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domenica 31 marzo 2013
Pasqua: la sconfitta di ogni giustizia
postato da
Mario
Questa omelia probabilmente non potrete comprenderla nella sua portata effettiva (rischierebbe di scandalizzarvi inutilmente) se non leggerete fino in fondo il post precedente, di cui è la naturale conseguenza. Promettetemi quindi di leggerla solo dopo averlo letto e… capito! Auguro a tutti voi una “Gioiosa Pasqua” (preferisco l’espressione francese: Joyeuse Pâques)
Proprio nei versetti precedenti alla prima lettura tratta dal libro degli Atti (At 10,37-43), leggiamo che “Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (vv 34 e 35). Dunque fino ad ora Pietro era convinto che Dio facesse preferenze di persone! Non si ricordava più che Gesù aveva detto che “Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45)!
E notare che tutta la chiesa si deve convertire! Infatti ritornato dai suoi, alla fine del brano che abbiamo ascoltato, la chiesa, gli apostoli, i discepoli, i credenti… “lo rimproverano: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!»”.
La giustizia nuova, quella descritta da Pietro nel brano che ci è proposto dalla liturgia, è quella che scoperchia le tombe!
Siamo morti dentro? Nessuno di noi è più morto dentro di come sia morto Gesù! Reietto dagli uomini, abbandonato dai discepoli, con la madre costretta a vedere lo spettacolo della sua macellazione (Agnello condotto al macello), e il Padre che tace e non muove un dito!
Ma oggi il coperchio che doveva essere il sigillo definitivo alla sua e nostra disperazione è stato fatto saltare!
Da Dio diciamo noi! con una risposta un po’ sbrigativa. Vero! ma cosa vuol dire da Dio?
Il coperchio è saltato perché Gesù ha mandato in aporia Dio stesso: che giustizia è una giustizia che inabissa l’uomo, il giusto nel più profondo degli inferni? La morte di Gesù punta il dito anche contro un Dio che lascia morire un figlio in nome di una giustizia che ha bisogno di essere riparata.
Nell’assassinio di Gesù, l’Innocente, non solo è morta la morte, “o morte sarò la tua morte” ma è condannata ogni forma di giustizia, umana e divina! Perché la giustizia, ogni giustizia non può che mandare prima o poi al patibolo!
Gesù nel suo morire sulla croce ha insegnato non solo agli uomini, ma anche a Dio, che ogni giustizia, per quanto santa, perfetta, giusta, non può far altro che ricadere su un innocente: non si è mai colpevoli di morte! Questo Dio prima non lo sapeva! Questo gli uomini non l’hanno mai pensato! Era! ma ora è lievito vecchio (cf seconda lettura 1Cor 5,6-8)! Che non serve a niente! Che non fa fermentare più niente! Nella morte di Gesù, non c’è giustizia che tenga… non si può dire non lo sapevo! Nemmeno Dio ha scusanti! Nel giorno di Pasqua allora, muore definitivamente ogni giustizia e risorge la Misericordia… Sola! Come unico non-giudizio autenticamente vero, umano, divino!
Ricordate Noè e il diluvio universale? Dio lo provoca… ma poi se ne pente: ecco io oggi vedo così la Pasqua di risurrezione: Dio si è accorto di aver fatto una cavolata! E ricrea l’uomo, ricrea un mondo dove ora regna per sempre una nuova legge che ci governa: quella dell’amore, quella del perdono sempre comunque in ogni caso e senza fine! Perché se c’è una giustizia vera è quella che rinuncia a perseguire, rinuncia a rimproverare, rinuncia a imprigionare, rinuncia a seppellire, rinuncia a mortificare! Oggi i libri dei “Principi” (negoziabili o non negoziabili, fatte voi) sono stati definitivamente bruciati per lasciare spazio ai teli che asciugano le lacrime dell’uomo: e il sudario resta a eterna condanna di ogni giustizia umana e divina (cf vangelo di oggi Gv 20,1-9)!
Si chiama Chiesa, non quella che dice “Signore, Signore”, o rinnova principi che uccidono, ma quella che scoperchia le tombe, che spezza le catene, che slega e mai lega! Che abbraccia e mai condanna! Che vive risuscitata e incontra risuscitando… perché non fa differenze mai, nemmeno tra buoni e cattivi! Solo così la chiesa, i cristiani si possono convertire all’unica verità rimasta: la misericordia!
Il resto… è vecchio, puzzolente, lievito: spazzatura da bruciare.
Mi chiedono se l’inferno è vuoto… Ho cercato di rispondere come ho saputo, ma oggi mi è tutto più chiaro! No! l’inferno non è vuoto: vi brucia la G/giustizia!
Finalmente è Gioiosa Pasqua!
venerdì 10 luglio 2009
Missionari della benevolenza del Padre
postato da
Mario
Gesù chiama i dodici senza ulteriori dichiarazioni. Perché proprio questi? Non si dice nulla in proposito. Né virtù, né abilità particolari, né attitudine oratoria li distingue. Se manca loro qualcosa all’attuazione del loro incarico verrà ad essi aggiunto. Manca loro senz’altro tutto ciò che viene dato loro quando vengono mandati: l’autorizzazione ad annunciare il regno di Dio, e questo con il potere di scacciare i demoni, il che è unicamente possibile se si ha lo Spirito Santo, che estendendosi ricacci indietro la sfera di azione dello spirito maledetto. Avendo ricevuto questi doni da Gesù, si richiede loro di non mischiarli con i propri mezzi di appoggio o di propaganda; perciò nessuna bisaccia, non pane, non denaro, non abiti per cambiarsi,… e neppure la ricerca di un’abitazione più comoda. Gli incarichi sono l’annuncio, il richiamo alla conversione, non il successo. Se non ci sarà non deve importare, devono semplicemente andare e tentare altrove… (Balhasar)
Chiamati, mandati e respinti
Una chiamata di ordine radicale, quella di Amos e degli apostoli, senza possibilità di pensarci troppo. C’è però nel fare di Gesù una novità rispetto ai profeti antichi, nella chiamata degli apostoli. Gesù se li è scelti, uno ad uno, per nome, ma poi li ha radunati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”, “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco. E questo era il primo obiettivo immediato della chiamata, che ha sconvolto loro la vita. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé - “per mandarli ad annunciare” il vangelo, che da lui avevano ascoltato e con lui condiviso, imparando faticosamente a viverlo (Mc 3,14s). È arrivato dunque il tempo per i discepoli di “provare” almeno, come un tirocinio, a nostro insegnamento, a mettere in atto quanto dovrebbe essere il risultato della comunione di vita con Gesù: diventare missionari, come lui, e andare a fare, pur ancora maldestri, quello che finora hanno visto fare dal Maestro.
Un’irresistibile adesione interiore
La loro preparazione non era un seminario dove imparare un mestiere o una vocazione a cui addestrarsi, in una scuola di profeti, per poi praticarla. Ma piuttosto una irresistibile adesione interiore a seguire la chiamata del Signore senza possibilità di fuga. La chiamata si è rivelata un coinvolgimento progressivo e poi addirittura un’immersione in un progetto misterioso, il Regno di Dio, di cui Gesù parlava in continuazione e di cui tutto ciò che faceva, diceva, viveva era la manifestazione e la realizzazione. La loro comprensione di questo mistero e di Gesù stesso, era allora iniziale, informe, ancora grossolana… Ma pur mantenendo tutta la loro debolezza morale, culturale, psicologica, sempre più capiranno che stavano diventando tessere vive di questo immenso mosaico che è il “disegno” di Dio di salvare il mondo… e che in questo progetto tutta la storia di Israele e, in Israele, di tutte le genti, trovava il suo senso. L’annuncio che Gesù gli comanda di portare alla gente è fatto di poche parole (convertitevi), di alcuni doni speciali (liberare gli oppressi da varie forme di menomazioni diaboliche, curare molti malati) – ma insieme è fatto del “modo di essere e di presentarsi” dei Dodici.
Profezia svincolata dai monopoli del potere e dei suoi strumenti
Quando si parla di evangelizzazione, il nostro pensiero corre subito al «che cosa vado a dire?» e meno, molto meno, a «come devo essere io?», al mio stile di vita. Perché lo stile di vita non è un accessorio, magari desiderabile, ma secondario, del messaggero. Le modalità del presentarsi dei messaggeri missionari, cioè gli strumenti economici, il tessuto di relazioni nelle quali si inseriscono, le strutture istituzionali con le quali si incontrano, o si scontrano, nei paesi e nelle città dove arrivano, anche se ancora minime, come in questi inizi… sono già il messaggio! L’istituzione, come gruppo di apostoli, preparati e mandati ad annunciare, ancora sotto lo sguardo di Gesù, è necessaria ed essenziale per rendere percepibile e visibile alla gente il Regno di Dio. Il gruppo, che sarà la chiesa, inizia dunque a diventare sacramento del Regno, una minuscola chiesa, già indicatrice ed operatrice, fragile povera, ma efficace, del vangelo di salvezza! I Dodici non possono non riprodurre però in sé il volto di Colui che li invia, il giovane profeta che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo, “commosso nelle viscere per le folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,37). A loro, come ad Amos, un po’ contadino e un po’ pastore, preso da dietro il bestiame, il Signore disse: Va profetizza al mio popolo. Loro, tra gli attrezzi per la pesca, o in varie altre faccende, si sono sentiti dire: vieni! E poi : Andate ad annunciare il Regno! Nessuno di loro pensava minimamente ad un incarico istituzionale. Avevano già il loro mestiere. Sono stati coinvolti dentro questa passione di portare l’annuncio di liberazione e redenzione, nelle città e villaggi. Ma proprio questo atteggiamento di dedizione e libertà, di distacco radicale dai beni economici e dalla ragnatela di legami e dipendenze che comportano, lo schieramento affettivo (appreso dal Maestro) con le folle dei poveri… inquieta il potere! Una chiamata simile a quella del profeta antico e che riproduce facilmente lo scontro con il potere, come previsto da Gesù: pochi anni e – appena apriranno bocca nella missione definitiva si accorgeranno della discriminante “repellente che ha il potere verso Amos ed ogni profeta: vattene, veggente, ritirati… a profetizzare da un’altra parte… perché questo è il santuario del re!” E anche loro troveranno la risposta radicale del profeta che non si vende: meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!
Ordinò che non prendessero nulla per il viaggio
Ecco perché Gesù esige uno stile ed una radicalità di disimpegno dai lacci che legano al potere, al denaro, alle convenzioni del consenso socio politico, che sembra ingenuo o poetico o utopistico. Non portate nulla, perché tutto ciò che hai in più, ti divide dall’altro. Tutto ciò che hai di troppo (su cui il potere ti gioca, perché te lo può concedere, lasciar o togliere…) è pericoloso… pane, bisaccia, soldi, vestiti. Il problema si è immensamente complicato oggi – pur rimanendo limpide, incontestabili… e drammatiche queste esigenze “evangeliche”, tuttora inseparabili dal messaggio e dal contenuto del messaggio che è il Regno. È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Un messaggero carico di bagagli, che s’illude possano servire per spiegare e convincere meglio… sarà invece paralizzato o impedito o invischiato dall’ambiguità dei mezzi stessi a cui si affida, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicarli irrinunciabili. Scordandosi della forza interna della Parola, che si diffonde solo se chi la porta è testimone appassionato e capace di rischiare la vita, le risorse e il futuro … perché il suo riferimento propulsore è il Signore, non qualche proprio progetto o vantaggio o interesse. E lo Spirito che compie le parole dette!
Entrati in una casa lì rimanete! La missione non tende a formare funzionari di Dio o adepti sottomessi ad una nuova religione, quanto seguaci di Gesù, animati dal dinamismo dello Spirito… per affrontare ogni sofferenza che opprime la gente. Loro compito è annunciare e liberare dalla catene esteriori e interiori e poi guarire, dunque creare dilatazione di umanità e comunione… Il loro approdo, nei centri di convivenza della gente, città e villaggi, è la casa: il luogo della vita più normale, dove, dentro e attorno, l’uomo “sta”, lavora, ama, soffre, accoglie e tramanda vita, speranza e dolore. Il nuovo progetto di missione privilegia dunque quella che noi chiamiamo inculturazione a livello di base, seminando il vangelo nel cuore delle culture e dei tessuti umani, ben attenti ad accogliere la sfida dell’alterità. Che vuol dire di ciò che lo Spirito farà nascere… accudendo i germogli che spuntano e crescono, ma lasciando che siano nuovi e diversi frutti dello stesso vangelo, nelle più svariate situazioni umane, come si vedrà negli Atti degli apostoli, quando avranno ben imparato.-
...dentro un disegno d’immensa benevolenza
Ma c’è anche un altro aspetto che Gesù ci ricorda: l’atmosfera «drammatica» della missione. Il rifiuto è previsto: la parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo, e la sofferenza e il rifiuto non ci sono risparmiati. Non si spegne però in cuore, anzi si radica e prende forza, la consolante speranza che il Regno comunque sta venendo e, man mano che secondo le nostre povere possibilità, qualcosa ci spendiamo… qualche barlume di esperienza per confortarci ci è dato… E scopriamo di essere un piccolo frammento di un disegno immenso di benevolenza che il Padre ha riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza, per realizzare l’obiettivo di cui misteriosamente siamo parte viva : ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si va conquistando.
Chiamati, mandati e respinti
Una chiamata di ordine radicale, quella di Amos e degli apostoli, senza possibilità di pensarci troppo. C’è però nel fare di Gesù una novità rispetto ai profeti antichi, nella chiamata degli apostoli. Gesù se li è scelti, uno ad uno, per nome, ma poi li ha radunati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”, “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco. E questo era il primo obiettivo immediato della chiamata, che ha sconvolto loro la vita. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé - “per mandarli ad annunciare” il vangelo, che da lui avevano ascoltato e con lui condiviso, imparando faticosamente a viverlo (Mc 3,14s). È arrivato dunque il tempo per i discepoli di “provare” almeno, come un tirocinio, a nostro insegnamento, a mettere in atto quanto dovrebbe essere il risultato della comunione di vita con Gesù: diventare missionari, come lui, e andare a fare, pur ancora maldestri, quello che finora hanno visto fare dal Maestro.
Un’irresistibile adesione interiore
La loro preparazione non era un seminario dove imparare un mestiere o una vocazione a cui addestrarsi, in una scuola di profeti, per poi praticarla. Ma piuttosto una irresistibile adesione interiore a seguire la chiamata del Signore senza possibilità di fuga. La chiamata si è rivelata un coinvolgimento progressivo e poi addirittura un’immersione in un progetto misterioso, il Regno di Dio, di cui Gesù parlava in continuazione e di cui tutto ciò che faceva, diceva, viveva era la manifestazione e la realizzazione. La loro comprensione di questo mistero e di Gesù stesso, era allora iniziale, informe, ancora grossolana… Ma pur mantenendo tutta la loro debolezza morale, culturale, psicologica, sempre più capiranno che stavano diventando tessere vive di questo immenso mosaico che è il “disegno” di Dio di salvare il mondo… e che in questo progetto tutta la storia di Israele e, in Israele, di tutte le genti, trovava il suo senso. L’annuncio che Gesù gli comanda di portare alla gente è fatto di poche parole (convertitevi), di alcuni doni speciali (liberare gli oppressi da varie forme di menomazioni diaboliche, curare molti malati) – ma insieme è fatto del “modo di essere e di presentarsi” dei Dodici.
Profezia svincolata dai monopoli del potere e dei suoi strumenti
Quando si parla di evangelizzazione, il nostro pensiero corre subito al «che cosa vado a dire?» e meno, molto meno, a «come devo essere io?», al mio stile di vita. Perché lo stile di vita non è un accessorio, magari desiderabile, ma secondario, del messaggero. Le modalità del presentarsi dei messaggeri missionari, cioè gli strumenti economici, il tessuto di relazioni nelle quali si inseriscono, le strutture istituzionali con le quali si incontrano, o si scontrano, nei paesi e nelle città dove arrivano, anche se ancora minime, come in questi inizi… sono già il messaggio! L’istituzione, come gruppo di apostoli, preparati e mandati ad annunciare, ancora sotto lo sguardo di Gesù, è necessaria ed essenziale per rendere percepibile e visibile alla gente il Regno di Dio. Il gruppo, che sarà la chiesa, inizia dunque a diventare sacramento del Regno, una minuscola chiesa, già indicatrice ed operatrice, fragile povera, ma efficace, del vangelo di salvezza! I Dodici non possono non riprodurre però in sé il volto di Colui che li invia, il giovane profeta che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo, “commosso nelle viscere per le folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,37). A loro, come ad Amos, un po’ contadino e un po’ pastore, preso da dietro il bestiame, il Signore disse: Va profetizza al mio popolo. Loro, tra gli attrezzi per la pesca, o in varie altre faccende, si sono sentiti dire: vieni! E poi : Andate ad annunciare il Regno! Nessuno di loro pensava minimamente ad un incarico istituzionale. Avevano già il loro mestiere. Sono stati coinvolti dentro questa passione di portare l’annuncio di liberazione e redenzione, nelle città e villaggi. Ma proprio questo atteggiamento di dedizione e libertà, di distacco radicale dai beni economici e dalla ragnatela di legami e dipendenze che comportano, lo schieramento affettivo (appreso dal Maestro) con le folle dei poveri… inquieta il potere! Una chiamata simile a quella del profeta antico e che riproduce facilmente lo scontro con il potere, come previsto da Gesù: pochi anni e – appena apriranno bocca nella missione definitiva si accorgeranno della discriminante “repellente che ha il potere verso Amos ed ogni profeta: vattene, veggente, ritirati… a profetizzare da un’altra parte… perché questo è il santuario del re!” E anche loro troveranno la risposta radicale del profeta che non si vende: meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!
Ordinò che non prendessero nulla per il viaggio
Ecco perché Gesù esige uno stile ed una radicalità di disimpegno dai lacci che legano al potere, al denaro, alle convenzioni del consenso socio politico, che sembra ingenuo o poetico o utopistico. Non portate nulla, perché tutto ciò che hai in più, ti divide dall’altro. Tutto ciò che hai di troppo (su cui il potere ti gioca, perché te lo può concedere, lasciar o togliere…) è pericoloso… pane, bisaccia, soldi, vestiti. Il problema si è immensamente complicato oggi – pur rimanendo limpide, incontestabili… e drammatiche queste esigenze “evangeliche”, tuttora inseparabili dal messaggio e dal contenuto del messaggio che è il Regno. È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Un messaggero carico di bagagli, che s’illude possano servire per spiegare e convincere meglio… sarà invece paralizzato o impedito o invischiato dall’ambiguità dei mezzi stessi a cui si affida, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicarli irrinunciabili. Scordandosi della forza interna della Parola, che si diffonde solo se chi la porta è testimone appassionato e capace di rischiare la vita, le risorse e il futuro … perché il suo riferimento propulsore è il Signore, non qualche proprio progetto o vantaggio o interesse. E lo Spirito che compie le parole dette!
Entrati in una casa lì rimanete! La missione non tende a formare funzionari di Dio o adepti sottomessi ad una nuova religione, quanto seguaci di Gesù, animati dal dinamismo dello Spirito… per affrontare ogni sofferenza che opprime la gente. Loro compito è annunciare e liberare dalla catene esteriori e interiori e poi guarire, dunque creare dilatazione di umanità e comunione… Il loro approdo, nei centri di convivenza della gente, città e villaggi, è la casa: il luogo della vita più normale, dove, dentro e attorno, l’uomo “sta”, lavora, ama, soffre, accoglie e tramanda vita, speranza e dolore. Il nuovo progetto di missione privilegia dunque quella che noi chiamiamo inculturazione a livello di base, seminando il vangelo nel cuore delle culture e dei tessuti umani, ben attenti ad accogliere la sfida dell’alterità. Che vuol dire di ciò che lo Spirito farà nascere… accudendo i germogli che spuntano e crescono, ma lasciando che siano nuovi e diversi frutti dello stesso vangelo, nelle più svariate situazioni umane, come si vedrà negli Atti degli apostoli, quando avranno ben imparato.-
...dentro un disegno d’immensa benevolenza
Ma c’è anche un altro aspetto che Gesù ci ricorda: l’atmosfera «drammatica» della missione. Il rifiuto è previsto: la parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo, e la sofferenza e il rifiuto non ci sono risparmiati. Non si spegne però in cuore, anzi si radica e prende forza, la consolante speranza che il Regno comunque sta venendo e, man mano che secondo le nostre povere possibilità, qualcosa ci spendiamo… qualche barlume di esperienza per confortarci ci è dato… E scopriamo di essere un piccolo frammento di un disegno immenso di benevolenza che il Padre ha riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza, per realizzare l’obiettivo di cui misteriosamente siamo parte viva : ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si va conquistando.
giovedì 5 giugno 2008
Voglio l'amore e non il sacrificio
postato da
Mario
«Possiamo anche stordirci con la retorica, pur di sfuggire alle nostre inquietudini e lasciare tranquilla la gente. Ma non dovremmo troppo disinvoltamente sfuggire alle nostre responsabilità, soprattutto se siamo credenti» [P.A. Sequeri, Il timore di Dio, 125]. E di fronte alle letture che la Chiesa ci propone per questa decima domenica del tempo ordinario, non sfuggire alle nostre responsabilità vuol dire far parlare questi testi, senza stordirci con la retorica, senza annacquare, attutire, stemperare il potenziale esplosivo che contengono: «voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti».
Già solo questa affermazione infatti, contenuta nel libro del profeta Osea e per altro ribadita da Gesù stesso («Misericordia io voglio e non sacrifici»), se presa sul serio, sarebbe capace di scardinare la religiosità arcaica che abbiamo radicata nel profondo. Una religiosità che:
- da un lato ha in testa un dio ambivalente, capriccioso, dal quale può venire per l’uomo tanto il male quanto il bene e perciò va placato, rabbonito, ingraziato con sacrifici, olocausti, rinunce… un dio che, ritradotto dal potere religioso costituito, istituisce leggi e codici e cavilli giudiziari, tutti discriminanti tra chi riesce a soddisfarlo, accontentarlo, conquistarlo e chi invece in una trasgressione si brucia la vita nell’aldiqua tanto quanto nell’aldilà…
- e dall’altro propone una tipologia di relazioni tra gli uomini concorrenziale: non solo la lotta per la sopravvivenza nell’aldiqua ci fa rivali, ma anche la corsa per conquistarsi l’aldilà. Tant’è che la frase dei farisei che riporta Matteo lascia trapelare che proprio da questo sono scandalizzati: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Come mai cioè uno che pretende di parlare in nome di Dio, addirittura di essere suo Figlio, trasgredisce la discriminatorietà tra buoni e cattivi, tra giusti e peccatori, tra sani e malati, cambiando le regole del gioco? Rompendo cioè il tentativo dal basso di regolamentare l’arbitrarietà di dio?
Questa affermazione dei farisei, come le tante altre discussioni con Gesù, come per esempio quella riguardante le guarigioni in giorno di sabato, o quella sul digiuno, rivelano chiarissimamente come essi non lo percepiscano conforme e nemmeno compatibile con questa religiosità. E di fatti Gesù la fa esplodere!
Innanzitutto (per esempio con la parabola degli operai che ricevono tutti la stessa paga pur avendo lavorato per più o meno ore) rivela come la logica della giustizia di dio che regolamenta la sua arbitrarietà sia infantile e solo falsamente acquietante: perché, se anche io rispettassi tutte le norme di giustizia, chi mi assicura che questo basterebbe agli occhi di un dio capriccioso? Se l’asticella dell’accesso al paradiso si alzasse proprio quando arrivo io?
Mostra dunque per prima cosa, come il problema del rapporto con Dio non si possa risolvere così! E a noi forse, dopo questa digressione, pare scontato, ma quante volte ci ritroviamo a fare o non fare qualcosa per paura che dio “veda e provveda”; quante volte scegliamo in base al criterio del “far contento dio”, del “non farlo arrabbiare”; e quante volte l’abbiamo insegnato ai nostri figli? Alimentando a nostra volta la paura di vivere nell’aldiqua, per non perdere l’aldilà?
Ma tutto questo oltre a essere «un pio oltraggio all’intelligenza», per rubare una celebre frase di Maritain, è anche un pio oltraggio al vangelo, alla buona notizia di Gesù per il quale Dio sta sempre dalla parte dell’uomo!
Ecco infatti un altro tratto della sua incompatibilità con la struttura religiosa che ci portiamo dentro e che lui vuol abbattere: è venuto «non a chiamare i giusti, ma i peccatori»!
Ed ecco la reazione violenta contro di lui, che lo porterà alla morte, nata da un inaccettabile stravolgimento della idea di Dio e di conseguenza da un inaccettabile stravolgimento dell’idea dell’altro!
Perché quello che fa problema qui (e lo fa così spesso anche a noi) è il bene che capita a un altro, che immancabilmente è sentito come un bene che è tolto a me, soprattutto se l’altro non se lo merita e io sì! Ma è proprio questo il meccanismo, così immediato in noi, che Gesù vuole sradicare, perché dietro a questo ragionamento c’è l’idea di un dio da meritarsi (non gratuito e quindi non amante) e di un “prossimo” da vincere o, peggio, di un rivale da sopprimere.
È questo il fulcro vitale in base a cui si imposta la vita: che Dio e dunque che Uomo hai in testa? È quello che Paolo dice di Abramo, il quale «di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento». Ecco il dar credito originario (perché originante ogni nostra successiva determinazione e modalità d’essere): la fiducia nella promessa iscritta nella vita, la fiducia nella vita, nel senso della vita, che per Gesù è che essa è fondata sulla paternità di Dio e sulla fraternità degli uomini.
Per dirla facendoci aiutare da Sequeri: «più che rappresentare un elenco di immagini destinate a comporre il quadro scolastico di una definizione di Dio e della sua giustizia» Gesù sembra voler «attivare un processo di interno confronto fra l’immagine dell’abbà e la rappresentazione faraonica di Dio coltivata nel fondo della nostra coscienza. Una sorta di estremo e radicale confronto fra il suo inconscio e il nostro: davanti al quale dobbiamo prendere posizione noi stessi. Gesù sa, con una forza e una trasparenza che non attingono da nessuna istruzione a noi accessibile, chi è Dio. […] Ma pure nella nostra memoria è iscritta, ben più a fondo di qualsiasi catechismo ricevuto, l’ancestrale memoria della qualità non originaria e non assoluta dell’ambivalenza con la quale pensiamo Dio. È a questa che Gesù vuole ridare tutta la sua forza. È a questo movimento profondo di identificazione , della nostra vaga memoria con la sua acuminata certezza, che ci viene chiesto – prima di tutto e dopo tutto – di consentire».
Ecco la conoscenza di Dio a cui ci invita Osea…
Ma da un Dio così non può che venire l’invito «Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”»!
Eppure… come dice ancora Sequeri: «Interroghiamoci francamente: ci fa piacere naturalmente pensare che Dio è così, quando si tratta di noi. Ma, […] se siamo sinceri fino in fondo, possiamo facilmente liberarci da un vago senso di disagio, allorché cominciamo a pensare in termini generali alla “giustizia” di questo eccesso della letizia del Padre? […] L’immagine dell’abbà non ferisce forse l’egoismo della salvezza di chi si sente colpito a morte dalla dedizione di Dio anche per l’altro?».
Ma è proprio questo sguardo che poniamo sull’altro la cartina tornasole della qualità della nostra scelta fondamentale: infatti, «se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).
E questo amare va preso in senso forte! Dicevo: è lo sguardo che poniamo sull’altro. Se quello della competizione, della paura, del sospetto… o se quello dell’accoglienza, della cura, della solidarietà…
Uno sguardo che si fa storia, decisione, impegno… uno sguardo che diventa più normante di qualsiasi norma, più vincolante di qualsiasi vincolo (familiare, istituzionale, legale…), più obbligante di qualsiasi obbligo! Perché nell’amore, quello vero (che è quello che ci ha insegnato Gesù incarnandolo), sono implicate la dedizione, la cura, il rispetto, l’accudimento, l’ascolto, la custodia… A un innamorato nessuno deve ricordare di baciare la sua donna; a un padre nessuno deve imporre di accarezzare suo figlio…
La soglia che deve essere superata però è quella dell’amore dei “nostri” per accedere all’amore tendenziale per tutti. Non che l’amore per i nostri vada castrato, anzi: è la matrice dove impariamo la dedizione, nella persuasione (da cui non si può più tornare indietro quando la si sperimenta) che solo nell’amore si può accedere all’inaccessibilità di ciascuno, Dio compreso! Ma che appunto deve farsi matrice per l’amore a tutti, perché quello sguardo sia lo sguardo con cui guardiamo tutti.
Impossibile? Beh, sicuramente segnato dalla drammaticità della vita, dalla fatica, dal non essere sempre all’altezza, dalle nostre sbavature… ma: o ci si persuade di questo (non solo intellettualmente, ma esistenzialmente) o c’è ancora qualche bastione da abbattere, nella nostra interiorità, nelle nostre comunità, nella nostra società, nella nostra chiesa…
E a chi pensasse, dentro o fuori la chiesa, che questo abbatterebbe ogni ordine costituito (e penso alle ipotesi di legge sull’immigrazione, alle politiche ecclesiastiche sui divorziati, per fare solo qualche esempio attuale), ricordiamo solo che per Gesù è sempre contata più la faccia dell’altro, che l’ordine costituito… e per questo c’è morto… urlando «Misericordia io voglio e non sacrifici»!
Già solo questa affermazione infatti, contenuta nel libro del profeta Osea e per altro ribadita da Gesù stesso («Misericordia io voglio e non sacrifici»), se presa sul serio, sarebbe capace di scardinare la religiosità arcaica che abbiamo radicata nel profondo. Una religiosità che:
- da un lato ha in testa un dio ambivalente, capriccioso, dal quale può venire per l’uomo tanto il male quanto il bene e perciò va placato, rabbonito, ingraziato con sacrifici, olocausti, rinunce… un dio che, ritradotto dal potere religioso costituito, istituisce leggi e codici e cavilli giudiziari, tutti discriminanti tra chi riesce a soddisfarlo, accontentarlo, conquistarlo e chi invece in una trasgressione si brucia la vita nell’aldiqua tanto quanto nell’aldilà…
- e dall’altro propone una tipologia di relazioni tra gli uomini concorrenziale: non solo la lotta per la sopravvivenza nell’aldiqua ci fa rivali, ma anche la corsa per conquistarsi l’aldilà. Tant’è che la frase dei farisei che riporta Matteo lascia trapelare che proprio da questo sono scandalizzati: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Come mai cioè uno che pretende di parlare in nome di Dio, addirittura di essere suo Figlio, trasgredisce la discriminatorietà tra buoni e cattivi, tra giusti e peccatori, tra sani e malati, cambiando le regole del gioco? Rompendo cioè il tentativo dal basso di regolamentare l’arbitrarietà di dio?
Questa affermazione dei farisei, come le tante altre discussioni con Gesù, come per esempio quella riguardante le guarigioni in giorno di sabato, o quella sul digiuno, rivelano chiarissimamente come essi non lo percepiscano conforme e nemmeno compatibile con questa religiosità. E di fatti Gesù la fa esplodere!
Innanzitutto (per esempio con la parabola degli operai che ricevono tutti la stessa paga pur avendo lavorato per più o meno ore) rivela come la logica della giustizia di dio che regolamenta la sua arbitrarietà sia infantile e solo falsamente acquietante: perché, se anche io rispettassi tutte le norme di giustizia, chi mi assicura che questo basterebbe agli occhi di un dio capriccioso? Se l’asticella dell’accesso al paradiso si alzasse proprio quando arrivo io?
Mostra dunque per prima cosa, come il problema del rapporto con Dio non si possa risolvere così! E a noi forse, dopo questa digressione, pare scontato, ma quante volte ci ritroviamo a fare o non fare qualcosa per paura che dio “veda e provveda”; quante volte scegliamo in base al criterio del “far contento dio”, del “non farlo arrabbiare”; e quante volte l’abbiamo insegnato ai nostri figli? Alimentando a nostra volta la paura di vivere nell’aldiqua, per non perdere l’aldilà?
Ma tutto questo oltre a essere «un pio oltraggio all’intelligenza», per rubare una celebre frase di Maritain, è anche un pio oltraggio al vangelo, alla buona notizia di Gesù per il quale Dio sta sempre dalla parte dell’uomo!
Ecco infatti un altro tratto della sua incompatibilità con la struttura religiosa che ci portiamo dentro e che lui vuol abbattere: è venuto «non a chiamare i giusti, ma i peccatori»!
Ed ecco la reazione violenta contro di lui, che lo porterà alla morte, nata da un inaccettabile stravolgimento della idea di Dio e di conseguenza da un inaccettabile stravolgimento dell’idea dell’altro!
Perché quello che fa problema qui (e lo fa così spesso anche a noi) è il bene che capita a un altro, che immancabilmente è sentito come un bene che è tolto a me, soprattutto se l’altro non se lo merita e io sì! Ma è proprio questo il meccanismo, così immediato in noi, che Gesù vuole sradicare, perché dietro a questo ragionamento c’è l’idea di un dio da meritarsi (non gratuito e quindi non amante) e di un “prossimo” da vincere o, peggio, di un rivale da sopprimere.
È questo il fulcro vitale in base a cui si imposta la vita: che Dio e dunque che Uomo hai in testa? È quello che Paolo dice di Abramo, il quale «di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento». Ecco il dar credito originario (perché originante ogni nostra successiva determinazione e modalità d’essere): la fiducia nella promessa iscritta nella vita, la fiducia nella vita, nel senso della vita, che per Gesù è che essa è fondata sulla paternità di Dio e sulla fraternità degli uomini.
Per dirla facendoci aiutare da Sequeri: «più che rappresentare un elenco di immagini destinate a comporre il quadro scolastico di una definizione di Dio e della sua giustizia» Gesù sembra voler «attivare un processo di interno confronto fra l’immagine dell’abbà e la rappresentazione faraonica di Dio coltivata nel fondo della nostra coscienza. Una sorta di estremo e radicale confronto fra il suo inconscio e il nostro: davanti al quale dobbiamo prendere posizione noi stessi. Gesù sa, con una forza e una trasparenza che non attingono da nessuna istruzione a noi accessibile, chi è Dio. […] Ma pure nella nostra memoria è iscritta, ben più a fondo di qualsiasi catechismo ricevuto, l’ancestrale memoria della qualità non originaria e non assoluta dell’ambivalenza con la quale pensiamo Dio. È a questa che Gesù vuole ridare tutta la sua forza. È a questo movimento profondo di identificazione , della nostra vaga memoria con la sua acuminata certezza, che ci viene chiesto – prima di tutto e dopo tutto – di consentire».
Ecco la conoscenza di Dio a cui ci invita Osea…
Ma da un Dio così non può che venire l’invito «Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”»!
Eppure… come dice ancora Sequeri: «Interroghiamoci francamente: ci fa piacere naturalmente pensare che Dio è così, quando si tratta di noi. Ma, […] se siamo sinceri fino in fondo, possiamo facilmente liberarci da un vago senso di disagio, allorché cominciamo a pensare in termini generali alla “giustizia” di questo eccesso della letizia del Padre? […] L’immagine dell’abbà non ferisce forse l’egoismo della salvezza di chi si sente colpito a morte dalla dedizione di Dio anche per l’altro?».
Ma è proprio questo sguardo che poniamo sull’altro la cartina tornasole della qualità della nostra scelta fondamentale: infatti, «se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).
E questo amare va preso in senso forte! Dicevo: è lo sguardo che poniamo sull’altro. Se quello della competizione, della paura, del sospetto… o se quello dell’accoglienza, della cura, della solidarietà…
Uno sguardo che si fa storia, decisione, impegno… uno sguardo che diventa più normante di qualsiasi norma, più vincolante di qualsiasi vincolo (familiare, istituzionale, legale…), più obbligante di qualsiasi obbligo! Perché nell’amore, quello vero (che è quello che ci ha insegnato Gesù incarnandolo), sono implicate la dedizione, la cura, il rispetto, l’accudimento, l’ascolto, la custodia… A un innamorato nessuno deve ricordare di baciare la sua donna; a un padre nessuno deve imporre di accarezzare suo figlio…
La soglia che deve essere superata però è quella dell’amore dei “nostri” per accedere all’amore tendenziale per tutti. Non che l’amore per i nostri vada castrato, anzi: è la matrice dove impariamo la dedizione, nella persuasione (da cui non si può più tornare indietro quando la si sperimenta) che solo nell’amore si può accedere all’inaccessibilità di ciascuno, Dio compreso! Ma che appunto deve farsi matrice per l’amore a tutti, perché quello sguardo sia lo sguardo con cui guardiamo tutti.
Impossibile? Beh, sicuramente segnato dalla drammaticità della vita, dalla fatica, dal non essere sempre all’altezza, dalle nostre sbavature… ma: o ci si persuade di questo (non solo intellettualmente, ma esistenzialmente) o c’è ancora qualche bastione da abbattere, nella nostra interiorità, nelle nostre comunità, nella nostra società, nella nostra chiesa…
E a chi pensasse, dentro o fuori la chiesa, che questo abbatterebbe ogni ordine costituito (e penso alle ipotesi di legge sull’immigrazione, alle politiche ecclesiastiche sui divorziati, per fare solo qualche esempio attuale), ricordiamo solo che per Gesù è sempre contata più la faccia dell’altro, che l’ordine costituito… e per questo c’è morto… urlando «Misericordia io voglio e non sacrifici»!
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