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venerdì 8 agosto 2014

XIX Domenica del Tempo Ordinario


Dal primo libro dei Re (1Re 19,9.11-13)

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 9,1-5)

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Anche l’episodio che la liturgia ci narra in questa diciannovesima domenica del tempo ordinario, come quello di settimana scorsa della moltiplicazione dei pani (di cui quello odierno è la diretta continuazione) è molto noto.

Sono molti gli aspetti su cui ci si potrebbe soffermare, ma quest’anno mi ha colpito in particolare la frase di Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

Egli è sulla barca, con gli altri discepoli, di notte, distante «già molte miglia da terra», con il vento contrario… senza Gesù, che non era andato con loro per salire «sul monte, in disparte, a pregare».

In questa situazione, vede qualcuno avvicinarsi alla barca, qualcuno che cammina sul mare. Lui, insieme ai suoi compagni, scambia questa figura che gli si fa vicino per un fantasma e grida di paura. «Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”».

È a questo punto che Pietro pronuncia questa strana frase: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

venerdì 25 marzo 2011

III Domenica di Quaresima: Il Signore è in mezzo a noi sì o no?

Le letture che la Chiesa ci propone in questa terza domenica di Quaresima sono talmente ricche da rendere impossibile un’indagine approfondita di tutto ciò che mettono in campo. Per questo mi limito a delineare uno dei possibili percorsi a cui esse ci aprono, e cioè: è soltanto facendo esperienza (e facendo poi memoria) del Signore che mi incontra nel più intimo di me (Gv 4,5-42), che Egli può essere tolto dal banco degli imputati (Es 17,3-7), dov’è guardato con sospetto come un lui qualunque, e diventare un Tu con cui Vivere la vita (Rm 5,1-2.5-8). Cerco di spiegarmi… a partire dall’esperienza del popolo di Israele nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ecco la domanda inquisitoria nei confronti di Dio che crea un evidente “ribaltamento” dei ruoli “classici” (di solito è dio che mette alla prova l’uomo!): qui invece il deserto, da terra di prova per la fede dell’uomo, diventa luogo dove in discussione vi è Dio in persona.


«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»… è la domanda di Israele nel deserto, ma non è certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con sufficienza o superiorità: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui, come si dice del popolo, si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?

Per ognuno certamente l’esperienza del deserto e della sete assume contorni e sfumature personalissime, l’acqua che manca è per ciascuno connotata in modo singolarissimo, ma – mantenendo il paragone – non si può negare che quello della mancanza di acqua sia proprio un tratto caratteristico di questa nostra vita umana, di tutti e di ciascuno. «il credente fa fatica a scoprire il presente di Dio. E quindi va in crisi ad ogni sofferenza e si ribella: il Signore è in mezzo a noi o no? Rischia di regredire nella religione come schiavitù o di fuggir nel futuro apocalittico. Ma il Signore non vuole servi. Si offre come amico, che è presente adesso: io ci sono! è sempre la sua risposta» [Giuliano].
Ma non solo: comune a tutti e a ciascuno pare anche, almeno tendenzialmente, la reazione a questa carenza di acqua, di vita. Essa si connota infatti umanamente con l’inquisire Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È lui il primo imputato del nostro male di vivere, dei nostri stenti, delle nostre infelicità e solitudini, delle nostre povertà e miserie, dei nostri lutti… della nostra sete di Vita: Dov’era Dio? Interessante a questo proposito è notare come la domanda «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» sia come urlata ad un cielo vuoto: non è rivolta a Mosè, né a nessun altro membro del popolo; e non è rivolta nemmeno a Dio stesso; Egli vi è infatti citato alla terza persona… Ed è interessante perché rimanda ad un’altra domanda – urlata da una croce – che interrogherà il cielo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Anch’essa è la domanda di uno che ha sete (sete di vita), di uno che dispera, di uno che muore… ma – a differenza di quell’altra – è una domanda che, anche nel grido dello strazio, tiene aperto il dialogo con il Padre. È infatti la domanda di uno che continua comunque a dargli del Tu, a interpellarlo in prima persona.

È proprio questa la novità cristica, la sua risposta al nostro umanissimo istinto di mettere in discussione Dio: o Dio lo incontri nel dramma della libertà storica di Gesù, o, se rimane un’impalcatura religiosa, un insieme di pratiche e devozioni, non ti disseta, non ti salva, non ti dà Vita; resta sempre un idolo in terza persona… cioè uno sconosciuto.

In questo senso è significativo che il liturgista abbia posto in connessione alla sete di Israele nel deserto, il dialogo che Gesù intrattiene con la Samaritana sull’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

Questo incontro tra la libertà storica di questo uomo – che possiede in sé la fonte della Vita – e questa donna – che invece ha in sé la fonte della sete – è così coinvolgente perché non rappresenta un esempio edificante, un modello stereotipo del rivolgersi al Signore. Esso è piuttosto raccontato nel suo snodarsi, nel suo svolgersi reale; e in questo senso noi lettori siamo come catturati dentro alla scena, dove «il prototipo della fede... è la donna di tanti mariti! ... presso un antico pozzo biblico, a mezzogiorno, fuori orario per andare ad un pozzo, arriva infatti una donna mai vista prima, razza e religione diverse e conflittuali... Gesù, seduto lì, spossato dal viaggio, inizia un approccio sorprendente per lei (e anche per i discepoli, dopo). Un dialogo... come si impara una lingua ignota in terra straniera. Partendo dall’esperienza comune delle cose semplici e concrete, evidenti a tutte due, provoca l’intuizione di un significato nuovo, per successive ambiguità e spiegazioni, equivoci e chiarimenti. Smonta dolcemente un’impalcatura interiore di paure e pregiudizi, bisogni e desideri, legami e rimorsi... e le fa intravedere e le induce nel cuore una costellazione di orizzonti nuovi... e infine un totale sconvolgimento della vita. Attraverso il sentiero difficile dei fraintendimenti: l’acqua e la sete, l’amore e i mariti, Dio e la sua casa, il messia e il suo vangelo, il pane e la fame, il missionario e il salvatore... sono i passi di questa privilegiata catecumena, alla quale un catechista d’eccezione insegna il cammino per diventare... discepola e apostola, come lui la sogna. Un arduo viaggio interiore, per portarla a disseppellire una sorgente d’acqua viva per la sua sete, non chissà dove, ma nel proprio intimo, scavando nei sedimenti induriti che le impediscono la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio. Le due immagini infatti sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa. Il racconto vivace dei desideri e delle resistenze, dello stupore e delle riluttanze di questa donna, segna in filigrana i passi critici della fede» [Giuliano].

Così al seguito di questa donna anche noi abbiamo, ancora una volta, la possibilità di accedere al mistero dell’identità di Gesù vedendolo in azione, dal di dentro della sua vita: Egli è accessibile anche ai peccatori! In queste pagine infatti si rivela qualcosa di eccezionale: Dio è quel Gesù che camminando per le strade della Samaria si incontra (e qui il verbo va preso nel senso forte di “si mischia l’anima”) con una donna («Giunge una donna»), una donna considerata eretica («una donna samaritana»), un’eretica peccatrice («Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero») e proprio a lei si rende accessibile come fonte della Vita: «Sono io, che parlo con te». Ecco perché è possibile anche per noi metterci nella nuova prospettiva (convertirci) che «viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

Non è più questione di appartenenza etnica, religiosa, di genere, di casta, di santità... L’incontro col Signore è questione di spirito e di verità, o, se volete, di verità di spirito: cioè è questione di lasciarsi incontrare nella trasparenza del proprio essere, di quel centro vitale in cui noi siamo proprio noi... O Dio lo si incontra lì nel nucleo vitale della nostra singolarità, o non è Dio, di certo non è il Signore della mia vita, non può essere la fonte che mi dà Vita. È questa la nuova via aperta da Gesù nell’incontro col Padre: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo [...] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». E non tengono più neanche le remore etiche che ci facciamo o che ci mettono addosso: «Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Non c’è scusa per non avventurar la vita sulle strade di questa amicizia... neanche il male commesso fa più da ostacolo... nel poter lasciarsi zampillare l’anima.

Infatti: «L’amore non funziona perché non si apre all’altro, ma cerca se stesso, cioè la propria immagine e il proprio soddisfacimento. Non incontrando nessuno che lo ami, la sete insaziata moltiplica i tentativi di dissetarsi e la conseguente frustrazione... Anziché patire una grande sete, sembra più comodo inseguirne molte, piccole e inappaganti. Gesù non rimprovera la donna per i cinque mariti, le fa osservare la sua situazione senza aggressione moralistica... Sa che non ha imparato ad amare, perché nessuno l’ha mai amata gratuitamente, in perdita – per amore! È apprendimento più difficile e più importante della vita. Si impara ad amare per contagio, per esser venuti in contatto con chi ti fa sperimentare che amare vuol dire consegnarsi alla sete dell’altro. Questo amore accende una nuova dinamica interiore, che ha il suo senso e la sua garanzia in se stessa. Lo sappia o no, si è incendiata ad un Amore che genera e nutre ogni amore, senza fine» [Giuliano].

mercoledì 24 marzo 2010

Né per caso, né per mano di Dio...

di Viviana Daloiso in Avvenire.it
Otto milioni di morti all’anno. Cinquemila bambini al giorno, uno ogni venti secondi. Nemmeno le guerre e le violenze che tormentano ogni angolo del Pianeta, messe tutte insieme, possono tanto. La mancanza d’acqua, sì. La tragedia silenziosa, che si lega a quella di risorse idriche non potabili – se non addirittura inquinate – si consuma lontano da telecamere e notiziari, ma è ormai letale quanto il più spietato dei virus.

I numeri del fenomeno, snocciolati dall’Onu in occasione della Giornata mondiale dell’acqua di ieri, fanno tremare. E non solo per i morti. Basti pensare che un abitante su due sulla Terra vive in case senza sistema fognario (circa tre miliardi di persone), uno su cinque non ha acqua potabile a sufficienza (oltre un miliardo), o che – tanto per fare un riferimento geografico – nell’Africa subsahariana fino a 250 milioni di persone rischiano di morire di sete.

Una situazione tanto insostenibile quanto l’abisso che separa il Sud del mondo dai Paesi più sviluppati. Dove, come ha ricordato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon presentando il rapporto dall’Unep, il programma sull’ambiente delle Nazioni Unite, «giorno dopo giorno si versano 2 miliardi di tonnellate di acque reflue non trattate e di rifiuti industriali agricoli nel sistema idrico mondiale, quando i poveri continuano a patire soprattutto a causa dell’inquinamento, della carenza idrica e della mancanza di igiene». Così, mentre la mancanza di acqua pulita nel Sud del mondo uccide ogni anno 1,8 milioni di bambini sotto i cinque anni d’età di tifo, colera, dissenteria e gastroenterite e la metà dei letti d’ospedale è occupata da pazienti che soffrono di malattie legate al consumo d’acqua contaminata, nei Paesi "ricchi" l’acqua abbonda e viene sprecata. Un cittadino americano ne ha a disposizione mediamente 425 litri al giorno (nemmeno uno in molti Paesi africani e asiatici), uno italiano 237.
Certo, l’emergenza "siccità", con la conseguente carenza d’acqua, negli ultimi anni si è affacciata anche in Occidente. È il caso dell’Europa dove, secondo dati diffusi da Bruxelles, tra il 1976 e il 2006 – anche a causa del surriscaldamento del Pianeta – almeno l’11% degli abitanti ha sofferto di carenza d’acqua, con un danno per l’economia di almeno 100 miliardi di euro. Tanto che l’altro allarme lanciato dall’Onu riguarda il futuro: nel 2030, stimano le Nazioni Unite, oltre 3 miliardi di persone rischiano di rimanere senz’acqua, con una pesantissima ricaduta anche sulla produzione agricola e alimentare, che nell’acqua trova il suo ingrediente essenziale.

L’Italia, pur essendo uno dei Paesi al mondo con maggiore disponibilità d’acqua, non se la cava meglio: al Sud e nelle isole il 15% della popolazione – ossia circa 8 milioni di persone – per quattro mesi all’anno (da giugno a settembre) è sotto la soglia del fabbisogno idrico minimo, fissato in 50 litri di acqua al giorno a persona. Senza contare il problema degli sprechi, della dispersione d’acqua (anche oltre il 30%, secondo il rapporto Onu, a causa delle reti idriche fatiscenti) e dei reati ambientali, sulla cui gravità non a caso ieri ha insistito anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. All’Accademia dei Lincei, in un convegno sulle frane e il dissesto idrogeologico, il capo dello Stato ha detto: «Occorre contrastare comportamenti di irresponsabile superficialità e ripetute violazioni delle norme poste a tutela del territorio, troppo spesso causa di danni irreparabili che depauperano l’ambiente e compromettono il delicato equilibrio dell’ecosistema, con effetti catastrofici, per le persone, per i loro beni, per l’intera nazione». E il pensiero va a un altro incubo legato all’acqua, stavolta tutto italiano.

venerdì 9 gennaio 2009

Lo Spirito, l’acqua e il sangue: i testimoni che Gesù è Figlio di Dio!

Un divario insormontabile…

E, nello stesso tempo, un desiderio incoercibile separa Giovanni da Gesù, l'annuncio dal compimento, l'attesa del Messia dalla sua venuta e persino… le mani impotenti dai lacci dei suoi sandali! Giovanni sa che uno stacco non eliminabile frena il suo cuore e il cuore di ogni uomo, di ogni comunità e di ogni popolo e ci separa dal bene pieno vero totale. Prima e dopo Giovanni, in occidente come in oriente, abbiamo inventato infiniti riti e abluzioni per sciogliere e lavare, raccorciare od eludere questa nostra distanza esistenziale e morale … che ci intristisce sempre. La limpida umiltà di Giovanni ci fa luce e ci indica la strada da percorrere fin che vivremo nella storia: viene dopo di me colui che è più forte di me. Questa storia continua, perché c'è sempre un prima e un dopo, dentro di noi. Ma adesso, nel centro del tempo, è arrivato Colui che realizza finalmente nella nostra carne di uomini il disegno desiderato da Dio, raccorda la nostra storia con la sua – e ce ne apre l'accesso anche a noi, al suo seguito. In queste poche righe iniziali, Marco concentra in miniatura tutto il suo vangelo, fondato sulle due linee portanti del primo Patto: la prima, testimoniata da tutti i profeti fino a Giovanni stesso, è che l'uomo è il desiderio incompiuto di Dio, l'unica creatura ancora da finire, sempre assetata e affamata, alla rincorsa affannata di ciò che non è pane né acqua, perché ciò che può comprare con il denaro o la violenza non acquieta il suo cuore. La seconda è che il desiderio più grande di Dio è proprio di dissetare questa sua creatura privilegiata, che gli somiglia, e saziarla finalmente, dialogando con la sua libertà, rispettando e accudendo la sua debolezza mortale, offrendogli una vita nuova… Questo ha fatto nel suo Figlio che ha preso la nostra carne. Per cui il vangelo di Marco è proprio l'annuncio che questo evento tanto atteso è cominciato: principio del Vangelo di Gesù Cristo, figlio di Dio… come sta scritto in Isaia profeta!

La traversata della storia… nell'immersione battesimale

Questo desiderio di Dio aspettava dunque il tempo opportuno, la pienezza del tempo, per realizzarsi nella storia. Giovanni lo indica con la sua vita, incarnando in sé i simboli forti di tutta la storia d'Israele: la chiamata incontestabile di Dio ad annunciare il Messia in arrivo e insieme l'impotenza a seguirlo; l'immersione della gente nelle acque battesimali della penitenza, senza riuscire a trasformare il cuore; il cammino errabondo nel deserto della storia, guidati dalla nube oscura e luminosa, di un popolo sempre renitente, perché troppo esperto di quanto Dio dice al profeta "i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

…Ma "l'amore misericordioso del nostro Dio" (come secondo Luca lo definisce il padre di Giovanni) non demorde e riprende incessantemente nella storia l' invito assillante, che nei secoli ha rivolto al suo popolo, e in lui a tutta l'umanità:"O voi tutti assetati, venite all'acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite… Su, ascoltatemi e mangerete …. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un'alleanza eterna " Sul greto del Giordano, dove Giovanni battezzava, arriva il fiume di tutta la storia della Bibbia, nella catena infinita delle sue sconfitte e delle sue speranze, delle attese e delle frustrazioni. Il Figlio di Dio incarnato si immerge in questa storia, che viene dall'inizio dei tempi e porta a compimento gli antichi segni trasmessi dai patriarchi e dai profeti fino a Giovanni: la creazione rinasce dal caos oscuro delle acque, il diluvio è smentito per sempre dalla colomba di pace e la gente accorre al battesimo di Giovanni… l'evento nel quale si condensano ‑ in una voce, un figlio, una colomba ‑ i simboli intensi della Trinità, che per un momento squarciano le nubi e uniscono cielo e terra.

Egli vi battezzerà in spirito Santo

La comunità di Marco, come tutta la chiesa di allora e nei secoli, non ha dubbi che quest'Alleanza Nuova, già predetta dall'Antica, ha un valore non più simbolico e transitorio, ma eterno. E si è condensata in Gesù, a partire dal suo Battesimo, per esserci comunicata nel nostro battesimo! "Il Vangelo, che descrive il battesimo del Signore, fa aprire il cielo sulla sua obbediente partecipazione al battesimo di acqua, alla fine dell'Antico Patto, e fa librarsi lo Spirito sopra il battezzato, e il Padre lo dichiara suo figlio diletto, modello di tutti coloro che dopo di lui riceveranno il battesimo cristiano: tutti riceveranno lo Spirito dall'alto e saranno rigenerati a figli di Dio. L'acqua terrena non diverrà per questo dispensabile, ma coassunta nell'evento trinitario nel battesimo di Gesù: ciò che era finora simbolo diventa ora parte di un sacramento, anzi una parte insostituibile per ognuno che deve essere rigenerato dall'acqua e dallo Spirito, (Gv 3,5) per partecipare alla vita divina" (Balthassar).

Egli è colui che è venuto con acqua e sangue…

Certo, all'inizio non si era capito: il Battezzatore, nel vangelo di Marco, dice soltanto che sarà lo Spirito la discriminante dei due battesimi di acqua! Ma poi s'accorgeranno che non basta! Non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue, si distingue il battesimo di Gesù (e il nostro!). Non basta dunque l'acqua e lo Spirito, per essere figlio di Dio nella storia, ma lungo il cammino si rivelerà necessario anche il sangue. Il frutto supremo dell'amore al Padre e a noi sarà proprio il dono della vita, che gli sarà tolta sul patibolo maledetto. Sarà un centurione romano a concludere il senso "evangelico" del racconto di Marco, quando, "vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». Occorreva dunque un terzo elemento, il sangue, che insieme con l'acqua sgorga dal cuore trafitto di Gesù crocifisso. Colui che era stato scelto come il figlio prediletto nel quale il Padre si è compiaciuto… era eletto (scelto) per la croce, perché solo là sarà del tutto compiuta la manifestazione e l' avveramento della sua avventura umana. Ora i tre (Spirito, acqua, sangue) insieme convergono concordi a testimoniare l'avventura umana di totale consegna del Figlio. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito (l'amore) è la verità. E qual'è questa testimonianza così vitale da esprimere tutta la tensione dello Spirito? È l'amore sconfinato che il Figlio, nei giorni della sua vita terrena, ha testimoniato al Padre, che per questo l'ha generato e l'ha mandato nel mondo "amato", a coinvolgere anche noi in questo loro circuito di comunione e appartenenza (chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato). Così ci è comunicata una vita nuova, cioè la capacità di un vivere nuovo, se accogliamo la sfida di una comunanza o alleanza nuova nello Spirito di amore, dentro la nostra storia quotidiana: la possibilità di sbilanciarsi verso il suo vangelo, il suo esempio e la sua amicizia; un'attitudine nuova che rovescia in benevolenza evangelica l'istinto di competizione… Tutto questo noi chiamiamo "fede cristiana", seminata nel nostro mondo e nel nostro cuore ancora mondano, per salvarcene: Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede! Il problema è di riconoscere che, pur in tutte le contraddizioni e le cadute, questa storia di salvezza, che, preannunciata dai profeti fino a Giovanni, con Gesù, ha fatto irruzione nel mondo, è interna al nostro cuore e alla storia dell'umanità. Testimoniata nelle Scritture e celebrata nella liturgia della chiesa, ha il suo punto di arrivo e il suo fine nell'esperienza spirituale di ogni fedele, che nel suo nuovo rapporto con Dio attraverso il mistero di Cristo, impara dallo Spirito a donare la vita per i fratelli, come ha fatto il maestro. E così non si contrappone al mondo e alla gente, ma alla logica perversa del mondo, e raccorda e unisce le due storie divise. E ne fa lungo i secoli una sola storia di salvezza, come non c'erano nel figlio dell'uomo e figlio di Dio due Gesù, ma uno solo, "che ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente di uomo, ha agito con volontà di uomo, ha amato con cuore d'uomo (Gaudium et Spes 22). E, in fila con noi suoi fratelli peccatori, si è fatto battezzare da Giovanni, attirando su noi tutti il compiacimento del Padre!

venerdì 1 agosto 2008

O voi tutti assetati...

«O voi tutti assetati»...
E chi non sente di essere incluso in questa chiamata? Chi non ha provato la sete? Sete di acqua (paradigma di ogni altra sete), sete di senso, sete di vita, sete di cura, sete di custodia, sete di approvazione, sete di giustizia, sete di riconoscimento, sete di leggerezza, sete di affetto, sete di sorrisi, sete di star bene, sete di coccole, sete di serietà, sete di passione, sete di libertà, sete di Dio...
Chi, addirittura, non ha rabbrividito di fronte alla percezione di questa come la natura stessa dell’uomo? Un essere, sempre, dovunque e comunque, assetato?
E ancora, chi non ha avvertito che tutti i tentativi in proprio di dissetarsi sono destinati a sfumare tra le mani? Che, pur con tutte le risorse che uno può mettere in campo, il mirino è sempre come puntato male, destinato a fallire il centro della questione, il ciò che veramente sazia? «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?».
E siccome sono domande, la cui profondità (quasi fisica) è tale da poter inficiare il tutto di noi, perché “per cosa – o per chi – viviamo” dà senso (o lo toglie) a ogni nostro agire, dire, pensare, sognare, esser-ci... siccome sono domande di tale portata, non ci si può porre di fronte ad esse con la risposta pronta, foss’anche quella più ortodossa. Farlo – come troppo spesso si è preteso di fare – vuol dire non aver accettato di farsi toccare dalla portata di ciò che c’è in gioco, non aver colto quale livello della coscienza è chiamato in causa.
Non si può dire immediatamente “Dio sazia la nostra sete” e pensare che questo chiuda il problema. La Chiesa per troppo tempo si è accontentata di queste risposte pre-confezionate, che acquietavano momentaneamente le coscienze, facilmente placabili da questo punto di vista anche per l’enorme dispendio di energie che richiedeva un'altra sete, quella della sopravvivenza, e che però non fondavano nessuna consistenza di un senso per cui valeva la pena...
Risposte pre-confezionate (si pensi al Catechismo di Pio X: «Chi è Dio?», «Dio è l’essere perfettissimo...») che falliscono il bersaglio perché impediscono di chiamare in causa la vita, la storicità del “prendere coscienza”, gli strati dell’interiorità che non siano il mettere in fila un soggetto e un predicato.
Che fare dunque «o voi tutti assetati»?
«Ascoltatemi. [...] Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete».
Bisogna porsi come chi ascolta... come chi ascolta Dio... senza che questo però voglia dire ricadere nel nominalismo delle risposte pre-confezionate... “ascoltare Dio” non è certo sentire una vocina, né fuori di noi, né in noi; ma non è neanche semplicemente “assolvere a tutti i doveri cristiani”... “ascoltare Dio” è avventurare la vita, incarnarsi nella storia, scandagliare le viscere dell’umano... perché lì dentro – visibile solo dal di dentro – è l’accesso alla verità di sé, che è poi l’accesso al possibile ascolto/incontro con Dio.
È lì dentro che, smascherati dalla vita, disincantati da ciò che non sazia, affiora l’autenticità dell’identità umana e insieme della propria personalissima: unico luogo in cui percorrere con veracità l’ascolto della Vita, che è ascolto di Dio.
È in questo stare nella vita in modo nuovo, come chi ascolta e non come chi dà risposte, come chi si fa trovare e non come chi cerca, come chi si affida e non come chi pretende di auto-salvarsi, che la sete degli assetati trova pace, fino alla persuasione di Paolo, «che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore». Alla persuasione cioè che c’è qualcosa, anzi Qualcuno, di affidabile su cui fondare la vita...
E fa sorridere scoprire – ancora una volta dentro alla storia e non in una serie di definizioni asettiche – che questo Qualcuno, un giorno alla notizia della morte del suo cugino e amico Giovanni e sentito il bisogno di ritirarsi in disparte, si fa però muovere le viscere dalla gente («vide una grande folla e sentì compassione per loro»), ne cura le ferite («guarì i loro malati») e soprattutto fa una cosa razionalmente inspiegabile: «Sul far della sera», invitato dai discepoli a congedare le folle, perché potessero cercare cibo... lui non le congeda.
Perché non le congeda?
Razionalmente si potrebbero addurre tante ragioni contro la sua scelta: gli aveva già dato retta, nonostante l’originario desiderio di star solo; aveva già guarito i loro malati; se ha fatto dei discorsi (nel vangelo non ce n’è traccia) a quell’ora doveva già averli finiti; non si può certo pensare che volesse tenerli per “far vedere” un miracolo; in questa versione di Matteo, tra l’altro, non è neanche un “miracolo necessario”, i discepoli stessi infatti suggeriscono una soluzione, alternativa al miracolo, percorribile per risolvere il problema della cena: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare»...
Non c’è un motivo dunque per tenerli lì: né espresso nel vangelo, né a cui potremmo arrivare noi con le nostre ipotesi... Ma allora perché li tiene?
Quale ragione guida il suo agire? Cosa ha in mente? Cosa ha in cuore? Come pensa (nel senso forte di “che orizzonte di senso ha”), per far questa scelta?
Io credo – stando a quanto detto prima – che sia necessario stare a macerarsi sopra a queste domande, per farci passar dentro la vita, l’umano, noi stessi... e solo così provare non tanto a dire, quanto a sentire la sua risposta, che ormai è più un vissuto empaticamente trasmissibile che una risposta...
Con un solo accorgimento: per com-prendere il vissuto non si può procedere con lo strumento della ragionevolezza, del rigoroso intelletto che viaggia sui binari della non-contraddizione e dell’unità sistematica; anzi il ridurre la com-prensione dell’uomo a questa prospettiva, vuol dire tradire l’uomo, sminuirne l’incommensurabilità... è un’altra la “ragione” da mettere in gioco, altri gli “organi di comprensione”, altri i percorsi dell’interiorità. Un alterità non escludente, bensì inclusiva i modi normali del conoscere e del sentire, eppure altra.
È un altro ordine di pensieri, un altro livello... tutta un’altra storia...
Non qualcosa di straordinario, ma umanissimo, che già attiviamo, forse non sempre consapevolmente, in tanti momenti della vita: in quelli fondamentali, quelli dove la vita fa esplodere l’ordinario e mascherato modo di essere: l’amore, l’odio, la nascita, la morte...
Perché solo imparando ad attivare questo modo altro di sentire e sentirsi, di com-prendere e com-prendersi, si può smettere di cercare il perché e il per come Gesù abbia fatto così o cosà; di pensare cosa avrà voluto dirci nel far questo o quello; cosa allora dobbiamo fare noi – mica che sbagliamo e poi andiamo all’inferno, ecc, ecc, ecc...
Solo così infatti, possiamo stare di fronte a un uomo – che è la rivelazione della faccia di Dio – che non aveva nessun motivo per non congedare la folla, come neanche nessuno determinante per congedarla, e ha scelto di star lì a mangiare con lei...
Che non voleva insegnarci nulla con questa sua scelta, né tanto meno indurci a far qualcosa...
Solo c’è stato. E questo dice chi è Dio.

Sarebbe forse più facile accettare, o Signore, un’opera definita, dai contorni precisi; sarebbe più facile marciare inquadrati e con precise consegne; sarebbe più facile, Dio mio, obbedire specialmente a coloro che hanno già pensato e pesato tutto in vece nostra. Ma non è questo che tu o Signore vuoi da noi. Oggi, tu o Signore, vuoi che ci immischiamo con tutte le folle. Vuoi che ci immergiamo nel mondo che va lontano dal retto cammino e dopo d’aver constatato noi stessi l’immensa angoscia dei tuoi figli sperduti, possiamo allargare i nostri cuori in proporzione alla loro miseria. O Dio fatto uomo, fa che i nostri cuori siano abbastanza umani affinché i nostri fratelli vi si trovino a loro agio quando vi sono accolti.
[mons. Benson]

venerdì 22 febbraio 2008

Il Signore è in mezzo a noi sì o no?

Le letture che la Chiesa ci propone in questa terza domenica di Quaresima, mi pare siano talmente ricche, da rendere impossibile un’indagine approfondita di tutto ciò che mettono in campo. Per questo mi limito a delineare quello che per me può essere un filo conduttore che le unisce e guida, e cioè: è soltanto facendo esperienza (e facendo poi memoria) del Signore che mi incontra nel più intimo di me (Gv 4,5-42), che Egli può essere tolto dal banco degli imputati (Es 17,3-7), dov’è guardato con sospetto come un lui qualunque, e diventare un Tu con cui Vivere la vita (Rm 5,1-2.5-8).
Cerco di spiegarmi…
E lo faccio a partire dall’esperienza del popolo di Israele nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ecco la domanda inquisitoria nei confronti di Dio, il ribaltamento delle posizioni in campo: da terra di prova per la fede dell’uomo, il deserto diventa luogo dove in discussione vi è Dio in persona.
Non è questa certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con aria di sufficienza, o superiorità da benpensanti: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui come si dice del popolo si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?
Per ognuno certamente l’esperienza del deserto e della sete assume contorni e sfumature personalissime, l’acqua che manca è per ciascuno connotata in modo singolarissimo, ma – mantenendo il paragone – non si può negare che quello della mancanza di acqua sia proprio un tratto caratteristico di questa nostra vita umana, di tutti e di ciascuno dunque.
Ma non solo: comune a tutti e a ciascuno pare anche, almeno tendenzialmente, la reazione a questa carenza di acqua, di vita. Essa si connota infatti umanamente con l’inquisire Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È lui il primo imputato del nostro male di vivere, dei nostri stenti, delle nostre infelicità e solitudini, delle nostre povertà e miserie… della nostra sete di Vita: Dov’era Dio?
Interessante a questo proposito è che la domanda «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» è come urlata ad un cielo vuoto: non è rivolta a Mosè, né a nessun altro membro del popolo; e non è rivolta nemmeno a Dio stesso; Egli vi è infatti citato alla III persona…
Quanto è diverso questo modo di interrogare il cielo rispetto ad un’altra domanda che verrà urlata da una croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Essa è sempre la domanda di uno che ha sete (sete di vita), di uno che dispera, di uno che muore… eppure, anche nel grido dello strazio, è la domanda di uno che tiene aperto il dialogo con il Padre suo, dandogli comunque del Tu, interpellandolo in prima persona.
È proprio questa la novità cristica (di Cristo), la sua risposta all’umanissimo istinto di messa in discussione di Dio che l’uomo ha dentro di sé: o Dio lo incontri nel dramma della libertà storica di Gesù, o, se rimane un’impalcatura religiosa, un insieme di pratiche e devozioni, non ti disseta, non ti salva, non ti dà Vita.
E in questo senso è significativo che il liturgista abbia posto in connessione alla sete di Israele nel deserto, il dialogo che Gesù intrattiene con la Samaritana sull’acqua viva che zampilla per la vita eterna: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
Questo incontro tra la libertà storica di questo uomo – che possiede in sé la fonte della Vita – e questa donna – che invece ha in sé la fonte della sete – è così coinvolgente perché non rappresenta un esempio edificante, un modello stereotipo di un rivolgersi al Signore. No: esso è raccontato nel suo snodarsi, nel suo svolgersi reale; e in questo senso noi lettori siamo come catturati dentro alla scena. Ancora una volta abbiamo la possibilità di accedere al mistero dell’identità di Gesù vedendolo in azione, dal di dentro della sua vita.
E dentro a questo suo relazionarsi concretissimo a questa persona rivela di sé (e del Padre suo) un tratto strepitoso: Egli è accessibile anche alle donne! Egli è accessibile anche ai peccatori!
Perché in effetti, mentre prima cercavo di dire che Dio lo si può tirar via dal banco degli imputati solo accettando la sfida di averlo come un interlocutore affidabile nella nostra vita (attimo per attimo), mi veniva anche in mente una possibile facile obiezione: io posso anche dare del Tu a Dio... posso pure vincere le mie paure, le mie resistenze, le mie recriminazioni nei suoi confronti... ma Lui che ha a spartire con una come me?
Dio è sempre stato il Dio dei buoni, dei santi, dei giusti, dei bravi, dei forti, dei maschi, dei grandi... Non è mai stato accessibile alle donne, ai bambini, ai poveri, ai peccatori, agli stranieri (tutta gente che infatti stava fuori dal Tempio – o comunque in zone riservate e “lontane” dal Santo dei Santi).
In queste pagine invece si rivela qualcosa di eccezionale: Dio è quel Gesù che camminando per le strade della Samaria si incontra (e qui il verbo va preso nel senso forte di “si mischia l’anima”) con una donna («Giunge una donna»), una donna considerata eretica («una donna samaritana»), un’eretica peccatrice («Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero») e proprio a lei si rende accessibile come fonte della Vita: «Sono io, che parlo con te».
Ecco perché è possibile anche per noi metterci nella nuova prospettiva (convertirci) che «viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Non è più questione di appartenenza etnica, religiosa, di genere, di casta, di santità... L’incontro col Signore è questione di spirito e di verità, o, se volete, di verità di spirito: cioè è questione di lasciarsi incontrare nella trasparenza del proprio essere, di quel centro vitale in cui noi siamo proprio noi...
O Dio lo si incontra lì nel nucleo vitale della nostra singolarità, o non è Dio, di certo non è il Signore della mia vita, non può essere la fonte che mi dà Vita.
È questa la nuova via aperta da Gesù nell’incontro col Padre: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo [...] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
E non tengono più neanche le remore etiche che ci facciamo o che ci mettono addosso: «Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Non c’è scusa per non avventurar la vita sulle strade di questa amicizia... neanche il male commesso fa più da ostacolo... nel poter lasciarsi zampillare l’anima.

giovedì 21 febbraio 2008

Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? - Sono io! che ti parlo

il prototipo della fede... la donna di tanti mariti! ...presso un antico pozzo biblico, a mezzogiorno, fuori orario per andare ad un pozzo, arriva una donna mai vista prima, razza e religione diverse e conflittuali... Gesù, seduto lì, spossato dal viaggio, inizia un approccio sorprendente per lei (e anche per i discepoli, dopo). Un dialogo, ...come si impara una lingua ignota in terra straniera. Partendo dall’esperienza comune delle cose semplici e concrete, evidenti a tutte due, provoca l’intuizione di un significato nuovo, per successive ambiguità e spiegazioni, equivoci e chiarimenti. Smonta dolcemente un’impalcatura interiore di paure e pregiudizi, bisogni e desideri, legami e rimorsi... e le fa intravedere e le induce nel cuore una costellazione di orizzonti nuovi... e infine un totale sconvolgimento della vita.
il sentiero difficile dei fraintendimenti: l’acqua e la sete, l’amore e i mariti, Dio e la sua casa, il messia e il suo vangelo, il pane e la fame, il missionario e il salvatore... sono i passi di questa privilegiata catecumena, alla quale un catechista d’eccezione insegna il cammino per diventare... discepola e apostola, come lui la sogna. Un arduo viaggio interiore, per portarla a disseppellire una sorgente d’acqua viva per la sua sete, non chissà dove, ma nel proprio intimo, scavando nei sedimenti induriti che le impediscono la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio. Le due immagini infatti sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa. Il racconto vivace dei desideri e delle resistenze, dello stupore e delle riluttanze di questa donna, segna in filigrana i passi critici della fede.
l’umiltà di Dio e la sua voglia di amore...: dammi da bere! dice lui - Io a te?! domanda incredulo il credente. Ma da questo rovesciamento dell’istanza religiosa, nella scoperta di un Dio che umilmente ci domanda udienza, comincia il risveglio. Se tu conoscessi il dono di Dio. Le nostre domande sviano il dialogo con lui! Prima di essere risposta, Dio è proposta. Prima di parlare bisogna ascoltarlo, se no sta zitto, e aspetta. È timido e umile. È Dio che ha sete di noi! è il dono che ci rovescia in cuore non è la risposta immediata ai nostri bisogni. L’uomo dialoga con lui affermandosi, Dio offrendosi! Infatti lo cerca, non per esserne servito, ma per fargli scoprire l’amore! Se il credente non lascia perdere ogni schema passato (sei tu più grande del nostro padre Giacobbe?...) per accoglierne invece la sfida di provare adesso a “bere l’acqua che io gli darò”, rimarrà sempre impigliato in un oppressivo ingabbiamento culturale, che non farà mai sgorgare dentro di lui lo zampillo che disseta e porta gioia.
il narcisismo egocentrico. È un circolo vizioso. L’amore non funziona perché non si apre all’altro, ma cerca se stesso, cioè la propria immagine e il proprio soddisfacimento. Non incontrando nessuno che lo ami, la sete insaziata moltiplica i tentativi di dissetarsi e la conseguente frustrazione... Anziché patire una grande sete , sembra più comodo inseguirne molte, piccoli e inappaganti. Gesù non rimprovera la donna per i cinque mariti, le fa osservare la sua situazione senza aggressione moralistica... Sa che non ha imparato ad amare, perché nessuno l’ha mai amata gratuitamente, in perdita – per amore! È l’apprendimento più difficile e più importante della vita. Si impara ad amare per contagio, per esser venuti in contatto con chi ti fa sperimentare che amare vuol dire consegnarsi alla sete dell’altro. Questo amore accende una nuova dinamica interiore, che ha il suo senso e la sua garanzia in se stessa. Lo sappia o no, si è incendiata ad un Amore che genera e nutre ogni amore, senza fine.
necessità e rischio della religione, la religione può diventare una gabbia per la fede. Ci sono valori e priorità, insegnamenti e sacramenti, di cui bisogna tenere conto (la salvezza viene dai giudei!). Ma sono genuini e autentici se e indicano la strada e accompagnano e aiutano per arrivare allo scopo...ma non sono lo scopo. Lo scopo è credere e accogliere in Spirito e verità che “Dio è Padre”. Dio non abita sui monti o nei templi, nei catechismi o nei dogmi, e nessuno può sostituirti nel tuo cuore per ascoltarlo e parlare con colui. La garanzia di questa scoperta, che Dio ci sta cercando da ogni parte e in ogni modo - proprio ora! ‑ è lo Spirito di amore che ci è donato nel figlio, quello che insegna al nostro cuore il gemito dell’attesa, che invoca: abbà, Padre! questa è la verità che salva!
“Io sono, che ti parlo!”... Attaccato acriticamente ai Padri antichi, alle tradizioni del passato, non più vitali per lui, il credente fa fatica a scoprire il presente di Dio. E quindi va in crisi ad ogni sofferenza e si ribella: il Signore è in mezzo a noi o no? Rischia di regredire nella religione come schiavitù o di fuggir nel futuro apocalittico. Ma il Signore non vuole servi. Si offre come amico, che è presente adesso: io ci sono! è sempre la sua risposta. Ma poiché non sembra soddisfare i nostri bisogni, assecondare i nostri pensieri, percorrere le nostre strade, Dio non c’è! Mentre il Signore indica chiaramente i luoghi dove dice: “sono io!” la Parola, l’eucaristia, i poveri, il prossimo della vita quotidiana... È qui, in loro, che Gesù ci prega: dammi da bere, da mangiare, consolazione, perdono...
il pane, Gesù non ha soltanto un’altra acqua per la nostra sete, ha anche un altro pane per la nostra fame. Come la samaritana si domandava di che acqua mai parlasse per avere questo potere di dissetare per l’eternità, così i discepoli domandano di che pane parli... Gesù lo indica nella volontà del Padre, che lo ha mandato perché semini nel mondo il seme della salvezza – che poi i discepoli mieteranno – come frutto per la vita eterna! La semina sta compiendosi con la predicazione del Vangelo... fino nei campi lontani, pronti per la mietitura – quando la salvezza sarà offerta a tutto il mondo, perché questa è la volontà del Padre, che tutti siano salvi!
la prima missionaria... La donna ha capito bene che la salvezza è questo nesso tra il presente (l’acqua e il pane) ... e la vita eterna! e questo segreto gli esplode in cuore. Tutto il paese ne è contagiato... e accorre a Gesù, per conoscerlo personalmente. Con la diffusione dell’amore si compie in lei la parabola salvifica della fede cristiana.

“la fede contiene una speranza che appaga – non un vago presentimento del futuro – perché essa al di là di tutti gi stadi intermedi, afferra il proprio compimento, non è semplicemente afferrata da esso... non ha alcuna ragione di fuggir un presente che si pretende incompiuto per un futuro più perfetto. Essa perderebbe in tal caso insieme al presente, lasciato perdere come di poco valore, anche l’eternità che vi dimora. La fede si riempie di questa eternità, soltanto adempiendo la missione, che da questa eternità viene per ogni tempo: solo nell’oggi coincidono tempo ed eternità: Ma la missione che si sta adempiendo è una cosa sola con la preghiera: Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra! Con l’adempimento della missione, l’eternità viene nel tempo, sulla via del futuro. Quindi anche il tempo cammino sulla via dell’eterno; e nell’eterno sta già, come risorto, il tempo passato. ... Questo cammino, ricco di tensione, del credente attraverso il tempo, verso il Risorto, è il vero progresso del mondo!” [ H.Urs von Balthassar, Il tutto nel frammento, Jaka Book,1990, p.289]).

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