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mercoledì 18 novembre 2015
Cristo re dell'universo
martedì 20 novembre 2012
Cristo re
venerdì 19 novembre 2010
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo
Se ormai l’usura della consuetudine non avesse svuotato le parole, ci risponderebbero come a Paolo: Su questo ti ascolteremo un’altra volta! E invece, questa è la sintesi di tutto il ciclo liturgico, perché il resto di cui possiamo agevolmente parlare con tutti, è contorno, tutto il resto è mediazione culturale su cui ricercare continuamente ulteriori approfondimenti e ogni possibile convergenza, se non mette in discussione o cerca di censurare questo dato fondante, che il nostro Dio è passato attraverso questo annichilimento» [Giuliano].
Dunque, certo, finiamo “in gloria” con una festa piuttosto altisonante (almeno nel titolo), eppure radicalmente impastata col mistero della croce… Ancora una volta infatti, parlando di Gesù e della sua esperienza umana, non si può sfuggire il dato che, in Lui, coppie di termini contrastanti (gloria / umiltà; grandezza / piccolezza; regalità / croce; divinità / umanità; cielo / terra…), diventano coppie di termini indisgiungibili e che solo in una continua circolarità dei significati, riescono a far intravvedere il mistero di Gesù: perché è vero che è un Dio di gloria, ma non della gloria che è tale perché supera o annulla la piccolezza… ma glorioso proprio perché capace di riempire, valorizzare, rinfrancare le cose piccole… Grande, certo, ma nell’amore, che è la forma più radicale di piccolezza; re, indubbiamente, ma di un regno le cui schiere sono formate da tutti gli incompiuti della storia (ciechi, storpi, prostitute, peccatori…)… Non so come dire, ma… bisogna davvero fare la fatica di uscire da un certo immaginario comune e ricostruire i riferimenti / significati delle parole che ascoltiamo, a partire dal senso di cui la storia di Gesù li ha riempiti… Per esempio… parlare di “gloria” non può ancora oggi farci venire in mente gli angeli, o l’incedere di Gesù trionfante, o la sua ascesa al cielo con schiere di cori angelici che lo accolgono… Questo è un immaginario, non più capace di rendere la realtà del dato evangelico… La “gloria” di Gesù credo sia colta meglio, nella sua sostanza più vera, per esempio da sant’Ireneo, quando dice “La gloria di Dio è l’uomo che vive”, o da san Francesco, che chiama perfetta letizia, la capacità di custodire il cuore dolce pur nelle avversità immeritate… Questa è la gloria di Gesù Cristo: che è passato attraverso questa storia senza mai permettere al male di inquinargli il desiderio di amare gli altri, chiunque altro… e di attuarlo per davvero… La sua gloria è la consegna di sé sulla croce per tutti gli altri… Ecco perché Matteo può dire che il Regno di Dio sono gambe storte che si raddrizzano, occhi ciechi che ci vedono, cuori tristi che si ridestano («Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo», Mt 11,4-5), perché questa è la regalità di Gesù… che nessuno dei suoi (cioè ogni uomo) vada perso… Non a caso reinventa anche il modo per dire “divinità”, che da Lui in avanti infatti si chiama (solo!) “paternità”…
Ancora una volta allora, alla fine di un anno liturgico in cui forse ci sentiamo ormai esperti, il problema è rimettersi con giù il crapone a spaccarsi la testa sull’identità del Dio in cui crediamo, e sulla quale non finiremo mai di convertirci… Dunque in qualche modo… ripartire da capo… anche se ogni ripartenza non è mai dal punto zero, perché contiene in sé ciò che nella storia si è sedimentato (ecco perché con domenica prossima ricomincia un altro avvento, un’altra attesa!)…
Ritorniamo dunque a spaccarci la testa sul vangelo… che questa domenica ci mostra una scena di Gesù in croce… scelta – dicevamo – proprio per il giorno in cui si celebra la regalità di Cristo sull’universo…
È una scelta curiosa… che forse noi non avremmo fatto… e che – proprio per questo – deve interrogarci… Cosa vorrà dire questa cosa? Non è che – forse – ci poniamo questa domanda (e non intuiamo in maniera istintiva la risposta) perché ancora una volta siamo caduti nell’errore di pensare al Signore non a partire dalla sua croce (che di fatti pensiamo sempre come un’appendice della sua vita… perché tanto poi è risorto), ma a partire dall’idea di gloria, regalità e potenza che abbiamo in testa noi? Quelle che continuamente ci vengono riproposte dalla logica mondana in cui siamo immersi?
Ma la croce molto più che un episodio della vita di Gesù, è stato piuttosto l’orizzonte di senso della sua vita, il punto prospettico da cui lui si è sempre guardato… Non a caso Gesù non incorre nella croce incidentalmente o per sfortuna… ma perché si consegna… E precisamente questa logica (la consegna come forma mentis) è ciò che lo identifica nella maniera più peculiare: Gesù è (sempre – in ogni atto del suo esistere) colui che si dona per amore… Tutto quello che fa, lo fa così… a partire da quella logica lì…
Ecco perché diventa ancora più pressante – alla fine del percorso liturgico e celebrando la regalità del Signore sull’universo – chiedersi se davvero in questo anno ci siamo convertiti al Dio di Gesù o se siamo ancora inchiodati all’immagine di Lui che abbiamo in testa noi… la cui regalità sull’universo – forse – fa bene a essere temuta da chi ha smesso di credere…
A proposito, scrive Raniero La Valle nel suo libro Prima che l’amore finisca. Testimoni per un’altra Storia possibile, parlando di Carlo Carretto: «A mio parere egli ha posto con radicalità, nel cuore della società contemporanea e secolare, la questione di Dio, e più precisamente la questione: quale Dio. […] È su questo problema che si è costituita storicamente la società moderna, laica e secolare. La laicità non si è costituita sulla tesi Non est deus, Dio non c’è, ma sull’ipotesi Etsi Deus non daretur, anche se Dio non ci fosse. […] E se la società moderna ha deciso di costruirsi come se Dio non ci fosse, l’ha fatto perché quello che le veniva offerto all’atto del suo sorgere era un Dio che non poteva più servire a fondare la sua unità e ad accogliere e accompagnare la sua crescita umana, la scoperta della sua ragione e le attuazioni della sua intraprendenza, ma anzi le era di ostacolo e di divisione. […] Un Dio – e da lui una Chiesa – non più capace di universalità, non capace di aprirsi all’accoglienza magnanima del nuovo che germinava nella storia». Ma chi era questo Dio espulso? Prosegue La Valle: «Era il Dio della guerra, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza del potere, il Dio che fonda il trono dei potenti e sequestra i tesori dei deboli; era il Dio di cui la cultura moderna dirà che è la proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, e della cui trascendenza non un ateo, ma Dietrich Bonhoeffer dirà che non è vera, autentica esperienza di Dio, ma un “pezzo di mondo prolungato”».
È questo il Dio che arriva anche a Carlo Carretto e a tutti i cristiani prima del Concilio Vaticano II: «è ancora il Dio della guerra, il Dio delle leggi assolute, il Dio che allarga le braccia ma non fino ad abbracciare il nemico, non fino ad essere annunziato e riconosciuto come il Dio della misericordia e del perdono. Un Dio nel quale non c’è speranza. E qual era quel Dio, tale era la Chiesa». In proposito in una sua lettera a Wojtyla, Carretto scriverà, ricordando il preconcilio: «Io 40 anni fa, figlio del mio tempo e degli errori del preconcilio, mi sentivo nella Chiesa come arroccato in una fortezza da difendere contro i nemici che mi circondavano da ogni parte; io vedevo la Chiesa come separata dal mondo, come un esercito perennemente lanciato in crociate, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo».
Ma allora, com’è possibile rintracciare il vero volto di Dio? «Carretto, attraverso la sua esperienza, arriva a porre la stessa domanda. Chiedersi “quale Dio” non significa cadere nel soggettivismo, negare l’oggettività di Dio. Dio non si esaurisce in una sola immagine, egli non è dato, totalmente dato, deve essere cercato. La stessa Bibbia è percorsa da diverse percezioni di Dio, e non tutte valgono allo stesso modo; ma l’una va presa e l’altra lasciata, man mano che Dio si fa più manifesto e man mano che cresce l’esperienza spirituale dei credenti. È per questo del resto che si parla di un “Dio di Gesù Cristo”».
Ecco perché – forse – alla fine dell’anno liturgico, la Chiesa ci propone proprio il vangelo di Luca che parla di Gesù in croce… Perché lì, in maniera inequivocabile, è posta l’icona più chiara di chi sia il Dio di Gesù e in che senso Egli sia il re dell’universo… Ma è un Dio che ci lascia in silenzio, che non ci abilita a facili proclami, che neanche ci entusiasma più di tanto… perché è il Dio che ci invita a fare della sua logica di consegna, il nostro modo di stare al mondo… che – lo sappiamo fin troppo bene, per questo lo rifuggiamo – è un modo che proprio perché si consegna, è per definizione perdente, è di sua natura votato alla morte (o meglio: a dare la vita per…).
In questo senso è illuminante il ruolo dei due ladroni. Infatti «di fronte alla croce si aprono per tutti le due strade, le due alternative che ci sono dentro ogni uomo. I due delinquenti ci raffigurano tutti, e ci fanno rivivere il dilemma della fede che tutta la vita ci tormenta, di fronte a Gesù. Una voce dentro di noi, che grida nella disperazione (quante volte!) "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!" [logica della pretesa]. Mentre l’agonia profetica dell’altro delinquente, stranamente trasformato dalla dignità sovrumana di Gesù e fiducioso di poter essere accolto da lui, geme pure dentro di noi: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno" [logica della consegna].
Non esiste un potere che non versi il sangue dei suoi soggetti, per mantenersi, perché sarebbe subito perdente! Il potere (allora dicevano ‘la regalità’!) è omicida per costituzione intrinseca. L’unica regalità che quando si afferma fa vincere il vinto è l’amore, ma deve essere appunto “più forte della morte”. Questo ha visto il ladrone in Gesù morente: questa testimonianza inerme l’ha vinto, lui che aveva fatto della violenza l’unica risorsa della vita» [Giuliano].
A ciascuno, come singolo, e a tutti, come Chiesa, alla fine dell’anno liturgico allora è come posta la domanda “Vuoi andare dietro ad un Dio così?”… Una domanda esistenziale, non intellettuale, perché l’arte della consegna la si impara vivendo una quotidianità di consegna, un continuo – momento dopo momento, scelta dopo scelta – rinnegare se stessi per fare un po’ di spazio a chiunque ne abbia bisogno…
venerdì 20 novembre 2009
Cristo re
Evidentemente la panoramica dei titoli attribuibili a Gesù è assai più vasta, ma precisamente questi tre, soprattutto a partire dal XVI secolo in poi, sono stati privilegiati come elementi di sintesi della missione/identità di Gesù, tecnicamente, definiti i tria munera, i tre “uffici” di Cristo.
Ma cosa vuol dire che Gesù è re? E soprattutto: In che senso è re?
Innanzitutto è utile ricordare che l’applicazione della qualifica “regale” a Gesù, ha evidenti provenienze neotestamentarie: Egli infatti, per un verso, è descritto come colui che porta a compimento la figura del re di Israele e il suo significato nella storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo; per l’altro, è colui che annuncia e insieme incarna il Regno di Dio che viene…
Come mette in luce il mai sufficientemente compianto G. Moioli nella sua Cristologia, la domanda inevitabile che sorge diventa allora: «Quale sarà la ragione ultima per cui Gesù è la verità del “re” israelitico, in quanto presenza, attualizzazione reale del “regno” di Dio?». Ed evidentemente la risposta non può che essere: il fatto che «Gesù è il Figlio»!
Questa è precisamente la ragione per cui in Gesù si ritiene compiuta, o meglio, compiutamente rivelata la regalità, la signoria di Dio sul mondo. Ma appunto, precisamente per questo, la qualità di questo “dominio” non può essere semplicemente evinto dalla categoria linguistica di “re” – come a volte purtroppo anche la teologia o il Magistero hanno fatto: piuttosto dire che in Gesù si rivela compiutamente la signoria divina sull’universo, vuol dire che per sapere in quale modo Dio è re, devo guardare a come questa regalità è stata esercitata da suo Figlio, dal determinarsi storico dell’uomo Gesù, nei trent’anni di vita trascorsi su questa terra.
Come già accennato, sono soprattutto due le modalità in cui nel NT, ci si riferisce a Gesù in chiave regale: o in quanto compimento della regalità israelitica; o in associazione alla venuta del Regno di Dio. E ciò che in entrambi i casi i testi evangelici (ma anche paolini) trasmettono, è letteralmente un rovesciamento di quello che le nostre orecchie abitualmente associano al termine “re”, quando lo sentono: per quanto riguarda l’annuncio del Regno infatti ciò che salta subito all’occhio è la continua dialettica tra regalità e servizio («Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi però non sia così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti», Mt 20,25-28); mentre per quanto riguarda il compimento della regalità in Israele, il ribaltamento avviene sulla qualificazione della crocifissione, come intronizzazione-esaltazione di Gesù («Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dissero allora a Pilato: “Non scrivere: ‘Il re dei Giudei’, ma: ‘Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’”. Rispose Pilato: “quel che ho scritto, ho scritto”», Gv 19,19-22).
Uno strano re, dunque: un re che serve, un re che ha il suo trono su una croce… un re inedito, un re diverso… un re di cui non si è invidiosi… Come dice il brano di Giovanni, un re, il cui regno «non è di questo mondo»…
Ma appunto… non nel senso che il suo Regno è identico a quelli del mondo, solo che sta “in un altro mondo”, quello celeste, quello venturo, quello “dell’alto dei cieli”… Come se la distanza tra regni umani e Regno di Dio fosse solo temporale, cronologica… ma di fatto incarnasse le stesse modalità di dominio delle potenze terrestri (come a qualcuno piacerebbe…) e semplicemente – per ora – le stesse rimandando al giorno del giudizio universale…
L’essere di “un altro mondo” indica piuttosto l’obbedienza ad un’altra logica, ad un’altra prospettiva, ad un’altra mentalità… quella di Dio appunto… per indicare la quale si usa la medesima parola “regno”, ma precisamente per rovesciarne dall’interno il significato, proprio come con un calzino!
Il problema però non è tanto ribadire quale sia la qualità di questa diversa e inaudita logica (l’amore incondizionato per l’altro come criterio unico e definitivo per porsi nella vita), di cui spesso – penso e spero – abbiamo sentito parlare… Il problema infatti è piuttosto come vincere quel meccanismo inconscio per cui noi di tutte queste cose, semplicemente, non ci ricordiamo… Sentir parlare di “Cristo re”, per esempio, ci rimanda istintivamente col pensiero a immagini ben diverse da quelle del servizio o della croce; sentir parlare della signoria di Dio, suscita immediatamente una reazione di timore e tremore, piuttosto che una consolazione viscerale per la qualità amorosa di quella signoria…
Il problema cioè diventa quello del perché, pur sapendo molte cose e avendo sentito molte parole sull’identità inequivoca di Dio come Padre, automaticamente la prima immagine che abbiamo in cuore di lui è quella di un padrone, di un tiranno, di un re al modo umano, appunto… Perché questa e non l’immagine evangelica che Gesù, senza alcuna ambiguità, traccia del volto del Padre, è quella che più di tutte ci è penetrata nella carne, nelle fibre, nelle congiunture del nostro essere? Perché negli sprazzi di immediatezza, di inconscio, di istintività, vince sempre la paura di dio e non l’affidamento al Padre?
Certo, secoli di discutibile educazione cristiana hanno sicuramente fatto la loro parte (come anche il senso dell’istituzione della festa odierna, sta lì a mostrare…), ma forse in gioco c’è anche la nostra radicale fatica a sbilanciarci verso una relazione personale col Signore, con la sua Parola, che – senza ombra di dubbio – ci rimanderebbe all’incondizionata paterna dedizione di Dio per noi, ma che invece evitiamo per la fatica di superare lo scoglio dell’affidamento, del lasciare davvero la signoria della nostra vita ad un altro, del rimetterci alle sue mani…
Ma io credo che questo sbilanciarsi in una fiducia, in un darGli credito, in un intraprendere finalmente una relazione dove darsi del “Tu”, sia davvero l’unico modo perché pian piano la Sua verità (che coincide con la vita di Gesù) penetri nei meandri profondi della nostra intimità e – goccia dopo goccia – arrivi a corrodere le paure e le durezze, le rigidità e le intransigenze, i timori ed i tremori… che l’immagine falsa che ci siamo fatti o che ci hanno dato di lui, continuamente rilancia, avvelenandoci il sangue e riversandosi sulle persone che compongono la nostra vita…
Perché solo questo è il criterio per sapere se il Dio che abbiamo in testa (in cuore) è quello di Gesù: se ci apre alla dedizione incondizionata per la vita degli altri (fino a saper donare la nostra per loro), o se ci chiude in uno sguardo gretto e impaurito (le cose sono sempre connesse) sugli altri.
Simile a un figlio d’uomo …il suo regno non sarà mai distrutto
Quando volevano farlo “re” per il suoi poteri prodigiosi, si era rifiutato. Sarebbe stato solo un grave malinteso. Gesù se ne fuggi solo, a pregare. Adesso, arrivato alla soglia della sua passione e crocifissione, abbandonato da tutti, non c’è più pericolo di quell’equivoco. Pilato, che più si fa domande, non comprende l’essenza della sua ‘signoria’, e nessun altro lo capisce, a parte i soldati, espressione spesso inconscia e brutale delle voglie perverse dei loro capi, che ci giocano attorno un teatro tragico, deridendo la sua pretesa regalità. Ma in questo momento di massima umiliazione, egli insiste: tu lo dici, io sono re! perche sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. La verità è l’amore del Padre per il mondo, amore che il figlio rappresenta e ci rivela nel suo vivere, nel suo morire, nel suo risorgere. La croce è l’apice del dramma insondabile di sofferenza e consenso, di lontananza e di amore, di rifiuto e di perdono, che lega indissolubilmente il Padre alla sua creazione. Proprio lì, sul legno maledetto, Gesù, umiliato fino alla morte, con la sua risurrezione, viene instaurato in una gloria che possedeva da sempre, come re – che vuol dire centro di vita, di salvezza, di gloria – per tutto il mondo. Tanto che la stessa creazione del mondo non avrebbe avuto luogo senza la previsione della sua croce: un re crocifisso : Voi sapete … che foste liberati … con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi … (1 Pt 1,19s).
lui, che ci ama, ci ha liberati dai nostri peccati …
Nato e cresciuto nella storia empirica dei regni fascinosi di questo mondo, l’uomo di oggi, meno che mai può avere una visione approfondita della sua esistenza e del compito che è chiamato a svolgere. Tutto gli è presentato come così urgente che a malapena riesce a percepire, in taluni momenti privilegiati, che dentro di lui c’è qualcosa di più grande di lui. Ma del “vero regno” e del “re” della sua vita, cosa sa? E chi glielo annuncia? Eppure era il primo mandato di Gesù ai discepoli (Lc 9,2)! I più si riferiscono ad un ipotetico misterioso «dopo morte», senza peraltro sapere che dirne. Una corsa dalla nascita alla morte … è la vita, per la maggior parte degli uomini, anche cristiani! Ma le grandi domande sull’inizio, sulla morte, su un dio (ed un destino) personale ed eterno, sono in genere domande cui non si osa dare risposta. Eppure ogni desiderio o frustrazione, ogni gioia o male, ogni amore o paura, non può che domandare di Lui. Chi è stato battezzato da bambino, se non ha mai avuto la grazia di una conversione, di uno scossone interiore, per qualche evento della sua storia personale, forse coglie meno cosa significa “entrare in questo regno”, come in un’esperienza trasformatrice, un coinvolgimento personale, che gli fa scoprire in sé il germe della vita eterna, la vita vera già di qua, la propria personale partecipazione all’essere divino, che non viene dalla carne e dal sangue, ma da Dio (solo l’amore umano, nei suoi momenti più gratuiti, è qualcosa di simile!). Allora, al di là delle diverse, non sempre felici, esperienze ecclesiali, l’uomo comprenderà di non essere ‘solo’ nella sua storia, ma che la vera storia è in lui, perché, come dice Pietro nel suo primo discorso (alle folle ed a ognuno di noi): Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso (At 2,36). In lui, attraverso la sua avventura umana che gli diviene contemporanea, a ognuno è misteriosamente “proposta la storia del suo esodo dal mondo divino a quello terreno e la storia del suo ritorno al principio incandescente dal quale promana (cfr Gv 17,1ss). Il ritorno è certo, ma lento e faticoso; l’uomo, come il seme del loto, deve radicarsi nel fango oscuro della materia se vuol risalire e germogliare nella luce. Pur essendo nel mondo, deve continuamente ricordarsi di possedere una perla preziosa che gli è stata affidata dal Re del mondo, della Verità e della Vita” (id).
ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre …
L’avventura carnale è determinante, perché questo è “essere umani”. Perciò anche Gesù ci è passato, sprofondandosi con tale consegna di sé da divenire il cuore pulsante del “ Regno” del Padre. E ne è stato temprato come nuovo modello antropologico, il nostro alfa e il nostro omega, con dentro tutto l’alfabeto umano: Nei giorni della sua vita di carne egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek (Eb 5,7ss). In lui si è fatta la prova suprema dell’essere uomo, del compimento cioè del desiderio infinito che abita paradossalmente la debolezza della carne umana. E nonostante l’insuperabile lontananza (Dio mio, perché mi hai abbandonato!?), Dio ha dato ascolto totale a questa voce collettiva della carne umana. In essa si è decisa la vita e la morte di ognuno. La Verità che è in Dio, si è fatta carne, ma i suoi non raccolsero. Molti non ascoltano, occupati in altre faccende. Altri domandano: cosa è la Verità? Lo stesso Pilato la mostrò alla gente dichiarando: ecco l’uomo! Generazioni innumerevoli hanno preceduto l’Incarnazione, altre la seguiranno. E nel frattempo la nostra avventura nella carne e nel sangue sarà decisiva. In essa è l’incrocio della nostra storia quotidiana e della presenza divina nella storia impercettibile, ma vera, punto d’incontro della carne e dello Spirito, del regno umano con la sua dinamica senza futuro, e del regno di cui Cristo è la via, la verità e la vita. “Se la nostra personale carne riuscirà a mangiare la Parola che diviene carne, diverrà il supporto della immanenza divina nella materia stessa, e sarà un centro che irradia la vita, come lui ha predetto: Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero malato e mi hai curato” (id). Parteciperemo da protagonisti al suo regno, diverremo con lui sacerdoti di una nuova offerta. Anche se la nostra storia, la nostra carne opaca si lascia troppo faticosamente assorbire nella logica del regno, questa resistenza della carne non va giustificata, ma va sostenuta con misericordia. Tutto infatti può essere sop/portato nella tensione del sentire in grande di Dio (macrotimia 2 Pt 3,9) – entro la quale siamo introdotti nel “tempo di Dio”, che è il respiro del regno, nel quale i cristiani debbono vivere. Non si tratta di un tempo diverso cronologicamente o fisicamente dal tempo della storia. Il tempo di Dio è piuttosto il modo stesso con cui Dio sostiene il tempo degli uomini, cioè la sua grazia. Infatti, il contenuto ultimo del tempo di Dio è l’accoglimento sovrano dell’uomo peccatore, nella croce di Gesù Cristo. Egli ci ha amato mentre eravamo ancora peccatori. Nella croce Dio abbraccia ciò che è ancora lontano e distante da lui: in questo abbraccio affettuoso del nostro tempo, resistente all’abbraccio e tuttavia sostenuto mentre cerca di liberarsene, sta la segreta potenza salvatrice del regno di Dio (G. Ruggeri). Il carattere escatologico del regno non è dato dal fatto che Dio mette fine alla storia degli uomini, ma dal fatto che questa storia, sostenuta dall’amore di Dio così come si è rivelato in Gesù il Cristo, verrà condotta alla sua fine – quando, il Padre solo lo sa ma è già accolta e amata adesso nella sua diversità reale, nella sua dolorosa distanza … da Dio!
venerdì 21 novembre 2008
Il Re dell’universo è il più piccolo degli uomini.
Ciò che avete fatto ai miei fratelli più piccoli, è a me che l'avete fatto.
Gesù conclude il lungo discorso sulla fine del mondo mettendo in scena, davanti ai suoi uditori, una rappresentazione drammatica, più che una parabola come le due precedenti. E in questo racconto figurato condensa la risposta decisiva, quanto mai esplicita e provocatoria, alla domanda dei discepoli: "Dì a noi, quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?" (Mt 24,2). L'obiettivo è lo stesso delle altre parabole, ma ancora più evidente: il discepolo è chiamato a sostituire l'ansia assillante per il suo futuro e per la fine del mondo con un'attenzione intensa e operosa al presente. Tutto si decide in questo nostro tempo, dunque! Ma il racconto dell'assemblea universale della storia offre una chiave e una luce in più: la vita del credente non è un'attesa di qualcosa che finalmente ci sarà dato, ma che adesso non c'è, e ci sarà svelato in un giudizio finale! Al contrario: la fede è il ribaltamento delle alienazioni religiose che la paura del futuro genera nell'uomo e che gli fanno credere che la sua sorte si giocherà alla fine di tutto, in un incubo apocalittico, quando tutto il mondo brucerà. L'incontro con la salvezza (con il Salvatore) avviene invece già adesso, in questa nostra storia ‑ dove e come, né fedeli né infedeli avrebbero mai immaginato, a stare alle parole del Signore.
Il giudizio finale è raccontato per convincerci che non ci sarà… alla fine, ma adesso!
Dunque la decisione definitiva di dannazione o di salvezza di tutti noi … e del mondo intero, non è in qualche misterioso meccanismo o magia o amuleto, ma neanche in formule di fede o nei sacramenti delle religioni, ma nella risposta che Gesù dà alla domanda centrale di chi crede in lui: qual è il senso della sua venuta, ora che non è più tra noi? … La risposta è sconvolgente e inaspettata, appunto, per credenti e non credenti: come dire "Ma io sono già sempre in mezzo a voi, e non mi vedete?! Ciò che avete fatto ai miei fratelli più piccoli, è a me che l'avete fatto … La sorpresa di tutti per questa affermazione, è descritta e ripetuta (Signore, quando mai ti abbiamo incontrato?!), perché lo scopo del racconto è proprio di ribadire questa fondamentale verità del vangelo di Gesù: la salvezza (il regno) è qui, in mezzo a noi. Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo – è la garanzia, che chiude il vangelo di Matteo (28,20).Il giudizio finale è dunque raccontato per spiegare che non ci sarà . Lo stiamo facendo adesso! Gli spettatori di questa rappresentazione drammatica devono concludere guardandosi attorno, per scoprire che il grande momento non è da attendere con angoscia per chissà quando, ma che l'incontro con lui (che è il vero giudizio: la sua venuta!) sta già avvenendo nella processione di accoglienze o di rifiuti che abbiamo con i più piccoli, nostri e suoi fratelli, sotto le vesti feriali, sporche, incatenate o abbandonate dei più poveri …
La regalità di Cristo è la regalità dei poveri, e viceversa!
Chi è chiamato a giudicare solennemente in questo simbolico consesso generale dell'umanità è il "Figlio dell'uomo", finalmente intronizzato nella sua gloria suprema (divina!). Questa raffigurazione sublime rende ancora più sorprendente l'esito del dramma: il giudizio non mette per nulla in questione questo Re supremo e l'ossequio a lui o l'osservanza dei suoi precetti morali o religiosi… come c'era da aspettarsi dal Padrone della storia e dell'universo, che finalmente decide di tirare le conclusioni! Ma riguarda i più piccoli dei suoi fratelli, la loro fame e sete, l'accudimento premuroso che noi offriamo loro in ogni bisogno! Dunque, sono loro i nostri giudici, lungo tutto il corso della nostra vita, non alla fine, ma mentre stiamo vivendola (è questo il clou della rappresentazione!). La loro esistenza subumana e degradata ci denuncia e ci giudica. Per poter riparare l'offesa alla regalità divina del Cristo, sono loro che dobbiamo mettere a sedere sul trono della gloria. Dal vangelo noi sappiamo bene che la sua regalità non ha nulla a che fare col potere e col dominio, sappiamo che Lui ha donato tutta la sua vita per servire e non per essere servito. Forse non avevamo ancora colto, però, in modo così' luminoso, che
Di certo rimane il dato che l'amore universale, aperto a tutti gli uomini, al di là di ogni steccato ideologico o religioso, è il fondamento del Vangelo, anzi è il senso della vita di Gesù. Il quale non ha soltanto predicato la sua identificazione di solidarietà morale con i piccoli travolti dalla macina della storia. Non li ha soltanto costituiti giudici simbolici e criterio del cammino di salvezza dell'umanità, ma ha prima vissuto davvero nella sua carne la loro sofferenza e la loro degradazione umana. Il racconto della passione che inizia la pagina seguente, ci mostra il "figlio dell'uomo" come un "Re" tradito e rinnegato, disprezzato, deriso, torturato, assetato, ignudo… senza che nessuno riesca a fermare questo meccanismo diabolico per cui il più innocente degli uomini è travolto dal più perverso dei mali! Finché muore nudo sulla croce, in un urlo di invocazione disperata al Padre. Per implorare che non sia mai più così, per nessun uomo, per quanto piccolo e insignificante! Ma appunto per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome nel quale tutti riconosceranno che la sua regalità è nata non dalla sua provenienza divina, non dal comportamento eccellente, ma dalla fedeltà appassionata all'amore del Padre, che l'ha mandato a identificarsi con i suoi fratelli, fino a patire in tutto la loro sorte.
Bisogna infatti che egli regni, finché non ha posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.
Adesso è chiaro che i "nemici" di Gesù, l'ostacolo vero al diffondersi del suo vangelo di amore, sono tutti coloro che si oppongono alla regalità dell'uomo, o hanno "distrazione" che a questo assillo centrale tolgono il primato. Perché il suo regno è un regno di re, a cominciare dai più piccoli meno onorati. Un regno di "re"… in servizio alla regalità reciproca! Ovviamente cominciando da chi, attorno a noi, ha meno prestigio e potere, per avviarlo anche lui alla sua dignità regale. O decidiamo di sottomettere a questo obiettivo ogni altra preoccupazione o istanza, pure importante, "ogni principato e ogni potestà e potenza" … o rischiamo di essere messi dalla parte delle capre! È drammatica la censura che tuttora nella mentalità corrente della gente di chiesa, oscura questo criterio "finale" dell'annuncio evangelico, a favore di troppe preoccupazioni dottrinali, liturgiche, morali, istituzionali, che ci frastornano e ci accecano, togliendo la preminenza ai piccoli che soffrono, lontano o vicino a noi. E così alla fine, abbiamo solo ritagli di tempo per loro, che invece Gesù considera il discrimine determinante della fede come incontro con lui nella storia! E a chi ha inteso che proprio loro devono essere l'impegno fondamentale della fede cristiana e su di loro saremo giudicati, si continua a dire: ma non tocca a te, non è il tuo carisma, c'è chi ci deve pensare…
Ma allora, tolto questo, a noi ‑ su cosa ci giudicherà il Signore?
Quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli l'avete fatto a me
Questo discorso, nell’organizzazione matteana, si svolge a Gerusalemme: Gesù è appena uscito dal tempio (Mt 24,1), dove aveva avuto duri scontri con i venditori (Mt 21,12-13), con i sommi sacerdoti e gli scribi (Mt 21,14), con gli anziani del popolo (Mt 21,23 ss), con i farisei (Mt 22,15 ss; Mt 22,34-24,39) e con i sadducei (Mt 22,23 ss) ed è interpellato dai suoi discepoli: «Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio» (Mt 24,1). Questo invito diventa per Gesù (e letterariamente per Matteo) l’occasione per articolare una risposta dal sapore escatologico: Gesù infatti avverte che di tutte quelle cose «non resterà pietra su pietra che non venga diroccata» e, allargando il discorso, nuovamente sollecitato dai discepoli («Dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» Mt 24,3) inizia a parlare di guerre, carestie, terremoti, supplizi, uccisioni, falsi profeti... che anticiperanno, ma non saranno la fine. Il discorso si sposta allora sull’atteggiamento che i discepoli dovranno tenere in questa attesa del ritorno del Figlio dell’uomo: quello dell’essere vigilanti, sottolineato dall’inserzione di ben tre parabole: quella del maggiordomo (Mt 24,45-51), quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13) e quella dei talenti (Mt 25,14-30).
È proprio a questo punto che, dopo l’annuncio dei tempi ultimi e l’invito ad un’attesa vigilante, inizia l’ultima parte di questo discorso escatologico, coincidente con il vangelo di questa domenica. In modo evidente quindi lo sfondo delle parole di Gesù presenti in questo brano è quello del giudizio.
Anche l’incipit mostra l’inequivocabilità dell’atmosfera giudiziale: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri».
Se però sia dal contesto del brano, sia dal suo incipit , è chiaro il tenore delle parole di Gesù o almeno il clima escatologico che le avvolge, forse risulta ancora necessario specificare alcuni tratti di questa prospettiva giudiziale, per evitare di cadere in banali luoghi comuni.
La prima cosa da evitare è quella di considerare le parole di Gesù come una mera descrizione materiale del “come” sarà quello che noi abitualmente chiamiamo il “giudizio finale”. In particolare non possono essere prese alla lettera alcune espressioni linguistiche contenute in questo brano, che, se lette senza contestualizzazione, ci farebbero sussultare non poco: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli»; «E se ne andranno: questi al supplizio eterno». È infatti esegeticamente errato usare queste affermazioni per rispondere alle nostre domande ansiose sulla realtà e densità demografica dell’inferno. Questo è chiaro, anche a chi non è uno studioso specializzato della Bibbia, già solo per il fatto che è il contesto a suggerire questa impossibile interpretazione: se Gesù avesse voluto spiegare costituzione e composizione di inferno e paradiso avrebbe impostato diversamente il discorso; se non altro, per evitare di essere frainteso, avrebbe dichiarato esplicitamente il suo intento. E invece né qui, né mai nel Vangelo noi troviamo riferimenti materialistici alla vita nell’aldilà. Forse anche per questo le interpretazioni e divagazioni sul tema, hanno avuto un spettro talmente vasto da risultare a volte addirittura folkloristiche... Nessuna parola di Gesù infatti è in grado di risolvere le nostre angosciose domande sull’aldilà... Ma perché – ci verrebbe da chiedere – il Signore non ha sciolto questo enigma sul post mortem che per l’uomo sembra così determinante? Perché non ha indicato qualche breve e netta indicazione per arrivare in paradiso, in modo che fosse chiaro il da farsi? Perché, in ultima analisi, il Signore è sempre così sbilanciato sull’aldiqua, quasi ignorando deliberatamente l’anelito angoscioso dell’uomo per una risposta sull’aldilà? E, tornando al nostro brano, se in questo capitolo 25° di Matteo il Signore non sta delineando come sarà materialmente il “giudizio finale”, in che senso vanno intese le sue parole?
Anche se sembra un’evidenza, è utile far notare il fatto che mentre Gesù parla non si sta attuando quanto dice: il resoconto di Matteo cioè non è quello di uno che ha partecipato al “giudizio universale” e lo racconta. Il discorso di Gesù fa riferimento a un tempo che deve ancora compiersi («Quando il Figlio dell’uomo verrà...»). Forse può apparire superfluo porre questo piccolo chiarimento, eppure esplicitarlo permette da un lato di evitare di confondere realtà dei fatti e parole di “avvertimento” (come quelle di una mamma che dice: “Se mi porti a casa un 4 ti uccido”, dove è evidente l’iperbole che ha di mira il far studiare il proprio pargolo e non certo l’eliminarlo fisicamente...) e di inquadrare le intenzioni di chi sta parlando: l’intento di Gesù infatti, pare più quello di dare un criterio per la vita nell’aldiqua che un discrimen per la vita nell’aldilà. Detto altrimenti: l’intenzione di Gesù qui (ma, come prima si accennava, anche sempre nel Vangelo) è quella di richiamare alla decisività della vita nell’aldiqua. Questo è l’unico e solo interesse del Signore: che l’uomo sia Uomo nell’aldiqua. Anche perché ciò che saremo nell’aldilà non potrà che essere quello che siamo stati-diventati in questa vita terrena. Non è un altro da me quello a cui è promessa la vita eterna. La mia identità singolarissima nella sua completezza (la fede cristiana crede alla risurrezione della carne, non dalla carne come ogni tanto scappa detto a qualcuno mentre recita il Credo) è destinata alla vita eterna...
Le parole di Gesù hanno dunque di mira l’illuminazione della vita nell’aldiqua. È per la pienezza di questa vita, per la sua realizzazione in termini di umanizzazione della propria interiorità che sono dette!
Esse infatti rimandano al “chiodo fisso” di Gesù: tutta la sua vita (compresa la sua morte), le sue parole, i suoi gesti sono infatti l’instancabile riproposizione di un’unica verità: solo l’amore ha e dà senso alle vite degli uomini!
Non l’amore sentimentaloide che travolge gli adolescenti di ogni età, né quello superficiale e ipocrita di tanti perbenisti... sempre così bravi a parole e così terribilmente lontani dalla tragicità della vita degli altri. Ma l’amore come l’ha vissuto Lui, fatto di gesti e parole che rompono le distanze e i pregiudizi (etnici, sessuali, religiosi, politici...); che permettono davvero di incontrare l’altro senza ridurlo a oggetto della nostra gratificazione buonista, ma riconoscendolo nella pienezza della sua dignità di fratello; un amore che sa porre come unico e solo obiettivo della vita (e dell’alzarsi ciascuna mattina) il volere il bene di chiunque altro mi si pone sul cammino (sia esso uno dei miei o uno sconosciuto); un amore che sa essere fedele all’identità dell’altro, anche quando è lui stesso a smarrirla e che addirittura arriva a morire per farlo vivere...
Questo sta dietro a quel «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Non è un elenco di buone azioni che garantiscono il paradiso, come a volte è capitato di pensasse: magari andando in carcere per fare una “buona azione” coltivando contemporaneamente in cuore disprezzo e rancore nei confronti dei detenuti... Quello che propone il Signore ha una portata di tutt’altro livello: è il ribadire l’unico criterio che ha sempre guidato la sua vita nell’aldiqua, il suo stesso decidere (e decider-si): una vita è beata quando crede nell’amore a costo di morire per non rinnegarlo!
Il peccato, e dunque l’essere inferno a noi stessi, è smettere di dar credito a questa cosa: che solo l’amore abbia e dia un senso. Smettere di credere alla continua riproposizione del rapporto umano (da uomo a uomo) è fallire l’incontro con Dio. Paradossalmente, smentendo tante convinzioni devozionistiche, questo vangelo ci ricorda come o si avventura la vita sui volti degli altri, impastandosi con il loro cuore, mischiandosi alle loro lacrime, al loro sudore e al loro sangue, scandagliandone le perversioni e curandone le ferite, scoprendo come funzionano, come ragionano e sperano... o tutto questo non può essere vissuto neanche con Dio. Mentre è Vangelo, cioè buona notizia che questa intimità sia possibile sia con l’Uno che con gli altri!
giovedì 22 novembre 2007
Festa di Cristo Re
…è questo uno di quei misteri, anzi quello centrale, che il cristiano e la chiesa stessa, serbano in cuore con trepidazione e timore. Troppo facile da omogeneizzare, se li proponi come credenza fondamentale del credo cristiano; troppo paradossale e incredibile, se devi spiegarlo ad un amico ignaro; troppo affascinante e insieme "impossibile", se per noi – per me! – questo uomo è il maestro, il modello, il fratello, con il quale camminare verso il Padre, che proprio per questo lo ha mandato nel mondo. Era questo il "mistero nascosto" nel cuore di Dio per miliardi di anni: in Gesù di Nazareth, crocifisso, morto e risorto, abita tutta la pienezza della divinità "corporalmente" – carne come la nostra carne, materia della nostra materia… Non è una verità da sbandierare contro i miscredenti, come forse si tentava un tempo con la proclamazione di questa festa di Gesù Re dell'universo! È piuttosto da custodire in cuore e confidare come un segreto "arcano" (esplosivo e tossico!) perché ogni approccio culturale, religioso, amicale con qualunque compagno di strada sarebbe incrinato, se cominciassimo buttandogli in faccia… che questo crocifisso, appeso 2000 anni fa tra due ladroni, con unica distinzione un cartello ambiguo, con scritto su "re dei giudei" – proprio questo, è "il vangelo": cioè la bella notizia essenziale della nostra fede, su cui noi fondiamo non solo la vita, ma la speranza di salvezza del mondo. Perché dopo tre giorni è risorto. Se ormai l'usura della consuetudine non avesse svuotato le parole, ci risponderebbero come a Paolo: Su questo ti ascolteremo un'altra volta! E invece, questa è la sintesi di tutto il ciclo liturgico, perchè il resto di cui possiamo agevolmente parlare con tutti, è contorno, tutto il resto è mediazione culturale su cui ricercare continuamente ulteriori approfondimenti e ogni possibile convergenza, se non mette in discussione o cerca di censurare questo dato fondante, che il nostro Dio è passato attraverso questo annichilimento.
Tra fascino e rifiuto – attrazione e aggressività omicida
Tutto il Vangelo di Luca era già cominciato così, con questo dilemma tra fascino e rifiuto, fin dalla prima "predica", a Nazareth, profeta neofita, quando: "insegnava nelle loro sinagoghe glorificato da tutti (4,15) e subito dopo: tutti erano pieni di furore nella sinagoga ascoltando queste cose (4,28). Ammirati dunque, delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e pronti subito ucciderlo… Questa spada di contraddizione gli ha scavato il cuore lungo tutto il cammino della vita, e Gesù stesso se ne lamenta, con i parenti, con quanti lo seguono e sono beneficiati da lui, con i discepoli più cari, - entusiasti, ma pronti tutti a rinnegarlo, salvo le donne!
Dove arriva Gesù, arriva pure una specie di resistenza cieca e suicida, come testimonia il prologo dell'ultimo dei vangeli: "In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta… Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe" (Gv 1,4ss). Già nella trasfigurazione Gesù fu presentato come l'Eletto di Dio, che il Padre ha scelto per salvare il suo popolo, a cominciare da gli esclusi, i maledetti, i prigionieri… dei quali prende su di sé il peccato e l'oppressione, come il servo di Isaia - Eletto da Dio , ma incompreso o reietto dagli uomini. Un mistero tanto accecante che Gesù stesso raccomanda di tenerlo segreto… fino alla risurrezione.
Il viaggio a Gerusalemme…
ecco dove portava la strada lunga e stretta che dalla Galilea e Samaria porta a Gerusalemme. Gesù l'ha percorsa coi suoi discepoli e tanta gente, come insegnamento, testimonianza, compagnia… di sentimenti parole opere, per comunicare il suo mistero. Guarendo, evangelizzando e facendo del bene dovunque attorno a sé. Sempre più solo in questa scelta obbligata dell'amore. Se ti fai disponibile, l'altro, affamato, ti mangia! Gesù prevede e preannuncia come andrà a finire. Soffre per la struggente amarezza che nessuno s'accorge di cosa sta succedendo. Arrivati ormai ad una destinazione senza ritorno… piange sulla città e cerca di premunire i discepoli. Inventa una nuova cena pasquale, ove riproduce, come in un dramma profetico, ciò che sta succedendo: si dà da mangiare agli apostoli, per tutti, preoccupati delle sue strane parole, ignari e tristi… Quando li chiama apertamente a vegliare con lui in questa vigilia che lo scarnifica… loro s'addormentano. ancor oggi gli amici/sudditi di questo strano signore dell'universo… non riescono ad assistere alla sventura di chi è tanto signore di sé che, pur capace di salvarsi, per salvare noi si lascia opprimere e uccidere. Tutti giriamo la testa dall'altra parte, di fronte al suo invito angoscioso "Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (22,46).
salvatore incapace di salvarsi
Tutto il racconto della passione di Luca è ritmato sul ritornello che mette a nudo il dramma di Gesù morente, il motivo tragico sia della sua suprema dignità regale (salva chiunque si affida a lui!)e insieme della umiliazione con cui lo schiaccia il convergere di tutti poteri e le paure contro di lui, innocente e inerme (è incapace di salvare se stesso!). C'è uno scambio di destini tragico e impensabile tra il re e il terrorista: Pilato infatti voleva rilasciarlo, ma siccome "le loro grida aumentavano… allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà" (23,23). Esplode così il mistero del male, che rifiuta e uccide la propria salvezza: "…mentre il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» …Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
sulla cima del calvario
…comincia a vedersi l'altro versante della storia. Già sulla croce Gesù è re, anche se inchiodato ad un trono maledetto. E anticipa il suo potere regale: come primo atto chiama tra i suoi, all'inaugurazione del suo Regno, un delinquente che muore lì vicino lui. Allora era vero quanto profetizzato fin dall'inizio del Vangelo, in quel luogo pianeggiante, dove mentre la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti – lui annunciava paradossi incredibili: "guai!" cioè sono molto lontani da Dio quelli che stanno bene, se la ridono e mangiano e bevono quanto vogliono. E che erano invece incredibilmente "benedetti", cioè graditi a Dio i poveri, affamati, piangenti perseguitati… svuotati insomma di ogni umanità… Perché costoro finiscono prima o poi come lui, crocifissi, ma entrano pure con lui nel Regno. La vita gli ha scavato sulla pelle il suo timbro regale: è tutta gente che è stata mangiata dagli altri perché impotenti a farsi giustizia da sé… Con questo primo cittadino del nuovo regno si apre una storia completamente nuova. Lo slogan di questo Regno vale per chiunque ci vuole entrare, anche se l'hanno inventato per scherno tragico i capi del popolo; ha salvato gli altri e non può salvare se stesso. Che è l'eucaristia! I discepoli all'ultima cena non l'avevano capito. Ma questi teologi raffinati, sotto la croce lo capiscono bene… e inorridiscono!
Di fronte alla croce si aprono per tutti le due strade, le due alternative che ci sono dentro ogni uomo. I due delinquenti ci raffigurano tutti, e ci fanno rivivere il dilemma della fede che tutta la vita ci tormenta, di fronte a Gesù. Una voce dentro di noi, che grida nella disperazione (quante volte!) «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Mentre l'agonia profetica dell'altro delinquente, stranamente trasformato dalla dignità sovrumana di Gesù e fiducioso di poter essere accolto da lui, geme pure dentro di noi: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Non esiste un potere che non versi il sangue dei suoi soggetti, per mantenersi, perché sarebbe subito perdente! Il potere (allora dicevano 'la regalità'!) è omicida per costituzione intrinseca. L'unica regalità che quando si afferma fa vincere il vinto è l'amore, ma deve essere appunto "più forte della morte". Questo ha visto il ladrone in Gesù morente: questa testimonianza inerme l' vinto, lui che aveva fatto della violenza l'unica risorsa della vita. È lui che fa re Gesù!
È finito il viaggio verso Gerusalemme. Il nostro Re (servo e signore!) ha rivelato il segreto della sua missione e ci propone di entrare, già di qua tra i suoi seguaci, in questo suo Regno: chi vuole seguirlo?
Amare è fare spazio dentro di sé a costo di…
Non esercitare tutto il potere di cui uno dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Questo è contro tutte le leggi di natura: solo la grazia lo può fare! La grazia riempie, ma non può entrare che là dove non c'è il vuoto per riceverla, ed è essa che fa questo vuoto.
C'è la necessità di una ricompensa – ricevere l'equivalente di ciò che uno dà. Facendo violenza a questa necessità, si può lasciare un vuoto, si ha come un vuoto d'aria, e allora arriva una ricompensa soprannaturale. Non viene, se c'è già un altro salario: è il vuoto che la fa venire.
Allo stesso modo per la remissione dei debiti (e questo non riguarda solo il male che gli altri ci hanno fatto, ma il bene che si è fatto a loro). Anche lì si accetta un vuoto dentro noi stessi.
Accettare un vuoto dentro noi stessi, questo è soprannaturale. Dove trovare l'energia per un atto soprannaturale? L'energia deve venire da fuori. Ci vuole però uno strappo, qualcosa di disperato, perché si cominci a produrre un vuoto. Vuoto: notte oscura!
Amare la verità significa sopportare il vuoto, e di conseguenza accettare la morte. La verità è dalla parte della morte. L'uomo sfugge alle leggi del mondo solo la durata di un baleno. Un istante di sospensione, di contemplazione, d'intuizione pura, di vuoto mentale, di accettazione del vuoto morale. In questo istante è capace di soprannaturale. Chi per un momento sopporta il vuoto, o riceve il pane soprannaturale o cade. Rischio terribile, ma bisogna correrlo… e anche un momento senza speranza. E non bisogna però gettarvisi!
Lui… si è svuotato della sua divinità. Si è svuotato anche del mondo, ha rivestito la natura di uno schiavo… ridursi a un punto sperso nello spazio e nel tempo. A nulla. Spogliarsi della regalità immaginaria del mondo. Solitudine assoluta. Allora si ha la verità del mondo.
[Simone Weil, La pesanteur et la grâce, ed. Plon, pg. 18s]
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L'avventura umana di Dio: fare spazio all'umanità è morire e risorgere:
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