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martedì 10 gennaio 2012

II Domenica del Tempo Ordinario

Domenica scorsa abbiamo celebrato la festa del Battesimo del Signore: essa concludeva il Tempo di Natale e inaugurava il Tempo Ordinario; non a caso il vangelo faceva riferimento al primo atto della vita pubblica di Gesù, il Battesimo al Giordano, appunto.

Si è trattato dunque di una “domenica ponte”.

Questa settimana, invece, a tutti gli effetti inizia il Tempo Ordinario. In questa prospettiva mi sembra interessante che tutte e tre le letture narrino l’“inizio” di qualche storia: quella di Samuele, quella della comunità cristiana di Corinto, quella di Gesù e dei suoi discepoli.

Come a dire che ciò su cui è ora necessario sintonizzarsi è l’inizio, gli inizi: quelli originari della nostra vita, della nostra fede, delle nostre relazioni, delle nostre scelte, ma anche quelli congiunturali, quotidiani… i nuovi inizi a cui siamo sempre in qualche modo chiamati dalla storia, perché le situazioni cambiano, gli amici partono, i fratelli muoiono…

In questo senso la coincidenza con il ricominciamento dell’anno sociale, la riapertura delle scuole, la prima settimana del 2012 senza nessun giorno festivo a parte la domenica, è un’ulteriore convergenza verso questo invito a soffermarsi sull’iniziare o il ri-iniziare.

E allora veniamo alle tre storie che ci raccontano le letture, non tanto o non solo mettendoci alla ricerca di suggerimenti e indicazioni che possano orientare i nostri inizi, ma provando ad immedesimarci in esse, come suggerisce in un bellissimo testo uno dei teologi più importanti del XX secolo, H.U. Von Balthasar:
«Noi siamo assillati dalla vita e stanchi e ci guardiamo introno se c’è un luogo di tranquillità, di autenticità, di ristoro. Vorremmo riposarci in Dio, lasciarci cadere in lui, per avere da lui forze nuove ad andare avanti. Ma non lo cerchiamo là dove ci aspetta, dove è da noi raggiungibile: nel Figlio suo che è il suo Verbo. Oppure noi cerchiamo Dio perché avremmo mille cose da chiedergli senza di cui ci sembra di non poter più continuare a vivere, lo aggrediamo con problemi, vorremmo poter sapere, chiarire, alleggerire, e dimentichiamo, in tutto ciò, che egli ci ha risolto nella sua Parola ogni questione, ci ha fornito ogni informazione per noi comprensibile in questa vita. Noi non tendiamo l’orecchio verso il punto dove Dio parla: dove la sua Parola ha risuonato nel mondo in modo così unico e definitivo che vale per tutti i tempi e tutti i tempi non saranno in grado di esaurirla. Oppure noi pensiamo che la parola di Dio ha cessato ormai da tanto tempo di echeggiare sulla terra da essere già quasi logora; una parola nuova dovrebbe essere in arrivo, ne avremmo bene il diritto. E non badiamo che siamo noi, noi soli, i logori, gli alienati, mentre la Parola è viva e sorgiva come prima e a noi vicina come sempre: “Vicina a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10,8). Non comprendiamo che, quando la parola di Dio risuona per una volta nel centro del mondo, nella pienezza dei tempi, si impone con tanta forza che tutti essa intende e interpella, e tutti in modo egualmente immediato, e nessuno è svantaggiato da distanze di spazio o di tempo. Vero è che certuni sono stati partner del dialogo terreno di Gesù, e noi abbiamo invidia di questa loro fortuna, ma essi si sono comportati in questo dialogo con la stessa goffaggine maldestra con cui ci saremmo comportati noi e chiunque altro; come uditori e interlocutori di ciò che Gesù realmente intendeva, essi non hanno inteso nulla in anticipo rispetto a noi, al contrario, la vista dell’apparenza esterna della Parola nascose ad essi per gran parte il suo lato interiore, divino. “Beati quelli che non vedono e tuttavia credono”, e che credono più facilmente perché non vedono. Anche i discepoli compresero la Parola in ciò che davvero intendeva soltanto dopo la risurrezione ed anche allora molti dubitarono e si mostrarono ottusi: veramente essi capirono solo dopo l’ascensione, nella pentecoste, quando lo Spirito penetrato in essi spiegò loro ciò che il Figlio aveva lasciato inciso nella memoria. Questi partner terreni di Gesù non erano decisamente delle persone speciali. Casualmente si sono trovati ad essere dove anche altri avrebbero potuto stare, o meglio, dove ogni altro realmente sta. Nella samaritana alla fontana Gesù si rivolge certo a questa singola donna, ma anche al tempo stesso a ogni peccatrice, a ogni peccatore. Non per una persona sola Gesù si è seduto stanco all’orlo della fontana: quaerens me sedisti lassus! Non è dunque soltanto un “esercizio pio” se io mi metto al posto di questa donna e recito la sua parte: non solo la posso recitare, la devo recitare questa parte, anzi io sono da lungo tempo coinvolto in questo dialogo senza che me ne sia stato chiesto il permesso. Sono io questa anima sconvolta che esce ogni giorno ad attingere l’acqua terrena perché non sa più nulla dell’acqua celeste che ella va in realtà cercando. […] È dunque troppo poco vedere negli incontri e colloqui del Vangelo soltanto “esempi”, allo stesso modo che, poniamo, un’opera epica presenta esempi di coraggio, ad imitare i quali si sente incitato il ragazzo che legge. Giacché la Parola, che là si è fatta carne per poter parlare con noi, intende in ogni singola volta ogni reale singola volta, intende in ogni peccatore che si converte ogni peccatore, in ogni ascoltatore che è seduto ai suoi piedi ogni ascoltatore» [H.U. Von Balthasar, Nella preghiera di Dio, Jaka Book, Milano 1983, 13-14].

In questi due primi discepoli che vedono Giovanni Battista fissare gli occhi su Gesù e dire “Ecco l’agnello di Dio”, c’è dunque ognuno di noi.

La scelta di questi due – a fronte di questa indicazione, dell’indicazione del loro maestro, così libero da farli andare dietro ad un altro – è quella di seguire Gesù e sentirsi chiedere “Che cosa cercate?”.

Sono le prime parole che l’evangelista Giovanni mette in bocca a Gesù nel suo vangelo: “Che cosa cercate?”.

Noi che cosa cerchiamo? Perché se è vero quanto diceva Balthasar, questa domanda di Gesù non è solo per quei due, ma è rivolta a ciascuno di noi.

Certo, è una domanda che ci siamo indubbiamente già posti chissà quante altre volte in vita… e che tuttavia è sempre necessario far riemergere: Che cosa cercate? Chi cerchiamo di più nella vita? E perché?

«Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio». L’ora decima.

E noi? Siamo andati a vedere? E cosa abbiamo visto? Anche noi ci ricordiamo le nostre “ore decime”, le pietre miliari che hanno segnato il nostro itinerario fino a qui?

Io credo che all’alba di un nuovo inizio sia indispensabile fare memoria della nostra ora decima; ri-accedere a quello squarcio del cuore che il Signore, passando, ci ha lasciato, incandescente – come quello di Isaia, quando il serafino gli mise un carbone ardente sulle labbra –, e che ancora ci fa fremere quando lo guardiamo; credo sia indispensabile tornare a guardare a quell’entusiasmo tenero e ingenuo (eppure così “più vero” dei nostri cervellotici e sterili e tristi ragionamenti prudenti e compromissori) che l’inizio della storia di Samuele nella prima lettura dipinge così bene…

Per tornare anche noi ad andare e a vedere e a rimanere con Lui e a raccontare con le lacrime agli occhi «Abbiamo trovato il Messia».



E poi c’è la seconda lettura, che se si riuscisse a leggere senza una pre-comprensione moralista o sessuofoba (che ce lo renderebbe antipatico), svela tutta la sua grandezza e bellezza: a una comunità al suo inizio, Paolo ricorda che ciò che avviene nel nostro corpo si scrive dentro al nostro cuore (come le terribili storie di violenza sulle donne e sui bambini o sui deboli in generale troppo spesso ci hanno testimoniato, vedendo quanto li hanno segnati in profondità). E allora Paolo dice “Cercate di non fare pasticci”, perché l’amore nel corpo, che è la cosa più bella in vita ed è la più bella perché è quella che raggiunge di più la profondità di ciò che siamo (addirittura è il luogo privilegiato dell’incontro col Signore: «il Signore è per il corpo» / «Chi si unisce al Signore [nel corpo = chi fa l’amore con lui – non a caso appena prima, nella parte di versetto omesso, si cita il fare l’amore con la prostituta] forma con lui un solo spirito»), proprio per la sua potenzialità inarrivabile da qualunque altro esercizio umano, se usata male (per il male) fa male più di qualsiasi altro esercizio umano. Ecco cosa intendeva giustamente la Chiesa quando suggeriva che qui dentro c’era una materia grave, cioè pesante, seria, a rischio di dolorosità potente.

Io credo che su questo si dovrebbe fondare il tentativo degli adulti di “educare” i piccoli: il corpo è il massimo della possibilità d’amore agli altri e a Dio, e infatti solo quando la mano di un altro / di un’altra (che non siano nostro padre o nostra madre) ci tocca nel corpo sperimentiamo e impariamo cos’è l’amore (il medesimo cui facciamo riferimento quando lo associamo a Dio e ai fratelli)… ed è proprio per questo che il nostro corpo (e quello degli altri) va custodito e amato. Credo infatti che tanti facendo memoria delle loro “ore decime” le ricorderanno come eventi che li hanno toccati nel corpo.

venerdì 10 luglio 2009

Missionari della benevolenza del Padre

Benevolenza del Padre in Gesù
Gesù chiama i dodici senza ulteriori dichiarazioni. Perché proprio questi? Non si dice nulla in proposito. Né virtù, né abilità particolari, né attitudine oratoria li distingue. Se manca loro qualcosa all’attuazione del loro incarico verrà ad essi aggiunto. Manca loro senz’altro tutto ciò che viene dato loro quando vengono mandati: l’autorizzazione ad annunciare il regno di Dio, e questo con il potere di scacciare i demoni, il che è unicamente possibile se si ha lo Spirito Santo, che estendendosi ricacci indietro la sfera di azione dello spirito maledetto. Avendo ricevuto questi doni da Gesù, si richiede loro di non mischiarli con i propri mezzi di appoggio o di propaganda; perciò nessuna bisaccia, non pane, non denaro, non abiti per cambiarsi,… e neppure la ricerca di un’abitazione più comoda. Gli incarichi sono l’annuncio, il richiamo alla conversione, non il successo. Se non ci sarà non deve importare, devono semplicemente andare e tentare altrove… (Balhasar)
Chiamati, mandati e respinti
Una chiamata di ordine radicale, quella di Amos e degli apostoli, senza possibilità di pensarci troppo. C’è però nel fare di Gesù una novità rispetto ai profeti antichi, nella chiamata degli apostoli. Gesù se li è scelti, uno ad uno, per nome, ma poi li ha radunati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”, “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco. E questo era il primo obiettivo immediato della chiamata, che ha sconvolto loro la vita. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé - “per mandarli ad annunciare” il vangelo, che da lui avevano ascoltato e con lui condiviso, imparando faticosamente a viverlo (Mc 3,14s). È arrivato dunque il tempo per i discepoli di “provare” almeno, come un tirocinio, a nostro insegnamento, a mettere in atto quanto dovrebbe essere il risultato della comunione di vita con Gesù: diventare missionari, come lui, e andare a fare, pur ancora maldestri, quello che finora hanno visto fare dal Maestro.
Un’irresistibile adesione interiore
La loro preparazione non era un seminario dove imparare un mestiere o una vocazione a cui addestrarsi, in una scuola di profeti, per poi praticarla. Ma piuttosto una irresistibile adesione interiore a seguire la chiamata del Signore senza possibilità di fuga. La chiamata si è rivelata un coinvolgimento progressivo e poi addirittura un’immersione in un progetto misterioso, il Regno di Dio, di cui Gesù parlava in continuazione e di cui tutto ciò che faceva, diceva, viveva era la manifestazione e la realizzazione. La loro comprensione di questo mistero e di Gesù stesso, era allora iniziale, informe, ancora grossolana… Ma pur mantenendo tutta la loro debolezza morale, culturale, psicologica, sempre più capiranno che stavano diventando tessere vive di questo immenso mosaico che è il “disegno” di Dio di salvare il mondo… e che in questo progetto tutta la storia di Israele e, in Israele, di tutte le genti, trovava il suo senso. L’annuncio che Gesù gli comanda di portare alla gente è fatto di poche parole (convertitevi), di alcuni doni speciali (liberare gli oppressi da varie forme di menomazioni diaboliche, curare molti malati) – ma insieme è fatto del “modo di essere e di presentarsi” dei Dodici.
Profezia svincolata dai monopoli del potere e dei suoi strumenti
Quando si parla di evangelizzazione, il nostro pensiero corre subito al «che cosa vado a dire?» e meno, molto meno, a «come devo essere io?», al mio stile di vita. Perché lo stile di vita non è un accessorio, magari desiderabile, ma secondario, del messaggero. Le modalità del presentarsi dei messaggeri missionari, cioè gli strumenti economici, il tessuto di relazioni nelle quali si inseriscono, le strutture istituzionali con le quali si incontrano, o si scontrano, nei paesi e nelle città dove arrivano, anche se ancora minime, come in questi inizi… sono già il messaggio! L’istituzione, come gruppo di apostoli, preparati e mandati ad annunciare, ancora sotto lo sguardo di Gesù, è necessaria ed essenziale per rendere percepibile e visibile alla gente il Regno di Dio. Il gruppo, che sarà la chiesa, inizia dunque a diventare sacramento del Regno, una minuscola chiesa, già indicatrice ed operatrice, fragile povera, ma efficace, del vangelo di salvezza! I Dodici non possono non riprodurre però in sé il volto di Colui che li invia, il giovane profeta che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo, “commosso nelle viscere per le folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,37). A loro, come ad Amos, un po’ contadino e un po’ pastore, preso da dietro il bestiame, il Signore disse: Va profetizza al mio popolo. Loro, tra gli attrezzi per la pesca, o in varie altre faccende, si sono sentiti dire: vieni! E poi : Andate ad annunciare il Regno! Nessuno di loro pensava minimamente ad un incarico istituzionale. Avevano già il loro mestiere. Sono stati coinvolti dentro questa passione di portare l’annuncio di liberazione e redenzione, nelle città e villaggi. Ma proprio questo atteggiamento di dedizione e libertà, di distacco radicale dai beni economici e dalla ragnatela di legami e dipendenze che comportano, lo schieramento affettivo (appreso dal Maestro) con le folle dei poveri… inquieta il potere! Una chiamata simile a quella del profeta antico e che riproduce facilmente lo scontro con il potere, come previsto da Gesù: pochi anni e – appena apriranno bocca nella missione definitiva si accorgeranno della discriminante “repellente che ha il potere verso Amos ed ogni profeta: vattene, veggente, ritirati… a profetizzare da un’altra parte… perché questo è il santuario del re!” E anche loro troveranno la risposta radicale del profeta che non si vende: meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!
Ordinò che non prendessero nulla per il viaggio
Ecco perché Gesù esige uno stile ed una radicalità di disimpegno dai lacci che legano al potere, al denaro, alle convenzioni del consenso socio politico, che sembra ingenuo o poetico o utopistico. Non portate nulla, perché tutto ciò che hai in più, ti divide dall’altro. Tutto ciò che hai di troppo (su cui il potere ti gioca, perché te lo può concedere, lasciar o togliere…) è pericoloso… pane, bisaccia, soldi, vestiti. Il problema si è immensamente complicato oggi – pur rimanendo limpide, incontestabili… e drammatiche queste esigenze “evangeliche”, tuttora inseparabili dal messaggio e dal contenuto del messaggio che è il Regno. È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Un messaggero carico di bagagli, che s’illude possano servire per spiegare e convincere meglio… sarà invece paralizzato o impedito o invischiato dall’ambiguità dei mezzi stessi a cui si affida, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicarli irrinunciabili. Scordandosi della forza interna della Parola, che si diffonde solo se chi la porta è testimone appassionato e capace di rischiare la vita, le risorse e il futuro … perché il suo riferimento propulsore è il Signore, non qualche proprio progetto o vantaggio o interesse. E lo Spirito che compie le parole dette!
Entrati in una casa lì rimanete! La missione non tende a formare funzionari di Dio o adepti sottomessi ad una nuova religione, quanto seguaci di Gesù, animati dal dinamismo dello Spirito… per affrontare ogni sofferenza che opprime la gente. Loro compito è annunciare e liberare dalla catene esteriori e interiori e poi guarire, dunque creare dilatazione di umanità e comunione… Il loro approdo, nei centri di convivenza della gente, città e villaggi, è la casa: il luogo della vita più normale, dove, dentro e attorno, l’uomo “sta”, lavora, ama, soffre, accoglie e tramanda vita, speranza e dolore. Il nuovo progetto di missione privilegia dunque quella che noi chiamiamo inculturazione a livello di base, seminando il vangelo nel cuore delle culture e dei tessuti umani, ben attenti ad accogliere la sfida dell’alterità. Che vuol dire di ciò che lo Spirito farà nascere… accudendo i germogli che spuntano e crescono, ma lasciando che siano nuovi e diversi frutti dello stesso vangelo, nelle più svariate situazioni umane, come si vedrà negli Atti degli apostoli, quando avranno ben imparato.-
...dentro un disegno d’immensa benevolenza
Ma c’è anche un altro aspetto che Gesù ci ricorda: l’atmosfera «drammatica» della missione. Il rifiuto è previsto: la parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo, e la sofferenza e il rifiuto non ci sono risparmiati. Non si spegne però in cuore, anzi si radica e prende forza, la consolante speranza che il Regno comunque sta venendo e, man mano che secondo le nostre povere possibilità, qualcosa ci spendiamo… qualche barlume di esperienza per confortarci ci è dato… E scopriamo di essere un piccolo frammento di un disegno immenso di benevolenza che il Padre ha riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza, per realizzare l’obiettivo di cui misteriosamente siamo parte viva : ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si va conquistando.

venerdì 3 aprile 2009

Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco

Finbarr O'Reilly, fotografo canadese. L'immagine è stata scattata a un centro per la nutrizione d'emergenza a Tahoua, in Niger, il 1 agosto 2005. Foto dell'anno 2005 (World Press) per la bellezza, l'orrore e la disperazione
DOMENICA DELLE PALME (anno B)

La migliore preparazione alla domenica delle palme dovrebbe essere l’ascolto attento e accorato del racconto della passione del Signore, il cuore del messaggio evangelico, perché tutto il resto del vangelo è solo una introduzione alla comprensione di questo mistero scandaloso e folle di un Dio incarnato, che “ha presentato il dorso ai flagellatori, le guance a coloro che gli strappavano la barba; non ha sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”, ma “ha svuotato se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini… obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Attraverso questo trauma indicibile i discepoli, aiutati da Gesù risorto, hanno trovato nelle Scritture la chiave per ricordare e reinterpretare tutto quanto Gesù stesso aveva detto e fatto sotto i loro occhi! Questo racconto rimane per sempre la manifestazione storica dell’identità intima di Dio.
Seguono qui soltanto alcune indicazioni previe alla lettura…

…dovunque si proclamerà il Vangelo si dirà quello che questa donna ha fatto!
C’è un’introduzione luminosa al racconto della Passione. Solo una donna, tra tutti gli attori che intervengono in questo tragico dramma, capisce veramente il protagonista, lo accudisce e lo consola — perché quella sera, a casa di Simone il lebbroso, ella si è sentita rinascere, di fronte allo sguardo di amore di Gesù. E Gesù ne fa un elogio inaspettato, senza uguali, inserendola negli elementi essenziali, indimenticabili, del racconto evangelico. Il suo gesto dunque è Parola di Dio. Ma prima è stato un ascolto della Parola tanto appassionato che diventa appunto vangelo, a sua volta! Lo spreco di amore della passione di “Dio” per noi, ha una donna che lo capisce… senza riserve. Ha visto il suo amore trasbordare su di lei. In lui si sta preparando l’autospreco dell’amore di Dio per il mondo, di cui sarà simbolo e sacramento, appunto, l’eucaristia dell’ultima cena. Il profumo del suo gesto di tenerezza (unica consolazione di Gesù, nel racconto della passione secondo Marco) si diffonde nei millenni a venire: cosa impalpabile, ma percepibile, perché questa tenerezza verso il suo corpo è accolta da Gesù come profezia della risurrezione. Agli antipodi c’è la logica del mondo circostante, non solo del traditore allo sbando! Tutti infatti erano infuriati contro di lei, mentre “si rallegrarono” per il gesto di Giuda. Di fronte a Gesù emergono le due contrapposte percezioni e orientamenti di vita: da una parte, minuscola, perdente, sta Gesù con lei. Dall’altra, preponderante, tutti gli altri, ma in verità senza futuro. Con tutte le conseguenze esistenziali, affettive, economiche: 300 denari buttati per amore! — 30 denari avvelenati per tradire e vendere il maestro amico! Da una parte lo spreco del dono totale di sé per amore, dall’altra il “salva te stesso” che sarà poi, sempre, il ritornello dell’ironia tragica dei passanti sotto ogni croce. In mezzo… i discepoli (e… noi!), i presuntuosi senza radici, o i titubanti, affezionati e lacerati tra la voglia accorata di seguire Gesù e la paralizzante paura di perdere qualche pezzo di vita… fino alla nostalgia disperata di non riuscire a tenere il suo passo dietro a lui e persino tradire la fedeltà al suo amore. Con il pianto silenzioso e disperato! Questa donna, che invece: “ha fatto tutto ciò che era in suo potere”, sta, appassionata, sulla soglia della via crucis, per prenderci per mano nel doloroso cammino e insegnarci che la paura si supera solo con la follia dell’amore.

Preparare e celebrare la cena… pasquale
Preparare la cena, ripercorrere i riti della storia antica, nel culto e nei rituali, è facile e quasi connaturale, se si è cresciuti in comunità di credenti. Ma nel rito rivive sempre la tentazione della presunzione ostinata ed irriducibile dei discepoli… che inutilmente Gesù previene sulla loro permanente debolezza congenita e traditrice. Con quale sconsolata amarezza li preavvisa: uno di voi mi tradirà… e tutti rimarrete scandalizzati di me! Nonostante ogni buona intenzione, la scelta drammatica è inevitabile, presto o tardi nella vita: o dalla parte di Gesù sconfitto o dalla parte di chi lo vende, tradisce, abbandona e uccide, ancor oggi nei poveri in cui egli vive. Non solo in Giuda Gesù sperimenta l’amore fallito, ma nei suoi discepoli più intimi. Il cuore gli si scarnifica per il tradimento di uno dei suoi, per il rinnegamento ostinato e ribadito del “fondamento” della sua chiesa e infine per la fuga vile di tutti… Poi la folla prima osannante lo vorrà crocifisso! Sono questi coloro per i quali più immediatamente dà la vita… rivelando così l’amore incondizionato (sprecato) per tutti, nei millenni a venire.

Questo è il mio corpo/questo il mio sangue
…questo è il nucleo generatore della nuova Alleanza. Ogni religione si fonda sul sacrificio dell’uomo, o di un animale o di qualcosa che simbolicamente lo sostituisca. Il vangelo racconta il sacrificio di Dio. Tutto è ribaltato! La vittima non è “un altro”, ma il sacerdote stesso, unico, per chiudere una volta per sempre la catena vertiginosa della vendetta purificatrice! Per di più “colui” al quale e per il quale tutto è offerto non è Dio, ma l’uomo! Il vangelo, bisogna ribadirlo, è nato per spiegare e comprendere il mistero del Signore che, per la nostra salvezza, è morto, risorto e asceso al cielo – e che pure è rimasto per sempre in mezzo a noi… come Parola–Nutrimento–Comunione tra fratelli. Ogni possibile salvezza parte da qui e porta qui: la creazione converge in questo mistero di perdono/liberazione/comunione, nel corpo di carne del figlio di Dio, offerto per gli uomini “suoi” fratelli… proprio mentre questi si preparano a tradirlo, rinnegarlo, abbandonarlo. Il bacio del tradimento, invece che la riconoscenza; il sonno pesante e invincibile degli apostoli prediletti, invece che la preghiera e la vigilanza; la solitudine abbandonata alla sua disperazione implorante… continuano fino alla fine dell’agonia di Gesù, che prosegue misteriosamente finché durerà il male nel mondo, finché ci sarà — e ci sarà sempre! — un suo discepolo che nell’oppressione implora per tutti: Abbà, Padre! È così che finisce l’azione di Gesù e comincia la sua passione. Al “dono della sua vita” si contrappone l’“impadronirsi” di lui, con tutti i mezzi: danari, bastoni, baci, spade… e lui si lascia prendere, si consegna nelle nostre mani traditrici.

“io sono!”
…e allora, proprio adesso, in tanto silenzio inerme e indifeso, Gesù si proclama “il Signore della storia… che tornerà con le nubi del cielo”, ricollegandosi all’epifania più grande, sul Sinai,… come tante volte ha tentato discretamente di far capire nei giorni della sua vita terrena. Dopo non dirà più nulla: parla la sequenza della sua passione! È finito il segreto messianico e ogni pericolo di ambiguità. Adesso non può più esser confuso con un Dio potente. Per questo è rinnegato da tutti. Pietro ne è solo il portavoce: non conosco quest’uomo! Anche lui l’ha barattato, come i capi, la folla, i discepoli tutti, in cambio della propria disgraziata illusoria salvezza. Ma questo è l’amaro baratto che ci salva: la passione e morte del Giusto per la salvezza e la vita degli ingiusti! Questa è la bestemmia: Gesù, il condannato all’ignominia della croce, abbandonato da tutti, è colui che ci salva. Il resto del racconto procede come il cerimoniale allucinante di un re capovolto: la condanna consapevole della sua innocenza, la tortura e l’investitura regale di un pazzo, l’incoronazione e il dileggio dei soldati, l’editto di morte come re dei giudei…

Il grido inarticolato
“… solo una parola di Gesù in croce viene riferita da Marco: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? A questo ‘perché?’, non si dà nessuna risposta. Niente ora può essere alleggerito. Perciò la fine del Salvatore del mondo arriva con un ‘grande grido’, in cui egli, non solo in senso umano, ma divino-umano, dà espressione all’ingiustizia fatta a Dio dalla storia del mondo, dall’inconcepibile ignominia. E proprio questo grido con cui egli muore porta il centurione per primo alla fede” (H. U. von Balthassar).

…ma le donne stanno a guadare da lontano!

domenica 20 gennaio 2008

Ecco l’agnello di Dio… che porta i peccati del mondo

…sentendolo parlare così, seguirono Gesù!
dunque, su questa testimonianza del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio”, nasce il primo nucleo di seguaci di Gesù, nasce e si diffonde la chiesa. Perché, ancor oggi, questa rimane la dinamica centrale della fede cristiana, del suo fascino, della sua radicalità, della sua difficoltà “mortale”, per chiunque si lascia trascinare su questo cammino. Soltanto il cammino stesso, infatti, convincerà poi il discepolo e la sua comunità di quanto era importante la testimonianza di Giovanni, come indicatore del Cristo. L’ultimo Vangelo, scritto quando già tutto si era detto e predicato di Gesù, ci ripropone come paradigmatica per ogni cristiano l’esperienza del precursore – anche dopo che si è già inoltrati nel cammino della fede da lui indicato…

Il giorno dopo…
le speranze di maturazione della fede sono legate al… “giorno dopo”, per scandire i passi, attraverso i quali bisogna passare. Giovanni l’ha provato, quando la sua fede è stata messa alla prova dall’arrivo di questo Messia, che non aveva l’aria … del Messia atteso. Non aveva la scure, né il ventilabro e non ha minacciato né cacciato i nemici del popolo di Dio. “Il giorno dopo” è il momento in cui ti accorgi che la sua proposta e il suo vangelo, la sua vita e la sua morte… sono tutt’un’altra cosa, da quanto avevi capito. E bisogna ripetere con il Battista: “io non lo conoscevo”. Eppure gli aveva fatto propaganda al punto che tutta la predicazione e il suo battesimo di penitenza, miravano a far conoscere Gesù ad Israele. Ma infine si è accorto che doveva far conoscere ad Israele uno che lui stesso non conosceva…
E proprio questa era la sua missione: far capire ai penitenti del battesimo di acqua, di andare al seguito di Gesù, perchè solamente dopo che gli si fossero avvicinati, si sarebbero resi conto di non conoscerlo, perché la sapienza e la logica della sua vita non sono di questo mondo, non sono omogenee alla nostra logica di semicristiani tiepidi e ambigui. Soltanto seguendolo ci si poteva accorgere della propria refrattarietà al suo vangelo, e iniziare un dialogo vitale: un battesimo dello Spirito, che è l’unica possibilità vera di conoscenza di lui. Tutto ciò che precede questo incontro di coinvolgimento vitale con lui, può diventa addirittura un ostacolo a conoscerlo … E i due discepoli sarebbero stati per sempre dei “cristiani ritardati” fermi sul guado, se non avessero seguito l’invito del Battista, e non si fossero avventurati di persona sulle tracce di Gesù, per cogliere la sua provocazione: venite e vedete (39).

il triplice presagio
vedendo Gesù venire verso di lui… Giovanni capisce il proprio cammino e il senso della sua missione. E il Vangelo ci aiuta a leggere in filigrana, sul suo percorso, le tappe di conversione di chiunque voglia accettare le sue indicazioni profetiche, per diventare o ridiventare discepolo di Gesù.

  • colui che viene dopo di te è più importante di te, anzi è l’unica cosa importante. Dunque colui che Giovanni (noi) andavamo cercando da una vita, non è “il mio compimento”. Noi, piuttosto, siamo il “suo” compimento! Perché era prima di noi e ci è passato avanti, perché viene dall’eternità del Padre… Se non s’illumina questo barlume, se non ti accorgi di questa stella nelle tenebre; se non ti morde dentro questo presagio che la tua ricerca e i tuoi affanni, la tua missione e le tue presunzioni, il compito o il senso su cui hai puntato la vita sono labili e transitori, e proprio perché impastati del tuo io, ti si sfaldano tra le mani, non si fa spazio dentro di te, per cercare davvero… E comunque non si può censurare troppo a lungo il senso di incompiutezza che ci cova dentro, per il troppo poco che siamo. Non si può far tacere la chiamata interiore ad una dislocazione da fare, che se non altro, diventa umiltà e implorazione. Perché è a questo livello che riconosciamo cosa voglia dire davvero il primo avviso pregiudiziale di Gesù: chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso… Giovanni l’ha fatto fino a scoprirvi il senso definitivo e compiuto della sua missione…
  • Egli deve crescere ed io diminuire” (3,30). Anche per noi… i passi fatti, le fatiche del cammino, le persone che ci accompagnano, le ideologie con cui abbiamo interpretato e razionalizzato il suo vangelo e le nostre scelte (e che comunque dovevamo fare: sono il nostro battesimo penitente!), indicano con la loro fragilità e ambiguità dov’è il futuro, a cosa ci preparavano, verso dove ci spingevano. E ormai hanno realizzato il loro compito, devono ritrarsi per lasciare posto all’incontro, diversissimo per ognuno dei discepoli, ma passaggio assolutamente necessario per uscire dall’adolescenza … vocazionale cristiana, e diventare umilmente “responsabili” della propria fede. Per incontrare così la domanda nuda che Gesù ci rivolge, quando siamo fermi su questa soglia, incerti sul passo decisivo per la nostra vita: Chi cercate? (38).
  • L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è lui che battezza in Spirito Santo. Questa era la promessa e garanzia che l’aveva sostenuto e aveva dato il respiro all’impegno di tutta la sua vita, la forza alla sua voce inascoltata nel deserto, il coraggio della verità pagata di persona, il senso al suo battesimo di penitenza… Colui che sembrava uno dei tanti devoti nella fila dei suoi battezzandi… era il vero Battezzatore e salvatore dell’umanità, smarrita e ferita come pecore senza pastore… Al principio ognuno, man mano che si immerge nelle funzioni, nelle scelte, negli impegni della sua vita cristiana e si spende nella faticosa ricerca di fedeltà e dedizione, crede di conoscere bene Colui per il quale ha dato la vita… Quanto più è grande la (piccola) dedizione di cui siamo capaci, e passano i giorni e gli anni, tanto più è la distanza che scopriamo da lui. Per questo l’insistenza accorata del Battista, diventa propria di chiunque ha provato a seguire Gesù, ed ha imparato a proprie spese a sottoscrivere, presto o tardi la sua dichiarazione perentoria: io non lo conoscevo!

Ecco l’agnello di Dio!
Il giorno dopo, l’anno dopo, o il decennio dopo… arriva il momento che ti trovi seduto per terra come Pietro o Paolo, o smarrito nel viaggio come i due di Emmaus, in forme tanto diverse quanto le storie personali di ognuno. E allora scopri che la fede, così com’era, non ti serve più. Ma non per questo perdi lui: anzi rimane solo lui – e gli sparuti fratelli o sorelle che ti legano a lui! Rimangono questi segni o presagi profetici che Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli… che li ha spinti ad iniziare l’avventura con Gesù, andando a conoscerlo “a casa sua”. Dunque, a non sfuggire, a non cercare capri espiatori, ma ad assumere la propria vita, e a prendere atto di dover iniziare di nuovo…. A livello liturgico e teologico la consapevolezza di questa destinazione cristiana è collaudata nella chiesa. Ad ogni Eucaristia si rinnova sacramentalmente agli invitati alla cena pasquale l’indicazione del Battista "Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo". Gesù infatti non ha voluto salvarci con la parola, con i miracoli, con le grandi conversioni di popoli, ma con la sua fine innocente e mite sul Calvario, all’ora dell’immolazione degli agnelli pasquali… Dopo aver condiviso con i discepoli l’ultima cena e dopo aver “spiegato” tutto il suo amore ai loro cuori induriti, allora come oggi: li amò sino alla fine!

Nel segno dell’Agnello sta infatti la volontà di assoluta rinuncia alla potenza… vuol dire volere la Paura del Monte degli Ulivi, volere la vergogna e l’amarezza più profonde, volere il tradimento, il rinnegamento, l’abbandono; volere una morte che è fallimento; rinunciare ad ogni prova della fede, ad ogni amore sentito. Una volontà che miri a tutto questo è lo scopo diretto di tutta la vita del Redentore. Chi vuole mettersi al seguito di questa vita, deve quanto meno considerare con tranquillità la prospettiva che venga disposta la stessa via anche per lui. … [H. U. von Balthasar].

Allora riconoscerà la propria non importanza e transitorietà, ma nello stesso tempo vivrà la gioia di cui ha esultato il Battista, l'amico dello sposo, per aver spinto verso Gesù quelli che l’ascoltavano: “questa mia gioia che ora si è adempiuta” (3,29)

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