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martedì 4 ottobre 2011

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario: La festa di nozze

Come nelle domeniche precedenti, anche in questa (ventottesima del tempo ordinario) ci troviamo nel contesto della polemica di Gesù (appena entrato a Gerusalemme) con i capi dei sacerdoti e i farisei. Il testo di Matteo che la liturgia ci propone è costituito nuovamente da una parabola: l’ultima di questa serie, dopo quella dei due fratelli (Mt 21,28-32) e quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-45): si tratta della parabola della grande cena.

La trama è nota, anche se l’abitudine ad ascoltarla non deve farci perdere di vista la capacità di cogliere le numerose sorprese e i colpi di scena che la caratterizzano: si parla di un re che manda i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze del figlio. L’invito è presentato a due riprese, con insistenza, ma entrambe le volte, nonostante le aspettative, esso viene rifiutato: questa è la prima sorpresa.

Ciò che colpisce è che si tratta di un diniego senza motivo: per alcuni infatti l’invito non è importante («non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari»); per altri è addirittura irritante e fonte di una reazione omicida («altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero»). Il rifiuto degli invitati suscita così la rabbia del re, che reagisce duramente («il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»), ma egli – e questa è la seconda sorpresa – non desiste dalla sua iniziativa. Manda così di nuovo i suoi servi con l’ordine, questa volta, di invitare «tutti quelli che trovano, cattivi e buoni». «E la sala delle nozze si riempì di commensali».

La storia potrebbe finire qui... Invece prosegue con un’ultima scena. Anch’essa immancabilmente contenente una sorpresa (la terza del brano): il re infatti, entrato nella sala, vede un uomo senza abito nuziale e decide di ordinare ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Questa la parabola. Ma come va intesa questa narrazione? Chi rappresentano questi personaggi? E che senso hanno i colpi di scena che l’autore continuamente inserisce?


Per rispondere a queste domande non bisogna dimenticare il contesto in cui è inserita la parabola, né quello in cui è stata scritta.

1)      Matteo inserisce questa parabola come III di una serie che Gesù avrebbe raccontato ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo a Gerusalemme, quando ormai il conflitto con loro aveva raggiunto livelli incandescenti che sfoceranno nella sua uccisione. È dunque inevitabile – in questo primo “strato” – rilevare come i destinatari della parabola siano propri questi capi religiosi: sono loro gli invitati (indegni) al banchetto di nozze del figlio (Gesù stesso) che si rifiutano di partecipare, diventando addirittura omicidi e inaugurando – con il loro rifiuto – l’allargamento dell’invito a nozze a chiunque si trovi nei crocicchi delle strade.

Riguardo a questo primo strato interpretativo, è interessante notare come questa lettura parabolica che Gesù fa del suo rapporto conflittuale con i capi religiosi ebrei, si discosti poi però rispetto al “come sono andate le cose” nella realtà. Nella parabola infatti «il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»; nella realtà Gesù morirà con «l’inumano amore di chi rantola senza rancore» [De Andrè] («Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», Lc 23,34).

A dire che la durezza delle parole con cui nella parabola si esprime la reazione del padrone, hanno più il valore dell’ammonimento preventivo (affinché ciò non accada!), che della minaccia di un castigo che si realizzerà.

2)      Il secondo strato interpretativo è, invece, quello che fa riferimento al momento in cui la paraola è scritta. Il primo faceva riferimento a Gesù che la racconta; il secondo a Matteo che la inserisce nel suo vangelo (decenni dopo la morte e risurrezione di Gesù). Indubbiamente per la comunità cristiana di Matteo (fatta di ebrei convertiti al cristianesimo), il grande problema era il fatto che la maggior parte degli ebrei (soprattutto i capi religiosi) avevano rifiutato Gesù, non lo avevano cioè riconosciuto come Messia, anzi avevano considerato il cristianesimo come un’eresia dell’ebraismo. In questo contesto – allora – è evidente che Matteo usa le parole di Gesù per riferirsi non più solo all’episodio contingente dello scontro a Gerusalemme coi capi religiosi ebraici, ma a tutto il popolo ebraico che aveva rifiutato “l’invito al banchetto di nozze”. In quel contesto – di scontro, anche duro, tra ebrei convertiti al cristianesimo ed ebrei rimasti tali – la parabola identifica gli invitati indegni col popolo di Israele e quelli dei crocicchi delle strade con le genti a cui l’invito si è allargato.

Ciò che, a questo secondo livello, è interessante notare è la terza ed ultima sorpresa che la parabola riserva: quella dell’uomo senza abito nuziale che – dopo essere ammutolito – viene legato mani e piedi e gettato nelle tenebre.

Lungo la storia sono stati moltissimi i tentativi di identificare cosa si celasse dietro a questo abito... ma io credo che il punto nodale sia un altro: non tanto capire quale identificazione associare a questo simbolo della parabola, ma piuttosto – seguendo la narrazione – concludere che non è perché si è parte di “tutti gli altri” – di quelli raccolti ai crocicchi delle strade – che automaticamente si è parte del banchetto di nozze. Come a dire che il far parte del Regno di Dio non ha confini razziali né in un verso, né nell’altro: con Gesù, cioè, è chiaro che il Regno non è più solo per gli ebrei (già prima di Gesù, peraltro i profeti – come testimonia la prima lettura – lo avevano ribadito); ma è anche chiaro che non basta essere non-ebrei per farne parte. La discriminazione cioè non deve andare né in un senso, né nell’altro: non è lì (non è sull’appartenenza o la non appartenenza ad un popolo) che si gioca l’appartenenza al Regno, e nemmeno sulla moralità degli invitati («Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali»), ma su altro… che la parabola chiama “abito nuziale”, cioè la consapevolezza di esser lì per quello e non per altro…

Infine ci siamo noi… I lettori contemporanei della parabola… Noi che non abbiamo il medesimo contesto immediato di Gesù (il conflitto coi capi religiosi ebraici), né quello della comunità di Matteo (il problema dei rapporti tra ebrei convertiti al cristianesimo e ebrei rimasti tali). Cosa ha da dire a noi, allora, questa parabola (che non sarebbe nel Nuovo Testamento se non riguardasse anche la chiesa [von Balthasar])?

Mah… Io credo:

-          Innanzitutto che c’è un invito! Che la storia è abitata da un invito di Dio ad un banchetto di nozze (un invito per l’aldiqua, che si eternizzerà nell’aldilà; non un invito per l’aldilà che tralascia l’aldiqua!). E dunque che la storia (sia personale che dell’umanità) andrebbe guardata, pensata e decisa così, come l’invito di Dio ad una festa, ad una gioia, ad una bellezza, ad una pienezza, ad una convivialità. L’immaginare lo sguardo di Dio sulla storia in altro modo è l’anti-vangelo;

-          In secondo luogo, che questo invito di Dio è per tutti, non per alcuni a danno di altri: la vita deve essere una festa per tutti! E ogni qual volta questa realtà è tradita (e quante volte è stata ed è tradita ogni giorno che passa!!!), si tradisce la volontà di Dio sulla storia!

-          Infine, che è un invito che non va perso, né fatto perdere! La parabola, infatti, «è diventata per noi un drammatico manifesto di istruzioni per “contrasto”. Come dire: ecco come si fa, dall’inizio della storia della salvezza fino ad oggi … a perdere il treno del Regno di Dio!» [Giuliano]… Cioè, come ammonimento, per non perderlo più:

o  Perché si vede bene come si fa a perderlo:

§ Rimanendo indifferenti all’invito al banchetto, cioè increduli a quel volto di Dio annunciato da Gesù, che guarda alla storia come l’invito ad una festa;

§ Rimanendo indispettiti dal fatto che l’invito al banchetto è per tutti;

§ Presentandosi al banchetto con altri scopi rispetto a quelli della festa.

o  E perché si vede bene cosa vuol dire perderlo:

§  non, come troppo spesso si pensa, ricevere i castighi di Dio sotto forma di «fulmini di collera o vendetta», ma permettere che nella storia si annidino «processi provocati dai nostri “rifiuti”. Non appena l’egoismo e la paura, la competizione e il dio mammona ci fanno deragliare dal progetto del Regno (la festa per tutti!), un velo di accecamento ci cala sugli occhi, una barriera ci intontisce il cuore, balbettiamo ammutoliti e ci troviamo impossibilitati a trovare soluzioni, legati mani e piedi, precipitati nel buio politico e progettuale più profondo… come si può vedere in questi giorni. E il Regno di Dio rallenta i suoi passi, perché i nostri egoismi e tradimenti li pagano i più poveri» [Giuliano].

lunedì 19 gennaio 2009

Il vino buono del Vangelo


Vuole un po’ come ricondurci verso la riscoperta di un Volto vero del Signore, la liturgia di queste domeniche, anche quella d’oggi, appunto, come a rendere ancora più luminosa quella manifestazione del Signore, che abbiamo celebrato il suo inizio proprio nella solennità dell’Epifania.
Se preghiamo così i testi che ora stanno accompagnando la nostra preghiera domenicale, ci accorgiamo di alcuni elementi di risposta preziosi che poi aiutano un cammino di fede, indicano mete e passi da compiere, da atteggiamenti da coltivare. Ci direbbe, ad esempio il profeta (Is 25, 6-10a), “Vedi, il Signore è uno che le compie le promesse, non si limita a farle, poi le conduce a compimento, il Signore è fedele alla sua Parola”. E il profeta lo dice con gioia, con gratitudine, lo ricordavo all’inizio: “Questo è il Signore in cui abbiamo sperato!”. Con una sorta di fierezza nel riconoscere che il Dio in cui abbiamo e stiamo riponendo le nostre speranze, è un Dio che non tradisce, che non cambia le carte in tavole, che mantiene la parola data. E allora la Parola che Lui ci ha consegnato, nel Volto del Signore, nel Vangelo del Signore, questa è la Parola da custodire nella vita, questa è la Parola da cui farsi irradiare nella vita, questo è il luogo dove attingere una luce che poi orienta i nostri passi.
Oppure ci direbbe Paolo, e riprendo almeno qualche aspetto di questa bellissima pagina della lettera ai Colossesi (2, 1-10a). Cioè l’aver imparato a conoscere il Signore vuol dire adesso radicarsi in Lui: “Camminate radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede”. Questo è un tipo di consegna che può fare uno che ha veramente compreso, che ciò che Dio ci ha dato attraverso Gesù, attraverso il Vangelo di Gesù, nella presenza viva di Gesù, è qualcosa di solido, che ha la stabilità di un fondamento: costruisci sopra un fondamento così, stai tranquillo, la casa reggerà, qualsiasi tempo ci sarà regge, perché questo è fondamento solido. E utilizza le immagini a lui care, del “radicati e costruiti su di Lui”. Dice una stabilità, dice una fedeltà che no si lascia contaminare da rischi o da paure, da seduzioni o da prove: “sei Tu la mia roccia, Signore; sei Tu Colui sul quale poggiamo la nostra speranza”. E questo dopo che risorsa diventa in un cammino di fede, quando sono queste le condizioni che ci sostengono, davvero il Signore consente di andare lontano perché queste sono parole forti, hanno un fondamento solido.
Ma poi di quella pagina indimenticabile che sono le nozze di Canaa, che il Vangelo di Giovanni (2, 1-11) ci regala, raccolgo l’ultimo aspetto, anche qui solo qualcosa di questo testo molto più ricco. Da una parte, ecco, quella consegna che viene, ed è bello questo, dalla Madre di Gesù. E’ lei che vede l’imbarazzo degli sposi, vede il disagio per una inevitabile figuraccia, e risolve, quasi introducendosi a sorpresa – “non è ancora giunta la mia ora”, le dice Gesù -, ma la sua parola rimane ferma: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Ecco, questa è una consegna, di fare ciò che ci dice il Signore. La fedeltà alla parola del Vangelo è espressa con una forza davvero straordinaria, e noi una Parola così la dovremmo raccogliere, per di più, viene da lei, da Maria di Nazareth, viene dall’attenzione squisita che ha verso questa gente semplice, che vedrebbe rovinato un giorno di festa su cui aveva puntato tanto e da tanto tempo.
Ma anche un ultimo aspetto vorrei affidarvi per la preghiera, quello dell’attingere al vino buono del Vangelo, a un vino non contaminato, non annacquato, il vino buono del Vangelo. Questo è un invito a non intiepidire la vita lungo il cammino, a non rendere sbiadita la Parola che invece è luminosissima, come quella del Vangelo, a non far venire un otre appesantito un passo che invece ha sempre bisogno della vivacità e della convinzione di chi sa di aver posto la propria fiducia in Uno che ampiamente la merita. Il vino buono del Vangelo: la nostra vita chiamata a custodirlo, chiamata ad attingere al vino buono del Vangelo, chiamata a regalarlo il vino buono del Vangelo.
E’ piena di ricchezza e di suggestione la Parola del Signore che segna questo giorno domenicale. Lo accompagniamo anche con quella preghiera corale che, proprio a partire da oggi, diventa invocazione del dono dell’unità tra tutte le Chiese cristiane, in questa settimana particolare di preghiera. Ieri l’aveva aperto il capitolo relativo al rapporto con i nostri fratelli ebrei, e ora, giorno dopo giorno, questa implorazione non manchi, nella nostra preghiera.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 18 gen.’09, II dom. Tempo dopo l’Epifania

mercoledì 7 gennaio 2009

Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide



Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.


Quando poco fa il salmo ci faceva pregare restituendo una risposta alla pagina del Cantico (Ct1, 1; 3,6-11), “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide”, davvero orientava, e bene, la nostra preghiera, perché di Lui si parla, è Lui lo Sposo che viene, è Lui il nuovo Re della Gloria: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Signore Gesù. E questa espressione di fede, carica di affetto, come la sentiamo estremamente sincera, in giorni così, segnati dalla Luce e dalla Grazia del Natale, perché, davvero, per mille ragioni e soprattutto, in ragione del perché sei venuto tra noi, nella forma in tutto simile alla nostra, noi ti riconosciamo come il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide. E’ la nostra preghiera di questa mattina che s’accomuna a ogni sguardo che sa contemplare il Dono di Grazia del Signore.
E anche la pagina di Luca (12, 34-44) ci incoraggia in una direzione così: perché mai dovremmo tenere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese e rimanere a vegliare? Perché Colui che viene e che verrà merita il meglio dell’attesa, merita un cuore che veglia, merita il desiderio di un incontro. E’ il Signore, farà ritorno dalle nozze! E, in verità vi dico – aggiunge il testo di Luca – si stringerà le vesti ai fianchi, vi farà mettere a tavola, passerà a servirvi. Mai avremmo immaginato così il volto del Maestro, così famigliare, così accogliente, così vicino, addirittura ci mette a tavola e passa a servirci, di questo rendiamo grazie.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 7 gen. 09

sabato 5 luglio 2008

Un invito a nozze!

Leggo nel Vangelo propostoci dalla liturgia odierna (Matteo 9,14ss):

«In quel tempo, si accostarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?”. E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”.»

Noto che quindi per i cristiani il tempo del lutto e del digiuno è durato solo tre giorni…
Beh! Tranne per quei cristiani che stanno ancora aspettando la risurrezione di Cristo!
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