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martedì 5 gennaio 2016

Battesimo del Signore


Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-5.9-11)

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (Tt 2,11-14;3,4-7)

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Domenica celebreremo la festa del Battesimo del Signore, il cui racconto quest’anno ci è presentato nella versione di Luca. È un testo molto noto che, peraltro, nelle diverse presentazioni degli evangelisti, leggiamo ogni anno. Vorrei perciò soffermarmi quest’oggi solo su un’espressione: «il cielo si aprì».

Essa infatti mi ha fatto ripensare al vangelo di settimana scorsa, il Prologo poetico di Giovanni. Durante la messa mi aveva colpito – rileggendo quel testo – la parola “presso” («il Verbo era presso Dio»), che è un termine che nell’ultimo anno della mia vita ho riscoperto.

Infatti, abitando insieme ad altre persone, quando qualcuno mi scrive una lettera o una cartolina, deve indirizzarla a Chiara Giuliani, c/o Fraternità carmelitana ecc… c/o, presso. Vuol dire che io sono lì, abito lì, sto lì dentro…

Non ci avevo mai pensato, ma nel Prologo si dice che da sempre Gesù è c/o Dio: se vuoi scrivergli una cartolina devi indirizzarla lì.

lunedì 5 gennaio 2015

Battesimo del Signore


Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,1-11)

Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni. Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio, del Santo d’Israele, che ti onora. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5,1-9)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Prima di scrivere il commento per questa domenica, in cui la Chiesa ci invita a fare memoria del Battesimo di Gesù, sono andata a rileggermi quanto avevo pensato negli anni scorsi, perché – essendo questa una festa che si ripete puntualmente ad ogni gennaio – non volevo ritrovarmi a scrivere le stesse cose…

In realtà è difficile sfuggire all’unica cosa importante da dire sui testi che narrano il battesimo di Gesù – che è anche quanto mettevo in luce in passato –, e cioè che la cosa particolare è proprio che Gesù si sia fatto battezzare. Il problema cioè è che il Figlio di Dio, colui che libera l’uomo dai suoi peccati, si metta in fila con i peccatori, come se lui stesso avesse bisogno di un battesimo di conversione.

Perciò – anche a costo di ripetermi – vorrei tornare anche quest’anno su questo punto: perché Gesù si fa battezzare da Giovanni?

Nel tempo di avvento abbiamo incontrato più volte la figura del Battista e abbiamo messo in luce come il suo intento fosse quello di “risvegliare” il popolo di Israele nell’attesa del messia: tutta la sua predicazione infatti aveva di mira proprio l’annuncio che qualcosa di grande stava per accadere e perciò era necessario prepararsi.

Gesù – che noi sappiamo essere la “cosa” importante che Giovanni aspettava – quando si presenta sulla scena, invece di farsi riconoscere, di presentarsi in maniera chiara come l’atteso, si mette in fila tra coloro che volevano ricevere il battesimo per essere pronti a ricevere l’arrivo del Signore, preannunciato da Giovanni.

È un po’ complicato e fa quasi ridere, ma è così: il Signore si mette in fila con gli uomini che volevano ricevere il battesimo per essere pronti per l’arrivo del Signore.

Come se un cantante famoso che deve fare un concerto in una città, quando arriva l’ora in cui si accendono le luci del palco, non ci sale, perché è mischiato in mezzo alla folla dei suoi fans.

Che delusione… direbbero i fans…

O che meraviglia… dovremmo dire noi.

mercoledì 8 gennaio 2014

Battesimo del Signore


Dal libro del profeta Isaìa (Is 42,1-4.6-7)

Così dice il Signore: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

 

Dagli Atti degli Apostoli (At 10,34-38)

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

 

Domenica – a conclusione del Tempo di Natale e come inaugurazione del Tempo Ordinario, nel quale saremo invitati a riflettere sulla vita pubblica di Gesù – la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore.

Ritroviamo così Gesù, ormai trentenne, che come primo atto – dopo gli anni della sua infanzia e giovinezza (di cui sappiamo pochissimo) – va a farsi battezzare da Giovanni, il Precursore: figura sulla quale la liturgia ci ha già fatto riflettere durante l’Avvento, raccontandoci chi è quest’uomo («In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. […] Portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico »), quale ruolo ha nell’economia della salvezza («Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!») e qual è la sua teologia, cioè la sua visione su Dio, sull’uomo, sulla vita («Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione…»).

Da Giovanni, da questoGiovanni, dicevamo, Gesù va a farsi battezzare e dato che il vangelo è il racconto scritto della fede dei discepoli in Lui, e dato che siamo all’inizio del suo ministero pubblico, questo brano del battesimo rappresenta come la presentazione della sua storia… della storia di questo uomo, riconosciuto come il Messia, il Figlio di Dio.

Certo ci sono già stati due capitoli (il cosiddetto “vangelo dell’infanzia”) che hanno in qualche modo voluto fungere da prologo al racconto della vita di quest’uomo, ma qui siamo al racconto inaugurale degli anni decisivi della sua vita – quelli, appunto, che l’hanno svelato nella sua identità/missione.

E la prima cosa che emerge, all’interno di questo momento inaugurale, è la sua stranezza… Da un lato infatti abbiamo un momento epifanico molto significativo (i cieli che per Gesù si aprono, permettendogli di vedere lo Spirito Santo discendere su di lui, e dai quali gli giunge una voce che lo dichiara l’eletto) e, dall’altro, il fatto che tutto ciò avviene in una situazione davvero inusuale per un personaggio importante di cui si sta per raccontare la vita: è in fila coi peccatori, per ricevere un battesimo di conversione.

Una strana presentazione per colui del quale – scrivendo – si vuole testimoniare la messianicità… Ma come insegna la critica storico-letteraria, se un fatto così disomogeneo rispetto alla finalità dello scrivere (che è: convincere della propria fede), è comunque riportato, ciò vuol dire che era inevitabile farlo… come a dire… nessuno si sarebbe inventato questo episodio della vita di Gesù se non fosse realmente accaduto, perché a nessuno – nel momento in cui veniva tracciato l’itinerario per la fede in Lui – sarebbe venuto in mente di scrivere qualcosa che potesse metterne in discussione la messianicità (Come fa a essere il Messia se si mette in fila coi peccatori? Come può pretendere di essere colui che rimette i peccati del mondo, se lui per primo si fa battezzare per la conversione?).

Tutto questo per dire che ciò che è problematico non è il fatto, ritenuto autentico da tutta la critica storico-letteraria, ma la sua interpretazione: cioè il problema diventa il rendere ragione di questa stranezza… Mitigata, certo, dallo Spirito Santo e dalla voce dal cielo… Ma… a ben guardare, fino a un certo punto, perché questa specie di “investitura dall’alto” poteva avvenire anche in un contesto diverso… Dopo un miracolo inaugurale, o dopo un discorso particolarmente significativo… Invece la teofania sta a commento del paradossale essersi messo in fila coi peccatori da parte del Messia…

Un problema che non va troppo in fretta superato con presupposti piani divini a noi sconosciuti (come pare fare in parte lo stesso Matteo quando – a differenza degli altri evangelisti – fa dire a Gesù «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»; segno questo che anche per i primi cristiani il problema c’era ed era vissuto con una certa perplessità e fatica), ma che va “preso di petto”: Perché mai Gesù, come primo atto della sua vita da adulto va a mettersi in fila coi peccatori? E perché proprio in questo atto il cielo lo riconosce l’amato in cui ha posto il suo compiacimento? Al di là, infatti, di ogni nostro tentativo di girare e rigirare le cose, è proprio questo che il testo evangelico ci consegna…

Forse per provare a rispondere a queste domande, senza appiccicarci addosso risposte estemporanee, può essere utile chiederci perché tutto questo ci faccia così problema… o perché lo faceva ai primi cristiani… Dove sta l’anomalia che ci fa storcere il naso?

Beh… qualcosa l’abbiamo già accennato… Colui che si arrogherà il potere di perdonare i peccati (Mt 9,6) può lui stesso essere in fila coi peccatori? Colui che verrà creduto il Figlio di Dio, può essere lì, solo per farsi aiutare da Giovanni a capire la sua identità/missione? In altre parole: il Figlio di Dio, colui che pretende di salvarci perché anch’egli Dio, può essere veramente un uomo? Non deve avere qualche scarto incommensurabile, qualche cosa che lo preserva dal male, qualche prescienza che lo rende qualitativamente diverso da noi? Se è uno di noi può davvero salvarci?

Ecco il punto… Quello che precisamente pungeva la carne dei primi cristiani: intorno a loro tutti dicevano: era solo un uomo e dunque uno che non può salvare! Ecco il problema: se è Dio, ci salva; se è un uomo, no. Ma quello che noi abbiamo visto era solo un uomo…

Il problema radicale allora è quello – ancora una volta – dell’incarnazione, del modo di essere Dio di Gesù (e del modo di essere Dio del Padre), perché noi, non siamo mai persuasi fino in fondo che egli fosse pienamente uomo… Non ci va bene un Dio così, non ci convince… saremmo un po’ più tranquilli di un Dio che – dall’alto dei suoi cieli, dall’alto della sua separatezza, dall’alto della sua alterità – intervenisse (dal di fuori, appunto) con una sorta di “bacchetta magica” più o meno coreografica (a seconda dei gusti) per toglierci dai guai (terreni ed ultraterreni): il male subito, il male fatto, la morte, l’inferno…

Sarebbe anche tutto più facile da capire (e purtroppo tante volte la chiesa ha ceduto a questo desiderio di semplificare le cose per renderle comprensibili, perdendo però l’esplosività di ciò che annunciava: la sua disomogeneità, appunto; la sua impossibilità ad essere immediatamente compreso…)… Ma forse sarebbe più facile da capire, proprio perché “a misura di uomo”, perché riclassificabile all’interno delle nostre categorie di pensiero, perché più rassomigliante alle nostre aspettative… un Dio che in fin dei conti è un uomo plenipotenziario, un “Uomone”…

Invece, le disomogeneità di Gesù ci costringono a sbattere il muso contro le nostre ovvietà… e ancora una volta a dire: l’immagine di Dio che avevo in testa, non era Lui… ero io…

In questo senso, davvero Dio è totalmente altro dall’uomo, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri…

Ma non perché è grandissimo, infinito, eterno, lontanissimo… e può fare tutto… soprattutto quello che noi non possiamo fare… sarebbe un “Uomone”… Ma perché nell’alterità del suo essere, si fa più intimo all’uomo dell’uomo stesso… che – a pensarci bene – è l’unica salvezza credibile!

lunedì 7 gennaio 2013

Battesimo del Signore (C)


Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-5.9-11)

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (Tt 2,11-14;3,4-7)

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

In questa Seconda Domenica dopo Natale, la Chiesa ci invita a celebrare la festa del Battesimo di Gesù.

Apparentemente questa sembra la cosa più ovvia del mondo: Gesù si è fatto battezzare da Giovanni e così ha inaugurato il suo ministero pubblico… Le nostre orecchie ormai avvezze a sentire raccontare questa vicenda infatti, non riescono a cogliere immediatamente la paradossalità che si cela dentro a questo evento… eppure… che Gesù si faccia battezzare, è stato fin da subito un “signor problema” per la Chiesa nascente. Non tanto perché se ne metteva in discussione l’autenticità… anzi, proprio per il motivo opposto. Scrive infatti don Bruno Maggioni: «La maggioranza degli studiosi considera il battesimo di Gesù un fatto storico fra i più sicuri. Depone a favore della sua storicità la testimonianza letteraria molteplice, ma soprattutto il fatto che il suo ricordo procurò alla tradizione successiva un innegabile “disagio teologico”, che si è cercato di attenuare: il battesimo poteva, infatti, far pensare che Gesù fosse inferiore a Giovanni, o che fosse bisognoso di conversione come gli altri uomini. D’altra parte sappiamo che le comunità primitive non si sentivano costrette a tramandare tutti i fatti di Gesù: se hanno tramandato il battesimo – nonostante le difficoltà che poteva suscitare – è certamente perché lo hanno considerato particolarmente importante. E di fatti è un tornante che segna la transizione dal Battista a Gesù, dal vecchio al nuovo, dall’attesa alla venuta, e gran parte di questa “novità” è proprio racchiusa nel suo aspetto “scandaloso”» [Il racconto di Luca, 79-80].

Perché – dunque – Gesù si fa battezzare? Perché se Gesù è Figlio di Dio, Dio lui stesso, si fa rimettere i peccati da Giovanni? Gesù è senza peccato si legge nelle Scritture («Cristo non commise alcun peccato e non fu trovato alcun inganno nella sua bocca», 1 Pt 2,22)... Forse che san Pietro si è sbagliato? Forse che Gesù si mette in fila con i peccatori semplicemente perché non era Dio, ma solo un uomo, bisognoso come tutti del perdono di Dio, appunto? O forse era sì Dio, ma non lo sapeva? Aveva bisogno cioè, come tutti, di prendere coscienza della sua identità, della sua missione, della sua figliolanza...? Ma anche in questo caso: com’è possibile che il Figlio di Dio non sapesse di essere il Figlio di Dio? Che Dio è allora?

Ovviamente entrambe le soluzioni non sono accettabili per il credente che vuole tentare di rendere ragione di questo fatto: non si può ammettere che Gesù non sapesse di essere il Figlio di Dio (lui stesso infatti nel Vangelo rivendicherà con autorità questa sua identità: tanto che per questo verrà messo a morte, «egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» – Gv 19,7), né tanto meno che non lo fosse e dunque avesse bisogno del perdono dei peccati (di se stesso infatti dirà: «il Figlio dell' uomo ha autorità in terra di perdonare i peccati», Mt 9,6)!

Ma allora come porsi – da credenti – di fronte a questa situazione? Perché Gesù, pur essendo Figlio di Dio e senza peccato, si fa battezzare da Giovanni?

Qualcuno (già all’epoca neotestamentaria) cerca di risolvere la cosa, chiamando in causa una non meglio definita giustizia, quasi un piano preordinato indisponibile a Gesù stesso, che determina questa situazione. Matteo infatti – a differenza di Marco e Luca – orchestra la vicenda in modo tale che Giovanni inizialmente si rifiuti di battezzare Gesù, dicendo «Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me?» e accetti solo quando Gesù gli ribatte «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia».

Ma questa soluzione, ben al di là dall’essere tale, è in realtà solo uno spostamento del dilemma: in queste parole che Matteo mette in bocca a Gesù infatti, emerge solo il fatto che anche l’evangelista aveva lo stesso nostro problema: rendere ragione di questo fatto... La sua risposta infatti risulta una non-risposta, un semplice spostamento del problema, che – pur suonando diversamente (Perché Dio nel suo piano anteriore e indisponibile al Figlio, ritiene giusto farlo battezzare tra i peccatori?) – rimane.

Altri tentativi di soluzione sono stati posti invece nella linea della pedagogia divina: Gesù cioè qui agirebbe col solo intento di insegnare qualcosa (l’umiltà, per esempio), o di aspettare tempi più maturi per rivelarsi (farebbe dunque finta – per il momento – di essere un uomo qualsiasi, uno tra i tanti)...

Ma anche in questi casi le risposte non reggono: la finta assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio infatti è addirittura scartata come eresia dalla Chiesa cattolica (docetismo); ma anche la prospettiva pedagogistica di Gesù è sempre più vista come una riduzione della sua identità: sarebbe cioè sbagliato porsi di fronte alla storia di Gesù, cercando di estrarne insegnamenti, codici morali, itinerari spirituali, prescindendo dal suo porsi nel mondo. Non bisogna infatti pensare che ci sia da una parte la vita umana di Gesù e dall’altra i vari insegnamenti per il buon vivere oggi che da essa si possono trarre! È piuttosto il decidersi storico dell’uomo Gesù la rivelazione di Dio: è la storia concreta di Gesù – che di volta in volta ha deciso di sé, ha deciso chi essere – il volto di Dio e il volto dell’uomo rivelati definitivamente nel tempo!

Allora forse anche di fronte al fatto del battesimo di Gesù – al suo decidersi cioè di mettersi in fila per la remissione dei peccati – è necessario porsi con questo atteggiamento. Non tanto domandarsi quindi “Cosa ci vuole insegnare Gesù, facendo così?”, quanto piuttosto “Chi sta decidendo di essere, in quella scelta?”.

Stando ai testi neotestamentari e alla riflessione della Chiesa in proposito, le risposte potrebbero essere diverse (sta decidendosi per una solidarietà con l’uomo peccatore; per un’adesione alla domanda di salvezza del suo popolo; per un andare a vedere le risposte che il momento storico offriva), ma tutte riconducibili a una: Gesù sta decidendo di essere uomo; azzardando un po’ i termini: sta imparando ad essere l’uomo che – da sempre – ha deciso di essere.

Per questo va da Giovanni; perché essere uomo nella Palestina di quel tempo, voleva dire mettersi in fila col suo popolo. Per questo prega: perché dentro a quel dialogo col Padre, il suo pregare è il suo decidere chi essere, è il suo decidere di essere uomo! Pregare infatti è sempre decidere di sé – accedere insieme a Dio e a sé stessi. «Non a caso Gesù ha pregato in tutti i momenti decisivi della sua vita e della sua missione (Cfr. 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41; 23,46)».

E proprio nel momento in cui Gesù decide di essere uomo al 100%, l’uomo che – da sempre – ha deciso di essere, arriva la voce dal cielo, voce quasi di conferma, di approvazione, di compiacimento: Gesù è Dio cosìe Dio conferma “un” Gesù così: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Questa frase, tra l’altro, non è una semplice esclamazione di consenso, ma – per le esperte orecchie ebree – rimanda inequivocabilmente a Isaia 42: dove dell’eletto di cui Dio si compiace si dice che «porterà la giustizia alle nazioni. Non griderà, non alzerà il tono, non farà udire la sua voce per le strade. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo dalla fiamma smorta; presenterà la giustizia secondo verità. Non verrà meno e non si scoraggerà, finché non avrà stabilito la giustizia sulla terra» (Is 42,1 ss); e anche che sarà preso per mano e custodito «per aprire gli occhi dei ciechi, per fare uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione quelli che giacciono nelle tenebre» (Is 42,7).

Gesù dunque, nella sua intima relazione col Padre, sta decidendo di essere l’uomo – rivelazione di Dio – capace di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra... Con tutto quello che questa sua scelta comporterà: perché Egli sa benissimo, che l’amore è ciò che di più feribile esiste, tra le cose che esistono, e che dunque la sua scelta di umanità sarà una scelta per la morte. Sempre Isaia, descrivendo il Servo d’Israele, dice infatti: «Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenemmo colpito, percosso da Dio ed umiliato. Maltrattato e umiliato, non aprì bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori» (Is 53,3-7).

E in questo scegliere di Gesù di essere uomo – e dunque Dio – così, non c’è niente di pedagogico, nessun insegnamento da trarre! Non sta invitando anche noi a essere capaci di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra. Molto di più, sta abilitando la carne umana a percorrere quella strada impossibile (non a caso il cielo si apre – si squarcia cioè la presunta barriera tra il mondo di Dio e il mondo dell’uomo – e lo Spirito di Dio può scendere): perché nello sconforto di una vita che – a differenza dell’annuncio di Natale – sembra essere fatta di tenebre senza nessuna luce che ci brilli dentro (di violenza senza giustizia, di sopraffazione senza verità, di canne spezzate e braci incenerite, di scoraggiamenti, e di impossibilità di salvezza), sia detto a tutti, che se è stato possibile una volta in un uomo, essere Uomo così, allora è possibile per tutti sempre, e dunque per noi, oggi!

martedì 3 gennaio 2012

Battesimo del Signore

In questa terza domenica dopo Natale, la Chiesa ci invita a celebrare la festa del Battesimo di Gesù. Il suo ministero pubblico infatti, come narrano tutti e quattro gli evangelisti, inizia proprio con questo mettersi in fila con i peccatori, per vivere, attraverso Giovanni, un gesto di espiazione dei peccati.

Il problema che da sempre ha creato tanto scompiglio all’interno della riflessione cristiana è stato: Perché Gesù sceglie di farsi battezzare?

Forse le nostre orecchie ormai avvezze a sentire raccontare questa situazione, fanno più fatica a cogliere la drammaticità di questo evento, ma esso ha fatto sobbalzare non pochi schemi teologici... La questione consiste proprio in questo: come rendere ragione di questa scelta di Gesù?

Impossibile infatti scartare come ipotetico o falso questo dato evangelico: la sua veridicità ha infatti troppi elementi a sostegno. Innanzi tutto – come già detto – è attestata da tutti e quattro gli evangelisti; il che è già un grande elemento di forza per provare la storicità di un fatto narrato. In più si tratta di uno di quei fatti che – proprio per la difficoltà di renderne ragione – i cristiani avrebbero veramente preferito espungere dai loro testi: come infatti convincere i popoli che Gesù era Figlio di Dio e contemporaneamente annunciargli che si è messo in fila coi peccatori per un battesimo di espiazione?

Il fatto non può dunque essere inventato: nessuno infatti – fra coloro che scrivevano e leggevano il vangelo – aveva alcun interesse o vantaggio – anzi tutto il contrario – a ideare un tale episodio. Sostanzialmente, dalle analisi storiografiche, bisogna concludere che, se tutti gli evangelisti hanno inserito questo episodio, è perché proprio non potevano farne a meno; non potevano cioè nascondere quello che era un fatto reale, conosciuto da tutti: che Gesù era stato battezzato da Giovanni.

Ma, chiarito il dato storiografico, dunque la realtà del fatto, resta il problema di renderne ragione. Come dicevamo, la domanda che rimane è: perché Gesù si è fatto battezzare?


Questa domanda non è banale, né è una vana curiosità del lettore di oggi: non basta saltare il problema pensando che è esagerazione del teologo andare a cercare un perché a tutto... Infatti dietro al gesto del battesimo entrano in campo problematiche serie sull’identità di Gesù e dunque sulla nostra fede in lui. Tali questioni, potremmo delinearle in questo modo: Se Gesù è Figlio di Dio, Dio lui stesso, perché si fa rimettere i peccati? Gesù è senza peccato («Cristo non commise alcun peccato e non fu trovato alcun inganno nella sua bocca», 1 Pt 2,22) si legge nelle Scritture... Allora, forse – ecco la questione scottante – non era Dio, ma solo un uomo, bisognoso come tutti del perdono di Dio, appunto. O forse – altra questione problematica – era sì Dio, ma non lo sapeva: aveva bisogno cioè, come tutti, di prendere coscienza della sua identità, della sua missione, della sua figliolanza... Ma anche in questo caso: com’è possibile che il Figlio di Dio non sapesse di essere il Figlio di Dio? Che Dio è allora?

Ovviamente entrambe le soluzioni non sono accettabili per il credente che vuole tentare di rendere ragione di questo fatto: non si può ammettere che Gesù non sapesse di essere il Figlio di Dio (lui stesso infatti nel Vangelo rivendicherà con autorità questa sua identità: tanto che per questo verrà messo a morte, «egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» – Gv 19,7), né tanto meno che non lo fosse e dunque avesse bisogno del perdono dei peccati (di se stesso infatti dice: «il Figlio dell' uomo ha autorità in terra di perdonare i peccati», Mt 9,6)!

Ma allora come porsi – da credenti – di fronte a questa situazione? Perché Gesù, pur essendo Figlio di Dio e senza peccato, si fa battezzare da Giovanni?

Qualcuno (già all’epoca neotestamentaria) cerca di risolvere la cosa, chiamando in causa una non meglio definita giustizia, quasi un piano preordinato indisponibile a Gesù stesso, che determina questa situazione. Matteo infatti – a differenza di Marco – orchestra la vicenda in modo tale che Giovanni inizialmente si rifiuti di battezzare Gesù, dicendo «Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me?» e accetti solo quando Gesù gli ribatte «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia».

Ma questa soluzione, ben al di là dall’essere tale, è in realtà solo uno spostamento del dilemma: in queste parole che Matteo mette in bocca a Gesù infatti, emerge solo il fatto che anche l’evangelista aveva lo stesso nostro problema: rendere ragione di questo fatto... Non potendolo proporre nella sua esplosività (Matteo scrive infatti ai cristiani provenienti dall’ebraismo) – come fa invece Marco – tenta di attutirne la portata, rimandandolo a un progetto anteriore e sconosciuto a Gesù stesso. Ma – come detto – questa risposta risulta una non-risposta, un semplice spostamento del problema, che – pur suonando diversamente (Perché Dio nel suo piano anteriore e indisponibile al Figlio, ritiene giusto farlo battezzare tra i peccatori?) – rimane.

Altri tentativi di soluzione sono stati posti invece nella linea della pedagogia divina: Gesù cioè qui agirebbe col solo intento di insegnare qualcosa (l’umiltà, per esempio), o di aspettare tempi più maturi per rivelarsi (farebbe dunque finta – per il momento – di essere un uomo qualsiasi, uno tra i tanti)...

Ma anche in questi casi le risposte non reggono: la finta assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio infatti è addirittura scartata come eresia dalla Chiesa cattolica (docetismo); ma anche la prospettiva pedagogistica di Gesù è sempre più vista come una riduzione della sua identità: sarebbe cioè sbagliato porsi di fronte alla storia di Gesù, cercando di estrarne insegnamenti, codici morali, itinerari spirituali, prescindendo dal suo porsi nel mondo. Non bisogna infatti pensare che ci sia da una parte la vita umana di Gesù e dall’altra i vari insegnamenti per il buon vivere oggi che da essa si possono estrarre! È piuttosto il decidersi storico dell’uomo Gesù la rivelazione di Dio: è la storia concreta di Gesù – che di volta in volta ha deciso di sé, ha deciso chi essere – il volto di Dio e il volto dell’uomo rivelati definitivamente nel tempo!

Allora forse anche di fronte al fatto del battesimo di Gesù – al suo decidersi cioè di mettersi in fila per la remissione dei peccati – è necessario porsi con questo atteggiamento. Non tanto domandarsi quindi “Cosa ci vuole insegnare Gesù, facendo così?”, quanto piuttosto “Chi sta decidendo di essere, in quella scelta?”.

Stando ai testi neotestamentari e alla riflessione della Chiesa in proposito, le risposte potrebbero essere diverse (sta decidendosi per una solidarietà con l’uomo peccatore; per un’adesione alla domanda di salvezza del suo popolo; per un andare a vedere le risposte che il momento storico offriva), ma tutte riconducibili a una: Gesù sta decidendo di essere uomo; azzardando un po’ i termini: sta imparando a essere l’uomo che – da sempre – ha deciso di essere.

E non a caso, proprio nel momento in cui Gesù è uomo al 100%, arriva la voce dal cielo – che in Marco sente solo lui (è alla II persona e non alla III come per esempio in Matteo) – voce quasi di conferma, di approvazione, di compiacimento: Gesù è Dio così e Dio conferma “un” Gesù così: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Questa frase, tra l’altro, non è una semplice esclamazione di consenso, ma – per le esperte orecchie ebree – rimanda inequivocabilmente a Isaia 42: dove dell’eletto di cui Dio si compiace si dice che «porterà la giustizia alle nazioni. Non griderà, non alzerà il tono, non farà udire la sua voce per le strade. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo dalla fiamma smorta; presenterà la giustizia secondo verità. Non verrà meno e non si scoraggerà, finché non avrà stabilito la giustizia sulla terra» (Is 42,1 ss); e anche che sarà preso per mano e custodito «per aprire gli occhi dei ciechi, per fare uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione quelli che giacciono nelle tenebre» (Is 42,7).

Questo sta dunque decidendo di essere Gesù nella sua intima relazione col Padre: l’uomo – rivelazione di Dio – capace di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra... Con tutto quello che questa sua scelta comporterà: perché Egli sa benissimo, che l’amore è ciò che di più feribile esiste, tra le cose che esistono, e che dunque la sua scelta di umanità sarà una scelta per la morte. Sempre Isaia, descrivendo il Servo d’Israele, dice infatti: «Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenemmo colpito, percosso da Dio ed umiliato. Maltrattato e umiliato, non aprì bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori» (Is 53,3-7).
E in questo scegliere di Gesù di essere uomo – e dunque Dio – così, non c’è niente di pedagogico, nessun insegnamento da trarre! Non sta invitando anche noi a essere capaci di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra. Molto di più, sta abilitando la carne umana a percorrere quella strada impossibile: perché nello sconforto di una vita che – a differenza dell’annuncio di Natale – sembra essere fatta di tenebre senza nessuna luce che ci brilli dentro (di violenza senza giustizia, di sopraffazione senza verità, di canne spezzate e braci incenerite, di scoraggiamenti, e di impossibilità di salvezza), sia detto a tutti, che se è stato possibile una volta in un uomo, essere Uomo così, allora è possibile per tutti sempre, e dunque per noi, oggi!

giovedì 6 gennaio 2011

È credibile un salvatore in fila coi peccatori per farsi battezzare?

Domenica – a conclusione del Tempo di Natale e come inaugurazione del Tempo Ordinario, nel quale saremo invitati a riflettere sulla vita pubblica di Gesù – la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore.


Ritroviamo così Gesù, ormai trentenne, che come primo atto – dopo gli anni della sua infanzia e giovinezza (di cui sappiamo pochissimo) – va a farsi battezzare da Giovanni, il Precursore: figura sulla quale la liturgia ci ha già fatto riflettere durante l’Avvento, raccontandoci chi è quest’uomo («In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. […] Portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico »), quale ruolo ha nell’economia della salvezza («Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!») e qual è la sua teologia, cioè la sua visione su Dio, sull’uomo, sulla vita («Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione…»).

Da Giovanni, da questo Giovanni, dicevamo, Gesù va a farsi battezzare e dato che il vangelo è il racconto scritto della fede dei discepoli in Lui, e dato che siamo all’inizio del suo ministero pubblico, questo brano del battesimo rappresenta come la presentazione della sua storia… della storia di questo uomo, riconosciuto come il Messia, il Figlio di Dio.

Certo ci sono già stati due capitoli (il cosiddetto “vangelo dell’infanzia”) che hanno in qualche modo voluto fungere da prologo al racconto della vita di quest’uomo, ma qui siamo al racconto inaugurale degli anni decisivi della sua vita – quelli, appunto, che l’hanno svelato nella sua identità/missione.

E la prima cosa che emerge, all’interno di questo momento inaugurale, è la sua stranezza… Da un lato infatti abbiamo un momento epifanico molto significativo (i cieli che per Gesù si aprono, permettendogli di vedere lo Spirito Santo discendere su di lui, e dai quali gli giunge una voce che lo dichiara l’eletto) e, dall’altro, il fatto che tutto ciò avviene in una situazione davvero inusuale per un personaggio importante di cui si sta per raccontare la vita: è in fila coi peccatori, per ricevere un battesimo di conversione.

Una strana presentazione per colui del quale – scrivendo – si vuole testimoniare la messianicità… Ma come insegna la critica storico-letteraria, se un fatto così disomogeneo rispetto alla finalità dello scrivere (che è: convincere della propria fede), è comunque riportato, ciò vuol dire che era inevitabile farlo… come a dire… nessuno si sarebbe inventato questo episodio della vita di Gesù se non fosse realmente accaduto, perché a nessuno – nel momento in cui veniva tracciato l’itinerario per la fede in Lui – sarebbe venuto in mente di scrivere qualcosa che potesse metterne in discussione la messianicità (Come fa a essere il Messia se si mette in fila coi peccatori? Come può pretendere di essere colui che rimette i peccati del mondo, se lui per primo si fa battezzare per la conversione?).
Tutto questo per dire che ciò che è problematico non è il fatto, ritenuto autentico da tutta la critica storico-letteraria, ma la sua interpretazione: cioè il problema diventa il rendere ragione di questa stranezza… Mitigata, certo, dallo Spirito Santo e dalla voce dal cielo… Ma… a ben guardare, fino a un certo punto, perché questa specie di “investitura dall’alto” poteva avvenire anche in un contesto diverso… Dopo un miracolo inaugurale, o dopo un discorso particolarmente significativo… Invece la teofania sta a commento del paradossale essersi messo in fila coi peccatori da parte del Messia…

Un problema che non va troppo in fretta superato con presupposti piani divini a noi sconosciuti (come pare fare in parte lo stesso Matteo quando – a differenza degli altri evangelisti – fa dire a Gesù «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»; segno questo che anche per i primi cristiani il problema c’era ed era vissuto con una certa perplessità e fatica), ma che va “preso di petto”: Perché mai Gesù, come primo atto della sua vita da adulto va a mettersi in fila coi peccatori? E perché proprio in questo atto il cielo lo riconosce l’amato in cui ha posto il suo compiacimento? Al di là, infatti, di ogni nostro tentativo di girare e rigirare le cose, è proprio questo che il testo evangelico ci consegna…

Forse per provare a rispondere a queste domande, senza appiccicarci addosso risposte estemporanee, può essere utile chiederci perché tutto questo ci faccia così problema… o perché lo faceva ai primi cristiani… Dove sta l’anomalia che ci fa storcere il naso?

Beh… qualcosa l’abbiamo già accennato… Colui che si arrogherà il potere di perdonare i peccati (Mt 9,6) può lui stesso essere in fila coi peccatori? Colui che verrà creduto il Figlio di Dio, può essere lì, solo per farsi aiutare da Giovanni a capire la sua identità/missione? In altre parole: il Figlio di Dio, colui che pretende di salvarci perché anch’egli Dio, può essere veramente un uomo? Non deve avere qualche scarto incommensurabile, qualche cosa che lo preserva dal male, qualche prescienza che lo rende qualitativamente diverso da noi? Se è uno di noi può davvero salvarci?

Ecco il punto… Quello che precisamente pungeva la carne dei primi cristiani: intorno a loro tutti dicevano: era solo un uomo e dunque uno che non può salvare! Ecco il problema: se è Dio, ci salva; se è un uomo, no. Ma quello che noi abbiamo visto era solo un uomo…

Il problema radicale allora è quello – ancora una volta – dell’incarnazione, del modo di essere Dio di Gesù (e del modo di essere Dio del Padre), perché noi, non siamo mai persuasi fino in fondo che egli fosse pienamente uomo… Non ci va bene un Dio così, non ci convince… saremmo un po’ più tranquilli di un Dio che – dall’alto dei suoi cieli, dall’alto della sua separatezza, dall’alto della sua alterità – intervenisse (dal di fuori, appunto) con una sorta di “bacchetta magica” più o meno coreografica (a seconda dei gusti) per toglierci dai guai (terreni ed ultraterreni): il male subito, il male fatto, la morte, l’inferno…

Sarebbe anche tutto più facile da capire (e purtroppo tante volte la chiesa ha ceduto a questo desiderio di semplificare le cose per renderle comprensibili, perdendo però l’esplosività di ciò che annunciava: la sua disomogeneità, appunto; la sua impossibilità ad essere immediatamente compreso…)… Ma forse sarebbe più facile da capire, proprio perché “a misura di uomo”, perché riclassificabile all’interno delle nostre categorie di pensiero, perché più rassomigliante alle nostre aspettative… un Dio che in fin dei conti è un uomo plenipotenziario, un “Uomone”…

Invece, le disomogeneità di Gesù ci costringono a sbattere il muso contro le nostre ovvietà… e ancora una volta a dire: l’immagine di Dio che avevo in testa, non era Lui… ero io…

In questo senso, davvero Dio è totalmente altro dall’uomo, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri…

Ma non perché è grandissimo, infinito, eterno, lontanissimo… e può fare tutto… soprattutto quello che noi non possiamo fare… sarebbe un “Uomone”… Ma perché nell’alterità del suo essere, si fa più intimo all’uomo dell’uomo stesso… che – a pensarci bene – è l’unica salvezza credibile!

Cerco di spiegarmi con le parole di p. Massimo Fiorucci, OCD: di fronte al dramma del male radicale ed insolubile (che è il problema dell’uomo, ciò da cui l’uomo chiede a Dio di essere salvato), «un primo dato evangelico è questo: Dio non si sottrae alla domanda, ma si confronta e si scontra con l’assurdità del male storico. Decide di non scendere dal banco degli imputati. Il vangelo quindi non ci racconta una fiaba [quella dell’Uomone/di un supereroe], ma la storia di un Dio che assume una forma tale (quella del bimbo, quella dell’uomo in crescita, dell’uomo storico) tale per cui anch’Egli si confronta col male che minaccia la bontà della vita umana.

Un secondo dato: la sua non è una risposta teorica. Egli non risponderà ai nostri perché. Cristo è la risposta all’uomo non ai suoi perché. La sua risposta è la sua vulnerabilità, la sua vulnerabilità è ciò che lo autorizza al perdono. Egli infatti ha un’identità tale che si identifica con ogni uomo che ha patito il male. Per questo – e solo per questo – è autorizzato ad un perdono, che altrimenti non sarebbe neanche in suo potere, perché le decisioni dell’uomo hanno un carattere di irreversibilità: non si può tornare indietro e perciò nulla può bilanciare il male fatto o subito, tanto meno quello subito ingiustamente. Né la vendetta, né l’inferno possono pacificare le domande che il dolore innocente scatena nel cuore dell’uomo. Anzi aggiungono altro male al male già avvenuto.

In Gesù invece la precarietà non è assunta come obiezione, ma come condizione e solo così il suo perdono ha spessore di verità».

venerdì 8 gennaio 2010

Il Figlio di Dio decide di essere uomo

In questa terza domenica dopo Natale, la Chiesa ci invita a celebrare la festa del Battesimo di Gesù.
Apparentemente questa sembra la cosa più ovvia del mondo: Gesù si è fatto battezzare da Giovanni e così ha inaugurato il suo ministero pubblico… Le nostre orecchie ormai avvezze a sentire raccontare questa vicenda infatti, non riescono a cogliere immediatamente la paradossalità che si cela dentro a questo evento… eppure… che Gesù si faccia battezzare, è stato fin da subito un “signor problema” per la Chiesa nascente. Non tanto perché se ne metteva in discussione l’autenticità… anzi, proprio per il motivo opposto. Scrive infatti don Bruno Maggioni: «La maggioranza degli studiosi considera il battesimo di Gesù un fatto storico fra i più sicuri. Depone a favore della sua storicità la testimonianza letteraria molteplice, ma soprattutto il fatto che il suo ricordo procurò alla tradizione successiva un innegabile “disagio teologico”, che si è cercato di attenuare: il battesimo poteva, infatti, far pensare che Gesù fosse inferiore a Giovanni, o che fosse bisognoso di conversione come gli altri uomini.
D’altra parte sappiamo che le comunità primitive non si sentivano costrette a tramandare tutti i fatti di Gesù: se hanno tramandato il battesimo – nonostante le difficoltà che poteva suscitare – è certamente perché lo hanno considerato particolarmente importante. E di fatti è un tornante che segna la transizione dal Battista a Gesù, dal vecchio al nuovo, dall’attesa alla venuta, e gran parte di questa “novità” è proprio racchiusa nel suo aspetto “scandaloso”» [Il racconto di Luca, 79-80].
Perché – dunque – Gesù si fa battezzare? Perché se Gesù è Figlio di Dio, Dio lui stesso, si fa rimettere i peccati da Giovanni? Gesù è senza peccato si legge nelle Scritture («Cristo non commise alcun peccato e non fu trovato alcun inganno nella sua bocca», 1 Pt 2,22)... Forse che san Pietro si è sbagliato? Forse che Gesù si mette in fila con i peccatori semplicemente perché non era Dio, ma solo un uomo, bisognoso come tutti del perdono di Dio, appunto? O forse era sì Dio, ma non lo sapeva? Aveva bisogno cioè, come tutti, di prendere coscienza della sua identità, della sua missione, della sua figliolanza...? Ma anche in questo caso: com’è possibile che il Figlio di Dio non sapesse di essere il Figlio di Dio? Che Dio è allora?
Ovviamente entrambe le soluzioni non sono accettabili per il credente che vuole tentare di rendere ragione di questo fatto: non si può ammettere che Gesù non sapesse di essere il Figlio di Dio (lui stesso infatti nel Vangelo rivendicherà con autorità questa sua identità: tanto che per questo verrà messo a morte, «egli deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio» – Gv 19,7), né tanto meno che non lo fosse e dunque avesse bisogno del perdono dei peccati (di se stesso infatti dirà: «il Figlio dell' uomo ha autorità in terra di perdonare i peccati», Mt 9,6)!
Ma allora come porsi – da credenti – di fronte a questa situazione? Perché Gesù, pur essendo Figlio di Dio e senza peccato, si fa battezzare da Giovanni?
Qualcuno (già all’epoca neotestamentaria) cerca di risolvere la cosa, chiamando in causa una non meglio definita giustizia, quasi un piano preordinato indisponibile a Gesù stesso, che determina questa situazione. Matteo infatti – a differenza di Marco e Luca – orchestra la vicenda in modo tale che Giovanni inizialmente si rifiuti di battezzare Gesù, dicendo «Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me?» e accetti solo quando Gesù gli ribatte «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia».
Ma questa soluzione, ben al di là dall’essere tale, è in realtà solo uno spostamento del dilemma: in queste parole che Matteo mette in bocca a Gesù infatti, emerge solo il fatto che anche l’evangelista aveva lo stesso nostro problema: rendere ragione di questo fatto... La sua risposta infatti risulta una non-risposta, un semplice spostamento del problema, che – pur suonando diversamente (Perché Dio nel suo piano anteriore e indisponibile al Figlio, ritiene giusto farlo battezzare tra i peccatori?) – rimane.
Altri tentativi di soluzione sono stati posti invece nella linea della pedagogia divina: Gesù cioè qui agirebbe col solo intento di insegnare qualcosa (l’umiltà, per esempio), o di aspettare tempi più maturi per rivelarsi (farebbe dunque finta – per il momento – di essere un uomo qualsiasi, uno tra i tanti)...
Ma anche in questi casi le risposte non reggono: la finta assunzione dell’umanità da parte del Figlio di Dio infatti è addirittura scartata come eresia dalla Chiesa cattolica (docetismo); ma anche la prospettiva pedagogistica di Gesù è sempre più vista come una riduzione della sua identità: sarebbe cioè sbagliato porsi di fronte alla storia di Gesù, cercando di estrarne insegnamenti, codici morali, itinerari spirituali, prescindendo dal suo porsi nel mondo. Non bisogna infatti pensare che ci sia da una parte la vita umana di Gesù e dall’altra i vari insegnamenti per il buon vivere oggi che da essa si possono trarre! È piuttosto il decidersi storico dell’uomo Gesù la rivelazione di Dio: è la storia concreta di Gesù – che di volta in volta ha deciso di sé, ha deciso chi essere – il volto di Dio e il volto dell’uomo rivelati definitivamente nel tempo!
Allora forse anche di fronte al fatto del battesimo di Gesù – al suo decidersi cioè di mettersi in fila per la remissione dei peccati – è necessario porsi con questo atteggiamento. Non tanto domandarsi quindi “Cosa ci vuole insegnare Gesù, facendo così?”, quanto piuttosto “Chi sta decidendo di essere, in quella scelta?”.
Stando ai testi neotestamentari e alla riflessione della Chiesa in proposito, le risposte potrebbero essere diverse (sta decidendosi per una solidarietà con l’uomo peccatore; per un’adesione alla domanda di salvezza del suo popolo; per un andare a vedere le risposte che il momento storico offriva), ma tutte riconducibili a una: Gesù sta decidendo di essere uomo; azzardando un po’ i termini: sta imparando ad essere l’uomo che – da sempre – ha deciso di essere.
Per questo va da Giovanni; perché essere uomo nella Palestina di quel tempo, voleva dire mettersi in fila col suo popolo. Per questo prega: perché dentro a quel dialogo col Padre, il suo pregare è il suo decidere chi essere, è il suo decidere di essere uomo! Pregare infatti è sempre decidere di sé – accedere insieme a Dio e a sé stessi. «Non a caso Gesù ha pregato in tutti i momenti decisivi della sua vita e della sua missione (Cfr. 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41; 23,46)».
E proprio nel momento in cui Gesù decide di essere uomo al 100%, l’uomo che – da sempre – ha deciso di essere, arriva la voce dal cielo, voce quasi di conferma, di approvazione, di compiacimento: Gesù è Dio così e Dio conferma “un” Gesù così: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Questa frase, tra l’altro, non è una semplice esclamazione di consenso, ma – per le esperte orecchie ebree – rimanda inequivocabilmente a Isaia 42: dove dell’eletto di cui Dio si compiace si dice che «porterà la giustizia alle nazioni. Non griderà, non alzerà il tono, non farà udire la sua voce per le strade. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo dalla fiamma smorta; presenterà la giustizia secondo verità. Non verrà meno e non si scoraggerà, finché non avrà stabilito la giustizia sulla terra» (Is 42,1 ss); e anche che sarà preso per mano e custodito «per aprire gli occhi dei ciechi, per fare uscire dal carcere i prigionieri e dalla prigione quelli che giacciono nelle tenebre» (Is 42,7).
Gesù dunque, nella sua intima relazione col Padre, sta decidendo di essere l’uomo – rivelazione di Dio – capace di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra... Con tutto quello che questa sua scelta comporterà: perché Egli sa benissimo, che l’amore è ciò che di più feribile esiste, tra le cose che esistono, e che dunque la sua scelta di umanità sarà una scelta per la morte. Sempre Isaia, descrivendo il Servo d’Israele, dice infatti: «Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenemmo colpito, percosso da Dio ed umiliato. Maltrattato e umiliato, non aprì bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori» (Is 53,3-7).
E in questo scegliere di Gesù di essere uomo – e dunque Dio – così, non c’è niente di pedagogico, nessun insegnamento da trarre! Non sta invitando anche noi a essere capaci di giustizia senza violenza; di verità senza sopraffazione; di fiducia e stabilità; di liberazione per gli oppressi della terra. Molto di più, sta abilitando la carne umana a percorrere quella strada impossibile (non a caso il cielo si apre – si squarcia cioè la presunta barriera tra il mondo di Dio e il mondo dell’uomo – e lo Spirito di Dio può scendere): perché nello sconforto di una vita che – a differenza dell’annuncio di Natale – sembra essere fatta di tenebre senza nessuna luce che ci brilli dentro (di violenza senza giustizia, di sopraffazione senza verità, di canne spezzate e braci incenerite, di scoraggiamenti, e di impossibilità di salvezza), sia detto a tutti, che se è stato possibile una volta in un uomo, essere Uomo così, allora è possibile per tutti sempre, e dunque per noi, oggi!

venerdì 9 gennaio 2009

Lo Spirito, l’acqua e il sangue: i testimoni che Gesù è Figlio di Dio!

Un divario insormontabile…

E, nello stesso tempo, un desiderio incoercibile separa Giovanni da Gesù, l'annuncio dal compimento, l'attesa del Messia dalla sua venuta e persino… le mani impotenti dai lacci dei suoi sandali! Giovanni sa che uno stacco non eliminabile frena il suo cuore e il cuore di ogni uomo, di ogni comunità e di ogni popolo e ci separa dal bene pieno vero totale. Prima e dopo Giovanni, in occidente come in oriente, abbiamo inventato infiniti riti e abluzioni per sciogliere e lavare, raccorciare od eludere questa nostra distanza esistenziale e morale … che ci intristisce sempre. La limpida umiltà di Giovanni ci fa luce e ci indica la strada da percorrere fin che vivremo nella storia: viene dopo di me colui che è più forte di me. Questa storia continua, perché c'è sempre un prima e un dopo, dentro di noi. Ma adesso, nel centro del tempo, è arrivato Colui che realizza finalmente nella nostra carne di uomini il disegno desiderato da Dio, raccorda la nostra storia con la sua – e ce ne apre l'accesso anche a noi, al suo seguito. In queste poche righe iniziali, Marco concentra in miniatura tutto il suo vangelo, fondato sulle due linee portanti del primo Patto: la prima, testimoniata da tutti i profeti fino a Giovanni stesso, è che l'uomo è il desiderio incompiuto di Dio, l'unica creatura ancora da finire, sempre assetata e affamata, alla rincorsa affannata di ciò che non è pane né acqua, perché ciò che può comprare con il denaro o la violenza non acquieta il suo cuore. La seconda è che il desiderio più grande di Dio è proprio di dissetare questa sua creatura privilegiata, che gli somiglia, e saziarla finalmente, dialogando con la sua libertà, rispettando e accudendo la sua debolezza mortale, offrendogli una vita nuova… Questo ha fatto nel suo Figlio che ha preso la nostra carne. Per cui il vangelo di Marco è proprio l'annuncio che questo evento tanto atteso è cominciato: principio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio… come sta scritto in Isaia profeta!

La traversata della storia… nell'immersione battesimale

Questo desiderio di Dio aspettava dunque il tempo opportuno, la pienezza del tempo, per realizzarsi nella storia. Giovanni lo indica con la sua vita, incarnando in sé i simboli forti di tutta la storia d'Israele: la chiamata incontestabile di Dio ad annunciare il Messia in arrivo e insieme l'impotenza a seguirlo; l'immersione della gente nelle acque battesimali della penitenza, senza riuscire a trasformare il cuore; il cammino errabondo nel deserto della storia, guidati dalla nube oscura e luminosa, di un popolo sempre renitente, perché troppo esperto di quanto Dio dice al profeta "i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

…Ma "l'amore misericordioso del nostro Dio" (come secondo Luca lo definisce il padre di Giovanni) non demorde e riprende incessantemente nella storia l' invito assillante, che nei secoli ha rivolto al suo popolo, e in lui a tutta l'umanità:"O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite… Su, ascoltatemi e mangerete …. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un'alleanza eterna " Sul greto del Giordano, dove Giovanni battezzava, arriva il fiume di tutta la storia della Bibbia, nella catena infinita delle sue sconfitte e delle sue speranze, delle attese e delle frustrazioni. Il Figlio di Dio incarnato si immerge in questa storia, che viene dall'inizio dei tempi e porta a compimento gli antichi segni trasmessi dai patriarchi e dai profeti fino a Giovanni: la creazione rinasce dal caos oscuro delle acque, il diluvio è smentito per sempre dalla colomba di pace e la gente accorre al battesimo di Giovanni… l'evento nel quale si condensano ‑ in una voce, un figlio, una colomba ‑ i simboli intensi della Trinità, che per un momento squarciano le nubi e uniscono cielo e terra.

Egli vi battezzerà in spirito Santo

La comunità di Marco, come tutta la chiesa di allora e nei secoli, non ha dubbi che quest'Alleanza Nuova, già predetta dall'Antica, ha un valore non più simbolico e transitorio, ma eterno. E si è condensata in Gesù, a partire dal suo Battesimo, per esserci comunicata nel nostro battesimo! "Il Vangelo, che descrive il battesimo del Signore, fa aprire il cielo sulla sua obbediente partecipazione al battesimo di acqua, alla fine dell'Antico Patto, e fa librarsi lo Spirito sopra il battezzato, e il Padre lo dichiara suo figlio diletto, modello di tutti coloro che dopo di lui riceveranno il battesimo cristiano: tutti riceveranno lo Spirito dall'alto e saranno rigenerati a figli di Dio. L'acqua terrena non diverrà per questo dispensabile, ma coassunta nell'evento trinitario nel battesimo di Gesù: ciò che era finora simbolo diventa ora parte di un sacramento, anzi una parte insostituibile per ognuno che deve essere rigenerato dall'acqua e dallo Spirito, (Gv 3,5) per partecipare alla vita divina" (Balthassar).

Egli è colui che è venuto con acqua e sangue…

Certo, all'inizio non si era capito: il Battezzatore, nel vangelo di Marco, dice soltanto che sarà lo Spirito la discriminante dei due battesimi di acqua! Ma poi s'accorgeranno che non basta! Non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue, si distingue il battesimo di Gesù (e il nostro!). Non basta dunque l'acqua e lo Spirito, per essere figlio di Dio nella storia, ma lungo il cammino si rivelerà necessario anche il sangue. Il frutto supremo dell'amore al Padre e a noi sarà proprio il dono della vita, che gli sarà tolta sul patibolo maledetto. Sarà un centurione romano a concludere il senso "evangelico" del racconto di Marco, quando, "vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». Occorreva dunque un terzo elemento, il sangue, che insieme con l'acqua sgorga dal cuore trafitto di Gesù crocifisso. Colui che era stato scelto come il figlio prediletto nel quale il Padre si è compiaciuto… era eletto (scelto) per la croce, perché solo là sarà del tutto compiuta la manifestazione e l' avveramento della sua avventura umana. Ora i tre (Spirito, acqua, sangue) insieme convergono concordi a testimoniare l'avventura umana di totale consegna del Figlio. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito (l'amore) è la verità. E qual'è questa testimonianza così vitale da esprimere tutta la tensione dello Spirito? È l'amore sconfinato che il Figlio, nei giorni della sua vita terrena, ha testimoniato al Padre, che per questo l'ha generato e l'ha mandato nel mondo "amato", a coinvolgere anche noi in questo loro circuito di comunione e appartenenza (chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato). Così ci è comunicata una vita nuova, cioè la capacità di un vivere nuovo, se accogliamo la sfida di una comunanza o alleanza nuova nello Spirito di amore, dentro la nostra storia quotidiana: la possibilità di sbilanciarsi verso il suo vangelo, il suo esempio e la sua amicizia; un'attitudine nuova che rovescia in benevolenza evangelica l'istinto di competizione… Tutto questo noi chiamiamo "fede cristiana", seminata nel nostro mondo e nel nostro cuore ancora mondano, per salvarcene: Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede! Il problema è di riconoscere che, pur in tutte le contraddizioni e le cadute, questa storia di salvezza, che, preannunciata dai profeti fino a Giovanni, con Gesù, ha fatto irruzione nel mondo, è interna al nostro cuore e alla storia dell'umanità. Testimoniata nelle Scritture e celebrata nella liturgia della chiesa, ha il suo punto di arrivo e il suo fine nell'esperienza spirituale di ogni fedele, che nel suo nuovo rapporto con Dio attraverso il mistero di Cristo, impara dallo Spirito a donare la vita per i fratelli, come ha fatto il maestro. E così non si contrappone al mondo e alla gente, ma alla logica perversa del mondo, e raccorda e unisce le due storie divise. E ne fa lungo i secoli una sola storia di salvezza, come non c'erano nel figlio dell'uomo e figlio di Dio due Gesù, ma uno solo, "che ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, ha amato con cuore d'uomo (Gaudium et Spes 22). E, in fila con noi suoi fratelli peccatori, si è fatto battezzare da Giovanni, attirando su noi tutti il compiacimento del Padre!

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