Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta riconciliazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riconciliazione. Mostra tutti i post

mercoledì 20 agosto 2014

XXI Domenica del Tempo ordinario (A)


Dal libro del profeta Isaìa (Is 22,19-23)

Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, i rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,33-36)

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

Il testo del vangelo che la Liturgia ci propone per questa Ventunesima Domenica del Tempo ordinario è tratto dal capitolo 16 di Matteo.

Dopo l’episodio della cananea di settimana scorsa (Mt 15,21-28) e dopo alcuni episodi che la Liturgia domenicale non ha lo spazio di presentare (le guarigioni di Gesù presso il lago – Mt 15,29-31; la seconda moltiplicazione dei pani, Mt 15,32-39; la discussione coi farisei e i sadducei e l’istruzione ai discepoli sul loro lievito, Mt 16,1-12), al v.13 si dice che Gesù giunse nella regione di Cesarea di Filippo.

È questo un posto diventato famoso, perché qui – come raccontano Matteo e Marco – Gesù pose ai suoi discepoli la decisiva duplice domanda su cosa la gente e poi i discepoli stessi avessero percepito della sua identità: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», «Voi, chi dite che io sia?».

Sono domande che giungono – sia per i discepoli, sia per i lettori del vangelo – quando ormai la vita pubblica di Gesù è già ben delineata (per questo ciascuno dovrebbe dare la sua risposta!)… a questo punto del vangelo infatti Egli ha già detto molte cose (Matteo, per esempio, nei capitoli precedenti ha riportato il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole)… ne ha anche già fatte molte (a partire dai racconti sulla sua infanzia, l’inizio della sua vita pubblica, fino ai miracoli e alle controversie coi farisei)…

Proprio a questo punto, quindi, Gesù sembra voler fermare un attimo il flusso degli eventi e fare il punto della situazione: Cosa ha capito di me la gente? Cosa han capito di me i miei?

giovedì 18 agosto 2011

XXI Domenica del Tempo Ordinario: Sciogliamo tutti!

Il testo del vangelo che la liturgia ci propone per questa ventunesima domenica del tempo ordinario è tratto dal capitolo 16 di Matteo.

Dopo l’episodio della cananea di settimana scorsa (Mt 15,21-28) e dopo alcuni episodi che la liturgia domenicale non ha lo spazio di presentare (le guarigioni di Gesù presso il lago – Mt 15,29-31; la seconda moltiplicazione dei pani, Mt 15,32-39; la discussione coi farisei e i sadducei e l’istruzione ai discepoli sul loro lievito, Mt 16,1-12), al v.13 si dice che Gesù giunse nella regione di Cesarea di Filippo.

È questo un posto diventato famoso, perché qui – come raccontano Matteo e Marco – Gesù pose ai suoi discepoli la decisiva duplice domanda su cosa la gente e poi i discepoli stessi avessero percepito della sua identità: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», «Voi, chi dite che io sia?».

Sono domande che giungono – sia per i discepoli, sia per i lettori del vangelo – quando ormai la vita pubblica di Gesù è già ben delineata (per questo ciascuno dovrebbe dare la sua risposta!)… a questo punto del vangelo infatti Egli ha già detto molte cose (Matteo, per esempio, nei capitoli precedenti ha riportato il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole)… ne ha anche già fatte molte (a partire dai racconti sulla sua infanzia, l’inizio della sua vita pubblica, fino ai miracoli e alle controversie coi farisei)…

Proprio a questo punto, quindi, Gesù sembra voler fermare un attimo il flusso degli eventi e fare il punto della situazione: Cosa ha capito di me la gente? Cosa han capito di me i miei?

Ed ecco che arriva la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»!


Una risposta forte! Una risposta grande! Soprattutto in bocca ad un ebreo! Dunque, possiamo immaginare che – certo Pietro l’avrà detta con convinzione ed entusiasmo (sull’onda dell’affetto e dell’ammirazione smisurati che aveva per il suo amico e maestro Gesù) – ma anche con una punta di trepidazione (“Non starò mica esagerando!?!?”).

E invece… nella reazione di Gesù (cui paiono sussultare di gioia le viscere), ecco la conferma di essere nel giusto: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli»!

Gesù stava tastando il terreno: voleva capire in che misura ciò che aveva detto e fatto, avesse mostrato effettivamente alla coscienza della gente chi Lui fosse (questa, infatti, pare essere la sua preoccupazione fondamentale: che la sua vita, il dipanarsi della sua singolarità, la sua libertà storica, sia incontrata nella sua verità dai singoli uomini e donne che incontra. E tutto ciò è così importante perché Egli sa che nello svolgersi della sua storia, si rivela Dio! E… dall’idea di Dio che uno ha in testa dipende tutto l’orizzonte di senso su cui impostare la vita, l’idea di uomo, di amore, di relazioni, di morte...).

Ecco perché la risposta di Pietro è così importante per Lui: perché è il riconoscimento! Pietro ha capito che in quell’uomo lì si dà qualcosa che non è contenibile nelle categorie solite della religiosità ebraica: Gesù non è Giovanni Battista redivivo o Elia o Geremia; la sua persona non è esauribile nella categoria di profeta. Egli – dice Pietro – è il Messia, colui che deve venire a salvare gli uomini, e il Figlio di Dio, qualcuno che ha a che vedere direttamente con Dio (la Chiesa poi dirà Dio lui stesso, che per l’ambiente ebraico – da cui provenivano Pietro e tutti i primi cristiani – è una delle bestemmie peggiori, perché infrange il primo – e più importante – comandamento, fondante lo stretto monoteismo ebraico: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me» – Dt 5,6-7).

Ecco perché a Gesù nasce come un guizzo di gioia interiore («Beato sei tu, Simone»!)… perché sta intuendo…

Un guizzo, che lo porta a fare qualcosa di inaudito…

Infatti, di fronte alla professione di fede di Pietro, Gesù – a sua volta – fa la sua di professione: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»!

Gesù – cioè –, di fronte alla dichiarazione di Pietro di fidarsi di Lui e, in Lui, di Dio, risponde con la sua professione di fede nell’uomo: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si fida dell’uomo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; «A te darò le chiavi del regno dei cieli»!

Se già è sconvolgente per la mentalità del tempo che Pietro dica di Gesù «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», ancora di più lo è il fatto che Gesù dica a Pietro «A te darò le chiavi del regno dei cieli»! Che Dio, cioè, nel suo Figlio e attraverso il suo Spirito si fidi dell’uomo per la realizzazione del suo regno, cioè per la realizzazione del mondo come Lui lo vuole, è qualcosa che fa sobbalzare!

Di tutto questo “sobbalzo” – però – la tradizione cristiana ha come un po’ attenuato la portata… ciò che infatti, di questo brano, la nostra memoria cristiana ha trattenuto è soprattutto quel potere di “legare e sciogliere” in terra ciò che resterà legato e sciolto in cielo… Questo è ciò che attira immediatamente l’attenzione.

Non a caso la scelta della prima lettura va esattamente in questa direzione, menzionando la decisione di Dio di porre sul trono di Giuda Eliakim, del quale viene detto: «Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire», che è un’espressione che richiama quella del vangelo.

Vorrei dunque spendere qualche parola in proposito…

Noi infatti immediatamente associamo queste affermazioni (quella di Isaia su Eliakim e quella di Gesù su Pietro) ad un conferimento di potere, che – per quanto riguarda il NT – colleghiamo subito al sacramento della riconciliazione… Il percorso mentale che facciamo mi pare possa essere delineato in questo modo: se a Pietro è stato conferito questo potere di legare o sciogliere, vuol dire che lui e i suoi successori (indistintamente papi, vescovi, preti) hanno il potere – attraverso la confessione – di decidere chi va in paradiso e chi no… ragionamento dal quale derivano poi – a cascata – tutta una serie di altre considerazioni come per esempio quella dell’assoluta necessità di confessarsi prima di morire, ecc…

Ora, io credo che – per orientare il tutto ed evitare fraintendimenti o letture riduttive – vada colta una piccola parolina che Isaia mette in quella che è la nostra prima lettura: «Eliakim sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda»!

Cioè, è vero che dentro alle parole del profeta e dentro alle parole di Gesù c’è in gioco un conferimento di potere, ma questo è un potere diverso da quello che inseguono le logiche umane. Questo potere evangelico non è capriccioso (questo lo lego / questo lo sciolgo; a questo apro / a questo chiudo), ma paterno. Ha cioè in sé il germe del contagio della paternità di Dio; dicevamo infatti che è l’attestazione della fiducia che Dio ripone nell’uomo per la costruzione condivisa (tra Dio e l’uomo, appunto) del Regno!

Ecco perché quell’invito dovrebbe suscitare in tutti noi che tentiamo di essere almeno un po’ discepoli, il desiderio di usare di questo potere animati dallo stesso Spirito di paternità proprio di Dio! Cioè mai come un qualcosa di nostro, da usare contro gli altri. Ma un qualcosa di tutti, messo – immeritatamente – nelle nostre mani perché arrivi a tutti!

Da cui io penso non si possa che dedurre che è proprio necessario che i cristiani si mettano sulle strade del mondo per sciogliere tutti! Altrimenti… è un potere discriminante («che è una parola terribile, perché ha una radice semantica che suggerisce che di là ci sono i criminali» [Giuliano]) non attribuibile al Dio di Gesù!

lunedì 22 settembre 2008

dal "politically correct" al "religiously correct"?

Bella, come sempre, l'omelia del Papa di domenica 21 settembre in cui durante la celebrazione eucaristica a san Pancrazio ad Albano ne ha dedicato il nuovo altare... L'OR l'ha pubblicata il 22 con questo titolo: "Ogni atto di culto è inutile senza perdono e riconciliazione " titolo che ne rispetta fondamentalmente il contenuto che potete trovare integralmente qui.
Sotto riporto solamente la parte "biblica" così che cliccando sui riferimenti biblici possiate leggerne i testi integralmente...

"L’odierna Celebrazione è quanto mai ricca di simboli e la Parola di Dio che è stata proclamata ci aiuta a comprendere il significato e il valore di quanto stiamo compiendo. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto della purificazione del Tempio e della dedicazione del nuovo altare degli olocausti ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C., tre anni dopo che il Tempio era stato profanato da Antioco Epifane (cfr (1 Mac 4,52-59). A ricordo di quell’avvenimento, venne istituita la festa della Dedicazione, che durava otto giorni. Tale festa, legata inizialmente al Tempio dove il popolo si recava in processione per offrire sacrifici, era anche allietata dall’illuminazione delle case ed è sopravvissuta, sotto questa forma, dopo la distruzione di Gerusalemme.
L’Autore sacro sottolinea giustamente la gioia e la letizia che caratterizzarono quell’avvenimento. Ma quanto più grande, cari fratelli e sorelle, deve essere la nostra gioia sapendo che sull’altare, che ci accingiamo a consacrare, ogni giorno si offrirà il sacrificio di Cristo; su questo altare Egli continuerà ad immolarsi, nel sacramento dell’Eucaristia, per la salvezza nostra e del mondo intero. Nel Mistero eucaristico, che in ogni altare si rinnova, Gesù si fa realmente presente. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé; ci attira con la forza del suo amore facendoci uscire da noi stessi per unirci a Lui, facendo di noi una cosa sola con Lui.
La presenza reale di Cristo fa di ciascuno di noi la sua "casa", e tutti insieme formiamo la sua Chiesa, l’edificio spirituale di cui parla anche san Pietro. "Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio – scrive l’Apostolo -, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt 2,4-5). Quasi sviluppando questa bella metafora, sant’Agostino osserva che mediante la fede gli uomini sono come legni e pietre presi dai boschi e dai monti per la costruzione; mediante il battesimo, la catechesi e la predicazione vengono poi sgrossati, squadrati e levigati; ma risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Quando i credenti sono reciprocamente connessi secondo un determinato ordine, mutuamente e strettamente giustapposti e coesi, quando sono uniti insieme dalla carità diventano davvero casa di Dio che non teme di crollare (cfr Serm., 336).
E’ dunque l’amore di Cristo, la carità che "non avrà mai fine" (1 Cor 13,8), l’energia spirituale che unisce quanti partecipano allo stesso sacrificio e si nutrono dell’unico Pane spezzato per la salvezza del mondo. E’ infatti possibile comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra di noi? Come allora presentarci all’altare di Dio divisi, lontani gli uni dagli altri? Quest’altare, sul quale tra poco si rinnova il sacrificio del Signore, sia per voi, cari fratelli e sorelle, un costante invito all’amore; ad esso vi accosterete sempre con il cuore disposto ad accogliere l’amore di Cristo e a diffonderlo, a ricevere e a concedere il perdono.
A tale proposito ci offre un’importante lezione di vita il brano evangelico che poc’anzi è stato proclamato (cfr Mt 5,23-24). E’ un breve, ma pressante e incisivo appello alla riconciliazione fraterna, riconciliazione indispensabile per presentare degnamente l’offerta all’altare; un richiamo che riprende l’insegnamento ben presente già nella predicazione profetica. Anche i profeti infatti denunciavano con vigore l’inutilità di quegli atti di culto privi di corrispondenti disposizioni morali, specialmente nei rapporti verso il prossimo (cfr Is 1,10-20; Am 5, 21–27; Mic 6, 6-8). Ogni volta quindi che vi accostate all’altare per la Celebrazione eucaristica, si apra il vostro animo al perdono e alla riconciliazione fraterna, pronti ad accettare le scuse di quanti vi hanno ferito e pronti, a vostra volta, a perdonare. [...]"

Una domanda allora mi viene spontanea: perché non si ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome? Perche non intitolare "Ogni atto di culto è abominio senza perdono e riconciliazione"? Mi sarei accontentato anche di un più piattamente fedele "Ogni atto di culto è indegno senza perdono e riconciliazione". Infatti se anche il Papa usa la parola inutile, essa è preceduta da concetti che mostrano qualcosa di più della semplice inutilità, della semplice perdita di tempo. Infatti se la riconciliazione è "indispensabile per presentare degnamente l'offerta all'altrare" allora vuol dire che chi lo fa, si presenta indegnamente! e che ci si accosta indegnamente!
Allora, leggendo le citazioni bibliche riportate, apparirebbe troppo vera l'affermazione che chi si accosta a Dio col cuore pieno di rancore, è paragonabile a un abitante di Sodoma e Gomorra, a un uomo che bestemmia pregando?

Questione di lana caprina? Forse! Ma per chi non cammina fuori dalla storia, in un mondo e in un'Italia invasa da tanti odi politici, religiosi, etnici, camorristici e mafiosi, fa specie che la forza del linguaggio l'OR la usi solo per quetioni di etica sessuale o per decidere l'indecifrabile istante della morte o per scaricare sui coniugi divorziati il fallimento ecclesiale della pastorale familare... Giudicate voi!
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter