno l’interpretazione che poniamo in seconda battuta – necessaria, visto il crollo della prima sotto l’evidenza della storia – regge. La seconda interpretazione (quella appunto che arriva per seconda) suona più o meno in questi termini: a volte il pregare incessantemente “funziona”. A volte capita che qualcuno sia esaudito. Perché lui sì e un altro no? Non è dato saperlo… Qualcuno scabrosamente dice “Avrà pregato meglio di quell’altro”… Qualcun altro, più pudico, si rifugia nel “è un mistero, è il mistero di Dio”… non rendendosi troppo conto, forse, che, così facendo, stanno veicolando un’idea di Dio lontana da quella proposta da Gesù: infatti essi, implicitamente, ammettono l’idea di un Dio ambiguo, un po’ buono e un po’ cattivo (mentre Gesù ci dice che Dio è il solo buono), oppure arbitrario che concede grazie “a caso” (mentre Gesù ci dice che Egli è solo Padre per tutti), oppure ingiusto perché non sempre quelli che ricevono l’esaudimento sono più meritevoli di chi non lo riceve, anzi… (mentre Gesù ci dice che Dio è giusto).

Ma, allora, che dire di queste parole di Gesù?

Innanzitutto dobbiamo toglierci dalla testa l’identificazione del giudice della parabola con Dio. Infatti, nonostante tutta la parabola sia una contrapposizione tra Dio e il giudice, nel nostro inconscio l’identificazione tra i due avviene immediatamente!

Inoltre ciò su cui ruota tutto il discorso è la locuzione “fare giustizia” («Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti?» - «farà loro giustizia prontamente») che fa da pendant con il pubblicano della parabola che segue immediatamente la nostra, del quale si dice «tornò a casa giustificato» in contrapposizione al fariseo.

Ciò che vi è in gioco nella preghiera dunque non è l’esaudimento, ma la giusta collocazione nel rapporto col Signore.

Finché penseremo alla preghiera come esaudimento, non usciremo dai vicoli ciechi in cui il vangelo ci fa bloccare. La preghiera non è quello! Essa è piuttosto e solamente la relazione “cuore a cuore” – “spirito a spirito” dell’uomo con il suo Signore: è ciò che permette la giustacollocazione di fronte al Dio Padre, solo buono e solo giusto, che Gesù ci ha raccontato.

mercoledì 24 luglio 2013

XVII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro della Gènesi (Gen 18,20-32)

In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi (Col 2,12-14)

Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-13)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

 

Le letture che la Chiesa ci propone per questa Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario, hanno come evidente tematica centrale la preghiera. Innanzitutto il brano tratto dalla Genesi: esso contiene la famosa “contrattazione” tra Dio ed Abramo, riguardo alla sorte di Sodoma e Gomorra. Un dialogo che di primo acchito stride con il volto di Dio proposto da Gesù e tramandato nei Vangeli, perché il risultato finale è quello della distruzione delle due città. Ma tenendo conto del fatto che, nel leggere i testi biblici, non bisogna mai dimenticare che si tratta sempre della rilettura che gli uomini fanno della storia (della salvezza) e non di una “presa diretta” dei fatti così come si sono svolti (dunque che si tratta di un racconto a posteriori della distruzione di Sodoma e Gomorra – cioè di un racconto che a partire dal dato storico della fine di queste città, prova a rileggerlo teologicamente, con una teologia legata alla cultura e mentalità del tempo – che prevedeva un Dio retributivo!), ciò che di questo testo risulta fondamentale non è tanto l’episodio “storico” (anche perché poi – di fatto – quanto sia c’entrato Dio con Sodoma e Gomorra è davvero difficile dirlo), quanto piuttosto la convinzione ad esso soggiacente che con Dio si può parlare! «Il nostro Dio – infatti – non è il Fato, un destino irreversibile, già tutto predestinato, contro il quale ogni domanda o anelito o lacrima è senza senso. È questa la grande scoperta di Abramo, l’uomo collettivo che condensa la sofferenza di tutti i samaritani feriti dalla compassione per gli uomini! Ha scoperto che con Dio si può discutere» [Giuliano].

Un’evidenza (?!) forse, per i più, ma anche una grande chiave orientativa: perché per le nostre orecchie di uomini e donne postmoderni fa una certa differenza sentirsi dire “Con Dio si può parlare/discutere”, rispetto al più tradizionale “Si può pregare Dio”. Perché, pur essendo frasi che indicano la medesima possibilità di relazione, esse in realtà evocano istintivamente orizzonti diversi. Troppo spesso infatti oggi il “pregare Dio” rimanda al mero “dire preghiere” (che non sono certo da svilire, ma che a volte rimangono formulazioni vuote, quasi magiche, senza che riescano a coinvolgere la libertà personale dell’orante); mentre la notizia che a Dio si può parlare, riesce – oggi – forse a dire meglio la possibilità di coinvolgere realmente la vita con Lui, con Qualcuno dunque che, per definizione era separato, e invece – liberamente – ha deciso di rendersi accessibile, incontrabile, “im-mischiato” con noi: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).

Si tratta dunque dell’inaudita e insperata possibilità di poter parlare a Dio, di avere una relazione con Lui, di pensarsi in relazione a Lui. Ecco perché i discepoli, che diverse volte avevano visto Gesù vivere (di) questa relazione, ad un certo punto gli fanno la domanda diretta: «Signore, insegnaci a pregare»: perché avevano intuito che il volto di Dio che Gesù – vivendo – mostrava non poteva non andare a con-vertire anche le strutture tradizionali del relazionarsi a Lui. Come scriveva H. Küng infatti «La preghiera è il test pratico della comprensione di Dio: come viene espresso Dio, così viene praticata la preghiera. E come si prega, così viene anche compreso Dio. [Ma anche] Da come uno prega si capisce che uomo egli è» [H. Küng, Preghiera e problema di Dio, in G. Moretto (ed.), Preghiera e filosofia, Morcelliana, Brescia 1991, 42]. E di fatti Gesù, nel “test pratico” della preghiera che dice in risposta alla domanda dei suoi («Quando pregate, dite: “Padre”»), conferma la comprensione di Dio che aveva già fatto emergere nella sua vita e cui manterrà fede fino alla fine («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», Lc 23,46) e anche che «uomo egli è».

A chi – dunque – scopre che a Dio si può parlare e chiede come a Lui ci si deve rivolgere, Gesù risponde: “A Dio si parla, chiamandolo Padre”! Dove – appunto – il “chiamarlo Padre” non è il suggerimento su quale titolo sia più appropriato usare, per evitare di toppare col galateo… ma è il dar credito alla possibilità reale di accedere ad una relazione filiale con Lui.

Ma già di fronte a questa prima parola della preghiera che Gesù ci insegna (l’unica che Gesù ci insegna, quella dunque che dovrebbe mettere d’accordo tutti – cattolici, ortodossi, protestanti –, quella di fronte alla quale e nella quale ogni cristiano si dovrebbe riconoscere) sorgono i problemi (che proseguiranno in tutto il testo…).

Perché: che cosa vuol dire “padre” e dunque cosa vuol dire “essere figlio”?

Al di là dell’abusata retorica per cui chi ha avuto un’esperienza familiare drammatica (la mancanza di un padre in famiglia, la presenza di un padre violento o violentatore, ecc…) farebbe fatica a identificare Dio con la figura del “padre”, il problema resta per tutti, anche per quelli che un padre ce l’hanno avuto e ce l’hanno avuto bravo. Si tratta infatti del problema del senso che si dà alle parole… a partire dalla propria esperienza personale, ma anche dal proprio contesto sociale, culturale…

Lo si vede bene su un’altra espressione (a me tanto cara) di questa preghiera: “Venga il tuo Regno”. Anche qui: cosa si intende per “Regno” e soprattutto per “Regno di Dio”? Se ognuno di noi dovesse pensare a quale circostanza esistenziale vissuta assomigli di più al realizzarsi del regno, credo che emergerebbero tante immagini quanti uomini ci sono sulla faccia della terra… Ma più radicalmente ancora: non tutte queste immagini – seppure singolari – farebbero riferimento al medesimo sostrato evangelico… Qualcuno – tra i cattolici (riconosciuti tali) – pensano che il Regno di Dio coincida con la divisione del mondo tra santi in paradiso e dannati all’inferno!

Il problema è – più in generale – quello (ormai improrogabilmente da mettere all’ordine del giorno) del fatto che – non solo tra cristiani ma anche – tra cattolici si legge il vangelo in maniera diversa… Non nel senso bello e un po’ poetico per cui ciascuno dà sfumature personali alla medesima attestazione scritta della rivelazione, ma in quello drammatico e inconciliabile per cui dai medesimi testi emergono idee di Gesù e dunque di Dio e dunque di tutto il resto (uomo, mondo, relazioni, morale, ecc…) non solo diverse ma cozzanti in maniera talvolta brutale.

Qualcuno cerca di smorzare la questione dicendo che il bello della Chiesa è quello di avere in se stessa spazio per san Francesco e il Grande Inquisitore…

Qualcuno, al contrario, parla già di scisma sotterraneo in atto, rispetto al quale il Magistero farebbe “orecchie da mercante”, perché qualora si pronunciasse perderebbe una grossa fetta dei suoi fedeli…

Qualcuno – da una parte e dall’altra – si avventura in crociate che tentino di convertire alla propria visione “gli altri”.

La cosa è ancora più drammatica (in occidente) se – analizzando con occhi smagati la situazione – ci si accorge che i sedicenti cattolici sono poi rimasti in pochi nella società e dunque la loro divisione risulta ancora più agghiacciante: ennesimo sintomo forse del decadimento della comunità ecclesiale.

A me pare che non si possa far finta che il problema non esista: non si può andare in un confessionale e trovare accoglienza affettuosa e col medesimo peccato essere scacciati malamente da un altro; non si può sentire una predica che annuncia la misericordia incondizionata di Dio e – sul medesimo brano evangelico – sentirne un’altra che minaccia le pene dell’inferno…

Di fronte dunque all’emergere del problema in tutta la sua evidenza io credo che l’unica pista vera da battere – sia come singoli che come comunità – sia quella di ritornare al vangelo. Non in senso spiritualistico (perché il problema si riproporrebbe: il problema infatti è che leggiamo le stesse parole, ma vangeli diversi; crediamo tutti a Gesù, ma sono Gesù diversi; crediamo tutti a Dio, ma sono dei diversi e del “dio degli altri” noi siamo atei!)… dunque non in senso spiritualistico, ma con la passione della ricerca, dello studio, dell’andare a capire cosa vogliono dire le cose… (per stare solo agli esempi di oggi: cosa vuol dire “padre” per Gesù? Da tutto il vangelo e non solo da questa riga, cosa emerge del suo rapporto con l’“Abbà suo”? E Regno? Come lo descrive, come lo racconta? Provate a leggervi Mt 11,2ss).

Dobbiamo riprenderla in mano questa parola, riappassionarci, non pensare che sia roba per intellettuali… e se proprio abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti andiamo da quei padri e quelle madri nella fede che incarnano questa parola… andiamo da quelli che assomigliano a questo maestro della Galilea… li troveremo immersi nella polvere, circondati da diseredati, stanchi morti per la troppa dedizione, ma con gli occhi puliti dal troppo amore ricevuto e contagiato. Degli altri meglio diffidare… anche se hanno le “mostrine”. Perché anche con “parole religiose” si può predicare l’antivangelo.

sabato 16 ottobre 2010

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: LA PREGHIERA, LA PAROLA E LA CHIESA… L’ALVEO CHE CUSTODISCE LA FEDE PER QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO VERRÀ

Le letture che la Chiesa ci offre in questa ventinovesima domenica del tempo ordinario, sono tutte e tre molto belle e molto ricche e mi pare che riescano – meglio che in tanti altri casi – a tracciare un arco di senso facilmente individuabile e comprensibile, perché molto vicino all’esperienza che anche noi spesso ci troviamo a vivere.

Innanzitutto Mosè… è l’uomo nelle cui mani sta la sorte dei suoi… mani fragili, mani di uomo, mani di un uomo solo… che prima o poi iniziano a pesare.
Anche noi spesso ci sentiamo così – a torto o a ragione – con il peso dei “nostri”, con il peso degli altri, con il peso delle situazioni, tutto sulle nostre spalle… spalle fragili, spalle di uomini e donne… spesso soli…
La Parola ci intercetta qui… nella pesantezza di una condizione che – ci pare – non siamo in grado di sos-tenere…
E ci intercetta con tre grandi sottolineature, che riescono forse a ridarci la forza che lungo i giorni si è logorata… o, se non altro, a ridarci la lucidità con cui guardare alla vita:

1- Innanzitutto la sottolineatura del libro dell’Esodo… Non è vero che siamo soli! Nella comunità di chi ha passione per l’annuncio evangelico c’è sempre un Aronne e un Cur che può sostenere le nostre mani… qualcuno che ci dà una pietra su cui sederci e che “tiene su” con noi le sorti altrui…
Che è stata anche la scoperta del presuntuoso Elia, quando alle sue parole «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta», il Signore stesso aveva risposto dicendo, piuttosto ironicamente: «Io, poi, ho riservato per me in Israele settemila persone»… (1 Re 18).

2- La seconda sottolineatura è la parola di Paolo a Timoteo… La parola della saldezza, della fondatezza e della giustezza del nostro essere lì a tener su, per tutti, le mani… una fondatezza (e una giustezza) che, quando le mani iniziano a pesare, è la prima ad andare in crisi… Perché siamo qui? Per chi? Con la smaniosa voglia di lasciar perdere, abbassare le mani e lasciare che tutto vada allo scatafascio, con l’autogiustificazione ingannatrice che “ci stavano chiedendo troppo” e dunque che “era proprio inevitabile lasciar stare e pensare un po’ a noi stessi (alla nostra sopravvivenza)”… E invece Paolo ci riporta (ci butta – forse – un po’ in faccia) il modo giusto con cui guardare la realtà: «Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia»!
Come a dire: “Figlio/a, tu sai perché sei lì a tener su le mani per tutti! Tu sai che sono degni di fede coloro che lì – attraverso questa storia di uomini (e donne) – ti hanno posto. Tu sai che ha una fondatezza ciò in cui hai creduto e che ora ti è andato in crisi… Una fondatezza che, ancora (e sempre), è rintracciabile, mantiene aperto il suo accesso… perché la Scrittura rimane, anche quando chi te l’ha insegnata non c’è più!”.

3- E infine la terza parola, quella del vangelo, «sulla necessità di pregare sempre»… non la preghiera per quel dio che abbiamo dentro (costruito da noi! E che dunque è un idolo!), che assomiglia così tanto al giudice «senza religione e senza pietà» del racconto lucano, ma «La preghiera capace di ottenere tutto da Dio», «quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui» [Giuliano] a cui diamo del “tu”.
Ecco dunque tratteggiato, brevemente, il percorso che le letture ci invitano a fare questa domenica… perché i Mosè a cui pesano le mani, la vedova abbandonata senza più l’appoggio di nessuno, siamo noi!
Siamo noi quelli sostenuti – finora – da un’ostinazione invincibile che adesso invece pare aver perso la sua imbattibilità, per lasciarci nel «l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo»…
Siamo noi quelli a cui – con il Salmo 41,5 – vien da dire: «Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa». Ma ora…
Siamo noi quelli tentati di fare come «l’Ivan di Dostojevski e restituire dignitosamente a dio il biglietto da visita» dicendo «non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui!»…
Siamo noi quelli che Gesù ha voluto portare con sé, «a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare…» [Giuliano].
Siamo noi quelli immersi in una situazione che biblicamente si chiama la “prova” e che è radicale proprio perché mette in discussione Dio, il suo volto, il nostro modo di pensare la storia, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, la sensatezza e l’insensatezza… e che il Signore chiama a ri-decidersi per Lui e a non fare come Israele, che ogni volta che ha sperimentato qualcosa che mandava in crisi l’idea che si era fatto di Dio, passava a qualcun altro, costruendosi vitelli d’oro…

Ecco perché le sottolineature così pressanti sulla necessità della preghiera, della Parola e della Chiesa, come alveo da cui non sottrarsi quando il germe della sfiducia, della stanchezza e dell’insensatezza si insinua nei nostri interstizi e inizia a rodere le fondamenta del nostro essere… Perché la prova in cui la vita mette l’uomo, non si trasformi nella prova in cui l’uomo mette Dio, che – non a caso – in queste situazioni viene identificato immediatamente con il giudice sordo della parabola, o con colui che ci lascia soli a tener su le mani per tutti… comunque quello della cui parola si inizia a diffidare…

«… a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!» [Giuliano], anzi ri-accedere a quello autentico, tornare a sbilanciarsi con fiducia verso il volto di Dio a cui la Parola dà una fondatezza e al quale – come dice un bellissimo canto liturgico - «A te fratello chiedo di credere con me…».

venerdì 23 luglio 2010

XVII Domenica del Tempo Ordinario: «Signore insegnaci a relazionarci con Dio»

Le letture che la Chiesa ci propone per questa diciassettesima domenica del Tempo Ordinario, hanno come evidente tematica centrale la preghiera. Innanzitutto il brano tratto dalla Genesi: esso contiene la famosa “contrattazione” tra Dio ed Abramo, riguardo alla sorte di Sodoma e Gomorra. Un dialogo che di primo acchito stride con il volto di Dio proposto da Gesù e tramandato nei Vangeli, perché il risultato finale è quello della distruzione delle due città. Ma tenendo conto del fatto che, nel leggere i testi biblici, non bisogna mai dimenticare che si tratta sempre della rilettura che gli uomini fanno della storia (della salvezza) e non di una “presa diretta” dei fatti così come si sono svolti (dunque che si tratta di un racconto a posteriori della distruzione di Sodoma e Gomorra – cioè di un racconto che a partire dal dato storico della fine di queste città, prova a rileggerlo teologicamente, con una teologia legata alla cultura e mentalità del tempo – che prevedeva un Dio retributivo!), ciò che di questo testo risulta fondamentale non è tanto l’episodio “storico” (anche perché poi – di fatto – quanto sia c’entrato Dio con Sodoma e Gomorra è davvero difficile dirlo), quanto piuttosto la convinzione ad esso soggiacente che con Dio si può parlare! «Il nostro Dio – infatti – non è il Fato, un destino irreversibile, già tutto predestinato, contro il quale ogni domanda o anelito o lacrima è senza senso. È questa la grande scoperta di Abramo, l’uomo collettivo che condensa la sofferenza di tutti i samaritani feriti dalla compassione per gli uomini! Ha scoperto che con Dio si può discutere» [Giuliano].

Un’evidenza (?!) forse, per i più, ma anche una grande chiave orientativa: perché per le nostre orecchie di uomini e donne postmoderni fa una certa differenza sentirsi dire “Con Dio si può parlare/discutere”, rispetto al più tradizionale “Si può pregare Dio”. Perché, pur essendo frasi che indicano la medesima possibilità di relazione, esse in realtà evocano istintivamente orizzonti diversi. Troppo spesso infatti oggi il “pregare Dio” rimanda al mero “dire preghiere” (che non sono certo da svilire, ma che a volte rimangono formulazioni vuote, quasi magiche, senza che riescano a coinvolgere la libertà personale dell’orante); mentre la notizia che a Dio si può parlare, riesce – oggi – forse a dire meglio la possibilità di coinvolgere realmente la vita con Lui, con Qualcuno dunque che, per definizione era separato, e invece – liberamente – ha deciso di rendersi accessibile, incontrabile, “im-mischiato” con noi: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).
Si tratta dunque dell’inaudita e insperata possibilità di poter parlare a Dio, di avere una relazione con Lui, di pensarsi in relazione a Lui. Ecco perché i discepoli, che diverse volte avevano visto Gesù vivere (di) questa relazione, ad un certo punto gli fanno la domanda diretta: «Signore, insegnaci a pregare»: perché avevano intuito che il volto di Dio che Gesù – vivendo – mostrava non poteva non andare a con-vertire anche le strutture tradizionali del relazionarsi a Lui. Come scriveva H. Küng infatti «La preghiera è il test pratico della comprensione di Dio: come viene espresso Dio, così viene praticata la preghiera. E come si prega, così viene anche compreso Dio. [Ma anche] Da come uno prega si capisce che uomo egli è» [H. KÜNG, Preghiera e problema di Dio, in G. MORETTO (ed.), Preghiera e filosofia, Morcelliana, Brescia 1991, 42]. E di fatti Gesù, nel “test pratico” della preghiera che dice in risposta alla domanda dei suoi («Quando pregate, dite: “Padre”»), conferma la comprensione di Dio che aveva già fatto emergere nella sua vita e cui manterrà fede fino alla fine («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», Lc 23,46) e anche che «uomo egli è».
A chi – dunque – scopre che a Dio si può parlare e chiede come a Lui ci si deve rivolgere, Gesù risponde: “A Dio si parla, chiamandolo Padre”! Dove – appunto – il “chiamarlo Padre” non è il suggerimento su quale titolo sia più appropriato usare, per evitare di toppare col galateo… ma è il dar credito alla possibilità reale di accedere ad una relazione filiale con Lui. “Chiamare Dio col nome di Padre”, cioè rivolgersi a Lui in questo modo, fa già la relazione. Come insegna l’analisi linguistica infatti «È chiaro che la sempre particolare maniera in cui all’inizio della preghiera si fa appello alla relazione tra chi parla e il suo destinatario, stabilisce anche il restante momento della preghiera. Ciò vale chiaramente in particolare per le affermazioni del postulante sulla sua situazione e sui suoi derivanti bisogni e necessità. Il mendicante davanti alle porte delle chiese può formulare questa affermazione in una maniera del tutto anonima, per esempio attraverso un cartello con la scritta “fame”. Lo straniero che cerca una strada, invece, dapprima saluterà i passanti a cui vuole chiedere informazioni, per porre poi la sua domanda, collegandola magari alla dichiarazione di aver perso l’orientamento in una città a lui sconosciuta. Il rivolgere la parola e la descrizione della situazione indica che qui non ci si riferisce a una relazione anonima, neanche a un caso che cade sotto una regola, bensì a una situazione individualmente dipinta, che deve essere affidata a un individuo per la sua soluzione. Molteplici sono le possibilità per la preghiera ad un amico fedele. Qui la descrizione della propria situazione di emergenza può avere il carattere di una comunicazione confidenziale che chi parla non farebbe mai ad un altro; essa si può limitare anche ad allusioni e lascia all’ascoltatore di farsi un’idea personale della situazione presente, sulla base della sua conoscenza della persona e dei rapporti con chi parla. Ma soprattutto in questi casi le affermazioni di chi narra la sua situazione personale saranno sostenute dalla fiducia, che l’amico comprenda ciò che significano per lui le condizioni di vita di cui parla e in quale modo esse dipingano una situazione nella quale egli ha bisogno di aiuto» [dalla mia tesi… sulla preghiera come luogo di accesso a Dio e all’io].
Il chiamare Dio col nome di Padre è allora molto più che imbroccare il titolo esatto con cui rivolgersi a Lui per evitare di farlo irritare, ma è il dar credito a chi ci ha detto che Dio è proprio così e che davvero possiamo costruire con Lui una relazione di figliolanza, di abbandono, di fiducia. Perché tra l’altro – prosegue il vangelo – questo è un Padre che ascolta: «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto». Ma noi facciamo fatica a crederci… perché tante volte la storia a mostrato che le cose non vanno proprio così… che non è vero che le preghiere sono ascoltate… neanche quelle di fronte alle quali “non c’è santo che tenga”… Come la mettiamo allora con le preghiere di richiesta inesaudite?!? O addirittura con la consapevolezza dell’orante di porre una richiesta che non verrà esaudita? Ha senso pregare per chiedere qualcosa, accettando contemporaneamente l’eventuale non soddisfazione della nostra richiesta?
Mi pare che spesso – parlando di preghiera – ci si incarti un po’ in questi ragionamenti che paiono smentire la logica e dunque fanno cadere un’ombra di sospetto su Dio, sulla nostra relazione con Lui, sulla sua sensatezza… portandoci a rinunciare a pensare troppo (per evitare di non riuscire più ad uscirne) o gettandoci nello sconforto del dubbio e nell’angoscia anti-evangelica, quella cioè per cui la verità non è la buona notizia di un Dio che ci è Padre, ma la cattiva notizia di un dio disinteressato o addirittura inesistente.
Da questo punto di vista le ultime righe del vangelo di oggi, risultano invece illuminanti («Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!), dove «il suggerimento di Gesù di insistere fino alla sfacciataggine (11,8) finisce in un’affermazione curiosa : la bontà del Padre si rivela sollecita e smisurata, ma insieme “da conquistare”, proprio nel dono dello Spirito – “a chi glielo chiede!” A questo si riferiva l’insistenza: chiedete, bussate, cercate… Chiedere lo Spirito al Padre è come essere convinti dell’insufficienza del nostro spirito piccolo, a sbilanciarsi oltre la nostra storia, i nostri confini visibili, l’orizzonte percorribile con il nostro occhio… per aprirsi invece alla gratuità inventiva del suo Amore. Per credere che il suo disegno non è limitato nei miseri dati biografici personali, che ci precedono, o nel conteggio dei giusti che salveranno la città, ma nella forza dello Spirito che, attraverso la nostra ostinata incessante implorazione al Padre, ci impregna del suo Nome e ci immerge nel suo Regno» [Giuliano]. Che era quanto esprimeva anche Bonhoffer nella sua felice intuizione per cui «Dio non esaudisce le nostre domande, ma le sue promesse».
A dire – ancora una volta – che ciò che è implicato nella preghiera non è mai un mero scambio di favori, o di informazioni, o di consolazioni… ma in gioco c’è una relazione vera e propria, come tra una mamma e il suo bimbo, come tra due amici o come tra innamorati, dove – certo – ci sono anche tante cose e parole e situazioni, ma tutto come sostenuto dall’esserci dell’altro e per l’altro. Per questo – nella relazione con Dio (che è la preghiera) – non può non esserci un de-cidersi, un decidere di sé a suo favore, un rompere gli indugi per entrare nell’orizzonte di senso per cui Lui c’è ed è così, senza continuamente tenere un piede dentro e uno fuori, facendo come se ci fosse, ma poi magari non c’è… E questo non perché è una consolante auto illusione, ma perché Gesù, il Figlio che solo conosce il Padre, ce lo ha voluto raccontare (Mt 11,27).

mercoledì 25 febbraio 2009

Giustizia nuova...

Matteo 6,1-6.16-18
«1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
[… Padre nostro…]
16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Elemosina, preghiera, digiuno, tre dimensioni della giustizia nuova annunciata sul Monte delle Beatitudini (capitolo 5,1ss) e ribadita con forza poco prima (5,20): se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Giustizia nuova, perché nuovo è il rapporto che Gesù instaura con Dio, col prossimo e con se stessi!
Con il prossimo prima di tutto: l’elemosina! (Nessuno può dire di amare Dio che non vede se non ama prima di tutto il fratello che vede! Cf 1Gv).
Caratteristica dell’elemosina è che fa giustizia dell’ingiustizia subita dal fratello… La rivela, la smaschera: se ci fosse giustizia non ci sarebbe bisogno dell’elemosina… E non può fare giustizia se lo umilia! Allora è necessariamente nascosta, caratteristica principale perché sia giusta della vera giustizia è che non sappia nemmeno la destra quello che fa la sinistra, nemmeno quella del fratello/sorella a cui la offri!
La preghiera, è “l’elemosina” data a Dio: fa giustizia di ciò che pretendiamo di togliergli: dà a Dio ciò che è di Dio! Prima di tutto la paternità su di me: “Padre” appunto! Dà a Dio la paternità che pretendiamo esercitare sui fratelli: “nostro” appunto!
E allora è nascosta, se si potesse farla senza che Dio lo sapesse, sarebbe il top! (cf Santa Teresa del B.G.). Come l’elemosina…
Il digiuno: è dare veramente a sé stessi quello che il “sé” cerca in ogni cosa che “ingoia”! Così nascosto come l’elemosina, che la “bocca” resta vuota! E lo stomaco pure! È farsi giustizia, non autoingannarsi (digiuno), autoinsultarsi (preghiera), autorubarsi (elemosina)…

Tre bracci di una croce (cf 5,10: perseguitati per la giustizia…) ben piantata in terra… Tre coordinate di un dialogo tripartito, che lascia a ciascuno lo spazio per la propria libertà, anche a costo della propria!

sabato 21 febbraio 2009

domenica 11 novembre 2007

FIDUCIA E FEDE


Da "I racconti dei Chassidim" di Martin Buber.

"Avviene talvolta", diceva il Baalshem, "che si è turbati nella propria fede in Dio. Il rimedio contro questo è di pregare Dio di rafforzare la fede in noi. Ché il vero male che Amalek arrecò a Israele fu che con il suo fortunato assalto fece raffreddare la loro fede in Dio. Perciò Mosè, con le mani tese al cielo, che erano come la fiducia e la fede stesse, insegnò loro a pregare Dio che li rafforzasse nella loro fede, e questo solo è ciò che importa nella battaglia contro la potenza del male".

sabato 20 ottobre 2007

Fra il credere e il pregare: quale Dio?


… c’è un Dio che ha fatto uscire Abramo dalla sua terra, con grandi promesse, senza dirgli dove doveva andare… c’è un Dio che ha mandato Mosè a guidare il popolo nell’esodo dall’Egitto, ed è finito errando nel deserto senza più trovare l’uscita… un Dio che guarda se Mosè tiene le braccia alzate, per sconfiggere gli Amaleciti… C’è il Dio che fa costruire un Regno “eterno” a Davide, e poi abbandona Gerusalemme, la città della pace, alla distruzione e lascia deportare il suo popolo in esilio, senza più re, né sacerdote, né tempio, né legge, né profeta… Tutti costoro e l’immensa processione dei profeti e dei poveri di Jawhé hanno imparato a credere, vedendo barlumi di epifanie di Dio, e poi hanno imparato soprattutto a pregare per “consentire” …a ciò che non capivano. Gesù, in un paese senza speranza, ha rivissuto nella sua avventura umana la storia del suo popolo, credendo nella benevolenza paterna di Dio sia quando ascolta e si manifesta con forza e potenza, tra lo stupore e la simpatia di discepoli e delle folle che lo seguono… sia quando poi ha sofferto l’angoscia e la solitudine, profetizzando l’abbandono e il tradimento e la morte, alla fine del suo viaggio verso Gerusalemme - dove Dio stesso lo abbandonerà sulla croce.
Le Scritture, raccontano questo lungo cammino della fede e della preghiera dell’uomo fino a lui, “per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia…” l’ uomo di Dio completo” l’uomo che davvero ha creduto nel Padre e a lui e totalmente si è affidato, “con forti grida e lacrime”: Gesù! È infatti “per mezzo della fede in Gesù Cristo” che la chiesa primitiva, dopo lo scandalo della sua morte, ha imparato a comprendere le Scritture e trovarne il compimento. E così scoprire la dinamica tra credere e pregare: la luce e il sale della propria avventura ‘cristiana’ nella storia.
pregare sempre… : quale Dio!?
Luca, che fa della preghiera il respiro del suo Vangelo, ci ricorda l’esempio di Gesù e il suo insegnamento sulla preghiera, una ventina di volte (e poi i suoi discepoli impareranno bene dal Maestro, perché nel racconto degli Atti se ne parla una cinquantina di volte!). Questa pagina, della vedova ostinata e del giudice iniquo (come poi subito dopo del fariseo e del pubblicano), in poche righe ci presenta un’analisi sconvolgente e drammatica dell’avventura della preghiera… Il dramma della vedova è il dramma di ogni disperato, credente o no, di ogni povero, di ogni anima inascoltata… C’è nella lotta di questa vedova irriducibile la sorpresa di un antagonista inaspettato. Il personaggio che nella minuscola parabola tiene il posto di Dio, stavolta non è un padre misericordioso, un pastore affettuoso, una massaia volonterosa…. É: un giudice malvagio, “che non teme Dio e non ha rispetto per nessuno…, È questo “ente” terribile, cinico e sprezzante, che secondo Gesù, bisogna snidare dalle caverne del nostro cuore, ove abita da sempre, ma abusivamente, al posto del vero Dio, lì forgiato e mantenuto dalle paure e dalle angosce dei nostri antenti, dai nostri deliri frustrati, come un’immagine dilatata e deturpata del nostro io personale e collettivo, tradito e incattivito dalle speranze inappagate, e amareggiato dal troppo dolore inutile del mondo. Ecco perché ce lo raffiguriamo come un Moloch, indifferente alla preghiera più ostinata e insistente – impassibile perfino davanti alla sofferenza degli innocenti, che divora. Tutta la nostra lettura della storia è fuorviata ed equivocata da questo antagonista insensibile e ingiusto. Il Dio che vive dentro di noi e che tutti in qualche momento preghiamo (pur lamentando la sua indifferenza) è come questo giudice - senza religione e senza pietà… proprio quando ne avremmo diritto. Quanti gemiti, rifiuti e ribellioni gli uomini hanno lanciato nei millenni verso questo dio, disarmati di fronte a lui, che ha tutti i poteri, ma non gliene importa niente di noi! Siamo noi la vedova abbandonata senza appoggio di nessuno, senza un dio che davvero protegga ed esaudisca coloro che nessuno più accudisce, ai quali nulla più rimane fuorché una ostinazione invincibile … Oppure l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo. … a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!
pregare… un dio duro a morire
… questo Dio resiste a lungo a chi prega… Le volonterose ma fragili costruzioni delle nostre teodicee sulla bontà di Dio e le sue premure paterne per i piccoli che gridano a lui, si sfasciano e ci crollano addosso… Basta avere il coraggio di ammettere quello che abbiamo davanti agli occhi, e costatare che questo dio non ascolta affatto il povero che lo invoca, lascia morire di fame e di oppressione gli innocenti, e lascia fare il male a chiunque lo voglia… La bestemmia è già pronta nel cuore, anche ai più santi di noi… o almeno, se per un tale dio non esiste misericordia – bisogna trovare il coraggio di restituirgli dignitosamente il biglietto da visita, come l’Ivan di Dostojevski … non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui! Gesù vuol portare il suo discepolo con sé, a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare… cioè per imparare a credere non in un dio fatto da noi, ‘manufatto’ per difendere i nostri interressi e progetti… ma nel Padre misterioso che solo lui ha conosciuto - e quelli ai quali vuole rivelarlo. Che fatica, togliere a questo dio la maiuscola abusiva!
pregare … senza incattivirsi
… si può tradurre anche “ senza scoraggiarsi”, o “deteriorarsi” – atteggiamenti, tutti, che indicano chiaramente il riscontro dell’esperienza che Gesù ha visto in tanta gente, che si è stancata di domandare ascolto a un sordo, si è demoralizzata e poi si è inacidita… Senza più un volto, nel cuore, a cui parlare, in cui sperare! Allora riemergono tutti i mostri di Dio che la paura e l’angoscia covano dentro di noi, e ci lacerano e ci incattiviscono…
Resistere nella preghiera, resistere a questa corrosione delle nostre impalcature religiose, senza indurire, ma temprandosi (Etty Hillesum)… non è per conseguire poi l’esaudimento miracoloso di qualche richiesta, che cambi a nostro vantaggio i destini del mondo, ma per vivere la profezia di Gesù, che ha promesso a chi lo implora senza stancarsi (senza incattivire), il suo Spirito, lo spirito che fa vivere Dio stesso (Lc 11,13).
La parabola dà per sicuro l’esaudimento, ma al futuro: non è una cosa scontata! la vedova mantiene un’ostinazione incrollabile, fino a spossare il giudice: questa vedova mi dà fastidio, fino alla fine, a rompermi la testa…Forse la sua invincibile preghiera rompe davvero la testa al dio che abbiamo fatto a nostra immagine e somiglianza, e lascia spazio a un altro Dio! di tutt’altra qualità. Sul suo biglietto da visita non c’è scritto l’onnipotenza o l’immensità o la giustizia vendicatrice… C’è solo la promessa dell’infinita longanimità (makrothumia) di un Dio che nella storia del mondo vuole attendere pazientemente i tempi lunghi della conversione dell’uomo, del crollo delle sue ambigue torri di babele, lo scolorirsi delle sue immagini di dio… per dare tempo al trasformarsi della nostra paura, fatica, resistenza, insofferenza… in travaglio doloroso di purificazione del dio introiettato… : fino a lasciare spazio alla comprensione della Parola di Gesù su questa vedova: non è l’ingiustizia sorda di Dio la causa dei nostri mali inascoltati… ma la pochezza e l’incostanza della nostra fede (18,8)!
il Signore tarda a venire solo per darci il tempo di convertirci
… la salvezza, non viene perché non è invocata! o è richiesta solo come soluzione di qualche problema occasionale! Non come desiderio di amare ed esser amati da un interlocutore… Finché il desiderio di Lui “persona” – antagonista / protagonista della vita!? – non ha conquistato e polarizzato il discepolo, (il “credere” non è diventato “pregare”), non c’è condizione interiore di esaudimento, se non “come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”. È ancora religione interessata e contrattuale, utilitarista… La preghiera capace di ottenere tutto da Dio è quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui: “…Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma prolunga la sua pazienza (makrothumia) su voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,8s).
Dio è poco desiderato
Una preghiera che tende a consentire ai progetti di Dio ed esaudirlo in ciò che domanda è l’unica purificazione possibile della preghiera stessa, secondo le misure di Dio. Le misure di Dio sono il suo Spirito. Il quale trasforma il nostro desiderio nel desiderio di Dio - cioè, del suo essere, del suo bene! Una preghiera (un gemito!) non sovrapposta alle azioni che si fanno, o alternata agli atti consecutivi che scandiscono il quotidiano… ma una presenza accolta e custodita, che ci illumina, impregna, accudisce dal di dentro… come la “assenza” di una persona lontana ci tiene in tensione il cuore e ci fa vibrare per la sua “presenza”, mentre continuiamo a fare tutto quello che dobbiamo fare…. Il travaglio della fede è faticoso per noi, perché forse desideriamo tante cose per la nostra fame e sete… e poco, troppo poco, il vino, il pane e la parola che Gesù ci ha preparato per il nostro cammino, da condividere con i fratelli. Da questo nostra fragile passione, dipende se Gesù troverà ancora fede sulla terra!
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