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lunedì 9 giugno 2014
Il respiro di Dio
“Mostrò loro le mani e il fianco... A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,20.23). Sempre in Gesù il perdono è legato alle sue mani e al suo costato trafitto. Perché non c’è perdono senza croce. Non che la croce, il dolore, l’umiliazione, siano in sé qualcosa che possa cambiare la storia... o creare il perdono, la salvezza... anzi, semmai ispirano vendetta.
Gesù non ci salva perché è andato in croce, ma perché per la prima volta nella storia, un uomo che poteva sottrarsi alla morte, che poteva “vincere”, ha preferito perdere... ha rinunciato alla propria forza. Perché per farlo avrebbe dovuto usare i poteri che lo avevano crocifisso. L’agnello insomma avrebbe dovuto trasformarsi in lupo! Proprio quei poteri che noi stessi vorremmo avere, per far strage intorno a noi di ogni ingiustizia.
Invece Gesù ha rinunciato al proprio potere... ha dato spazio all’uomo anche se malvagio... pur di non sopprimerlo. Perché è meglio l’ingiustizia umana a una giustizia (foss’anche “divina”) che fa stragi intorno a sé!
È una verità per noi scomoda, ma se questo è il vangelo, e questo è il vangelo (un Dio che rinuncia ad agire “da dio”, ma vuole sempre tenere il legame che lo fa nostro fratello, amico, sposo, padre, madre...), ecco allora è necessario che questo modo di Dio di esser Dio, che non corrisponde alla nostra idea di Dio, diventi il nostro modo nuovo di essere uomini e donne... Uomini e donne nuovi, perché nuovo è il Dio che noi riconosciamo tale... E non abbiamo altro da testimoniare, se non questa impotenza dell’amore che si chiama perdono (e che non ha bisogno di convertire nessuno per manifestarsi tale)...
Ecco allora che non abbiamo altro da testimoniare se non la stessa testimonianza che ha dato Gesù Cristo. Per questo non si può dare questa testimonianza imitando come pappagalli Gesù. Gesù non si può imitare... a meno che Gesù stesso viva in noi e noi in lui... Ma allora non è più imitazione è comunione di vita...
Infatti, solo Gesù ha testimoniato e testimonia il Padre e solo Gesù può testimoniare lo Spirito d’amore che lo unisce al Padre. Per questo solo Gesù può testimoniare Gesù, ciò che Egli ha vissuto, vive... Nessun uomo può essere testimone di Gesù se lui stesso non ne dà testimonianza. Ecco la necessità che Gesù stesso dia testimonianza in noi del suo “amare ed essere amato”. Il dono dello Spirito è dono di questo Gesù. È il dono di ciò di cui Gesù vive!
Solo quest’Amore e nient’altro è in grado di testimoniare oggi ciò che lega il Padre e suo Figlio e i suoi figli.
Che altro c’è da testimoniare infatti se non quest’amore? Questo amore qui, che solo Gesù ha testimoniato: capace di lasciarsi trafiggere mani e costato, pur di rinunciare alla logica del potere che avrebbe potuto liberarlo. Non la croce quindi (anche se noi diciamo così per semplificare), ma il suo non scendere dalla croce, cambia le dinamiche violente della storia (“ci salva” noi diciamo sempre con troppa semplificazione).
Ecco allora che è strutturale al Vangelo il dono di questo Spirito d’amore che ci lega a Dio e che lega Dio a noi. Anche se malvagi. Ecco perché Gesù “sta soffiando” su di noi... Cioè ci immerge nel suo alito di vita.
Nel momento in cui Dio ha deciso di essere un Dio inaspettatamente umano, nella storia è entrato lo Spirito di Dio che questo processo ha voluto, guidato, realizzato.
E questo processo – presente fin dalla creazione (lo spirito che aleggia sulle acque) e manifestato negli ultimi giorni nell’annunciazione a una ragazzina laica mentre compie i suoi lavori domestici – non si interrompe con la morte di Gesù e col suo stare “alla destra del Padre” – questo ci dice la festa di Pentecoste – questo Spirito, come l’acqua impregna la spugna, permea la storia e il cuore di ogni uomo che si vuole assetato.
Il dono dello Spirito ci è dato, ci è consegnato, è l’aria in cui respiriamo e nessuno oramai può cacciarlo dalla storia, tocca a noi farci padroni del nostro destino lasciandoci immergere nella novità che solo la parola di Gesù, custodita attraverso gli apostoli, ci consegna. Ce la consegna, senza ritrarla mai più...
Non c’è nessun coraggio da avere qui, c’è da accettare la realtà che la novità di Gesù ha introdotto nella storia... c’è solo da dispiegare le ali e cominciare a volare o inevitabilmente precipitiamo.
Se quanto scritto vi convince, non possiamo non convenire sul fatto che una chiesa che pone dei limiti al proprio perdonare è una chiesa che ha deciso di scendere dalla croce di Cristo e di rifiutare lo Spirito, unico capace di testimoniare il Vangelo. Ed è ovvio che ciò che vale per la chiesa nel suo insieme, vale per ciascuno di noi!
lunedì 18 novembre 2013
Giù la maschera!
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| Disegno di San Giovanni della Croce |
In che cosa consiste questo movimento culturale? Prendo un esempio dalla nostra vita. Ci sarà capitato di vivere e quindi sperimentare concretamente un fatto importante nella nostra vita… la morte di… la nascita di… un’esperienza bella di amicizia… una scelta di vita che ha cambiato il nostro modo di vivere e quindi di essere, grazie all’incontro con una persona! Ebbene il nostro giudizio sulla vita, sulla storia, sul mondo non può non essere influenzato da questa esperienza storica. Cioè questa esperienza diventa il punto da cui noi partiamo per guardare, giudicare, vivere la vita! Il punto in cui virtualmente mi situo per guardare, è il punto di prospettiva da cui parto per descrivere quel che accade nella mia vita e non solo nella mia! Tutto è sottoposto al giudizio dell’esperienza vissuta! E questo non può non influenzare persino il linguaggio con cui lo descrivo.
Ecco allora che l’esperienza di chi ha incontrato Gesù, la sua vita, la sua passione morte e resurrezione diventa il punto prospettico da cui giudicare la propria vita, il mondo, le relazioni umane, la politica, l’economia, la religione, la famiglia, la sessualità! Così gli apostoli e i discepoli. E così si spiegano il fatto che esistano i vangeli: sono la lettura del reale a partire da questo punto di vista particolare che è l’incontro con la persona di Gesù! Gesù stesso parla a partire dalla sua prospettiva di relazione col Padre! E il Padre? Dalla prospettiva della Croce del Figlio! Cfr l’immagine sopra, disegnata da san Giovanni della Croce – ripresa da Salvador Dalì - che mostra la visione della Croce dal punto prospettico del Padre: il Padre guarda il mondo a partire dal sacrificio innocente del figlio. Per questo il Padre “non può non perdonare”!
Tornando ai nostri brani, Israele è stato fortemente segnato dall’esperienza di liberazione di Yhwh! Un’esperienza di liberazione che implicava una promessa di liberazione totale e definitiva (non avrebbe senso una liberazione… part-time: sarebbe una beffa!). E questa promessa è stata tenuta viva nella vita culturale del popolo attraverso la preghiera (salmi), l’azione dei profeti (profezia), il ricordo dell’azione di Dio nel passato (libri storici) all’inizio oralmente poi anche per iscritto. La bibbia è il libro che codifica questa promessa e tiene viva la speranza di una liberazione già presente ma che attende di essere finalmente compiuta (nel futuro).
Ma in un’epoca dove tutto è già stato raccontato, tutto è stato profetizzato, tutto è stato pregato… come faccio a tenere viva la speranza nel compimento? La speranza che non si tornerà in Egitto? Semplice: mostrandolo! Mostrando il compimento! E siccome non ci sono ancora nel futuro, che linguaggio uso, come ne parlo? Semplice: creo un linguaggio che attinge alle immagini del passato, degli avvenimenti passati in cui Dio ha mostrato la sua potenza di liberazione: Tutte le manifestazioni di Dio nella Scrittura sono accompagnate da segni cosmici (fuoco, vento, turbine, nubi), il Signore della Storia, incide realmente nella storia e in ciò che l’accoglie, il cosmo, il creato. Abbiamo così immagini di guerra (Mosè con le braccia alzate, Davide che stermina i nemici…), immagini di fuoco (Gomorra e Sodoma), immagini delle piaghe d’Egitto e dall’esperienza del Sinai (cavallette, acqua in sangue, cataclismi),… e nella Pentecoste (Atti). Immagini che ritroviamo alla morte di Gesù… Insomma la lotta contro i Faraoni della storia continua e questa lotta non potrà essere poi meno cruenta di quella fatta da Mosè con le 10 piaghe e di Gesù sulla Croce…
Questa prospettiva che si pone alla fine della storia per coglierne il compimento e il fine che si realizza nel presente è detto “escatologico” (fine) e il linguaggio che usa è detto “apocalittico”: perché ci svela il senso della lotta di oggi a partire dal suo fine: la liberazione/salvezza compiuta! Letteralmente ci “toglie il velo” che ci impedisce di vederlo.
Guai allora a prendere alla lettera il linguaggio della Bibbia e soprattutto delle letture di oggi! Esse non annunciano una cattiva notizia (per i Faraoni forse) ma semmai una bella notizia: la liberazione è vicina, le ferite personali e della storia che avvengono nella lotta della sua realizzazione non sono il senso della vita. Il senso della vita non sono né le ferite, né le piaghe… e nemmeno la camminata nel deserto… il senso della storia è la Terra Promessa (simbolo della liberazione compiuta) a cui siamo destinati e che proprio queste ferite, queste piaghe, questa arsura patita nel deserto stanno a significare! E paradossalmente anticipano, mostrano all’orizzonte! In sintesi il “no” testardo del Faraone e della storia, non può che scatenare il “sì”, molto più testardo, di Dio!
La difficoltà nostra a far calare tutto questo nella nostra vita concreta nasce anche dal fatto che noi poniamo una distanza tra gli avvenimenti biblici e la nostra storia, come se i fatti descritti dell’Esodo riguardassero gli ebrei, il passato, e non noi e il nostro presente, se non marginalmente! Infatti ci limitiamo a una lettura che resta chiusa in una visione che potremmo definire morale. Infatti leggiamo la storia biblica per cercare le figure negative e non fare come loro, e cercando i personaggi positivi e per fare come loro!
Ecco il primo insegnamento delle letture di oggi: passato, presente e futuro biblico riguardano la tua vita, il tuo passato, presente e futuro! Tu non sei estraneo al racconto, tu non sei fuori dal testo, ma sei colui che fa parte di quella storia sacra lì e la stai vivendo ora! Non a caso già nell’AT si parla di memoriale e noi cristiani l’abbiamo applicato alla nostra liturgia: passato presente e futuro nell’azione liturgica si fondono nell’adesso di cui tu fai parte!
Infatti mai un ebreo si sognerebbe di leggere quegli avvenimenti come se fossero passato, ma li legge come suo presente! E infatti a ben vedere quando noi diciamo che nella nostra storia continuiamo la storia sacra di Dio descritta nella bibbia, dovremmo riflettere che se aggiungiamo un pezzo a “quella” storia sacra è perché stiamo vivendola! Il “quella” diventa “questa” e viceversa.
Ci resta ora poco tempo per comprendere le letture, ma se imparassimo a leggere la bibbia così (e vediamo che non possiamo saltare l’AT per arrivare al vangelo: ci farebbe più male che bene, perché necessariamente lo traviseremmo!) sarebbe già un gran progresso che ci aprirebbe la strada a letture finalmente feconde nell’oggi della nostra vita!
Il vangelo di Lc usa meno il linguaggio apocalittico degli altri, perché non era compreso dalla cultura greca e ora capiamo anche il perché: Le immagini sono comprensibili dal mondo ebraico, perché attingono alla sua storia, sono incomprensibili per chi questa storia non l’ha conosciuta! Per questo Lc si limita a sottolineare lo scontro tra i popoli e la persecuzione dei discepoli, che diventa così una solenne testimonianza perché fondata sull’azione di Dio nella storia (“suggerirà le parole necessarie a tempo debito” (cf Lc 12,11-12). Così sottolinea maggiormente le false escatologie che seminano terrore (che abbiamo visto estraneo al dato biblico) annunciando una fine che non è per adesso. Il “terrore” infatti è lo strumento del potere che ha bisogno di diffondere il panico per poter meglio soggiogare le persone. Per questo il terrore è inconcepibile all’amore: i casi son due o ha ragione Giovanni quando dice che “Dio è amore” o hanno ragione i predicatori del “Dio sterminatore” perché le due cose non possono coesistere!
Prima del racconto della passione Lc si preoccupa di farci capire che la storia non termina con Gesù ma essa semmai è l’inizio del compimento della liberazione definitiva che si realizzerà con la seconda venuta di Cristo, quando costituirà il Regno definitivo di Dio.
Ciò che viene chiesto è la perseveranza, cioè la fedeltà disarmata (Agnello di Dio in mezzo ai lupi) e dinamica (fate come me) che alla fine supererà ogni difficoltà presente. La persecuzione diventa così la chiave di comprensione del mondo futuro perché vi sono uomini e donne che rischiano la vita per realizzare la giustizia di Dio, che non è altro che il suo lasciarsi trucidare nelle infinite croci che l’uomo gli inchioda addosso nei suoi figli! Perché alche il “malvagio” si converta all’amore!
In questo modo Luca ci invita a stabilire un rapporto tra la vita di Gesù e la nostra, tra resurrezione ed fine della storia perché la fine del mondo non è altro che la risurrezione di Gesù estesa all’universo intero (Teilhard de Chardin).
Di fronte alla magnificenza del tempio “splendente nel suo splendore di luce dorata” (c’era così tanto oro che quando viene distrutto il prezzo dell’oro nella regione crollò!); vera meraviglia del mondo (nella ricostruzione archeologica l’immensità della sua spianata poteva agevolmente ospitare le tre più grandi piramidi egizie!); capostipite estremo dei simboli del potere politico-religioso di sempre (pensate alla basilica di san Pietro), allo scopo di celebrare un potere provocando la sottomessa venerazione dei sudditi; Gesù dice: non fermatevi al significato immediato e più evidente. Ogni apparenza è un camuffamento della realtà. Lasciarsi ingannare dalla maestosità del tempio, vuol dire non saper cogliere la Presenza di Colui che abita «nel» tempio. Così lasciarsi ingannare dalla spettacolarità degli avvenimenti della storia (impressionante come spesso tutto si riduca a un “wow!”) impedisce di cogliere Chi della Storia è Signore!
Dio è presente e attivo nella storia non siamo abbandonati, semmai siamo noi che abbandoniamo lui (seconda lettura), aspettando che lui faccia il nostro lavoro! Per occuparci e preoccuparci di apparire, cioè occupati e preoccupati del niente! Mentre egli ci ha dato lo Spirito che ci mostra i segni del suo cammino con noi nei volti che ce ne hanno mostrato l’immagine come anteprima/caparra del Volto che contempleremo senza fine!
Guardiamo la Storia, viviamola con tutto l’impegno e l’interesse che merita, senza preoccuparci di cosa accadrà o non accadrà perché poi in fondo noi già lo sappiamo: ciò che accadrà, Gesù ce lo dice spesso, è inscritto nel nostro vivere quotidiano, basta saperlo leggere! E non fermarsi alla superficie.
domenica 31 marzo 2013
Pasqua: la sconfitta di ogni giustizia
Questa omelia probabilmente non potrete comprenderla nella sua portata effettiva (rischierebbe di scandalizzarvi inutilmente) se non leggerete fino in fondo il post precedente, di cui è la naturale conseguenza. Promettetemi quindi di leggerla solo dopo averlo letto e… capito! Auguro a tutti voi una “Gioiosa Pasqua” (preferisco l’espressione francese: Joyeuse Pâques)
Proprio nei versetti precedenti alla prima lettura tratta dal libro degli Atti (At 10,37-43), leggiamo che “Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (vv 34 e 35). Dunque fino ad ora Pietro era convinto che Dio facesse preferenze di persone! Non si ricordava più che Gesù aveva detto che “Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45)!
E notare che tutta la chiesa si deve convertire! Infatti ritornato dai suoi, alla fine del brano che abbiamo ascoltato, la chiesa, gli apostoli, i discepoli, i credenti… “lo rimproverano: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!»”.
La giustizia nuova, quella descritta da Pietro nel brano che ci è proposto dalla liturgia, è quella che scoperchia le tombe!
Siamo morti dentro? Nessuno di noi è più morto dentro di come sia morto Gesù! Reietto dagli uomini, abbandonato dai discepoli, con la madre costretta a vedere lo spettacolo della sua macellazione (Agnello condotto al macello), e il Padre che tace e non muove un dito!
Ma oggi il coperchio che doveva essere il sigillo definitivo alla sua e nostra disperazione è stato fatto saltare!
Da Dio diciamo noi! con una risposta un po’ sbrigativa. Vero! ma cosa vuol dire da Dio?
Il coperchio è saltato perché Gesù ha mandato in aporia Dio stesso: che giustizia è una giustizia che inabissa l’uomo, il giusto nel più profondo degli inferni? La morte di Gesù punta il dito anche contro un Dio che lascia morire un figlio in nome di una giustizia che ha bisogno di essere riparata.
Nell’assassinio di Gesù, l’Innocente, non solo è morta la morte, “o morte sarò la tua morte” ma è condannata ogni forma di giustizia, umana e divina! Perché la giustizia, ogni giustizia non può che mandare prima o poi al patibolo!
Gesù nel suo morire sulla croce ha insegnato non solo agli uomini, ma anche a Dio, che ogni giustizia, per quanto santa, perfetta, giusta, non può far altro che ricadere su un innocente: non si è mai colpevoli di morte! Questo Dio prima non lo sapeva! Questo gli uomini non l’hanno mai pensato! Era! ma ora è lievito vecchio (cf seconda lettura 1Cor 5,6-8)! Che non serve a niente! Che non fa fermentare più niente! Nella morte di Gesù, non c’è giustizia che tenga… non si può dire non lo sapevo! Nemmeno Dio ha scusanti! Nel giorno di Pasqua allora, muore definitivamente ogni giustizia e risorge la Misericordia… Sola! Come unico non-giudizio autenticamente vero, umano, divino!
Ricordate Noè e il diluvio universale? Dio lo provoca… ma poi se ne pente: ecco io oggi vedo così la Pasqua di risurrezione: Dio si è accorto di aver fatto una cavolata! E ricrea l’uomo, ricrea un mondo dove ora regna per sempre una nuova legge che ci governa: quella dell’amore, quella del perdono sempre comunque in ogni caso e senza fine! Perché se c’è una giustizia vera è quella che rinuncia a perseguire, rinuncia a rimproverare, rinuncia a imprigionare, rinuncia a seppellire, rinuncia a mortificare! Oggi i libri dei “Principi” (negoziabili o non negoziabili, fatte voi) sono stati definitivamente bruciati per lasciare spazio ai teli che asciugano le lacrime dell’uomo: e il sudario resta a eterna condanna di ogni giustizia umana e divina (cf vangelo di oggi Gv 20,1-9)!
Si chiama Chiesa, non quella che dice “Signore, Signore”, o rinnova principi che uccidono, ma quella che scoperchia le tombe, che spezza le catene, che slega e mai lega! Che abbraccia e mai condanna! Che vive risuscitata e incontra risuscitando… perché non fa differenze mai, nemmeno tra buoni e cattivi! Solo così la chiesa, i cristiani si possono convertire all’unica verità rimasta: la misericordia!
Il resto… è vecchio, puzzolente, lievito: spazzatura da bruciare.
Mi chiedono se l’inferno è vuoto… Ho cercato di rispondere come ho saputo, ma oggi mi è tutto più chiaro! No! l’inferno non è vuoto: vi brucia la G/giustizia!
Finalmente è Gioiosa Pasqua!
domenica 17 marzo 2013
La novità sempre nuova!
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| Una Giustizia Nuova |
Per un approfondimento “esegetico” del brano rimando al post precedente.
Qui segue lo schema dell’omelia.
Per prima cosa le letture di questa V domenica di quaresima ci insegnano che esiste una NOVITÀ:
Dice infatti la prima lettura tratta dal libro di Isaia: nel passato il Signore che ha fatto cose grandi (“aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli”) ma ciò che ci prepara è infinitamente più grande al punto che per quanto grande fu il passato non vale più nemmeno la pena di ricordarlo! «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa».
Una novità così grande, così al di fuori della nostra esperienza, che possiamo sempre dire di NON conoscerla.
E qual è questa novità?
Ce lo dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi: La Giustizia apportata da Gesù! Paolo parla infatti di “nuova giustizia”! Ecco la NOVITÀ: Quella che ci offre Gesù! Non quella che viene da altro da lui, per quanto sublime: filosofia, legge, comandamenti, religione, morale… La “nostra” giustizia è nuova solo se viene dalla nuova giustizia di Dio rivelata in Gesù Cristo! Per questo, ribadendo lo stesso concetto della prima lettura, san Paolo afferma che tutto, ma proprio tutto ciò che ho conosciuto fin d’ora, è “spazzatura” a confronto di questa novità! Spazzatura eh, e guai a riciclarla!
Quindi NOVITÀ che non cessa mai di essere NOVITÀ, è questa GIUSTIZIA NUOVA!
E in cosa consiste questa giustizia nuova? Ce lo dice il Vangelo con l’episodio dell’adultera:
Ci sono tre personaggi: gli accusatori di un’adultera, l’adultera e Gesù!
Gli accusatori accusano: nessuna comunione anche quando se ne vanno! Non vanno dalla donna a dire «abbiamo sbagliato scusaci!»: Il male è ciò che non crea comunione che sia ARMATO o INDIFFERENTE, sempre assassino è! Al centro la donna, muta, silenziosa, come un agnello condotto al macello! Poi Gesù che prende le difese della donna, e crea vera comunione con lei e, attenti!, la porta a parola! Umanizza!
Per il Vangelo sempre anche quando gli altri se ne vanno la donna resta “in mezzo”! Questo a mio parere sta a sottolineare ciò che è centrale nella GIUSTIZIA NUOVA, nella NUOVA LIBERTÀ: la vera giustizia è quella che è capace di compromettersi per portare a parola a chi voce non ha! (normalmente si dice il contrario in una forma di paternalismo farisaico: dare voce a chi non ha voce!). La GIUSTIZIA NUOVA è una giustizia che si mette sempre e comunque dalla parte della storia fallita di ogni uomo e donna!
Quindi riassumendo l’insegnamento: Siamo davanti a una NOVITÀ che mai possiamo dire di conoscere appieno, e questa NOVITÀ è una GIUSTIZIA NUOVA che è tale perché è SEMPRE DALLA PARTE DI CHI HA SBAGLIATO! Comunque!
Conseguenze:
“Santo” traduce l’ebraico qadosh “separato”: Nel racconto dell’adultera, c’è il rifiuto della santità come separazione: nasce quindi un nuovo modello di santità come commistione!
Nel racconto dell’adultera, Dio non appare più “santo” perché separato, ma “santo” perché si sporca, si immischia con la storia umana: contrariamente a Pilato che se le lava, Dio ama sporcarsi le mani (mi piace pensare a questo significato delle dita nella sabbia di Gesù che rimandano alle mani nel fango di Yhwh nella creazione di Adam il Terrestre)! Così deve fare la chiesa e il cristiano: questo è il vero significato del perdono e quindi dell’amore! (Non si salva il fratello stando fuori dalla storia, nel proprio benessere!).
E allora una Chiesa, un cristiano, un ordine religioso che non scambia e si contamina assumendo su di sé i drammi della vita dell’altro, e che invece si aggrappa alla propria sacrale purezza, cessa di essere “sacramento di liberazione” (cf Vat II). La paura di contaminarsi per timore di perdere la propria identità sacrale fino a “separarsi” dal mondo, dai laici, dagli altri, fa del cristiano, del religioso, della chiesa, la versione moderna del fariseismo!
Ecco perché la Chiesa non può non uscire da se stessa e sporcarsi mani e piedi facendosi missionaria!
Per caso in rete, cercando chi fosse J.M. Bergoglio appena eletto vescovo di Roma, ho trovato questa sua espressione sul tema dell’evangelizzazione, che mi sembra si adatti bene a quanto stiamo dicendo: «Tutta l’attività ordinaria della Chiesa è impostata in vista della missione. Questo implica [che]si deve uscire da se stessi… È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».
venerdì 25 dicembre 2009
Il Natale: la “marginalità” al centro della Storia!

Abbiamo spesso sottolineato come la prima conversione che il Signore ci chiede è proprio quella di lasciarci sconvolgere in profondità, nella nostra mentalità e cultura, dalla Sua prospettiva. Per renderci consapevoli che anche se apparteniamo a una cultura cristiana, essa non è mai così cristiana da non potersi ritenere bisognosa di ulteriore conversione, perché non si è mai cristiani abbastanza, neanche culturalmente…
Questa conversione che il vangelo chiama specificatamente metanoia, cioè cambio di mentalità, non esige da parte nostra uno sforzo particolare… La conversione che il vangelo “esige” da noi, è provocata in noi dal vangelo stesso… dalla buona, bella, gioiosa, inaudita, stupefacente notizia che ci viene continuamente donata, come possibilità veramente nuova, completamente “altra”, della nostra vita, a tutti i livelli. Solo a partire da qui, da questa “gioiosa notizia”, può nascere una conversione morale cristiana, perché solo un comportamento che nasce come risposta a un dono; solo una morale che nasce dalla riconoscenza, è gioiosa e quindi liberante. Altrimenti essa viene “giustamente” percepita come imposizione esterna, fatica tanto titanica quanto sterile e vana, perché non apportatrice della gioia liberante del vangelo, ma mortificazione della grazia, sterile “ingabbiamento” dell’io…
Infatti – per usare un’immagine che Gesù oramai adulto ci proporrà spesso –: che sforzo devo fare per sedermi alla tavola imbandita dal Padre?… nessuno! Devo solo, paradossalmente, ascoltare il mio limite (la fame!) e lasciarmi “ingolosire” dalla tavola imbandita… “Impossibile non convertirsi” a tutto questo “ben di Dio”!
E allora, ascoltando il profeta Isaia, cosa dobbiamo fare noi che camminiamo «nelle tenebre» per vedere «una grande luce»? semplicemente… aprire gli occhi: niente di più! E lasciarci contagiare dalla gioia del Signore e gioire davanti al mondo «come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda»; cioè, come si gioisce quando gioiamo del risultato delle nostre fatiche… E allora, già qui, «è un bel faticare!».
Ma il Vangelo ci spinge ad andare oltre e ad aprici ad una prospettiva nuova, alla visione del Dono di questo Bambino!
E allora ci chiediamo: Come è possibile che un bambino, questo Bambino, sia il nostro Salvatore, il nostro definitivo Liberatore? Come è possibile che questo bambino insomma, per usare le parole di Paolo, sia «la grazia stessa di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini»? Come è possibile che egli sia colui, sempre secondo Isaia, che «spezza il giogo», toglie «la sbarra sulle nostre spalle», e disarma «il bastone del nostro aguzzino»?… quando se ci guardiamo intorno, non sembra che da duemila anni le cose siano granché cambiate…
A ben guardare, ci sono due modi per “toglierci un peso”. Uno è quello che potremmo definire “nostro”, secondo la nostra mentalità e cultura e che si presenta immediatamente ai nostri occhi come l’unica soluzione possibile: quello di scrollarci di dosso il “peso che ci opprime”. Questo modo, ci fa credere che, per essere veramente liberi, occorra eliminare l’ostacolo, eliminare il nemico, scendere dalla croce che ci schiaccia, “risolvere il problema” che ci soffoca, nella ricerca illusoria della soluzione definitiva di ogni problema… Ora, questa soluzione a mio parere è peggiore del male perché, tra le altre cose, esige la nostra uscita dalla storia, in definitiva la nostra morte (altro che quella del nemico!)… Infatti se uno non vuol morire non dovrebbe nascere… se uno non vuole problemi, dovrebbe vietarsi di vivere… Ma non trovo convincente nemmeno il discorso di coloro che vorrebbero rimandare la liberazione definitiva alla fine dei tempi, come se le Beatitudini – per fare solo un esempio drammatico – fossero un discorso che si realizza solo nell’«altro mondo». Quello della «fine del mondo» o comunque della fine di questo mondo…
Occorre allora lasciarci istruire da questo Natale per trovare una soluzione che non butti via il bambino insieme all’acqua sporca… che cioè non butti via la nostra vita insieme ai nostri problemi…E la risposta la troviamo nel Vangelo di questa santa notte. Seguiamo allora i pastori, mischiamoci in mezzo a loro, per nutrirci dei fatti che hanno vissuto…
Ad un certo punto nella notte un angelo appare ed annuncia «una grande gioia», perché, oggi, ora, adesso è nato il Cristo Signore, Salvatore-Liberatore per tutti, ma proprio tutti. E l’angelo indica un segno, quale? «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E che cosa fanno i pastori? vanno subito a vedere il «segno»! E che cosa trovano? «Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia». Tutto qui! Tutto qui? E – ci dirà il seguito del vangelo – se ne tornano alle loro occupazioni «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto». Tutto qui!
Ma insomma, dove sta il segno? Da dove scaturisce quella «grande gioia» che sembra esplodere dentro i loro cuori e sconvolge loro – attenti! – non il loro vivere: «tornano infatti sui loro passi!»; ma il loro modo di vivere: infatti «glorificano e lodando Dio!», ci dice Luca…
In verità quello che i pastori hanno visto nella loro quotidianità (notturna!) è un liberatore, un inviato dal Signore che finalmente “era uno di loro”, uno come loro: reietto dalla storia, “cacciato” dal convito umano, e che – oramai adulto – sarà anche “maledetto” dalla religione ufficiale… Insomma non hanno visto un liberatore come avremmo potuto aspettarci: un cavaliere «figlio di papà», un «principe azzurro» vestito con abiti firmati e abitante in una reggia con parco e piscina… ma uno che vive la loro stessa drammatica esistenza…
Mi capita spesso di sentir dire: «Gesù era Figlio di Dio, anzi Dio stesso, per lui era più facile che per noi»… ora, così dicendo, noi censuriamo che veramente in Gesù, Dio si è «spogliato completamente della propria divinità, diventando in tutto simile a noi», assumendo in tutto i nostri problemi, il nostro giogo, la nostra croce, i nostri drammi… ma senza il peccato, cioè vivendoli in modo diverso, dicendo “sì” alla storia che incontrava e non come fuga da essa (e quindi da Dio Padre: vi ricordate come Adamo ed Eva fuggono nascondendosi?).
Quello che i pastori hanno visto e compreso, è che questo Bambino-Messia e Signore, ha voluto fin da subito, sedere all’ultimo posto alla tavola della vita: reietto, “impuro” tra gli “impuri” come loro stessi. Hanno visto il Liberatore, il Signore, condividere in tutto i loro disagi umani, il loro essere considerati dagli uomini dei “maledetti da Dio”… In questo Natale possiamo capire meglio che Gesù – che si rivelerà più chiaramente ai discepoli, come l’Alfa e l’Omega, la “A” e la “Zeta” della storia – sarà compreso come “Colui che è fin dal Principio”, proprio perché ha scelto, entrando nella storia, di essere l’ultimo, di viverla “dal” fondo: perché ha scelto di essere l’ultima lettera dell’alfabeto umano! Nella grande carovana umana che vaga nel deserto della storia, Gesù è nostra guida perché ha scelto da subito di essere uomo per davvero, stando in fondo alla carovana, ma così in fondo che nessuno può essere più disperato, più “maledetto”, più abbandonato, più disprezzato, più ultimo di lui… E – anche questa è una novità – lo fa da figlio (cioè da fratello che è l’unico modo per essere nella storia «Figlio/figli del Padre»)! Non brontolando contro una vita ostile (e quindi contro il Padre e contro i fratelli), ma aprendosi ad essa, consegnandosi in un rapporto, in una prossimità, che diventa la Via per una vita rinnovata anche per coloro che non sono in grado di cambiarla, come in fondo, Gesù non ha cambiato la sua!…Gesù insomma scegliendo l’ultimo posto nella storia, si offre come possibile soluzione per chiunque, anche per l’ultimo (anzi oramai “penultimo”), dei disperati, perché anch’egli possa – nel vivere in pienezza la propria comunione (questo è lo Spirito Santo) col Padre – trovare la propria dignità di figlio nella propria umanità sfigurata…
Se c’è una soluzione possibile ai nostri problemi essa non può che partire da qui, da questa comunione già data, altrimenti non sarà altro che un tentativo violento di esigerla da altri: la pace che scaturisce da questa comunione, insomma non è data dalla soluzione del problema, ma è la pace stessa (così intesa e così radicalmente vissuta) che diventa sorgente di soluzione. Soluzione che oramai non è più strettamente necessaria alla pace-comunione, ma ne è “semplice” “epifania”, al limite “verificazione” storica, “segno” di ciò che la precede, della pace-comunione che c’è già! Pace che resta anche davanti al fallimento immediato di ogni soluzione storica, anzi che cresce proprio nel suo lasciarsi gettare nel fondo della storia…
Ecco allora svelarsi in pienezza la vera liberazione, la luce che illumina questa notte, presente qui, ora, adesso, senza bisogno di attendere oltre, senza fuggire in un mondo ideale sia esso passato, presente o futuro… In questo Messia bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia viene svuotato dal di dentro il peso di ogni oppressione, viene resa “ogni croce leggera”, in modo che non solo non possa più nuocerci spaventandoci, ma anzi diventi occasione di una comunione-pace ancora più grande… perché solo la sofferenza che costruisce un rapporto può essere vissuta senza che uccida la vita e perché solo la comunione vissuta fino a questa profondità – fino a questo abisso sprofondata – dà senso a una vita che non teme più nessuna morte.
Questo è il miracolo di questa notte, questo è quanto ci viene riofferto ogni giorno dell’anno dal Natale del Signore.
domenica 15 febbraio 2009
Vedere dentro, Vedere il cuore!
“Vedi questa donna?” Questa domanda che Gesù rivolge a Simone sta proprio al centro del racconto bellissimo di Luca (7,36-50) che stamattina sta guidando la nostra preghiera, perché c’è modo e modo di vedere. C’è chi vede e prende nota, descrive, e c’è chi vede e scopre il cuore dei gesti che avvengono, il perché, questa è la differenza. I gesti di quella donna a tutti i benpensanti che erano nella casa di Simone il fariseo apparivano assolutamente inopportuni, anzi, francamente scandalosi anche perché fatti così, abusivamente, era entrata senza essere invitata nella casa e poi quella prossimità cercata con Gesù, con la persona di Gesù, bagnando di lacrime i piedi e asciugarli poi con i capelli, sono gesti che dicono una intensità di affetto e di vicinanza e “questa era una peccatrice, lo sapevano tutti”, pensa tra sé e sé Simone. Solo che Gesù ha visto dentro, non ha visto solo i gesti fuori, ha visto il cuore. Simone era fiero di aver invitato Gesù e che Gesù avesse accolto l’invito a venire in casa, a pranzo, ed era probabilmente un fariseo osservante, scrupoloso, conosce i dettagli della legge tant’é che non riesce assolutamente a sopportare che Gesù dia un credito così ad una donna che tutti conoscevano dalla vita sbagliata. Ma non legge dentro, neanche dentro di sé. Non riesce a leggere sé, sta ai codici della legge che conosce, e quindi non ce la fa a riconoscere la diversità profonda di Gesù. Quella donna invece aveva il peso di una vita sbagliata, se lo portava, quasi schiacciandola, ma aveva anche una voglia enorme di rinascere e allora, e allora bisognava esprimerlo e i linguaggi di una persona povera, che sa di essere con la vita sbagliata, i linguaggi sono quelli dei gesti, sono quelli dell’affetto, sono quelli dell’amore e Gesù ha visto questo, ampiamente. La parola bellissima che dice “lei ha molto amato, ha molto amato”, l’orizzonte con cui Gesù scruta e valuta è questo, è qui che tocchiamo con mano la buona notizia del Vangelo, che è la parola di grazia che il Signore ci fa, perché ognuno di noi dopo impari e scelga di amare il Signore e di amare molto il Signore, come “ha molto amato” questa dona peccatrice. E allora questa pagina guadagna un’intensità e una bellezza ancora maggiore di quanto percepisci ascoltandola, è davvero una pagina che dopo ti impegna la preghiera, che ti fa sgorgare dentro un senso profondo di gratitudine, quando evocavo all’inizio il titolo che è stato dato a questa domenica, “La domenica della divina clemenza” il titolo, bello, però è astratto, ma adesso la vediamo esercitata la divina clemenza e questo è infinitamente più bello, è commovente. La divina clemenza che si esprime in questi gesti ospitali che Gesù rivolge nei confronti di una donna dalla vita sbagliata. “Hai molto amato, và, la tua fede ti ha salvato, sei rinata”. E quando un’esperienza così entra nel cuore può cambiare davvero molto nella vita, del resto Paolo è il testimone più convincente di come la vita possa cambiare quando una condizione così entra nel cuore. Rileggo soltanto una frase del testo ai Galati (2, 19-3,7) che abbiamo ascoltato poco fa: “Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me” e aggiunge “e questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me”. “ Mi ha amato”, questa è la mia nobiltà, questa è la mia grandezza e allora la vocazione della vita è evidente che diventa quella del restituire un amore, restituire, perché il suo è stato, ed è, sovrabbondante, immeritato, glielo restituiamo l’amore. Eppure, ed è l’ultimo accenno che faccio riprendendo il testo di Osea (6, 1-6), probabilmente è una pagina che guidava quella che noi oggi chiameremmo una liturgia penitenziale; da una parte dice la coscienza che il popolo ha della propria vita fatta di lontananza e di errori, ma “Lui ci farà rialzare”, “la sua venuta è sicura come aurora”, c’è dentro una speranza profonda perché sta toccando con mano, questo popolo in cammino, l’amore di Dio; e la risposta di Dio nella seconda parte del testo è bellissima: “Io vedo che voi promettete ma poi la vostra promessa dura il soffio di un mattino, ma io non abbandono, però, voglio l’amore e non i sacrifici”. “Voglio l’amore”: eccola qua la parola chiave che poi riecheggia nel Vangelo di Luca, “Voglio l’amore”. Questa è la parola forte il Signore stamattina ha preparato per noi, per questa eucaristia domenicale. “Voglio l’amore”, “ha molto amato questa donna”, l’ amore genuino al Signore, umile, fatto nella coscienza che siamo poveri e spesso diventiamo lontani da Lui, che non facciamo, non riusciamo a mantenere promesse espresse, la vita è spesso intrisa di fragilità, di sbagli, ma questo mai porterà via la possibilità gioiosa di amare. “Tu ci stai a cuore, Signore, Tu sei grande con me, Tu sei il Signore!”. Ecco, questa è la preghiera di oggi.don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 15 feb ’09, penultima domenica dopo l’Epifania
domenica 8 febbraio 2009
La gioia di una accoglienza inaspettata

domenica 1 febbraio 2009
Dare credito a uno così!
Certo rimanere nel sonno mentre c’è una bufera di vento e l’acqua invade la barca continuamente, è proprio sorprendente. Andavo a scuola tutte le mattine da ragazzetto in barca al mio paesello, e una scena così è assolutamente inimmaginabile: quando c’era vento altroché si era svegli, tutti, anzi, con una paura enorme.Ma l’intento, appare evidente quando entriamo in preghiera di fronte a questo Vangelo (Lc 8, 22-25), l’intento non è quello di dire una cosa scioccante, che stupisce, è piuttosto quello di regalare una certezza: anche nei momenti duri di bufera e di tempesta, Lui c’è e dà pace. Mi pare proprio questo il cuore di questa pagina bellissima di Luca, tant’è che anche quando si apre un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli che sono impauriti e nel panico nella barca, il dialogo non avviene su cose eccezionali che sono accadute, ma su qualcosa che poi si decide nel cuore: sono due le espressioni che emergono. La prima è quella dei discepoli: “Chi è costui?”, “Mai vista una cosa così: chi è costui?”. L’augurio di Luca, che ci consegna questo racconto, è: “fallo il cammino per capire chi è Costui e fallo fino in fondo, e fallo con amore, perché uno così merita davvero di essere conosciuto, e bene, e da vicino. “Chi è costui?”, una domanda che questa mattina è bello tenere nel cuore, come regalo di questa celebrazione domenicale. E poi, l’altra espressione è di Gesù: “Ma, dov’è la vostra fede?”. Ecco, domanda la libertà della fiducia: “Sono qui, fidatevi però”. La vicinanza che sceglie di aver con i suoi, gli legittima la domanda: “Ma abbiate fiducia, abbiate fiducia!”. E qui avvertiamo subito che il Vangelo, questo Vangelo, è andato oltre questo episodio, è andato oltre quel momento, oltre quell’episodio, tant’è che questa mattina è impossibile udire questa pagina come se fosse un racconto che ha toccato altri. Certo che li ha toccati, ma questa pagina la stiamo udendo noi, noi adesso, e questa pagina, proprio per quello che esprime e che consegna, parla a noi, adesso: “Anche nelle situazioni più difficili Io ci sono, contateci!”. E’ dentro, facciamola fiorire la voglia di rispondere: “Chi è costui?” perché è, perché lo cerchiamo, perché camminiamo verso di Lui, perché ci lasciamo attrarre e persuadere dalla parola del suo Vangelo, perché la nostra vita diventa cammino, diventa ricerca, diventa viaggio. Vogliamo vederlo da vicino Costui a cui i mari e i venti obbediscono.
Del resto ci direbbe il testo antico che abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza (19, 6-9), del resto aveva già dato prova, meritava una fiducia così: quando in quella situazione del tutto improbabile ha fatto uscire all’asciutto attraversando il mare il popolo schiavo e gli ha dato la gioia di intraprendere l’esperienza dell’Esodo. Questo è il Signore: fedele nella sua Parola, che adempie le sue promesse. Veniva da lontano, quindi, un annuncio come questo; il Vangelo, certo, lo conduce a compimento, molto più in là di quanto noi avremmo osato sperare e tanto meno pretendere.
Ma è bello anche sentire con quale animo ce lo dice Paolo (Rm 8, 28-32) che vale la pena di fidarsi del Signore e vale la pena di cercare in tutte le nostre risorse, di intelligenza e di cuore, chi è il Signore. Questa pagina bellissima del capitolo 8 della lettera ai Romani enumera, quasi in una successione incalzante di verbi tutti i doni ricevuti, perché chiamati, conosciuti, predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio, e poi ancora, chiamati, giustificati, glorificati. Ha fatto questo, ha fatto questo, non l’ha solo promesso, questo è accaduto, questo è il dono della Pasqua. “Questo è accaduto in me, Paolo, che vi sto parlando”. E io a uno così non do credito? A una promessa che si compie in questo modo, non apro il cuore con una disponibilità vera? Ecco il dono della Parola di questa domenica, della Scrittura Santa che ci accompagna nell’Eucaristia e che fa da faro di riferimento per l’intera settimana.
Oggi è anche bello sentirsi in una comunione di preghiera con tutte le Chiese: celebriamo la domenica per la vita. E come mi piace dire soltanto questo: questo è davvero il Dio della vita, questo, il Dio dei viventi, e l’amore alla vita, e la custodia del dono della vita appassionata e intelligente, fraterna e sincera, trova qui la sua radice più profonda, che “Tu sei il Dio della vita! E da Te non l’abbiamo ricevuta. E a Te noi faremo ritorno, perché la vita non termina, nella Tua casa la vita continua definitivamente, ed è nella tua casa. Noi di questo, Signore, ti rendiamo grazie.”
domenica 25 gennaio 2009
Come una piccola scuola dove apprendiamo a vivere di Vangelo

E facendoci aiutare come sempre, anche se solo inizialmente, poi dopo ognuno può continuare nella riflessione e nella preghiera anche lungo il giorno e nei prossimi giorni, facendoci aiutare da questi testi proclamati, come una piccola scuola dove apprendiamo a vivere di Vangelo.
Ci direbbe quel testo molto bello del profeta (Is 45, 14-17) che abbiamo ascoltato poco fa, “non cercando logiche di potere o di forza, ma percorrendo piuttosto i sentieri della mitezza, della giustizia, della bontà”. Questo apre il cuore di una famiglia, di una comunità, di un popolo, alla logica di Dio. E queste parole come diverranno sempre più incisive e concrete man mano che questa logica di Dio si andrà manifestando. Questo era un momento, certo importante, del cammino del popolo di Dio, ma dopo, pensiamo il momento dei libri della Sapienza, il momento di Gesù, questa logica di Dio, intrisa di mitezza e di bontà e di magnanimità sempre più evidente sarebbe apparsa. Questo è un apprendere il Vangelo, e questo vuol dire custodirsi bene da affanni eccessivi, da logiche che non sono somiglianti al Vangelo, e anche all’interno di un’esperienza di famiglia, di comunità, tutto questo può accadere, lo sappiamo, l’esperienza ce lo va dicendo, e come allora diventa bello questa mattina pregare il Signore Dio perché questo ci sia dato come dono e come grazia.
Oppure ci direbbe il testo della Lettera agli Ebrei (Eb 2, 11-17): “prendendosi cura degli altri”, come Lui, in tutto simile a noi, “si è preso cura della stirpe di Adamo” – bellissima questa frase che commenta il mistero dell’Incarnazione del Signore in una forma ineguagliabile come profondità, come bellezza. “Il prendersi cura di” fratelli e sorelle, questo è un apprendere il Vangelo, l’imparare il Vangelo. Ed è l’augurio che la liturgia di oggi sembra consegnare alle famiglie: diventino sempre più spazio e luogo dove la scelta del prendersi cura diventa un valore amato, uno stile educativo, una cosa che ci aiutiamo a perseguire in profondità. E questa ci è data come possibilità, anche avessimo difficoltà, e magari serie, dentro il cammino della nostra famiglia, comunque questa libertà del continuare a prendersi cura, del farsi carico di altri, questa nessuna situazione ce la potrà sottrarre, rimarrà una possibilità sempre aperta; anzi, a volte, sono proprio le persone più segnate dalla prova che si rivelano più capaci di prendersi cura di altri. Quasi come se la prova affinasse il cuore e ci rendesse più capaci di una disponibilità sincera.
Oppure, ed è l’ultima strada che la liturgia ci propone in questi testi: quell’abitare i confini piccoli di Nazareth, si concludeva così il brano (Lc 2, 41-42): “venne a Nazareth e stava loro sottomesso e sua Madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. Come un invito a non ritenere mai che la vita feriale, sempre identica nei suoi ritmi, in contesti semplici e poveri dove scorrono i nostri giorni e i nostri anni, non rassegnarsi mai a pensare che essi diventino la tomba dove si spengono gli ideali, dove i valori grandi escono mortificati. Ci direbbe l’esperienza di Nazareth: “guarda che piuttosto è vero il contrario, che abitare nei confini poveri, con una carica di amore vero, con uno sguardo comunque che va oltre i tuoi confini e che vorrebbe abbracciare l’intera ricerca e sofferenza dell’uomo, questo non è il far morire gli ideali, anzi è un alimentarli e in maniera grande e vera”. Forse alludeva a questo in quella risposta Gesù alla madre e al padre che angosciati lo cercavano: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.
Ecco sono alcuni doni che riceviamo nella liturgia di oggi, in questa domenica della famiglia e sappiamo quanto parole e convinzioni così diventino sempre più preziose oggi. E’ insidiata in mille modi oggi la famiglia, addirittura a volte nella stessa possibilità di esserci; e anche quando poi è data la libertà di farla nascere una famiglia, nelle scelte libere del cuore di un uomo e di una donna, la storia ci sta dicendo quanto sia frequente il frantumarsi di tutto, e magari dopo pochissimo tempo. Comunque il venir meno di un sogno , di una scelta, di un amore perseguito come senso della propria vita. A volte tutto questo sembra introdurre uno sguardo pessimista e negativo, che non è più capace né di sognare né di rilanciare, quasi incapsulato dalle tante drammatiche situazioni che segnano oggi la vita di tante famiglie o mettono in salita il loro cammino, anche dal punto di vista delle risorse di cui vivere, delle risorse economiche.
Pregando con calma questi testi, francamente sentivo piuttosto un invito nella direzione opposta: non ad intristirsi fino a divenire incapaci di intuire i valori più grandi, piuttosto un incoraggiamento è ad amarle ancora di più queste scuole di Vangelo, perché poi è forse questa l’esperienza che custodisce e che salva, che consente di nuovo di rimettersi in cammino, di nuovo di dire a dei giovani che un’esperienza come quella di vita matrimoniale è esperienza degna del nome della vocazione, esperienza degna di essere amata e vissuta con tutte le proprie capacità. Ecco, stamattina noi siamo pochi a celebrare, ma come è bello sentirsi dentro lo sterminato mondo delle famiglie e pregare con loro, e pregare a nome loro e pregare noi stessi come famiglia Tua, Signore.
lunedì 19 gennaio 2009
Il vino buono del Vangelo

Se preghiamo così i testi che ora stanno accompagnando la nostra preghiera domenicale, ci accorgiamo di alcuni elementi di risposta preziosi che poi aiutano un cammino di fede, indicano mete e passi da compiere, da atteggiamenti da coltivare. Ci direbbe, ad esempio il profeta (Is 25, 6-10a), “Vedi, il Signore è uno che le compie le promesse, non si limita a farle, poi le conduce a compimento, il Signore è fedele alla sua Parola”. E il profeta lo dice con gioia, con gratitudine, lo ricordavo all’inizio: “Questo è il Signore in cui abbiamo sperato!”. Con una sorta di fierezza nel riconoscere che il Dio in cui abbiamo e stiamo riponendo le nostre speranze, è un Dio che non tradisce, che non cambia le carte in tavole, che mantiene la parola data. E allora la Parola che Lui ci ha consegnato, nel Volto del Signore, nel Vangelo del Signore, questa è la Parola da custodire nella vita, questa è la Parola da cui farsi irradiare nella vita, questo è il luogo dove attingere una luce che poi orienta i nostri passi.
Oppure ci direbbe Paolo, e riprendo almeno qualche aspetto di questa bellissima pagina della lettera ai Colossesi (2, 1-10a). Cioè l’aver imparato a conoscere il Signore vuol dire adesso radicarsi in Lui: “Camminate radicati e costruiti su di Lui, saldi nella fede”. Questo è un tipo di consegna che può fare uno che ha veramente compreso, che ciò che Dio ci ha dato attraverso Gesù, attraverso il Vangelo di Gesù, nella presenza viva di Gesù, è qualcosa di solido, che ha la stabilità di un fondamento: costruisci sopra un fondamento così, stai tranquillo, la casa reggerà, qualsiasi tempo ci sarà regge, perché questo è fondamento solido. E utilizza le immagini a lui care, del “radicati e costruiti su di Lui”. Dice una stabilità, dice una fedeltà che no si lascia contaminare da rischi o da paure, da seduzioni o da prove: “sei Tu la mia roccia, Signore; sei Tu Colui sul quale poggiamo la nostra speranza”. E questo dopo che risorsa diventa in un cammino di fede, quando sono queste le condizioni che ci sostengono, davvero il Signore consente di andare lontano perché queste sono parole forti, hanno un fondamento solido.
Ma poi di quella pagina indimenticabile che sono le nozze di Canaa, che il Vangelo di Giovanni (2, 1-11) ci regala, raccolgo l’ultimo aspetto, anche qui solo qualcosa di questo testo molto più ricco. Da una parte, ecco, quella consegna che viene, ed è bello questo, dalla Madre di Gesù. E’ lei che vede l’imbarazzo degli sposi, vede il disagio per una inevitabile figuraccia, e risolve, quasi introducendosi a sorpresa – “non è ancora giunta la mia ora”, le dice Gesù -, ma la sua parola rimane ferma: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Ecco, questa è una consegna, di fare ciò che ci dice il Signore. La fedeltà alla parola del Vangelo è espressa con una forza davvero straordinaria, e noi una Parola così la dovremmo raccogliere, per di più, viene da lei, da Maria di Nazareth, viene dall’attenzione squisita che ha verso questa gente semplice, che vedrebbe rovinato un giorno di festa su cui aveva puntato tanto e da tanto tempo.
Ma anche un ultimo aspetto vorrei affidarvi per la preghiera, quello dell’attingere al vino buono del Vangelo, a un vino non contaminato, non annacquato, il vino buono del Vangelo. Questo è un invito a non intiepidire la vita lungo il cammino, a non rendere sbiadita la Parola che invece è luminosissima, come quella del Vangelo, a non far venire un otre appesantito un passo che invece ha sempre bisogno della vivacità e della convinzione di chi sa di aver posto la propria fiducia in Uno che ampiamente la merita. Il vino buono del Vangelo: la nostra vita chiamata a custodirlo, chiamata ad attingere al vino buono del Vangelo, chiamata a regalarlo il vino buono del Vangelo.
E’ piena di ricchezza e di suggestione la Parola del Signore che segna questo giorno domenicale. Lo accompagniamo anche con quella preghiera corale che, proprio a partire da oggi, diventa invocazione del dono dell’unità tra tutte le Chiese cristiane, in questa settimana particolare di preghiera. Ieri l’aveva aperto il capitolo relativo al rapporto con i nostri fratelli ebrei, e ora, giorno dopo giorno, questa implorazione non manchi, nella nostra preghiera.
mercoledì 7 gennaio 2009
Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide

Quando poco fa il salmo ci faceva pregare restituendo una risposta alla pagina del Cantico (Ct1, 1; 3,6-11), “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide”, davvero orientava, e bene, la nostra preghiera, perché di Lui si parla, è Lui lo Sposo che viene, è Lui il nuovo Re della Gloria: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Signore Gesù. E questa espressione di fede, carica di affetto, come la sentiamo estremamente sincera, in giorni così, segnati dalla Luce e dalla Grazia del Natale, perché, davvero, per mille ragioni e soprattutto, in ragione del perché sei venuto tra noi, nella forma in tutto simile alla nostra, noi ti riconosciamo come il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide. E’ la nostra preghiera di questa mattina che s’accomuna a ogni sguardo che sa contemplare il Dono di Grazia del Signore.
E anche la pagina di Luca (12, 34-44) ci incoraggia in una direzione così: perché mai dovremmo tenere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese e rimanere a vegliare? Perché Colui che viene e che verrà merita il meglio dell’attesa, merita un cuore che veglia, merita il desiderio di un incontro. E’ il Signore, farà ritorno dalle nozze! E, in verità vi dico – aggiunge il testo di Luca – si stringerà le vesti ai fianchi, vi farà mettere a tavola, passerà a servirvi. Mai avremmo immaginato così il volto del Maestro, così famigliare, così accogliente, così vicino, addirittura ci mette a tavola e passa a servirci, di questo rendiamo grazie.
giovedì 25 dicembre 2008
Frammenti di Natale
Il Segno, in fondo era proprio piccolo, assomigliava a tanti eventi, gioiosi, ma che accadono nelle case, nelle famiglie comuni, appunto il nascere di un bimbo e a Betlemme: questo era accaduto. Eppure questo Segno, piccolo, era preparato da un sogno e da un Sogno di Dio, non nostro, che stava nel cuore di Dio. Penso che tutti abbiamo ascoltato con un animo così quella splendida pagina del Profeta che poco fa ci ha fatto udire che potrebbero accadere anche gli abbinamenti più inconciliabili, le sintesi più impossibili, le vicinanze del tutto improbabili. Man mano che scorrevano le immagini del Profeta, questo lo sentivamo come qualcosa di assolutamente profondo: "spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra", fino a concludere con quel augurio che mi piace questa sera condividere come l'augurio più bello del Natale cristiano: "casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore". Ma proprio per questo siamo invitati ad entrare nel Mistero di Grazia del Natale, quella Luce che squarcia il buio della notte e irrompe dilagante; come la luce, appunto, non riesci mai a contenerla la luce, se c'è, entra, ed entra ovunque.
Paolo sembra volerci aiutare questa sera a riconoscere che qs non è un mito che dopo viene caricato di retorica, no, questo è un avvenimento accaduto per il volere di Dio, qualcosa che è entrato nella carne della storia degli uomini, nella terra degli uomini, nello scorrere del tempo degli uomini, lì è entrato, dove tutti noi ci muoviamo, dandoci un'immagine - Paolo lo fa così - che sorprende per tanti aspetti, un'espressione che probabilmente scorre via quando la ascoltiamo - quella che sta all'inizio del brano ai Galati che abbiamo ascoltato -, "Fratelli, quando venne la pienezza del tempo". Che significa? Ma il tempo non è una successione di giorni, uno dopo l'altro, di mesi, uno dopo l'altro, di anni, uno dopo l'altro, di decenni, di secoli? Quindi cosa vuol dire "la pienezza del tempo"? Sembra volerci proprio augurare questo, Paolo - penso di tradurlo fedelmente comunicandolo così -: "Non è vero che tutto è uguale nel tempo che scorre. Ogni giorno ha una durata uguale ad un altro giorno, ogni anno ha una durata uguale ad un altro anno, certo, ma non tutto quello che accade nel tempo ha un'importanza identica. C'è qualcosa che scorre via, già l'abbiamo dimenticato; c'è qualcosa che affascina al momento, ma dopo la vita conduce oltre; c'è qualcosa che rimane! Che quando lo avvicini, questo che rimane, ti accorgi che ha la solidità di una Roccia, è il Segno di una Verità incrollabile". Paolo vuole dirci: "Guarda che nell'apparire di infiniti bimbi che nascono, questo, questo, di Betlemme porta il Sigillo di una Promessa antica, di un sogno grande di Dio, questa è la pienezza del tempo, questo è il cuore del tempo. E il prima e il dopo girano attorno a questo cuore del tempo". E' un'immagine fortissima per dire: "Riconosci che quello che è accaduto nel Mistero di Gesù di Nazareth è qualcosa di assolutamente eccezionale, anche se ha, e con una intenzionalità vera di Dio, assunto da sempre il volto feriale, umile, discreto, tenero, di un bimbo che nasce nel cuore di una famiglia povera. Questo è l'invito ad aprire il cuore alla Grazia del Vangelo, questa è la Luce che irrompe. E le tenebre, per andarsene hanno bisogno di una Luce vera altrimenti rimangono implacabili nella vita e nella storia. Ma la Luce vera ha fatto breccia, è entrata: "Venne la pienezza del tempo!". Quindi non lo metto accanto a tanti altri episodi questo, lo racconto in modo semplice, certo, come in modo semplice Dio ce lo ha regalato, però è una cosa enorme, enorme! E' l'ingresso di Dio nella storia degli uomini, nel tempo degli uomini, nella carne degli uomini. E Dio è Dio! Dio non lo allineo alle cose banali: è Dio! Questo squarcia il buio della notte, questo. questa sera la nostra preghiera è attraversata da questa Luce. Infine, l'ultimo augurio ce lo regala Giovanni in quella pagina altrettanto splendida: l'inizio del suo Vangelo. Ma qui solo un frammento raccolgo, quello che ci è anche più caro, quell'espressione che sta nella parte finale: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". L'immagine, tratta dal testo originale di Giovanni, è quella della Tenda. "Ha messo una tenda tra noi", fatta di carne, come ognuno di noi, si è messo accanto. E' un gesto che parla da sé, dice il massimo della solidarietà possibile: "Io non intendo rimanere lassù, tra i cieli - sembra dirci Dio - Io metto la mia Tenda, è fatta di carne, come la vostra carne, dentro il vostro campeggio, dentro le infinite tende di uomini e di donne della storia di ieri, di oggi e di domani. Un'identica tenda simile alle vostre, e mi riconoscerete come il Dio vicino, il Dio con voi, come l'Emmanuele, il Dio con noi".
Sono frammenti del Natale quelli che ora ho raccolto e ho detto a voce alta unicamente per aiutare la preghiera di tutti, ma bastano dei frammenti a farci intravvedere la bellezza di un dono, dono per il quale stasera siamo qui insieme a pregare e a rendere lode al Signore.
martedì 25 dicembre 2007
Omelia di mezzanotte: la Luce nella Notte
Auguri di Buon Natale a tutti!...
Ma gli auguri che ci scambiamo e ci scambieremo in questi giorni di festa, non ci devono far dimenticare che spesso nella nostra vita… "è notte"… e una "fredda notte"…
Anche oggi è notte per molti di noi: rendiamoci conto allora della notte… solo così capiremo il vero senso degli auguri di questa Notte!
Abbiamo udito Isaia nella prima lettura cosa ci dice. Il "popolo che camminava nelle tenebre"…, abbiamo ascoltato l'introduzione del lettore che ci dava il contesto storico di questo brano di Isaia… Ebbene, il binomio luce-tenebra è costante nella Bibbia, dove diventa sinonimo del binomio amore-odio e quindi vita-morte…
La notte, il buio della notte, si ha tutte le volte che viviamo un'esperienza di odio, di morte, di non senso della vita… Tutte le volte che viviamo un'ingiustizia, la paura, la disperazione… lo stress che è fatica esistenziale…
È la notte della morte di un nostro caro, che è sempre morte ingiusta, perché lacera gli affetti perché è un insulto al Dio-della-vita: non dite mai davanti al male, a qualunque male, "sia fatta la volontà di Dio". La morte di un uomo non è mai, mai, volontà di Dio, Dio lo permette suo malgrado perché se dovesse impedirlo dovrebbe eliminare tutti gli uomini dalla faccia della Terra: e noi saremmo i primi a dover sparire!
Ma è notte anche una malattia incurabile, che gli uomini occupati a costruire armi e a far soldi non permettono di debellare investendo in questo uomini e denaro…
È notte la notte di un amore che sembra finito, in famiglia, tra amici…
È la notte di tuo figlio o tua figlia che si sta comportando tutto il contrario di come lo stai educando…
È la notte di un marito o di una moglie che non si sente più amato/a, compreso/a, accolto/a come aveva sognato…
È la notte del tradimento di un'amicizia di lunga data…
È la notte del tunnel di una crisi politica ed economica e sociale che, anche se cambiano i governi, non sembra finire mai…
È la notte della fede, o meglio di quello che credevo che fosse fede, e che ora sembra non esserlo più perché non è più in grado di essere nutrimento e guida nelle difficoltà della mia vita in un mondo che si fa sempre più complicato…
È notte della morale, degli altri e mia, (come quando, ad esempio, non capisco come mai mi comporto, in certi momenti, in un modo che non vorrei)…
Davanti a queste immense ingiustizie che stai vivendo sulla tua pelle o su quella dei tuoi cari, non c'è ragione che tenga, non c'è spiegazione che possa fare chiarezza, luce… la ragione stessa è immersa nel buio più totale, perché non si può capire l'assurdo del male che è in noi e che è intorno a noi… e quello che credevo fede, abbiamo detto, è impotente!
Certo cerchiamo di alleviare questa "notte", distribuendoci regali, facendoci gli auguri, quasi in modo scaramantico, ma senza crederci veramente, infatti a festa finita, si torna alla vita di tutti i giorni dove il cuore è attanagliato dal freddo delle tenebre senza uscita…
Non c'è consolazione umana che tenga, non c'è spiegazione neanche religiosa, che renda la notte meno notte! Troppo dolore, troppa sofferenza, troppe ingiustizie, troppa miseria…
Noi siamo qui stasera perché rifiutiamo la "pacca sulle spalle", le consolazioni consolatorie…
Vogliamo ascoltare da Dio se c'è una via d'uscita in queste tenebre, in questa notte, e ricominciare a vivere nella Luce…
Come i pastori, che sono immersi nella notte, dobbiamo incamminarci verso il solo punto luminoso della storia dell'umanità… un Bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. E vivere l'esperienza annunciata da Isaia e vissuta dai pastori: "su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse"…
La terra tenebrosa siamo noi, basta guardarci intorno, basta guardarci dentro, per scoprirlo; la luce che rifulge è il Signore ma per capire questo occorre incamminarci con i pastori sui quali, dice il Vangelo, "la gloria del Signore li avvolse di luce"…
Il Signore? Ma di quale Signore si parla? Non certo quello della tradizione! Per tre volte il Vangelo di questa notte descrive il "Salvatore, che è Cristo Signore" (per usare le parole dell'angelo) come un bambino, adagiato in una mangiatoia. Ci aspettavamo un supereroe, un superdio, un megastregone, un grandeguaritore, un Dio-guerriero! Ci bastava anche un Dio… come diciamo noi però! Ed eccoci qua davanti a un piccolo, normalissimo, indifeso, bambino! Un uomo, come noi! Più povero di noi… Immerso già dalla nascita e prima di nascere, nell'ingiustizia dell'inospitalità, della miseria, del freddo, e dell'incomprensione (neanche suo padre Giuseppe capiva da dove venisse!), intrappolato nelle maglie di censimenti ed editti di un potere che si prende gioco di noi… E questa sarà una costante della vita di questo bambino…
Ma questo bambino è un bambino che da sempre si nutre della volontà d'amore del Padre… Ed è un bambino che di questa volontà di salvezza vuole nutrire la nostra vita…
Ecco il segno, ecco la luce in mezzo alle tenebre: non un bambino, non una mangiatoia, ma un "bambino nella mangiatoia"!
Il Verbo eterno di Dio è una bambino nella mangiatoia perché è un bambino da "mangiare" per l'umanità intera… Per questo si fa eucaristia, per questo si fa pane, per questo si fa Parola e mensa della Parola, per essere nutrimento, sostegno, luce, guida… nostro bambino, come lo è di Maria e di Giuseppe che serbavano tutte queste cose meditandole nel proprio cuore…
E noi? Siamo capaci di osare tanto e di tornare così bambini, da lasciarci anche noi guidare da questo bambino? Coraggio, mettiamoci a tavola e festeggiamo facendoci nutrire e illuminare dalla sua vita. E allora la notte, non farà più problema, anzi più essa sarà oscura e più la sua luce che è in noi, perché ce ne siamo nutriti, ci guiderà e guiderà anche il "nostro mondo"… perché sarà visibile fino ai confini del mondo…
Ecco allora gli auguri di questa Notte sono diventati una certezza: finalmente, in questo bambino deposto in una mangiatoia, di cui ci nutriamo, faremo l'esperienza vera che Dio è Padre perché è con me, è con te e con tutti, perché l'abbiamo accolto in noi, nella nostra vita.
È senza casa, perché cerca la tua,
è al freddo perché cerca il tuo calore,
tu sei al buio, lui è la luce,
tu hai fame di qualcosa di nuovo, lui ti nutrirà della novità del Padre.
Prendilo con te e la tua notte si trasformerà in giorno, la tua fame sarà saziata e la tua sete sarà appagata.
Se zoppichi, camminerai e se sei cieco ci vedrai!
E allora quando ci scambieremo i doni sappiamo cosa veramente ci scambiamo: la Luce di cui ci siamo nutriti e che ora abita in noi…
E la festa, sarà veramente festa, non più festa-di-un-momento, ma festa-per-sempre…
Così sia!
Dove siamo!
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