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martedì 20 ottobre 2015
XXX Domenica del Tempo Ordinario
martedì 25 marzo 2014
IV Domenica di Quaresima
giovedì 25 ottobre 2012
XXX Domenica del Tempo Ordinario
sabato 2 aprile 2011
IV Domenica di Quaresima: Chi è Gesù?
Ci limitiamo dunque a mettere in luce un unico profilo di questo testo, tra i tanti che offre. E scegliamo quello dell’identità di Gesù, perché raramente nel vangelo, troviamo brani così densi di “titoli” (positivi e negativi) che gli vengono attribuiti o che egli stesso si attribuisce, come quello di questa domenica. Potremmo infatti quasi dire che, tra le molte tematiche che questo brano intercetta, di certo, su tutte, spicca quella cristologica: esso sembra infatti costruito per rispondere alla domanda “Chi è Gesù?”. Una domanda, tra l’altro, che per come è costruito il discorso, non si propone in termini filosofico-metafisici – dunque riservati agli specialisti del mestiere – ma piuttosto in una trama coinvolgente, che trascina nel suo andirivieni concentrico (ma un concentrico “a spirale”, che cioè va sempre più in profondità) il lettore stesso. È lui che – dentro alla complessa dinamica in cui è raccontato lo scontro teologico sull’identità di Gesù (che sarà ciò che lo porterà a morire) – dovrà dare la sua risposta.
Veniamo dunque al testo…
Esso si apre con una domanda che i discepoli – vedendo «un uomo cieco dalla nascita» – pongono a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».
Rabbì è dunque il primo modo in cui nel testo viene nominato Gesù: maestro.
Un titolo a cui se ne affianca però subito un altro, contenuto nelle stesse parole di risposta di Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Sono la luce del mondo è quindi ciò che Gesù dice di sé, il modo in cui, in questa prima parte del testo, si autodefinisce. Mentre quindi Gesù, rispondendo ai suoi, corregge la loro teologia (cioè il loro modo di pensare al male del cieco nato come legato ad un peccato suo o dei suoi genitori di cui la cecità sarebbe appunto la punizione… e lo fa mettendo immediatamente in relazione il cieco a Dio e non al peccato!), coglie anche l’occasione per dare un orientamento sulla sua identità: certo è un maestro, un rabbì… ma un maestro diverso da tutti gli altri: egli è infatti la luce del mondo, mandata da Dio.
Ma il brano prosegue, perché dopo la guarigione del cieco inizia la diatriba vera e propria sull’identità di Gesù. Perché il cieco, interrogato su come gli fossero «stati aperti gli occhi», risponde anche lui dando un “titolo” a Gesù. Lo nomina infatti: «l’uomo che si chiama Gesù». Il cieco parte quindi dall’evidenza immediata. È stato un uomo a guarirlo, un uomo di nome Gesù.
Ma i farisei lo incalzano, scettici sui fatti e sulla loro interpretazione. Anch’essi infatti dicono la loro sull’identità di Gesù: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Per loro dunque Gesù è un uomo che non viene da Dio.
Ma non son tutti d’accordo. Qualcuno infatti commenta: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». Per questi altri cioè Gesù non può essere un peccatore… deve in qualche modo “venire da Dio” per compiere segni di quel tipo.
«C’era [dunque] dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”». Il nostro cieco ha fatto un passettino ulteriore… la domanda è sempre la stessa (la scena gira infatti continuamente intorno ad essa e la ripropone in continuazione), ma stavolta rispetto alla prima risposta, si va più in profondità: non è riportata solo l’evidenza immediata (l’uomo che si chiama Gesù), ma a partire da essa si fa un passettino ulteriore: mi ha aperto gli occhi, non può essere che un profeta, cioè uno che ha Dio dalla sua parte, non un peccatore!
Ma è proprio su questa interpretazione che i farisei “sbottano”: non può essere un uomo di Dio e tradire il riposo del sabato (vorrebbe dire che per Dio l’osservanza del sabato, cioè della legge non è il riferimento ultimo… quello su cui loro – farisei – hanno impostato tutta la loro vita…). E perciò urlano al cieco: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». In mancanza di ragioni convincenti, ecco che scatta la violenza: è un peccatore, «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».
Ma qui il cieco si fa raffinato, convinto ormai dalla reazione aggressiva degli altri, di averli messi in scacco: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Per il cieco dunque Gesù non solo è l’uomo che gli ha aperto gli occhi, non solo è un profeta, ma diventa uno che onora Dio e fa la sua volontà, uno che viene da Dio.
Tutto il problema legato all’identità di Gesù sembra così in qualche modo legato alla sua provenienza: viene da Dio o no?
Ma il brano non è ancora finito, perché nel finale presenta un’altra scena rivelativa. Gesù e il cieco si rincontrano dopo che quest’ultimo è stato cacciato dalla sinagoga e nel dialogo che intraprendono, emergono altri due titoli: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».
Dunque Figlio dell’uomo e Signore, titoli, entrambi molto forti (anche figlio dell’uomo, che a differenza di quanto si può pensare non indica un’audesignazione umile da parte di Gesù, ma fa riferimento a tutto un mondo antico testamentario e ad un’appropriazione personale che rimandano all’eletto/inviato da Dio): è il riconoscimento finale del fatto che alla domanda “Da dove viene Gesù?”, il cieco (e Gesù stesso) dice “Da Dio”. È il riconoscimento finale sull’identità di Gesù. Come se l’evangelista nell’avvicinarsi della sua narrazione alla Pasqua, sentisse il bisogno di dire: stiamo parlando di questo, del Messia che viene da Dio, cioè di cose serie, di cose determinanti la vita.
Ecco perché a metà Quaresima, nella cosiddetta domenica laetare (quella che fa pendant con la domenica gaudere dell’Avvento – un tempo accomunata all’altra dal fatto di essere le uniche due domeniche in cui i paramenti liturgici erano rosa), quella che in qualche modo vuole porre una “pausa” nei toni concentrati della Quaresima per dare un po’ di lietezza ai fedeli, la Chiesa ci invita a fare una “pausa” per ricordarci che tutti gli sforzi di preparazione a questa Pasqua non sono fini a se stessi o marginali alla vita: il centro, ciò che c’è in questione, ciò su cui bisogna che ci concentriamo in questo tempo speciale è Gesù, il Figlio dell’uomo, cioè il Signore mandato da Dio. Di questo stiamo parlando!
Allora sarebbe bello, come avevamo suggerito per le beatitudini, fare anche noi una pausa e dare la nostra risposta alla domanda “Da dove viene Gesù?”, cioè “Chi è?”, provando a farlo anche noi come il cieco: non nei termini metafisici-filosofici degli addetti ai lavori, ma a partire da quella che è l’esperienza del nostro incontro con lui. E da lì ripensare noi stessi e la nostra vita, perché: «la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa» [Giuliano].
venerdì 23 ottobre 2009
Dalla fede di ragione… alla fede di adesione!
…da una cecità all’altra! Il testo di Marco di oggi, è la conclusione della lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli (il 9° e 10°cap.), racchiusa tra due racconti di recupero miracoloso della vista (Mc 8,22-26 e 10,46-52). La guarigione del primo cieco (di Betsaida) fu laboriosa, come precedentemente quella del sordomuto: avviene fuori dal villaggio, sputandogli sugli occhi e imponendogli le mani: Vedi forse qualcosa? Il cieco si accorge di non percepire bene la realtà, nonostante una prima guarigione: vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano. E allora gli impose di nuovo le mani... per aiutarlo a “vedere perfettamente e a distanza. La chiamata a camminare verso la verità e la luce, sintetizzata qui nel miracolo faticoso del cieco di Betsaida, è passata dunque attraverso un laborioso percorso di maturazione “cristiana”, per arrivare davvero a riconoscere il Cristo come nostra speranza e ripromettersi di seguirlo... Ma capita poi di trovarsi , oltre ogni nostra previsione, a mani vuote, nel fallimento più o meno consapevole di quelle nostre speranze, per aver scambiato o confuso il “salvatore” con tante fascinazioni umane. Fino all’esperienza del dubbio angoscioso (quando ci morde in cuore un minimo di lucidità autocritica) se lo avevamo individuato per davvero, Gesù il Cristo, al di là della ortodossia formale della nostra fede – e quindi chi abbiamo seguito! È un’avventura davvero difficile la seconda guarigione della cecità dei discepoli, pur già conquistati alla sua sequela. Ma è proprio il mistero della croce che irrompe nella sua (e nostra) vita, a farci scoprire la seconda cecità. Ecco il significato delle due guarigioni che aprono e chiudono la lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli, sul senso del sua preannunciata passione, morte e risurrezione. Solo passando da una iniziale vocazione, che insegnandoti a distinguere correttamente le persone e le situazioni, ti inoltra un poco nel cammino della fede “vitale”, tra consensi e fallimentri, rifiuti e fraintendimenti, scopri il senso totalizzante della croce di Cristo e le sue conseguenze per la vita di chi vuole seguirlo. Infatti solo alla fine di questo “insegnamento” che comprende tre annunci della passione, morte e risurrezione di Gesù, e tre tentativi drammatici di convincere i suoi discepoli a entrare decisamente in questa ottica, si può arrivare alla guarigione totale e luminosa, del cuore e della mente, del secondo cieco, Bartimeo. Il quale in qualche modo doveva appunto essersi “riaccecato”, nel cammino della vita, se adesso è cieco… e alla fine “vide di nuovo” e riprende a seguirlo lungo la strada. Si era ormai ridotto, infatti, a passare la sua vita seduto ai bordi della strada (tanto, non vede dove andare), senza poter intervenire nel frastuono della vita degli uomini che passano, sperando soltanto in qualche briciola di elemosina per sopravvivere. Un mendicante cieco. Mendicante perché cieco, e nessuno può farci niente. Cosa c’è di più inutile alla vita e alla storia della gente di Gerico di uno che non vede cosa succede e non sa cosa fare, se non mendicare? Ma tanti di noi, quando scopriamo davvero chi siamo davvero – dentro! – andremmo a sederci volentieri vicino a lui, falliti come lui, ne avessimo il coraggio!
Un giorno, proprio da quella strada, passa Gesù… La folla e i discepoli (e noi!) da tempo stanno intorno al Signore, ma solo il cieco sussulta, “al sentire che passava Gesù Nazareno”. Anzi, gli altri, a cominciare dai discepoli, si inquietano quando si mette a gridare invocandolo, e lo zittiscono, non certo per malevolenza, ma stizziti per l’inutile disturbo. Cosa si può fare a un cieco? Questo incontro casuale diventa così la parabola del tipico “incontro con Gesù”, per tutti quelli a cui la propria cecità comincia a pesare tanto da sbloccare l’orgoglio o la vergogna o la tristezza rassegnata… per lasciar emergere il gemito che ognuno ha dentro: figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me! I discepoli ci impiegheranno una vita per capire, per confrontarsi tra loro, cercare nelle Scritture … chi era davvero questo amico maestro, di cui avevano sperimentato il mistero di fragilità umana e potenza divina, mescolate insieme. È “figlio di Davide”! – dunque il vero erede spirituale delle promesse “eterne”, fatte alla casa di Giacobbe; la mèta delle speranze nutrite per secoli nell’esilio… finché sarebbe venuto il Signore “a salvare il suo popolo”, anche se divenuto nel frattempo, lungo il cammino, “un resto” di popolo… zoppo, cieco… I discepoli di allora (come noi adesso) non capiscono il senso del viaggio, il segreto delle parole e dei gesti di Gesù dentro la nostra storia, dentro la nostra umanità (sono ciechi, appunto!). E vorrebbero che stesse zitto proprio l’unico che ha capito! Fortuna che il suo intuito è più forte e nessuna autorità lo può smentire! “Figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me!” Gesù invece, in mezzo alla folla, si sente chiamare per nome , si gira e si rivolge proprio a lui! E dice loro “Chiamatelo”… e finalmente “chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama”.
Quasi a malincuore e con fatica (ancora oggi), i “ministri cristiani” che sono attorno a Gesù, vedono qui “raccontato” il loro ministero pastorale; forse ritenendosi degradati da “sacerdoti” a cartelli indicatori… I discepoli infatti han dovuto prender atto che il cieco “sente” il Signore più di loro – “i vedenti” – i quali sono invitati da Gesù, invece che a zittirlo, a darsi da fare per condurlo non a sé, ma a Lui – alla Parola e all’Eucaristia – per poi stare lì a vedere come il Signore, guarendo il cieco, guarisce o ri/illumina anche i ministri stessi! Ai primi cristiani giudei dovette sembrare alquanto difficile identificare Gesù come il vero sommo sacerdote, perché non proveniva dalla tribù di Levi. Anzi arrivarono a capire che “se Gesù fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote” (Eb 8,4). Per questo non prendono come modello il sacerdozio di Aronne, ma piuttosto quello di Melkisedech : un sacerdozio laico, misterioso, che offre a tutta l’umanità di vedere e raggiungere la salvezza attraverso la ricerca e la vista del volto di Gesù…
Infatti, cosa succede, quando il cieco è lì, chiamato? (è lui il vero “chiamato”: tre volte!). “Gettò via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù”. C’è una serie di reazioni simboliche di una totale disponibilità all’incontro. Questo disabile è sicuro di essere finalmente di fronte alla sua salvezza – un volto! Ecco perché avviene l’inversione della domanda, lo scambio dei desideri “religiosi” – che legano cioè Dio e l’uomo! I discepoli, desiderosi del primo posto, avevano domandato poco prima a Gesù : noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo! senza neanche accorgersi del loro infantilismo evangelico. Qui è Gesù che, vista la disposizione “evangelica” del cieco, offre la sua completa disponibilità: Che vuoi che io ti faccia?. Teresa d’Avila diceva alle sue monache: Dio non può donarsi del tutto se non a chi si dona del tutto a lui. Non è più un legame di “bisogno reciproco” : sta diventando piuttosto la totale consegna di uno all’altro… Salvato e Salvatore (un volto di fronte a un volto) sono coinvolti in una situazione nuova, che è nata da un bisogno di salvezza, ma sta diventando gratitudine, affetto e amicizia – consegna della propria vita! È stupendo che la prima cosa che questo cieco vede, riacquistata la vista, è ciò che invocava, cioè il volto di Gesù (= Dio salva : il cieco è l’unico nel vangelo di Marco che chiama Gesù per nome – a parte i demòni)! Non se ne va a casa, pieno di gioia, come altri guariti. Riceve infatti, da Gesù, non semplicemente la vista, come ha richiesto esplicitamente, ma anche quello che aveva perso “di vista” : la garanzia che la sua fede è quella giusta, quella che giustifica tutto l’uomo: Và, la tua fede ti ha salvato. Ma lui non se ne va affatto, perché la fede che gli si è disgelata dentro si manifesta proprio in questo: prese a seguirlo nel cammino.
La fede “seconda” è dunque una liberazione che rompe le barriere della cecità, scioglie i lacci dell’immobilità, butta via le coperture della paura, spingendo verso il coinvolgimento nell’annuncio del Vangelo, al seguito di Gesù, in compagnia dei suoi discepoli. Non è una fede spiritualizzata, ma un coinvolgimento totale: orecchi che ascoltano, bocca e voce che gridano, mani che buttano il mantello, piedi e muscoli che scattano per accorrere da Gesù, occhi nuovi per vederlo… e tutta la persona reintegrata per seguirlo. Il discepolo “nuovo” è stato rigenerato dalla invocazione del nome di Gesù. Una tradizione antichissima e diffusa in oriente, come più recentemente in occidente, ne ha fatto la preghiera litanica forse più conosciuta, combinandola con l’invocazione del pubblicano: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”, perché nel suo nome il Padre ci concede tutto e non ci nega nulla (Rom 8,32; Gv 14,13).
giovedì 22 ottobre 2009
Il “paradigma” di Bartimeo: per vedere e non soltanto guardare
In realtà invece è molto importante tentare di indagare perché l’evangelista collochi il racconto di un determinato evento (nel nostro caso questo miracolo) proprio a quel punto della narrazione: episodi e vicenda complessiva infatti si richiamano e rimandano al fine di formare il volto di Gesù che l’evangelista vuole annunciare.
Questo discorso assume ancor maggior rilievo nel nostro caso, poiché l’episodio del cieco Bartimeo è l’ultimo dei miracoli di Gesù che la narrazione del vangelo di Marco riporta ed è collocato immediatamente prima dell’inizio del racconto della passione. Non a caso siamo ormai in terra di Giudea, precisamente sulla strada che da Gerico porta a Gerusalemme (la medesima in cui Luca collocherà la parabola del buon samaritano, Lc 10,29-35).
Come si tentava di dire in precedenza, tutte queste annotazioni non sono marginali, e bisognerà dunque rendere ragione del fatto che l’ultimo miracolo che Marco decide di raccontare è la guarigione di un cieco, proprio mentre Gesù sta ormai entrando a Gerusalemme, dove sa di incontrare la morte.
Dunque la guarigione di un cieco… o meglio la guarigione di questo cieco.
Questa sottolineatura non è irrilevante, perché se, in chiusura della parte centrale del vangelo e in apertura della sua sezione finale, siamo di fronte a un episodio che fa da sintesi a quanto lo precede e da ingresso a quanto segue, assume un ruolo del tutto significativo il fatto che di questo cieco, siano ricordati il nome e la famiglia: Bartimeo, figlio di Timeo.
Ciò infatti – proprio in chiave sintetica dell’annuncio finora portato avanti da Gesù, nella sua vita pubblica – ribadisce un primo elemento essenziale: quello dell’individualità mai negata di coloro che Gesù incontra. L’ultimo miracolo infatti è “fatto” non a un uomo qualunque, ma a questo cieco: Bartimeno, non chiunque, viene sanato: ciò ribadisce per l’ennesima e ultima volta (“ultima”, almeno in questi termini) che nell’incontro con Dio non è la genericità che salvaguarda l’universalità (non perché Gesù ha salvato un cieco, allora può salvare tutti i ciechi), ma precisamente la singolarità: proprio nella vicenda personalissima tra Gesù e Bartimeo si inquadra la possibilità per ciascuno di instaurare la stessa relazione col Signore. La “stessa” che però non è la “medesima”! Elemento essenziale di quel rapporto è infatti l’unicità dei soggetti in campo. La relazione con Gesù allora ha nella sua “struttura universale” l’immancabile implicazione personale. Non può essere dunque chiamato “modello” quello che si può evincere dall’ultimo e sintetico miracolo narrato da Marco: non siamo infatti di fronte a una struttura semplicemente da ripetere o mimare, senza implicazione personale; come se chiunque potesse sostituire – a prescindere – Bartimeo. Piuttosto potremmo parlare di “paradigma”: e cioè di quella struttura originaria che per essere ripercorsa necessita l’adesione del singolo.
Ciò diventa immediatamente evidente se si prosegue nell’individuazione di tale “paradigma” che la vicenda personale di Bartimeo pone in atto e che identifica gli altri elementi sintetici di questo episodio, appunto, “paradigmatico”, data la posizione che occupa.
Mi riferisco in particolare al fatto che come sempre nei miracoli di guarigione, l’avvenuto risanamento sia attribuito da Gesù alla fede degli uomini o delle donne che gli stanno di fronte: «Va’, la tua fede ti ha salvato».
Questo delinea chiaramente il “paradigma” della relazione con il Signore. Essa non avviene attraverso una certificazione intellettualistica: non così si conosce la verità; ma nemmeno attraverso una fede cieca: un’adesione a dogmi o precetti su cui l’uomo non può esercitare alcuna razionalità.
Piuttosto organo di conoscenza del reale – dunque della verità – anche la propria (che è l’identità) – è la fede: è cioè quel credito dato a qualcuno o qualcosa, sulla base di un’affidabilità riconosciuta.
Questa è la modalità in cui sempre si disvela la realtà di Gesù a chi lo incontra e riconosce. Questa è anche la via paradigmatica di Bartimeo, che avendo avuto notizia di Gesù e ritenendo quest’ultima affidabile, aveva iniziato ad urlare, incurante dei rimproveri, finché non lo avevano ascoltato: «Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù».
Che le cose stiano così è rivelato anche dal fatto che proprio su questa affidabilità del messaggio di Gesù – o più precisamente dell’uomo Gesù, coincidente col suo messaggio – erano andati in crisi i discepoli stessi. Ciò che aveva creato infatti – a partire dal capitolo 8 – l’incomprensione degli apostoli, traghettata fino al brano precedente al nostro (cfr. il vangelo di domenica scorsa, ventinovesima del tempo ordinario) e che sarà uno degli elementi decisivi dei racconti di passione (Gesù abbandonato dai suoi), è precisamente il fatto che l’annuncio (prima) e la realtà (poi) di un messia crocifisso risulta in-credibile, non credibile, appunto, non degna di fede.
Non a caso – come dicevamo – viene posto come elemento sintetico finale, un miracolo in cui viene sanata la cecità: per comprendere quanto infatti è stato finora annunciato e quanto sta per accadere sotto gli occhi di tutti, serve essere guariti dalla cecità che impedisce di leggere in quegli eventi l’attestazione affidabile della messianicità di Gesù e in essa della paternità di Dio.
Cecità dalla quale i discepoli della prima ora saranno guariti solo a fatti compiuti. Solo a posteriori.
Marco scrive infatti proprio quando questa cecità degli apostoli è stata ormai sanata, ma consapevole che i loro occhi nella croce non vedevano la rivelazione della salvezza.
Proprio perché alla prima Chiesa è invece così chiaro il fraintendimento/cecità di chi era là, quando Gesù passò su questa terra – tanto che i vangeli con grande coraggio non tacciono sulla debolezza dei testimoni della prima ora –, l’evangelista pone un miracolo di guarigione degli occhi in apertura del racconto di passione: per vedere la passione e morte di Gesù – e non per guardarla soltanto – c’è bisogno di tornare a percorrere la strada di Bartimeo: attaccare il cuore all’esperienza di un uomo la cui vita, il cui messaggio e la cui pretesa sono ritenute credibili – cosa che, come il nascere e il morire, l’innamorarsi e il perdonare, non possono che essere vissute da noi in prima persona.
Forse proprio perché siamo in una società in cui l’autocoscienza è sempre più osteggiata nel suo formarsi, consapevolizzarsi e fortificarsi (la morte è allontanata dalla consapevolezza dei cittadini; il dolore è anestetizzato; il lavoro serializzato; l’uomo reso banalmente un caso fra i molti – “uno dei tanti”; ecc…), proprio le esperienze in cui è implicato l’esserci coinvolto (l’amare, il morire, il credere…) sono quelle che siamo sempre meno capaci di vivere.
martedì 24 marzo 2009
cei pride
L’orgoglio non solo è il più grave dei peccati ma proprio per questo rende ciechi… doppiamente ciechi: rispetto ai propri peccati e rispetto ai meriti altrui!
Infatti nella vostre tredici pagine di prolusione non c’è nessuna autocritica, nessun riferimento ai vostri errori, ai vostri insulti, alle vostre orgogliose condanne scagliate come pietre che lapidano l’anima… c’è solo, puro, diabolico, orgoglio…
Ne emerge un concetto di chiesa italiana, che si concepisce fuori dal mondo o comunque al di sopra di esso… una bella differenza con l’atteggiamento di Gesù che si tolse le vesti (non se le stracciò come fate voi caro Bagnasco & C.ei) e si piegò e inginocchiò ai piedi dei suoi sporchi discepoli e si mise a lavare i loro piedi, lerci e maleodoranti, senza turarsi mai il naso!
Non è quello che dite che ci preoccupa, che potremmo persino condividere, noi contrariamente da voi siamo per il dialogo come unica fonte di manifestazione storica della verità che viene dallo Spirito di Dio: è quello che vi ostinate a non dire che ci spaventa...
«Stare con il Papa, sempre e incondizionatamente» poi, e come state facendo voi, appartiene solo a quelle dimensioni “meschine” del carrierismo umano che niente hanno a vedere con l’atteggiamento di Gesù e la vera Tradizione (con la T maiuscola) della Sua chiesa che sceglie sempre e qui sì incondizionatamente solo l’ultimo posto del peccatore e della peccatrice…
Nessuno, tanto più nella chiesa come anche gli Apostoli insegnano, è quindi al di sopra di ogni critica e di ogni consiglio, tanto più se rimane vero che siamo tutti chiamati a dare ragione della speranza che è in noi... Critiche che tanto sono penetranti quanto più grande è la vostra impermeabilità ad esse, con una ostinata e orgogliosa sordità alla voce di Dio che viene dal Suo Popolo e a cui voi siete stati chiamati per servire e non per servirvene nei vostri piani politico-religiosi!
Per fortuna noi sappiamo, e questo ci riempie di speranza e di gioia, che questa che voi rappresentate, nonostante sembri il contrario per il clamore della ribalta, è una chiesa minoritaria, disperata, psicotica, che vede perdere giorno dopo giorno, grazie a Dio, i propri privilegi, perché rifiuta di farsi umile ancella e di mettersi in ginocchio in rispettoso ascolto senza sindacare sulla purezza del linguaggio di coloro che domandano di diventare figli!
E allora appare inaccettabilmente offensiva questa vostra eresia papalista e fideista che rifiuta alla fede, le ragioni di una speranza pensata, verificata, provata e soprattutto capace di dare ragione di sé nel proprio personale (e non dei propri membri!) vissuto concreto, facendosi serva e rifiutandosi di affidarsi ciecamente, sempre e comunque, perché anche contro la stessa “dottrina” della chiesa di Cristo, al comando di chicchessia…
So che la stragrande maggioranza dei cristiani che hanno il cuore rivolto a Cristo e al suo rappresentante in terra, il povero, vivono un’altra chiesa, un’altra comunione… e sappiamo che molti vescovi vivono questa dimensione… nel silenzio!
Credo che sia giunta l’ora che questi vescovi alzino la voce… Che questi vescovi che sono la maggioranza, che non condividono questo orgoglio mal riposto, vengano finalmente allo scoperto, riparando al loro peccato di omissione e gridino a gran voce il nostro “ora basta!”.
Signori rappresentanti-di-una-chiesa-che-non-esiste-da-tempo, toglietevi le vesti e scendete dalle vostre cattedre a forma di troni e fatevi servi veri, di una umanità il cui orgoglio state calpestando da troppo tempo!
mercoledì 18 febbraio 2009
Cecità...
E' strano come talvolta i pensieri coincidano...è strano, ma, soprattutto, è bello. Mi riallaccio quindi alla suggestione di Mario, "integrando" (se mi è permesso) le sue riflessioni con un'immagine.
Talvolta chi non vede ha consolato il viandante
Vedere è vedere da lontano…

Certo, per un cieco riuscire a vedere è già qualcosa, riuscire però a vedere non basta…
A che serve vedere, se non si riesce a vedere da lontano?
No! vedere non basta. Quello che oggi occorre più che mai è saper vedere da lontano: nello spazio e nel tempo!
A che serve accorgersi di un muro quando già l’auto sta schiantandosi contro? Anche i ciechi se ne accorgerebbero… A rischio non c’è il muro, ma l’auto con i suoi occupanti…
A che serve prevedere uno tsunami quando l’onda sta già travolgendoci? Anche i ciechi la sentirebbero… A che serve non avere oramai più il tempo per salvarsi, affidando la propria salvezza al gioco delle forze dirompenti della natura, a una improbabile (cf Lc 12,56) provvidenza divina? Neanche i ciechi si salverebbero…
Saper vedere da lontano non è pre-veggenza, è la visione acuta, profonda, lucida, distinta appunto!
Saper vedere da lontano è questione di vita o di morte… Chi “vede” sopravvive, in attesa che il vento lo spazzi via (Lc 6,49), solo chi “vede da lontano” vive veramente perché nessun vento potrà coglierlo di sorpresa (Lc 6,48 e 1Tes 5,4)…
Non è cieco chi non vede, è cieco chi non sa vedere da lontano… Almeno non ci vedesse, almeno scoprisse di essere cieco: correrebbe ai ripari domandando di essere guarito (cf Ap 3,17ss)…
Ma proprio perché egli dice “ci vedo!”, senza però saper vedere da lontano, è peggio di chi è cieco… Meglio sarebbe allora per lui essere completamente cieco (cf Gv 9,39-41)!
Solo lo sguardo lucido e distinto del Vangelo e con la sua linfa vitale (saliva), capace di essere collirio salubre (Ap 3,18), ci rende capaci di vedere da lontano distintamente come se si vedesse da vicino…
L’occhio evangelico, annulla la distanza… l’occhio cristiano rende presente il futuro…
Questo è il dono della profezia di cui è portatore chi si lascia vivificare dal Vangelo… il resto è sì occhio funzionante, ma chiuso alla luce… Il resto è istituzione cieca ad ogni profezia…
Quello che diciamo da mesi, da anni, non è immaginazione visionaria, né preveggente allucinazione, è capacità che ci viene dal vangelo di vedere lontano, di vedere il futuro presente… Capacità che domanda di essere verificata… da un occhio che si lasci bagnare dal Cristo (cf Ap 3,18)… non ridicolizzare dal buio istituzionale…
La storia ci sta dando ragione, la storia vi sta dando torto… voglia iddio che ci sia ancora il tempo di impedire lo schianto, di fermare il disastro… non per magico dio, ma per l’umile riconoscenza della propria corta visione.
giovedì 28 febbraio 2008
Ciò che è gradito al Signore è che l'uomo sia
È su di esso, perciò, che vorrei puntare l’attenzione, non senza però, tentare di introdurlo con le altre due letture, che ne danno in qualche modo una chiave interpretativa. Mi riferisco in particolare all’affermazione di 1Sam 16,7 «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» e a quella di Ef 5,10 «Cercate di capire ciò che è gradito al Signore».
Dico questo perché in effetti mi pare che i molti temi trattati nel racconto evangelico in fin dei conti confluiscano nella logica dello svelamento dei cuori e di ciò che è gradito al Signore.
Inizio col dire qualcosa sullo svelamento dei cuori…
Quanto a questo primo aspetto mi pare interessante seguire il racconto evangelico soprattutto nella presentazione dei tre personaggi/gruppi principali che lo compongono: il cieco, i farisei, Gesù.
L’immediata connotazione che ci viene data del cieco è quella peccaminosa. Sono i discepoli stessi a presentare questa antica credenza in un legame tra male fisico e colpa: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».
Ma Gesù rifiuta immediatamente questa interpretazione operando un vero e proprio ribaltamento della considerazione di colui che ha davanti: lo toglie infatti dallo scontato riferimento al peccato e lo mette invece direttamente in relazione a Dio: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». Tant’è che la sua connotazione di cieco cambia: «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».
Nonostante questo però il seguito del brano sembra fare nuovamente un passo indietro: ci ripresenta infatti ancora l’identità di quest’uomo soggiogata dai soliti pregiudizi culturali: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina, […] è uno che gli assomiglia». Finché arriva la svolta decisiva: lui stesso si riconosce e pone una parola di svelamento: «Sono io!».
Ma nemmeno questo sembra bastare: «i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista». Tanto che inizia tutto un processo di rimozione dell’evidenza, portato avanti con il discredito sistematico dell’interlocutore e culminante nell’affermazione (che è una regressione alla I cosa detta a riguardo del cieco): «Sei nato tutto nei peccati».
Questo ritorno all’indietro nel riconoscimento dell’identità del “nostro cieco” però ormai non è più convincente. Mentre all’inizio era assodata per tutti, e per il cieco stesso, la sua considerazione come di uno “punito a causa del peccato, suo o dei suoi genitori”, ora, dopo la novità inseritasi nell’incontro con Gesù, egli non è più lo stesso: nessuno più potrà convincerlo del contrario; lui infatti ha sperimentato sulla sua pelle che quell’«uomo che si chiama Gesù» gli ha cambiato la vita. Non serve la minaccia dei farisei, che pure riescono a intimorirgli i genitori; non basta l’incertezza di coloro che lo ricordavano mentre elemosinava; non ottiene risultati l’espulsione dalla sinagoga («lo cacciarono fuori»): egli ormai è libero, di una libertà diversa, fondata sull’incontro personale, su una promessa creduta, sulla carne trasformata… su un ordine degli affetti nuovo, che va dall’apparenza al cuore: «Credo, Signore!».
È la libertà a cui invece non riescono ad aprirsi i farisei: «Siamo ciechi anche noi?». Tutto il percorso di svelamento dei loro cuori che il brano ci fa percorrere infatti è come segnato da una spada di Damocle da cui essi non riescono a svincolarsi: «era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi». Ecco tutto il loro problema, la causa del loro irrigidirsi su posizioni insostenibili, che (come ogni volta che mancano argomentazioni convincenti) impongono con la violenza («lo cacciarono fuori»). Il loro schema religioso, politico, di salvaguardia del potere è messo in scacco dal gesto di Gesù, perché da un lato non potevano negare che Gesù non venisse da Dio: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?»; ma dall’altro neanche ammetterlo: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». E messi alle corde, nella scelta stringente tra il loro schema e l’evidente bontà di qualcosa che glielo fa scoppiare, scelgono lo schema: preferiscono la salvaguardia della regola al bene di un uomo; prediligono l’ordine costituito, l’universale, alla faccia del singolo… è questo il loro cuore, al di là dell’apparenza iper-osservante del loro stile di vita (cfr Mt 23,27: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume»): la conservazione dello status quo a scapito della gente, che è proprio il contrario del cuore di Gesù, che metterà in discussione lo status quo più status quo di tutti, che è la considerazione di Dio, (morendo) a favore degli uomini!
A proposito di Gesù… forse, fra tutti i disvelamenti, il suo è quello più intrigante. Lo si vede con chiarezza nell’evolversi delle parole del cieco, che ogni volta che è interrogato a suo proposito fa un passettino in avanti fino alla professione di fede finale in Gesù, Figlio dell’uomo. Scorrendo infatti le sue parole, vediamo come la partenza sia proprio legata ad un’immediatezza accessibile a chiunque: di Gesù infatti parla come di un uomo («L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista»). Ma poi c’è una prima progressione: «Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”». E poi di nuovo: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».
Ma la cosa più interessante è che quest’uomo passa dal dire di Gesù che è un uomo, poi un profeta, poi un uomo di Dio e infine Figlio dell’uomo, proprio e solo perché lo ha esperito: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Questo non è un teologo, un sacerdote, un erudito… è uno che guarda ai fatti: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». È l’incontro che l’ha convinto, al di là di ogni possibile postuma dissuasione. Come la Samaritana di domenica scorsa: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4,29).
Eccoli allora i cuori a cui guarda il Signore a scapito delle apparenze a cui guarda l’uomo: il cieco-peccatore-escluso capace di incontrare Dio in Gesù, che gli ridà Vita; i farisei-simbolo della religiosità (che sarebbe poi la mediazione universalmente riconosciuta per l’accesso al divino) cieca di fronte al Figlio dell’uomo, perché cieca su qualsiasi uomo (a cui preferisce la legge); e infine Gesù, nel cui cuore sta proprio l’altra cosa che cercavamo all’inizio: ciò che è gradito al Signore! E in Gesù… ciò che è gradito al Signore è che l’uomo sia. E questo viene prima di qualsiasi legge.
Colui che parla con te... è proprio lui!
io sono la luce del mondo!
difficile dire se questo brioso racconto della guarigione del cieco nato sia stato, nelle prime comunità cristiane, una delle ispirazioni determinanti per capire il sacramento del battesimo e disegnarne il rito, o sia stata la comprensione sempre più profonda del mistero battesimale che ha fatto riscoprire la forza educativa di questo “segno” di Gesù, come un eccezionale percorso paradigmatico di scoperta e maturazione della fede in lui! Il resoconto di questa vicenda, come è adesso nel vangelo, è comunque una delle descrizioni più appassionate di come Gesù compie l’ “opera” di colui che lo ha mandato per salvare il mondo ‑ come “luce” del mondo! Dunque, per l’uomo sembrerebbe una questione di vista, difettosa dalla nascita, per cui non riesce a vedere bene le cose, né se stesso, né Dio. Ma di fatto, l’intervento di Gesù è descritto come una “creazione nuova”, dai simboli forti e sorprendenti. La vista è ricreata dalla polvere della terra, impastata come fango con lo sputo (l’ “alito” umido della bocca di Gesù). Con questo sembra imbrattare e oscurare ancor più gli occhi. Ma il cieco si fida e va alla fonte dove Gesù l’aveva inviato, e di fatto, una volta lavati gli occhi, “ tornò che ci vedeva”! Se fosse stata solo una questione di vista, il miracolo è finito qui – un generoso gesto di misericordia.
... ma c’è una premessa: il primato dell’amore sul peccato.
una premessa discriminante, che va chiarita fin dall’inizio, per non trascinare un’ambiguità di fondo che avvelena poi tutta la vita ( e la nostra teologia!). Alla domanda antica quanto l’uomo: chi ha peccato? Gesù risponde decisamente: la causa del male radicale dell’uomo (la cecità dalla nascita!) non è colpa dell’uomo, né come singolo, né come famiglia umana... Anche se la voglia di accusare (è colpa tua!) resta invincibilmente radicata nel cuore dell’uomo, al punto che ha poi bisogno di un capro espiatorio e tutta la storia delle religioni è insanguinata dai sacrifici delle vittime su cui si è tragicamente proiettato questo inspiegabile male che ci soffoca la vita, prima ancora che ne siamo colpevoli. Tanto più che l’accusa viene contemporaneamente tanto introiettata dentro di noi, soprattutto nei più deboli (è colpa mia!) – fino da uccidere in loro il gusto della vita e la possibilità di ritrovare speranza (che è la luce della vita!). Gesù non da spiegazioni ulteriori, ma annuncia e rende vera una notizia lieta (un vangelo): le situazioni più dolorose ed oppressive nelle quali l’uomo si trova invischiato, qualunque ne sia la causa, non sono mai un castigo di Dio, sono piuttosto il luogo della manifestazione delle “opere di Dio” ‑ prima c’è sempre l’amore - la salvezza dell’uomo! ... Di qui comincia il cammino di speranza di chi accoglie la luce.
la costruzione della nuova identità
Infatti vedere la luce è solo l’inizio – perché da qui in avanti “credere” diventa soprattutto una questione di cuore, al quale la Parola di Gesù, che ha guarito la vista, apre orizzonti impensati – addirittura di rovesciamento e ricostruzione totale della “identità umana”, trasformandola progressivamente in identità “cristiana”, propria del discepolo di Gesù. La Parola, infatti, manifesta al discepolo verità nuove, che i sapienti e gli intelligenti di questo mondo non capiscono o ritengono follia o stoltezza: le beatitudini, il perdono, anzi l’amore dei nemici, la misericordia come essenza di Dio e chiave per capirlo... e infine seguire Cristo nel portare il male del mondo fino a consegnare la propria vita per testimoniare che solo l’amore è efficace a costruire di qua l’al di là!
Ecco i tratti vivacissimo di questo cammino esemplare di maturazione della fede:
1. il discepolo neofita non sembra più lui. L’identità è un processo complesso, un intreccio di relazioni che costituiscono l’io, intessendo la sua autobiografia vivente. Ma i nuovi occhi, spalmati dal contatto così “terrestre” con l’umanità di Gesù, riplasmati dalla sua Parola (vai, lavati!) vedono irrompere nella nuova consapevolezza di sé orizzonti, criteri, schieramenti completamente nuovi e disomogenei. Attorno a lui, i più vicini, stupiti, se ne accorgono subito, proprio a lui, pongono il dubbio sulla sua identità. E lui, che davvero è cambiato, ribadisce con una decisione che non vuole dare spazio a ripensamenti: sono proprio io! Ma cosa ti è successo? Come mai ci vedi?... Nasce la sua prima vera testimonianza “cristiana”: è stato quell’uomo, chiamato Gesù! Infatti, Gesù, riconosciuto Signore, l’ha fatto signore... e re, cioè libero dalla pressione sviante della gente, ma dipendente solo dalla Parola, che l’ha unificato e identificato!
2. l’impatto incombente con l’ordine costituito! un prodigio così impressionante come risanare dalla cecità, vuol dire trasformare un uomo. Non può non avere un impatto sociale eversivo. I maestri e detentori del potere, colti quanto interessati, si dividono sull’interpretazione del fatto, sbalorditi dall’evento, ma ancor più preoccupati dalla violazione della legge del sabato... I Farisei di ogni tempo sanno la teologia e la morale ma non sono più appassionati alla vita, puri esecutori d’ogni piccola regola che impongo indiscriminatamente, perché non si commuovono mai. Scrutano i codici e non vedono più la faccia della gente! Il credente vede la differenza con l’esperienza di luce, di vita e di libertà che ha ricevuto. La provocazione gli fa fare un passo importante: capisce che chi gli ha aperto questi orizzonti non può che essere un profeta, qualunque cosa si dica di lui!
3. il distacco dalla tribù del sangue. Ma nessuno è profeta in patria sua. Vedere le cose dal punto di vista della Parola di Dio, vuol dire partecipare della sorte del profeta ... Chi ti era vicino fino a ieri, adesso ha paura. I vincoli di prossimità del sangue non tengono, se non sono convertiti in quelli della fede e della speranza. I ricatti del potere, il terrore di perderne la protezione e il consenso, genera distacchi, misconoscimenti e perfino tradimenti... La solitudine mette a dura prova la fede nella Parola... Ma bisogna insieme rimanere fedeli ed insieme aver compassione di questi poveri spaventati e smarriti.
4. la reazione immunitaria. Il problema dell’autorità non è il prodigio che un cieco adesso ci veda, che un ignorante gioisca della verità che lo rende uomo, che il deserto di solitudine del suo cuore fiorisca di speranza... Costoro si preoccupano soltanto se tutto è fatto secondo le loro tradizioni e sotto il loro controllo... Hanno una sapienza mortifera che si basa sul passato. Non vedono più i germogli che premono alla vita. Sanno già tutto. Il nuovo non è previsto, dunque non esiste – o comunque va soppresso. Il loro potere cresce solo sulla paralisi dell’amore e della compassione. E se vogliono mantenere questo monopolio del potere, hanno ragione, perché un briciolo di verità della più mite e semplice dialettica lo fa crollare: questo è strano, che voi non sapete da dov’è, ...ma se non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla! E lo espulsero fuori, anticipando in lui il sacrificio sacerdotale del suo maestro (Eb 13,12s). Infatti, rimasti senza argomenti efficaci, non rimane che tornare al primato del peccato sull’amore liberante, per mettere zitta la verità dei fatti (sei tutto concepito nel peccato, e tu insegni a noi?)
5. solitudine e compagnia del cristiano. Ormai senza famiglia, senza sinagoga, senza elemosina (perché ormai ci vede)... è un emarginato totale! Allora Gesù lo cerca e lo incontra: credi tu nel figlio dell’uomo? Non è un incontro “spirituale” autoprodotto dalla tensione interiore... Sono maturate le condizioni storiche, interiori ed esteriori, di uno sradicamento doloroso e violento da ogni acquiescenza alla logica pervasiva della competizione del sapere e del potere – e così avviene uno sbilanciamento totale, interiore ed esteriore, verso la Parola ascoltata e perseguita. Ma chi è Signore, perché io creda in lui? Gesù risponde: lo vedi! colui che parla con te, è lui stesso! Configurato a lui attraverso le tappe sconcertanti e quasi trascinato sulla strada stretta ... dietro la Parola che lo ha risanato – la Parola stessa si manifesta come “persona”, come amore, compagnia e accudimento ... sperimentato (lo vedi!). E gli avvenimenti e le Scritture non trasmettono più soltanto la Sua voce, ma lui stesso “fa” l’identità del cristiano (...colui che parla con te, è lui stesso!).
approfondimenti sul percorso...
“...per avvicinarsi al tema dell’esperienza di Gesù dobbiamo distinguere tra identificazione e identità. Molti cristiani si appagano dell’identificazione di Gesù: un uomo, figlio di Maria, che è vissuto a Nazaret, è morto su una croce sotto Ponzio Pilato, è risorto... e tutti gli altri dati che la tradizione ci ha tramandato per identificarlo. In questo modo sappiamo di cosa parliamo – ma non necessariamente conosciamo chi sia. L’identificazione di Gesù di Nazaret, che ci dà la possibilità di non confonderlo con nessun altro personaggio, non è la stessa cosa che la sua identità, che ci dà la possibilità di conoscerlo.
Per conoscere l’identità di una persona ci vuole amore, ci vuole fede, occorre che uno la scopra personalmente, si apra ad essa. È in questo incontro faccia a faccia, da persona a persona, da tu a tu, da amante ad amante, che l’altro viene conosciuto nella sua personalità e che il conosciuto trasforma il conoscente e il conoscitore il conosciuto. Questo è il mistero dell’identità della persona. La madre conosce l’identità del figlio, mentre i dati anagrafici servono solo per la sua identificazione.
Per conoscere l’identità di Gesù di Nazaret è necessario incontrare la sua persona. La storia ci descrive solo i personaggi. Ma non possiamo incontrare una persona nel passato. Del passato si può avere un ricordo, un’anamnesis, una credenza ‑ e una credenza fragile, certamente, perché fragili sono i suoi paradigmi storici. Possiamo credere negli avvenimenti di Betlemme o credere in altri fatti della vita di Gesù, ma non possiamo dire che abbiamo l’esperienza di Betlemme, dell’Incarnazione e della tomba vuota, perché non eravamo là e non abbiamo veduto. L’esperienza non è un ricordo, l’esperienza è un fatto che ci accade e ci trasforma, anche se può trovare il suo fondamento in una memoria attualizzata, nel qual caso è una memoria ritrasmessa dalle generazioni precedenti.
Se Cristo è solamente un personaggio storico, l’esperienza del cristiano si riduce all’esperienza esistenziale prodotta dal ricordo della sua vita, ritrasmessa mediante la memoria che di lui si è conservata. In questo caso gli esperti hanno la massima autorità e il cristianesimo si riduce ad una religione del Libro!
Ma per il cristiano, l’esperienza di Gesù è l’esperienza di Gesù Risorto, vale a dire del Cristo vivente, hic et nunc, oggi e sempre, per dirla con S. Paolo. Non è un’esperienza storica ma metastorica, personale e intrasferibile. Avviene nel tempo, ma non è storica, questo è ciò che rende tale esperienza così potente e allo stesso tempo così difficile da comunicare. È l’atto di fede che attualizza questa esperienza dell’ineffabile, che per i cristiani si realizza “in e attraverso Cristo”. Chi non ha avuto l’esperienza di essere risuscitato da Cristo ‑ anche se si definisce cristiano e si ritiene ortodosso (identificando doxa con dottrina) ‑ non potrà dire come i samaritani. “...non è più sulla tua parola che noi crediamo ...noi stessi abbiamo udito e sappiamo...” Non potrà capire l’incipit ‘sensuale’ della prima lettera di Giovanni, né la maggior parte dei testi delle Scritture – e anche della tradizione ‑ cristiane. Il Cristianesimo non è una religione del Libro, ma una religione della Parola – della Parola viva udita e colta nella sua forza trasformante, da coloro che hanno orecchie per udire...”
[R. Panikkar, L’esperienza di Dio, Queriniana 1998, p. 71]
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