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martedì 19 novembre 2013

Nostro Signore Gesù Cristo re dell'universo


Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 5,1-3)

In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési (Col 1,12-20)

Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23,35-43)

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Siamo giunti alla fine di un altro anno liturgico… Domenica, Trentaquattresima del Tempo Ordinario (C), si celebra infatti, la festa di Cristo Re dell’universo, che chiude “in gloria” il percorso fatto quest’anno attraverso la lettura del vangelo di Luca… Metto “in gloria” tra virgolette, perché – come mostra il vangelo scelto dal liturgista (Lc 23,35-43) – non si tratta di «una verità da sbandierare contro i miscredenti, come forse si tentava un tempo con la proclamazione di questa festa di Gesù Re dell’universo! È piuttosto da custodire in cuore e confidare come un segreto “arcano” (esplosivo e tossico!) perché ogni approccio culturale, religioso, amicale con qualunque compagno di strada sarebbe incrinato, se cominciassimo buttandogli in faccia… che questo crocifisso, appeso 2000 anni fa tra due ladroni, con unica distinzione un cartello ambiguo, con scritto su “re dei giudei” – proprio questo, è “il vangelo”: cioè la bella notizia essenziale della nostra fede, su cui noi fondiamo non solo la vita, ma la speranza di salvezza del mondo. Perché dopo tre giorni è risorto.

Se ormai l’usura della consuetudine non avesse svuotato le parole, ci risponderebbero come a Paolo: Su questo ti ascolteremo un’altra volta! E invece, questa è la sintesi di tutto il ciclo liturgico, perché il resto di cui possiamo agevolmente parlare con tutti, è contorno, tutto il resto è mediazione culturale su cui ricercare continuamente ulteriori approfondimenti e ogni possibile convergenza, se non mette in discussione o cerca di censurare questo dato fondante, che il nostro Dio è passato attraverso questo annichilimento» [Giuliano].

Dunque, certo, finiamo “in gloria” con una festa piuttosto altisonante (almeno nel titolo), eppure radicalmente impastata col mistero della croce… Ancora una volta infatti, parlando di Gesù e della sua esperienza umana, non si può sfuggire il dato che, in Lui, coppie di termini contrastanti (gloria / umiltà; grandezza / piccolezza; regalità / croce; divinità / umanità; cielo / terra…), diventano coppie di termini indisgiungibili e che solo in una continua circolarità dei significati, riescono a far intravvedere il mistero di Gesù: perché è vero che è un Dio di gloria, ma non della gloria che è tale perché supera o annulla la piccolezza… ma glorioso proprio perché capace di riempire, valorizzare, rinfrancare le cose piccole… Grande, certo, ma nell’amore, che è la forma più radicale di piccolezza; re, indubbiamente, ma di un regno le cui schiere sono formate da tutti gli incompiuti della storia (ciechi, storpi, prostitute, peccatori…)… Non so come dire, ma… bisogna davvero fare la fatica di uscire da un certo immaginario comune e ricostruire i riferimenti / significati delle parole che ascoltiamo, a partire dal senso di cui la storia di Gesù li ha riempiti… Per esempio… parlare di “gloria” non può ancora oggi farci venire in mente gli angeli, o l’incedere di Gesù trionfante, o la sua ascesa al cielo con schiere di cori angelici che lo accolgono… Questo è un immaginario, non più capace di rendere la realtà del dato evangelico… La “gloria” di Gesù credo sia colta meglio, nella sua sostanza più vera, per esempio da sant’Ireneo, quando dice “La gloria di Dio è l’uomo che vive”, o da san Francesco, che chiama perfetta letizia, la capacità di custodire il cuore dolce pur nelle avversità immeritate… Questa è la gloria di Gesù Cristo: che è passato attraverso questa storia senza mai permettere al male di inquinargli il desiderio di amare gli altri, chiunque altro… e di attuarlo per davvero… La sua gloria è la consegna di sé sulla croce per tutti gli altri… Ecco perché Matteo può dire che il Regno di Dio sono gambe storte che si raddrizzano, occhi ciechi che ci vedono, cuori tristi che si ridestano («Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo», Mt 11,4-5), perché questa è la regalità di Gesù… che nessuno dei suoi (cioè ogni uomo) vada perso… Non a caso reinventa anche il modo per dire “divinità”, che da Lui in avanti infatti si chiama (solo!) “paternità”…

Ancora una volta allora, alla fine di un anno liturgico in cui forse ci sentiamo ormai esperti, il problema è rimettersi !con giù il crapone” a spaccarsi la testa sull’identità del Dio in cui crediamo, e sulla quale non finiremo mai di convertirci… Dunque in qualche modo… ripartire da capo… anche se ogni ripartenza non è mai dal punto zero, perché contiene in sé ciò che nella storia si è sedimentato (ecco perché con domenica prossima ricomincia un altro avvento, un’altra attesa!)…

Ritorniamo dunque a spaccarci la testa sul vangelo… che questa domenica ci mostra una scena di Gesù in croce… scelta – dicevamo – proprio per il giorno in cui si celebra la regalità di Cristo sull’universo…

È una scelta curiosa… che forse noi non avremmo fatto… e che – proprio per questo – deve interrogarci… Cosa vorrà dire questa cosa? Non è che – forse – ci poniamo questa domanda (e non intuiamo in maniera istintiva la risposta) perché ancora una volta siamo caduti nell’errore di pensare al Signore non a partire dalla sua croce (che di fatti pensiamo sempre come un’appendice della sua vita… perché tanto poi è risorto), ma a partire dall’idea di gloria, regalità e potenza che abbiamo in testa noi? Quelle che continuamente ci vengono riproposte dalla logica mondana in cui siamo immersi?

Ma la croce molto più che un episodio della vita di Gesù, è stato piuttosto l’orizzonte di senso della sua vita, il punto prospettico da cui lui si è sempre guardato… Non a caso Gesù non incorre nella croce incidentalmente o per sfortuna… ma perché si consegna… E precisamente questa logica (la consegna come forma mentis) è ciò che lo identifica nella maniera più peculiare: Gesù è (sempre – in ogni atto del suo esistere) colui che si dona per amore… Tutto quello che fa, lo fa così… a partire da quella logica lì…

Ecco perché diventa ancora più pressante – alla fine del percorso liturgico e celebrando la regalità del Signore sull’universo – chiedersi se davvero in questo anno ci siamo convertiti al Dio di Gesù o se siamo ancora inchiodati all’immagine di Lui che abbiamo in testa noi… la cui regalità sull’universo – forse – fa bene a essere temuta da chi ha smesso di credere…

A proposito, scrive Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, parlando di Carlo Carretto: «A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia». Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle: «Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II: «è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa». In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio: «Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? «Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Ecco perché – forse – alla fine dell’anno liturgico, la Chiesa ci propone proprio il vangelo di Luca che parla di Gesù in croce… Perché lì, in maniera inequivocabile, è posta l’icona più chiara di chi sia il Dio di Gesù e in che senso Egli sia il re dell’universo… Ma è un Dio che ci lascia in silenzio, che non ci abilita a facili proclami, che neanche ci entusiasma più di tanto… perché è il Dio che ci invita a fare della sua logica di consegna, il nostro modo di stare al mondo… che – lo sappiamo fin troppo bene, per questo lo rifuggiamo – è un modo che proprio perché si consegna, è per definizione perdente, è di sua natura votato alla morte (o meglio: a dare la vita per…).

In questo senso è illuminante il ruolo dei due ladroni. Infatti «di fronte alla croce si aprono per tutti le due strade, le due alternative che ci sono dentro ogni uomo. I due delinquenti ci raffigurano tutti, e ci fanno rivivere il dilemma della fede che tutta la vita ci tormenta, di fronte a Gesù. Una voce dentro di noi, che grida nella disperazione (quante volte!) «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!» [logica della pretesa]. Mentre l’agonia profetica dell’altro delinquente, stranamente trasformato dalla dignità sovrumana di Gesù e fiducioso di poter essere accolto da lui, geme pure dentro di noi: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» [logica della consegna].

Non esiste un potere che non versi il sangue dei suoi soggetti, per mantenersi, perché sarebbe subito perdente! Il potere (allora dicevano ‘la regalità’!) è omicida per costituzione intrinseca. L’unica regalità che quando si afferma fa vincere il vinto è l’amore, ma deve essere appunto “più forte della morte”. Questo ha visto il ladrone in Gesù morente: questa testimonianza inerme l’ha vinto, lui che aveva fatto della violenza l’unica risorsa della vita» [Giuliano].
A ciascuno, come singolo, e a tutti, come Chiesa, alla fine dell’anno liturgico allora è come posta la domanda “Vuoi andare dietro ad un Dio così?”… Una domanda esistenziale, non intellettuale, perché l’arte della consegna la si impara vivendo una quotidianità di consegna, un continuo – momento dopo momento, scelta dopo scelta – rinnegare se stessi per fare un po’ di spazio a chiunque ne abbia bisogno…

venerdì 31 agosto 2012

XXII Domenica del Tempo Ordinario



Dal libro del Deuteronomio (Dt 4,1-2.6-8)

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi dò?».

 

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 1,17-18.21-22.27)

Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parolache è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Dopo la lunga “pausa” estiva, caratterizzata dalla lettura del capitolo 6 di Giovanni, la liturgia riparte con la lettura corsiva del vangelo di Marco. Siamo al capitolo 7, quello che segue appunto la moltiplicazione dei pani nella versione di questo evangelista e le guarigioni di Gesù nella regione di Genezaret. Quel brano si concludeva con un’atmosfera assai positiva: «Là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati», Mc 6,56, che è il versetto immediatamente precedente all’incipit del brano odierno. Quest’ultimo si apre invece bruscamente su una scena di controversia con i farisei e gli scribi, che richiama da vicino l’atmosfera dura che domenica scorsa aveva tratteggiato Giovanni.

L’occasione della discussione in questo caso è la critica che viene mossa a Gesù perché i suoi discepoli «non si comportano secondo la tradizione degli antichi», nella fattispecie «prendono cibo con mani impure, cioè non lavate», come spiega il testo stesso.

La reazione di Gesù («Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti…») mostra come oggetto del contendere non siano tanto le puntuali e contingenti mancate abluzioni, quanto piuttosto la logica che sta dietro al rimprovero.

Gesù infatti non si sofferma a giustificare i suoi sul perché non si siano lavati le mani prima di mangiare, ma in modo veemente svela la dinamica che soggiace alla polemica farisaica: e cioè il mis-conoscimento del rapporto dell’uomo con la legge di Dio e dunque con Dio stesso.

Si tratta di un mis-conoscimento che – stando a come prosegue l’incalzante risposta di Gesù – si colloca a due livelli: innanzitutto vi è un mis-conoscimento antropologico (legato cioè a chi l’uomo sia) e poi un mis-conoscimento teologico (legato a chi Dio sia).

Per quanto riguarda l’uomo infatti, Gesù mostra come il modo legalistico–puritano di intendere la legge da parte dei farisei, di fatto avvalli l’idea che sia ciò che sta fuori dall’uomo a “contaminarlo”. Come spiega bene Raniero La Valle nel suo Se questo è un Dio ciò ha origini molto lontane: «Risalendo alle origini, il primo impulso documentato nell’esperienza di Israele è stato quello di stabilire una netta separazione dal sacro (per gli ebrei qadoš). Se il sacro fa male [«Chi vede Dio muore»], meglio prenderne le distanze, fissare una netta demarcazione di confini. Ma la cosa non è affatto facile, perché il sacro non si fa agevolmente circoscrivere, invade tutta la realtà. […] E se il sacro malefico invadeva tutta la realtà, il problema era appunto quello di ritagliarne e separarne lo spazio profano, una specie di zona franca di ciò che restava indenne e disponibile all’uomo. E così fu fatto, e sul confine fu fissata una barriera protettiva, i cui effetti, come spesso è dei muri, saranno devastanti. La barriera era quella che distingueva l’impuro dal puro; e le norme di purità furono poste a garanzia di tutto il sistema. […] All’inizio al sacro si sposava il termine impuro, al profano il termine puro. Impuro è ciò che sta in contatto col sacro, e ne viene contaminato. […] Poi le cose cambiano […]: l’impurità viene legata al peccato, e il rapporto tra le due coppie di opposti [puro-impuro; sacro-profano] si inverte, da parallelo che era; è la purità, non più l’impurità che viene attirata nella sfera del divino; distinguere il sacro dal profano coincide ormai con la separazione del puro dall’impuro. Dio tre volte qadoš, sacro, sacro, sacro, come lo cantano i cherubini di Isaia (Is 6,3) è puro; è il mondo, è il profano, è la storia che giacciono nell’impurità. […] Questa concezione del contrasto tra puro e impuro è troppo importante, è troppo potente nella sua pretesa di invadere e spartire l’intera realtà umana e divina, per liquidarla come una fissazione di rubricisti, per non interrogarsi sulla sua persistenza storica, per non chiedersi se non sia rimasta all’opera fino a oggi, anche se in forme sempre mutate. Anche le pulizie etniche vengono da lì. E non basta nemmeno dirimere la questione se alla coppia sacro-profano corrisponda la coppia impuro-puro o viceversa. […] Ancora più necessario è chiedersi in che cosa consista l’essere puro o impuro, sia che a essere puro sia il sacro, come è ormai nel senso comune, sia che lo fosse il profano, come era all’inizio. […] Ora dalla lettura delle prescrizioni bibliche, dalla ricognizione dei testi ebraici antichi […] risulta che il connotato essenziale della purità consiste nella separazione dei diversi, e che il disordine della impurità consiste nella loro reciproca contaminazione. La purità sta nella omogeneità e identità con se stesso di ognuno dei due ordini, il sacro e il profano, l’impurità sta nella loro congiunzione, confusione, interferenza. Per estensione, la purità è non mischiarsi con l’altro da sé, l’impurità è il meticciato. La purità è la solitudine, l’impurità è la compagnia. […] Quella che si afferma è una antropologia della disuguaglianza per natura degli esseri umani. La discriminazione tra puro e impuro degenera in una discriminante tra uomini e no, perfetti e incompiuti, nobili e volgari, integri per natura e malriusciti e contaminati. La categoria puro-impuro diventa il paradigma e il primo travestimento culturale di una discriminazione, e perciò di un dominio, che percorrerà tutta la storia» [pagg. 76-86].

Ciò che mi contamina è dunque ciò che sta fuori di me, è l’altro. Questa è la mentalità ebraica dei farisei che parlano a Gesù e però anche la nostra, basta pensare a tutto ciò che mettiamo in atto per non farci “contaminare” da chi è diverso da noi… per qualsiasi ragione lo sia: colore della pelle, condizioni igieniche, stato di vita, conto in banca, situazione affettiva, ecc…

Questa è la logica antropologica che Gesù invece vuole ribaltare, alla quale anzi si oppone con violenza: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». Gesù cioè – quello che Raniero La Valle arriva a chiamare il “Dio meticcio”, proprio per sottolineare questa opposizione alla logica della contaminazione che arriva da fuori – rimette a fuoco dal suo punto di vista la “questione uomo”: non sono le cose esterne il problema dell’uomo, ma è l’uomo stesso ad essere problema per se stesso. Ognuno è cioè richiamato a se stesso, alla qualità della sua interiorità, allo spessore della sua intimità più intima, al cuore del suo cuore. Questa è la sede del puro e dell’impuro, del sacro e del profano, che al di là dell’abbinamento di significato, vuol dire che è il cuore dell’uomo la sede di una vita buona o meno. E non buona in senso solo morale, ma nel pieno senso esistenziale, evangelico, umano. Gesù, in buona sostanza, riconduce l’uomo a sé, mostrando che è ora di smetterla di “arrangiarsi” nella vita dando la colpa ad altro o ad altri o ad Altro, cioè pensandola, decidendola, vivendola secondo una logica che non mi chiama mai in causa personalmente, ma trova sempre il problema ad extra. È tra te e te – pare dire Gesù – che si determina la qualità della vita.

E questo – come dicevamo – non può non contemplare anche il livello del rapporto col Signore. La relazione al sacro che mettevano in atto i farisei (e noi con loro) è infatti una relazione de-responsabilizzante. Basta definire i confini, basta sapere cosa si può fare e cosa no, basta conoscere cosa è dovuto a Dio, che tutto è risolto: il resto è il mio spazio, sono le mie cose, è la mia vita, Lui è fuori, nel suo spazio, nelle sue cose, nella sua vita. Ma così la relazione non esiste: è solo rimandata o circoscritta alle cose, mai ai cuori dei due interlocutori.

Ma questo non è Dio. Scrive infatti ancora Raniero La Valle: «Se [Dio] ci avesse tenuto alla purità, alla non contaminazione, alle identità prigioniere di se stesse, non avrebbe fatto l’uomo a sua immagine, non avrebbe introdotto la riproduzione sessuata, causa di tutte le combinazioni e le differenze, non avrebbe dato corso alla storia, la quale senza relazioni non sarebbe possibile».
Soprattutto non è il Dio di Gesù Cristo: «Con l’apparizione di Dio nel bambino neonato accadde la caduta di tutta la strutturazione della realtà nelle categorie di puro e impuro e la sua riconduzione a unità. Il primo segno è che per il parto non si trova luogo – che fosse una casa o un albergo – dove fosse possibile osservare le regole di purità», (cfr Lev. 12,2 per le regole di purità per la donna che aveva appena partorito e Is 1,3 per la vicinanza agli animali). «Se quella era la nuova “Presenza” di Dio sulla terra, essa si manifesta quindi fuori del luogo deputato, e fino ad allora esclusivo; fuori del santo dei santi, fuori del tempio, senza la mediazione dei sacerdoti vestiti solo di lino; è un’altra struttura del divino che cade. Ciò troverà poi piena esplicazione nella risposta di Gesù alla Samaritana («Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre; i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità, Giov. 4,21-23) e nel fatto che la sua morte e risurrezione avverranno fuori della città, fuori del tempio. Ma è già alla nascita che egli si pone fuori del recinto del sacro. […] La divisione tra sacro e profano entra in crisi con l’incarnazione. In quella che nella liturgia e nell’arte sacra chiamiamo “epifania di Gesù”, non ve n’è più traccia. Finisce quell’ambiguo gioco di rimandi tra puro e impuro, tra sacro puro e profano impuro. E cade non perché sopravviene una concezione più avanzata, ma perché ne viene meno (ne viene tolto) il presupposto radicale: la giustapposizione tra il divino e l’umano, l’intransitabilità della soglia che divide il mondo da Dio. Se l’invasione di campo del sacro nel profano e del profano nel sacro, la mescolanza, la contaminazione tra Dio e uomo rappresentano la massima impurità, proprio questa Dio sceglie e fa sua. Il gesto sorprendente di Dio è di mantenere la distinzione ma di abolire la distanza. […] La massima impurità diventa pertanto la nuova forma dell’economia divina: la comunione del sacro col profano (nulla è più riservato, tutto è riportato alla condizione comune), il meticciato tra il divino e l’umano. Il Dio puro dell’assoluta trascendenza si impasta anche lui di terra, e si presenta nel volto di Cristo come divino e umano insieme, “perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità, veramente Dio e veramente uomo”, come professa il Concilio di Calcedonia. Un Dio meticcio» [pagg. 97.115-118].

venerdì 11 novembre 2011

Quel sì che cambia la storia


Antonello da Messina, L'Annunciata, 1476, Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis

Finalmente alla donna si chiede un assenso.

Si sa qual era la condizione della donna nella società antica (e non solo). L’uno, il maschio, “è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata”, aveva scritto Aristotele (Politica, 1, 1254b); e la prima obbedienza era quella della procreazione. Le donne erano oggetto e strumento della decisione procreativa dell’uomo.

Non si era mai visto qualcuno che chiedesse alla madre il suo consenso per nascere.

Con il concepimento di Gesù la scena cambia improvvisamente. Anche se è Dio a dover nascere come uomo, è alla donna che spetta la decisione. Senza il suo non se ne sarebbe parlato nemmeno. Certo, non sarebbero mancate altre fanciulle in Galilea o altrove, in quel tempo o in un altro tempo, per partorire il Signore, ma intanto se Maria non diceva sì, quella volta Dio non nasceva».


[R. La Valle, Se questo è un Dio, Ponte delle Grazie, Milano 2008, 112-114]


Con gli occhi di un angelo

Con quest'opera, Antonello compie un doppio ardito esperimento: riesce a rendere figurativamente l'evento dell'Annunciazione abolendo almeno due dei personaggi abituali: l'Angelo, la presenza divina - e a concentrare in un'immagine indimenticabile il susseguirsi degli eventi narrati dai Vangeli. Scorrendo il dipinto dal basso verso l'alto, cogliamo infatti il momento precedente all'apparizione angelica, la lettura del libro; il momento umanissimo del dubbio, espresso dalla mano destra, che si protende in avanti, come a fermare l'angelo, a chiedere spiegazioni e dalla mano sinistra, che chiude i lembi del velo. Si arriva così, aiutati anche dalla composizione piramidale del dipinto, al culmine di quest'opera, allo stupendo volto della Vergine, da fanciulla siciliana, che lascia trasparire un velo di preoccupazione, ma si compone a serenità e consapevolezza.

Mettendoci nella stessa posizione dell'Angelo, Antonello ci invita a contemplare questa figura di donna, delicata e insieme maestosa, umana, ma già madre di Dio




venerdì 19 novembre 2010

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo

Siamo giunti alla fine di un altro anno liturgico… Domenica, trentaquattresima del Tempo Ordinario (C), si celebra infatti, la festa di Cristo Re dell’universo, che chiude “in gloria” il percorso fatto quest’anno attraverso la lettura del vangelo di Luca… Metto “in gloria” tra virgolette, perché – come mostra il vangelo scelto dal liturgista (Lc 23,35-43) – non si tratta di «una verità da sbandierare contro i miscredenti, come forse si tentava un tempo con la proclamazione di questa festa di Gesù Re dell’universo! È piuttosto da custodire in cuore e confidare come un segreto “arcano” (esplosivo e tossico!) perché ogni approccio culturale, religioso, amicale con qualunque compagno di strada sarebbe incrinato, se cominciassimo buttandogli in faccia… che questo crocifisso, appeso 2000 anni fa tra due ladroni, con unica distinzione un cartello ambiguo, con scritto su “re dei giudei” – proprio questo, è “il vangelo”: cioè la bella notizia essenziale della nostra fede, su cui noi fondiamo non solo la vita, ma la speranza di salvezza del mondo. Perché dopo tre giorni è risorto.

Se ormai l’usura della consuetudine non avesse svuotato le parole, ci risponderebbero come a Paolo: Su questo ti ascolteremo un’altra volta! E invece, questa è la sintesi di tutto il ciclo liturgico, perché il resto di cui possiamo agevolmente parlare con tutti, è contorno, tutto il resto è mediazione culturale su cui ricercare continuamente ulteriori approfondimenti e ogni possibile convergenza, se non mette in discussione o cerca di censurare questo dato fondante, che il nostro Dio è passato attraverso questo annichilimento» [Giuliano].

Dunque, certo, finiamo “in gloria” con una festa piuttosto altisonante (almeno nel titolo), eppure radicalmente impastata col mistero della croce… Ancora una volta infatti, parlando di Gesù e della sua esperienza umana, non si può sfuggire il dato che, in Lui, coppie di termini contrastanti (gloria / umiltà; grandezza / piccolezza; regalità / croce; divinità / umanità; cielo / terra…), diventano coppie di termini indisgiungibili e che solo in una continua circolarità dei significati, riescono a far intravvedere il mistero di Gesù: perché è vero che è un Dio di gloria, ma non della gloria che è tale perché supera o annulla la piccolezza… ma glorioso proprio perché capace di riempire, valorizzare, rinfrancare le cose piccole… Grande, certo, ma nell’amore, che è la forma più radicale di piccolezza; re, indubbiamente, ma di un regno le cui schiere sono formate da tutti gli incompiuti della storia (ciechi, storpi, prostitute, peccatori…)… Non so come dire, ma… bisogna davvero fare la fatica di uscire da un certo immaginario comune e ricostruire i riferimenti / significati delle parole che ascoltiamo, a partire dal senso di cui la storia di Gesù li ha riempiti… Per esempio… parlare di “gloria” non può ancora oggi farci venire in mente gli angeli, o l’incedere di Gesù trionfante, o la sua ascesa al cielo con schiere di cori angelici che lo accolgono… Questo è un immaginario, non più capace di rendere la realtà del dato evangelico… La “gloria” di Gesù credo sia colta meglio, nella sua sostanza più vera, per esempio da sant’Ireneo, quando dice “La gloria di Dio è l’uomo che vive”, o da san Francesco, che chiama perfetta letizia, la capacità di custodire il cuore dolce pur nelle avversità immeritate… Questa è la gloria di Gesù Cristo: che è passato attraverso questa storia senza mai permettere al male di inquinargli il desiderio di amare gli altri, chiunque altro… e di attuarlo per davvero… La sua gloria è la consegna di sé sulla croce per tutti gli altri… Ecco perché Matteo può dire che il Regno di Dio sono gambe storte che si raddrizzano, occhi ciechi che ci vedono, cuori tristi che si ridestano («Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo», Mt 11,4-5), perché questa è la regalità di Gesù… che nessuno dei suoi (cioè ogni uomo) vada perso… Non a caso reinventa anche il modo per dire “divinità”, che da Lui in avanti infatti si chiama (solo!) “paternità”…
Ancora una volta allora, alla fine di un anno liturgico in cui forse ci sentiamo ormai esperti, il problema è rimettersi con giù il crapone a spaccarsi la testa sull’identità del Dio in cui crediamo, e sulla quale non finiremo mai di convertirci… Dunque in qualche modo… ripartire da capo… anche se ogni ripartenza non è mai dal punto zero, perché contiene in sé ciò che nella storia si è sedimentato (ecco perché con domenica prossima ricomincia un altro avvento, un’altra attesa!)…

Ritorniamo dunque a spaccarci la testa sul vangelo… che questa domenica ci mostra una scena di Gesù in croce… scelta – dicevamo – proprio per il giorno in cui si celebra la regalità di Cristo sull’universo…

È una scelta curiosa… che forse noi non avremmo fatto… e che – proprio per questo – deve interrogarci… Cosa vorrà dire questa cosa? Non è che – forse – ci poniamo questa domanda (e non intuiamo in maniera istintiva la risposta) perché ancora una volta siamo caduti nell’errore di pensare al Signore non a partire dalla sua croce (che di fatti pensiamo sempre come un’appendice della sua vita… perché tanto poi è risorto), ma a partire dall’idea di gloria, regalità e potenza che abbiamo in testa noi? Quelle che continuamente ci vengono riproposte dalla logica mondana in cui siamo immersi?

Ma la croce molto più che un episodio della vita di Gesù, è stato piuttosto l’orizzonte di senso della sua vita, il punto prospettico da cui lui si è sempre guardato… Non a caso Gesù non incorre nella croce incidentalmente o per sfortuna… ma perché si consegna… E precisamente questa logica (la consegna come forma mentis) è ciò che lo identifica nella maniera più peculiare: Gesù è (sempre – in ogni atto del suo esistere) colui che si dona per amore… Tutto quello che fa, lo fa così… a partire da quella logica lì…

Ecco perché diventa ancora più pressante – alla fine del percorso liturgico e celebrando la regalità del Signore sull’universo – chiedersi se davvero in questo anno ci siamo convertiti al Dio di Gesù o se siamo ancora inchiodati all’immagine di Lui che abbiamo in testa noi… la cui regalità sull’universo – forse – fa bene a essere temuta da chi ha smesso di credere…

A proposito, scrive Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, parlando di Carlo Carretto: «A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia». Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle: «Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II: «è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa». In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio: «Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? «Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Ecco perché – forse – alla fine dell’anno liturgico, la Chiesa ci propone proprio il vangelo di Luca che parla di Gesù in croce… Perché lì, in maniera inequivocabile, è posta l’icona più chiara di chi sia il Dio di Gesù e in che senso Egli sia il re dell’universo… Ma è un Dio che ci lascia in silenzio, che non ci abilita a facili proclami, che neanche ci entusiasma più di tanto… perché è il Dio che ci invita a fare della sua logica di consegna, il nostro modo di stare al mondo… che – lo sappiamo fin troppo bene, per questo lo rifuggiamo – è un modo che proprio perché si consegna, è per definizione perdente, è di sua natura votato alla morte (o meglio: a dare la vita per…).

In questo senso è illuminante il ruolo dei due ladroni. Infatti «di fronte alla croce si aprono per tutti le due strade, le due alternative che ci sono dentro ogni uomo. I due delinquenti ci raffigurano tutti, e ci fanno rivivere il dilemma della fede che tutta la vita ci tormenta, di fronte a Gesù. Una voce dentro di noi, che grida nella disperazione (quante volte!) "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!" [logica della pretesa]. Mentre l’agonia profetica dell’altro delinquente, stranamente trasformato dalla dignità sovrumana di Gesù e fiducioso di poter essere accolto da lui, geme pure dentro di noi: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" [logica della consegna].
Non esiste un potere che non versi il sangue dei suoi soggetti, per mantenersi, perché sarebbe subito perdente! Il potere (allora dicevano ‘la regalità’!) è omicida per costituzione intrinseca. L’unica regalità che quando si afferma fa vincere il vinto è l’amore, ma deve essere appunto “più forte della morte”. Questo ha visto il ladrone in Gesù morente: questa testimonianza inerme l’ha vinto, lui che aveva fatto della violenza l’unica risorsa della vita» [Giuliano].

A ciascuno, come singolo, e a tutti, come Chiesa, alla fine dell’anno liturgico allora è come posta la domanda “Vuoi andare dietro ad un Dio così?”… Una domanda esistenziale, non intellettuale, perché l’arte della consegna la si impara vivendo una quotidianità di consegna, un continuo – momento dopo momento, scelta dopo scelta – rinnegare se stessi per fare un po’ di spazio a chiunque ne abbia bisogno…

giovedì 22 novembre 2007

QUALE DIO?

Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile parlando di Carlo Carretto scrive:
«A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est Deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia».

Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle:
«Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».

È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II:
«è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa».

In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio:
«Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».

Questi testi, che forse lasciano un po’ sbigottiti per la trasparenza e la inusuale poca ossequiosità con cui tratteggiano, comunque realisticamente, un periodo storico ed ecclesiale, oltre a delineare quale Dio “viveva” nel preconcilio, mostrano come ci sia uno strettissimo legame tra immagine di Dio e immagine di Chiesa: «Qual era quel Dio, tale era la Chiesa».
Se si fallisce la prima, si fallisce anche la seconda!
Ma più radicalmente mi pare di poter dire, con Bruno Maggioni, che se si fallisce l’idea di Dio, si sbaglia tutto. È a partire da essa infatti (foss’anche l’idea del non esistere di Dio) che in qualche modo si determina il mio modo di concepire la vita, l’amore, l’altro, il lavoro, la comunità, il comportamento… tutto… È chi scelgo di porre come signore della mia vita che mi guida.
Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? E tracciarlo in modo che esso non cada sotto l’ombra del soggettivismo?

La Valle scrive:
«Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».

Il Dio di Gesù Cristo… vediamo come ce lo presenta il testo di Lc 23,35-43, il Vangelo che la liturgia ci propone per questa domenica intitolata a Cristo Re. L’evangelista tratteggia molto bene qual è il Dio di Gesù Cristo, qual è questo Re. Lo ritroviamo infatti appeso a una croce, in mezzo a due malfattori, con «il popolo [che] stava a vedere» e «i capi [che lo] schernivano»; «anche i soldati lo schernivano» e «c’era anche una scritta sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei»; perfino «uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Eccolo il Dio di Gesù Cristo… eccolo il nostro Re: non dice né fa niente, non scende dalla croce, non risponde a chi lo uccide, non tenta di spiegarsi…

Eppure, a un certo punto, quella bocca la apre!
E lo fa in risposta alle uniche parole umanizzanti che vengono pronunciate da chi lo circonda: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Sono parole che hanno un’intonazione di riconoscimento (il “buon ladrone” è l’unico che chiama Gesù per nome) e di affidamento («ricordati di me»). E solo queste sono le parole che fanno reagire Gesù, finora inerme e silenzioso sulla croce. Allo scherno, alla derisione, all’incredulità non c’è risposta (mentre noi un qualche fulmine ce lo saremmo aspettato… sempre a proposito dell’immagine di Dio che abbiamo in testa…). La risposta arriva solo per le parole di riconoscimento, di affidamento… e per le parole dell’uomo sofferente (ricordiamoci che il “buon ladrone” è un uomo che muore e, come ci ha ricordato De Andrè, «un ladro non muore di meno»).
E anche la risposta di Gesù è una risposta umanizzante, una risposta di salvezza: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». È come se questi due uomini, mentre muoiono si ricordassero a vicenda la propria identità: il “buon ladrone” ricorda a Gesù quale Dio è… e Gesù, che gli risponde introducendo le sue parole con una formula di identificazione forte ( “In verità ti dico” è appunto un’espressione del gergo personale di Gesù), gli ridona la sua umanità: «sarai con me».
Alla domanda “Quale Dio?” allora è necessario che rispondiamo: questo Dio. È a lui che dobbiamo dire, come fecero le tribù di Israele a Davide: «Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne».
È lui infatti, come ci racconta Paolo nella sua lettera ai Colossesi, che «ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce», è lui che «ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati», è per mezzo di lui che «tutte le cose sono state create», è a lui che piacque di «riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua crocee, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli».

Ma se tutto questo è vero e pure fonda la nostra vita, allora perché, a volte, alzando la testa a quella croce, mi viene da dire che io un Dio così non lo voglio? Perché un Dio così, conduce anche me su sulla croce…
E tutto di me si ribella a questo destino… tranne forse… due dita di bene che voglio ai miei fratelli.
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