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lunedì 19 gennaio 2009

Il vino buono del Vangelo


Vuole un po’ come ricondurci verso la riscoperta di un Volto vero del Signore, la liturgia di queste domeniche, anche quella d’oggi, appunto, come a rendere ancora più luminosa quella manifestazione del Signore, che abbiamo celebrato il suo inizio proprio nella solennità dell’Epifania.
Se preghiamo così i testi che ora stanno accompagnando la nostra preghiera domenicale, ci accorgiamo di alcuni elementi di risposta preziosi che poi aiutano un cammino di fede, indicano mete e passi da compiere, da atteggiamenti da coltivare. Ci direbbe, ad esempio il profeta (Is 25, 6-10a), “Vedi, il Signore è uno che le compie le promesse, non si limita a farle, poi le conduce a compimento, il Signore è fedele alla sua Parola”. E il profeta lo dice con gioia, con gratitudine, lo ricordavo all’inizio: “Questo è il Signore in cui abbiamo sperato!”. Con una sorta di fierezza nel riconoscere che il Dio in cui abbiamo e stiamo riponendo le nostre speranze, è un Dio che non tradisce, che non cambia le carte in tavole, che mantiene la parola data. E allora la Parola che Lui ci ha consegnato, nel Volto del Signore, nel Vangelo del Signore, questa è la Parola da custodire nella vita, questa è la Parola da cui farsi irradiare nella vita, questo è il luogo dove attingere una luce che poi orienta i nostri passi.
Oppure ci direbbe Paolo, e riprendo almeno qualche aspetto di questa bellissima pagina della lettera ai Colossesi (2, 1-10a). Cioè l’aver imparato a conoscere il Signore vuol dire adesso radicarsi in Lui: “Camminate radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede”. Questo è un tipo di consegna che può fare uno che ha veramente compreso, che ciò che Dio ci ha dato attraverso Gesù, attraverso il Vangelo di Gesù, nella presenza viva di Gesù, è qualcosa di solido, che ha la stabilità di un fondamento: costruisci sopra un fondamento così, stai tranquillo, la casa reggerà, qualsiasi tempo ci sarà regge, perché questo è fondamento solido. E utilizza le immagini a lui care, del “radicati e costruiti su di Lui”. Dice una stabilità, dice una fedeltà che no si lascia contaminare da rischi o da paure, da seduzioni o da prove: “sei Tu la mia roccia, Signore; sei Tu Colui sul quale poggiamo la nostra speranza”. E questo dopo che risorsa diventa in un cammino di fede, quando sono queste le condizioni che ci sostengono, davvero il Signore consente di andare lontano perché queste sono parole forti, hanno un fondamento solido.
Ma poi di quella pagina indimenticabile che sono le nozze di Canaa, che il Vangelo di Giovanni (2, 1-11) ci regala, raccolgo l’ultimo aspetto, anche qui solo qualcosa di questo testo molto più ricco. Da una parte, ecco, quella consegna che viene, ed è bello questo, dalla Madre di Gesù. E’ lei che vede l’imbarazzo degli sposi, vede il disagio per una inevitabile figuraccia, e risolve, quasi introducendosi a sorpresa – “non è ancora giunta la mia ora”, le dice Gesù -, ma la sua parola rimane ferma: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Ecco, questa è una consegna, di fare ciò che ci dice il Signore. La fedeltà alla parola del Vangelo è espressa con una forza davvero straordinaria, e noi una Parola così la dovremmo raccogliere, per di più, viene da lei, da Maria di Nazareth, viene dall’attenzione squisita che ha verso questa gente semplice, che vedrebbe rovinato un giorno di festa su cui aveva puntato tanto e da tanto tempo.
Ma anche un ultimo aspetto vorrei affidarvi per la preghiera, quello dell’attingere al vino buono del Vangelo, a un vino non contaminato, non annacquato, il vino buono del Vangelo. Questo è un invito a non intiepidire la vita lungo il cammino, a non rendere sbiadita la Parola che invece è luminosissima, come quella del Vangelo, a non far venire un otre appesantito un passo che invece ha sempre bisogno della vivacità e della convinzione di chi sa di aver posto la propria fiducia in Uno che ampiamente la merita. Il vino buono del Vangelo: la nostra vita chiamata a custodirlo, chiamata ad attingere al vino buono del Vangelo, chiamata a regalarlo il vino buono del Vangelo.
E’ piena di ricchezza e di suggestione la Parola del Signore che segna questo giorno domenicale. Lo accompagniamo anche con quella preghiera corale che, proprio a partire da oggi, diventa invocazione del dono dell’unità tra tutte le Chiese cristiane, in questa settimana particolare di preghiera. Ieri l’aveva aperto il capitolo relativo al rapporto con i nostri fratelli ebrei, e ora, giorno dopo giorno, questa implorazione non manchi, nella nostra preghiera.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 18 gen.’09, II dom. Tempo dopo l’Epifania

martedì 30 dicembre 2008

La Madre della fede

…la festa di Capodanno è carica già per conto suo di simboli emotivi e culturali che in ogni popolo e civiltà segnano una consapevolezza sempre più intensa del passare inesorabile del tempo, come a dire che la vita dell'uomo sulla terra ha una scadenza, a cui ci avviciniamo inesorabilmente, tra nostalgia del passato e speranza per il futuro. E dappertutto sono sorti riti, cerimonie, gesti simbolici più o meno sacralizzati dalla tradizione, per manifestare questi sentimenti, paure, attese, auguri. La liturgia più antica celebrava in questo giorno il ricordo della circoncisione e dell'imposizione del nome di Gesù (Salvatore), con Maria e Giuseppe, ufficialmente nel Tempio, otto giorni dopo il Natale, come si racconta nel Vangelo di Luca.Più recentemente la Chiesa ha messo tutto questo carico di storia e di futuro sotto la protezione di Maria, Madre di Dio, che appunto è la più coinvolta, per tutti noi, nel mistero del Dio fatto carne, che è il cuore della nostra fede.

nato da donna: ricominciare dalla Madre!

…per capire come "ha brillato il volto di Dio" sul mondo, cosa "ha detto" la sua Parola "benedicente" nella storia, per i cristiani vuol dire, forse, che bisogna ricominciare il racconto da Maria, il luogo umano in cui Cristo si è fatto uomo, come è detto nelle lapidarie parole di Paolo: Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge. Donna e legge sono la matrice del giudeo credente: la donna lo inserisce nella catena generazionale del popolo eletto; la legge lo plasma secondo l'alleanza stipulata coi padri. Dio non poteva infatti "toccare terra", se non tramite una donna, che l'accoglie, lo "capisce", lo concepisce, ne fa un "concetto umano", in questo mistero dell'incontro Dio/uomo, in cui il senso dei "verbi" esplode e ci rimanda dal piano biologico a quello psichico e affettivo, a quello mentale e spirituale… perché il seno di carne, il cuore degli affetti, l'intelligenza consapevole della mente diventassero il luogo di radicamento e crescita umana del Figlio dell' "Altissimo", in questa "piccola" donna riempita (letteralmente) di Grazia divina. Ma ricominciare da Maria vuol dire tornare al racconto dell'infanzia di Gesù secondo il vangelo di Luca, cioè imparare a leggere "teologicamente" gli avvenimenti che ci sono detti, cogliendo il senso profondo delle intenzioni di Dio nella storia – per imparare a rileggerli nella nostra storia di oggi.

Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

Il cuore, questo cuore pensante, è l'alveo della fede. In questa riflessione attenta fatta di amore e di intelligenza, in lei per prima si accoglie, si conserva e si elabora la nuova memoria teologica dei discepoli di Gesù, che registra e indaga gli eventi di salvezza, che avvengono dentro di lei e attorno a lei e segnano ormai l'arrivo della "pienezza del tempo", il tempo in cui Dio ha trovato finalmente chi lo ascolta. Era inevitabile che "i padri" vedessero in lei riassunti e verificati tutti i simboli, le categorie, i vari personaggi profetici che, come dirà Gesù, si riferivano a lui – ma sono passati attraverso di lei, sua madre nella testa e nel cuore.

Cosa pensava "nel suo cuore", mentre gli eventi le sconvolgono la vita? Tutto in lei converge a capire cosa significhi l'avvenimento che le era stato annunciato (concepirai e darai alla luce un figlio… Figlio dell'Altissimo!). Ma chi le insegna a capire, come riporta accuratamente il racconto di Luca, sono i più poveri che ha intorno, quando reagiscono agli eventi, guidati dallo Spirito! La prima è Elisabetta coinvolta anche lei nell'ombra della grazia del Natale, che le dice: beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore ha detto. E quindi conferma Maria nella sua totale consegna di obbedienza di fede al Signore, come aveva risposto all'angelo: avvenga per me secondo la tua parola! Ma subito dopo, è attenta testimone di… "tutti coloro che udivano (le cose capitate in casa di Zaccaria) e le custodivano in cuor loro, domandandosi: che sarà mai questo bambino"? Anche lei impara a fare così: confrontava tra loro, nel suo cuore, gli eventi che viveva e cercava di capirne il senso (Lc 2,19: … da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore; 2,51: sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore!)

La LUCE sui pastori: la dinamica della fede

Anche i pastori erano stati avvolti da una improvvisa annunciazione di angeli, in un'esplosione di luce – a segno (e sacramento) del rifulgere in loro (tra gli impuri, gli ultimi della società!) del mistero che si manifestava nella storia. Quando gli angeli se ne vanno, e si spengono le luci, i pastori si parlavano: Andiamo verso Betlemme e vediamo questa parola/fatto. Comincia la dinamica fertile della fede cristiana: dal pensiero illuminato alla progressiva trasformazione dell'agire… E così questi reietti, sorprendentemente prediletti, "in fretta" se ne vanno, assumendosi la responsabilità delle conseguenze della luce che Dio ha fatto loro conoscere. E che fanno? Trovano Maria, Giuseppe e il bambino nella mangiatoia E vedendolo hanno un'ulteriore comprensione del fatto/parola che era stata loro detta (evangelizzata), in ordine al bambino. E ancora vanno a comunicarla – e comunicandola la rinnovano in sé e ne gioiscono!

… È questa, dunque, la dinamica evangelica che avviene in Maria e attorno a lei. In proporzione alla nostra fede ‑ che è "accogliere e serbare in cuore, domandandosi il senso di ciò che avviene…" ‑ il mistero che celebriamo diventa di un'attualità nuova nell'intimo dei noi stessi e nella chiesa. Ed allora avviene che questo mistero ci spinge fuori da noi stessi, per trasformarci progressivamente, per ottenere maggiore coinvolgimento delle nostre facoltà, della nostra conoscenza e delle nostre opere (con quanta resistenza e fatica e rifiuti… lo registra la segreta biografia spirituale di ognuno). Questa pagina, come tutto il racconto dell'infanzia di Gesù nel vangelo di Luca, ci fa da traccia e insieme dà conforto per capire il processo di umanizzazione nuova a cui il discepolo del Signore è chiamato, nella dinamica della sua esistenza cristiana, cioè cosa vuol dire in concreto per lui la rivelazione, l'incarnazione, l'irruzione, insomma, di Dio nella nostra storia! Maria, madre della fede, ci ha aperto questa nuova via di umanità e ci accompagna su questa strada.

Il SEGNO dato è di una esiguità estrema

Allora come ora, il gesto, il segno o l'evento che ci smuove è, in genere, povero e tanto insignificante, che prende rilievo soltanto dalla luce improvvisa di prima, quando ci ha mosso. Comunque sia la storia di ognuno, fatta sempre di dolore e gioia, speranza e peccato mescolati insieme, una luce ci ha illuminati e attratti tante volte, per un istante,… ma adesso questa luce non c'è più! I pastori l'avevano accolta con gioia e se ne erano lasciati illuminare e com/muovere… ma non c'è più! Così Maria nella sua vita nascosta! Siamo tornati nella penombra del quotidiano feriale, e ce ne è rimasta solo l'impronta e la memoria. O anche una sorta di verifica: vedono il bambino nelle condizioni descritte. Ma questa verifica parla solo a chi ha custodito nel cuore la memoria della luce, con attenzione amorosa a ciò che aspettava e l'ha mosso. Altrimenti non significa niente, o comunque non cambia la vita.

Cos'è il mistero della fede? Scintille intermittenti (Dossetti)…

Il dono di questa luce "di fede" avvolge il fondo più intimo del nostro essere umani… dove siamo generati non dalle nostre opere o dai nostri buoni propositi, ma dallo Spirito. Noi lo crediamo anche se è difficilmente percettibile, data la coriacea consistenza e la vischiosa lentezza della nostra carne, che teme soprattutto di dover morire… Ma di questa luce "che rifulge in terra tenebrosa" possiamo avere in qualche momento esperienza, se facciamo attenzione alle sue scintille fioche e molto intermittenti: incontri, sofferenze, gioie… riconoscenza! Esperienze che ci riportano al senso della vita nel riferimento a Gesù e al suo vangelo, nell'attenzione affettuosa alla sua presenza, da accudire e custodire gelosamente, altrimenti le scintille si perdono, e ne rimane solo il dato materiale, non parlano più. Infatti, che un segno sia leggibile in modo positivo e smuova il nostro cuore è solo in rapporto alla luce essenziale della fede, rappresentata in noi da queste scintille successive, da queste esperienze profonde, ma incatturabili e indimostrabili e tuttavia vere e sentite nel fondo dell'animo, a indicare (sempre con qualche trepidazione) la presenza misteriosa dello Spirito Santo, in proporzione, appunto, ai frutti dello Spirito: se cioè ci aprono il cuore e la mente a seguire la via del Signore… Possiamo solo riceverle e custodirle, tentare di rendere queste scintille più continue tra loro attraverso atti singoli di fede, operazioni concrete di obbedienza (andate… sono andati! In fretta!). I nostri sforzi di assenso alla fede, piccoli atti di consegna di sé nelle minuscole vicende quotidiane, talora seguono, talora anticipano, con un colpo d'ala interiore, la convinzione. Piccoli gesti concreti che, se moltiplicati in un tessuto continuo, saldano l'una all'altra queste scintille e ci danno, pure nelle tenebre, una certa continuità nell'esperienza di fede, nel cammino della vita. È appunto il riferimento a questa luce, conservata con lucida e intelligente memoria affettuosa, che rende i segni percettibili, se no si vanificano… Quello che rimane e ci trasforma è il momento di fede che avremo vissuto nella nostra vita, la capacità di accumulare e condensare atti di fede, magari piccolissimi, uno dopo l'altro, giorno per giorno, che rendono sempre più vera e conseguente l'esperienza del mistero di Gesù, che abbiamo in cuore… Per diffonderlo attorno a noi nella esperienza mite ed umile di cui parla Paolo: che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!

martedì 1 gennaio 2008

Madre di Dio e... nostra

Qualcosa, senz’altro, aveva intuito già… nei primi passi di quest’avventura.
Forse fin dall’inizio, a sentire di mamme come lei, che non volevano essere consolate, perché i figli non c’erano più.
Forse quando era extracomunitaria in Egitto, o quando il ragazzo le si era opposto, la prima volta - così deciso e quasi ostile - nel tempio.
Poi nel silenzio di vent’anni, a Nazareth, anni bui, abbaglianti, troppo misteriosi per raccontarne la storia.
O nei primi tempi della vita pubblica di giovane profeta, quando anche lei, spinta dalla reazione spaventata dei parenti, aveva osato pensare che ‘era fuori di sé’.
Lui aveva comunque proseguito per la sua strada, determinato e mite, come sempre. E così l’aveva perso di vista, quand’era tutto preso dal suo viaggio messianico verso Gerusalemme, sempre meno compreso dai discepoli, sempre più osteggiato dai capi del popolo.
…forse, appunto, qualcosa aveva intuito - da sempre.
Si può perdonare a Dio un dolore così grande?
Ma adesso… stava sotto la croce - in braccio il suo ragazzo, morto. Il più giusto e innocente dei figli dell’uomo, rifiutato, torturato, squarciato il cuore, tirato giù finalmente dal legno maledetto.
Un venerdì sera, la spada, di cui diceva il vecchio Simeone, trafigge il più intimo dell’anima, dove cercano pace impossibile la ragione, il cuore e la fede. Se lì t’invade il dolore, non va più via, mai più, come un tumore… ed ogni gioia è impregnata di mestizia, per sempre.
Una processione interminabile di donne, madri e sorelle, cammina da sempre verso di lei, sotto la croce - il cadavere del suo Dio in braccio - la speranza umana morta, senza perché, innumerevoli volte, nei millenni…
“E nel perdono era sola. Sabato senza il Figlio. Piccola donna in carne ed ossa a pagare il prezzo d’essere concepita senza peccato. Lei, carne corruttibile, ci dà il segnale: la carne può salire in cielo, il cielo è qui. Il suo corpo ha steso un ponte tra noi e Dio, una strada umana e praticabile”.
Perdonare Dio, suo figlio crocifisso - come solo lei, piccola donna prediletta, poteva, a nome di tutti. Perdonare il male - troppo smisurato e sproporzionato alla capacità umana di farlo e sopportarlo.
l’altro figlio, l’altra casa
Perdonare è sempre ricominciare da capo.
Con un altro figlio, con un'altra maternità… o fraternità o figliolanza: è Dio che è fatto così! (Gesù, vedendo la madre e il discepolo che amava, dice alla madre: Donna ecco tuo figlio! Poi dice al discepolo: Ecco tua madre!)1. E da allora la piccola donna, che ha perdonato Dio, fa parte dei “beni di casa” dell’umanità.
L’umanità ricomincia a sperare e a vivere, dopo la morte e la tomba vuota… Da lei, riconciliata con Dio sotto la croce, inizia un nuovo modo di stare nella storia. Assumere il peso e la sofferenza dell’altro figlio, in un’altra casa. Il primo sì, che aveva segnato l’avvio misterioso di questa storia, svela il suo senso sorprendente. La religione è ‘sì’ e ‘no’ : sacro e profano, pure e impuro, grazia e disgrazia, sacerdozio e laicità… Cioè separare sempre il figlio proprio (figlio di Dio) dal figlio altrui (figlio dell’uomo). La fede di questa donna è invece solo “sì”. Accetta lo scambio dei figli, per sempre: sfida e scommessa su un Dio che abbandona e che accompagna! Ed è sempre lo stesso Padre.
Maria - madre e sorella, di casa, nell’umanità che spera e dispera. Passaggio obbligato. Crocevia di innumerevoli volti di donna.
generare è “mettere al mondo”!
Sotto la croce ha capito! Perché sotto la croce Dio le ha restituito - morto - il figlio comune (umano e divino). Mettere al mondo, dunque, voleva dire rendere mondano, cioè mortale, Dio. Mettere al mondo vuol dire mettere a morte. Seminare la morte all’interno di Dio. E Dio venne ad abitare nell’unico luogo dover non avrebbe mai potuto abitare. Ma siccome Dio è troppo grande, è la mondanità che è diventata interna a Dio. E di questa malattia umana Dio è morto.
Sotto la croce vuota, morte e vita in duello, in braccio a Maria, dopo quel venerdì sera, finché l'umanità dovrà soffrire la sua storia e Dio dovrà essere perdonato, fino alla fine dei secoli… Accettando sempre un altro figlio, un’altra casa!
Poiché questa unione di Dio con la sua carne di donna, dentro il suo corpo (questo è il mio corpo! questo è il mio sangue!)2 è indivisibile. Il figlio morente ne ha fatto una cosa sola, per sempre. Il matrimonio tra Dio e mondo diventa indissolubile.
dona la vita e riceve la morte
Dio abita, dunque, nel luogo dove non doveva mai entrare: nella morte! Ha domandato ad una giovane donna di insegnargli a percorrere, anche lui, sino in fondo, il sentiero interrotto della mondanità. Ed un umilissimo amore umano ne ha accettando la sfida. La vita umana, di carne, diventa ormai, per tutti, lo spazio finito (mortale) da attraversare (in compagnia di Dio) per vivere la paura della morte e vendere la vita.
Solo un Dio di carne lo poteva sperimentare. Grazie ad una piccola donna mondana, laica, “impura”… come ogni donna, in ogni religione di questo mondo. Ma capace di un amore più potente della paura della morte. Dove c’è quest’amore, c’è Dio: indivisibile dalla carne, orami! Ogni altro sacerdozio impallidisce… e proprio di questo mistero può divenire soltanto pallido segno, strumento di servizio.
Il cristiano - ogni povero cristiano - è un uomo di nuovo messo al mondo, dalla stessa piccola donna, sprofondato nel cuore incredente della laicità, a raccogliere umilmente la stessa sfida di un amore più potente della paura della morte.
dormitio Mariae
La morte continua a togliere la vita, ma non può più uccidere il cuore (o l'anima) dell’essere uomo o donna. Può paralizzarla provvisoriamente, cioè addormentarla - in attesa di un risveglio, affidato alle scadenze insondabili della misericordia del Padre.
Perché ormai la vita non è più il passaggio inutile di un barlume di coscienza nella carne - una meteora che si perde nel nulla. La morte non tronca la trasmissione della vita, con quanto si porta dentro - di tutta la passione dell’umanità.
Perciò la donna, la madre dei viventi, esulta nel più intimo della sua passione. E la sua piccolezza non le fa velo, perché sa che tutto quanto è umano, anche un frammento, è già anticipatamente salvo. A cominciare dai poveri, affamati, seduti nella polvere… ma destinati al trono - e noi a servirli!
Felice anno nuovo!
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