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domenica 2 settembre 2012

L'ultima intervista

Il rito della lavanda dei piedi in Duomo

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme, e Federica Radice hanno incontrato Martini l'8 agosto: «Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo».

Come vede lei la situazione della Chiesa? «La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (...) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell'istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi? «Padre Karl Rahner usava volentieri l'immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell'amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa? «Ne consiglio tre molto forti. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un'autorità di riferimento o solo una caricatura nei media? Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (...) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (...). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell'uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti. Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l'indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (...). L'atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l'avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: "Signore non sono degno..." Noi sappiamo di non essere degni (...). L'amore è grazia. L'amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente? «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall'aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l'amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

Georg Sporschill SJ, Federica Radice Fossati Confalonieri

sabato 17 aprile 2010

Mi ami più di loro?...

Mi ami più di loro?! … ma che cosa significa veramente “amare di più”? Difficile da dire, ancor più difficile, come ogni paradosso esistenziale, collocarlo con equilibrio nella complessità delle relazioni. Ma ogni innamorato l’ha provato! Forse siamo al mondo (come un po’ troppo schematicamente diceva l’antico catechismo) per imparare proprio questo. – e ci vuole una vita! Ognuno con la sua storia, le sue ferite, i suoi fallimenti e le sue illusioni… E i suoi ricominciamenti, che – secondo Gesù – la vita sempre riconcede. Perché, appunto, è inesauribile la fame che ci muove di essere “amati di più”. E quando questa fame fosse finita siamo finiti anche noi, svuotati come viaggiatori senza meta. Il Vangelo è lo smascheramento delle illusioni o ambiguità o falsità del cammino, con un rigore ed una tenerezza sconcertanti – che inchiodano alla propria debolezza impotente chiunque lo ascolti con sincerità e non cerchi di mascherare dietro le insufficienze altrui le proprie paure e delusioni. E la voglia di tornare indietro. Di “amare di meno”, per soffrire di meno! Il Vangelo non ci insegna una tecnica psicologica o psicanalitica, ma ci è presenta un personaggio – il protagonista di questa “buona notizia” del possibile ricominciamento – che ci chiama ad un percorso dietro lui : va a dire ai miei fratelli che li aspetto in Galilea. La Galilea è il posto da cui era partito per il suo viaggio finale. Fino alla sua passione, morte e risurrezione. Quante attese, quanti entusiasmi, quanti passi di gioia e condivisione e quanti momenti duri e amari… per arrivare fino a lì – per imparare ad “amare di più”. Con la sua famiglia e le inevitabili incomprensioni, con i compaesani delusi e aggressivi, con i capi e i maestri del popolo, ma soprattutto con gli amici, i discepoli e le donne, a cui ha aperto il cuore e la mente … senza risultati immediati, ma senza pentimenti! Fino a patire all’estremo, nella pelle e nell’anima, cosa vuol dire “amare di più”. Gesù ha mantenuto vivo questo fuoco (e la passione perché divampasse nel mondo), nella fatica, nell’abbandono e nella solitudine – senza mai prendere occasione dalla debolezza e nemmeno dal tradimento per diminuire l’amore! È il segreto misterioso di questa qualità divino/umana dell’amore che vuole illuminare quest’ultima pagina pagine aggiunta al vangelo di Giovanni, dopo che già era stato raccontato tutto.
“Rivolgendosi a Simone Gesù gli chiede: “Mi ami tu più di costoro?”. Richiesta esorbitante, non solo perché rivolta a chi aveva rinnegato il suo Signore, non solo per quel curioso “più di costoro”, ma anche e specialmente perché Gesù usa il verbo amare / agapào che indica l’amore totale, esclusivo, incondizionato cioè perfetto, “santo”. Pietro non osa rispondere con lo stesso verbo (forse lo avrebbe fatto prima di conoscere l’amara esperienza del tradimento): risponde semplicemente e poveramente “Ti voglio bene”, usando il verbo dell’amore amicale philéo. Nella seconda domanda Gesù insiste con la richiesta dell’amore totale e Pietro insiste nella seconda risposta con l’offerta del suo povero, umile, amore. Alla terza domanda e risposta non è Pietro che cambia il verbo: è Gesù! “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?” e Pietro – sebbene “addolorato che la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?” (che fosse cioè Gesù ad avere dovuto cambiare il verbo dell’amore) – gli risponde: “Signore, tu sai tutto, sai che ti voglio bene”. Si potrebbe quasi dire che non è Pietro a convertirsi a Gesù, ma è Gesù che “si converte” a Pietro, si adatta al suo linguaggio e alle sue possibilità. È questa “conversione di Dio” che mi colpisce profondamente: anche perché è a partire da essa che Gesù pronuncia l’imperativo nel quale sbocca tutto l’itinerario educativo con cui aveva formato il suo apostolo: SEGUIMI!” (Gv 21, 19). Così dal fallimento è cominciata la storia nuova della santità personale di Pietro, spinta fino al martirio, quando egli dirà, non più con le parole, ma con il gesto della vita donata e con il silenzio eloquente della morte, la parola dell’amore esclusivo e totale per il suo Signore!” (card Martini).
Gesù vive questa qualità dell’amore che è entrare nell’amore dell’altro, e lasciarsene mangiare Ci vuole una libertà interiore totale, di fronte alla quale la “diversità” (fosse anche l’immaturità!) dell’amore dell’altro non è un limite, ma una sfida. Che esige un “di più” di amore e niente da perdere, come dice Giovanni di Gesù : avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine! Il giovane ricco era ricco di doti morali e di beni materiali, ma aveva paura di perderli. Gesù, comunque, lo guardò e lo amò! E di certo il suo amore è rimasto dentro il giovane … ad attendere la maturazione delle possibilità di germogliare. Pietro ha percorso tutte le tappe dell’immaturità dell’amore: la presunzione (anche se tutti ti abbandonassero, io darò la vita per te!), il rinnegamento, ribadito e drammatico (non conosco quell’uomo!). Ma l’amore di Gesù lo riaccoglie e lo ama così com’è: Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro … (Lc 22,61). Ed ecco nell’ultima pagina del vangelo, il perdono come rifondazione tenera e appassionata dell’amore, instancabile e rigeneratore, sempre a partire dalle umane fragili possibilità soggettive. Chi “ama di più” entra nell’amore dell’altro, accogliendolo e soffrendolo così come è – perché si fida più della potenza mite ma inarrestabile (divina!) dell’Amore che della impazienza prepotente fremente della propria fame!
Nel gioco sottile delle sfumature delle diverse parole sta forse nascosto il segreto della proposta “cristiana” dell’amore, inaugurata da Gesù con l’esempio della sua vita. Lui ha amato ognuno di noi “più di loro – nessuno ci ha amati così!”. Ha dato la vita per me, mentre io non ero ancora capace di amare. E accoglie ognuno come è, più o meno capace di ricevere il suo invito, affidandosi alla forza stessa interna all’Amore – come si accudisce un germoglio senza poterlo forzare, dandogli il suo tempo. Questo vuol dire, nel limite storico della nostra quotidiana debolezza, il dono pasquale: Ricevete lo Spirito santo! Gesù ha chiamato, accolto, lodato, rimproverato, perdonato… Pietro – sempre nel segno dell’amore, sostenuto da una pazienza “materna” inesauribile, che solo la piena gratuità della dedizione può sostenere. Forse ogni amore deve essere così: bisogna che l’altro cresca e che io lo attenda, a costo di diminuire, a rischio di morire, prima che mi ami di ritorno. Amami più di tutti, vorrà dire questo? Rendere Pietro (e tutti noi!) consapevole che l’amore che Gesù ha per lui è così! Il “di più dell’amore”… vuol dire questo, dunque! E quando l’altro s’accorge e si strugge [… addolorato, che per la terza volta gli domandasse : mi ami tu …?], forse gli matura dentro la dinamica vera dell’Amore e scoppia la possibilità di un salto di qualità. Che non è prodotto della nostra umanità di carne, ma dallo lo Spirito che lui ci ha mandato… e geme dentro di noi…
«Se si potesse possedere, afferrare e conoscere l’altro, esso non sarebbe l’altro. Possedere, conoscere, afferrare sono sinonimi di potere. La relazione con altri è l’assenza dell’altro; non assenza pura e semplice, non l’assenza del puro nulla, ma assenza in un orizzonte di avvenire, un’assenza che è il tempo» ( Emmanuel Lévinas)-
Il tempo per maturare! Amare di più è accettare la sfida del tempo, dell’amore che non c’è ancora – dunque la sfida della precarietà, ma anche della fecondità creativa! È affidarsi davvero all’altro, alla sua libertà trepida e fragile, alle sue paure e al suo desiderio di ricomporre l’armonia della sua dedizione, di reimparare ad amare… E per resistere, nel nostro piccolo struggente dramma quotidiano, all’assenza dell’amore, alla solitudine che dà spazio all’altro di essere se stesso… occorre l’aiuto di Chi nella concezione dinamica cristiana di Dio è l’Amore… che si vogliono gli altri Due! Neanche nel nostro piccolo, infatti, ci può essere Pasqua (l’incontro con il crocifisso risorto!) senza Pentecoste: senza che il suo Spirito ci entri nel cuore e lo coinvolga nella dinamica del suo amore, lavandolo progressivamente da ogni ambiguità!

martedì 25 novembre 2008

L’Amore è più forte di ogni interrogativo

Ho esitato molto a scrivere di questa mia esperienza familiare. Quando si vive in una casa divenuta chiesa, accanto a un letto divenuto altare, le parole si svuotano fino a scomparire. È il silenzio che parla. Poi pensi che, se abiti in una vera chiesa, anche se domestica, devi lasciare le porte spalancate, devi permettere che la vita entri ed esca per accogliere ed essere accolta.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Mariapia Bonanate in Famiglia Cristiana n. 47 del 23 nov. ‘08

lunedì 10 novembre 2008

Aliens!



È da tempo che noto la presenza tra di noi degli extraterrestri!

Chi sono gli extraterrestri? Sono gente (gente?) che vive altrove, che dei problemi della terrestri neanche se ne accorgono, tutti intenti a eccitarsi con le loro verità marziane… Gente (gente?) preoccupata di salvare le loro verità stratosferiche anche a costo di lasciar morire l’umanità terrificata che vive nelle caverne buie di una vita in ogni senso disfatta

Il loro Dio? è quanto di più extraterrestre possibile! Il più extraterrestre di tutti gli extraterrestri, perché vive sempre altrove in un altro Universo che per quanto vicino e perfetto (lo chiamano paradiso!) è sempre parallelo!
È un Dio mai nostro, è un Dio mostro! Che serve per sfruttare non per sviluppare! E anche se interviene con qualche portentoso prodigio (li chiamano miracoli!), questi non cambiano il gravitare della Terra ma servono soltanto ad alienarne il movimento.

Se vengono a trovarci è per invaderci non per incontrarci. Se sono gentili, ci vogliono portare nel loro mondo, fuori dal nostro… ma non ci aiutano a ordinare casa nostra, ci fanno schiavi nella loro!

Alcuni si vestono da cardinali, altri da papi, altri da giornalisti, altri ancora si mischiano come zizzania tra la gente comune, ma subito li riconosci perché parlano di cose che non ti scaldano il cuore e mai si chinerebbero a raccoglierti un fiore… Intorno a sé fanno il vuoto perché come buchi neri, ingoiano ogni speranza di luce e come l’antimateria, avvicinarli distrugge…

Ma la nostra salvezza è nel Dio di Gesù Cristo che imparò, nell’ascolto vero del progetto d’amore per i terrestri del Padre, che la verità più vera, se resta quella di un extraterrestre non serve a nessun terrestre! E per questo che da extraterrestre, la verità che egli era, si fece completamente terrestre. In tutto fuorché nella voglia di tornare a essere extraterrestre!

Ecco, cari extraterrestri alla Magister”, il vero significato delle parole che non riuscite a capire di Martini, uno dei rari terrestri sopravvisuti alla vostra invasione… Non dovete andare oltre le stelle per trovarle, dovete sprofondarvi nel fango della terra se volete odorarle… Proprio come le adora il Nuovo Adamo figlio di Adamo!

domenica 6 luglio 2008

I peccati di Messori

L'antefatto
Leggo a pg 23 del Magazine – Corriere della Sera del 12 giugno 2008, uno scritto di Vittorio Messori che riporto integralmente:

«La lezione del card. Martini
Peccati Vaticani di Vittorio Messori
Che scandalo per il Vaticano! Che coraggio il cardinal Martini! Che scoop per il quotidiano che ha pubblicato la notizia. Predicando gli esercizi spirituali al clero, l’arcivescovo emerito di Milano si è lasciato andare a una rivelazione: i sacerdoti cattolici non condividono il privilegio mariano della esenzione dal peccato originale. Dunque, anche i preti possono peccare, essi pure sono a rischio di invidie, gelosie, mormorazioni, vanità, carrierismo. E talvolta cedono a simili sirene. Insomma, i miti vanno una buona volta sfatati: persino chi ha ricevuto gli ordini sacri può cadere in qualche mancanza. Ironia, ovviamente, la nostra.
Ma giustificata e un po’ amara: spiace, in effetti, constatare che si dia tanto risalto a ciò che sin dai tempi del Concilio di Trento costituisce il tema obbligato di una giornata di predicazione ai ritiri del clero: le colpe dei consacrati. Ma, ancor prima, nei secoli dei grandi Padri classici e dei grandi Spirituali medievali era continua l’insistenza sulla Ecclesia immaculata ex maculatis, la Chiesa santa malgrado i suoi uomini (e donne) peccatori. Una novità? Sì certo, ma antica come il Nuovo Testamento.»

I rimandi
Confrontate lo scritto con l’articolo a cui “si” risponde Messori (nell’anticattolico giornale Repubblica.it e pubblicato anche nel blog); notate le parole (che ho messo in evidenza) che relativizzano il tutto… Aggiungete che, guarda caso, in un modo o nell’altro, c’è di mezzo il solito Cardinal Martini… notate infine che il finale sembra quasi un invito ai giornalisti a un comportamento omertoso, infatti sembra dire: “suvvia non sono notizie di cui devono occuparsi i giornalisti!”… E fatevi la vostra opinione, io qui do la mia, alla luce del Vangelo, come quello propostoci dalla liturgia in occasione della festa di san Tommaso apostolo (Gv 20,24-29).

Tornando al Vangelo
La Parola di Dio si sa è inesauribile, questo quindi ci aiuta di farne emergere di volta in volta aspetti che sappiano aiutarci a dare un significato nuovo alla storia sacra che stiamo vivendo…
In riferimento a questo brano evangelico, possiamo quindi porci questa domanda: Qual è il problema di fondo?

L’alleanza tra Narciso e Prometeo
Il problema di fondo è che ciò che fa fatica alla fede è cogliere in modo adeguato la “relazione”, la “connessione”, tra il Risorto e il Crocifisso! È questo, ieri come oggi, che fa problema esistenzialmente! Che è in fondo la vera questione della fede in Cristo!

Mi spiego: tutti i cristiani credono e proclamano che il Figlio di Dio, si è fatto uomo in Gesù di Nazaret detto il Cristo, patì sotto Ponzio Pilato, fu Crocifisso, è morto per la nostra salvezza ed è Risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre e che tornerà nella gloria, ecc. Tutte cose, e altre ancora, che proclamiamo nel “Credo” ogni domenica come una cantilena…
Ebbene sembrerà strano ma questo oggi non fa problema, come non fa grande problema credere alle stimmate di Padre Pio, ai miracoli di Lourdes, e a ogni cosa che in qualche modo per quanto ci affascini non cambia la nostra vita più di tanto… Nella “storia che ci è data di vivere”, il nostro agire concreto, in campo economico, politico, sessuale, relazionale, ecc., non ne è assolutamente “sconvolto”, al massimo si aggiunge qualche preghiera in più, qualche pellegrinaggio o offerta in più, penitenza e digiuni compresi… Cose santissime e rispettabili certo ma per cui il nostro modus vivendi non è per niente chiamato a cambiare, a fare metànoia… e lo sguardo sulla realtà non cambia radicalmente.

Come a ben vedere non cambia più di tanto il “sapere” che Gesù Cristo una volta morto sia tornato in vita, dopotutto se credi che Gesù è Dio… ci mancherebbe altro che Dio non possa risuscitare…

Si può quindi continuamente “credere” alla Risurrezione di Cristo, ai miracoli, e continuare a non-credere che sia possibile un mondo di pace, che sia possibile convivere con i rumeni e i rom, che sia possibile cambiare la società italiana (e del mondo) rendendola più accogliente, aperta, multietnica e multireligiosa e pulita e onesta, ecc., ecc., e proprio per questo più sicura: Sicura per amore e non per forza (che poi la rende ancor più insicura) mettendo poliziotti (e militari) in ogni quartiere del paese o armando ogni cittadino (come il cristianissimo Stati Uniti d’America docet!). E questo perché?
Perché il “senso religioso” dell'uomo, crea idoli che non convertono nessuno in quanto proiezione del proprio “io”, in quanto forma sublime del proprio narcisismo che si fa prometeico pur di diventare un dio.

La Croce come forma della Risurrezione
Occorre quindi ricominciare dal Vangelo e, come insegna l’episodio di Tommaso, scoprire che il problema umano non è riconoscere Dio, ma riconoscere quella “forma divina” che si manisfesta in Gesù di Nazaret, e cioè, riconoscere che «Il Risorto è il Crocifisso!»...

Quello che fa problema alla comunità di Giovanni (o chi per lui) e a noi, è che il Risorto è il Crocifisso: non solo sono la stessa persona, ma sono all’interno della stessa “economia” salvifica. L’una non cancella l’altra, ma l’una rimanda all’altra, perché l’una “è”, in qualche modo, l’altra… Il passaggio dal Crocifisso al Risorto è più facile (forse perché più predicato), ma non è autentico se non si fa anche il passaggio contrario (basta vedere tutte le deviazioni doloristiche di una certa ascesi cristiana). E cioè non solo “il Crocifisso è risorto” ma anche che “il Risorto è crocifisso”, insomma il Risorto è tale perché si è lasciato crocifiggere! Anzi la Croce l’ha “agognata”!

Ecco perché nel Vangelo di Giovanni, la crocifissione “coincide” con la risurrezione: è morendo corporalmente sulla Croce che il Cristo entra corporalmente vivo (Risorge) nella gloria del Padre!

Per Giovanni, “essere innalzato” e “essere glorificato”, coincidono: è dire la stessa cosa. Cioè la Croce è la forma della Risurrezione!
Giovanni lo aveva già “mostrato” nel racconto della Passione, dal “modo regale” di consegnarsi alla Croce di Gesù e di vivere la Passione, ora deve “mostrarlo” per così dire, anche dall’altro versante, dal versante del Risorto e mostrare come nel Risorto permangono i segni della Passione…
Ecco perché è importante il gesto di Tommaso: perché riconosce nel Risorto i segni del Crocifisso, riconosce nel Risorto la forma della Risurrezione di Dio, cioè la crocifissione. Riconosce nel Glorificato la forma della Glorificazione propria del Dio di Gesù di Nazaret (cfr il “Mio Signore e mio Dio!”). Il “mondo” infatti conosce ben altre forme di glorificazione. Ma solo quella della crocifissione di Gesù, è propria di Dio (e dei suoi figli)...

Il “togliere” la crocifissione dalla risurrezione è l’errore di fondo degli apologisti odierni privi di speranza (cfr Prima lettera di Pietro)… Infatti loro non danno ragione della speranza, vogliono solo impedire d’essere crocifissi, come se potesse esistere per il discepolo una resurrezione-glorificazione-santificazione senza viverne (“agognandola”!) la crocifissione (di per sé essa è possibile, ma solo secondo l’autodistruzione del “mondo”, non secondo il Padre)…
Di fatto la loro, al di là delle loro buone intenzioni (ma la logica del “mondo” è piena di buone intenzioni che riempiono la storia di cadaveri), rifiutando di vivere la crocifissione della Chiesa, ne “ritardano” la glorificazione, e in questo modo, separano la Chiesa (e la sua vocazione), dal Cristo (e la sua missione). Il Corpo dal Capo.
A ben vedere, è una forma di “apostasia culturale” in quanto rifiuta di cogliere la “logica” profonda che prende corpo nella persona di Cristo, almeno così come ci è trasmessa dagli Apostoli.
Non è un caso che gli Apostoli non abbiano mai omesso di parlare apertamente dei problemi e dei peccati delle proprie comunità cristiane e persino del proprio tradimento proprio per sottolineare insieme al ravvedimento-conversione in “cosa” effettivamente esso consista: “credere” nella logica dell’amore crocifisso, perché unica forma d'amore che salva il mondo. E lo salva perché appunto si lascia uccidere piuttosto che uccidere (si può “eliminare” il prossimo persino per amore!). Ecco perché Gesù “doveva” morire in Croce e noi con lui “dobbiamo” morire in Croce. Nella testimonianza apostolica, il ravvedimento infatti è reso “definitivo” solo dalla piena conformazione al Crocifisso nel martirio: e questa è la “testimonianza” del discepolo.

Non capire questo vuol dire non aver colto il cuore del messaggio evangelico e inciampare in molti altri “errori”, che come a grappolo, bombardano il cristiano distratto e ammaliato da tanta abile retorica.

La Chiesa vuota e impenitente
Tra i tanti, il più grave è quello che partorisce un’idea astratta di Chiesa (come ipostatizzata), separata dalla “storia dei suoi membri. La Chiesa santa da una parte e i suoi membri poveri peccatori dall’altra (notate quel “malgrado”)… In questo modo di parlare della Chiesa non solo si manifesta un’idea di Chiesa “vuota” (guarda caso proprio come le nostre chiese dove i fedeli sono altrove), ma anche ne consegue che “la Chiesa – in quanto Chiesa – non può chiedere perdono” e nessuno, nemmeno la Chiesa, può comunque “chiedere perdono per errori e/o peccati del passato di qualche suo membro peccatore” (e qui si contraddice persino la “comunione – nella buona e cattiva sorte – dei santi”).

Mentalità alquanto diffusa quest’ultima in ambito ecclesiale e teologico e giornalistico, ma che dimentica, tra l’altro, separando il Corpo dal Capo, che se Gesù Cristo ha chiesto perdono al Padre di peccati che non ha assolutamente commesso, (e quindi ha chiesto perdono anche a noi, perché l’amore del prossimo e l’amore di Dio sono inseparabili), ancor di più deve farlo il “ladrone” che li ha commessi, se vuole essere “buon” discepolo ed ereditare il Regno (cfr Beatitudini).

La santità come perdono
La santità della Chiesa cioè è la santità che nasce dal perdono di Dio Padre in Cristo e il perdono lo si accoglie riconoscendosi peccatori e perdonandosi a vicenda… Come ci insegnano ancora una volta gli Apostoli quando si rivolgono ai “membri” delle comunità cristiane da loro dirette chiamandoli “santi” e nello stesso tempo non esitano nella stessa missiva ad elencarne i limiti, errori e peccati…

L’«unica» missione
La missione della Chiesa quindi, non è quello di passare il tempo a difendersi dalle accuse (per di più a dir poco non infondate), sminuendo magari la portata dei propri “errori”, ma dopo essersi battuta il petto per i propri peccati (presenti e passati) apertamente e sinceramente nella Verità crocifissa, deve fare propri anche i peccati e le colpe di tutti coloro che il perdono non sanno o non vogliono domandarlo, anche e soprattutto di coloro che non la riconoscono inviata dal Padre e da Cristo per essere strumento di salvezza condotto dallo Spirito (amore crocifiggente tra il Padre e il Figlio e i figli)… La Chiesa, corpo di Cristo, solo così rende attuabile, nell’oggi della storia, la grazia del perdono possibile anche per ogni creatura… E realizza se stessa come inviata dal Dio.

La vera apologesi
Questo sì che è vera apologetica perché è andare “contro” la mentalità di questo mondo, facendo propria quella del Padre manifestatasi in Cristo-Capo. Ciò però domanderà un cambiamento di rotta radicale del modo di condurre oggi la barca della Chiesa, ma se non scendiamo dalla Croce, il mondo (e noi con loro) sarà “convinto in quanto al peccato” e per questo salvato (Gv 16,8ss; cfr anche 16,20ss).

venerdì 13 giugno 2008

Se il gratuito si appanna… nella chiesa...

di Zita DAZZI

MILANO - Una durissima lezione per gli uomini di Chiesa, peccatori come tutti gli altri uomini. E un severo ammonimento ai preti: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Occorre un vero rinnovamento della mente». Malato e sofferente per il Parkinson, pensava di non farcela, il cardinale Carlo Maria Martini, a predicare gli esercizi spirituali. E invece, appena tornato da Gerusalemme, è arrivato fino a Galloro, vicino ad Ariccia, alla casa dei gesuiti, dove si recano i sacerdoti a meditare. E con loro, interrompendo le omelie di tanto in tanto per sottoporsi ai controlli clinici, è stato molto chiaro, commentando i brani della lettera di San Paolo al romani, dove si parla del peccato: «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti».
Una vera e propria lezione sui «vizi capitali» della Chiesa d’oggi, senza nessun timore di dire cose sgradevoli. Anzi con la certezza di offrire «una pista di riflessione». Martini ha voluto parlare dei «peccati che interessano proprio noi come chierici»: anzitutto i peccati «esterni», come le fornicazioni, gli omicidi e i furti, precisando «questi ci toccano meno di altri, ma comunque ci riguardano anch’essi». E poi è passato ad esaminare «le cupidigie, le malvagità, gli adulteri». Ha ammonito: «Quante bramosie segrete sono dentro di noi. Vogliamo vedere, sapere, intuire, penetrare. Questo contamina il cuore. E poi c’è l’inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c’è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità».
L’arcivescovo emerito di Milano ha parlato poi dell’invidia, «il vizio clericale per eccellenza: l’invidia ci fa dire «Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?». Ci sono persone logorate dall’invidia che dicono «Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?»«. E ancora: «Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma... «.
Carlo Maria Martini, vescovo per 22 anni a Milano, sente il dovere di parlare esplicitamente ai giovani preti, auspicando un rinnovamento: «Devo farlo perché sarà l’ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d’arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa». La sua lezione continua giorno dopo giorno durante la settimana di ritiro spirituale. «San Paolo parla del «vanto di fare gruppo», di coloro che credono di fare molti proseliti, di portare gente perché così si conta di più. Questo difetto grave è molto presente anche nella Chiesa di oggi. Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l’applauso del fischio, l’accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria».
Non fa nomi, Martini, se non quello del papa Benedetto XVI, citato tre o quattro volte, affettuosamente: «Dobbiamo ringraziare Dio di averlo, anche se poi abbiamo qualcosa da criticare». Ma Martini è come se volesse anche mettere in guardia Ratzinger quando, riprendendo le parole del papa, mette in guardia i preti dal «vanto terribile del carrierismo»: «Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso».
Un quadro fosco, che il grande biblista, dettaglia, come può solo chi conosce dall’interno i meccanismi di potere della Chiesa: «Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero».
(Repubblica.it, 5 giugno 2008)

Vedi anche: Martini, il Cardinale e Dio: Il testamento del cardinale, di Marco POLITI
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