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domenica 25 novembre 2012

Oltre la separazione dei “Mondi”

 
 Siamo al momento finale dell’anno liturgico e come tale la liturgia di oggi ha uno scopo in qualche modo sintetico, ricapitolativo, del cammino fatto fin qui durante tutto l’anno.
Siamo sul Vangelo di Giovanni, ma non possiamo ignorare il guadagno che c’è stato durante tutto questo anno della comprensione del mistero cristiano, attraverso la meditazione del Vangelo di Marco. Leggiamo quindi Giovanni certamente secondo la logica e la prospettiva di Giovanni ma senza ignorare quello che abbiamo nel frattempo acquisito col vangelo di Marco. D’altronde i quattro vangeli hanno proprio lo scopo di integrarsi a vicenda e se trovassimo contraddizioni teologiche tra di loro, l’errore è certamente nella nostra comprensione e non nei vangeli.

E cominciamo subito con un problema che l’ascolto del vangelo di Giovanni mi ha posto e che subito mi ha insospettito.
Gesù a un certo punto dice a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Ora, in realtà la traduzione è sbagliata e la frase così tradotta è fortemente esposta a contraddizioni che non hanno soluzione. Infatti apparirebbe legittima la domanda che fu di Giovanni il Battista prima e di Filippo poi, ricordate? “Signore, sei tu il Messia o dobbiamo aspettarne un altro? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora, dobbiamo aspettarne un altro! E ancora, se il tuo regno non è di questo mondo, che ti sei incarnato a fare? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora hanno ragione gli eretici che sostengono che non ti sei veramente incarnato, ma la tua è stata una “apparizione” del divino: tu non hai veramente calpestato questo suolo, ma sei solo apparso quasi come un fantasma… E per finire – senza concludere – se il tuo regno non è di questo mondo, come fai a dire che il tuo Regno è vicino? Si capisce bene che con una traduzione siffatta crolla tutto l’impianto evangelico: di tutti i vangeli e dello stesso annuncio dei suoi discepoli e quindi della Chiesa.
Ciò che fa problema è quel “di” in riferimento al mondo. E ci insegna subito quanto attento deve essere il nostro sguardo sulla bibbia dove anche le virgole possono cambiare tutto il senso di una frase e decidere del nostro atteggiamento in un senso o nell’altro.
L’espressione che la CEI traduce in “di” è la particella greca “ek” che non può essere tradotta in “di” (per il quale si usa invece perì) ma va tradotta semmai in “da”. Sembra una sciocchezza ma tutta la prospettiva cambia e finalmente ogni parte dei 4 vangeli si armonizzano nell’insieme. L’espressione corretta è dunque: “Il mio regno non è da questo mondo; se il mio regno fosse da questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è da qui [anche qui abbiamo enteuthen: tutte le volte che nei vangeli è usato, può essere sostituito meglio con “da qui”, in italiano nel brano in esame stonerebbe ma il senso dell’avverbio è questo: moto da luogo. Qui il senso è chiaro: non è da questo punto che io traggo potere. C’è un’ironia – tipica di Giovanni – sul luogo da cui Pilato prende potere: il pretorio. Come si vede l’espressione “quaggiù” usata dai traduttori se la sono proprio sognata! cfr Lc 4,9; 13,31; Gv 2,16; 7,3; 14,31]”.
Tirando le somme…
Il regno di Gesù è di questo mondo, perché non esistono altri mondi… come ha detto il Papa, Gesù “ascendendo al cielo, non è andato a vivere su un’altra galassia”… il mondo di Dio non può essere che il mondo dei suoi figli… dove volete infatti che abiti un padre o una madre se non accanto ai propri figli?… O pensiamo che Dio Padre se ne vada a vivere su un altro universo aspettando che i suo figli lo raggiungano? A suo modo già santa Teresina l’aveva capito! Diceva a una consorella: Cosa volete che faccia in cielo? Passerò il mio cielo sulla terra a fare del bene… ora pensate che santa Teresina sia qui sola e Dio stia ad aspettarla altrove?
Prima conclusione: Non riusciremo mai a capire il vangelo se non gli permetteremo di cambiare il nostro immaginario simbolico… Dobbiamo smetterla di immaginarci il mondo come un insieme di mondi… noi qua e Dio là… e i morti chissà dove…
L’incarnazione ha proprio questo di significato primo: la fine dei due mondi, la fine dell’aldiquà e dell’aldilà per essere tutti e tutto in Dio, nell’unico mondo possibile quello di Dio. Da cui, ho detto “da”!... cui, ogni figlio riceve vita, dignità, missione, regalità, libertà, giustizia, pace, salvezza. In una parola: diventa uomo. E ciò a partire da Gesù che come noi è di questo mondo, ma non riceve da questo mondo la sua Signoria. Non è questo mondo – ci sta dicendo Giovanni – che ci fa uomini. Non a caso metterà sulle labbra di Pilato: Ecco l’uomo! Essere uomini significa essere signori che – parafrasando Eliseo lo zio di Guido in “La vita è bella” – sanno farsi servi ma non servili perché solo così si può essere servi liberi senza diventarne schiavi. Essere uomini significa essere re e non paggi del padrone di turno (per questo davanti a Erode, Gesù tace rifiutandosi di fargli da giullare).

Chi riceve potere da questo mondo sappiamo a quali condizioni diventa un “grande”, una persona di successo, un vincitore, un’eccellenza nella vita e nel lavoro e nella missione, a cui aspiravano anche gli Apostoli: una grandezza disumanizzante ci ricorda Daniele che – poco prima del brano di oggi – descrive “bestiale”, mostruosa, rapace, violenta, distruttiva, cannibalesca…

I segni della presenza del Regno di Dio, allora non sono la forza, non sono il miracolo, non sono nemmeno le qualità umane e morali che ciascuno di noi può avere, perché anche i pagani hanno doti, qualità e sanno fare miracoli fin dai tempi di Mosè. I segni della presenza del regno di Dio in questo mondo sono esattamente la presenza di uomini e donne che hanno capito la logica attivamente non violenta della croce. Croce che storicamente li rende agli occhi del mondo zoppi, ciechi, sordi, prigionieri, persino pazzi e bestemmiatori, ma che in realtà sono quelli che veramente camminano, veramente vedono, veramente sanno ascoltare, veramente sono liberi, veramente sono saggi, veramente glorificano Dio, perché hanno capito che esiste una sola vera giustizia, una sola verità e di questa insieme a Gesù danno testimonianza: il proprio perdono fino alla morte e alla morte infame. E proprio mentre vive fino in fondo la logica del regno del Padre, fino al rifiuto estremo di usare il potere della forza contro i suoi fratelli fattisi nemici – compreso il potere della forza degli amici che vorrebbero e potrebbero sottrarlo da un’ingiusta condanna (con Gesù ci hanno provato gli apostoli all’inizio, Nicodemo, e persino sua madre) – e proprio mentre vive fino in fondo questa logica fino alla morte, vive ed esperimenta (dolorosamente) il regno che il Padre da sempre crea: il regno di un mondo fondato da relazioni nuove intessute di perdono. Perché è sull’amore che si regge tutta la storia (l’alfa e l’omega della seconda lettura). E così, facendo propria la misericordia di Dio, si rendono/sono resi perfetti come il Padre, e sono resi simili a Lui. Per questo un tale potere di consegnare la propria vita è eterno: perché solo ciò che è umano e non bestiale è eterno, perché solo l’umano veramente tale vive della stessa proprietà di Dio. E lo fa facendo proprio il perdono di Dio. Non a caso in Giovanni più che altri, il trono di Gesù è proprio la Croce, quella croce, , che vissuta così – in ciò che essa rappresenta come rifiuto della logica disumanizzante di questo mondo – diventa il segno e il luogo della propria e altrui (anche degli aguzzini) glorificazione, come ci ricorda san Paolo: ciò che il Padre ha perdonato ha anche giustificato, ciò che ha giustificato ha anche glorificato!

Tutto questo non è un esercizio accademico ma ha conseguenze pratiche nella missione della Chiesa e quindi nella nostra missione nel mondo. Perché da una errata comprensione e traduzione di questo vangelo nascono contraddizioni insolubili dell’essere chiesa. Affermazioni contraddittorie di cui spesso ci si riempie la voce come “la chiesa è in questo mondo ma non è di questo mondo” contraddicono il messaggio evangelico. Una realtà qualunque essa sia che non è di questo mondo, non esiste neanche nel mondo. La teorizzazione di una “separatezza” della Chiesa dal mondo, così cara a una parte del mondo cristiano – che comprende anche una parte della gerarchia cattolica – nasconde una mentalità pagana che niente ha a che fare con la solidarietà storica di Dio Padre in Gesù Cristo.
Siamo chiamati anche qui a rifondare il nostro pensiero, il nostro immaginario perché la salvezza di Dio in Gesù Cristo si manifesti come autentica misericordia e non come enunciazione di principi filosofico-teologici che niente dicono all’uomo prigioniero nell’ingiustizia del mondo.

Il forte sospetto che una errata traduzione del testo evangelico che abbiamo analizzato, venga proprio da una siffatta ideologia di pensiero.

giovedì 22 novembre 2007

QUALE DIO?

Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile parlando di Carlo Carretto scrive:
«A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est Deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia».

Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle:
«Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II:
«è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa».

In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio:
«Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Questi testi, che forse lasciano un po’ sbigottiti per la trasparenza e la inusuale poca ossequiosità con cui tratteggiano, comunque realisticamente, un periodo storico ed ecclesiale, oltre a delineare quale Dio “viveva” nel preconcilio, mostrano come ci sia uno strettissimo legame tra immagine di Dio e immagine di Chiesa: «Qual era quel Dio, tale era la Chiesa».
Se si fallisce la prima, si fallisce anche la seconda!
Ma più radicalmente mi pare di poter dire, con Bruno Maggioni, che se si fallisce l’idea di Dio, si sbaglia tutto. È a partire da essa infatti (foss’anche l’idea del non esistere di Dio) che in qualche modo si determina il mio modo di concepire la vita, l’amore, l’altro, il lavoro, la comunità, il comportamento… tutto… È chi scelgo di porre come signore della mia vita che mi guida.
Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? E tracciarlo in modo che esso non cada sotto l’ombra del soggettivismo?

La Valle scrive:
«Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Il Dio di Gesù Cristo… vediamo come ce lo presenta il testo di Lc 23,35-43, il Vangelo che la liturgia ci propone per questa domenica intitolata a Cristo Re. L’evangelista tratteggia molto bene qual è il Dio di Gesù Cristo, qual è questo Re. Lo ritroviamo infatti appeso a una croce, in mezzo a due malfattori, con «il popolo [che] stava a vedere» e «i capi [che lo] schernivano»; «anche i soldati lo schernivano» e «c’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei»; perfino «uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Eccolo il Dio di Gesù Cristo… eccolo il nostro Re: non dice né fa niente, non scende dalla croce, non risponde a chi lo uccide, non tenta di spiegarsi…

Eppure, a un certo punto, quella bocca la apre!
E lo fa in risposta alle uniche parole umanizzanti che vengono pronunciate da chi lo circonda: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Sono parole che hanno un’intonazione di riconoscimento (il “buon ladrone” è l’unico che chiama Gesù per nome) e di affidamento («ricordati di me»). E solo queste sono le parole che fanno reagire Gesù, finora inerme e silenzioso sulla croce. Allo scherno, alla derisione, all’incredulità non c’è risposta (mentre noi un qualche fulmine ce lo saremmo aspettato… sempre a proposito dell’immagine di Dio che abbiamo in testa…). La risposta arriva solo per le parole di riconoscimento, di affidamento… e per le parole dell’uomo sofferente (ricordiamoci che il “buon ladrone” è un uomo che muore e, come ci ha ricordato De Andrè, «un ladro non muore di meno»).
E anche la risposta di Gesù è una risposta umanizzante, una risposta di salvezza: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». È come se questi due uomini, mentre muoiono si ricordassero a vicenda la propria identità: il “buon ladrone” ricorda a Gesù quale Dio è… e Gesù, che gli risponde introducendo le sue parole con una formula di identificazione forte ( “In verità ti dico” è appunto un’espressione del gergo personale di Gesù), gli ridona la sua umanità: «sarai con me».
Alla domanda “Quale Dio?” allora è necessario che rispondiamo: questo Dio. È a lui che dobbiamo dire, come fecero le tribù di Israele a Davide: «Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne».
È lui infatti, come ci racconta Paolo nella sua lettera ai Colossesi, che «ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce», è lui che «ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati», è per mezzo di lui che «tutte le cose sono state create», è a lui che piacque di «riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua crocee, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli».

Ma se tutto questo è vero e pure fonda la nostra vita, allora perché, a volte, alzando la testa a quella croce, mi viene da dire che io un Dio così non lo voglio? Perché un Dio così, conduce anche me su sulla croce…
E tutto di me si ribella a questo destino… tranne forse… due dita di bene che voglio ai miei fratelli.

domenica 21 ottobre 2007

L'eutanasia della ragione della fede...

È un po' che volevo scrivere sul tema ma non osavo, visto però che il dado è stato tratto... eccomi qui! E siccome non è più rintracciabile in rete e per chiarezza, riporto qui l’articolo dell’Osservatore Romano (il grassetto e le lettere tra parentesi quadre sono miei):
"La Cassazione ha deciso ieri di consentire un nuovo processo innanzi alla Corte d'Appello di Milano sul distacco del sondino nasogastrico ad Eluana Englaro, una ragazza in stato vegetativo dal 1992 a seguito di un incidente stradale. Il padre della ragazza chiede infatti di interrompere l'alimentazione artificiale che tiene in vita sua figlia. Le motivazioni della sentenza della Cassazione sono essenzialmente due: il diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente[a], secondo la suprema corte, non incontra alcun "limite"[d] anche nel caso in cui ne consegua "il sacrificio del bene della vita"[b], poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori[c]. La volontà della ragazza è presumibile[e] da alcune dichiarazioni fatte dalla stessa, quando era in piena salute. In una circostanza[f] la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a "vivere una vita artificiale". La seconda motivazione è lo stato di irreversibilità della sua condizione, "secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti"[g].
Premesse che appaiono evidentemente confutabili. Nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l'irreversibilità[h] della condizione di stato vegetativo, se non in base ad una scelta puramente soggettiva. Sulla volontà di Eluana, poi, l'arbitrarietà appare palese. La dichiarazione di un momento[f] non può evidentemente essere presa a parametro per presumere la volontà di una persona riguardo a scelte come quelle che riguardano la contrarietà o meno ad un trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione[i].
Il segretario generale della Cei, il Vescovo Giuseppe Betori, pur non entrando nel merito della vicenda, ha ricordato che la "vita va difesa sempre". In ogni suo momento, si può aggiungere, poiché sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoría. Nel caso specifico della sentenza della Cassazione, dunque, è inaccettabile il relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita. Accettare, pure nel vuoto legislativo, una tale posizione, significa orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia. Di più: introdurre il concetto di pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai confini non più tracciabili. Significherebbe attribuire appunto ad ognuno una potestà indeterminata sulla propria esistenza dalle conseguenze facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di vista etico". (Ma.Be.)
(©L'Osservatore Romano - 18 Ottobre 2007)
Fin qui l’Osservatore. Ma è proprio corretta l’informazione che l’OR trasmette sulla sentenza della Cassazione? L’OR da’ una sua informazione che non sembra corrispondere né al testo né al suo contesto. Facciamo un confronto, mettendo ordine tra quanto riportato dall’OR e ciò che effettivamente afferma la sentenza della Cassazione:

L’Osservatore Romano:
  1. La Cassazione afferma “il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente”
  2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita”
  3. poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
  4. questa autodeterminazione, “non incontra alcun “limite”
  5. la volontà della ragazza è presumibile da alcune dichiarazioni… quando era in piena salute
  6. in una circostanza la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a “vivere una vita artificiale”// la dichiarazione di un momento
  7. secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti
  8. nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo
  9. trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione
La Cassazione nella Sentenza n° 21748 del 16/10/2007 dichiara:
    1. Il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente
    2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita” (§6.1)
    3. Poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
    4. Questa autodeterminazione incontra un’eccezione e a due condizioni che devono sussistere entrambe: perché “ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l'autorizzazione”
    5. Quando la volontà del paziente “sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo”
    6. E questo si deve evincere “dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti”…
    7. quando la condizione di stato vegetativo sia in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile”
    8. e questo esclude “la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno”.
    9. «non v'è dubbio che l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario». Ma «Diversamente da quanto mostrano di ritenere i ricorrenti, al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino”
Solo i primi tre punti sono sostanzialmente corretti, gli altri sono praticamente inventati! All'autore dell'articolo però, sembra che siano bastati per non continuare a leggere la sentenza! Puramente arbitrario poi appare il punto h.: non si capisce in base a quale presupposto venga formulato! Capisco che siamo davanti a un articolo di giornale, anche se dell’OR, ma se pretende di avere autorevolezza, dovrebbe dare più oggettività alle proprie affermazioni. Se i Papi parlano spesso, penso giustamente, di correttezza dell’informazione, ancor più questo dovrebbe valere per i “suoi” servizi informativi. Solo all’interno di una informazione corretta ed esaustiva si può aprire rettamente il dibattito, anche etico, sull’opportunità di una tale sentenza e sul suo contenuto, ecc., ecc.: ma partendo da ciò che effettivamente è scritto e non da ciò che è temuto. Resta da fare una osservazione, e non da poco, sulla “pluralità dei valori” che l’OR sembra temere e rifiutare! La pongo sotto forma di domanda: la libertà religiosa, così solennemente ribadita dal Vaticano II e riaffermata con forza dai Papi, compreso l’attuale, non costituisce forse l’affermazione di una legittima pluralità di valori? E l’etica, non è una concretizzazione del “credo (o non-credo) religioso”? Insomma, posso credere al "mio Dio" ma non posso viverne l'espressione (tra cui la morale), che ne consegue? Questa separazione tra la fede e la vita, non è, per non dire altro... poco cattolica? (Provate ora a pensare alla nosta posizione con l'islam e vedrete come lo schema si ripete...)
Stiamo attenti al fatto che, nell’intento polemico di contestare certe affermazioni, rischiamo di contraddire non solo la storia (e non solo recente!), della Chiesa, ma di sposare in qualche modo la posizione di stampo lefreviano che proprio a questa pluralità di valori si oppone e che quindi senza accorgersene ha una visione protestante, perché disincarnata, del cristianesimo. Il pericolo, non tanto ipotetico, è ricalcare i tempi bui della “guerra di religione”, magari sotto la nuova forma di una “guerra sull’etica”: e così per non “ammazzare” un malato terminale, si “ammazzeranno” i sani! Il che sarebbe uno strano modo di voler "evangelizzare le genti"[*].
Il problema è serio e non di facile soluzione (né applicabile forse, in ogni situazione e a tutti), ma deve essere affrontato con quella serietà che il dramma delle persone in gioco ci domandano. Ci sarà bisogno, leggendo attentamente la sentenza, di ben altro che un articoletto, foss’anche dell’OR, per contestare quello che sembra una posizione altamente meditata e qualificata, fondata persino su valori e impostazioni che sono capisaldi filosofici e teologici della dottrina cattolica sul rispetto e sulla dignità della persona umana: altro che "vuoto di valori"! A meno che, non si prendano per "valori vuoti" anche quelli cristiani! Un esempio? Se non avete tempo di leggervi tutta la sentenza, almeno meditatene questo frammento:

Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale.
Ciò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive.
Ed è altresì coerente con la nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza.
Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita.
Benché sia stato talora prospettato un obbligo per l’individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere comportamenti ritenuti vantaggiosi o addirittura necessari per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio ritiene che la salute dell’individuo non possa essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva. Di fronte al rifiuto della cura da parte del diretto interessato, c’è spazio – nel quadro
dell’“alleanza terapeutica” che tiene uniti il malato ed il medico nella ricerca, insieme, di ciò che è bene rispettando i percorsi culturali di ciascuno – per una strategia della persuasione, perché il compito dell’ordinamento è anche quello di offrire il supporto della massima solidarietà concreta nelle situazioni di debolezza e di sofferenza; e c’è, prima ancora, il dovere di verificare che quel rifiuto sia informato, autentico ed attuale. Ma allorché il rifiuto abbia tali connotati non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico.

Mi sembrano affermazioni sufficienti a far sbiancare ogni nostra presunta, arrogante, dogmaticistica, certezza!
__________________________
[*] A questo proposito, si veda come noi cristiani ci comportiamo con le altre religioni che convivono in Occidente, e capiremmo come questa mentalità protestante stia dilagando nel sentire comune della società occidentale: "Che preghino nei loro templi e moschee, e sinagoghe, ma tra di noi, nella nostra società dalle salde radici cristiane, devono comportarsi secondo i parametri nella nostra fede!". Mi sembra che questa posizione, non sia semplicemente un problema "politico" ma esso contraddica, separando fede e vita, il fondamento stesso della fede cristiana a cominciare dall'Evento dell'Incarnazione, che fa della Storia il dirsi della Fede. Occorre inaugurare un ecumenismo autentico che coinvolga tutti gli ambiti della fede-vita e non solo i suoi aspetti dottrinali. Un cantiere che nessun soggetto sociale sembra, allo stato attuale delle cose, neanche lontanamente immaginarsi di dover affrontare!

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