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mercoledì 6 aprile 2016

III Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 5,27-32.40-41)

In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò gli apostoli dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 5,11-14)

Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-19)

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

Il vangelo di Giovanni inizialmente terminava con il brano che abbiamo letto settimana scorsa, con l’invio degli apostoli: “Andate e perdonate”.

La frase conclusiva di quel testo aveva infatti tutti i tratti di un finale: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».

La comunità cristiana dell’evangelista Giovanni sente però il bisogno di allungare ancora un po’ il vangelo e scrive il brano che la Chiesa ci invita a leggere in questa III Domenica di Pasqua.

Gli apostoli sono in Galilea, sul lago di Tiberiade, a pescare. Non pescano nulla, per tutta la notte...

Una storia già sentita...

Prima di incontrare Gesù infatti, vivevano in Galilea, sulle coste del lago di Tiberiade ed erano pescatori.

martedì 8 settembre 2015

XXIV Domenica del Tempo ordinario


Dal libro del profeta Isaìa (Is 50,5-9a)

Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?

 

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Giac 2,14-18)

A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 8,27-35)

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

 

In questa Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario la Chiesa ci propone – come brano di vangelo – il testo che sta al centro dello scritto di Marco.

Il vangelo di Marco, infatti, proprio all’inizio (cap. 1, v. 1) diceva: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». Il che è curioso, se si pensa che i biblisti ci hanno insegnato che questo evangelista scrive per rispondere alla domanda “Chi è Gesù?”. È dunque curioso che inizi così, perché già nella sua prima riga sembra dare la risposta: è il Cristo, il Figlio di Dio.

Ma… Cosa vuol dire essere il Cristo, il Figlio di Dio? Ecco tutto il resto del vangelo: come se Marco dicesse, la riposta te l’ho data, ma adesso devi riempirla di senso.

Non a caso le “parole chiave” Cristo e Figlio di Dio ritornano nei momenti decisivi e vanno così a segnare la struttura del vangelo: Cristo si ripresenta a metà del vangelo (alla fine del primo tempo, per parlare in gergo cinematografico) e Figlio di Dio alla fine del secondo tempo e del film (Mc 15,39 «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»).

Solo allora potremo davvero rispondere sensatamente alla domanda “Chi è Gesù?”.

Il brano di oggi corrisponde a quello in cui è contenuta la prima parola chiave: Mc 8,29 «Tu sei il Cristo».

Ci troviamo dunque esattamente al centro del vangelo di Marco, dove ricorre il famoso testo della confessione di fede di Pietro, con tutto quanto segue: il primo annuncio di Gesù della sua passione, il rimprovero di Pietro, il noto “Vade retro Satana” e le parole di Gesù sul discepolato: «Se qualcuno vuol venire dietro a me…».

Questo testo è importantissimo per la fede cristiana perché in esso è strutturato l’itinerario della fede:

-       il primo passo è rispondere alla domanda – rivolta dal Signore a ciascuno di noi “Chi dite che io sia?”;

-       il secondo, è decidere di seguire il Signore («Se qualcuno vuol venire dietro a me»);

-       il terzo, è rinnegare se stessi;

-       e l’ultimo è prendere la propria croce.

Si tratta di un itinerario che in qualche modo scandisce il progredire della vita cristiana, ma che, contemporaneamente, è sempre inesauribile… Ci si ritrova – nelle varie fasi della vita – a ripercorrerlo sempre daccapo, quasi come una spirale che ritorna sempre sulle stesse questioni, ma ogni volta a profondità diverse.

Ma… andando un po’ più a fondo: Cosa vogliono dire queste espressioni? Proviamo a guardarle più da vicino…

giovedì 28 agosto 2014

XXII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Geremìa (Ger 20,7-9)

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,1-2)

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone per la XXII Domenica del Tempo ordinario contiene due espressioni molto usate (e abusate) nella vita ecclesiale che tutti noi a vario libello abbiamo sperimentato:

1- «Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno»;

2- «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Nella prima di queste due espressioni è contenuto il verbo “doveva”, spesso ritornante nei vangeli. È Gesù stesso che lo usa, è lui che dice di se stesso che “doveva” soffrire, patire, morire…

Il punto critico però è capire il significato di questo “dovere”. Perché “doveva” soffrire, patire, morire? Chi glielo imponeva? Chi glielo chiedeva?

Tendenzialmente a queste domande, la risposta che ci giunge spontanea è “Dio”. “Dio, il Padre, glielo chiedeva”. Ma, il bambino che c’è in ognuno di noi, aggiunge subito: “Perché?”.

E a partire da questo colloquio interiore con noi stessi – che anche la Chiesa nella sua storia ha portato giustamente avanti (perché cercare di capire è sempre giusto!) – abbiamo formulato tutta una serie di risposte… risposte diverse, alcune letterariamente ben formulate, altre stilisticamente più grezze; alcune con un’articolazione logica complessa, altre più dirette e semplici… spesso però tutte riassumibili in un ragionamento di questo tipo: se Gesù di fatto ha sofferto, patito ed è morto in quel modo e se lui stesso ha legato questa sofferenza, questo patimento e questa morte ad una “necessità” (dovevo), e se il referente ultimo di questa necessità era Dio, allora significa che ci dev’essere stato un motivo per cui Dio chiedeva a suo Figlio questo inevitabile destino.

Un motivo teologico, una ragione ultraterrena, nascosta nella sua mente per noi irraggiungibile: il suo “piano” prevedeva così. Per salvare gli uomini, era necessario fare così. D’altronde – ci diciamo – c’è sempre qualcuno che si deve sacrificare per un’alta causa. E Gesù sarebbe il sacrificato. Lui soffre per tutti, lo fa al posto nostro, lo fa per noi. Per riscattare, per salvare, per pagare quel che c’era da pagare… il prezzo… di sofferenza, imposto… da chi? Da Dio ovviamente.

In queste riflessioni, tutte logiche e consequenziali, che portiamo avanti nel nostro ragionare, ci pare di trovare la quadratura del cerchio. Ci pare che la razionalità di questo discorso sia un argomento sufficiente per dire la validità delle nostre risposte e così chiudiamo l’argomento.

Solo che… in tutto questo ragionare rimangono in ombra una serie di questioni che – se messe in luce – mostrano come il nostro tanto logico argomentare non sia una vera quadratura del cerchio…

mercoledì 20 agosto 2014

XXI Domenica del Tempo ordinario (A)


Dal libro del profeta Isaìa (Is 22,19-23)

Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, i rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,33-36)

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

Il testo del vangelo che la Liturgia ci propone per questa Ventunesima Domenica del Tempo ordinario è tratto dal capitolo 16 di Matteo.

Dopo l’episodio della cananea di settimana scorsa (Mt 15,21-28) e dopo alcuni episodi che la Liturgia domenicale non ha lo spazio di presentare (le guarigioni di Gesù presso il lago – Mt 15,29-31; la seconda moltiplicazione dei pani, Mt 15,32-39; la discussione coi farisei e i sadducei e l’istruzione ai discepoli sul loro lievito, Mt 16,1-12), al v.13 si dice che Gesù giunse nella regione di Cesarea di Filippo.

È questo un posto diventato famoso, perché qui – come raccontano Matteo e Marco – Gesù pose ai suoi discepoli la decisiva duplice domanda su cosa la gente e poi i discepoli stessi avessero percepito della sua identità: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», «Voi, chi dite che io sia?».

Sono domande che giungono – sia per i discepoli, sia per i lettori del vangelo – quando ormai la vita pubblica di Gesù è già ben delineata (per questo ciascuno dovrebbe dare la sua risposta!)… a questo punto del vangelo infatti Egli ha già detto molte cose (Matteo, per esempio, nei capitoli precedenti ha riportato il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole)… ne ha anche già fatte molte (a partire dai racconti sulla sua infanzia, l’inizio della sua vita pubblica, fino ai miracoli e alle controversie coi farisei)…

Proprio a questo punto, quindi, Gesù sembra voler fermare un attimo il flusso degli eventi e fare il punto della situazione: Cosa ha capito di me la gente? Cosa han capito di me i miei?

venerdì 8 agosto 2014

XIX Domenica del Tempo Ordinario


Dal primo libro dei Re (1Re 19,9.11-13)

In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 9,1-5)

Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Anche l’episodio che la liturgia ci narra in questa diciannovesima domenica del tempo ordinario, come quello di settimana scorsa della moltiplicazione dei pani (di cui quello odierno è la diretta continuazione) è molto noto.

Sono molti gli aspetti su cui ci si potrebbe soffermare, ma quest’anno mi ha colpito in particolare la frase di Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

Egli è sulla barca, con gli altri discepoli, di notte, distante «già molte miglia da terra», con il vento contrario… senza Gesù, che non era andato con loro per salire «sul monte, in disparte, a pregare».

In questa situazione, vede qualcuno avvicinarsi alla barca, qualcuno che cammina sul mare. Lui, insieme ai suoi compagni, scambia questa figura che gli si fa vicino per un fantasma e grida di paura. «Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”».

È a questo punto che Pietro pronuncia questa strana frase: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque».

martedì 24 giugno 2014

Santi Pietro e Paolo


Dagli Atti degli Apostoli (At 12,1-11)

In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.

Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere.

Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione.

Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui.

Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 4,6-8.17-18)

Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.

Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.

Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-19)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

 

In questa Domenica si celebra la Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

È una festa che solitamente si celebra nel giorno della settimana in cui cade – facendone memoria la domenica solo nelle Parrocchie che hanno uno di questi santi (o entrambi) come patroni.

È l’occasione per me per andare con la memoria alla mia parrocchia di provenienza, quella della zona nord di Treviglio, dedicata a S. Pietro ap., che mi ha formato come donna e come cristiana.

È soprattutto per questo che nella mia riflessione vorrei concentrarmi su Pietro, uomo semplice (pescatore di Galilea, che – pare – non sapesse né leggere né scrivere) e contemporaneamente contorto (guida di tutti gli altri e rinnegatore di Gesù)… come forse un po’ tutti noi.

Ricordo che diversi anni fa, qualcuno mi disse: a me piace la gente dalla fede intonsa, non come quella di Tommaso o Pietro che hanno dubitato e rinnegato… perché se uno ci crede… ci crede…

Mi avevano stupito quelle parole – allora – e mi si erano incastonate – come a volte accade – in quegli spazietti della nostra testa che fanno un po’ da sala d’aspetto del dentista… in fila, in attesa del loro turno, ma pervicaci nel non andarsene fino a che non siano state esaminate.

Ed ecco che giorno per giorno tornavano a darmi da pensare…

La sensazione immediata era di nervosismo verso una persona che mi smontava un mito: san Pietro, il patrono della mia chiesa… come potevano dirmi che non aveva una fede intonsa?

Ma poi – scemata la reazione istintiva – tante domande: ma cosa avrà inteso con “fede intonsa”? Esiste una “fede intonsa”?

E pian piano si è fatta strada questa riflessione: ogni fede “intonsa” è falsa…

… perché salta la storia, cioè la temporalità e la carnalità, che sono i due ingredienti imprescindibili della nostra vita.

Così imprescindibili che Dio – quando ha voluto farsi conoscere definitivamente da noi – li ha assunti: si è fatto come noi, temporale e carnale.

La “temporalità” non vuol dire solo che il tempo passa, che si cresce, si matura, si invecchia e poi si muore… certo, anche questo: ma soprattutto vuol dire che per capire, per imparare, per abituarsi, per decidere, per valutare, l’uomo ha bisogno di tempo: un tempo in cui le sensazioni, le emozioni, i valori, le priorità, gli egoismi, gli slanci di gratuità sono tutti mischiati insieme come in un flusso – lento nell’insieme – ma con le varie correnti interne che vanno a velocità diverse – alcune velocissime, alcune al rallentatore.

Ecco perché – se non fosse troppo abusata – sarebbe proprio giusto ricordare la pertinenza della frase “ci vuole una vita…”…

… per imparare ad amare, ad esempio…

Cioè a far emergere da quel flusso una direzione che coincida con quella indicata da Gesù: dare la vita per…

Così come “carnalità” non vuol solo dire che siamo tentati da passioni erotiche o egoistiche… ma vuol dire che la nostra vita è un impasto di libertà (un amico diceva il 2%) e biologia, chimica, fisica…

Un impasto! Cioè non si può pensare che la nostra libertà sia separata dal restate 98%, ma che è la capacità – che solo l’uomo su questa terra ha – di indirizzare quel 98% verso qualcosa di diverso… che scegliamo noi!

Come dire: scegliamo chi essere, scegliamo che carne essere, cosa farne della nostra carne – che è la cosa più bella che abbiamo, perché senza di lei semplicemente non ci siamo, non esistiamo (tant’è che la fede cristiana proclama di credere nella risurrezione della carne e non dalla carne, come qualcuno – sbagliando – recita a messa e vive nella vita).

Ed è così che Pietro, che nella lettura di oggi dice una cosa strepitosa («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»), tanto che Gesù lo loda e lo istituisce guida della Chiesa («Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»), è poi anche quello che lo rinnega e poi anche quello che prende per mano davvero la prima Chiesa e poi anche quello che non capisce l’apertura di Paolo verso i non ebrei, ma poi però – dopo una gran discussione (raccontata in At 15) – gli dà retta e poi va a finire sulla croce…

Davvero Pietro è da prendere da esempio nella sua fede non intonsa, non falsa, ma tanto storica e perciò vera.

Che vuol dire smetterla…

… di credere di essere cattivi credenti perché non abbiamo fedi indefettibili, pure e sempre sorridenti…

O … di far la fine di chi smette di credere perché pensa di non essere all’altezza…

Ma finalmente convincersi che essere veri cristiani significa essere veri umani…

… ricordando che se ci vien facile dire che chi ammazza, violenta, percuote è disumano…

… forse lo è molto di più convincersi che chi ammazza, violenta, percuote non è uomo.

martedì 9 aprile 2013

III Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 5,27-32.40-41)

In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò gli apostoli dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal Sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 5,11-14)

Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-19)

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

 

In questa Terza Domenica di Pasqua la Chiesa ci propone di meditare sull’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni, quasi per intero. Innanzitutto va detto che il suo accostamento alla prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, risulta davvero simpatico: fa sorridere infatti sentire di questi uomini ormai così saldi e determinati nel loro annuncio e poco dopo ascoltare che quei medesimi personaggi, pochissimo tempo prima, erano invece ancora così impacciati nel riconoscimento del Signore risorto, ancora così addentro a quel processo di costruzione della loro fede in Lui.

Simpatico e piuttosto consolante…

Anche perché Giovanni in poche pennellate riesce a descrivere con efficacia la situazione – soprattutto interiore – di coloro che compongono questa terza scena di apparizione ai discepoli: sono in sette («Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli») e misteriosamente – nonostante le due apparizioni precedenti in cui Gesù aveva, tra l’altro, usato parole quali «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» – stanno facendo ciò che facevano prima della loro avventura umana con il Signore. Non solo non hanno fatto un passo in avanti (sono assolutamente distanti dalla situazione di annuncio descritta dagli Atti), ma sembrano addirittura aver fatto un passo indietro, aver subito una regressione: «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla». Non a caso la scena risulta molto simile a quella narrata in Lc 5,1-11 (cfr. anche Mt 4,18-22 e Mc 1,16-20), all’inizio della vita pubblica di Gesù e all’inizio della vita da discepoli dei discepoli: sono ancora sulle sponde del lago a fare i pescatori.

Eppure non sono più gli stessi… Addirittura questo testo fa apparire sotto una luce nuova anche quel «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11) degli inizi. Aver percorso tutta la vicenda di questi uomini fa infatti guardare le cose da un’altra prospettiva: certo rimane encomiabile ed esemplare la loro disponibilità a lasciare tutto e a seguire prontamente il Signore, ma ora comprendiamo quanto (ancora) poco fosse penetrata nella profondità delle loro viscere quella loro disposizione. In mezzo ora ci sono (secondo la scansione temporale sinottica) tre anni di vita vissuta con Gesù; tre anni in cui tante cose son state viste, dette, ascoltate, fatte, capite, fraintese… Soprattutto tre anni con un epilogo assolutamente pregnante per la vita di chi amava quell’uomo morto in croce… Tre anni di storia che hanno scavato e plasmato e cambiato, e umanizzato e allargato lo spazio interiore di questi uomini, il loro modo di guardare alla vita, di pensare alla vita…

E Giovanni è bravissimo a descrivere tutto questo: «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla [esattamente come in Lc 5]. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù [come allora non avevano riconosciuto in Gesù qualcuno di così affascinante per cui giocare la vita]. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci [si ripete la “pesca miracolosa”: Gesù è il medesimo da vivo e da risorto]. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!” [lo riconosce proprio perché Gesù si presenta facendo le cose che faceva prima e che diceva essere il modo in cui Dio si rivelava (chiamare per nome, guarire, mangiare insieme, fare la Cena, spiegare le Scritture…)]. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare [uno dei versetti più commoventi, in cui tra l’altro non si dice che Pietro riconobbe Gesù. Gli è bastato sentire che era il Signore per lanciarsi in mare e raggiungerlo. Si vede che dopo il rinnegamento e i fatti della passione e morte, aveva proprio un esagerato desiderio di rincontrare il suo maestro e amico]».

Proprio in questo tuffo di Pietro si vede in maniera evidente che non sono più gli stessi uomini che Gesù aveva incontrato tre anni prima. Pietro non è più solo affascinato da quello che Gesù fa e dice (e perciò lo segue), anzi qui neanche vede che è Lui. Eppure in quei tre anni ha costruito dentro la consistenza di un rapporto di bene per Gesù che – nonostante le sue fatiche, i suoi tradimenti, le sue incomprensioni – ora esplode nella sua evidenza: Pietro vuole bene a Gesù, ecco la differenza; un bene non più solo detto, o percepito, o sperato… un bene vissuto, scavato dalla storia, sagomato dalla vita (fatta di sudore, lacrime e sangue: «Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere neanche una. C’ho messo una vita a farmele tutte» [dal documentario Il corpo delle donne, reperibile in rete]).

E da questo punto di vista è interessantissimo come Giovanni fa proseguire il testo, perché – come diceva don Bosco – non basta voler bene a qualcuno, ma bisogna che lui lo sappia… Ecco perché l’evangelista ritaglia un dialogo personalissimo tra Gesù e Pietro… che merita proprio di essere guardato più da vicino…

Siamo ormai alla fine del vangelo e Gesù incontra qui per l’ultima volta i suoi discepoli. E non è indifferente che proprio alla fine il discorso cada sul bene tra Gesù e Pietro. Anzi, nel leggere questo testo, non bisogna assolutamente dimenticarsi di questa collocazione, perché l’ultimo atto di Gesù – come per ciascuno – è necessariamente la sintesi prospettica con cui guardare a tutta la sua vita. Lì infatti si condensa il tutto di quello che è stato, come una sintesi incandescente della sua persona.

E l’interessante è che alla fine del vangelo, nell’incontro conclusivo dell’esperienza terrena del Signore, ciò che Gesù sente di domandare a uno dei suoi, e a quell’uno particolare che era Pietro, è se Gli voglia bene. È come se alla fine, ciò che, su tutto quanto hanno vissuto, detto, patito, deciso, sorriso, pianto, imparato, insegnato, ecc…, conta unicamente è la qualità del bene che è passato tra di loro, è la consistenza della relazione che si è creata, è l’apertura dei canali dell’amore a cui il rapporto li ha abilitati. È come per noi: alla fine cosa conta? Al momento del ritorno al Padre che ci sia qualcuno che ci vuole bene… Forse addirittura tutta la vita è la ricerca di due braccia che ci amano tra cui morire…

Ma al di là delle reazioni immediatamente sentimentali che queste considerazioni suscitano, ciò che risulta interessante è che per Gesù, la sintesi del suo percorso vitale stia in questo: che i suoi abbiano imparato ad amare; ad amare come Lui; ad amare Lui.

Non a caso affida proprio a Pietro (che risponde affermativamente anche se sempre un po’ incerto alla triplice domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»), il compito di essere guida per gli altri: nella logica di Gesù infatti il compito di essere guida di un altro non dipende da criteri estrinseci alla persona (al sesso, all’età, al quoziente intellettivo, ecc…), ma alla qualità cristica dell’amore che la abita. Pietro è guida del gregge perché dopo tanti travagli, gli si è costruita dentro la capacità d’amare il Signore e i fratelli al modo di Gesù. Quante riflessioni potremmo fare in proposito sulla situazione ecclesiale…

Ad ogni modo… quando tutto sembra apposto, riconciliato, finito… eccoti la parola “finale” che non ti aspetti: «Seguimi!». Ma come? Pietro non è colui del quale abbiamo detto che attraverso la vita ha imparato ad amare al modo di Gesù? Non è colui che Gesù ha scelto per guidare gli altri proprio per questo? Non era dunque arrivato? Cosa deve ancora seguire?

… Deve seguire ancora il suo amico e maestro (cfr. Mt 16,23; Mc 8,33): la proposta di Gesù infatti non è un itinerario morale (faccio / non faccio determinate cose e sono apposto) e nemmeno un’adesione intellettuale a certe verità (conosco a memoria il catechismo e sono un buon cristiano): è piuttosto una relazione, in cui la conformità a Cristo la si impara vivendo, agendo, amando… Ecco perché si conclude con quel «Seguimi!»: perché ad amare al modo di Gesù, dunque a essere uomini e donne, si impara in un continuo incontro, scontro, confronto, mescolamento, allontanamento, comprensione, imitazione, adesione, paura, nascondimento, ri-appropriazione tra la sua libertà e la nostra: quella che Paolo chiama la conformazione a Cristo.

martedì 31 gennaio 2012

V Domenica del Tempo Ordinario


«Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere neanche una. C’ho messo una vita a farmele tutte».




In questa Quinta Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci offre – nel vangelo – il “secondo tempo” di quanto narrato la settimana scorsa. I versetti odierni corrispondono infatti alla seconda parte del racconto della “giornata tipo” di Gesù, che era iniziata con l’insegnamento dato con autorità nella sinagoga e con la liberazione di un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Siamo dunque – anche nel testo di questa domenica – a Cafàrnao, in un giorno di sabato, e di Gesù si dice che «uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni».

Di questo “rientro a casa”, che poteva benissimo fare da scenario ad un dialogo tra Gesù e i discepoli su quanto appena accaduto, Marco – col suo stile essenziale – sottolinea invece un nuovo imbattersi di Gesù nell’umano: l’incontro con la suocera di Pietro.

In primo piano perciò non emerge ciò che Gesù e i suoi quattro amici si sono detti, ma un nuovo incontro personale, stavolta con una donna, la prima che compare nel vangelo marciano.

Già questo elemento dovrebbe bastare ad allontanare con forza questa donna dai luoghi comuni o dalle battute sarcastiche, neanche troppo simpatiche, sulle “suocere”, in cui invece ogni tanto viene coinvolta: è la prima donna di cui il vangelo di Marco parla!

In più, se ancora questo non bastasse, a testimonianza del ruolo positivo che questa donna probabilmente rivestiva nella dinamica familiare di Pietro, sta il fatto che di essa «gli parlarono subito»; “subito”, lo stesso avverbio usato per sottolineare la prontezza con cui Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano seguito Gesù!

C’è dunque un’urgenza, che dice di un’apprensione, per qualcuno che è importante… la stessa che avranno tutti quei padri, quelle madri, quegli amici, che andranno da Gesù – lungo la sua vita e quella sera stessa – per chiedere la liberazione dal male per le persone che amavano…

E Gesù… «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»…

Non dobbiamo subito – con gli occhi e la mente – scappare in avanti nella lettura del testo («si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni») e registrare solo che questa donna in un batti baleno si è alzata, si è messa a fare la pastasciutta per i ragazzotti e poi è scomparsa dall’orizzonte di significato della loro e nostra coscienza, molto più interessata – quest’ultima – all’evento assai più spettacolare che quella sera (dopo la pastasciutta) si è dato da vedere a casa loro: una gran folla raccoltasi per Gesù e per ottenere i suoi prodigi…

No, non dobbiamo scappare subito in avanti, ma dobbiamo fermarci un attimo su quel «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»… perché lì dentro c’è nascosto un modo di essere di Gesù che è troppo importante per lasciarselo sfuggire: di Lui infatti non è importante tanto, o solo, il fatto che guarisse, ma il come lo facesse... E precisamente: avvicinandosi e prendendo una vecchietta per la mano, per aiutarla ad alzarsi.

Qui c’è dentro una tenerezza, un’empatia, un sorriso da giovanotto che porge la mano a una vecchietta, che fanno quasi scappare una lacrima. Commuove il giovanotto Gesù, che si fa prossimo a questa donna anziana…

Questo qua è Gesù!

Se invece scappiamo troppo avanti, perdendoci questa vecchietta, e pensandola nell’ottica della pastasciutta, mi chiedo: “Ma che cavolo di idea ci siamo fatti di Gesù?!?! Ma siamo rimbambiti!?!?”.

E allora – sebbene ci sarebbe ancora molto da dire sul nostro testo, soprattutto su questa giornata che si conclude con la preghiera solitaria di Gesù e con il suo sottrarsi, la mattina dopo, alla morsa della folla che da lui vuole solo miracoli, per andare a dire a tutti la bella notizia che Dio ci è padre – non voglio fare torto a questa vecchietta e mi fermo in contemplazione di questo suo incontro, che mi commuove, con l’affascinante giovanotto Gesù, che tra tutti, si avvicina con delicatezza proprio a lei, scavata da anni di vita (di quella vita! che le donne del suo tempo conducevano in Palestina) e segnata nel volto e nel corpo dal tempo che l’ha attraversata… Proprio a lei Gesù si avvicina e porge la mano!


E allora, infine, vi lascio un testo, che mi è tornato in mente, pensando a questa nonnina. Un testo che – seppur partiva da altrove – dice qualcosa che si avvicina molto a questo scambio d’affetto (che Marco genialmente descrive con meno di 10 parole) tra Gesù e la suocera tenera del suo amico…

Tenera, sì, perché come tutte le nostre mamme, appena può, si alza e si prodiga per i suoi figli e i figli degli altri, che ha imparato a considerare suoi

«L’amore più grande non si trova nell’amore “impossibile”, ma nell’amore possibile, naturale.

[…] Jean Giono lo afferma in una sconvolgente storia d’amore tra un bambino e una vecchia signora.

Pauline de Thèus è una grande dama di Provenza, senza debolezze né colpe, e domina il mondo con la sua presenza al tempo stesso ieratica e dolce. Angelo, il nipote, la ammira al pari di una dea, è la figura tutelare della sua infanzia. Ma arriva il giorno in cui deve partire: gli studi, il lavoro, la vita lo chiamano lontano dalla casa di famiglia. Al suo ritorno, molto tempo dopo, a sua nonna non è rimasto più niente dell’eleganza che tanto lo affascinava, ormai è debole, dipendente, una vecchia impotente e sorda, che rutta e non si trattiene più, che bisogna lavare, nutrire, seguire nella sua lenta agonia. Ma Angelo impara a lavarle la bocca impiastricciata dai bignè al cioccolato, a tagliarle le unghie dei piedi, a farle un clistere; e scopre il grande amore. L’amore obiettivo, quello che accoglie l’altro per dargli ciò che gli manca realmente alla sua gioia: “Non si trattava più di amarla per ciò che mi dava, ma di amarla per darle. Era necessario vederla in maniera molto obiettiva per poter fare esattamente le cose indispensabili al suo benessere. Era quello, l’amore. Quanto era difficile! […] Ad aiutarmi fu anche quello scheletro ricoperto di pergamena, quei due cotiledoni di ossa iliache, quelle cavità pelviche in cui la pelle si infossava e che dovevo pulire a fondo con piccoli batuffoli di cotone, quel pube scoglioso, quel sesso in rovina coperto di erba bianca”.

Quel corpo scheletrico lo aiuta perché è debole. Il suo sguardo limpido gli permette di non fare alcuno sforzo: Angelo trova quel corpo realmente amabile. Ne percepisce la “qualità” e una “trasfigurazione del suo mistero”.

Nel movimento che lo attira verso la terra, quel corpo attesta già l’ascensione di un’anima per raggiungere uno sposo già salito in cielo.

A paragone, il corpo di una top model non vale niente, è neutro, levigato, standardizzato, mentre il corpo di Pauline è marchiato dalla storia e frantumato dal destino. Angelo lo sente degno dell’eros più elevato, quello dell’autentica carità: “Non era abnegazione, o compassione, o qualunque cosa siamo abituati a considerare, ad esempio, come cristiani. Non avrei potuto lavare gli escrementi di chiunque e far parte di un «ordine di massaggiatori». Era tutto molto particolare”.

Non è tanto abnegazione, compassione professionale dai gesti meccanici, un amore generico applicato indifferentemente a tutti. È un’amicizia particolare, unica, che vuole accompagnare l’altro nella morte e fino all’eternità.

Purtroppo le nostre favole non presentano più come modello un amore di questo tipo. Le circostanze non smettono di proporcelo, ma lo respingiamo come qualcosa che è il contrario dell’amore. Abbiamo la testa piena di caricature di Romeo e Giulietta, e crediamo di vivere la grande passione quando si tratta soltanto dell’effervescenza dei nostri ormoni. Ma gli eventi, nella loro testarda provvidenza, non mancheranno di ripresentare l’occasione di questo amore estremo, in particolare, come è nell’ordine naturale, con il trapasso dei nostri genitori» [da Farcela con la morte, di Fabrice Hajadj, Assisi, Cittadella Editrice, 2009].

giovedì 18 agosto 2011

XXI Domenica del Tempo Ordinario: Sciogliamo tutti!

Il testo del vangelo che la liturgia ci propone per questa ventunesima domenica del tempo ordinario è tratto dal capitolo 16 di Matteo.

Dopo l’episodio della cananea di settimana scorsa (Mt 15,21-28) e dopo alcuni episodi che la liturgia domenicale non ha lo spazio di presentare (le guarigioni di Gesù presso il lago – Mt 15,29-31; la seconda moltiplicazione dei pani, Mt 15,32-39; la discussione coi farisei e i sadducei e l’istruzione ai discepoli sul loro lievito, Mt 16,1-12), al v.13 si dice che Gesù giunse nella regione di Cesarea di Filippo.

È questo un posto diventato famoso, perché qui – come raccontano Matteo e Marco – Gesù pose ai suoi discepoli la decisiva duplice domanda su cosa la gente e poi i discepoli stessi avessero percepito della sua identità: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», «Voi, chi dite che io sia?».

Sono domande che giungono – sia per i discepoli, sia per i lettori del vangelo – quando ormai la vita pubblica di Gesù è già ben delineata (per questo ciascuno dovrebbe dare la sua risposta!)… a questo punto del vangelo infatti Egli ha già detto molte cose (Matteo, per esempio, nei capitoli precedenti ha riportato il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole)… ne ha anche già fatte molte (a partire dai racconti sulla sua infanzia, l’inizio della sua vita pubblica, fino ai miracoli e alle controversie coi farisei)…

Proprio a questo punto, quindi, Gesù sembra voler fermare un attimo il flusso degli eventi e fare il punto della situazione: Cosa ha capito di me la gente? Cosa han capito di me i miei?

Ed ecco che arriva la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»!


Una risposta forte! Una risposta grande! Soprattutto in bocca ad un ebreo! Dunque, possiamo immaginare che – certo Pietro l’avrà detta con convinzione ed entusiasmo (sull’onda dell’affetto e dell’ammirazione smisurati che aveva per il suo amico e maestro Gesù) – ma anche con una punta di trepidazione (“Non starò mica esagerando!?!?”).

E invece… nella reazione di Gesù (cui paiono sussultare di gioia le viscere), ecco la conferma di essere nel giusto: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli»!

Gesù stava tastando il terreno: voleva capire in che misura ciò che aveva detto e fatto, avesse mostrato effettivamente alla coscienza della gente chi Lui fosse (questa, infatti, pare essere la sua preoccupazione fondamentale: che la sua vita, il dipanarsi della sua singolarità, la sua libertà storica, sia incontrata nella sua verità dai singoli uomini e donne che incontra. E tutto ciò è così importante perché Egli sa che nello svolgersi della sua storia, si rivela Dio! E… dall’idea di Dio che uno ha in testa dipende tutto l’orizzonte di senso su cui impostare la vita, l’idea di uomo, di amore, di relazioni, di morte...).

Ecco perché la risposta di Pietro è così importante per Lui: perché è il riconoscimento! Pietro ha capito che in quell’uomo lì si dà qualcosa che non è contenibile nelle categorie solite della religiosità ebraica: Gesù non è Giovanni Battista redivivo o Elia o Geremia; la sua persona non è esauribile nella categoria di profeta. Egli – dice Pietro – è il Messia, colui che deve venire a salvare gli uomini, e il Figlio di Dio, qualcuno che ha a che vedere direttamente con Dio (la Chiesa poi dirà Dio lui stesso, che per l’ambiente ebraico – da cui provenivano Pietro e tutti i primi cristiani – è una delle bestemmie peggiori, perché infrange il primo – e più importante – comandamento, fondante lo stretto monoteismo ebraico: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me» – Dt 5,6-7).

Ecco perché a Gesù nasce come un guizzo di gioia interiore («Beato sei tu, Simone»!)… perché sta intuendo…

Un guizzo, che lo porta a fare qualcosa di inaudito…

Infatti, di fronte alla professione di fede di Pietro, Gesù – a sua volta – fa la sua di professione: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»!

Gesù – cioè –, di fronte alla dichiarazione di Pietro di fidarsi di Lui e, in Lui, di Dio, risponde con la sua professione di fede nell’uomo: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si fida dell’uomo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; «A te darò le chiavi del regno dei cieli»!

Se già è sconvolgente per la mentalità del tempo che Pietro dica di Gesù «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», ancora di più lo è il fatto che Gesù dica a Pietro «A te darò le chiavi del regno dei cieli»! Che Dio, cioè, nel suo Figlio e attraverso il suo Spirito si fidi dell’uomo per la realizzazione del suo regno, cioè per la realizzazione del mondo come Lui lo vuole, è qualcosa che fa sobbalzare!

Di tutto questo “sobbalzo” – però – la tradizione cristiana ha come un po’ attenuato la portata… ciò che infatti, di questo brano, la nostra memoria cristiana ha trattenuto è soprattutto quel potere di “legare e sciogliere” in terra ciò che resterà legato e sciolto in cielo… Questo è ciò che attira immediatamente l’attenzione.

Non a caso la scelta della prima lettura va esattamente in questa direzione, menzionando la decisione di Dio di porre sul trono di Giuda Eliakim, del quale viene detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire», che è un’espressione che richiama quella del vangelo.

Vorrei dunque spendere qualche parola in proposito…

Noi infatti immediatamente associamo queste affermazioni (quella di Isaia su Eliakim e quella di Gesù su Pietro) ad un conferimento di potere, che – per quanto riguarda il NT – colleghiamo subito al sacramento della riconciliazione… Il percorso mentale che facciamo mi pare possa essere delineato in questo modo: se a Pietro è stato conferito questo potere di legare o sciogliere, vuol dire che lui e i suoi successori (indistintamente papi, vescovi, preti) hanno il potere – attraverso la confessione – di decidere chi va in paradiso e chi no… ragionamento dal quale derivano poi – a cascata – tutta una serie di altre considerazioni come per esempio quella dell’assoluta necessità di confessarsi prima di morire, ecc…

Ora, io credo che – per orientare il tutto ed evitare fraintendimenti o letture riduttive – vada colta una piccola parolina che Isaia mette in quella che è la nostra prima lettura: «Eliakim sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda»!

Cioè, è vero che dentro alle parole del profeta e dentro alle parole di Gesù c’è in gioco un conferimento di potere, ma questo è un potere diverso da quello che inseguono le logiche umane. Questo potere evangelico non è capriccioso (questo lo lego / questo lo sciolgo; a questo apro / a questo chiudo), ma paterno. Ha cioè in sé il germe del contagio della paternità di Dio; dicevamo infatti che è l’attestazione della fiducia che Dio ripone nell’uomo per la costruzione condivisa (tra Dio e l’uomo, appunto) del Regno!

Ecco perché quell’invito dovrebbe suscitare in tutti noi che tentiamo di essere almeno un po’ discepoli, il desiderio di usare di questo potere animati dallo stesso Spirito di paternità proprio di Dio! Cioè mai come un qualcosa di nostro, da usare contro gli altri. Ma un qualcosa di tutti, messo – immeritatamente – nelle nostre mani perché arrivi a tutti!

Da cui io penso non si possa che dedurre che è proprio necessario che i cristiani si mettano sulle strade del mondo per sciogliere tutti! Altrimenti… è un potere discriminante («che è una parola terribile, perché ha una radice semantica che suggerisce che di là ci sono i criminali» [Giuliano]) non attribuibile al Dio di Gesù!

sabato 17 aprile 2010

Mi ami più di loro?...

Mi ami più di loro?! … ma che cosa significa veramente “amare di più”? Difficile da dire, ancor più difficile, come ogni paradosso esistenziale, collocarlo con equilibrio nella complessità delle relazioni. Ma ogni innamorato l’ha provato! Forse siamo al mondo (come un po’ troppo schematicamente diceva l’antico catechismo) per imparare proprio questo. – e ci vuole una vita! Ognuno con la sua storia, le sue ferite, i suoi fallimenti e le sue illusioni… E i suoi ricominciamenti, che – secondo Gesù – la vita sempre riconcede. Perché, appunto, è inesauribile la fame che ci muove di essere “amati di più”. E quando questa fame fosse finita siamo finiti anche noi, svuotati come viaggiatori senza meta. Il Vangelo è lo smascheramento delle illusioni o ambiguità o falsità del cammino, con un rigore ed una tenerezza sconcertanti – che inchiodano alla propria debolezza impotente chiunque lo ascolti con sincerità e non cerchi di mascherare dietro le insufficienze altrui le proprie paure e delusioni. E la voglia di tornare indietro. Di “amare di meno”, per soffrire di meno! Il Vangelo non ci insegna una tecnica psicologica o psicanalitica, ma ci è presenta un personaggio – il protagonista di questa “buona notizia” del possibile ricominciamento – che ci chiama ad un percorso dietro lui : va a dire ai miei fratelli che li aspetto in Galilea. La Galilea è il posto da cui era partito per il suo viaggio finale. Fino alla sua passione, morte e risurrezione. Quante attese, quanti entusiasmi, quanti passi di gioia e condivisione e quanti momenti duri e amari… per arrivare fino a lì – per imparare ad “amare di più”. Con la sua famiglia e le inevitabili incomprensioni, con i compaesani delusi e aggressivi, con i capi e i maestri del popolo, ma soprattutto con gli amici, i discepoli e le donne, a cui ha aperto il cuore e la mente … senza risultati immediati, ma senza pentimenti! Fino a patire all’estremo, nella pelle e nell’anima, cosa vuol dire “amare di più”. Gesù ha mantenuto vivo questo fuoco (e la passione perché divampasse nel mondo), nella fatica, nell’abbandono e nella solitudine – senza mai prendere occasione dalla debolezza e nemmeno dal tradimento per diminuire l’amore! È il segreto misterioso di questa qualità divino/umana dell’amore che vuole illuminare quest’ultima pagina pagine aggiunta al vangelo di Giovanni, dopo che già era stato raccontato tutto.
“Rivolgendosi a Simone Gesù gli chiede: “Mi ami tu più di costoro?”. Richiesta esorbitante, non solo perché rivolta a chi aveva rinnegato il suo Signore, non solo per quel curioso “più di costoro”, ma anche e specialmente perché Gesù usa il verbo amare / agapào che indica l’amore totale, esclusivo, incondizionato cioè perfetto, “santo”. Pietro non osa rispondere con lo stesso verbo (forse lo avrebbe fatto prima di conoscere l’amara esperienza del tradimento): risponde semplicemente e poveramente “Ti voglio bene”, usando il verbo dell’amore amicale philéo. Nella seconda domanda Gesù insiste con la richiesta dell’amore totale e Pietro insiste nella seconda risposta con l’offerta del suo povero, umile, amore. Alla terza domanda e risposta non è Pietro che cambia il verbo: è Gesù! “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?” e Pietro – sebbene “addolorato che la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?” (che fosse cioè Gesù ad avere dovuto cambiare il verbo dell’amore) – gli risponde: “Signore, tu sai tutto, sai che ti voglio bene”. Si potrebbe quasi dire che non è Pietro a convertirsi a Gesù, ma è Gesù che “si converte” a Pietro, si adatta al suo linguaggio e alle sue possibilità. È questa “conversione di Dio” che mi colpisce profondamente: anche perché è a partire da essa che Gesù pronuncia l’imperativo nel quale sbocca tutto l’itinerario educativo con cui aveva formato il suo apostolo: SEGUIMI!” (Gv 21, 19). Così dal fallimento è cominciata la storia nuova della santità personale di Pietro, spinta fino al martirio, quando egli dirà, non più con le parole, ma con il gesto della vita donata e con il silenzio eloquente della morte, la parola dell’amore esclusivo e totale per il suo Signore!” (card Martini).
Gesù vive questa qualità dell’amore che è entrare nell’amore dell’altro, e lasciarsene mangiare Ci vuole una libertà interiore totale, di fronte alla quale la “diversità” (fosse anche l’immaturità!) dell’amore dell’altro non è un limite, ma una sfida. Che esige un “di più” di amore e niente da perdere, come dice Giovanni di Gesù : avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine! Il giovane ricco era ricco di doti morali e di beni materiali, ma aveva paura di perderli. Gesù, comunque, lo guardò e lo amò! E di certo il suo amore è rimasto dentro il giovane … ad attendere la maturazione delle possibilità di germogliare. Pietro ha percorso tutte le tappe dell’immaturità dell’amore: la presunzione (anche se tutti ti abbandonassero, io darò la vita per te!), il rinnegamento, ribadito e drammatico (non conosco quell’uomo!). Ma l’amore di Gesù lo riaccoglie e lo ama così com’è: Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro … (Lc 22,61). Ed ecco nell’ultima pagina del vangelo, il perdono come rifondazione tenera e appassionata dell’amore, instancabile e rigeneratore, sempre a partire dalle umane fragili possibilità soggettive. Chi “ama di più” entra nell’amore dell’altro, accogliendolo e soffrendolo così come è – perché si fida più della potenza mite ma inarrestabile (divina!) dell’Amore che della impazienza prepotente fremente della propria fame!
Nel gioco sottile delle sfumature delle diverse parole sta forse nascosto il segreto della proposta “cristiana” dell’amore, inaugurata da Gesù con l’esempio della sua vita. Lui ha amato ognuno di noi “più di loro – nessuno ci ha amati così!”. Ha dato la vita per me, mentre io non ero ancora capace di amare. E accoglie ognuno come è, più o meno capace di ricevere il suo invito, affidandosi alla forza stessa interna all’Amore – come si accudisce un germoglio senza poterlo forzare, dandogli il suo tempo. Questo vuol dire, nel limite storico della nostra quotidiana debolezza, il dono pasquale: Ricevete lo Spirito santo! Gesù ha chiamato, accolto, lodato, rimproverato, perdonato… Pietro – sempre nel segno dell’amore, sostenuto da una pazienza “materna” inesauribile, che solo la piena gratuità della dedizione può sostenere. Forse ogni amore deve essere così: bisogna che l’altro cresca e che io lo attenda, a costo di diminuire, a rischio di morire, prima che mi ami di ritorno. Amami più di tutti, vorrà dire questo? Rendere Pietro (e tutti noi!) consapevole che l’amore che Gesù ha per lui è così! Il “di più dell’amore”… vuol dire questo, dunque! E quando l’altro s’accorge e si strugge [… addolorato, che per la terza volta gli domandasse : mi ami tu …?], forse gli matura dentro la dinamica vera dell’Amore e scoppia la possibilità di un salto di qualità. Che non è prodotto della nostra umanità di carne, ma dallo lo Spirito che lui ci ha mandato… e geme dentro di noi…
«Se si potesse possedere, afferrare e conoscere l’altro, esso non sarebbe l’altro. Possedere, conoscere, afferrare sono sinonimi di potere. La relazione con altri è l’assenza dell’altro; non assenza pura e semplice, non l’assenza del puro nulla, ma assenza in un orizzonte di avvenire, un’assenza che è il tempo» ( Emmanuel Lévinas)-
Il tempo per maturare! Amare di più è accettare la sfida del tempo, dell’amore che non c’è ancora – dunque la sfida della precarietà, ma anche della fecondità creativa! È affidarsi davvero all’altro, alla sua libertà trepida e fragile, alle sue paure e al suo desiderio di ricomporre l’armonia della sua dedizione, di reimparare ad amare… E per resistere, nel nostro piccolo struggente dramma quotidiano, all’assenza dell’amore, alla solitudine che dà spazio all’altro di essere se stesso… occorre l’aiuto di Chi nella concezione dinamica cristiana di Dio è l’Amore… che si vogliono gli altri Due! Neanche nel nostro piccolo, infatti, ci può essere Pasqua (l’incontro con il crocifisso risorto!) senza Pentecoste: senza che il suo Spirito ci entri nel cuore e lo coinvolga nella dinamica del suo amore, lavandolo progressivamente da ogni ambiguità!

venerdì 16 aprile 2010

Alla fine, ciò che conta, è il bene

In questa terza domenica di Pasqua la Chiesa ci propone di meditare sull’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni, quasi per intero. Innanzitutto va detto che il suo accostamento alla prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, risulta davvero simpatico: fa sorridere infatti sentire di questi uomini ormai così saldi e determinati nel loro annuncio e poco dopo ascoltare che quei medesimi personaggi, pochissimo tempo prima, erano invece ancora così impacciati nel riconoscimento del Signore risorto, ancora così addentro a quel processo di costruzione della loro fede in Lui.
Simpatico e piuttosto consolante…
Anche perché Giovanni in poche pennellate riesce a descrivere con efficacia la situazione – soprattutto interiore – di coloro che compongono questa terza scena di apparizione ai discepoli: sono in sette («Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli») e misteriosamente – nonostante le due apparizioni precedenti in cui Gesù aveva, tra l’altro, usato parole quali «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» – stanno facendo ciò che facevano prima della loro avventura umana con il Signore. Non solo non hanno fatto un passo in avanti (sono assolutamente distanti dalla situazione di annuncio descritta dagli Atti), ma sembrano addirittura aver fatto un passo indietro, aver subito una regressione: «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla». Non a caso la scena risulta molto simile a quella narrata in Lc 5,1-11 (cfr. anche Mt 4,18-22 e Mc 1,16-20), all’inizio della vita pubblica di Gesù e all’inizio della vita da discepoli dei discepoli: sono ancora sulle sponde del lago a fare i pescatori.
Eppure non sono più gli stessi…


Addirittura questo testo fa apparire sotto una luce nuova anche quel «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11) degli inizi. Aver percorso tutta la vicenda di questi uomini fa infatti guardare le cose da un’altra prospettiva: certo rimane encomiabile ed esemplare la loro disponibilità a lasciare tutto e a seguire prontamente il Signore, ma ora comprendiamo quanto (ancora) poco fosse penetrata nella profondità delle loro viscere quella loro disposizione. In mezzo ora ci sono (secondo la scansione temporale sinottica) tre anni di vita vissuta con Gesù; tre anni in cui tante cose son state viste, dette, ascoltate, fatte, capite, fraintese… Soprattutto tre anni con un epilogo assolutamente pregnante per la vita di chi amava quell’uomo morto in croce… Tre anni di storia che hanno scavato e plasmato e cambiato, e umanizzato e allargato lo spazio interiore di questi uomini, il loro modo di guardare alla vita, di pensare alla vita…
E Giovanni è bravissimo a descrivere tutto questo: «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla [esattamente come in Lc 5]. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù [come allora non avevano riconosciuto in Gesù qualcuno di così affascinante per cui giocare la vita]. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora egli disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci [si ripete la “pesca miracolosa”: Gesù è il medesimo da vivo e da risorto]. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!” [lo riconosce proprio perché Gesù si presenta facendo le cose che faceva prima e che diceva essere il modo in cui Dio si rivelava (chiamare per nome, guarire, mangiare insieme, fare la Cena, spiegare le Scritture…)]. Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare [uno dei versetti più commoventi, in cui tra l’altro non si dice che Pietro riconobbe Gesù. Gli è bastato sentire che era il Signore per lanciarsi in mare e raggiungerlo. Si vede che dopo il rinnegamento e i fatti della passione e morte, aveva proprio un esagerato desiderio di rincontrare il suo maestro e amico]».
Proprio in questo tuffo di Pietro si vede in maniera evidente che non sono più gli stessi uomini che Gesù aveva incontrato tre anni prima. Pietro non è più solo affascinato da quello che Gesù fa e dice (e perciò lo segue), anzi qui neanche vede che è Lui. Eppure in quei tre anni ha costruito dentro la consistenza di un rapporto di bene per Gesù che – nonostante le sue fatiche, i suoi tradimenti, le sue incomprensioni – ora esplode nella sua evidenza: Pietro vuole bene a Gesù, ecco la differenza; un bene non più solo detto, o percepito, o sperato… un bene vissuto, scavato dalla storia, sagomato dalla vita (fatta di sudore, lacrime e sangue: «Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe del volto: “Lasciamele tutte, non me ne togliere neanche una. C’ho messo una vita a farmele tutte» [dal documentario Il corpo delle donne, reperibile in rete]).
E da questo punto di vista è interessantissimo come Giovanni fa proseguire il testo, perché – come diceva don Bosco – non basta voler bene a qualcuno, ma bisogna che lui lo sappia… Ecco perché l’evangelista ritaglia un dialogo personalissimo tra Gesù e Pietro… che merita proprio di essere guardato più da vicino…
Siamo ormai alla fine del vangelo e Gesù incontra qui per l’ultima volta i suoi discepoli. E non è indifferente che proprio alla fine il discorso cada sul bene tra Gesù e Pietro. Anzi, nel leggere questo testo, non bisogna assolutamente dimenticarsi di questa collocazione, perché l’ultimo atto di Gesù – come per ciascuno – è necessariamente la sintesi prospettica con cui guardare a tutta la sua vita. Lì infatti si condensa il tutto di quello che è stato, come una sintesi incandescente della sua persona.
E l’interessante è che alla fine del vangelo, nell’incontro conclusivo dell’esperienza terrena del Signore, ciò che Gesù sente di domandare a uno dei suoi, e a quell’uno particolare che era Pietro, è se Gli voglia bene. È come se alla fine, ciò che, su tutto quanto hanno vissuto, detto, patito, deciso, sorriso, pianto, imparato, insegnato, ecc…, conta unicamente è la qualità del bene che è passato tra di loro, è la consistenza della relazione che si è creata, è l’apertura dei canali dell’amore a cui il rapporto li ha abilitati. È come per noi: alla fine cosa conta? Al momento del ritorno al Padre che ci sia qualcuno che ci vuole bene… Forse addirittura tutta la vita è la ricerca di due braccia che ci amano tra cui morire…
Ma al di là delle reazioni immediatamente sentimentali che queste considerazioni suscitano, ciò che risulta interessante è che per Gesù, la sintesi del suo percorso vitale stia in questo: che i suoi abbiano imparato ad amare; ad amare come Lui; ad amare Lui.
Non a caso affida proprio a Pietro (che risponde affermativamente anche se sempre un po’ incerto alla triplice domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?»), il compito di essere guida per gli altri: nella logica di Gesù infatti il compito di essere guida di un altro non dipende da criteri estrinseci alla persona (al sesso, all’età, al quoziente intellettivo, ecc…), ma alla qualità cristica dell’amore che la abita. Pietro è guida del gregge perché dopo tanti travagli, gli si è costruita dentro la capacità d’amare il Signore e i fratelli al modo di Gesù. Quante riflessioni potremmo fare in proposito sulla situazione ecclesiale attuale…
Ad ogni modo… quando tutto sembra apposto, riconciliato, finito… eccoti la parola “finale” che non ti aspetti: «Seguimi!». Ma come? Pietro non è colui del quale abbiamo detto che attraverso la vita ha imparato ad amare al modo di Gesù? Non è colui che Gesù ha scelto per guidare gli altri proprio per questo? Non era dunque arrivato? Cosa deve ancora seguire?
… Deve seguire ancora il suo amico e maestro (cfr. Mt 16,23; Mc 8,33): la proposta di Gesù infatti non è un itinerario morale (faccio / non faccio determinate cose e sono apposto) e nemmeno un’adesione intellettuale a certe verità (conosco a memoria il catechismo e sono un buon cristiano): è piuttosto una relazione, in cui la conformità a Cristo la si impara vivendo, agendo, amando… Ecco perché si conclude con quel «Seguimi!»: perché ad amare al modo di Gesù, dunque a essere uomini e donne, si impara in un continuo incontro, scontro, confronto, mescolamento, allontanamento, comprensione, imitazione, adesione, paura, nascondimento, ri-appropriazione tra la sua libertà e la nostra: quella che Paolo chiama la conformazione a Cristo.
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