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domenica 18 dicembre 2011

"Erano simili a mio figlio/E lui era simile a loro" - LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Guido Reni, La strage degli Innocenti, 1611, Bologna, Pinacoteca Nazionale

«Erode mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù» (Mt 2,16).

Poterti smembrare coi denti e le mani,

sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,

di morire in croce puoi essere grato

a un brav’uomo di nome Pilato.

Ben più della morte che oggi ti vuole

t’uccide il veleno di queste parole:

le voci dei padri di quei neonati

da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi

misurano a gocce il dolore che provi;

trent’anni hanno atteso col fegato in mano,

i rantoli di un ciarlatano.

[De Andrè, Via della croce]

«Dovremmo inquietarci davanti a questo passo, alla sua sola presenza nel testo evangelico. Crea una fortissima tensione con quanto detto prima: la promessa di salvezza, la promessa di futuro... Nella storia dell’uomo esiste ed è tragicamente reale il tentativo dell’uomo di arrestare il movimento messo in atto da Dio con la nascita del suo Figlio. È così tragico che l’uomo è persino disposto a sacrificare il suo futuro per esso, cosa che avviene tristemente in ogni epoca. L’idea di espiazione è insufficiente a risolvere la questione: né la vendetta, né l’inferno possono pacificare le domande che il dolore innocente scatena nel cuore dell’uomo. Anzi aggiungono altro male al male già avvenuto. Dunque la domanda sul male diventa la domanda bruciante sul senso del perdono…

Un primo dato evangelico: Dio decide di non scendere dal banco degli imputati.

Un secondo dato: la sua non è una risposta teorica. La sua risposta è la sua vulnerabilità. La sua vulnerabilità è ciò che lo autorizza al perdono, perché ha un’identità tale che si identifica con ogni uomo che ha patito il male. Per questo può perdonare».

[M. Fiorucci]


“Il coacervo di corpi, nel suo insieme da "teatro della crudeltà", sembra giungerci da molto lontano, attraverso pesti, insanguinarsi nei lutti di guerre e invasioni, per passarci accanto e, ahinoi, preannunciarci chissà che stragi e orrori a venire” (G. Testori)

Orrore e santità, scandalo e fede: queste due polarità riescono a convivere nel dipinto del bolognese Guido Reni. I sicari inseguono, svolgono con implacabile precisione il terribile compito loro affidato da Erode: insieme ai neonati, sono vittime anche le madri. L’opera, però, introduce anche il secondo tema iconografico legato a questo episodio, la santità degli Innocenti: in alto angeli porgono le palme del martirio, i corpicini in basso sembrano dormire. Come scrive Testori, l’episodio narrato da Matteo ci porta alla mente altre stragi, altri pianti di madri: non è un caso che la figura della donna urlante sulla sinistra sia stata ripresa da Picasso per il suo Guernica. Solo una madre può capire cosa voglia dire perdere un figlio, nessuno può odiare quanto una madre chi ha causato questa perdita.



sabato 3 dicembre 2011

I miei occhi hanno visto la tua salvezza - LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO

Rembrandt, Il cantico di Simeone, 1668-1669, Stoccolma, Nationalmuseum

E' curioso come la pittura, arte visiva per eccellenza, abbia saputo talvolta interpretare e rendere in modo efficace il tema della cecità. Rembrandt, pittore olandese del Seicento, uno dei maestri assoluti della pittura sacra, vi è addirittura riuscito in due quadri che sembrano integrarsi alla perfezione tra loro. Nel Cantico di Simeone, l'uomo riconosce Dio in quel bambino che sorregge, raffigurato come un neonato dell'epoca dell'autore, mentre le mani e la bocca già si atteggiano alla preghiera, intonando il cantico che ancora recitiamo alla fine del giorno. La pittura è scabra, intrisa di luce, e non lascia spazio a compiacimenti o divagazioni decorative: ciò che conta è l'evento narrato.

In un altro, celeberrimo dipinto dello stesso autore, ad essere cieco è il padre che accoglie di nuovo il Figliol prodigo: Dio riconosce l'uomo, o meglio, gli rivela il suo vero volto, quello di padre misericordioso che si dona incondizionatamente ai suoi figli.


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«Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù» (Lc 2,21)

Gesù è un ebreo, figlio di ebrei… Da subito inserito nella storia e nella legislazione del suo popolo, un popolo eletto!

«Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore » (Lc 2,22)

Si riteneva infatti che il primogenito maschio fosse proprietà di Dio e dovesse essere riacquistato… o con un agnello, oppure – se la famiglia non aveva i mezzi per offrire un agnello – con due tortore o due colombi… La famiglia di Gesù offrì quest’ultima offerta, quella dei poveri.

«A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone. […] Egli accolse Gesù tra le sue braccia e benedisse Dio, dicendo: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,25.28-32)


E fu così che la Chiesa ebbe una delle sue preghiere più belle, il cantico di Simeone, che ci ricorda che il volto di Dio non ci è ignoto, ma coincide con la vita di Gesù.


domenica 27 novembre 2011

Dove fu divino l'uomo - LA NATIVITA'

Georges De La Tour, Il neonato, 1645 ca., Rennes, Musée des Beaux-Arts

Maria diede alla luce un figlio e Giuseppe lo chiamò Gesù (Mt 1,25)

Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia (Lc 2,7)


È con queste poche parole di Matteo e Luca che il Nuovo Testamento annuncia l’inizio dell’avventura umana di Gesù. Marco e Giovanni nemmeno lo raccontano: lo presuppongono.

Quando gli eventi sono davvero decisivi, non hanno bisogno di una pubblicità che li faccia credere tali. Semplicemente, essi accadono.

La questione è come porsi di fronte a questi accadimenti… A questo accadimento…

Che pensare di un Dio che nasce? Che nasce bambino? Impastato della carne e del sangue di sua madre? Così fragile che se non ci stavano un po’ attenti potevamo perdercelo in men che non si dica?

E di lui dicono “Dio salva” (= Gesù)… Di lui?

L’incarnazione è qualcosa la cui portata è ben al di là dall’essere integrata… nella nostra idea di Dio.


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Questa tela di De la Tour, pittore francese influenzato da Caravaggio, riserva un dubbio a chi la osservi. A prima vista, è una rappresentazione della Natività, con la Vergine che regge il bambino che, come sovente accade nell'iconografia, emana luce. Ma se il nostro sguardo si sofferma un poco, comprendiamo che il chiarore proviene, invece, dalla candela retta dalla donna sulla sinistra. Siamo dunque di fronte ad una scena sacra o ad una “semplice” scena familiare?

Il dubbio è alimentato anche dal titolo con cui il dipinto è noto, Il neonato, che ci fa soffermare su una delle prime raffigurazioni credibili di un bambino da poco venuto al mondo, stretto nelle fasce da cui emerge il visino.

Il dubbio resta tale, e forse sta in questo la profonda verità del dipinto di De la Tour: anche in quella casa di Betlemme c'era un bambino, solo un bambino, per chi non sapeva andare al di là delle apparenze... Per comprendere il disegno di Dio servono anche gli occhi della fede.


domenica 20 novembre 2011

"Quel segreto che si svela quando lievita il ventre..." - LA VISITAZIONE

Dirk Bouts, Visitazione, dal Trittico della vita della Vergine, 1445 ca. Madrid, Museo del Prado

Perché Maria va da Elisabetta?

Per vedere se l’angelo aveva ragione!

Egli le aveva infatti annunciato:

«Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio»…

Il fatto che Elisabetta sia incinta è dunque l’unica traccia che Maria ha per vedere se a quell’angelo (e a quel Dio di cui era messaggero) bisognava dar credito…

Ecco perché va da Elisabetta! Perché ella è la sua traccia.

Da lei scopre che il Dio annunciatole da Gabriele è davvero un Dio affidabile!


Il tema della visitazione ricorre frequentemente nella pittura toscana e in quella fiamminga, ma se in Italia è sottolineato maggiormente l’aspetto dell’omaggio di Elisabetta alla cugina, gli artisti fiamminghi sembrano valorizzare la dimensione emotiva dell’episodio. Malgrado le parole del Vangelo di Luca, Dirk Bouts ambienta la scena all’esterno: come se le due donne attendessero con impazienza quell’incontro, non potessero aspettare di raggiungere casa. Maria, raffigurata con i capelli sciolti, ad indicare la sua condizione virginale, finalmente può vedere la cugina Elisabetta, constatare che il messaggero che l’ha visitata non ha mentito. L’autore ci restituisce, con grande realismo ed umanità, il gesto delle due donne, che si toccano il ventre e si riconoscono madri; insieme, tuttavia, allude al muto dialogo tra i due bambini narrato da Luca. Il miracolo di una vita che nasce si colora di un senso irripetibile: Dio sta facendosi uomo. E’ ben comprensibile che Maria, di lì a poco, intoni il Magnificat!

venerdì 11 novembre 2011

Quel sì che cambia la storia


Antonello da Messina, L'Annunciata, 1476, Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis

Finalmente alla donna si chiede un assenso.

Si sa qual era la condizione della donna nella società antica (e non solo). L’uno, il maschio, “è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata”, aveva scritto Aristotele (Politica, 1, 1254b); e la prima obbedienza era quella della procreazione. Le donne erano oggetto e strumento della decisione procreativa dell’uomo.

Non si era mai visto qualcuno che chiedesse alla madre il suo consenso per nascere.

Con il concepimento di Gesù la scena cambia improvvisamente. Anche se è Dio a dover nascere come uomo, è alla donna che spetta la decisione. Senza il suo non se ne sarebbe parlato nemmeno. Certo, non sarebbero mancate altre fanciulle in Galilea o altrove, in quel tempo o in un altro tempo, per partorire il Signore, ma intanto se Maria non diceva sì, quella volta Dio non nasceva».


[R. La Valle, Se questo è un Dio, Ponte delle Grazie, Milano 2008, 112-114]


Con gli occhi di un angelo

Con quest'opera, Antonello compie un doppio ardito esperimento: riesce a rendere figurativamente l'evento dell'Annunciazione abolendo almeno due dei personaggi abituali: l'Angelo, la presenza divina - e a concentrare in un'immagine indimenticabile il susseguirsi degli eventi narrati dai Vangeli. Scorrendo il dipinto dal basso verso l'alto, cogliamo infatti il momento precedente all'apparizione angelica, la lettura del libro; il momento umanissimo del dubbio, espresso dalla mano destra, che si protende in avanti, come a fermare l'angelo, a chiedere spiegazioni e dalla mano sinistra, che chiude i lembi del velo. Si arriva così, aiutati anche dalla composizione piramidale del dipinto, al culmine di quest'opera, allo stupendo volto della Vergine, da fanciulla siciliana, che lascia trasparire un velo di preoccupazione, ma si compone a serenità e consapevolezza.

Mettendoci nella stessa posizione dell'Angelo, Antonello ci invita a contemplare questa figura di donna, delicata e insieme maestosa, umana, ma già madre di Dio




Sei quadri per l'avvento

Meditare attraverso l’arte il mistero dell’Incarnazione

La Chiesa ha voluto segnare con due tempi forti la preparazione alle due festività principali cristiane, il Natale e la Pasqua. Si possono scandire i giorni che ci conducono alla festa in molti modi: coltivando un sentimento di attesa, con la purificazione, con la preghiera o lo studio. Abbiamo deciso di proporre, settimana dopo settimana, sei dipinti, che vogliono da un lato aiutarci a ripercorrere figurativamente il mistero dell'Incarnazione, dall'altro aiutarci a meditare, a tenere lo sguardo e il cuore vigili su ciò che sta avvenendo.
Ogni dipinto sarà accompagnato da due riflessioni: una storico-artistica ed una teologica.
A chi “incapperà” in queste immagini e queste parole, l'augurio di saper vivere in pienezza questo tempo.

Il progetto “Sei quadri per l’Avvento” è curato da Marco Fazio, storico dell'arte e insegnante di storia dell'arte presso l'Istituto Rosetum di Besozzo, e da Chiara Giuliani, licenziata in Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, insegnante di religione cattolica e sarà pubblicato sui siti http://www.istitutorosetum.it e http://carmelooggi.blogspot.com

Leggi la prima rifilessione, a partire dall'Annunciata di Antonello da Messina: "Quel sì che cambia la storia"

giovedì 25 giugno 2009

Andres Serrano, di morte e d'arte


Ho rivisto poco tempo fa questa immagine di Andrès Serrano. Se non se ne conoscesse il titolo, verrebbe da dire che è una foto "tenera".



Il suo titolo, però, non lascia spazio ad interpretazioni: Fatal meningitis, meningite fatale. Lo scatto appartiene ad una serie esposta per la prima volta nel 2006 al PAC di Milano, intitolata The morgue (L'obitorio). Si tratta di una serie di fotografie che, come spesso accade con questo artista, sono impeccabili dal punto di vista formale, soddisfano anche tutti i canoni e le regole del buon fotografare, con una ricerca di effetti pittorici, pur ritraendo soggetti quantomeno duri da digerire. E' significativa, al proposito, questa dichiarazione dell'artista:

Credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati meno insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

Nel caso in questione, Serrano immortala - strano gioco di parole...- una serie di cadaveri, identificati dalla causa di morte (per i più curiosi, dalla pagina di wikipedia a lui dedicata si può accedere ad una galleria fotografica - le immagini sono decisamente crude).

Tra tutte, però, anche nella mostra milanese, spiccava questa opera. La delicatezza del volto seminascosto della bambina, il contrasto tra il lenzuolo candido e il fondo nero, la luce che accarezza i capelli e la fronte, ne fanno un'immagine, a mio parere, indimenticabile.

Poi, man mano che l'opera si sedimenta negli occhi e nella memoria, ecco emergere un po' di suggestioni; mi viene in mente la Cecilia di Manzoni, in cui ritrovo la stessa commistione di delicatezza e lutto: Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Ma non solo, di fronte a una foto come questa, non si può che rimanere, ancora una volta, affascinati dalla potenza dell'arte, che riesce a rendere "bello", direi quasi meno drammatico, anche un evento tragico come la scomparsa di un bambino. Mi rendo conto che il cortocircuito delle citazioni - spesso rimproveratomi - deve essere fermato, ma non posso non ricordare alcuni bellissimi versi di Cantor de Oficio, un brano che ho conosciuto attraverso la voce di Mercedes Sosa, che mi sembra ben rappresentare la estrema forza che l'arte ha:

Mi oficio de cantor es el mas lindo
Yo puedo hacer jardin de los desiertos
Y puedo revivir algo ya muerto
Con solo entonar una cancion.

Mi oficio de cantor es tan hermoso
Que puedo hacer amar a los que odian
Y puedo abrir las flores en otoño
Con solo entonar una cancion.


(Il mio mestiere di cantante è il più affascinante
Io posso fare giardini dai deserti
E posso far rivivere qualcuno già morto
Col solo intonare il mio canto

Il mio mestiere di cantante è così bello
che posso far amare quelli che si odiano
e posso far aprire i fiori in autunno
col solo intonare il mio canto)


mercoledì 18 febbraio 2009

Cecità...



E' strano come talvolta i pensieri coincidano...è strano, ma, soprattutto, è bello. Mi riallaccio quindi alla suggestione di Mario, "integrando" (se mi è permesso) le sue riflessioni con un'immagine.

Tra le tavole del Miserere, strepitosa serie di incisioni del francese Georges Rouault, c'è anche questa. Come tutte le tavole della serie, la figurazione si accompagna ad un'iscrizione, il cui svolazzante carattere non deve trarre in inganno: non si tratta di "pensierini" infantili, ma di riflessioni di incredibile lucidità. In questo caso, essa recita

Talvolta chi non vede ha consolato il viandante
Immagine stupenda, e che si apre a suggestioni molto varie. La prima che vorrei suggerire è che il cieco, che ci appare sulla sinistra, è menomato fisicamente, ed è conscio di questa cosa. Come suggeriva Mario, è in grado di poter gridare per chiedere guarigione. L'altro vede, o pensa di vedere, ma è talmente prostrato che sembra quasi affidarsi nelle mani dell'altro, lasciarsi guidare. Quante volte anche noi pensiamo di vedere, di sapere verità su di noi e gli altri...gli occhi in realtà non ci servono più, è come se avessimo già visto tutto, saputo tutto. E in realtà sappiamo poco o nulla. Vedendo questa immagine mi vengono in mente le parole di San Paolo, sulla forza che risiede nella debolezza. E questo mi suggerisce un'altra riflessione, su quante volte dai "deboli", da quelli che ci sembrano meritevoli di aiuto, ci arrivano lezioni, ma soprattutto consolazioni che ci superano.


venerdì 13 febbraio 2009

Una singolare immagine del figliol prodigo



Un'altra opera d'arte che ci aiuta a riflettere. Con un deciso balzo all'indietro rispetto alla modernità di Ensor, questa volta andiamo in Germania, a vedere un'opera di Albrecht Durer (1471 - 1528)

Artista tedesco di grandissima qualità, vissuto a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, Durer ha segnato la storia dell'arte con le sue opere, che mettono in comunicazione le esperienze figurative nordiche e quelle italiane. Tuttavia, ciò che di quest'opera è notevole non è solo lo stile. Quello aiuta, certo: si tratta di un'immagine gradevole a vedersi, equilibrata nella composizione, e non si può non rimanere affascinati dalla perizia tecnica dell'artista (per inciso, questa dovrebbe essere la sua prima lastra a bulino a noi nota): tutto ciò che vediamo è realizzato incidendo una lastra di rame attraverso uno strumento tagliente, il bulino, appunto, e poi procedendo all'inchiostratura e alla stampa della lastra.
Ma ciò che la rende, a mio avviso, davvero significativa, è la scelta del soggetto. Durer sceglie di raffigurare la parabola del figliol prodigo, narrata dal vangelo di Luca al capitolo 15. Questo racconto è largamente rappresentato nella storia dell'arte, ma solitamente ciò su cui si concentrano gli artisti - da Rembrandt a Martini e De Chirico - è il momento conclusivo, con l'abbraccio del padre che riaccoglie in casa il figlio perduto. Durer, invece, ci mostra un altro momento. Per rievocarlo ci appoggiamo direttamente al testo evangelico:

Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi".

L'opera, dunque, ci mostra il momento del pentimento, della presa di coscienza; e, secondo me, è questo il momento centrale del racconto. Se avessimo un cuore pronto a riconoscere il vero volto di Dio, sapremmo infatti che lui è già alla finestra, ci attende...sempre, aspetta il nostro passo. Tutto ciò che noi dobbiamo fare è accorgerci di questo, mutare il nostro pensiero, in una parola convertirci. Mi sembra dunque una bellissima immagine che, in modo indiretto, ci parla di perdono e di come, forse, dobbiamo mutare le nostre idee "mercantili" su questo argomento.

lunedì 2 febbraio 2009

Le maschere di Ensor



Ci sono immagini che hanno grande forza, che riescono a comunicarci con efficacia e sintesi grandi riflessioni.

Un caso interessante sono le opere del pittore belga James Ensor.

Nato a Ostenda nel 1860, la sua produzione artistica è caratterizzata da quella vena grottesca e surreale che sembra accomunare, confermando le opinioni di chi crede nell'esistenza di un genius loci, molti pittori di quelle terre – si pensi a Bosch, Bruegel, a Magritte e Delvaux. Tuttavia, questa forza dissacrante non è usata per suscitare un facile riso, quanto per spingere ad una riflessione, acutissima, sull'uomo e i suoi inganni. Non a caso, uno dei soggetti da lui preferiti è quello della maschera. Il suo atteggiamento non è, però, quello del moralista col dito puntato: è un uomo che, innanzitutto, capisce che il primo ad usare – ed abusare – dell'inganno, è se stesso, come ben si vede in un dipinto del 1899, Autoritratto con maschere.

Certo, qualcuno potrebbe leggerlo al contrario, con lui, unico uomo “vero”, attorniato da un mondo di falsità...ma a me piace interpretarlo così, con l'autore attorniato da tutti i mascheramenti che ha adottato, e adotta, nel corso della sua vita. Verso gli altri, e verso se stesso. In fin dei conti, è quello che viviamo tutti. Tutti siamo “una moltitudine”...al punto di non sapere più, a volte, chi siamo veramente. E' possibile riuscire a scoprirlo, o riscoprirlo?

Io credo di sì, che sia quello che accade in quei pochi, rari momenti, in cui sentiamo che possiamo essere davvero noi stessi, da soli o, ancor meglio, con qualcuno. Anzi, di solito è proprio quello il segnale che chi ci sta di fronte è una persona con cui si sta costruendo qualcosa di vero e profondo.

L'altro grande momento di “svelamento” è quello ultimo, dinanzi alla morte, che non a caso compare, in forma simbolica, in molte tele dell'autore.

Tornando però sul tema che mi ero proposto, nel 1889 Ensor affronta e interpreta con lo stesso stile, che lo porrà tra i più significativi precursori dell'Espressionismo, anche la tematica religiosa.

Con una grande tela, oggi conservata ad Anversa, raffigura l'Entrata di Cristo a Bruxelles. È un quadro geniale, spietato nel mostrare il travisamento operato nei confronti della figura di Gesù. Essa ci mostra il Cristo accolto da una folla festante ed immensa di...maschere, che lo acclama Roi de Bruxelles, ma insieme inneggia a La Sociale, con un'evidente contraddizione. Con quest'opera, egli instaura un diretto rapporto tra i cristiani del suo tempo – del nostro – e la folla di Gerusalemme. Ognuno pensa di lui ciò che lui, in realtà non è: un re, un messia guerriero, un rivoluzionario venuto a imporre un nuovo ordine... Oggi esaltano, forse senza neanche capire perchè; domani, vedendo frustrate le loro attese, saranno davanti al pretorio per chiedere la crocifissione. Mi è sempre piaciuto mettere a confronto la scena dell'Entrata in Gerusalemme con il momento del Battesimo di Cristo. Perché credo sia quest'ultimo, che ci mostra un Gesù “in fila”, in mezzo ai peccatori, a rivelarci la sua vera immagine, quella di un compagno che condivide un tratto di cammino, e ci mostra la strada.
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