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mercoledì 24 luglio 2013
XVII Domenica del Tempo Ordinario
lunedì 9 aprile 2012
Il dramma pasquale
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S. Salvatore in Chora |
Tutta la Pasqua è una festa, la più grande festa cristiana… e la liturgia ci invita alla gioia e ci testimonia questa gioia in un continuo esaltante “Alleluia!”.
È giusto che sia così, perché come ricordiamo durante la Veglia Pasquale, la luce di Cristo ha vinto le tenebre del Male. La Vita ha definitivamente prevalso sulla morte…
Tutta questa gioia, lo ribadisco, è legittima, giusta, santa… Ma… c’è un “ma” che forse ci sfugge: Come mai la Risurrezione di Cristo non riesce a incidere nella nostra vita come vorremmo? Eppure… quante Pasque abbiamo già festeggiato? Non è che forse in questa gioia e di questa gioia ci stia sfuggendo qualcosa?
Se leggiamo i Vangeli questa gioia che noi stiamo celebrando, non sembra contagiare immediatamente i discepoli e le discepole di Gesù! Se leggiamo i quattro racconti della risurrezione notiamo proprio questo: coloro che si recano al sepolcro, vivono un’esperienza “spaventosa”, che incute loro timore… i discepoli appaiono comunque ora pieni di stupore (che a differenza della meraviglia ha in sé un sentimento di paura, trasmessa da un’esperienza che supera e schiaccia chi la vive), ora disorientati, ora increduli…
Oppure – come nel vangelo di oggi (Gv 20,1-9)– c’è una totale assenza di manifestazione esplicita di gioia…
Cosa gli costava a Giovanni scrivere “videro e credettero e furono colmi di gioia”?... Invece no! C’è solo un freddo “videro e credettero”!
Non entro nei dettagli ma vi faccio solo notare un’altra incongruenza sempre in Giovanni: se Giovanni e Pietro “videro e credettero” perché mai nel brano che segue (Gv 20,11ss) Maria Maddalena deve annunciare la Risurrezione agli apostoli? Senza contare che lei come donna, per la cultura di allora, era una testimone inattendibile!
Forse, come il seguito del vangelo lascia intendere, perché sebbene credettero, il loro credere, come il nostro, era ancora incapace di farsi storia. Infatti l’evangelista annota, nel versetto immediatamente successivo al nostro brano, che i discepoli “se ne tornarono di nuovo a casa” (Gv 20,10). Ci chiediamo: Come se niente fosse? Così sembra stando all’evangelista. Infatti li ritroviamo più avanti intenti a pescare (Gv 21,3ss): erano ritornati alla vita di prima di conoscere Gesù!
Insomma la Chiesa in questi giorni ci vuole aiutare a credere nella Risurrezione di Cristo ma dobbiamo prendere coscienza che allora non si possono omettere certi versetti scomodi. Perché credere nella Risurrezione di Cristo, non vuol tanto dire credere in una dottrina (che non basta sembra dirci l’evangelista), ma vuol dire mettersi a fare tutto il faticoso cammino che gli apostoli hanno fatto. Passando attraverso la loro “paura pasquale”!
Ma allora per smascherare la nostra incredulità (che si traduce nella sterilità delle nostre Pasque) dobbiamo forse prendere coscienza della nostra paura della Risurrezione come ci rivelano in un modo o nell’altro tutti gli evangelisti.
E questo è continuamente sottolineato nei vangeli nel fatto che sia l’angelo, sia Gesù nelle sue apparizioni, devono continuamente calmare gli animi: “non abbiate paura”; “la pace sia con voi”, “non temete”…
Ora ci chiediamo, questa “paura” è un genere letterario per dire che siamo di fronte a una manifestazione divina? o è un espediente con cui indirettamente si vuol sottolineare che Gesù era veramente morto?...
Certo ci può stare anche questo, è certamente anche un genere letterario ma se è solo questo, tutto si riduce a una specie di finzione teologico-letteraria…
E allora siamo tenuti a pensare che gli apostoli vogliono obbligarci a capire come la Risurrezione di Gesù Cristo, la Pasqua che stiamo festeggiando, sia anche un fatto realmente sconvolgente, al punto che umanamente non si può non averne paura! Almeno all’inizio e molto prima di suscitare gioia!
Ripeto umanamente! È utile osservare come Matteo mette insieme appunto “timore e gioia grande” (Mt 28,8)… oltre a sottolineare che le guardie che custodivano il sepolcro e di cui avevano sigillato (!) la roccia, furono prese da un tale spavento da rimanere “come morte” (Mt 28,4). Uno spavento il loro che però non arriva a maturare in gioia! Anche questo è possibile davanti alla Risurrezione.
Mi sembra quindi che emerga con forza questo insegnamento a noi “lettori” già credenti ma non ancora posseduti da una vera gioia. E che come Giovanni e Pietro rischiamo di ritornare a casa alle proprie quotidiane occupazioni senza che questa Pasqua abbia inciso nella nostra quotidianità.
Per poter fare veramente esperienza di una gioia pasquale che ci cambi la vita, dobbiamo quindi prendere coscienza di questa paura anch’essa pasquale dei discepoli.
Insomma è vero che nella Veglia Pasquale abbiamo gioito il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Ma dobbiamo prendere coscienza che a ciascuno di noi, non fa solo paura il “buio” ma anche la luce, soprattutto se intensa… Non ci fa solo paura la morte, ma anche la vita, soprattutto un certo tipo di vita…
Davanti a racconti di cronaca in cui apprendiamo che una persona che è creduta morta ritorna in vita, ci viene spesso descritta la gioia dei familiari nell’apprendere quello che i giornali non esitano spesso a definire “miracolo”… E questa gioia è testimoniata anche nei vangeli per i miracoli di Gesù! E in fin dei conti scorrendo i vangeli osserviamo che per i discepoli non è il primo “ritorno dai morti” a cui avevano assistito… Gesù aveva strappato dalla morte altre persone: Lazzaro, la fanciulla anoressica…
Ora perché invece nei racconti della Risurrezione, quando proprio ci aspetteremmo solo la gioia dei discepoli di sapere Gesù vivo, essi hanno paura? Dove sta qui la differenza?
E in cosa consiste propriamente questa paura? Cosa c’è di veramente nuovo in questa Risurrezione – quella di Gesù dico – da incutere immediatamente paura? Al punto che in un certo senso i discepoli la fuggono (Mc 16,5-8), proprio come sono fuggiti dalla sua morte?
Eppure essere cristiani vuol dire essere testimoni del Risorto. La storia ci insegna che non è necessario essere cristiani per fare del bene, anche eroicamente. Per amare fino al dono della vita, con la grazia dello Spirito ogni uomo di buona volontà può farlo, ma solo i cristiani possono essere testimoni della Risurrezione di Gesù.
Ma questo concretamente cosa vuol dire?
Proviamo allora anche noi a chinarci e ad entrare nel sepolcro.
La pietra del sepolcro
Il modo con cui una civiltà elabora una cultura sulla morte e sui morti (da imbalsamare, da tumulare, da bruciare…), dice anche la propria visione del mondo, dell’uomo e di Dio.
Vi siete mai chiesti per quale ragione gli ebrei seppellivano i morti nella roccia? Scavare la roccia non è facile come scavare la terra. Perché non li seppellivano nel suolo? Perché complicarsi la vita a scavare nella viva roccia? E in più scolpire un enorme masso di pietra circolare che viene fatto rotolare all’entrata del sepolcro?
Evidentemente questo obbediva a una ben determinata visione del mondo.
Anche per gli ebrei il mondo dei vivi era radicalmente separato dal mondo dei morti. E andavano tenuti separati! Cosa di meglio di una caverna artificiale scavata nella dura roccia e con un masso inamovibile che ne impedisce l’apertura col rischio di comunicazione tra i due mondi? Cosa sarebbe accaduto se il mondo dei morti avesse invaso quello dei vivi? Certi film dell’horror riprendono questa paura ancestrale…
Per gli ebrei, Dio stesso, il mondo di Dio, il Dio che ha parlato ad Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, ai profeti… non ha niente a che fare con questo mondo dei morti! Dio è il vivente… che c’entra con i morti? Quindi per l’ebreo il mondo di Dio era incomunicabile con questo Sheol ( così gli ebrei chiamavano il mondo dei morti). Era un mondo immaginato, non molto diversamente dal nostro inferno, come un luogo di oscurità, di polvere, di una vita che però non era vera vita.
I morti non lodano il Signore ripetono i salmi e Giobbe (cfr anche Isaia 38,18ss)! Eppure questo era il destino dell’umanità e prima o poi ciascuno sarebbe entrato a farvi parte.
Per questo la fede nella risurrezione dei farisei non cambiava le carte in gioco: perché era una risurrezione non molto diversa dalla maledizione di continue reincarnazioni delle religioni orientali.
Solo la Risurrezione di Gesù cambia radicalmente la visione delle cose. Ed è proprio questo che testimoniano i racconti evangelici con pochi ma significativi indizi che sorprendono i discepoli.
Ecco la sorpresa o meglio le sorprese: Il masso che teneva ben separati i due mondi era stato rotolato via. I due mondi comunicano, diventano un mondo solo! Non esiste più il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Potete ben immaginare ora la paura? E come la fantasia galoppasse…
Ma ecco la seconda sorpresa: il mondo dei morti è vuoto! È un mondo svuotato dal Cristo… Lo Sheol, l’Ade, gli Inferi, non sono più il destino dell’umanità…
In Cristo Dio ha inaugurato un nuovo mondo, il mondo di Dio. Dove l’uomo può fare esperienza non della “vita eterna” (che nell’immaginario comune noi concepiamo come una vita “da morto”), ma della vita dell’Eterno. La vita dell’Eterno non è più appannaggio di coloro che vivono nell’aldilà ma offerta a ogni uomo, in qualunque inferno o mondo si trovi.
Da qui la grande gioia di cui parla Matteo e che pian piano fa capolino anche nel vangelo di Giovanni.
Il regno di Dio
Annunciare il Cristo risorto allora vuol dire uscire da questo schema dualista fatto di aldilà e aldiquà, perché non c’è più l’aldilà o l’aldiquà, ma ce solo l’essere in Dio. Un mondo che siamo chiamati a riscoprire pian piano e che tutti ci accomuna vivi e morti. Dove possiamo ben capire, non ha più importanza essere vivi o morti, ma ciò che conta essere “in Dio”.
Significativa a questo proposito è proprio la seconda lettura tratta dalla lettera ai Colossesi (3,1-4) di san Paolo e che fa propria questa nuova visione che facciamo così fatica a fare nostra:
Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Siete risorti con Cristo: Paolo sta parlando ai vivi, dei vivi: dunque noi non abbiamo più bisogno di essere morti per risorgere (mentre noi pensiamo alla risurrezione come un avvenimento post-mortem). Certo anche i morti risorgono in Cristo, ma questo non vuol dire che non risorgano anche i vivi.
Cristo seduto alla destra di Dio: non nell’aldilà, in un altro mondo quello dei morti, ma nel modo di essere di Dio.
Voi infatti siete morti: sta parlando ai vivi e li chiama “morti”. Invita a superare la visione dei due regni: esiste un solo mondo, vivi o morti che siamo, il mondo di Dio (vita … in Dio)!
Sarà manifestato… apparirete: tutto questo al compimento della storia sarà manifesto e verrà rivelato il senso della storia di ciascuno. Ecco perché ora “la vita in Dio” è nascosta. La prospettiva è storica, sebbene nel suo significato escatologico e trascendente ma esclude radicalmente, smontandola, la prospettiva “pagana” dei mondi separati. C’è una sola separazione: vivere (da vivi o da morti) in Dio o “vivere” (da vivi o da morti) non in Dio.
Il passaggio successivo sarà che morti non sono i morti ma coloro che non vivono in Dio anche se vivi, e vivi sono non i vivi ma coloro che vivono in Dio anche se defunti.
Compreso questo, possiamo verificare concretamente come nella nostra visione delle cose, noi siamo ancora troppo prigionieri del vecchio schema, per cui Cristo è assente da questo mondo, lo concepiamo come vivente altrove, in un altro mondo, in un aldilà del regno dei morti, sebbene nella gloria del Paradiso… E allora che Pasqua è? Che Pasqua festeggiamo? Con questa nostra visione delle cose, noi la vanifichiamo!
Dobbiamo invece cominciare a riscoprire – perché la nostra gioia sia piena – questa novità della Pasqua, che non è semplicemente la storia di un morto che cammina… ma la possibilità data ad ogni uomo di vivere già ora – vivo o defunto che sia – nel “ tempo del mondo di Dio”.
Se questo è vero allora si può ben capire quanto sia legata ai vecchi schemi tutta la nostra paura di morire, di far parte del regno dei morti. Quanto sia pagano tutto il nostro affannarci per ritardarne il momento. Ma se ciò che conta è essere “nel regno di Dio”, essere in quello dei vivi o dei morti non importa. Ed è proprio questo l’“ultimo” capovolgimento della Pasqua per noi che cerchiamo disperatamente di fuggire a una morte che si fa ogni giorno di più inevitabile.
Nella Risurrezione di Gesù è sancita definitivamente una verità che fa fatica ad entrarci nel cuore e nella mente perché capovolge la nostra prospettiva. Se c’è una vita riuscita è proprio la vita di Gesù, una vita che noi non seguiamo perché nel profondo del nostro cuore, siamo convinti (in un certo senso a ragione!) che se la mettessimo in pratica sarebbe – per quanto eroica – storicamente fallimentare.
Ebbene la Pasqua è la proclamazione di questa verità che ci fa paura: Tutto il successo che noi cerchiamo di avere nel nostro concreto vivere è dichiarato, lui sì, “definitivamente morto”. E ciò che “vive e dà vita” è quella vita e quella morte, sempre da riscoprire e ricomprendere, che Gesù ha vissuto.
I nostri maldestri tentativi di ridurre il dramma della Risurrezione dimenticano quindi che se Gesù non fosse risorto (perché “ridurre” è di fatto “negare”), avremmo forse pianto la morte ingiusta di un uomo eccezionale, avremmo forse anche cercato di custodirne gli insegnamenti e i valori… ma come tutti, avremmo continuato ad avere come destino la ricerca di un successo mondano che dopo aver fatto strage di ogni uomo o donna considerati rivali, si sarebbe comunque concluso nel “regno dei morti”.
Ora invece “il Signore è Risorto”, il regno dei morti non ci avrà perché ciò che ci irrompe semmai è il regno di Dio.
mercoledì 24 marzo 2010
Oscar Romero e il martirio continuo: massacro dei cecchini durante i funerali
giovedì 24 settembre 2009
Quando ogni uomo “è dei nostri!”, è arrivato il Regno!
Gesù conosceva bene questo antico tragico dramma del sistema immunitario socio-religioso, che cova sotto la pelle di ogni organismo vivo, e poi scatta al momento del pericolo… pronto a tutto – anche all’omicidio, simbolico o reale!: “è meglio che uno uomo solo muoia per il popolo!”, diceva un esperto del potere ecclesisastico come Caifa (Gv 18,22). Gesù ne era stato scottato amaramente dai suoi stessi parenti – la sua tribù di sangue. Appena, infatti, s’era permesso di criticare il suo gruppo sociale, erano venuti a prenderlo, perché dicevano: “è diventato matto!”(Mc 3,21). Ma in seguito era arrivato il peggio, quando i compaesani “pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4, 29). Eppure proprio là, a Nazareth, era cresciuto, bimbo e ragazzo, aveva lavorato, lo conoscevano tutti…Adesso lo stesso perverso meccanismo spuntava nel suo gruppo, tra i suoi discepoli, che stava educando con tutte le sue cure. Un uomo si era messo a scacciare i demoni nel nome di Gesù… e ci riusciva, anche se era un “discepolo” anarchico, ma convinto che la forza, che vinceva il male, fosse non sua, ma “del nome di Gesù”! Ma non era del gruppo (chiesa) dei discepoli. Allora Giovanni, il figlio del tuono, dal cuore ancora angusto, a nome di tutti, vuole bloccarlo. Non ha diritto di far il bene ‘senza autorizzazione’ - neanche se la gente guariva davvero. Ovviamente il problema era scoppiato tra i cristiani già nella chiesa dei primi anni. Per questo i discepoli tornano all’insegnamento del Signore… cercando la soluzione del dissidio tra “istituzione e profezia”, risalendo alle tante esperienze del popolo d’Israele, fino allo stesso fondatore dell’istituzione: Mosè…
Sono così emerse - talora contrapposte - nella comunità cristiana le due reazioni o propensioni di sempre:
- la centralità della chiesa - attraverso la quale (normalmente se non esclusivamente) Dio salva il mondo. La chiesa è il luogo di “salvezza”, ne possiede “la verità” e i mezzi (nonostante le debolezze), la sua missione è diffonderla e gestirla con un senso di appartenenza fortissimo, e una certa aggressività settaria verso l’esterno ostile…o l’interno poco ossequiente (fino alle scomuniche, condanne, torture, conversioni forzate, crociate…)
- la centralità del Regno, che è la pluriforme opera stessa di Dio nel mondo: Gesù ha predicato questo evento (l’amore di Dio nella storia), sempre presente nel cosmo, ma orami giunto a maturazione con la sua presenza e la sua opera, continuata dai suoi discepoli nella comunità cristiana, la quale è tuttora “il segno del Regno” elevato tra le nazioni, della salvezza già in corso! Anzi, il mandato missionario di Gesù si fa più consapevole di sé proprio nell’incontro con il mondo (cfr. le scoperte di Pietro e Paolo…nei primi passi dell’annuncio, raccontati negli Atti). Prevale lo spirito di solidarietà, umiltà, tolleranza. La chiesa è il dono insostituibile, che lo Spirito ci rinnova oggi, nell’ascolto della Parola e nello spezzare il pane… per donare noi stessi ai fratelli, come Gesù ci ha insegnato.
| CRITERI DI APPARTENENZA | REGNO DI DIO | CHIESA storica |
|---|---|---|
| Soggetto storico “centrale” | Il popolo: poveri, piccoli, malati, peccatori, le folle smarrite senza pastore | clero gerarchico, ordinamento in classi a piramide… |
| segni rivelatori | I segni profetici: andate e vedete: ciechi, storpi, zoppi, indemoniati… guariti | Sacramenti, catechismo, culto, precetti… e istituzioni di carità |
| Ingresso … conversione | Se vuoi, vai … vendi tutto, poi vieni, e seguimi | Incorporazione sacramentale e giuridica, sottomissione intell. morale |
| Giudizi di valore | Beatitudini… e rovesciamento dei comportamenti (… ma io vi dico!) | Morale di fatto medio borghese: proprietà, famiglia, educazione |
| Gerarchie di importanza - precedenza | Prostitute peccatori bambini servi… malati | Papa, vescovi, Preti (maschi), religiosi, …santi |
| Esperti | Piccoli, ignoranti… ascoltatori e facitori della Parola – donne… | Teologi, canonisti, esegeti… |
Da questa tensione irrisolvibile storicamente nasce la tentazione... di minacciare e ingabbiare i “diversi” da noi: “è dei nostri! – non è (più) dei nostri!”. Quante volte… abbiamo visto o partecipato a queste reazioni inimicali e ostili, contro chiunque non si sottomette agli schemi di consenso e alle regole di comportamento, ma segue strade e progetti in proprio: …(salvo dichiararlo profeta dopo morto).
Quando ci si mette con qualcuno (comunità, matrimonio, amicizia…) in verità ci si mette (o ci si trova) a vivere “insieme” con qualcuno, ma non si sa bene “con chi”. Ognuno è ancora un mistero che viene alla luce pian piano – se viene alla luce! In qualche modo ci si “promette al buio”, compagnia, sostegno amicizia, solidarietà: ma ci si svela reciprocamente con grande fatica e tante zone di mistero.
O si accetta, dunque, l’avventura di stare con “un mistero” – disposti ad educarci progressivamente a fare spazio a quanto l’altro riesce a tirar fuori di sé, rischiando a sua volta… O scatta la reazione immunitaria, quando sentiamo la nostra identità in pericolo : “non sei più mio!” – non sei più dei nostri! Perché? Ovviamente il nostro legame di connivenza e di consenso era uno schema “convenzionale”, un contratto tacito o manifesto a difesa della propria sopravvivenza… Non era un dono di sé all’altro, per farlo crescere con il proprio bene, come dice l’esempio e il comandamento di Gesù!. Allora appena i patti sono incrinati e l’altro diventa un pericolo, o appena un altro esterno vuol entrare nel circuito, senza rispettare le regole e le gerarchie, scatta l’allarme… : “Non sei dei nostri!” L’esperienza e l’insegnamento di Gesù sono invece la dedizione assoluta “previa” della propria vita per l’altro!
Pietro e tutti i suoi compagni faranno una drammatica e amara esperienza di tradimento dell’appartenenza – proprio loro, che sono gelosi di un’appartenenza non autorizzata. Basterà che una portinaia gli dica: “tu sei forse dei suoi!?” per spingere Pietro a rinnegare sfacciatamente l’appartenenza al gruppo di Gesù: non lo conosco! per tre volte. Ed era già designato fondamento e riferimento centrale della chiesa! L’appartenenza a qualcuno è, infatti un sentimento forte ed estremamente ambiguo e pericoloso: è il tessuto del grembo nel quale siamo cresciuti, personalmente e socialmente… e rimane l’alveo di protezione che ci sostiene e difende nel cammino verso la prova della solitudine definitiva, che attende ogni uomo, e verso cui camminiamo (come Gesù!). Ma è anche il rifugio del rifiuto di crescere, della voglia di potere collettivo, delle imposizioni mute e violente, delle sopraffazioni nascoste, dei tradimenti… per il cosiddetto “bene comune” – che si dimentica del bene della persona e tende a sacrificarla.
Allora “l’appartenenza”, secondo Gesù, ha questi due premure o sollecitudini radicali:
- un’appartenenza che salva, accoglie e custodisce: ecco il motivo di tanta tenerezza: Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome – perché siete di Cristo… Ecco il compiacimento, non la gelosia, per il bene che altri fanno: Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi.
- un’appartenenza gelosa e rigorosa: Durissima la condanna di chi, invece di accudire, “scandalizza uno di questi piccoli che credono”…. Ma altrettanto chiaro e inaspettato è il comando di reagire violentemente a ciò che “in me” esclude l’altro. E ne ferisce l’appartenenza. Se la tua mano ti scandalizza (qualche tua attività va in crisi a causa dell’altro) buttala. Se il tuo piede (la tua libertà di movimento…) ti è di inciampo verso tuo fratello, tagliala. Se il tuo occhio (la tua visione delle cose …) ti oppone a tuo fratello e lo esclude, rinuncia…
venerdì 18 settembre 2009
Il mistero della sofferenza e ... il bimbo in braccio a Gesù
I ragionamenti dei materialisti peggiori si introducono nella mia mente: Più tardi, grazie ai nuovi progressi raggiunti incessantemente, la scienza troverà una spiegazione naturale di tutto, e avremo la ragione definitiva di tutto ciò che esiste e che è ancora problema, perché ci sono ancora tante cose da scoprire... (VIII.97) . Ecco guarda là quel buco nero (sotto i castagni
vicino al cimitero) dove non si vede più niente; io col corpo e con lo spirito sto in un buco così. Oh! Sì, che oscurità! Eppure ci sto in pace (28.8.979). Non credo alla vita eterna, mi sembra che dopo questa vita mortale non ci sia più niente. Non posso descriverle le tenebre nelle quali sono immersa (IV/97) Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei peccatori mi dicano, facendosi beffe di me: "Tu sogni la luce...credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che tu speri, ma una notte più profonda, la notte del niente" (C 278) S. TERESA di Lisieux, dottore della chiesa
... non abbiamo più bisogno di mettere una distanza di sicurezza (e di condanna!) tra noi e i lamenti di chi “sragiona” sulle questioni ultime di senso o non senso della vita, ma li assumiamo senza repulsione, perché sono “umani”. La loro cura radicale, come di una malattia genetica inguaribile, non sta nel censurarli. Sta nella possibilità di trasformare questa debolezza strutturale in risorsa, affrontandola, appunto alle radici... In epoche culturali nelle quali la fede personale in Dio e i contenuti della fede (cioè l’adesione esistenziale ad un Dio che ci viene incontro – e le parole e gli eventi entro i quali pensiamo di comprenderlo e recepirlo) formavano una sintesi omogenea, pressoché inscindibile, si è pensato che il disagio o le difficoltà del credere (sempre in aumento!) derivassero dal mettere in dubbio le categorie e i simboli che la contenevano e i valori morali che la custodivano e quindi su questi si concentrava l’attenzione apologetica in difesa delle verità della fede. Atteggiamento predominante anche oggi. Ma nel vangelo appare chiaro che la proposta di Gesù non trova ostacolo tanto nella pochezza umana, intellettuale e morale, ma piuttosto nella durezza di cuore del credente stesso, che ragiona ancora ‘secondo gli uomini’, come dice Gesù a Pietro... Non è la consapevolezza tragica della precarietà della vita umana, la ricerca spesso delusa di un senso della vita, la difficoltà a gestire le grandi scelte etiche, che sono di ostacolo al Signore, ma la repulsione verso il nucleo stesso di tutta l’avventura umana di Cristo: l’inscindibile legame tra la sofferenza e la salvezza, la morte e la risurrezione, la debolezza e la potenza, in lui come Messia – e quindi nell’uomo e nella sua storia.
Il primato infatti, palese o inconfessato, è il vero obiettivo della vita umana, nelle forme più diverse e talora felpate! Gesù propone il rovesciamento di questa logica mondana nella quale i discepoli di Gesù (noi) siamo ancora immersi, come scrive Giacomo nella sua analisi drammatica della sua comunità cristiana: c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.... Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Si sta parlando proprio della nostra storia di chiesa (in casa!), appena ci siamo installati nella nostro contesto di fede e, superata la novità dell’incontro avvincente col Signore, emerge la nostra vera identità, rimasta intatta nel profondo, perché è la molla che spinge (e inquina) in realtà le nostre facoltà, desideri, sentimenti – guida ed orienta gli atti e le decisioni della vita e rimane sostanzialmente impermeabile e sorda di fronte alla Parola. E guai, quanto è anche muta, non fa più domande (non cerca e non prega più!). Proprio perché si è rassegnata alla propria pur meschina e bramosa im/potenza. È così ammutolisce la speranza di uscire dal proprio circuito sterile...Essere protagonisti (voler “imporre” l’io a un tu e al coro, per essere considerati e amati!) è un percorso inevitabile di autorivelazione e insieme di autocostruzione di sé, come bisogno di relazione. È il grande compito della nostra vita. Gesù sa bene che ognuno deve percorrere questo difficile cammino dell’autorealizzazione… Ma ad un certo punto il discepolo è messo di fronte alla sorte del Maestro. Se davvero vuol crescere, deve seguirlo: Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti. Se le ripetute esperienze negative l’hanno omai disilluso sulle proprie forze di invertire la rotta del cuore, Gesù, con palese tenerezza, suggerisce un rimedio.
Gesù prende, lì attorno, un bambino nulla, davvero, nella società di allora, l’ultimo della scala sociale e lo pone nel bel mezzo del cerchio dei suoi discepoli sgomenti. Ecco il centro di gravità, l’assegnazione del primato di importanza nel suo gruppo. Ecco la nuova logica su cui è fondato il Regno. E, abbracciando il bambino: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato! Al centro di tutta la Rivelazione c’è... una, anzi, tre identità concentriche, e sono il perno fuso attorno al quale ruota la storia della salvezza: il piccolo, il cristo, il padre – in coincidenza d’amore! Sono identificati in un paradosso di affermazione e di smentita, l’affermazione della fede e la sconvolta smentita dei sensi e della ragione. Come a dire: dunque, voi vedete qui solo un piccolo inabile a tutto: ma nel mio nome (nella mia logica) state accogliendo non lui solo, ma me stesso, il messia della salvezza immedesimato in ogni piccolo – e, in più, solo se mi accogliete io divento il Messia per voi, perchè guardate che non accogliete solo me , ma accogliete, unificato in me il Padre, che mi ha mandato, il quale solo in questo figlio immedesimato nel piccolo vede realizzato il suo amore per il mondo. È un osso duro per la teoria e per prassi ecclesiale, quest’annuncio. Non può essere ridotto ad una commovente esortazione morale al servizio dei poveri. Ma è teologale, cioè ... è Dio che è fatto così! Le tenebre dell’incredulità che ci prendono, noi discepoli, ieri e oggi, vengono dall’immensa fatica o repulsione ad accogliere non tanto la tenerezza di Gesù verso il piccolo, ma l’identificazione (di metodo!) del Messia con lui. Ma proprio per questo, quando Gesù sarà debole e sopraffatto dal potere, Pietro (con tutti noi) sarà cieco e sordo, lo tradirà e tradirà in Gesù ogni povero – e si denuda così la nostra fede monca, senza capacità di opere! L’amore vero, invece, direbbe Teresa (C 288) fa le opere anche in mancanza… di fede, proprio perché il cuore della fede è perdere la propria vita in quella dell’altro, affidati totalmente alle braccia di Dio.
Dove siamo!
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