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mercoledì 24 luglio 2013

XVII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro della Gènesi (Gen 18,20-32)

In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi (Col 2,12-14)

Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-13)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

 

Le letture che la Chiesa ci propone per questa Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario, hanno come evidente tematica centrale la preghiera. Innanzitutto il brano tratto dalla Genesi: esso contiene la famosa “contrattazione” tra Dio ed Abramo, riguardo alla sorte di Sodoma e Gomorra. Un dialogo che di primo acchito stride con il volto di Dio proposto da Gesù e tramandato nei Vangeli, perché il risultato finale è quello della distruzione delle due città. Ma tenendo conto del fatto che, nel leggere i testi biblici, non bisogna mai dimenticare che si tratta sempre della rilettura che gli uomini fanno della storia (della salvezza) e non di una “presa diretta” dei fatti così come si sono svolti (dunque che si tratta di un racconto a posteriori della distruzione di Sodoma e Gomorra – cioè di un racconto che a partire dal dato storico della fine di queste città, prova a rileggerlo teologicamente, con una teologia legata alla cultura e mentalità del tempo – che prevedeva un Dio retributivo!), ciò che di questo testo risulta fondamentale non è tanto l’episodio “storico” (anche perché poi – di fatto – quanto sia c’entrato Dio con Sodoma e Gomorra è davvero difficile dirlo), quanto piuttosto la convinzione ad esso soggiacente che con Dio si può parlare! «Il nostro Dio – infatti – non è il Fato, un destino irreversibile, già tutto predestinato, contro il quale ogni domanda o anelito o lacrima è senza senso. È questa la grande scoperta di Abramo, l’uomo collettivo che condensa la sofferenza di tutti i samaritani feriti dalla compassione per gli uomini! Ha scoperto che con Dio si può discutere» [Giuliano].

Un’evidenza (?!) forse, per i più, ma anche una grande chiave orientativa: perché per le nostre orecchie di uomini e donne postmoderni fa una certa differenza sentirsi dire “Con Dio si può parlare/discutere”, rispetto al più tradizionale “Si può pregare Dio”. Perché, pur essendo frasi che indicano la medesima possibilità di relazione, esse in realtà evocano istintivamente orizzonti diversi. Troppo spesso infatti oggi il “pregare Dio” rimanda al mero “dire preghiere” (che non sono certo da svilire, ma che a volte rimangono formulazioni vuote, quasi magiche, senza che riescano a coinvolgere la libertà personale dell’orante); mentre la notizia che a Dio si può parlare, riesce – oggi – forse a dire meglio la possibilità di coinvolgere realmente la vita con Lui, con Qualcuno dunque che, per definizione era separato, e invece – liberamente – ha deciso di rendersi accessibile, incontrabile, “im-mischiato” con noi: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).

Si tratta dunque dell’inaudita e insperata possibilità di poter parlare a Dio, di avere una relazione con Lui, di pensarsi in relazione a Lui. Ecco perché i discepoli, che diverse volte avevano visto Gesù vivere (di) questa relazione, ad un certo punto gli fanno la domanda diretta: «Signore, insegnaci a pregare»: perché avevano intuito che il volto di Dio che Gesù – vivendo – mostrava non poteva non andare a con-vertire anche le strutture tradizionali del relazionarsi a Lui. Come scriveva H. Küng infatti «La preghiera è il test pratico della comprensione di Dio: come viene espresso Dio, così viene praticata la preghiera. E come si prega, così viene anche compreso Dio. [Ma anche] Da come uno prega si capisce che uomo egli è» [H. Küng, Preghiera e problema di Dio, in G. Moretto (ed.), Preghiera e filosofia, Morcelliana, Brescia 1991, 42]. E di fatti Gesù, nel “test pratico” della preghiera che dice in risposta alla domanda dei suoi («Quando pregate, dite: “Padre”»), conferma la comprensione di Dio che aveva già fatto emergere nella sua vita e cui manterrà fede fino alla fine («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», Lc 23,46) e anche che «uomo egli è».

A chi – dunque – scopre che a Dio si può parlare e chiede come a Lui ci si deve rivolgere, Gesù risponde: “A Dio si parla, chiamandolo Padre”! Dove – appunto – il “chiamarlo Padre” non è il suggerimento su quale titolo sia più appropriato usare, per evitare di toppare col galateo… ma è il dar credito alla possibilità reale di accedere ad una relazione filiale con Lui.

Ma già di fronte a questa prima parola della preghiera che Gesù ci insegna (l’unica che Gesù ci insegna, quella dunque che dovrebbe mettere d’accordo tutti – cattolici, ortodossi, protestanti –, quella di fronte alla quale e nella quale ogni cristiano si dovrebbe riconoscere) sorgono i problemi (che proseguiranno in tutto il testo…).

Perché: che cosa vuol dire “padre” e dunque cosa vuol dire “essere figlio”?

Al di là dell’abusata retorica per cui chi ha avuto un’esperienza familiare drammatica (la mancanza di un padre in famiglia, la presenza di un padre violento o violentatore, ecc…) farebbe fatica a identificare Dio con la figura del “padre”, il problema resta per tutti, anche per quelli che un padre ce l’hanno avuto e ce l’hanno avuto bravo. Si tratta infatti del problema del senso che si dà alle parole… a partire dalla propria esperienza personale, ma anche dal proprio contesto sociale, culturale…

Lo si vede bene su un’altra espressione (a me tanto cara) di questa preghiera: “Venga il tuo Regno”. Anche qui: cosa si intende per “Regno” e soprattutto per “Regno di Dio”? Se ognuno di noi dovesse pensare a quale circostanza esistenziale vissuta assomigli di più al realizzarsi del regno, credo che emergerebbero tante immagini quanti uomini ci sono sulla faccia della terra… Ma più radicalmente ancora: non tutte queste immagini – seppure singolari – farebbero riferimento al medesimo sostrato evangelico… Qualcuno – tra i cattolici (riconosciuti tali) – pensano che il Regno di Dio coincida con la divisione del mondo tra santi in paradiso e dannati all’inferno!

Il problema è – più in generale – quello (ormai improrogabilmente da mettere all’ordine del giorno) del fatto che – non solo tra cristiani ma anche – tra cattolici si legge il vangelo in maniera diversa… Non nel senso bello e un po’ poetico per cui ciascuno dà sfumature personali alla medesima attestazione scritta della rivelazione, ma in quello drammatico e inconciliabile per cui dai medesimi testi emergono idee di Gesù e dunque di Dio e dunque di tutto il resto (uomo, mondo, relazioni, morale, ecc…) non solo diverse ma cozzanti in maniera talvolta brutale.

Qualcuno cerca di smorzare la questione dicendo che il bello della Chiesa è quello di avere in se stessa spazio per san Francesco e il Grande Inquisitore…

Qualcuno, al contrario, parla già di scisma sotterraneo in atto, rispetto al quale il Magistero farebbe “orecchie da mercante”, perché qualora si pronunciasse perderebbe una grossa fetta dei suoi fedeli…

Qualcuno – da una parte e dall’altra – si avventura in crociate che tentino di convertire alla propria visione “gli altri”.

La cosa è ancora più drammatica (in occidente) se – analizzando con occhi smagati la situazione – ci si accorge che i sedicenti cattolici sono poi rimasti in pochi nella società e dunque la loro divisione risulta ancora più agghiacciante: ennesimo sintomo forse del decadimento della comunità ecclesiale.

A me pare che non si possa far finta che il problema non esista: non si può andare in un confessionale e trovare accoglienza affettuosa e col medesimo peccato essere scacciati malamente da un altro; non si può sentire una predica che annuncia la misericordia incondizionata di Dio e – sul medesimo brano evangelico – sentirne un’altra che minaccia le pene dell’inferno…

Di fronte dunque all’emergere del problema in tutta la sua evidenza io credo che l’unica pista vera da battere – sia come singoli che come comunità – sia quella di ritornare al vangelo. Non in senso spiritualistico (perché il problema si riproporrebbe: il problema infatti è che leggiamo le stesse parole, ma vangeli diversi; crediamo tutti a Gesù, ma sono Gesù diversi; crediamo tutti a Dio, ma sono dei diversi e del “dio degli altri” noi siamo atei!)… dunque non in senso spiritualistico, ma con la passione della ricerca, dello studio, dell’andare a capire cosa vogliono dire le cose… (per stare solo agli esempi di oggi: cosa vuol dire “padre” per Gesù? Da tutto il vangelo e non solo da questa riga, cosa emerge del suo rapporto con l’“Abbà suo”? E Regno? Come lo descrive, come lo racconta? Provate a leggervi Mt 11,2ss).

Dobbiamo riprenderla in mano questa parola, riappassionarci, non pensare che sia roba per intellettuali… e se proprio abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti andiamo da quei padri e quelle madri nella fede che incarnano questa parola… andiamo da quelli che assomigliano a questo maestro della Galilea… li troveremo immersi nella polvere, circondati da diseredati, stanchi morti per la troppa dedizione, ma con gli occhi puliti dal troppo amore ricevuto e contagiato. Degli altri meglio diffidare… anche se hanno le “mostrine”. Perché anche con “parole religiose” si può predicare l’antivangelo.

lunedì 9 aprile 2012

Il dramma pasquale



Anastasis
S. Salvatore in Chora
Gioia e Paura
Tutta la Pasqua è una festa, la più grande festa cristiana… e la liturgia ci invita alla gioia e ci testimonia questa gioia in un continuo esaltante “Alleluia!”.
È giusto che sia così, perché come ricordiamo durante la Veglia Pasquale, la luce di Cristo ha vinto le tenebre del Male. La Vita ha definitivamente prevalso sulla morte…

Tutta questa gioia, lo ribadisco, è legittima, giusta, santa… Ma… c’è un “ma” che forse ci sfugge: Come mai la Risurrezione di Cristo non riesce a incidere nella nostra vita come vorremmo? Eppure… quante Pasque abbiamo già festeggiato? Non è che forse in questa gioia e di questa gioia ci stia sfuggendo qualcosa?

Se leggiamo i Vangeli questa gioia che noi stiamo celebrando, non sembra contagiare immediatamente i discepoli e le discepole di Gesù! Se leggiamo i quattro racconti della risurrezione notiamo proprio questo: coloro che si recano al sepolcro, vivono un’esperienza “spaventosa”, che incute loro timore… i discepoli appaiono comunque ora pieni di stupore (che a differenza della meraviglia ha in sé un sentimento di paura, trasmessa da un’esperienza che supera e schiaccia chi la vive), ora disorientati, ora increduli…

Oppure – come nel vangelo di oggi (Gv 20,1-9)– c’è una totale assenza di manifestazione esplicita di gioia…
Cosa gli costava a Giovanni scrivere “videro e credettero e furono colmi di gioia”?... Invece no! C’è solo un freddo “videro e credettero”!

Non entro nei dettagli ma vi faccio solo notare un’altra incongruenza sempre in Giovanni: se Giovanni e Pietro “videro e credettero” perché mai nel brano che segue (Gv 20,11ss) Maria Maddalena deve annunciare la Risurrezione agli apostoli? Senza contare che lei come donna, per la cultura di allora, era una testimone inattendibile!
Forse, come il seguito del vangelo lascia intendere, perché sebbene credettero, il loro credere, come il nostro, era ancora incapace di farsi storia. Infatti l’evangelista annota, nel versetto immediatamente successivo al nostro brano, che i discepoli “se ne tornarono di nuovo a casa” (Gv 20,10). Ci chiediamo: Come se niente fosse? Così sembra stando all’evangelista. Infatti li ritroviamo più avanti intenti a pescare (Gv 21,3ss): erano ritornati alla vita di prima di conoscere Gesù!

Insomma la Chiesa in questi giorni ci vuole aiutare a credere nella Risurrezione di Cristo ma dobbiamo prendere coscienza che allora non si possono omettere certi versetti scomodi. Perché credere nella Risurrezione di Cristo, non vuol tanto dire credere in una dottrina (che non basta sembra dirci l’evangelista), ma vuol dire mettersi a fare tutto il faticoso cammino che gli apostoli hanno fatto. Passando attraverso la loro “paura pasquale”!

Ma allora per smascherare la nostra incredulità (che si traduce nella sterilità delle nostre Pasque) dobbiamo forse prendere coscienza della nostra paura della Risurrezione come ci rivelano in un modo o nell’altro tutti gli evangelisti.
E questo è continuamente sottolineato nei vangeli nel fatto che sia l’angelo, sia Gesù nelle sue apparizioni, devono continuamente calmare gli animi: “non abbiate paura”; “la pace sia con voi”, “non temete”…

Ora ci chiediamo, questa “paura” è un genere letterario per dire che siamo di fronte a una manifestazione divina? o è un espediente con cui indirettamente si vuol sottolineare che Gesù era veramente morto?...
Certo ci può stare anche questo, è certamente anche un genere letterario ma se è solo questo, tutto si riduce a una specie di finzione teologico-letteraria…

E allora siamo tenuti a pensare che gli apostoli vogliono obbligarci a capire come la Risurrezione di Gesù Cristo, la Pasqua che stiamo festeggiando, sia anche un fatto realmente sconvolgente, al punto che umanamente non si può non averne paura! Almeno all’inizio e molto prima di suscitare gioia!
Ripeto umanamente! È utile osservare come Matteo mette insieme appunto “timore e gioia grande” (Mt 28,8)… oltre a sottolineare che le guardie che custodivano il sepolcro e di cui avevano sigillato (!) la roccia, furono prese da un tale spavento da rimanere “come morte” (Mt 28,4). Uno spavento il loro che però non arriva a maturare in gioia! Anche questo è possibile davanti alla Risurrezione.

Mi sembra quindi che emerga con forza questo insegnamento a noi “lettori” già credenti ma non ancora posseduti da una vera gioia. E che come Giovanni e Pietro rischiamo di ritornare a casa alle proprie quotidiane occupazioni senza che questa Pasqua abbia inciso nella nostra quotidianità.
Per poter fare veramente esperienza di una gioia pasquale che ci cambi la vita, dobbiamo quindi prendere coscienza di questa paura anch’essa pasquale dei discepoli.
Insomma è vero che nella Veglia Pasquale abbiamo gioito il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Ma dobbiamo prendere coscienza che a ciascuno di noi, non fa solo paura il “buio” ma anche la luce, soprattutto se intensa… Non ci fa solo paura la morte, ma anche la vita, soprattutto un certo tipo di vita…

Davanti a racconti di cronaca in cui apprendiamo che una persona che è creduta morta ritorna in vita, ci viene spesso descritta la gioia dei familiari nell’apprendere quello che i giornali non esitano spesso a definire “miracolo”… E questa gioia è testimoniata anche nei vangeli per i miracoli di Gesù! E in fin dei conti scorrendo i vangeli osserviamo che per i discepoli non è il primo “ritorno dai morti” a cui avevano assistito… Gesù aveva strappato dalla morte altre persone: Lazzaro, la fanciulla anoressica…

Ora perché invece nei racconti della Risurrezione, quando proprio ci aspetteremmo solo la gioia dei discepoli di sapere Gesù vivo, essi hanno paura? Dove sta qui la differenza?
E in cosa consiste propriamente questa paura? Cosa c’è di veramente nuovo in questa Risurrezione – quella di Gesù dico – da incutere immediatamente paura? Al punto che in un certo senso i discepoli la fuggono (Mc 16,5-8), proprio come sono fuggiti dalla sua morte?

Eppure essere cristiani vuol dire essere testimoni del Risorto. La storia ci insegna che non è necessario essere cristiani per fare del bene, anche eroicamente. Per amare fino al dono della vita, con la grazia dello Spirito ogni uomo di buona volontà può farlo, ma solo i cristiani possono essere testimoni della Risurrezione di Gesù.

Ma questo concretamente cosa vuol dire?
Proviamo allora anche noi a chinarci e ad entrare nel sepolcro.

La pietra del sepolcro
Il modo con cui una civiltà elabora una cultura sulla morte e sui morti (da imbalsamare, da tumulare, da bruciare…), dice anche la propria visione del mondo, dell’uomo e di Dio.

Vi siete mai chiesti per quale ragione gli ebrei seppellivano i morti nella roccia? Scavare la roccia non è facile come scavare la terra. Perché non li seppellivano nel suolo? Perché complicarsi la vita a scavare nella viva roccia? E in più scolpire un enorme masso di pietra circolare che viene fatto rotolare all’entrata del sepolcro?
Evidentemente questo obbediva a una ben determinata visione del mondo.
Anche per gli ebrei il mondo dei vivi era radicalmente separato dal mondo dei morti. E andavano tenuti separati! Cosa di meglio di una caverna artificiale scavata nella dura roccia e con un masso inamovibile che ne impedisce l’apertura col rischio di comunicazione tra i due mondi? Cosa sarebbe accaduto se il mondo dei morti avesse invaso quello dei vivi? Certi film dell’horror riprendono questa paura ancestrale…

Per gli ebrei, Dio stesso, il mondo di Dio, il Dio che ha parlato ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, ai profeti… non ha niente a che fare con questo mondo dei morti! Dio è il vivente… che c’entra con i morti? Quindi per l’ebreo il mondo di Dio era incomunicabile con questo Sheol ( così gli ebrei chiamavano il mondo dei morti). Era un mondo immaginato, non molto diversamente dal nostro inferno, come un luogo di oscurità, di polvere, di una vita che però non era vera vita.
I morti non lodano il Signore ripetono i salmi e Giobbe (cfr anche Isaia 38,18ss)! Eppure questo era il destino dell’umanità e prima o poi ciascuno sarebbe entrato a farvi parte.
Per questo la fede nella risurrezione dei farisei non cambiava le carte in gioco: perché era una risurrezione non molto diversa dalla maledizione di continue reincarnazioni delle religioni orientali.

Solo la Risurrezione di Gesù cambia radicalmente la visione delle cose. Ed è proprio questo che testimoniano i racconti evangelici con pochi ma significativi indizi che sorprendono i discepoli.
Ecco la sorpresa o meglio le sorprese: Il masso che teneva ben separati i due mondi era stato rotolato via. I due mondi comunicano, diventano un mondo solo! Non esiste più il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Potete ben immaginare ora la paura? E come la fantasia galoppasse…
Ma ecco la seconda sorpresa: il mondo dei morti è vuoto! È un mondo svuotato dal Cristo… Lo Sheol, l’Ade, gli Inferi, non sono più il destino dell’umanità…
In Cristo Dio ha inaugurato un nuovo mondo, il mondo di Dio. Dove l’uomo può fare esperienza non della “vita eterna” (che nell’immaginario comune noi concepiamo come una vita “da morto”), ma della vita dell’Eterno. La vita dell’Eterno non è più appannaggio di coloro che vivono nell’aldilà ma offerta a ogni uomo, in qualunque inferno o mondo si trovi.
Da qui la grande gioia di cui parla Matteo e che pian piano fa capolino anche nel vangelo di Giovanni.

Il regno di Dio
Annunciare il Cristo risorto allora vuol dire uscire da questo schema dualista fatto di aldilà e aldiquà, perché non c’è più l’aldilà o l’aldiquà, ma ce solo l’essere in Dio. Un mondo che siamo chiamati a riscoprire pian piano e che tutti ci accomuna vivi e morti. Dove possiamo ben capire, non ha più importanza essere vivi o morti, ma ciò che conta essere “in Dio”.

Significativa a questo proposito è proprio la seconda lettura tratta dalla lettera ai Colossesi (3,1-4) di san Paolo e che fa propria questa nuova visione che facciamo così fatica a fare nostra:

Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Siete risorti con Cristo: Paolo sta parlando ai vivi, dei vivi: dunque noi non abbiamo più bisogno di essere morti per risorgere (mentre noi pensiamo alla risurrezione come un avvenimento post-mortem). Certo anche i morti risorgono in Cristo, ma questo non vuol dire che non risorgano anche i vivi.
Cristo seduto alla destra di Dio: non nell’aldilà, in un altro mondo quello dei morti, ma nel modo di essere di Dio.
Voi infatti siete morti: sta parlando ai vivi e li chiama “morti”. Invita a superare la visione dei due regni: esiste un solo mondo, vivi o morti che siamo, il mondo di Dio (vita … in Dio)!
Sarà manifestato… apparirete: tutto questo al compimento della storia sarà manifesto e verrà rivelato il senso della storia di ciascuno. Ecco perché ora “la vita in Dio” è nascosta. La prospettiva è storica, sebbene nel suo significato escatologico e trascendente ma esclude radicalmente, smontandola, la prospettiva “pagana” dei mondi separati. C’è una sola separazione: vivere (da vivi o da morti) in Dio o “vivere” (da vivi o da morti) non in Dio.
Il passaggio successivo sarà che morti non sono i morti ma coloro che non vivono in Dio anche se vivi, e vivi sono non i vivi ma coloro che vivono in Dio anche se defunti.

Compreso questo, possiamo verificare concretamente come nella nostra visione delle cose, noi siamo ancora troppo prigionieri del vecchio schema, per cui Cristo è assente da questo mondo, lo concepiamo come vivente altrove, in un altro mondo, in un aldilà del regno dei morti, sebbene nella gloria del Paradiso… E allora che Pasqua è? Che Pasqua festeggiamo? Con questa nostra visione delle cose, noi la vanifichiamo!
Dobbiamo invece cominciare a riscoprire – perché la nostra gioia sia piena – questa novità della Pasqua, che non è semplicemente la storia di un morto che cammina… ma la possibilità data ad ogni uomo di vivere già ora – vivo o defunto che sia – nel “ tempo del mondo di Dio”.

Se questo è vero allora si può ben capire quanto sia legata ai vecchi schemi tutta la nostra paura di morire, di far parte del regno dei morti. Quanto sia pagano tutto il nostro affannarci per ritardarne il momento. Ma se ciò che conta è essere “nel regno di Dio”, essere in quello dei vivi o dei morti non importa. Ed è proprio questo l’“ultimo” capovolgimento della Pasqua per noi che cerchiamo disperatamente di fuggire a una morte che si fa ogni giorno di più inevitabile.
Nella Risurrezione di Gesù è sancita definitivamente una verità che fa fatica ad entrarci nel cuore e nella mente perché capovolge la nostra prospettiva. Se c’è una vita riuscita è proprio la vita di Gesù, una vita che noi non seguiamo perché nel profondo del nostro cuore, siamo convinti (in un certo senso a ragione!) che se la mettessimo in pratica sarebbe – per quanto eroica – storicamente fallimentare.
Ebbene la Pasqua è la proclamazione di questa verità che ci fa paura: Tutto il successo che noi cerchiamo di avere nel nostro concreto vivere è dichiarato, lui sì, “definitivamente morto”. E ciò che “vive e dà vita” è quella vita e quella morte, sempre da riscoprire e ricomprendere, che Gesù ha vissuto.

I nostri maldestri tentativi di ridurre il dramma della Risurrezione dimenticano quindi che se Gesù non fosse risorto (perché “ridurre” è di fatto “negare”), avremmo forse pianto la morte ingiusta di un uomo eccezionale, avremmo forse anche cercato di custodirne gli insegnamenti e i valori… ma come tutti, avremmo continuato ad avere come destino la ricerca di un successo mondano che dopo aver fatto strage di ogni uomo o donna considerati rivali, si sarebbe comunque concluso nel “regno dei morti”.

Ora invece “il Signore è Risorto”, il regno dei morti non ci avrà perché ciò che ci irrompe semmai è il regno di Dio.

mercoledì 24 marzo 2010

Oscar Romero e il martirio continuo: massacro dei cecchini durante i funerali


Snipers from the National Army fire from the top of buildings during Romero's funeral in 1980 in the central San Salvador park. And yes, this is how OUR people suffered, thanks in part to the US' involvement in Salvadorian affairs! The US supported the then-bloodthirsty junta with financial aid and arms. They only stopped helping the Salvadorian junta after the 4 nuns were murdered, only to resume their aid a few days later. The US has been responsible for literally millions of deaths throughout the 20th century via illegal coups, establishing dictatorships in 3rd world countries and CIA-backed private wars. dall'Autore nella pagina del video
Grazie a Greg50 che ci ha ricordato l'anniversario del martirio di O. Romero

giovedì 24 settembre 2009

Quando ogni uomo “è dei nostri!”, è arrivato il Regno!

dal Padre Nostro, al Nostro UomoGesù conosceva bene questo antico tragico dramma del sistema immunitario socio-religioso, che cova sotto la pelle di ogni organismo vivo, e poi scatta al momento del pericolo… pronto a tutto – anche all’omicidio, simbolico o reale!: “è meglio che uno uomo solo muoia per il popolo!”, diceva un esperto del potere ecclesisastico come Caifa (Gv 18,22). Gesù ne era stato scottato amaramente dai suoi stessi parenti – la sua tribù di sangue. Appena, infatti, s’era permesso di criticare il suo gruppo sociale, erano venuti a prenderlo, perché dicevano: “è diventato matto!”(Mc 3,21). Ma in seguito era arrivato il peggio, quando i compaesani “pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4, 29). Eppure proprio là, a Nazareth, era cresciuto, bimbo e ragazzo, aveva lavorato, lo conoscevano tutti…
Adesso lo stesso perverso meccanismo spuntava nel suo gruppo, tra i suoi discepoli, che stava educando con tutte le sue cure. Un uomo si era messo a scacciare i demoni nel nome di Gesù… e ci riusciva, anche se era un “discepolo” anarchico, ma convinto che la forza, che vinceva il male, fosse non sua, ma “del nome di Gesù”! Ma non era del gruppo (chiesa) dei discepoli. Allora Giovanni, il figlio del tuono, dal cuore ancora angusto, a nome di tutti, vuole bloccarlo. Non ha diritto di far il bene ‘senza autorizzazione’ - neanche se la gente guariva davvero. Ovviamente il problema era scoppiato tra i cristiani già nella chiesa dei primi anni. Per questo i discepoli tornano all’insegnamento del Signore… cercando la soluzione del dissidio tra “istituzione e profezia”, risalendo alle tante esperienze del popolo d’Israele, fino allo stesso fondatore dell’istituzione: Mosè…
Sono così emerse - talora contrapposte - nella comunità cristiana le due reazioni o propensioni di sempre:
  1. la centralità della chiesa - attraverso la quale (normalmente se non esclusivamente) Dio salva il mondo. La chiesa è il luogo di “salvezza”, ne possiede “la verità” e i mezzi (nonostante le debolezze), la sua missione è diffonderla e gestirla con un senso di appartenenza fortissimo, e una certa aggressività settaria verso l’esterno ostile…o l’interno poco ossequiente (fino alle scomuniche, condanne, torture, conversioni forzate, crociate…)

  2. la centralità del Regno, che è la pluriforme opera stessa di Dio nel mondo: Gesù ha predicato questo evento (l’amore di Dio nella storia), sempre presente nel cosmo, ma orami giunto a maturazione con la sua presenza e la sua opera, continuata dai suoi discepoli nella comunità cristiana, la quale è tuttora “il segno del Regno” elevato tra le nazioni, della salvezza già in corso! Anzi, il mandato missionario di Gesù si fa più consapevole di sé proprio nell’incontro con il mondo (cfr. le scoperte di Pietro e Paolo…nei primi passi dell’annuncio, raccontati negli Atti). Prevale lo spirito di solidarietà, umiltà, tolleranza. La chiesa è il dono insostituibile, che lo Spirito ci rinnova oggi, nell’ascolto della Parola e nello spezzare il pane… per donare noi stessi ai fratelli, come Gesù ci ha insegnato.
Uno sguardo ai vangeli sinottici aiuta a vedere le differenze di spinta propulsiva, non la contrapposizione, tra “Istituzione e Profezia”, che fanno nascere in ogni chiesa, il pericolo denunciato da Mosè fino a Gesù: la gelosia, l’esclusione degli estranei, la competizione per la gestione monopolistica della salvezza e quindi, talora, la manipolazione inconscia dei criteri di appartenenza.
Ecco uno sguardo d’insieme di alcune caratteristiche:
CRITERI DI APPARTENENZAREGNO DI DIOCHIESA storica
Soggetto storico “centrale”Il popolo: poveri, piccoli, malati, peccatori, le folle smarrite senza pastoreclero gerarchico, ordinamento in classi a piramide…
segni rivelatoriI segni profetici: andate e vedete: ciechi, storpi, zoppi, indemoniati… guaritiSacramenti, catechismo, culto, precetti… e istituzioni di carità
Ingresso … conversioneSe vuoi, vai … vendi tutto, poi vieni, e seguimiIncorporazione sacramentale e giuridica, sottomissione intell. morale
Giudizi di valoreBeatitudini… e rovesciamento dei comportamenti (… ma io vi dico!)Morale di fatto medio borghese: proprietà, famiglia, educazione
Gerarchie di importanza - precedenzaProstitute peccatori bambini servi… malatiPapa, vescovi, Preti (maschi), religiosi, …santi
EspertiPiccoli, ignoranti… ascoltatori e facitori della Parola – donne…Teologi, canonisti, esegeti…

Da questa tensione irrisolvibile storicamente nasce la tentazione... di minacciare e ingabbiare i “diversi” da noi: “è dei nostri! – non è (più) dei nostri!”. Quante volte… abbiamo visto o partecipato a queste reazioni inimicali e ostili, contro chiunque non si sottomette agli schemi di consenso e alle regole di comportamento, ma segue strade e progetti in proprio: …(salvo dichiararlo profeta dopo morto).
Quando ci si mette con qualcuno (comunità, matrimonio, amicizia…) in verità ci si mette (o ci si trova) a vivere “insieme” con qualcuno, ma non si sa bene “con chi”. Ognuno è ancora un mistero che viene alla luce pian piano – se viene alla luce! In qualche modo ci si “promette al buio”, compagnia, sostegno amicizia, solidarietà: ma ci si svela reciprocamente con grande fatica e tante zone di mistero.
O si accetta, dunque, l’avventura di stare con “un mistero” – disposti ad educarci progressivamente a fare spazio a quanto l’altro riesce a tirar fuori di sé, rischiando a sua volta… O scatta la reazione immunitaria, quando sentiamo la nostra identità in pericolo : “non sei più mio!” – non sei più dei nostri! Perché? Ovviamente il nostro legame di connivenza e di consenso era uno schema “convenzionale”, un contratto tacito o manifesto a difesa della propria sopravvivenza… Non era un dono di sé all’altro, per farlo crescere con il proprio bene, come dice l’esempio e il comandamento di Gesù!. Allora appena i patti sono incrinati e l’altro diventa un pericolo, o appena un altro esterno vuol entrare nel circuito, senza rispettare le regole e le gerarchie, scatta l’allarme… : “Non sei dei nostri!L’esperienza e l’insegnamento di Gesù sono invece la dedizione assoluta “previa” della propria vita per l’altro!
Pietro e tutti i suoi compagni faranno una drammatica e amara esperienza di tradimento dell’appartenenza – proprio loro, che sono gelosi di un’appartenenza non autorizzata. Basterà che una portinaia gli dica: “tu sei forse dei suoi!?” per spingere Pietro a rinnegare sfacciatamente l’appartenenza al gruppo di Gesù: non lo conosco! per tre volte. Ed era già designato fondamento e riferimento centrale della chiesa! L’appartenenza a qualcuno è, infatti un sentimento forte ed estremamente ambiguo e pericoloso: è il tessuto del grembo nel quale siamo cresciuti, personalmente e socialmente… e rimane l’alveo di protezione che ci sostiene e difende nel cammino verso la prova della solitudine definitiva, che attende ogni uomo, e verso cui camminiamo (come Gesù!). Ma è anche il rifugio del rifiuto di crescere, della voglia di potere collettivo, delle imposizioni mute e violente, delle sopraffazioni nascoste, dei tradimenti… per il cosiddetto “bene comune” – che si dimentica del bene della persona e tende a sacrificarla.
Allora “l’appartenenza”, secondo Gesù, ha questi due premure o sollecitudini radicali:
  1. un’appartenenza che salva, accoglie e custodisce: ecco il motivo di tanta tenerezza: Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome – perché siete di Cristo… Ecco il compiacimento, non la gelosia, per il bene che altri fanno: Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi.

  2. un’appartenenza gelosa e rigorosa: Durissima la condanna di chi, invece di accudire, “scandalizza uno di questi piccoli che credono”…. Ma altrettanto chiaro e inaspettato è il comando di reagire violentemente a ciò che “in me” esclude l’altro. E ne ferisce l’appartenenza. Se la tua mano ti scandalizza (qualche tua attività va in crisi a causa dell’altro) buttala. Se il tuo piede (la tua libertà di movimento…) ti è di inciampo verso tuo fratello, tagliala. Se il tuo occhio (la tua visione delle cose …) ti oppone a tuo fratello e lo esclude, rinuncia…
Perché? È sempre meglio buttare in discarica queste tue possibilità umane … che buttarci il fratello – e così finirci poi tutto intero anche tu, per aver perso la più grande appartenenza... che è appunto l’amore!

venerdì 18 settembre 2009

Il mistero della sofferenza e ... il bimbo in braccio a Gesù

I ragionamenti dei materialisti peggiori si introducono nella mia mente: Più tardi, grazie ai nuovi progressi raggiunti incessantemente, la scienza troverà una spiegazione naturale di tutto, e avremo la ragione definitiva di tutto ciò che esiste e che è ancora problema, perché ci sono ancora tante cose da scoprire... (VIII.97) . Ecco guarda là quel buco nero (sotto i castagni
vicino al cimitero) dove non si vede più niente; io col corpo e con lo spirito sto in un buco così. Oh! Sì, che oscurità! Eppure ci sto in pace (28.8.979).
Non credo alla vita eterna, mi sembra che dopo questa vita mortale non ci sia più niente. Non posso descriverle le tenebre nelle quali sono immersa (IV/97) Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei peccatori mi dicano, facendosi beffe di me: "Tu sogni la luce...credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che tu speri, ma una notte più profonda, la notte del niente" (C 278)
S. TERESA di Lisieux, dottore della chiesa

...La rivoluzione culturale che la modernità ha indotto nella “cristianità”, ha fatto sì, che ciò che appariva detto “sragionando”... è entrato nel cuore del cristiano e la voce degli “empi” è entrata nella dinamica della fede. Le parole della Sapienza oggi ci trovano in qualche modo conniventi: Dicono fra loro gli empi, sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale, il corpo diventerà cenere e lo spirito svanirà come aria sottile (Sap 2,1ss)

... non abbiamo più bisogno di mettere una distanza di sicurezza (e di condanna!) tra noi e i lamenti di chi “sragiona” sulle questioni ultime di senso o non senso della vita, ma li assumiamo senza repulsione, perché sono “umani”. La loro cura radicale, come di una malattia genetica inguaribile, non sta nel censurarli. Sta nella possibilità di trasformare questa debolezza strutturale in risorsa, affrontandola, appunto alle radici... In epoche culturali nelle quali la fede personale in Dio e i contenuti della fede (cioè l’adesione esistenziale ad un Dio che ci viene incontro – e le parole e gli eventi entro i quali pensiamo di comprenderlo e recepirlo) formavano una sintesi omogenea, pressoché inscindibile, si è pensato che il disagio o le difficoltà del credere (sempre in aumento!) derivassero dal mettere in dubbio le categorie e i simboli che la contenevano e i valori morali che la custodivano e quindi su questi si concentrava l’attenzione apologetica in difesa delle verità della fede. Atteggiamento predominante anche oggi. Ma nel vangelo appare chiaro che la proposta di Gesù non trova ostacolo tanto nella pochezza umana, intellettuale e morale, ma piuttosto nella durezza di cuore del credente stesso, che ragiona ancora ‘secondo gli uomini’, come dice Gesù a Pietro... Non è la consapevolezza tragica della precarietà della vita umana, la ricerca spesso delusa di un senso della vita, la difficoltà a gestire le grandi scelte etiche, che sono di ostacolo al Signore, ma la repulsione verso il nucleo stesso di tutta l’avventura umana di Cristo: l’inscindibile legame tra la sofferenza e la salvezza, la morte e la risurrezione, la debolezza e la potenza, in lui come Messia – e quindi nell’uomo e nella sua storia.
Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini... La prima volta che ha parlato della sua passione (nel brano di domenica scorsa) Gesù ha manifestato “apertamente” la sua vera identità ( …e con franchezza diceva la Parola 8,31), e “Satana” stesso, secondo Gesù, esce allo scoperto nell’opposizione totale di Pietro, che manifesta appassionatamente la logica del mondo. Tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio, gli ribadisce il Maestro, appena riconosciuto come il Cristo. Pur essendo intervenuta simbolicamente la trasfigurazione (“ascoltatelo!” 9,7), anche ora, come ad ogni annuncio della sofferenza del figlio dell’uomo, i discepoli sono spaventati e sopraffatti dalla paura. Non capiscono nulla sulla croce, perché non sono capaci di uscire dai propri schemi per accettare un Messia che invece di imporsi (avevano visto che ne aveva le forze) diventa servo dei fratelli, fino a perdere la vita per loro. Continuano a sognare un messia glorioso. L’ effetto, quindi, di questo secondo tentativo di rivelare la propria identità e destinazione è ancor più amaro: “…Essi non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.” (ridiventano sordomuti!)… e Gesù si ritrova solo nel cammino verso... casa, a precederli, perché i discepoli, rimasti indietro, “lungo la via”, stavano discutendo chi fosse il più grande! La reazione di Gesù dinanzi alla meschinità evidente dei discepoli, che si lasciano andare ad alterchi di competizione e gelosia, proprio dopo aver sentito della sua fine dolorosa, mette a nudo di fronte alla sua pedagogia fraterna la caparbia recidività del cuore umano, e la necessità di estirparne la radice profonda che lui chiama il "lievito dei Farisei e di Erode" (Mc 8,15), che rinasce ogni volta di nuovo! Ma Gesù non desiste, continuando, invece, a ripetere, nelle sue predizioni della passione, morte e resurrezione (tutte insieme inscindibili!) che questa è la sua messianicità. “Deve essere così”: il “Messia vero” è solo capace di questa salvezza – troppo incompiuta e troppo dolorosa, per la nostra fame di bene “facile e immediato”! Questa autoriduzione del Messia in tono minore, questa salvezza debole, ‘questa potenza che si manifesta nella debolezza’, contrasta troppo con la nostra brama insaziata di primato e di gloria, ed è causa continua di scandalo tra i cristiani e non cristiani, fuori e dentro ciascuno di noi… Questa messianicità storicamente inconcludente è la causa della nostra inconfessata delusione “evangelica” di cristiani, presi tanto spesso dalla malcelata voglia di menar le mani (pardon: adesso... menar la testa e le leve del potere!), tentati di rispondere con forza “efficace”… per ripagare con le stesse armi (con la stessa violenza) chi oscura la visibilità della nostra fede... e le sue traduzioni culturali, economiche, politiche. É questa nostra fede che di fatto ... non si fida di Gesù e del suo vangelo! Il nostro concetto di Dio, della sua onnipotenza e maestà, che dovrebbe appunto, come tale, imporre il suo primato assoluto su ogni altro potere... è incompatibile con la messianicità sofferente e oppressa di Gesù. Ma lui ribadisce che proprio perché uno è il più grande deve essere l’ultimo di tutti, il servo di tutti! Il suo vero potere – come dirà a Pilato è di un altro mondo – il mondo dell’amore.
Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande...
Il primato infatti, palese o inconfessato, è il vero obiettivo della vita umana, nelle forme più diverse e talora felpate! Gesù propone il rovesciamento di questa logica mondana nella quale i discepoli di Gesù (noi) siamo ancora immersi, come scrive Giacomo nella sua analisi drammatica della sua comunità cristiana: c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.... Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Si sta parlando proprio della nostra storia di chiesa (in casa!), appena ci siamo installati nella nostro contesto di fede e, superata la novità dell’incontro avvincente col Signore, emerge la nostra vera identità, rimasta intatta nel profondo, perché è la molla che spinge (e inquina) in realtà le nostre facoltà, desideri, sentimenti – guida ed orienta gli atti e le decisioni della vita e rimane sostanzialmente impermeabile e sorda di fronte alla Parola. E guai, quanto è anche muta, non fa più domande (non cerca e non prega più!). Proprio perché si è rassegnata alla propria pur meschina e bramosa im/potenza. È così ammutolisce la speranza di uscire dal proprio circuito sterile...Essere protagonisti (voler “imporre” l’io a un tu e al coro, per essere considerati e amati!) è un percorso inevitabile di autorivelazione e insieme di autocostruzione di sé, come bisogno di relazione. È il grande compito della nostra vita. Gesù sa bene che ognuno deve percorrere questo difficile cammino dell’autorealizzazione… Ma ad un certo punto il discepolo è messo di fronte alla sorte del Maestro. Se davvero vuol crescere, deve seguirlo: Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti. Se le ripetute esperienze negative l’hanno omai disilluso sulle proprie forze di invertire la rotta del cuore, Gesù, con palese tenerezza, suggerisce un rimedio.
e preso un bambino
Gesù prende, lì attorno, un bambino nulla, davvero, nella società di allora, l’ultimo della scala sociale e lo pone nel bel mezzo del cerchio dei suoi discepoli sgomenti. Ecco il centro di gravità, l’assegnazione del primato di importanza nel suo gruppo. Ecco la nuova logica su cui è fondato il Regno. E, abbracciando il bambino: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato! Al centro di tutta la Rivelazione c’è... una, anzi, tre identità concentriche, e sono il perno fuso attorno al quale ruota la storia della salvezza: il piccolo, il cristo, il padre – in coincidenza d’amore! Sono identificati in un paradosso di affermazione e di smentita, l’affermazione della fede e la sconvolta smentita dei sensi e della ragione. Come a dire: dunque, voi vedete qui solo un piccolo inabile a tutto: ma nel mio nome (nella mia logica) state accogliendo non lui solo, ma me stesso, il messia della salvezza immedesimato in ogni piccolo – e, in più, solo se mi accogliete io divento il Messia per voi, perchè guardate che non accogliete solo me , ma accogliete, unificato in me il Padre, che mi ha mandato, il quale solo in questo figlio immedesimato nel piccolo vede realizzato il suo amore per il mondo. È un osso duro per la teoria e per prassi ecclesiale, quest’annuncio. Non può essere ridotto ad una commovente esortazione morale al servizio dei poveri. Ma è teologale, cioè ... è Dio che è fatto così! Le tenebre dell’incredulità che ci prendono, noi discepoli, ieri e oggi, vengono dall’immensa fatica o repulsione ad accogliere non tanto la tenerezza di Gesù verso il piccolo, ma l’identificazione (di metodo!) del Messia con lui. Ma proprio per questo, quando Gesù sarà debole e sopraffatto dal potere, Pietro (con tutti noi) sarà cieco e sordo, lo tradirà e tradirà in Gesù ogni povero – e si denuda così la nostra fede monca, senza capacità di opere! L’amore vero, invece, direbbe Teresa (C 288) fa le opere anche in mancanza… di fede, proprio perché il cuore della fede è perdere la propria vita in quella dell’altro, affidati totalmente alle braccia di Dio.
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