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domenica 25 novembre 2012

Oltre la separazione dei “Mondi”

 
 Siamo al momento finale dell’anno liturgico e come tale la liturgia di oggi ha uno scopo in qualche modo sintetico, ricapitolativo, del cammino fatto fin qui durante tutto l’anno.
Siamo sul Vangelo di Giovanni, ma non possiamo ignorare il guadagno che c’è stato durante tutto questo anno della comprensione del mistero cristiano, attraverso la meditazione del Vangelo di Marco. Leggiamo quindi Giovanni certamente secondo la logica e la prospettiva di Giovanni ma senza ignorare quello che abbiamo nel frattempo acquisito col vangelo di Marco. D’altronde i quattro vangeli hanno proprio lo scopo di integrarsi a vicenda e se trovassimo contraddizioni teologiche tra di loro, l’errore è certamente nella nostra comprensione e non nei vangeli.

E cominciamo subito con un problema che l’ascolto del vangelo di Giovanni mi ha posto e che subito mi ha insospettito.
Gesù a un certo punto dice a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Ora, in realtà la traduzione è sbagliata e la frase così tradotta è fortemente esposta a contraddizioni che non hanno soluzione. Infatti apparirebbe legittima la domanda che fu di Giovanni il Battista prima e di Filippo poi, ricordate? “Signore, sei tu il Messia o dobbiamo aspettarne un altro? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora, dobbiamo aspettarne un altro! E ancora, se il tuo regno non è di questo mondo, che ti sei incarnato a fare? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora hanno ragione gli eretici che sostengono che non ti sei veramente incarnato, ma la tua è stata una “apparizione” del divino: tu non hai veramente calpestato questo suolo, ma sei solo apparso quasi come un fantasma… E per finire – senza concludere – se il tuo regno non è di questo mondo, come fai a dire che il tuo Regno è vicino? Si capisce bene che con una traduzione siffatta crolla tutto l’impianto evangelico: di tutti i vangeli e dello stesso annuncio dei suoi discepoli e quindi della Chiesa.
Ciò che fa problema è quel “di” in riferimento al mondo. E ci insegna subito quanto attento deve essere il nostro sguardo sulla bibbia dove anche le virgole possono cambiare tutto il senso di una frase e decidere del nostro atteggiamento in un senso o nell’altro.
L’espressione che la CEI traduce in “di” è la particella greca “ek” che non può essere tradotta in “di” (per il quale si usa invece perì) ma va tradotta semmai in “da”. Sembra una sciocchezza ma tutta la prospettiva cambia e finalmente ogni parte dei 4 vangeli si armonizzano nell’insieme. L’espressione corretta è dunque: “Il mio regno non è da questo mondo; se il mio regno fosse da questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è da qui [anche qui abbiamo enteuthen: tutte le volte che nei vangeli è usato, può essere sostituito meglio con “da qui”, in italiano nel brano in esame stonerebbe ma il senso dell’avverbio è questo: moto da luogo. Qui il senso è chiaro: non è da questo punto che io traggo potere. C’è un’ironia – tipica di Giovanni – sul luogo da cui Pilato prende potere: il pretorio. Come si vede l’espressione “quaggiù” usata dai traduttori se la sono proprio sognata! cfr Lc 4,9; 13,31; Gv 2,16; 7,3; 14,31]”.
Tirando le somme…
Il regno di Gesù è di questo mondo, perché non esistono altri mondi… come ha detto il Papa, Gesù “ascendendo al cielo, non è andato a vivere su un’altra galassia”… il mondo di Dio non può essere che il mondo dei suoi figli… dove volete infatti che abiti un padre o una madre se non accanto ai propri figli?… O pensiamo che Dio Padre se ne vada a vivere su un altro universo aspettando che i suo figli lo raggiungano? A suo modo già santa Teresina l’aveva capito! Diceva a una consorella: Cosa volete che faccia in cielo? Passerò il mio cielo sulla terra a fare del bene… ora pensate che santa Teresina sia qui sola e Dio stia ad aspettarla altrove?
Prima conclusione: Non riusciremo mai a capire il vangelo se non gli permetteremo di cambiare il nostro immaginario simbolico… Dobbiamo smetterla di immaginarci il mondo come un insieme di mondi… noi qua e Dio là… e i morti chissà dove…
L’incarnazione ha proprio questo di significato primo: la fine dei due mondi, la fine dell’aldiquà e dell’aldilà per essere tutti e tutto in Dio, nell’unico mondo possibile quello di Dio. Da cui, ho detto “da”!... cui, ogni figlio riceve vita, dignità, missione, regalità, libertà, giustizia, pace, salvezza. In una parola: diventa uomo. E ciò a partire da Gesù che come noi è di questo mondo, ma non riceve da questo mondo la sua Signoria. Non è questo mondo – ci sta dicendo Giovanni – che ci fa uomini. Non a caso metterà sulle labbra di Pilato: Ecco l’uomo! Essere uomini significa essere signori che – parafrasando Eliseo lo zio di Guido in “La vita è bella” – sanno farsi servi ma non servili perché solo così si può essere servi liberi senza diventarne schiavi. Essere uomini significa essere re e non paggi del padrone di turno (per questo davanti a Erode, Gesù tace rifiutandosi di fargli da giullare).

Chi riceve potere da questo mondo sappiamo a quali condizioni diventa un “grande”, una persona di successo, un vincitore, un’eccellenza nella vita e nel lavoro e nella missione, a cui aspiravano anche gli Apostoli: una grandezza disumanizzante ci ricorda Daniele che – poco prima del brano di oggi – descrive “bestiale”, mostruosa, rapace, violenta, distruttiva, cannibalesca…

I segni della presenza del Regno di Dio, allora non sono la forza, non sono il miracolo, non sono nemmeno le qualità umane e morali che ciascuno di noi può avere, perché anche i pagani hanno doti, qualità e sanno fare miracoli fin dai tempi di Mosè. I segni della presenza del regno di Dio in questo mondo sono esattamente la presenza di uomini e donne che hanno capito la logica attivamente non violenta della croce. Croce che storicamente li rende agli occhi del mondo zoppi, ciechi, sordi, prigionieri, persino pazzi e bestemmiatori, ma che in realtà sono quelli che veramente camminano, veramente vedono, veramente sanno ascoltare, veramente sono liberi, veramente sono saggi, veramente glorificano Dio, perché hanno capito che esiste una sola vera giustizia, una sola verità e di questa insieme a Gesù danno testimonianza: il proprio perdono fino alla morte e alla morte infame. E proprio mentre vive fino in fondo la logica del regno del Padre, fino al rifiuto estremo di usare il potere della forza contro i suoi fratelli fattisi nemici – compreso il potere della forza degli amici che vorrebbero e potrebbero sottrarlo da un’ingiusta condanna (con Gesù ci hanno provato gli apostoli all’inizio, Nicodemo, e persino sua madre) – e proprio mentre vive fino in fondo questa logica fino alla morte, vive ed esperimenta (dolorosamente) il regno che il Padre da sempre crea: il regno di un mondo fondato da relazioni nuove intessute di perdono. Perché è sull’amore che si regge tutta la storia (l’alfa e l’omega della seconda lettura). E così, facendo propria la misericordia di Dio, si rendono/sono resi perfetti come il Padre, e sono resi simili a Lui. Per questo un tale potere di consegnare la propria vita è eterno: perché solo ciò che è umano e non bestiale è eterno, perché solo l’umano veramente tale vive della stessa proprietà di Dio. E lo fa facendo proprio il perdono di Dio. Non a caso in Giovanni più che altri, il trono di Gesù è proprio la Croce, quella croce, , che vissuta così – in ciò che essa rappresenta come rifiuto della logica disumanizzante di questo mondo – diventa il segno e il luogo della propria e altrui (anche degli aguzzini) glorificazione, come ci ricorda san Paolo: ciò che il Padre ha perdonato ha anche giustificato, ciò che ha giustificato ha anche glorificato!

Tutto questo non è un esercizio accademico ma ha conseguenze pratiche nella missione della Chiesa e quindi nella nostra missione nel mondo. Perché da una errata comprensione e traduzione di questo vangelo nascono contraddizioni insolubili dell’essere chiesa. Affermazioni contraddittorie di cui spesso ci si riempie la voce come “la chiesa è in questo mondo ma non è di questo mondo” contraddicono il messaggio evangelico. Una realtà qualunque essa sia che non è di questo mondo, non esiste neanche nel mondo. La teorizzazione di una “separatezza” della Chiesa dal mondo, così cara a una parte del mondo cristiano – che comprende anche una parte della gerarchia cattolica – nasconde una mentalità pagana che niente ha a che fare con la solidarietà storica di Dio Padre in Gesù Cristo.
Siamo chiamati anche qui a rifondare il nostro pensiero, il nostro immaginario perché la salvezza di Dio in Gesù Cristo si manifesti come autentica misericordia e non come enunciazione di principi filosofico-teologici che niente dicono all’uomo prigioniero nell’ingiustizia del mondo.

Il forte sospetto che una errata traduzione del testo evangelico che abbiamo analizzato, venga proprio da una siffatta ideologia di pensiero.

mercoledì 25 febbraio 2009

Dark Age?

Una interpretazione che trova le sue radici nelle polemiche positivistiche ottocentesche, vuole che il Medioevo abbia rimosso tutte le scoperte scientifiche dell’antichità classica per non contraddire la lettera delle sacre scritture. È vero che alcuni autori patristici hanno cercato di dare una lettura assolutamente letterale della Scrittura là dove essa dice che il mondo è fatto come un tabernacolo. Per esempio nel IV secolo Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), su queste basi si opponeva alle teorie pagane della rotondità della terra, anche perché non poteva accettare l’idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all’ingiù.
E idee analoghe aveva sostenuto Cosma Indicopleuste, un geografo bizantino del VI secolo, che nella sua Topografia Cristiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva accuratamente descritto un cosmo di forma cubica, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra.

Ora, che la terra fosse sferica, tranne alcuni presocratici, lo sapevano già i greci, sin dai tempi di Pitagora, che la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche. Lo sapeva naturalmente Tolomeo, che aveva diviso il globo, ma lo avevano già capito Parmenide, Eudosso, Platone, Aristotele, Euclide, Archimede, e naturalmente Eratostene, che nel terzo secolo avanti Cristo aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre.

Tuttavia si è sostenuto (anche da parte di seri storici della scienza) che il Medioevo aveva dimenticato questa nozione antica, e l’idea si è fatta strada anche presso l’uomo comune, tanto è vero che ancora oggi, se domandiamo a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il levante per il ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare, la risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la terra fosse piatta e che dopo un breve tratto le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.

In verità a Lattanzio nessuno aveva prestato troppa attenzione, a cominciare da Sant’Agostino il quale lascia capire per vari accenni di ritenere la terra sferica, anche se la questione non gli sembrava spiritualmente molto rilevante. Caso mai Agostino manifestava seri dubbi sulla possibilità che potessero vivere esseri umani ai presunti antipodi. Ma che si discutesse sugli antipodi è segno che si stava discutendo su un modello di terra sferica.
Quanto a Cosma, il suo libro era scritto in greco, una lingua che il medioevo cristiano aveva dimenticato, ed è stato tradotto in latino solo nel 1706. Nessun autore medievale lo conosceva.

Nel VII secolo dopo Cristo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di acribìa scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore in ottantamila stadi. Chi parla di circolo equatoriale evidentemente assume che la terra sia sferica.

Anche uno studente di liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sapeva benissimo che la terra era sferica, e che scriveva per lettori che lo sapevano. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Beda, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni. La materia del contendere ai tempi di Colombo era che i dotti di Salamanca avevano fatto calcoli più precisi dei suoi, e ritenevano che la terra, tondissima, fosse più ampia di quanto il nostro genovese credesse, e che quindi fosse insensato cercare di circumnavigarla. Naturalmente né Colombo né i dotti di Salamanca sospettavano che tra l’Europa e l’Asia stesse un altro continente.

Tuttavia proprio nei manoscritti di Isidoro appariva la cosiddetta mappa a t, dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano. Naturalmente le mappe a t sono bidimensionali, ma non è detto che una rappresentazione bidimensionale della terra implichi che la si ritenga piatta, altrimenti a una terra piatta crederebbero anche i nostri atlanti attuali. Si trattava di una forma convenzionale di proiezione cartografica, e si riteneva inutile rappresentare l’altra faccia del globo, ignota a tutti e probabilmente inabitata e inabitabile, così come noi oggi non rappresentiamo l’altra faccia della Luna, di cui non sappiano nulla.
Infine, il Medioevo era epoca di grandi viaggi ma, con le strade in disfacimento, foreste da attraversare e bracci di mare da superare fidandosi di qualche scafista dell’epoca, non c’era possibilità di tracciare mappe adeguate. Esse erano puramente indicative. Spesso quello che preoccupava maggiormente l’autore non era di spiegare come si arriva a Gerusalemme, bensì di rappresentare Gerusalemme al centro della terra.

Infine si cerchi di pensare alla mappa delle linee ferroviarie che propone un qualsiasi orario in vendita nelle edicole. Nessuno da quella serie di nodi, in sé chiarissimi se si deve prendere un treno da Milano a Livorno (e apprendere che si dovrà passare per Genova), potrebbe estrapolare con esattezza la forma dell’Italia. La forma esatta dell’Italia non interessa a chi deve andare alla stazione (...).

Si veda ora questa immagine del Beato Angelico nel duomo di Orvieto. Il globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano da Gesù rappresenta una Mappa a T rovesciata. Se si segue lo sguardo di Gesù si vede che egli sta guardando il mondo e quindi il mondo è rappresentato come lo vede lui dall'alto e non come lo vediamo noi, e quindi capovolto. Se una mappa a T appare sulla faccia di un globo vuole dire che essa era intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera.


di Umberto Eco in Repubblica.it, 23 febbraio 2009

martedì 25 novembre 2008

L’Amore è più forte di ogni interrogativo

Ho esitato molto a scrivere di questa mia esperienza familiare. Quando si vive in una casa divenuta chiesa, accanto a un letto divenuto altare, le parole si svuotano fino a scomparire. È il silenzio che parla. Poi pensi che, se abiti in una vera chiesa, anche se domestica, devi lasciare le porte spalancate, devi permettere che la vita entri ed esca per accogliere ed essere accolta.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Mariapia Bonanate in Famiglia Cristiana n. 47 del 23 nov. ‘08

domenica 9 dicembre 2007

A Te grida il dolore innocente. Il senso dell'umana sofferenza

Evento promosso dalla sezione di Milano dell'AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) - Milano, 17 novembre 2007 - 09:15

La registrazione, si può ascoltare direttamente dalla pagina originale del sito di Radio Radicale cliccando qui

Attenzione il materiale è rilasciato con licenza Creative Commons Attribution 2.5 Italy

lunedì 3 dicembre 2007

Lectio Magistralis

Su su... svelti eh, svelti, veloci... Piano, con calma. Non v'affrettate, eh.
Poi non scrivete subito poesie d'amore, eh! Che sono le più difficili aspettate almeno... almeno un'ottantina d'anni eh... Scrivetele su un altro argomento, che ne so, su... su... il mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo, ecco, che non esiste una cosa più poetica di un'altra, eh? Avete capito? La poesia non è fuori, è dentro!
Cos'è la poesia? Non chiedermelo più, guardati nello specchio: la poesia sei tu!
E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva! Lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa: ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!

Innammoratevi! Se non vi innammorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innammorare e diventa tutto vivo, si muove tutto... Dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità!

E come si fa? (Fammi vedere gli appunti che mi son scordato!) Questo è quello che dovete fare! (Non son riuscito a leggerli! Ora mi son dimenticato!). Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere felici. Siate felici!

Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh? E se non avete i mezzi non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto!
Avete capito? E non cercate la novità, la novità è la cosa più vecchia che ci sia. E se il pezzo non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh buttatevi in terra! Mettetevi così! Eccolo qua... Iooh! È da distesi che si vede il cielo! Guarda che bellezza! perché non mi ci sono messo prima?
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono!
Fatevi obbedire dalle parole! Se la parola... "muro", "muro", non ti dà retta... non usatela più per otto anni, così impara: Che è questo? boh! non lo so!
Questa è la bellezza! Come quei versi là, che voglio che rimangano scritti lì per sempre!...
Forza cancellate tutto che dobbiamo cominciare, la lezione è finita.
[Attilio (Roberto Benigni) in "La tigre e la neve"]


martedì 13 novembre 2007

La laicità tra verità e carità

Mi è parso interessante questo intervento, molto più ampio e di cui vi propongo una parte, che Gustavo Zagrebelsky ha fatto in un convegno ad Assisi. Lo ritengo adatto ad essere declinato anche come analisi di dialettiche comunitarie molto più ridotte di quelle che possono invece riguardare una intera comunità, nazionale od internazionale. Certo il relatore chiama in causa e analizza il macrosistema “politica”, non ci deve però sfuggire come la citazione finale, di questa sezione del discorso, sia la “A Diogneto” che per sua natura è indirizzata al cammino di ognuno di noi uomini, anzi, anche se per pura esigenza letteraria, è costruita “ad Hoc” come risposta a delle questioni sollevate proprio da un uomo interrogato dalla storia che viveva.

Religione della verità o religione della carità

L’utilità o la pericolosità della religione come rimedio contro le tendenze sociali autodisgregatrici dipende forse anche dalla sua autocomprensione, cioè come concepiamo la religione, come gli uomini di fede concepiscono il vivere la fede. E qui il dilemma è tra religione come religione della verità, e religione come religione della carità. Il dilemma è particolarmente vivo per il cristianesimo, nato originariamente nelle prime piccole comunità come religione della carità: il discorso evangelico della montagna, e i primi due comandamenti. Il Cristo interrogato su quali fossero i comandamenti basilari non afferma una dottrina, dice “amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua forza, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E in origine la Verità – io sono la via, la verità, la vita – era non un complesso di proposizioni teologiche, e tantomeno teologico-politiche, e ancor meno verità sociali o scientifiche. La verità del Cristo era la confessione del Cristo figlio di Dio. La confessione di Gesù il Cristo. Questa era tutta la verità nelle prime comunità cristiane (...). Progressivamente però il cristianesimo è venuto istituzionalizzandosi come religione della verità, capace, attraverso l’uni-formità di un apparato dogmatico, teorico e organizzativo sempre più complesso, di tenere insieme vaste comunità di credenti, in rapporti di vario tipo – conflittuale o di cooperazione – con il potere politico. (...). Le due concezioni del legame comunitario, carità-verità, coesistono dialetticamente e la loro tensione rappresenta uno dei fili conduttori della storia della Chiesa nei secoli. Ora, la questione che mi sembra da porre è se questa distinzione verità-carità sia rilevante nella discussione circa il valore della religione, in particolare di quella cristiana, come tessuto connettivo della vita sociale. L’ipotesi da considerare è se non sia propriamente l’odierna insistenza sulla verità l’elemento che nelle società pluraliste attuali crea divisioni e conflitti. Mentre le cose andrebbero all’opposto se l’accento cadesse sulla carità, capace - essa sì - di creare solidarietà, legami e convergenze non solo tra cristiani, ma anche tra cristiani e non cristiani. È scritto nella Lettera a Diogneto: “La scienza gonfia, la carità, invece, edifica. Chi crede di sapere qualche cosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa nulla: viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita”. In breve c’è qui in nuce la contrapposizione tra l’arroganza della verità e l’umiltà della carità. La prima, a dispetto di tutte le proclamazioni in contrario, cerca la potenza, il potere; la seconda, la carità, ne rifugge. Ed essendo il potere essenzialmente conflitto, competizione, e qualche volta perfino sopraffazione, si comprende facilmente come ogni religione della verità corra il rischio di alimentare tutto questo.

venerdì 2 novembre 2007

Dalla mediocrità all’eccellenza: lo “scambio”

Le affermazioni di James Watson, premio Nobel della medicina, sulla inferiorità della capacità intellettiva dei Neri rispetto agli Occidentali, giustificato, a parer suo, geneticamente, al di là dell’indignazione e della provocazione che possono suscitare come del fiume di inchiostro che hanno scatenato nel riesumare gli stereotipi razziali e l’ideologia che le caratterizza, sollecitano una riflessione profonda sulla natura e la struttura dei rapporti tra gli uomini in vista di un tentativo di raccogliere, in una sintesi necessariamente limitata, le condizioni di possibilità di un’intesa condivisa per una convivenza pacifica tra i popoli, tra le culture… tra di noi… in un mondo determinato più che mai, da un pluralismo radicale delle culture, delle religioni e dei valori.

Il problema principale è quello dell’accoglienza della diversità, sempre esaltata come ricchezza, come ciò che mi completa, sorgente di scambio, di innovazione e di creatività per il genere umano. La mia identità può, nella sua formazione e manifestazione dipendere dell’altro? Il diverso è forse alienante? Perché l’altro ci destabilizza, ci spaventa, ci provoca, ci “ruba spazio” e ci toglie il “muro di sicurezza” che ci circonda?

Il Vangelo, la narrazione credente del fatto Gesù, che non è solo un luogo del credo, ma la storia di un uomo, (senza escludere altri linguaggi storicamente dati), nello svelare l’originaria energia comunicativa dell’evento linguistico, ci offre spunti per radicarci in una prospettiva nuova in vista dell’accoglienza-ascolto dell’altro, dove è l’altro a dirmi la verità su me stesso.
In questa prospettiva una tale verità non si difende, proprio perchè è disarmata e quindi si testimonia e si comunica con la vita… infatti una tale maturazione non si acquisisce con discorsi moralistici e terapie psicologiche, ma in un vissuto autentico dell’esperienza di fede.
L’alterità per non cadere nella reificazione assolutista dell’altro, presuppone una reciprocità, segno di complementarità e di accoglienza vicendevole, perché l’alterità è una componente essenziale della reciprocità. Quindi trattandosi dei “volti” che si incontrano è preferibile l’uso del termine di “scambio” per sottolineare la sete di complementarità dell’altro che mi compie e mi determina…
Nella fede si radica, (si rende operante) l’alterità che Dio opera in me, le fede intesa qui come anticipazione dell’indisponibile. Nella fede infatti noi accogliamo la diversità di Gesù come riferimento ultimo di noi stessi. Più propriamente ancora, la fede costituisce l’esperienza di un lasciarsi accogliere nella diversità di Cristo, come anche afferma san Paolo: “non sono io che vivo, è Cristo che vive in me”. Questo è il senso della nostra consacrazione battesimale o religiosa.
Nella narrazione neotestamentaria dell’evento cristologico, questo rapporto tra le diversità, viene descritto con linguaggi diversi. Si usano così, tra l’altro, le metafore del riscatto e della liberazione… Laddove tuttavia il rapporto assume la sua massima intensità, per cui non c’è soltanto un operare da parte di Cristo qualcosa nell’altro e per l’altro (riscattare, liberare, ecc.), e nemmeno soltanto un generico far propria la realtà dell’altro da parte del Figlio di Dio (“divenne carne”, dove, se carne implica senz’altro debolezza e fragilità, non sembra tuttavia contenere ancora per se stessa il peccato), ma c'è la immedesimazione alla “ultima” diversità dell’altro, cioè il peccato (che suppone quindi una diversità alternativa rifiutante il rapporto stesso). Emerge allora la metafora dello scambio (katallagê) come descritto in 2Cor 5,17-21 :

Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E' stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.”

La comunione di amicizia che la presenza della diversità divina stabilisce tra di noi, evidenzia la manifestazione stessa di ciò che Dio è: la sua “epifania”. Il motivo dell’accoglienza della diversità ultima, non è quindi un adattamento estrinseco a un altro, ma è proprio ciò che ne mette allo scoperto l’identità ultima.

Il compito della fede cristiana è quindi per sua stessa natura un’assunzione di alterità, un rifacimento di soggettività attraverso uno “scambio”. Il rapporto tra due realtà radicalmente diverse, tra quella di Dio e quella dell’uomo, è il fondamento stesso della fede ed è costitutivamente un’assunzione dell’alterità.

Assimilato questo ci eviteremo tante guerre e discordie...

giovedì 25 ottobre 2007

I soldi alla Chiesa - RepubblicaTV

I soldi del vescovo (4 ottobre 2007) - parte prima - seconda parte
La Chiesa come potenza economica. I rapporti tra lo Stato laico e la conferenza episcopale. Un'inchiesta di Repubblica. Con Curzio Maltese
In studio, Curzio Maltese, la Repubblica. A Milano, Luigi Amicone, direttore di Tempi, e Roberto Beretta, giornalista e scrittore. Collegamento con Maria Bonafede, presidente Tavola Valdese, e monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia, monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, presidente del consiglio affari giuridici della Cei. Conducono Paolo Garimberti ed Edoardo Buffoni

martedì 23 ottobre 2007

Da non perdere... su Jesus

Si può ancora ridere di Dio?
a cura di Giovanni Ferro


La satira religiosa dopo l’11 settembre
Diciamocelo: "ridere di Dio" non è mai stato facile. Ma oggi, dopo la tragedia delle Torri gemelle e i rigurgiti del fondamentalismo in tutte le religioni, sembra un’opera impossibile e pericolosa. Eppure, forse, sempre più utile e "santa".

Una risata ci salverà di Piero Pisarra
Fede a prova di Humour di Luigi Bettazzi
L'odio sconfitto dalle battute di Luciano Scalettari
La satira contro il chador di Austen Ivereigh
Beffe sugli integralismi di Luciano Scalettari
Il ruggito del Divino di Antonello Dose e Marco Presta

domenica 21 ottobre 2007

L'eutanasia della ragione della fede...

È un po' che volevo scrivere sul tema ma non osavo, visto però che il dado è stato tratto... eccomi qui! E siccome non è più rintracciabile in rete e per chiarezza, riporto qui l’articolo dell’Osservatore Romano (il grassetto e le lettere tra parentesi quadre sono miei):
"La Cassazione ha deciso ieri di consentire un nuovo processo innanzi alla Corte d'Appello di Milano sul distacco del sondino nasogastrico ad Eluana Englaro, una ragazza in stato vegetativo dal 1992 a seguito di un incidente stradale. Il padre della ragazza chiede infatti di interrompere l'alimentazione artificiale che tiene in vita sua figlia. Le motivazioni della sentenza della Cassazione sono essenzialmente due: il diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente[a], secondo la suprema corte, non incontra alcun "limite"[d] anche nel caso in cui ne consegua "il sacrificio del bene della vita"[b], poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori[c]. La volontà della ragazza è presumibile[e] da alcune dichiarazioni fatte dalla stessa, quando era in piena salute. In una circostanza[f] la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a "vivere una vita artificiale". La seconda motivazione è lo stato di irreversibilità della sua condizione, "secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti"[g].
Premesse che appaiono evidentemente confutabili. Nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l'irreversibilità[h] della condizione di stato vegetativo, se non in base ad una scelta puramente soggettiva. Sulla volontà di Eluana, poi, l'arbitrarietà appare palese. La dichiarazione di un momento[f] non può evidentemente essere presa a parametro per presumere la volontà di una persona riguardo a scelte come quelle che riguardano la contrarietà o meno ad un trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione[i].
Il segretario generale della Cei, il Vescovo Giuseppe Betori, pur non entrando nel merito della vicenda, ha ricordato che la "vita va difesa sempre". In ogni suo momento, si può aggiungere, poiché sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoría. Nel caso specifico della sentenza della Cassazione, dunque, è inaccettabile il relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita. Accettare, pure nel vuoto legislativo, una tale posizione, significa orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia. Di più: introdurre il concetto di pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai confini non più tracciabili. Significherebbe attribuire appunto ad ognuno una potestà indeterminata sulla propria esistenza dalle conseguenze facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di vista etico". (Ma.Be.)
(©L'Osservatore Romano - 18 Ottobre 2007)
Fin qui l’Osservatore. Ma è proprio corretta l’informazione che l’OR trasmette sulla sentenza della Cassazione? L’OR da’ una sua informazione che non sembra corrispondere né al testo né al suo contesto. Facciamo un confronto, mettendo ordine tra quanto riportato dall’OR e ciò che effettivamente afferma la sentenza della Cassazione:

L’Osservatore Romano:
  1. La Cassazione afferma “il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente”
  2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita”
  3. poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
  4. questa autodeterminazione, “non incontra alcun “limite”
  5. la volontà della ragazza è presumibile da alcune dichiarazioni… quando era in piena salute
  6. in una circostanza la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a “vivere una vita artificiale”// la dichiarazione di un momento
  7. secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti
  8. nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo
  9. trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione
La Cassazione nella Sentenza n° 21748 del 16/10/2007 dichiara:
    1. Il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente
    2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita” (§6.1)
    3. Poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
    4. Questa autodeterminazione incontra un’eccezione e a due condizioni che devono sussistere entrambe: perché “ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l'autorizzazione”
    5. Quando la volontà del paziente “sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo”
    6. E questo si deve evincere “dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti”…
    7. quando la condizione di stato vegetativo sia in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile”
    8. e questo esclude “la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno”.
    9. «non v'è dubbio che l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario». Ma «Diversamente da quanto mostrano di ritenere i ricorrenti, al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino”
Solo i primi tre punti sono sostanzialmente corretti, gli altri sono praticamente inventati! All'autore dell'articolo però, sembra che siano bastati per non continuare a leggere la sentenza! Puramente arbitrario poi appare il punto h.: non si capisce in base a quale presupposto venga formulato! Capisco che siamo davanti a un articolo di giornale, anche se dell’OR, ma se pretende di avere autorevolezza, dovrebbe dare più oggettività alle proprie affermazioni. Se i Papi parlano spesso, penso giustamente, di correttezza dell’informazione, ancor più questo dovrebbe valere per i “suoi” servizi informativi. Solo all’interno di una informazione corretta ed esaustiva si può aprire rettamente il dibattito, anche etico, sull’opportunità di una tale sentenza e sul suo contenuto, ecc., ecc.: ma partendo da ciò che effettivamente è scritto e non da ciò che è temuto. Resta da fare una osservazione, e non da poco, sulla “pluralità dei valori” che l’OR sembra temere e rifiutare! La pongo sotto forma di domanda: la libertà religiosa, così solennemente ribadita dal Vaticano II e riaffermata con forza dai Papi, compreso l’attuale, non costituisce forse l’affermazione di una legittima pluralità di valori? E l’etica, non è una concretizzazione del “credo (o non-credo) religioso”? Insomma, posso credere al "mio Dio" ma non posso viverne l'espressione (tra cui la morale), che ne consegue? Questa separazione tra la fede e la vita, non è, per non dire altro... poco cattolica? (Provate ora a pensare alla nosta posizione con l'islam e vedrete come lo schema si ripete...)
Stiamo attenti al fatto che, nell’intento polemico di contestare certe affermazioni, rischiamo di contraddire non solo la storia (e non solo recente!), della Chiesa, ma di sposare in qualche modo la posizione di stampo lefreviano che proprio a questa pluralità di valori si oppone e che quindi senza accorgersene ha una visione protestante, perché disincarnata, del cristianesimo. Il pericolo, non tanto ipotetico, è ricalcare i tempi bui della “guerra di religione”, magari sotto la nuova forma di una “guerra sull’etica”: e così per non “ammazzare” un malato terminale, si “ammazzeranno” i sani! Il che sarebbe uno strano modo di voler "evangelizzare le genti"[*].
Il problema è serio e non di facile soluzione (né applicabile forse, in ogni situazione e a tutti), ma deve essere affrontato con quella serietà che il dramma delle persone in gioco ci domandano. Ci sarà bisogno, leggendo attentamente la sentenza, di ben altro che un articoletto, foss’anche dell’OR, per contestare quello che sembra una posizione altamente meditata e qualificata, fondata persino su valori e impostazioni che sono capisaldi filosofici e teologici della dottrina cattolica sul rispetto e sulla dignità della persona umana: altro che "vuoto di valori"! A meno che, non si prendano per "valori vuoti" anche quelli cristiani! Un esempio? Se non avete tempo di leggervi tutta la sentenza, almeno meditatene questo frammento:

Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale.
Ciò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive.
Ed è altresì coerente con la nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza.
Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita.
Benché sia stato talora prospettato un obbligo per l’individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere comportamenti ritenuti vantaggiosi o addirittura necessari per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio ritiene che la salute dell’individuo non possa essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva. Di fronte al rifiuto della cura da parte del diretto interessato, c’è spazio – nel quadro
dell’“alleanza terapeutica” che tiene uniti il malato ed il medico nella ricerca, insieme, di ciò che è bene rispettando i percorsi culturali di ciascuno – per una strategia della persuasione, perché il compito dell’ordinamento è anche quello di offrire il supporto della massima solidarietà concreta nelle situazioni di debolezza e di sofferenza; e c’è, prima ancora, il dovere di verificare che quel rifiuto sia informato, autentico ed attuale. Ma allorché il rifiuto abbia tali connotati non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico.

Mi sembrano affermazioni sufficienti a far sbiancare ogni nostra presunta, arrogante, dogmaticistica, certezza!
__________________________
[*] A questo proposito, si veda come noi cristiani ci comportiamo con le altre religioni che convivono in Occidente, e capiremmo come questa mentalità protestante stia dilagando nel sentire comune della società occidentale: "Che preghino nei loro templi e moschee, e sinagoghe, ma tra di noi, nella nostra società dalle salde radici cristiane, devono comportarsi secondo i parametri nella nostra fede!". Mi sembra che questa posizione, non sia semplicemente un problema "politico" ma esso contraddica, separando fede e vita, il fondamento stesso della fede cristiana a cominciare dall'Evento dell'Incarnazione, che fa della Storia il dirsi della Fede. Occorre inaugurare un ecumenismo autentico che coinvolga tutti gli ambiti della fede-vita e non solo i suoi aspetti dottrinali. Un cantiere che nessun soggetto sociale sembra, allo stato attuale delle cose, neanche lontanamente immaginarsi di dover affrontare!

Una nota halachica del Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma

Qualcuna di noi conosce personalmente Eluana. Seguiamo così "più da vicino" il suo cammino.
Recentemente la Corte di Cassazione ha accolto l'ultimo degli otto ricorsi legali del padre e della madre di Eluana Englaro e ha ammesso, per la prima volta in Italia, la possibilità di lasciar morire i pazienti nelle sue stesse condizioni .
Ci sembra importante sentire anche la voce di chi "fa e ascolta" ciò che dice il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Riportiamo un intervento del Rav Riccardo Di Segni pubblicato sul sito: http://www.torah.it/

In relazione alla recente decisione della magistratura italiana e alle relative discussioni, si ritiene opportuno fornire questo chiarimento halakhico e legislativo.

"Tutti i decisori hanno stabilito che è proibito interrompere la somministrazione di cibo e liquidi a pazienti gravi allo scopo di affrettarne il decesso, e questo anche se si tratta solo di astenersi da atti (come non rinnovare infusioni ecc, ndt). Il motivo è che l'alimentazione è considerata una cosa naturale necessaria a tutti gli esseri umani e agli esseri viventi e chi toglie il cibo alle persone è considerato omicida; secondo i Maestri la morte per fame è la peggiore. Se il paziente rifiuta di mangiare, bisogna convincerlo e spiegargli l'importanza del cibo. Se ciò malgrado insiste nel rifiuto, c'è chi ha scritto che non bisogna costringerlo, se è adulto e cosciente; e c'è chi ha scritto che bisogna nutrirlo anche contro la sua volontà. In ogni caso a un malato che secondo la valutazione dei medici non ha speranza di vita e soffre si può interrompere il nutrimento per via endovenosa e nutrirlo per mezzo di un sondino nasogastrico o anche limitarsi a somministrare acqua e zuccheri endovena.

Pertanto è chiaro che bisogna dare da mangiare e bere al malato nei modi, nella misura e nella qualità tale che non si verifichino fenomeni negativi o danni a causa dell'alimentzione carente"

A. Steinberg, Entziklopedia hilkhatiti refuit, voce notè lamut

In una decisione del 5755 firmata dai Rabbini Eliaishiv, Auerbach, Wozner e Karelitz è stabilito che

"Non bisogna assolutamente affrettare la fine di un malato terminale, allo scopo di diminuirne le sofferenze, togliendogli nutrimento o terapie. Bisogna nutrire il malato terminale, quando necessario anche con sonda nasogastrica o gastrostomia"

Può essere interessante sapere che secondo la recente legge israeliana (2039 del 15.12.2005; si noti bene che è una legge laica, votata dal parlamento, non religiosa), un paziente cosciente può rifiutare i trattamenti, ma bisogna cercare di convincerlo ad accettarli; un paziente incosciente e sofferente di cui può esere dimostrata la volontà precedentemente espressa di rifiuto di trattamenti non va trattato ma deve essere comunque alimentato, a meno che la somministrazione di liquidi non provochi ulteriori sofferenze (cap.4, siman 3, art. 15-17).

mercoledì 17 ottobre 2007

Rivoluzionario e Sognatore, l’uomo tra sufficienza e necessità

Rivoluzionario e sognatore sono due termini che nel sentire comune di tutti noi hanno significati ben delineati e che possiamo sintetizzare con facilità. Il rivoluzionario è, per lo più, ritenuto colui che con una forte carica ideologica ha un approccio pragmatico con la realtà, tendenzialmente è portato a prendere di petto le situazioni. Il sognatore invece è piuttosto alieno ad affrontare i problemi attraverso l’azione, preferisce la fuga o l’alienazione; spesso vive in un mondo parallelo che si è costruito per proteggersi.

Si può tuttavia, tentare una diversa considerazione di questi due tipi umani, analizzandoli nella dialettica che generano ponendoli uno di fronte all’altro, e singolarmente di fronte al reale.
Così al di là del loro etimo, e del loro significato storico, tentiamo una miscelazione e reinterpretazione dei due nella loro dialettica storica alla luce, poi, del Vangelo.
Siamo tuttavia certi che l’uomo in quanto tale, cosciente o meno di ciò, ha in sé entrambe le possibilità, ognuno con diverse modulazioni.

Il rivoluzionario è colui che scopre prima, contesta poi, le ingiustizie valendosi, se necessario, dell’azione violenta. È colui che sottopone a una critica corrosiva tutto i reale, a cui lui stesso scopre d’appartenere, impiegando la ragione. Così facendo trova una forte dissonanza tra le realizzazioni storiche umane e l’ideale-utopia che porta in sé. Scopre, qualcuno direbbe, l’Assurdo: l’inconciliabilità tra desiderio e realtà storica. Il rivoluzionario è uomo che non tollera e non sopporta ma agisce-combatte-cambia. Il rivoluzionario però non può sottrarre sé stesso dall’analisi critica. Giunge così al punto di crisi-giudizio, in cui fa la scoperta di essere esso stesso soggetto sottoposto alla grande possibilità negativa, emersa inesorabilmente nel lucido percorso critico rivoluzionario.
Teologicamente: “appare il grande No di Dio: la sua totale estraneità a questo mondo, che pone il rivoluzionario in una condizione di crisi”. Questa, come conseguenza dell’analisi critica, colpisce al cuore il metodo usato dal rivoluzionario. Il metodo infatti per essere giustificato necessita di solide fondamenta. E come può il rivoluzionario, che scopre di sottostare e far parte esso stesso della ingiusta realtà, creare dopo la lotta e anche durante, un ordinamento giusto? Cadrà nell’insuperabile sconfitta che si proponeva di vincere! Renderà cioè, se agirà, “male per male”.
Il rivoluzionario non accetta, infatti, la realtà storica nel suo divenire, nel suo progresso lento e continuo poiché storico. Il rivoluzionario quindi sarà necessario, ma non potrà essere considerato l’uomo nel suo aspetto più proprio. Bisogna puntualizzare che comunque questa posizione del rivoluzionario è assolutamente maggiormente autentica e preferibile rispetto a quella del reazionario. In quanto sotto la grande possibilità positiva (evangelica, e che protesta!), è l’Amore a giudicare il reazionario definitivamente nel torto, nonostante il torto in cui si trova il rivoluzionario se agisce. Poiché amandoci gli uni gli altri secondo il comandamento nuovo di Gesù, non possiamo voler mantenere l’ordine esistente come tale. Noi attuiamo il comandamento dell’Amore e così il “Nuovo abbatte il vecchio”… “vi è stato detto ma io vi dico…”.
La possibilità nuova che si apre è quella che qualcuno ha chiamato “l’in-azione”. “Che altro posso fare di fronte al “nemico” dopo la riflessione critica, se non ritornare da ogni fare originario, da ogni risposta alla domanda, da ogni azione alla presupposizione?!... Deo soli gloria…”

Il sognatore dal canto suo mescola e combina in sé le potenzialità e le caratteristiche del rivoluzionario e della realtà, secondo una creatività propria, cogliendone così gli aspetti d’ulteriorità, di superamento, rimanendo disinteressato a una realizzazione storica di ciò che sogna. È semplicemente stupito di poter e di aver sognato una ulteriorità della realtà. Il sognatore è colui che davvero è affascinato e nutrito dall’Ulteriorità che lo interroga nella realtà, che produce in esso domande. Così il sognatore avrà il compito di convertire il rivoluzionario a una precedenza dell’Ulteriorità del sogno, sopra e prima del cambiamento storico. D’altro canto il rivoluzionario avrà fornito quella previa e necessaria critica rivoluzionaria che permette un ancoraggio del sognatore alla realtà e che rivela la crisi in cui versano tutte le strutture e i tentativi, religioni e pensieri umani. Sinteticamente potremmo dire che il sognatore si apre alla possibilità che un altro agisca attraverso di lui. Lasciando, cioè, che accada ciò che in relazione con la realtà ha sognato e che con la critica rivoluzionaria ha scoperto di non possedere. È la profezia dell’Avvento di una “impossibile possibilità che accada”, proprio lì dove ci si trova senza alcun sufficiente ostacolo che possa arrestarlo, il Regno del Padre nella storia dell’uomo… Freud direbbe: “che è un Dio, questo, che alla lunga ha la meglio, vince”… e noi aggiungiamo perché vuole tutti e patisce per tutti il nostro lasciarci liberi.

martedì 16 ottobre 2007

Ma il pettegolo è sempre un bugiardo?

Uno studio tedesco conferma che le chiacchiere hanno più effetto di ciò che vediamo con i nostri occhi. Centoventisei studenti-cavia dimostrano il potere delle dicerie nella vita d’ogni giorno
«Il pettegolezzo è una verità: due su tre credono al gossip»
Cantava De Andrè: «La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo». L’aveva già capito il cantautore genovese che il pettegolezzo è più potente della verità. I ricercatori del Max Planck Institute lo hanno dimostrato: usando studenti-cavia, psicologi tedeschi hanno confermato che «il gossip ha più effetto di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi». Gli studiosi hanno coinvolto 126 studenti suddivisi in gruppi di nove ragazzi ciascuno, bersagliandoli di pettegolezzi sui giovani degli altri gruppi ed è emerso che le «cavie» tendevano sempre a credere di più alle maldicenze o alle lodi intessute da altri, piuttosto che a ciò che avevano potuto sperimentare di persona o che gia sapevano sul conto delle inconsapevoli vittime. E non è tutto. Secondo la ricerca, i gossip non influenzerebbero solo i giudizi sulle star dello spettacolo, ma inducono anche opinioni e comportamenti della vita comune. «Una recente indagine - spiega Ralf Sommerfeld dell’istituto di Plön in Germania che ha condotto la ricerca presto pubblicata sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze PNAS - ha evidenziato per esempio che due persone su tre credono il gossip una fonte per apprendere nuove cose: non importa se i pettegolezzi alla fine siano veri o meno. Diventano la realtà».
Gli studiosi hanno seguito dall’inizio alla fine il processo di gestazione delle chiacchiere degli studenti e il percorso di trasferimento di queste chiacchiere e i comportamenti conseguenti del fruitore del pettegolezzo. In pratica, ad ogni studente è stata passata una chiacchiera, buona o maligna, su un altro studente e poi gli è stato chiesto se avrebbe avuto voglia o meno di lavorare con la persona oggetto del pettegolezzo. Non solo, com’era ovvio aspettarsi, i ragazzi hanno tendenzialmente rifiutato di far coppia con coloro sui quali circolavano voci negativi, ma è emerso anche che la chiacchiera ha più effetto dell’informazione diretta sulla persona. Il 44% dei partecipanti infatti ha cambiato la propria opinione su una persona sotto l’influenza del gossip, anche quando le chiacchiere contraddicevano ciò che avevano visto di persona. (15 ottobre 2007)
fin qui "la Repubblica.it"...


Ma guarda sti’ scienziati… scoprono l’acqua calda! Ma c’era proprio bisogno di “caviare” centoventisei poveri studentelli? Sarebbe bastato fare una visitina ai nostri conventi e monasteri... Così... tra una battuta e l’altra, sgranocchiando un buon dolcetto e sorseggiando una fresca bibita o un buon caffé, tac! la parola malevola si sarebbe insinuata, quasi distrattamente, sul malcapitato (o malcapitata) di turno!

Ma sì, dai... dopotutto, scagli la prima pietra, chi non si è mai lasciato andare almeno una volta a un liberante, malevolo, godereccio, pettegolezzo! L'importante è non esagerare e... non crederci troppo, altrimenti... si trasforma in calunnia! ;-)
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