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martedì 17 febbraio 2009

Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me

È proprio rimasta nel cuore della giovane Chiesa questa pagina del vangelo di Marco (10, 46-52) e poi ha via via accompagnato anche lungo il cammino della comunità cristiana i passi importanti, ha dato origine, proprio questo brano di Marco, ad alcuni passaggi molto belli e preziosi della tradizione catecumenale della Chiesa. E perché? Forse i segni più evidenti sono da una parte scorgere che il senso di questa pagina non è primariamente quello di dire la premura di Gesù per un povero - certo, è evidentissimo, lo manda a chiamare, dice a loro di accompagnarlo - ma è quello di manifestarsi nella sua identità più profonda, tant’é che parla di fede, perché “adesso che mi hai visto, adesso che sei tornato a vedere, adesso riponi una fiducia vera in me”, il cammino della fede, appunto. Ma poi, ed è molto bella questa annotazione, perché proprio questo brano consegna una di quelle preghiere “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, che sono divenute anche le preghiere intense dei poveri, di chi magari non saprebbe pregare diversamente, perché povero, perché la sua vita è travagliata, perché neppure ha il tempo per la preghiera. Nella grande tradizione russa quanto era incoraggiata questa invocazione come preghiera quotidiana, tuttora, ma è ancora bello trovare anche oggi persone, uomini e donne, che questa invocazione “Figlio di Davide, abbi pietà di me” l’hanno davvero quotidianamente a cuore. Qualcuno quando celebra la Riconciliazione dice proprio questa preghiera come atto di pentimento, una preghiera intensa, un’invocazione accorata. C’è anche un ultimo aspetto che la Tradizione spirituale della Chiesa ha messo in grande risalto, proprio nella parte finale, le ultime parole : “subito vide di nuovo”, è tornato a vedere, la gioia del vedere, “e lo seguiva”, ecco, termina con una sequela, con una scelta di sequela, perché quell’incontro non è stato solo il garantirsi di un dono eccezionale - tornare a vedere - ma è stato soprattutto il riconoscere un Maestro, e allora non basta tornare a casa con la proprio gioia, occorre dirgli: “Adesso io ti seguo, Signore, lungo la strada”. Ecco, stamattina il Signore ha preparato per noi questo pagina, perché dia luce e forza e speranza alle ore di questa giornata, perché alimenti la nostra preghiera. “ Signore abbiamo tante ragioni per invocare il dono del tornare a vedere, tante ragioni, e te le affidiamo con l’ implorazione del figlio di Timeo, Bartimeo, “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”.
don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 17 feb ’09

domenica 15 febbraio 2009

Colloquio di studio su Edith Stein



La testimonianza filosofica ed umana di E. Stein continua ad interpellare i giovani d'oggi; il suo iter di maturazione umana che la condusse fino alla dedizione assoluta è iter di santità.
Al Coloquio di Studio organizzato dal Carmelo Teresiano di Enna, Cristiana Dobner, prenderà parte in video conferenza, soffermandosi in modo particolare sull'irruzione di Dio che, in Edith Stein, si palesò soprattutto come Verità.

Vedere dentro, Vedere il cuore!

“Vedi questa donna?” Questa domanda che Gesù rivolge a Simone sta proprio al centro del racconto bellissimo di Luca (7,36-50) che stamattina sta guidando la nostra preghiera, perché c’è modo e modo di vedere. C’è chi vede e prende nota, descrive, e c’è chi vede e scopre il cuore dei gesti che avvengono, il perché, questa è la differenza. I gesti di quella donna a tutti i benpensanti che erano nella casa di Simone il fariseo apparivano assolutamente inopportuni, anzi, francamente scandalosi anche perché fatti così, abusivamente, era entrata senza essere invitata nella casa e poi quella prossimità cercata con Gesù, con la persona di Gesù, bagnando di lacrime i piedi e asciugarli poi con i capelli, sono gesti che dicono una intensità di affetto e di vicinanza e “questa era una peccatrice, lo sapevano tutti”, pensa tra sé e sé Simone. Solo che Gesù ha visto dentro, non ha visto solo i gesti fuori, ha visto il cuore. Simone era fiero di aver invitato Gesù e che Gesù avesse accolto l’invito a venire in casa, a pranzo, ed era probabilmente un fariseo osservante, scrupoloso, conosce i dettagli della legge tant’é che non riesce assolutamente a sopportare che Gesù dia un credito così ad una donna che tutti conoscevano dalla vita sbagliata. Ma non legge dentro, neanche dentro di sé. Non riesce a leggere sé, sta ai codici della legge che conosce, e quindi non ce la fa a riconoscere la diversità profonda di Gesù. Quella donna invece aveva il peso di una vita sbagliata, se lo portava, quasi schiacciandola, ma aveva anche una voglia enorme di rinascere e allora, e allora bisognava esprimerlo e i linguaggi di una persona povera, che sa di essere con la vita sbagliata, i linguaggi sono quelli dei gesti, sono quelli dell’affetto, sono quelli dell’amore e Gesù ha visto questo, ampiamente. La parola bellissima che dice “lei ha molto amato, ha molto amato”, l’orizzonte con cui Gesù scruta e valuta è questo, è qui che tocchiamo con mano la buona notizia del Vangelo, che è la parola di grazia che il Signore ci fa, perché ognuno di noi dopo impari e scelga di amare il Signore e di amare molto il Signore, come “ha molto amato” questa dona peccatrice. E allora questa pagina guadagna un’intensità e una bellezza ancora maggiore di quanto percepisci ascoltandola, è davvero una pagina che dopo ti impegna la preghiera, che ti fa sgorgare dentro un senso profondo di gratitudine, quando evocavo all’inizio il titolo che è stato dato a questa domenica, “La domenica della divina clemenza” il titolo, bello, però è astratto, ma adesso la vediamo esercitata la divina clemenza e questo è infinitamente più bello, è commovente. La divina clemenza che si esprime in questi gesti ospitali che Gesù rivolge nei confronti di una donna dalla vita sbagliata. “Hai molto amato, và, la tua fede ti ha salvato, sei rinata”. E quando un’esperienza così entra nel cuore può cambiare davvero molto nella vita, del resto Paolo è il testimone più convincente di come la vita possa cambiare quando una condizione così entra nel cuore. Rileggo soltanto una frase del testo ai Galati (2, 19-3,7) che abbiamo ascoltato poco fa: “Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me” e aggiunge “e questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me”. “ Mi ha amato”, questa è la mia nobiltà, questa è la mia grandezza e allora la vocazione della vita è evidente che diventa quella del restituire un amore, restituire, perché il suo è stato, ed è, sovrabbondante, immeritato, glielo restituiamo l’amore. Eppure, ed è l’ultimo accenno che faccio riprendendo il testo di Osea (6, 1-6), probabilmente è una pagina che guidava quella che noi oggi chiameremmo una liturgia penitenziale; da una parte dice la coscienza che il popolo ha della propria vita fatta di lontananza e di errori, ma “Lui ci farà rialzare”, “la sua venuta è sicura come aurora”, c’è dentro una speranza profonda perché sta toccando con mano, questo popolo in cammino, l’amore di Dio; e la risposta di Dio nella seconda parte del testo è bellissima: “Io vedo che voi promettete ma poi la vostra promessa dura il soffio di un mattino, ma io non abbandono, però, voglio l’amore e non i sacrifici”. “Voglio l’amore”: eccola qua la parola chiave che poi riecheggia nel Vangelo di Luca, “Voglio l’amore”. Questa è la parola forte il Signore stamattina ha preparato per noi, per questa eucaristia domenicale. “Voglio l’amore”, “ha molto amato questa donna”, l’ amore genuino al Signore, umile, fatto nella coscienza che siamo poveri e spesso diventiamo lontani da Lui, che non facciamo, non riusciamo a mantenere promesse espresse, la vita è spesso intrisa di fragilità, di sbagli, ma questo mai porterà via la possibilità gioiosa di amare. “Tu ci stai a cuore, Signore, Tu sei grande con me, Tu sei il Signore!”. Ecco, questa è la preghiera di oggi.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 15 feb ’09, penultima domenica dopo l’Epifania

martedì 10 febbraio 2009

Eluana Englaro - Una traccia feconda

La sua morte e le nostre domande

Il tessuto della vita umana si è lacerato, definitivamente, il punto di non ritorno non è stato raggiunto con esperimenti scientifici o in base a protocolli legali, Eluana ha dimostrato di essere persona e persona viva, con decisione propria. Ha riconosciuto il suo momento.
Attraversare quella linea che separa il tempo dal non tempo è inscritto già nel nostro nascere, non saremmo persone umane se così non fosse. Tutto il creato conosce questo moto che procede inesorabile. Non è però da tutti poterlo attraversare facendolo proprio, non con un’eutanasia indotta o provocata, ma con il gesto di colui che lancia in mare, per l’ultima volta, la sua barca e poi la segue, iniziando così l’ultimo grande viaggio. Solenne perché la partenza è nota, è nostra, l’arrivo desiderato e amato, se si è vissuti nella fede, perché è il Volto del Padre, ma pur sempre con un margine di non conoscenza che scuote la nostra natura umana.
Mentre scoccavano le sue ultime ore, riandavo ad una xilografia antica, conservata in un’abbazia, in cui il Padre abbraccia il Figlio inchiodato sulla Croce, mentre lo Spirito aleggia sopra di loro. Un abbraccio che sostiene, che dona forza nella paura attanagliante della prospettiva di un deserto in cui mancano cibo e acqua, non perché non ci sono o sono esauriti, ma perché, consapevolmente, ti sono stati negati e sottratti.
Questo è l’oltraggio più tagliente: chi con te cammina e condivide l’esistenza, proprio questi ti costringe nella trappola di un deserto che non conosce oasi. Da qui, la grande marea montante e impetuosa del panico che avvinghia e che conosce una sola uscita: lasciarsi travolgere.
Nell’abbraccio del Padre però Eluana non è stata travolta ma accolta, fin da quando l’amore dei genitori l’ha immessa nella storia, un grembo che stringe sempre generando e ricomponendo, quando gli eventi del quotidiano ammaccano.
Per i credenti, tutta la Chiesa, non in una massa anonima ma in una comunità di volti conosciuti, è sempre stata pulsante intorno a lei e con lei, tutti con l’empatia dettata dall’appartenere alla grande schiera di coloro che sono stati in cammino verso il Padre, ciascuno a suo tempo e nel suo proprio segmento di storia.
Il silenzio della lastra di marmo che la copriva ora si è rotto, ma rimane il nostro, forse finalmente non ribollente, privo del rumore delle parole polemiche e degli interventi di schieramento, ma ricco della nostra umanità condivisa e partecipata dinanzi ad una realtà che sempre ci supera e ci interpella.
Il bozzolo di pietra si è scisso e si è schiuso, non verso la pianura degli asfodeli del mondo greco, ma verso quel giardino in cui il Creatore passeggia alla brezza della sera e parla con gli uomini e con le donne, guardandoli in volto.
Non si percepisce estraneità e tristezza in questo lasciare noi ancora viandanti, perché Eluana ha impresso una traccia feconda che ha suscitato le grandi interrogazioni, sempre micidialmente senza esiti, ma simultaneamente lo slancio delle risposte concrete, intrise di dedizione, di amore, per mesi e anni di prossimità gratuita.
La sua debolezza non parlò il linguaggio dell’inefficienza, dell’inutilità ma quello della fragilità della nostra argilla che, improvvisamente, può cedere nella sua struttura e ridursi ad un ammasso informe.
Nessuno nella vita è forte oppure ha acceso un contratto di garanzia di riuscita, di vigore, di potenza; tutti se non sono deboli, possono diventarlo domani. Tutti, solo se coesi e solidali possiamo arginare la nostra argilla, ridarle forma con qualche colpo di pollice amico.
Chi è debole diventa quella leva che aziona i pensieri segreti trattenuti nel più intimo del cuore, che emergono senza steccati e rivelano la verità del sentire.
Una fecondità nuova può venire a noi proprio da Eluana, una presa di coscienza verso gli inermi, verso chi non può neppure tendere la mano ma ha bisogno che sia afferrata per resistere. Nessun secolo è stato indenne dalla sofferenza fisica o mentale, dalle malattie o dai disastri ecologici, la vita però non ha mai perso la speranza.
Margherite Yourcenar chiamava il transito “morire a occhi aperti”, Eluana vissuta ad occhi aperti, ha deciso lei stessa che il suo soffio avrebbe trovato il riposo, si sarebbe potuto adagiare nel grande Soffio dello Spirito.
Il respiro donatole in quel soffio creatore non si è spento o si è esaurito, il Creatore stesso lo ha raccolto nell’abbandono del primitivo gesto di amore, in quel bacio che suggella il ritorno a casa, soffio nel Soffio.

di Cristiana Dobner, carmelitana scalza, in SIR, 10 febbraio 2009

domenica 8 febbraio 2009

Grido Muto


Nota su Eluana Englaro

Il silenzio avvolge Eluana da tanti anni, sembra che una lastra di marmo impedisca ogni contatto, ogni rapporto, quando la persona umana invece è dialogo, parola, corrispondenza sensibile. La conclusione parrebbe lineare: Eluana non è una persona umana, meglio, non lo è più, perché vive una condizione di morte, di assenza. La parola, espressa ed accolta, è indubbiamente la condizione privilegiata della comunicazione ma, se ad essa non fosse sotteso il silenzio, sarebbe solo borbottio, susseguirsi di suoni. Chi ha saputo entrare nel silenzio di Eluana, perché ogni giorno si è chinato su di lei e si è preso cura di ogni sua necessità, ha appreso una nuova lingua, una comunicazione che passa nell’immobilità attraverso quanto abbiamo di più sensibile: la nostra pelle, il nostro semplice esistere. Noi siamo pelle, siamo dentro questo sacco che ci contiene e che dice chi noi siamo. La rispondenza ci attraversa senza che ce ne rendiamo conto. Quante volte ci riscontriamo sensibili a presenze silenti? Al nostro sentire lasciato libero, senza coercizioni?
Mi infilo nel sacco di Eluana e provo a comunicare e mi risulta impossibile, ma trasmetto onde, dolore, sensibilità, gratitudine. La sofferenza e il dolore, da sempre hanno attanagliato l’esistenza umana con i loro interrogativi ineludibili e senza risposta. Non possedere, cioè tenere argomentata una risposta non significa essere irrazionali o dementi. Significa camminare nella storia delle persone con il cuore che pulsa dinanzi al mistero che procede con noi e che suscita, questo sì, una risposta precisa dinanzi al fratello o alla sorella che sta incidendo, nel grande mosaico della storia, la sua tessera con il proprio dolore. Significa porgere la mano e prestare ascolto al grido che lacera il nostro quotidiano e ci distoglie dalla ricerca del welfare, del benessere, della corsa alla carriera, dalla vacuità. Il grido muto di Eluana percorre le tenebre e le lacera, ed è luce perché la sua drammatica realtà comporta l’interrogativo ultimo sul nostro esistere e sul nostro essere e contiene anche la nostra risposta, se la vogliamo dare.
I genitori hanno donato la vita e l’esistenza, ma l’hanno donata per sempre, non diventiamo mai un numero – ed è spontaneo ricorrere alla barbarie nazista- non diventiamo mai un caso, siamo sempre figli e figlie da scortare nel tratto di esistenza che ci è riservato. Non sono medico e non posso esprimere pareri scientifici, ma sono persona che respira e che ha potuto stare accanto ad una sorella che, nella stessa situazione di Eluana, respirava e nulla più. Per noi, sue sorelle, il suo silenzio, la sua immobilità, erano celebrazione, rimando a realtà più grandi, ad uno stare insieme perché si è giunti a quel punto in cui tutto crolla, ma l’essere e il suo destino eterno rimane. La dignità del morire risiede, negli ultimi istanti, nella comunione di consapevolezza che circonda chi è morente, non nella rapidità dell’eliminazione senza agonia, ma nel riconsegnare il respiro a Colui che lo ha donato. Con quale consapevolezza Eluana respira?
Con la nostra, con quella comunione che stringe e non avvinghia chi, attonito ed addolorato, fa cerchio intorno. Soprattutto quando il silenzio grava e morde. Il Creatore sta piangendo con noi: piange con Eluana in quel pianto silenzioso che non udiamo, piange con noi che non sappiamo lasciarci intridere da quelle lacrime e dare una svolta alla nostra mentalità. Vita non è solo efficienza, “normalità”, vita è dono che consacra il tempo e la storia, vita è flusso continuo di grazia, di amicizia. Se la nostra vicinanza solidale ed orante continua a stringere la mano di Eluana, quanto più il Signore che la abita, la sta accompagnando. Non è retorica o pia devozione, è certezza di fede e rispetto per ogni essere umano che non si può eliminare con strumenti giuridici o scientifici, ma che si deve solo accogliere e servire. E non è retorica immaginifica ma realtà, chiedersi quanto Eluana percepisca, se non proprio oda, di tutto il nostro tramestio che rompe il suo silenzio e lo rende ancora più doloroso perché non accogliamo lei così com’è ma come noi vorremmo fosse. La lastra di marmo la frantuma soltanto l’accoglienza amorosa di Eluana che declina una lingua nuova per comunicare nel più profondo, per dare al silenzio il suo valore di attesa, di restituzione, di figlia e sorella che attende solo un abbraccio caldo e solidale e non un giudizio sulla sua esistenza, se già lo da lei con il suo respiro.

di C. Dobner, in SIR, Domenica 08 Febbraio 2009, ore 13:45

La gioia di una accoglienza inaspettata

Quando incomincia questo incontro - il racconto che Matteo (15, 21-28) ora ci ha fatto riascoltare - le distanze sembrano davvero enormi e quindi parrebbe davvero inavvicinabile la possibilità che la vita di questa donna e il Maestro di Nazareth si possano davvero incontrare, perché già il territorio è straniero, la zona di Tiro e di Sidone e per di più lei è donna straniera, dice “è una donna cananea”, che veniva da quella regione, e poi questo modo sgraziato, grida, è tipico di chi non sa contenere il disagio e il dolore che ha dentro e allora lo butta fuori come può, come sa, e in una forma fastidiosa se è vero che i discepoli dicono “esaudiscila perché, vedi, ci viene dietro gridando”. Ma poi questa distanza si acuisce ancora di più e, direi, sorprendentemente per questi due primi atteggiamenti di Gesù, quando annota che “non gli rivolse neppure la parola”, non è lo stile consueto di Gesù, ma Matteo lo registra questo e anzi ci aggiunge anche una risposta più tagliente, “io non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” e lei non è di quelle; quindi, davvero sembra impossibile l’incontro. Ma i poveri hanno una loro forza, innata, e il dolore di una mamma per la sofferenza del proprio figlio - malata sua figlia gravemente - il dolore di una mamma sa sfondare, si propone e lo fa con quelle frasi divenute bellissime e indimenticabili, - come vi inviterei a tenerle nel cuore queste espressioni, come invito ad una confidenza sempre grande con il Signore - perché a quella frase forte e dura di Gesù, “non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”, quindi marca ancora la distanza: “tu non sei di casa, tu sei straniera!”, lei restituisce una risposta inaspettata e bellissima “è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”, non si offende d essere messa nel numero dei cagnolini, non pretende di divenire figlia, ma “anche loro, i cagnolini, hanno una loro dignità e il mio dolore te lo affido”. Questo atteggiamento umile e intensissimo di fiducia sfonda e Gesù le restituisce la gioia di una accoglienza inaspettata “donna grande è la tua fede! Avvenga di te come desideri”. E’ entrata, non c’era ragione per tenerla fuori perché la fede, la fede vera, fa diventare di casa, introduce, crea una famigliarità reale, e Gesù la riconosce in questa mamma affranta dal suo dolore. Questa è la parola del Vangelo affidata oggi alla Chiesa perché a questa Parola attinga, perché da questa Parola impari questa magnanimità di cuore, questa accoglienza ospitale, questa grandezza d’animo: Dio non fa selezioni, non butta fuori quando vede la sincera apertura del cuore, accoglie, introduce e non importa chi è colui che bussa, da dove viene, se straniero o del paese nostro, se lontano o vicino, se segnato da sbagli che schiacciano la vita oppure già retto ed onesto, “adesso mi cerca con cuore sincero e io non lo faccio aspettare”. “Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. Ecco questa Parola è proprio un regalo grande del Signore per questa domenica e consentiamole di entrare, nel cuore, quando una Parola così cominci non solo ad udirla, ma a farla tua, a crederla profondamente vera, molti aspetti della vita cambiano, molti linguaggi, stili, comportamenti, atteggiamenti, cambiano perché in qualche modo sei profondamente toccato da questo stile magnanimo e ospitale di Dio e allora dopo che fai, il piccino con gli altri ? Il gretto? Quello che fa finta di non udire, di non vedere, quello che non raccoglie il grido di chi soffre? Ma se non lo fa Dio con noi! E per fortuna che Dio è così. Qui poggia la nostra speranza più vera. I testi, tra l’altro, sia quello del profeta (Is 60, 13-14) e quello che già richiamavo all’inizio di Paolo (Rm 9, 21-26), sembrano volerci dire guarda che questo non è capitato a caso nel territorio di Tiro e di Sidone, questo progetto di magnanimità stava da sempre nel cuore di Dio. Il profeta lo aveva intravisto quando parlava degli oppressori che vengono ospitati, e Paolo lo riconosce come dono meraviglioso dell’Evangelo del Signore. Ecco oggi la nostra preghiera sia questa, che l’accoglienza che diamo alla Parola abbia questa schiettezza, questa profondità.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 8 feb ’09. V domenica dopo l’Epifania

domenica 1 febbraio 2009

Dare credito a uno così!

Certo rimanere nel sonno mentre c’è una bufera di vento e l’acqua invade la barca continuamente, è proprio sorprendente. Andavo a scuola tutte le mattine da ragazzetto in barca al mio paesello, e una scena così è assolutamente inimmaginabile: quando c’era vento altroché si era svegli, tutti, anzi, con una paura enorme.
Ma l’intento, appare evidente quando entriamo in preghiera di fronte a questo Vangelo (Lc 8, 22-25), l’intento non è quello di dire una cosa scioccante, che stupisce, è piuttosto quello di regalare una certezza: anche nei momenti duri di bufera e di tempesta, Lui c’è e dà pace. Mi pare proprio questo il cuore di questa pagina bellissima di Luca, tant’è che anche quando si apre un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli che sono impauriti e nel panico nella barca, il dialogo non avviene su cose eccezionali che sono accadute, ma su qualcosa che poi si decide nel cuore: sono due le espressioni che emergono. La prima è quella dei discepoli: “Chi è costui?”, “Mai vista una cosa così: chi è costui?”. L’augurio di Luca, che ci consegna questo racconto, è: “fallo il cammino per capire chi è Costui e fallo fino in fondo, e fallo con amore, perché uno così merita davvero di essere conosciuto, e bene, e da vicino. “Chi è costui?”, una domanda che questa mattina è bello tenere nel cuore, come regalo di questa celebrazione domenicale. E poi, l’altra espressione è di Gesù: “Ma, dov’è la vostra fede?”. Ecco, domanda la libertà della fiducia: “Sono qui, fidatevi però”. La vicinanza che sceglie di aver con i suoi, gli legittima la domanda: “Ma abbiate fiducia, abbiate fiducia!”. E qui avvertiamo subito che il Vangelo, questo Vangelo, è andato oltre questo episodio, è andato oltre quel momento, oltre quell’episodio, tant’è che questa mattina è impossibile udire questa pagina come se fosse un racconto che ha toccato altri. Certo che li ha toccati, ma questa pagina la stiamo udendo noi, noi adesso, e questa pagina, proprio per quello che esprime e che consegna, parla a noi, adesso: “Anche nelle situazioni più difficili Io ci sono, contateci!”. E’ dentro, facciamola fiorire la voglia di rispondere: “Chi è costui?” perché è, perché lo cerchiamo, perché camminiamo verso di Lui, perché ci lasciamo attrarre e persuadere dalla parola del suo Vangelo, perché la nostra vita diventa cammino, diventa ricerca, diventa viaggio. Vogliamo vederlo da vicino Costui a cui i mari e i venti obbediscono.
Del resto ci direbbe il testo antico che abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza (19, 6-9), del resto aveva già dato prova, meritava una fiducia così: quando in quella situazione del tutto improbabile ha fatto uscire all’asciutto attraversando il mare il popolo schiavo e gli ha dato la gioia di intraprendere l’esperienza dell’Esodo. Questo è il Signore: fedele nella sua Parola, che adempie le sue promesse. Veniva da lontano, quindi, un annuncio come questo; il Vangelo, certo, lo conduce a compimento, molto più in là di quanto noi avremmo osato sperare e tanto meno pretendere.
Ma è bello anche sentire con quale animo ce lo dice Paolo (Rm 8, 28-32) che vale la pena di fidarsi del Signore e vale la pena di cercare in tutte le nostre risorse, di intelligenza e di cuore, chi è il Signore. Questa pagina bellissima del capitolo 8 della lettera ai Romani enumera, quasi in una successione incalzante di verbi tutti i doni ricevuti, perché chiamati, conosciuti, predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio, e poi ancora, chiamati, giustificati, glorificati. Ha fatto questo, ha fatto questo, non l’ha solo promesso, questo è accaduto, questo è il dono della Pasqua. “Questo è accaduto in me, Paolo, che vi sto parlando”. E io a uno così non do credito? A una promessa che si compie in questo modo, non apro il cuore con una disponibilità vera? Ecco il dono della Parola di questa domenica, della Scrittura Santa che ci accompagna nell’Eucaristia e che fa da faro di riferimento per l’intera settimana.
Oggi è anche bello sentirsi in una comunione di preghiera con tutte le Chiese: celebriamo la domenica per la vita. E come mi piace dire soltanto questo: questo è davvero il Dio della vita, questo, il Dio dei viventi, e l’amore alla vita, e la custodia del dono della vita appassionata e intelligente, fraterna e sincera, trova qui la sua radice più profonda, che “Tu sei il Dio della vita! E da Te non l’abbiamo ricevuta. E a Te noi faremo ritorno, perché la vita non termina, nella Tua casa la vita continua definitivamente, ed è nella tua casa. Noi di questo, Signore, ti rendiamo grazie.”

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 1 feb ’09, IV domenica dopo l’Epifania

domenica 25 gennaio 2009

Come una piccola scuola dove apprendiamo a vivere di Vangelo


Certo imitare la famiglia di Nazareth - troppo singolare l’esperienza di questa famiglia - non è possibile, ricalcando passi, situazioni, avvenimenti, però imparare a prendere il Vangelo dalla famiglia di Nazareth, oh!, questo si; anzi mi chiedo se questa non sia la grazia di questa domenica che celebra la festa della Santa Famiglia di Nazareth.
E facendoci aiutare come sempre, anche se solo inizialmente, poi dopo ognuno può continuare nella riflessione e nella preghiera anche lungo il giorno e nei prossimi giorni, facendoci aiutare da questi testi proclamati, come una piccola scuola dove apprendiamo a vivere di Vangelo.
Ci direbbe quel testo molto bello del profeta (Is 45, 14-17) che abbiamo ascoltato poco fa, “non cercando logiche di potere o di forza, ma percorrendo piuttosto i sentieri della mitezza, della giustizia, della bontà”. Questo apre il cuore di una famiglia, di una comunità, di un popolo, alla logica di Dio. E queste parole come diverranno sempre più incisive e concrete man mano che questa logica di Dio si andrà manifestando. Questo era un momento, certo importante, del cammino del popolo di Dio, ma dopo, pensiamo il momento dei libri della Sapienza, il momento di Gesù, questa logica di Dio, intrisa di mitezza e di bontà e di magnanimità sempre più evidente sarebbe apparsa. Questo è un apprendere il Vangelo, e questo vuol dire custodirsi bene da affanni eccessivi, da logiche che non sono somiglianti al Vangelo, e anche all’interno di un’esperienza di famiglia, di comunità, tutto questo può accadere, lo sappiamo, l’esperienza ce lo va dicendo, e come allora diventa bello questa mattina pregare il Signore Dio perché questo ci sia dato come dono e come grazia.
Oppure ci direbbe il testo della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 11-17): “prendendosi cura degli altri”, come Lui, in tutto simile a noi, “si è preso cura della stirpe di Adamo” – bellissima questa frase che commenta il mistero dell’Incarnazione del Signore in una forma ineguagliabile come profondità, come bellezza. “Il prendersi cura di” fratelli e sorelle, questo è un apprendere il Vangelo, l’imparare il Vangelo. Ed è l’augurio che la liturgia di oggi sembra consegnare alle famiglie: diventino sempre più spazio e luogo dove la scelta del prendersi cura diventa un valore amato, uno stile educativo, una cosa che ci aiutiamo a perseguire in profondità. E questa ci è data come possibilità, anche avessimo difficoltà, e magari serie, dentro il cammino della nostra famiglia, comunque questa libertà del continuare a prendersi cura, del farsi carico di altri, questa nessuna situazione ce la potrà sottrarre, rimarrà una possibilità sempre aperta; anzi, a volte, sono proprio le persone più segnate dalla prova che si rivelano più capaci di prendersi cura di altri. Quasi come se la prova affinasse il cuore e ci rendesse più capaci di una disponibilità sincera.
Oppure, ed è l’ultima strada che la liturgia ci propone in questi testi: quell’abitare i confini piccoli di Nazareth, si concludeva così il brano (Lc 2, 41-42): “venne a Nazareth e stava loro sottomesso e sua Madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. Come un invito a non ritenere mai che la vita feriale, sempre identica nei suoi ritmi, in contesti semplici e poveri dove scorrono i nostri giorni e i nostri anni, non rassegnarsi mai a pensare che essi diventino la tomba dove si spengono gli ideali, dove i valori grandi escono mortificati. Ci direbbe l’esperienza di Nazareth: “guarda che piuttosto è vero il contrario, che abitare nei confini poveri, con una carica di amore vero, con uno sguardo comunque che va oltre i tuoi confini e che vorrebbe abbracciare l’intera ricerca e sofferenza dell’uomo, questo non è il far morire gli ideali, anzi è un alimentarli e in maniera grande e vera”. Forse alludeva a questo in quella risposta Gesù alla madre e al padre che angosciati lo cercavano: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.
Ecco sono alcuni doni che riceviamo nella liturgia di oggi, in questa domenica della famiglia e sappiamo quanto parole e convinzioni così diventino sempre più preziose oggi. E’ insidiata in mille modi oggi la famiglia, addirittura a volte nella stessa possibilità di esserci; e anche quando poi è data la libertà di farla nascere una famiglia, nelle scelte libere del cuore di un uomo e di una donna, la storia ci sta dicendo quanto sia frequente il frantumarsi di tutto, e magari dopo pochissimo tempo. Comunque il venir meno di un sogno , di una scelta, di un amore perseguito come senso della propria vita. A volte tutto questo sembra introdurre uno sguardo pessimista e negativo, che non è più capace né di sognare né di rilanciare, quasi incapsulato dalle tante drammatiche situazioni che segnano oggi la vita di tante famiglie o mettono in salita il loro cammino, anche dal punto di vista delle risorse di cui vivere, delle risorse economiche.
Pregando con calma questi testi, francamente sentivo piuttosto un invito nella direzione opposta: non ad intristirsi fino a divenire incapaci di intuire i valori più grandi, piuttosto un incoraggiamento è ad amarle ancora di più queste scuole di Vangelo, perché poi è forse questa l’esperienza che custodisce e che salva, che consente di nuovo di rimettersi in cammino, di nuovo di dire a dei giovani che un’esperienza come quella di vita matrimoniale è esperienza degna del nome della vocazione, esperienza degna di essere amata e vissuta con tutte le proprie capacità. Ecco, stamattina noi siamo pochi a celebrare, ma come è bello sentirsi dentro lo sterminato mondo delle famiglie e pregare con loro, e pregare a nome loro e pregare noi stessi come famiglia Tua, Signore.
don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 25 gen.’09, Santa Famiglia di Nazareth

lunedì 19 gennaio 2009

L'impeto dell'irruzione


Leggendo il messaggio dei vescovi

Con tutto il rispetto e l'ammirazione dovuta al genio di Simone Weil qua e là un colpo di pollice al suo pensiero è dovuto; scriveva: "Come gli indù hanno visto, la grande difficoltà per cercare Dio è che lo portiamo al centro di noi stessi. Come andare verso di me? Ogni passo che compio mi conduce fuori di me. È per questo che non si può cercare Dio. Il solo procedimento è di uscire da sé e di contemplarsi dall'esterno. Allora dal di fuori, si vede al centro di sé Dio tale qual è. Uscire da sé è la rinuncia totale ad essere qualcuno, il consenso completo ad essere qualcosa".
Prova a cercarLo e continuerai a cercarLo senza sosta perché rischi di non trovarLo, mai e in nessun luogo, neppure con il procedimento suggerito dalla filosofa francese.
Noi non conosceremmo Dio se Dio stesso non fosse venuto verso di noi. Il movimento è decisamente di segno opposto. Il messaggio della Cei per la Giornata della vita consacrata lo sottolinea con vigore e autorevolezza, citando lo stesso Benedetto XVI: "Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l'esperienza dell'essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; […] è l'essere colpito dall'amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell'intimo e lo trasforma; [...] è l'impatto dell'amore di Dio sul suo cuore".
E, se si parla di impatto non si parla di scontro o di inciampo. In modi diversi, tanti quanti sono i volti delle persone, Dio irrompe. Quando crede e come crede e, soprattutto con chi crede. Ma irrompe. Vale a dire si fa sentire, si rende percettibile, in sfumature dalla diversa cromatura, fino a far dire a Paolo "l'amore del Cristo ci possiede" (2Cor 5,14). Tre sono le dimensioni che il verbo greco contiene ed esprime nell'amore agapico di Cristo:
- ci avvolge: è un abbraccio che stringe? Una nube che circoscrive? Una luce che penetra e stacca da tutto? Un sussurro che annulla ogni richiamo? Ognuno, secondo l'antico detto, reagisce … secondo il proprio recipiente!
- ci coinvolge: non è un punzone di qualità però inerte, è come il morso di una tarantola che mette in movimento ma per la vita non per la morte. Richiede tutta la persona perché il Tutto ha donato tutto.
- ci travolge: perché il mutamento scatta e contagia. Le dimensioni di prima appaiono (e forse sono) insufficienti, limitanti. Abbatte perché crea. Quella gamba ferita di Inigo de Loyola che preludeva alla fine della sua carriera militare e di corte per un'infermità inaccettabile, è diventata la sua salvezza e la salvezza di tanti.
Irruzione significa moto irruente, inarrestabile, movimento che nessuno può fermare, ostacolare e , malgrado, tutti i monitoraggi odierni neppure prevedere. Nessun sensore scatta in preallarme.
L'irruzione avviene e poi si constata.
Con buona pace di Simone Weil, peraltro acuta e fine interprete del sentire umano, Edith Stein invita invece ad entrare dentro di noi, a lasciarci trasportare dall'impeto dell'irruzione, di Lui che si fa presente e pone un pressante e ineludibile interrogativo: Lo accetto o lo rifiuto? È in gioco la libertà.
Chi nel vortice subito comprende che Cristo lo vuole tutto per il Padre, quale segno profetico della vita che ci attende, si slancia e accetta i sigilli dei tre voti. Non pensati o ritenuti, ahimè, quali vincoli giuridici, canonici (conoscono anche questo aspetto), ma quale risposta alla Luce che travolge, quale dono di una vita avvolta, coinvolta e travolta dall'amore agapico.
Le battute sulla molteplicità e pluriformità degli Istituti di vita consacrata pullulano ma rivelano un aspetto che dovrebbe far tremare le vene ai polsi: Colui che irrompe e travolge, rispetta nel modo più assoluto la persona e la lascia reagire per quella che è ma con lo stigma dell'Assoluto ormai impresso.
Allora non si è qualche cosa, anche se per Simone Weil tale espressione indica l'esproprio totale, ma si è un "chi" in relazione, viva e pulsante, con il "Chi" che si è rivelato e donato. L'alchimia della pietra filosofale dell'amore è compiuta: la ferita impressa da Colui che irrompe sana e sospinge al servizio del Padre, della Chiesa e dei fratelli. Non dal di fuori guardando Dio, ma dall'interno, nel Dio che ha rotto le barriere trasfigurandole.
Simone Weil si è spesa gratuitamente fino a morire, cioè a donare la vita. Chi porta impresso l'amore agapico nel segno dei tre voti, vive in Colui che è morto per noi e può gridare con Paolo: "Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura". "Per me il vivere è Cristo". Nell'irruzione.
C. Dobner in SIR, 14 gennaio 2009

Il vino buono del Vangelo


Vuole un po’ come ricondurci verso la riscoperta di un Volto vero del Signore, la liturgia di queste domeniche, anche quella d’oggi, appunto, come a rendere ancora più luminosa quella manifestazione del Signore, che abbiamo celebrato il suo inizio proprio nella solennità dell’Epifania.
Se preghiamo così i testi che ora stanno accompagnando la nostra preghiera domenicale, ci accorgiamo di alcuni elementi di risposta preziosi che poi aiutano un cammino di fede, indicano mete e passi da compiere, da atteggiamenti da coltivare. Ci direbbe, ad esempio il profeta (Is 25, 6-10a), “Vedi, il Signore è uno che le compie le promesse, non si limita a farle, poi le conduce a compimento, il Signore è fedele alla sua Parola”. E il profeta lo dice con gioia, con gratitudine, lo ricordavo all’inizio: “Questo è il Signore in cui abbiamo sperato!”. Con una sorta di fierezza nel riconoscere che il Dio in cui abbiamo e stiamo riponendo le nostre speranze, è un Dio che non tradisce, che non cambia le carte in tavole, che mantiene la parola data. E allora la Parola che Lui ci ha consegnato, nel Volto del Signore, nel Vangelo del Signore, questa è la Parola da custodire nella vita, questa è la Parola da cui farsi irradiare nella vita, questo è il luogo dove attingere una luce che poi orienta i nostri passi.
Oppure ci direbbe Paolo, e riprendo almeno qualche aspetto di questa bellissima pagina della lettera ai Colossesi (2, 1-10a). Cioè l’aver imparato a conoscere il Signore vuol dire adesso radicarsi in Lui: “Camminate radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede”. Questo è un tipo di consegna che può fare uno che ha veramente compreso, che ciò che Dio ci ha dato attraverso Gesù, attraverso il Vangelo di Gesù, nella presenza viva di Gesù, è qualcosa di solido, che ha la stabilità di un fondamento: costruisci sopra un fondamento così, stai tranquillo, la casa reggerà, qualsiasi tempo ci sarà regge, perché questo è fondamento solido. E utilizza le immagini a lui care, del “radicati e costruiti su di Lui”. Dice una stabilità, dice una fedeltà che no si lascia contaminare da rischi o da paure, da seduzioni o da prove: “sei Tu la mia roccia, Signore; sei Tu Colui sul quale poggiamo la nostra speranza”. E questo dopo che risorsa diventa in un cammino di fede, quando sono queste le condizioni che ci sostengono, davvero il Signore consente di andare lontano perché queste sono parole forti, hanno un fondamento solido.
Ma poi di quella pagina indimenticabile che sono le nozze di Canaa, che il Vangelo di Giovanni (2, 1-11) ci regala, raccolgo l’ultimo aspetto, anche qui solo qualcosa di questo testo molto più ricco. Da una parte, ecco, quella consegna che viene, ed è bello questo, dalla Madre di Gesù. E’ lei che vede l’imbarazzo degli sposi, vede il disagio per una inevitabile figuraccia, e risolve, quasi introducendosi a sorpresa – “non è ancora giunta la mia ora”, le dice Gesù -, ma la sua parola rimane ferma: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Ecco, questa è una consegna, di fare ciò che ci dice il Signore. La fedeltà alla parola del Vangelo è espressa con una forza davvero straordinaria, e noi una Parola così la dovremmo raccogliere, per di più, viene da lei, da Maria di Nazareth, viene dall’attenzione squisita che ha verso questa gente semplice, che vedrebbe rovinato un giorno di festa su cui aveva puntato tanto e da tanto tempo.
Ma anche un ultimo aspetto vorrei affidarvi per la preghiera, quello dell’attingere al vino buono del Vangelo, a un vino non contaminato, non annacquato, il vino buono del Vangelo. Questo è un invito a non intiepidire la vita lungo il cammino, a non rendere sbiadita la Parola che invece è luminosissima, come quella del Vangelo, a non far venire un otre appesantito un passo che invece ha sempre bisogno della vivacità e della convinzione di chi sa di aver posto la propria fiducia in Uno che ampiamente la merita. Il vino buono del Vangelo: la nostra vita chiamata a custodirlo, chiamata ad attingere al vino buono del Vangelo, chiamata a regalarlo il vino buono del Vangelo.
E’ piena di ricchezza e di suggestione la Parola del Signore che segna questo giorno domenicale. Lo accompagniamo anche con quella preghiera corale che, proprio a partire da oggi, diventa invocazione del dono dell’unità tra tutte le Chiese cristiane, in questa settimana particolare di preghiera. Ieri l’aveva aperto il capitolo relativo al rapporto con i nostri fratelli ebrei, e ora, giorno dopo giorno, questa implorazione non manchi, nella nostra preghiera.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 18 gen.’09, II dom. Tempo dopo l’Epifania

mercoledì 7 gennaio 2009

Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide



Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.


Quando poco fa il salmo ci faceva pregare restituendo una risposta alla pagina del Cantico (Ct1, 1; 3,6-11), “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide”, davvero orientava, e bene, la nostra preghiera, perché di Lui si parla, è Lui lo Sposo che viene, è Lui il nuovo Re della Gloria: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Signore Gesù. E questa espressione di fede, carica di affetto, come la sentiamo estremamente sincera, in giorni così, segnati dalla Luce e dalla Grazia del Natale, perché, davvero, per mille ragioni e soprattutto, in ragione del perché sei venuto tra noi, nella forma in tutto simile alla nostra, noi ti riconosciamo come il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide. E’ la nostra preghiera di questa mattina che s’accomuna a ogni sguardo che sa contemplare il Dono di Grazia del Signore.
E anche la pagina di Luca (12, 34-44) ci incoraggia in una direzione così: perché mai dovremmo tenere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese e rimanere a vegliare? Perché Colui che viene e che verrà merita il meglio dell’attesa, merita un cuore che veglia, merita il desiderio di un incontro. E’ il Signore, farà ritorno dalle nozze! E, in verità vi dico – aggiunge il testo di Luca – si stringerà le vesti ai fianchi, vi farà mettere a tavola, passerà a servirvi. Mai avremmo immaginato così il volto del Maestro, così famigliare, così accogliente, così vicino, addirittura ci mette a tavola e passa a servirci, di questo rendiamo grazie.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 7 gen. 09

martedì 6 gennaio 2009

BENEDETTO XVI - La luce e le stelle


Dall’Epifania un messaggio per la vita

La Luce dell’Epifania dal piccolo Bambino si scinde in tre luminosi fasci che colpiscono tre momenti della vita di Gesù Cristo nella storia: i Magi che aprono la strada alla rivelazione del Dio d’Israele ai pagani, aspetto tanto privilegiato dalla sensibilità della tradizione latina; il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, cui guarda con stupore la tradizione orientale; le nozze di Cana in cui Egli si manifestò, compì cioè la sua “epifania”, e i discepoli al mutare dell’acqua in vino credettero in Lui.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.

di Cristiana Dobner, in SIR, martedì 06 gennaio 2009

giovedì 25 dicembre 2008

Frammenti di Natale

Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.

Il Segno, in fondo era proprio piccolo, assomigliava a tanti eventi, gioiosi, ma che accadono nelle case, nelle famiglie comuni, appunto il nascere di un bimbo e a Betlemme: questo era accaduto. Eppure questo Segno, piccolo, era preparato da un sogno e da un Sogno di Dio, non nostro, che stava nel cuore di Dio. Penso che tutti abbiamo ascoltato con un animo così quella splendida pagina del Profeta che poco fa ci ha fatto udire che potrebbero accadere anche gli abbinamenti più inconciliabili, le sintesi più impossibili, le vicinanze del tutto improbabili. Man mano che scorrevano le immagini del Profeta, questo lo sentivamo come qualcosa di assolutamente profondo: "spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra", fino a concludere con quel augurio che mi piace questa sera condividere come l'augurio più bello del Natale cristiano: "casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore". Ma proprio per questo siamo invitati ad entrare nel Mistero di Grazia del Natale, quella Luce che squarcia il buio della notte e irrompe dilagante; come la luce, appunto, non riesci mai a contenerla la luce, se c'è, entra, ed entra ovunque.
Paolo sembra volerci aiutare questa sera a riconoscere che qs non è un mito che dopo viene caricato di retorica, no, questo è un avvenimento accaduto per il volere di Dio, qualcosa che è entrato nella carne della storia degli uomini, nella terra degli uomini, nello scorrere del tempo degli uomini, lì è entrato, dove tutti noi ci muoviamo, dandoci un'immagine - Paolo lo fa così - che sorprende per tanti aspetti, un'espressione che probabilmente scorre via quando la ascoltiamo - quella che sta all'inizio del brano ai Galati che abbiamo ascoltato -, "Fratelli, quando venne la pienezza del tempo". Che significa? Ma il tempo non è una successione di giorni, uno dopo l'altro, di mesi, uno dopo l'altro, di anni, uno dopo l'altro, di decenni, di secoli? Quindi cosa vuol dire "la pienezza del tempo"? Sembra volerci proprio augurare questo, Paolo - penso di tradurlo fedelmente comunicandolo così -: "Non è vero che tutto è uguale nel tempo che scorre. Ogni giorno ha una durata uguale ad un altro giorno, ogni anno ha una durata uguale ad un altro anno, certo, ma non tutto quello che accade nel tempo ha un'importanza identica. C'è qualcosa che scorre via, già l'abbiamo dimenticato; c'è qualcosa che affascina al momento, ma dopo la vita conduce oltre; c'è qualcosa che rimane! Che quando lo avvicini, questo che rimane, ti accorgi che ha la solidità di una Roccia, è il Segno di una Verità incrollabile". Paolo vuole dirci: "Guarda che nell'apparire di infiniti bimbi che nascono, questo, questo, di Betlemme porta il Sigillo di una Promessa antica, di un sogno grande di Dio, questa è la pienezza del tempo, questo è il cuore del tempo. E il prima e il dopo girano attorno a questo cuore del tempo". E' un'immagine fortissima per dire: "Riconosci che quello che è accaduto nel Mistero di Gesù di Nazareth è qualcosa di assolutamente eccezionale, anche se ha, e con una intenzionalità vera di Dio, assunto da sempre il volto feriale, umile, discreto, tenero, di un bimbo che nasce nel cuore di una famiglia povera. Questo è l'invito ad aprire il cuore alla Grazia del Vangelo, questa è la Luce che irrompe. E le tenebre, per andarsene hanno bisogno di una Luce vera altrimenti rimangono implacabili nella vita e nella storia. Ma la Luce vera ha fatto breccia, è entrata: "Venne la pienezza del tempo!". Quindi non lo metto accanto a tanti altri episodi questo, lo racconto in modo semplice, certo, come in modo semplice Dio ce lo ha regalato, però è una cosa enorme, enorme! E' l'ingresso di Dio nella storia degli uomini, nel tempo degli uomini, nella carne degli uomini. E Dio è Dio! Dio non lo allineo alle cose banali: è Dio! Questo squarcia il buio della notte, questo. questa sera la nostra preghiera è attraversata da questa Luce. Infine, l'ultimo augurio ce lo regala Giovanni in quella pagina altrettanto splendida: l'inizio del suo Vangelo. Ma qui solo un frammento raccolgo, quello che ci è anche più caro, quell'espressione che sta nella parte finale: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". L'immagine, tratta dal testo originale di Giovanni, è quella della Tenda. "Ha messo una tenda tra noi", fatta di carne, come ognuno di noi, si è messo accanto. E' un gesto che parla da sé, dice il massimo della solidarietà possibile: "Io non intendo rimanere lassù, tra i cieli - sembra dirci Dio - Io metto la mia Tenda, è fatta di carne, come la vostra carne, dentro il vostro campeggio, dentro le infinite tende di uomini e di donne della storia di ieri, di oggi e di domani. Un'identica tenda simile alle vostre, e mi riconoscerete come il Dio vicino, il Dio con voi, come l'Emmanuele, il Dio con noi".
Sono frammenti del Natale quelli che ora ho raccolto e ho detto a voce alta unicamente per aiutare la preghiera di tutti, ma bastano dei frammenti a farci intravvedere la bellezza di un dono, dono per il quale stasera siamo qui insieme a pregare e a rendere lode al Signore.

don Franco Brovelli, Omelia nella Notte del Natale del Santo 2008

martedì 25 novembre 2008

L’Amore è più forte di ogni interrogativo

Ho esitato molto a scrivere di questa mia esperienza familiare. Quando si vive in una casa divenuta chiesa, accanto a un letto divenuto altare, le parole si svuotano fino a scomparire. È il silenzio che parla. Poi pensi che, se abiti in una vera chiesa, anche se domestica, devi lasciare le porte spalancate, devi permettere che la vita entri ed esca per accogliere ed essere accolta.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Mariapia Bonanate in Famiglia Cristiana n. 47 del 23 nov. ‘08

venerdì 21 novembre 2008

Vivere l'armonia

Nel monastero le dimensioni dell'esperienza umana

Di secoli ne sono passati proprio tanti, pari o tutt'al più inferiori, alle parole sprecate nel recriminare contro le claustrali, tanto da non valer neppure la pena di offrirne un assaggio!
Passiamo da questo "happy hour" al vero banchetto: quello della Parola che ogni giorno la Chiesa offre a chi voglia prendervi parte.
Vita contemplativa non significa vita reclusa o imbottigliata, significa fare dello spazio dello propria vita lo spazio della Parola. Esserne talmente magnetizzate che ogni uscita dalla Parola - Gesù Cristo, presente nell'Eucaristia e nella Sacra Scrittura - non viene neppure ipotizzata. La relazione con Colui che è presente e con le sorelle crea un'intersoggettività che innerva il quotidiano ed esige di sostare, intendendo così riconoscere alla clausura non il valore di un principio autonomo - si rischierebbe di essere assimilato agli ergastolani - ma la realtà che consente e custodisce la comunione amorosa con Dio e ne fonda la stessa possibilità.
Tutte le persone sono in cammino, lo ammettano o meno, dalla nascita alla morte (per usare il termine autentico e non ricorrere "alla dipartita della cara estinta!") da un dove preciso ad un altro dove, anch'esso preciso, conosciuto e amato nella fede: il Volto del Padre.
Tutta la vita monastica è un pellegrinaggio interiore parallelo a quello esteriore: attraversiamo il deserto guidate dalla colonna di fuoco e dalla nube. Lo attraversiamo come persone in relazione fra di noi, monache, ma dilatate ed aperte alla storia, alle sue vicende, a tutti i fratelli e le sorelle.
Il più piccolo monastero, situato nel borgo più sperduto del mondo, non è un buco in cui la donna-struzzo ha infilato la sua testa per rimuovere il grande spettro della falce... è il punto irradiante, centro del mondo delle relazioni, da cui la Luce di Dio si espande e si rifrange esattamente là dove deve andare, là dove la sofferenza è più acuta, là dove il fratello e la sorella gemono e patiscono.
Uno spazio amato che, purtroppo, viene definito con un termine, clausura, che suscita subito nell'immaginario umano un vortice di chiavistelli, di linee di demarcazione, di sanzioni disciplinari. Indubbiamente la Chiesa, da madre qual è, indica e tutela ma, soprattutto, suscita e incoraggia a permanere nell'ascolto dello Spirito, il solo che, nel silenzio e nella solitudine, sappia schiudere i sentieri del silenzio interiore.
Il rapporto fra le sorelle innerva il quotidiano e il monastero diventa così spazio di equilibrio fra le diverse dimensioni della vita: preghiera, lavoro, studio. Alla ricerca di un'armonia che è una grande sfida: vivere il Vangelo come anticipazione dei beni futuri.
L'insensatezza diventa allora la grande e unica sensatezza cui è chiamata la monaca: scoprirsi abitata per lasciarsi abitare da ogni gioia e dolore, da ogni evento, da ogni grido e da ogni richiamo. Non è un vuoto, è un'apertura proprio come la persona, così insegnava il prof. Ratzinger, è un'apertura all'Infinito. Noi Lo accogliamo e Lo doniamo, come Maria di Nazaret.
di C. Dobner, in SIR, 21 novembre 2008

venerdì 14 novembre 2008

La terrificante parola




Shoah, mai più: l'impegno dei giovani di Europa


Solo il fungo spunta improvvisamente, però ci vuole l'acqua e l'umidità, nelle stagioni secche ben pochi funghi sfondano il terreno ed emergono alla luce.
L'orrore di quella notte, detta "Notte dei cristalli", fu ampiamente preparato, con l'acqua dell'antisemitismo, della propaganda hitleriana, nella violenza delle coscienze.
L'avanzare del nazionalsocialismo nel cuore dell'Europa si prospettava martellante: il 17 agosto 1938 fu stabilito l'obbligo per gli ebrei di assumere il nome di Sarah o di Israel; nell'ottobre dello stesso anno fu imposto l'obbligo della stampigliatura "J"(Jude) sui passaporti degli ebrei.
La situazione chiaramente precipitava e, nella notte fra il 9 e il 10 novembre, scoppiò in un'autentica deflagrazione, soprattutto da parte degli uomini delle SA.
L'esito l'11 novembre fu tangibile, la "Notte dei cristalli", in riferimento ai vetri infranti di case e botteghe, comportò: 36 ebrei uccisi e 36 gravemente feriti, 815 negozi distrutti, 29 magazzini, 171 abitazioni e 191 sinagoghe incendiate, circa 20 mila ebrei arrestati.
Vennero fracassate le vetrine di circa 7.500 negozi e magazzini ebraici . Dietrich Bonhoeffer, nella Bibbia di cui si serviva per la preghiera, sottolineò al salmo 74 il versetto "Hanno dato fuoco a tutte le case del Signore nel paese", e accanto vi scrisse "9.11.38".
La patrona d'Europa Teresa Benedetta della Croce era ormai carmelitana e proprio nel suo monastero di Colonia venne a sapere dell'efferata azione, per prima, perché in quel periodo accoglieva chi bussava alla porta delle carmelitane.
Un'amica delle monache narra: "Il 9 novembre 1938 fui testimone a Euskirchen dell'assalto dei nazionalsocialisti alle case degli ebrei e anche dell'incendio della sinagoga. Il giorno stesso mi recai dalla Serva di Dio al Carmelo e glielo riferii. Stando alla ruota, non potei osservare il suo viso, ma notai che ella diventava sempre più silenziosa e triste. Non si lamentò; disse che il Signore avrebbe vendicato il suo popolo".
Come? Ci chiediamo oggi. Con una "vendetta" che non conosce il sapore delle nostre umane vendette ma con quell'azione di Dio nella storia e nel cuore delle persone che, sempre, è misericordiosa, compassionevole.
Oggi il papa tedesco ci confida che da allora, da quella terribile notte, il dolore abita e feconda il suo cuore avendovi stampato la terrificante parola Shoah. Esplosa nella sua patria, la Germania, nel suo popolo ricco di tradizioni umanitarie e culturali.
Un dolore che la sua persona, quale sacerdote consacrato a Dio per il bene di tutti, ha macerato nella riflessione storica e teologica e in quella orante e oblativa.
Da allora, il giovane ragazzo, nella carta geografica della Shoah che disegnava un ampio arco semicircolare che andava in senso antiorario dalla Norvegia alla Romania e nel cui centro si trovava Auschwitz, porta in sé una cicatrice: la certezza che la Shoah sia lo sterminio offerto dal nazismo alla propria follia, la contaminante profanazione dell'idea stessa di uomo. Un dolore che non conosce espressioni altisonanti o plateali, volte a conquistare le folle o a procacciarsi benefici economici, ma che indica nettamente un percorso proprio di salvezza costruita in dignità e che oggi, offre a tutta l'Europa e a tutto il mondo, i lineamenti precisi della risoluzione.
Il ragazzo Joseph, ora Benedetto XVI, non rimuove o cancella la terribile notte, la guarda in faccia per quello che realmente è: un orrore. Bisogna che non si ripeta e si stani quindi ogni forma "di antisemitismo e di discriminazione" dovunque possa trovare coltura tale germe.
Il papa pensa ai giovani, a quelle persone che ancora possono modellare il cuore e la mente e, concretamente, cambiare le strutture della società impregnate dal mistero dell'iniquità che però non ha mai la meglio, quand'anche sembri prevalere, penultimo sulle realtà ultime vincenti, "rispetto ed accoglienza", apertura per il diverso, per ogni persona o gruppo che non pratichi la propria religione e «solidarietà» a Israele, popolo di Dio.
di C. Dobner, carmelitana scalza, in SIR, 14 novembre 2008
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