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mercoledì 15 giugno 2016

XII Domenica del Tempo ordinario


Dal libro del profeta Zaccarìa (Zc 12,10-11;13,1)

Così dice il Signore: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 3,26-29)

Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,18-24)

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 

Il brano di vangelo di questa domenica è molto noto, anche perché è presente in tutti e tre i sinottici. Vorrei perciò concentrarmi, per una volta, sulla seconda lettura, perché in queste settimane stiamo leggendo la lettera di san Paolo ai Galati, che contiene una serie di espressioni davvero significative.

Per esempio oggi leggiamo «Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».

Paolo sta cioè dicendo che non esistono cristiani di serie A e cristiani di serie B: i cristiani che provengono dal mondo ebraico non sono più cristiani di quelli che hanno origini pagane; i cristiani che si trovano nella condizione di schiavi, non sono meno cristiani di quelli che non sono schiavi; così come i cristiani maschi non sono più cristiani delle femmine.

Sembrano cose scontate, anche piuttosto lontane dalla nostra cultura occidentale moderna.

Eppure… se al posto di Giudei e Greci mettessimo italiani e africani e al posto di schiavi e liberi mettessimo braccianti e banchieri, forse le cose ci risulterebbero più familiari… «Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Italiano né Africano; non c’è bracciante né banchiere, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».

lunedì 19 marzo 2012

L'ultimo profeta


Beppe Grillo

La storia di Beppe Grillo la conosciamo, seppur spesso a spanne: non proprio quella di un uomo qualunque…
Il “tipo” pure: comico, sarcastico, satirico, cafone, politicamente scorretto, anticlericale, a volte persino dissacrante e “bestemmiatore”, in alcune sue “visioni” altrettanto ingenuo e bambinesco, ultimamente additato anche come “autoritario” eppur “anarchico”… L’antipolitico che fa politica, anche se per interposta persona. Insomma tutto e il contrario di tutto.
È un personaggio che “seguo” – insieme a molti altri – prima per ridere, ora per piangere. Non che qualcuno possa mai votarlo, perché mai lui si presenterà (se ben l’ho capito).

Cosa mi spinge allora a scrivere un post tutto su di lui? Il disagio.
Il disagio che provo leggendo articoli, analisi, commenti (anche sul suo blog) di quelli che lo criticano e di quelli che lo lodano: non riesco mai a ritrovarmi. L’impressione è che ai più manchi la chiave di lettura del “fenomeno” Beppe Grillo e della sua non-creatura il “Movimento 5 stelle”. La cosa che mi lascia allibito è che persino i suoi più convinti sostenitori non sembrano cogliere il “nodo” centrale della sua proposta (al di là delle declinazioni contingenti: TAV, economia, ecc.). E mi chiedo a volte se lo stesso Grillo ne sia pienamente consapevole. Pienamente forse no!
Ci provo (non-umilmente) io.

Se guardiamo alle qualità (o difetti scegliete voi) sopra descritti, senza troppa fatica troveremmo che calzano a pennello con alcune caratteristiche fondamentali di un personaggio biblico chiave: il profeta.
Come su un aereo guardo il panorama biblico e lo sorvolo dall’alto, fermando lo sguardo ora qua, ora là, senza un ordine preciso, confidando sulla vostra conoscenza generale della bibbia. In fondo è solo un post, ma potrebbe suggerire un lavoro di dottorato in… teologia.

Il profeta dunque. Anarchico, ma non senza un principio guida: la giustizia. Apparentemente antipolitico quindi, ma in realtà altamente politico, purché sia una politica veramente nuova. Accusato di essere contro il sistema, in realtà è contro il sistema di chi (“la volpe”!) lo accusa di essere contro il sistema… Perché è contro “il sistema di ingiustizia dei furbi”, propugna un sistema nuovo, fondato sulla catena di relazioni umane rinnovate (Ah! Se ai tempi di Isaia ci fosse stato internet!). Per questo non guarda in faccia a nessuno, re o sacerdote che sia. Diventando non raramente antimonarchico, anticlericale e “blasfemo” verso la religione ridotta a “ragion di stato” è da questa continuamente perseguitato. Sempre “ateo” del dio “mistico” e quindi innocuo dei potenti, propugna la fede in una giustizia sociale in cui sia riconoscibile il “Dio degli schiavi”. Visionario quindi, fino a risultare ingenuo nel sognare un mondo dove l’uomo non sia più divoratore di uomini e distruttore del suo mondo (habitat). Per questo il profeta è sempre politicamente scorretto in obbedienza al proprio Arché. Celebrato da morto per essere meglio ignorato dal sistema, è irriso o peggio falsamente lodato da vivo. Assolutamente incompreso in ogni caso, spesso dai suoi stessi seguaci.
Persecuzione, calunnia, diffamazione, adulazione e infine commemorazione, sono le diverse fasi di un processo di rigetto del potere politico, religioso, economico coalizzatisi per difendere la propria sopravvivenza storica.
Tutto questo fa del profeta un uomo generalmente solo e solitario.
A volte sarcastico, non senza una vena di sana ironia spesso persino comica. Irremovibile nelle sue invettive, al punto da apparire più despota del dispotismo che stigmatizza.

Il suo ruolo fondamentale è la critica radicale al sistema non in quanto sistema ma in quanto sistema di poteri. Per questo alla sua critica, non regge nessun sistema. Né quello comunista, né quello capitalista. Né quelli di ieri, né quelli di domani.
Temuto e blandito quindi.
Ed è qui che si ricongiungono fortemente attuali i punti nodali tra l’intuizione di Grillo e la Profezia. Che li porta a scontrarsi con i suoi stessi seguaci. Che “ovviamente” non capiscono! Perché non sono loro i profeti. Non lo sono non perché non potrebbero, ma perché non vogliono essere “veggenti”. Al massimo guardano il deserto, non l’oasi a cui conduce. Non che non gli venga additata… ma per arrivarci dovrebbero attraversare il deserto della solitudine, dello scherno, degli stenti. Chiamali fessi!
Fessi!
Fessi perché comunque vada moriranno nel deserto. Senza mai nemmeno esser riusciti a sognare l’oasi.
E qual è questo nodo? L’errore che facciamo tutti: Proporre al profeta di condurre il sistema per cambiarlo dal didentro!
Ma se la profezia si fa sistema chi lo potrà mai più criticare? La profezia cessa di esistere (è già accaduto! E più volte). Ci vorrà un altro fuori dal sistema che critichi il sistema degli (ex)profeti. E allora sarà lui il profeta non quelli che stanno cambiandolo facendo “sistema”.

Ritornando a bomba. Se il movimento “profetico” si fa “partito”, cessa di essere movimento profetico. E avrà in sé tutte quelle dinamiche proprie di un sistema di poteri. Anche se non andasse eticamente alla deriva (impossibile!), chi potrà essergli di pungolo se cessa il movimento profetico?

E si capisce come a questo livello di critica e autocritica, la “rete”, il web diventi lo strumento chiave di controllo profetico dell’agire politico ed economico (come si capisce perché abbiamo conosciuto l’e-mail di Giovanni Paolo II solo dopo che è morto)!...
E se siete arrivati a leggermi fin qui potete cominciare a intuire perché proprio un comico cacciato dal sistema abbia potuto elaborare certe intuizioni… La nostra storia non è mai sganciata dal nostro pensare.

Ecco perché Grillo qui ha ragione da vendere nel cacciare, dal suo movimento, chi si costituisce come “partito”. O di dichiarare altrimenti “morto” il suo movimento.
Fallirà (come tutti i profeti), ma vincerà. Perché il “suo sogno” – che non è suo ma del “Dio degli schiavi” – ci sarà sempre qualcuno a riproporlo. Perché l’umanità non morirà cessando di crederci: finirebbe la storia.

Fattevi ora un excursus sulla storia della profezia anche all’interno della chiesa: tutte le volte che la profezia è stata istituzionalizzata, è arrivata un profezia che ha mandato in crisi istituzione e profezia istituzionalizzata. Ecco perché nascono e nasceranno sempre nuovi ordini e nuovi movimenti. Ecco perché sbaglia chi dice, che nuovi movimenti non servono a niente perché prima o poi tutti ricadono negli stessi errori di coloro che li hanno preceduti. Questo è accaduto perché si è ceduto alla tentazione dell’istituzionalizzazione. Perché si è temuto di essere storicamente irrilevanti (la più subdola tentazione del sistema!). Perché si è temuto di essere lievito che sparisce nella pasta, sale che si scioglie nel tutto… Perché si è cessato di camminare, considerando finito il cammino attuato dai fondatori. È accaduto e accadrà perché il controllo dell’istituzione istituzionalizza sempre la profezia. E l’istituzione cesserà solo al compimento della storia.

Chi non comprende questa struttura della storia, non capirà mai le dinamiche dell’oggi, del “suo presente” e le scambierà o per una perdita di valori, o per una fuga verso il futuro a cui risponderà con una fuga verso il passato o in un irrigidimento del presente o in una proclamazione sulla fine della storia. Roba da disperati che avranno sempre la sensazione di trovarsi altrove (alienati appunto)!

Ecco perché ciò che i giornali e i politici trattano con la superficialità del gossip in realtà appartiene più che mai ai destini decisivi della storia di liberazione – cioè di salvezza – dell’uomo.

Ecco perché l’intuizione di Grillo fa paura. Anche ai “suoi”. Forse persino a se stesso, ma anche e soprattutto a chi, per convenienza, non vuol capire.

domenica 24 aprile 2011

Se siete risorti con Cristo, con Cristo vivete da risorti

Commento alle letture liturgiche della Pasqua

Per l’evangelista Giovanni, la resurrezione di Gesù è il momento decisivo del processo della sua glorificazione, con un nesso inscindibile con la prima fase di tale glorificazione, cioè con la passione e morte: ciò che qui evidenzia questo legame oltre alla presenza di Maria di Magdala presente anche alla crocifissione, è quel “buio” che Maria di Magdala ha dovuto attraversare con coraggio per andare al sepolcro…

“Vedere” è qui il verbo della fede che sola è in grado di vedere veramente ciò che gli occhi guardano, mentre il sepolcro, quasi a negare ciò che la fede vede, è il segno della presenza della morte nella storia. Tutti i cimiteri nei nostri paesi, sono lì a dirci che la morte regna regina nella storia e avanza…

LA MORTE? HA FATTO LA FINE CHE HA FATTO FARE A GESÙ!
Ora però il sepolcro è aperto… E col sepolcro aperto è la morte stessa ad essere “scoperchiata”, squarciata, forata, strappata dalla storia, detronizzata. Questo strappo alla morte, è uno strappo della morte (“O morte, sarò la tua morte; inferno, sarò la tua rovina” recita un’antifona dei vespri del Sabato Santo tratta dalla traduzione latina del libro di Osea 13,14). E rimette in moto la storia e la fa correre…

LA VITA TORNA A CORRERE
È tutto un correre… prima Maria di Magdala, poi Simon Pietro e Giovanni, il più vecchio e il più giovane degli apostoli insieme che rappresentano qui tutta la comunità credente.

Pietro e Giovanni, lo sappiamo dai racconti della Passione, sono anche coloro che dormivano nel “buio” del Getzemani e che fuggirono nella notte delle morte allontanandosi da essa e che ora – per il coraggio di una donna che “da sola” ha saputo affrontare il “buio” della storia – sono costretti a ripercorrere al contrario…
Segno che solo qui ai piedi della morte di Cristo e non altrove ci è possibile iniziare a compiere quell’inversione nel cammino della vita che si chiama conversione. E che apre alla fede concreta.

Si fermano solo davanti al sepolcro aperto ed entrano nello squarcio della morte. Dapprima colui che era fuggito per primo… e che per anzianità avrebbe dovuto invece infondere coraggio agli altri. Poi colui che per la giovane età permetterà di prolungare il più possibile nel tempo della chiesa in maturazione la testimonianza autentica dell’avvenuta resurrezione.

LA FEDE IN CRISTO È PRIMA DI TUTTO FEDE NELLA FEDE DEI SUOI TESTIMONI
Noi crediamo, abbiamo creduto e crederemo per la fede di questi testimoni!… Non ci è dato di credere se non per loro. Per continuare a credere ancora e per crescere e maturare in questa fede non possiamo fare altrimenti, dobbiamo continuamente fare riferimento alla loro fede.
E la loro fede è questa: Che Cristo è risorto e noi siamo risorti con lui! Ce lo conferma san Paolo: Fratelli, voi siete risorti con Cristo… con Cristo vivete da risorti!
Infatti non servirebbe a niente la risurrezione di Cristo se questa fosse una prerogativa solo sua. Sarebbe una situazione privilegiata la sua che renderebbe ancor più tragico il nostro “essere consegnati alla morte”… Perché lui sì e noi no? Vana per noi sarebbe la sua salvezza… Non sarebbe “il nostro Salvatore”. La resurrezione di Cristo è fondamentale alla nostra fede – dirà Paolo ai Corinzi (1Cor 15,ss) – perché in essa si realizza e si manifesta la nostra.

LA “RESURREZIONE DELLA CARNE” COMINCIA ADESSO
Dobbiamo imparare a superare le preoccupazioni dogmaticistiche che nel tempo hanno offuscato la fede degli apostoli. La resurrezione dei corpi professata nel Credo ha la preoccupazione di dare al corpo quel ruolo che gli spetta nel progetto di Dio: in Cristo il Verbo si è veramente incarnato perché l’uomo crede anche con tutto il corpo! Il Credo non ha l’intenzione di affermare che la resurrezione è una realtà solo dopo la morte. Sappiamo bene infatti che non può esserci comunione col Padre dopo la morte se non c’è comunione col Padre prima della morte. Così non c’è la risurrezione dopo la morte se non c’è risurrezione prima della morte, in questa vita. Se lo Spirito di Dio non abita in noi ora, come può abitare in noi dopo? La risurrezione di Cristo attuata dal Padre sta proprio a dire che da vivo Cristo era in comunione col Padre: è il sì di Dio al sì di Cristo!
È questa comunione con Dio Padre che fa saltare i confini tra questa vita e l’altra, perché c’è una sola vita, quella dello Spirito di Dio che è in noi per mezzo della fede. Tutte le lettere di Paolo e le testimonianze degli apostoli ce lo confermano.

Nella risurrezione di Cristo c’è Dio che finalmente fa giustizia della più grande ingiustizia mai commessa… e in questa resurrezione, la giustizia di Dio – infinitamente lontana dalle nostre giustizie umane che sanno di vendette – entra definitivamente nella storia. E ci rinnova dal di dentro… E vince tutte le nostre paure sulle infinite morti, perché la morte non ci riguarda più! Noi ora abbiamo la sua vita in noi! Solo così le “Beatitudini” (beati voi quando… subite l’ingiustizia per amore della giustizia) diventano vere!

OLTRE UNA FEDE “VANA” PERCHÉ VUOTA
Noi diciamo di credere alla presenza del Signore nei sacramenti, noi diciamo di credere a tanti dogmi che la fede della chiesa giustamente ci consegna, ma perché non crediamo – ci dice san Paolo – alla nostra resurrezione? Eppure essa è, ce lo ricorda la Pasqua, il fondamento di ogni altro credere! (Cfr 1Cor 15)
Nel nostro credere, sigillato col sì al battesimo, è questo che avviene… e allora comportatevi da risorti, non da gente che ancora in attesa di risurrezione, in attesa dello Spirito di Dio…

Il discorso di Pietro tratto dagli Atti degli Apostoli, si inserisce proprio in quel contesto in cui lo Spirito di Cristo agisce nella storia facendo risorgere le persone portandole alla fede. Pietro sta spiegando a coloro che non capiscono come egli abbia potuto rendere visita al pagano Cornelio, “che chiunque crede in lui [in Cristo, nella sua parola, morte e resurrezione e vive di questo], riceve il perdono dei peccati”. Cioè riceve la vita di Dio, rinasce a vita nuova… E che cos’è questo se non la propria resurrezione operata dallo Spirito di Cristo?

UNA FEDE CHE RENDE VISIBILE LA RESURREZIONE
Certo bisogna crederlo… per chi non ha fede questa nostra resurrezione, come quella di Cristo, resta nascosta. Non so se avete notato ma nel Vangelo di Giovanni, Gesù è il grande protagonista della narrazione, eppure non compare mai di persona… La sua “visibilità” – diciamo così – è possibile solo nella fede, perché – ci dice san Paolo – non è ancora giunto il momento della glorificazione/manifestazione definitiva quando tutto sarà manifestato anche agli increduli quando il Padre lo vorrà.

Ma noi che abbiamo fede sappiamo che questa è già la realtà che viviamo.
Di questa realtà dobbiamo farci missionari, non missionari di una giustizia futura, ma missionari di una giustizia che già si sta attuando nella storia con la resurrezione di coloro che credono: Tutta la morale cristiana è la morale di chi si sa risorto! Qui trova radice ogni giustizia anche sociale.

Ed è evidente che se c’è una cosa che non si può annunciare a parole è proprio la propria resurrezione… Non si può dire: “Sai io sono risorto!” e poi vivere da non-risorto, attanagliati dalla paura della morte che si fa ladra e assassina nell’attesa di una ipotetica risurrezione futura…

PERCHÉ TUTTI HANNO DIRITTO DI FAR FESTA
Questa resurrezione è la nostra vita, per questo la resurrezione possiamo testimoniarla solo vivendola. Solo così si rende visibile la resurrezione di Cristo… Solo così la Pasqua diventa visibile… Solo così le “Beatitudini” diventano evidenti! E allora la Pasqua diventa, per tutti sempre e comunque una vita in festa!

mercoledì 23 febbraio 2011

La Chiesa di Giuda


Pubblico qui un articolo di Barbara Spinelli apparso oggi su Repubblica. Ditemi voi se c'è qualcosa seppur piccola che un cristiano non possa condividere...

C’è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni, che intrecciandosi con altri episodi recenti ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d’animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa, quando pretese di rappresentare la parte ottimista, fiduciosa del Paese.

Una stanchezza che somiglia a un disgusto, una saturazione. Se immaginiamo i documentari futuri che riprodurranno l’oggi che viviamo, vedremo tutti questi episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s’è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est o di Lounes Matoub ucciso nel ‘98 in Algeria. Può darsi che nei Palazzi politici tutto sia fermo, che il tema dell’etica pubblica non smuova né loro né la Chiesa. Ma fra i cittadini lo scuotimento sfocia in quest’ansia, esasperata, di mutamento.

A quest’Italia piace Benigni quando narra Fratelli d’Italia. Piace Vecchioni quando canta la «memoria gettata al vento da questi signori del dolore», e «tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero». Quando conclude: «Questa maledetta notte dovrà pur finire». Poiché si estende, il senso di abitare una notte: d’inganni, cattiveria, sfruttamento sessuale di minorenni. C’è voglia che inizi un risveglio. Che la politica e anche la Chiesa, cruciale nella nostra storia, vedano la realtà dei fatti dietro quella pubblicitaria.

Massimo Bucchi aveva anticipato, in una vignetta del 19 gennaio 2010, questa rivolta contro il falso futuro promesso dai signori del dolore: «Ha da passà ‘o futuro!». Erano i giorni in cui il governo non s’occupava che di legittimo impedimento, di lodo Alfano costituzionale, di processo breve. Immobile, il tempo ci restituisce senza fine l’identico. Quel 19 gennaio, il Senato si riunì per commemorare Craxi. Colpito poco prima a Milano dalla famosa statuetta, Berlusconi annunciava «l’anno dell’amore».

Forse ricorderemo gli anni presenti per questa collana di eventi, che pian piano travolse giochi parlamentari, patti con un potere imperioso e tassativo con gli altri, mai con se stesso. Ricorderemo questa domanda di politica vera. Ricorderemo, infine, i tanti che non hanno visto montare la marea della nausea, che hanno consentito al peggio per noia, o rassegnazione, o calcolo di lobby. Cerchiamo di non dimenticarlo: ben 315 parlamentari hanno votato un testo, il 4 febbraio, in cui si sostiene che Berlusconi liberò Ruby perché, ritenendola nipote di Mubarak, voleva «evitare un incidente diplomatico».

Ma soprattutto, colpirà nei documentari futuri l’inerte ignavia dei vertici della Chiesa, l’orecchio aperto solo ai potenti, il rifiuto – così poco cristiano – di dire male del male solo perché da questo male sgorgano favori; perché i governanti concedono alla Chiesa il monopolio sui cosiddetti valori non negoziali (il dominio sulla vita e la morte, essenzialmente) purché siano lasciati in pace quando violano la Costituzione, fanno leggi per sottrarsi alla giustizia, mostrano di non sapere neppur lontanamente cosa sia la decenza pubblica. La canzone di Vecchioni, la recita di Benigni, sono punti di luce in una chiusa camera oscura; sono una forza che sta di fronte alla formidabile forza del regime. Una forza cocciuta, insistente, cui l’opposizione è estranea e ancor più la Chiesa.

L’insurrezione interiore avviene anche dentro il mondo cattolico: si parla di un 30 per cento di refrattari, tra frequentatori della messa e presbiteri. Basta scorrere le innumerevoli lettere che parroci e preti scrivono contro i dirigenti in Vaticano, per rendersene conto. Sono lettere d’ira, contro la loro acquiescenza. Micromega dà ai dissidenti il nome di altra Chiesa e sul proprio sito li rende visibili. Le pagine dei lettori sulla rivista di attualità pastorale Settimana sono fitte di denunce del berlusconismo.

Quest’altra chiesa non ne può più dei compromessi ecclesiastici con una destra che nulla ha ereditato dalla destra storica che fece l’unità d’Italia. Ha riscoperto anch’essa il Risorgimento, la Costituzione del ‘48. Condivide il dover-essere dei cattolici che Alberto Melloni riassume così: «Una dedizione alla grande disciplina spirituale, un primato vissuto del silenzio orante, un abito di umiltà, un’adesione alla democrazia costituzionale come ascesi politica» (Corriere della Sera 19-12-10).

Tra i criticati il cardinale Bagnasco, che critica il Premier ma per non sbilanciarsi vitupera non meno impetuosamente i magistrati. O che denuncia un disastro antropologico contro il quale però non pronuncia anatemi, preferendo alla chiarezza il torbido di alleanze tra Pdl e Casini che mettano fuori gioco Fini e le sinistre, troppo laici. Contro questo insorgono tanti preti: «Vedete quanto è pericoloso tacere?», chiedono citando Agostino. L’empio pecca, ma è la sentinella che ha mancato: «Chi ha trascurato di ammonirlo sarà giustamente condannato».

Nei paesi nordafricani vigeva simile spartizione di compiti: ai despoti il dominio politico, alle moschee la libertà di modellare l’intimo delle coscienze. L’accordo di scambio sta saltando ovunque, tanto che si parla di fallimento colossale di quella che gli Occidentali chiamavano stabilità. È in nome della stabilità che Berlusconi ha chiamato Mubarak un saggio, e ha detto non voler «disturbare» Gheddafi poco prima che questi bombardasse i libici facendo centinaia di morti. È la stabilità il valore che anima tanti responsabili in Vaticano, perché essa garantisce prebende varie, sconti fiscali per le case-albergo dei religiosi, finanziamenti per scuole.

In cambio si elargiscono indulgenze. Berlusconi dice parole blasfeme, e mons. Fisichella invita a «contestualizzare» la bestemmia. Il Premier è accusato di concussione e prostituzione minorile, e la Chiesa giudica «abnorme» la sua condotta come quella dei magistrati. Afferma Nogaro, vescovo emerito di Caserta: «Noi rimaniamo nello sgomento più doloroso vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male, dichiarando di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria.» (Micromega 1/11).

Altri presbiteri ammoniscono contro leggi liberticide sul testamento biologico. Don Mario Piantelli, parroco di San Michele Arcangelo, si associa «alle richieste che da molte parti d’Italia sono indirizzate ai vertici ecclesiastici di alzare forte la voce e di compiere azioni profetiche nei confronti del governo Berlusconi. È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il «mondo ecclesiastico», e in realtà aliena e impoverisce i credenti».

La Chiesa ebbe comportamenti non diversi nel fascismo. Sta macchiandosi di colpe simili, e nessuno sguardo profetico l’aiuta a vedere gli umori d’un paese che cambia, che magari non vota opposizione ma è stufo di quel che succede. Che comincia a guardare se stesso, oltre che l’avversario. Il cartello più nuovo, nella manifestazione delle donne, diceva: «Bastava non votarlo». Bastava la virtù dei primordi cristiani: la parresia, il parlar chiaro.

Nel filmato futuro che dirà il nostro oggi saranno convocati gli storici. Potranno imitare Benedetto Croce, quando nei Diari, il 2-12-’43, si mise nei panni di Mussolini e scrisse: «Chiamato a rispondere del danno e dell’onta in cui ha gettato l’Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze (...) rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”». (23 febbraio 2011)

venerdì 11 febbraio 2011

L'ultimo Antipapa

Penso che dopo questa ultima sortita di Berlusconi, il Magistero della chiesa, Papa in testa, debba cominciare a preoccuparsi seriamente.

Il movimento capeggiato da Giuliano Ferrara (che con tutta evidenza si sta rivelando “più ateo che devoto”) fonda la “difesa” di Berlusconi su una presunta campagna giacobina e moralista del mondo puritano italiano: proprio lui che ha fondato un movimento puritano contro la legge dell’aborto, riconosciuta da tempo “il miglior compromesso possibile” persino da Ruini!

Solo che Berlusconi infilandosi a testa bassa in questo pertugio difensivo non si accorge che così facendo peggiora ancor di più la propria situazione “morale” proprio in quegli ambienti cattolici a cui in primis sembra intendere rivolgersi per recuperare quel consenso che sta visibilmente perdendo.

Infatti il suo discorso, impostato sulla falsariga di quello di Ferrara (che ha già dimostrato quanta poca comprensione ha del cattolico elettorato) e supportato a spada tratta dai suoi politici, diciamo così, “riconoscenti” e per questo legati a filo doppio al suo destino politico, si configura come una vera e propria eresia propinata a quell’elettorato che allo stesso tempo costituisce di fatto il “gregge” affidato ai Pastori della Chiesa.

Ma in questo modo Berlusconi, (che continua legittimamente a professarsi cattolico, e fino a “scomunica comminata” è un suo diritto), facendo da contraltare alla vera dottrina cattolica sul peccato, e quindi auto-costituendosi come “fonte normativa magisteriale” della dottrina morale cattolica, comincia a configurarsi come un autentico antipapa scismatico, all’interno del mondo cattolico: soprattutto se c’è come sembra, qualche pio fedele che – ignorando quello del Papa – comincia a credere al suo discorso.

Di fatto, definendosi “peccatore” e chiedendo per questo “al popolo sovrano” una assoluzione generale sui peccati di cui è indagato in quanto reati, Berlusconi fa volutamente una grave confusione dottrinale tra legge e peccato, tra giustizia di Dio e giustizia umana, tra assoluzione e immunità, tra pena e colpa, tra foro interno ed foro esterno… Contrariamente alla dottrina cattolica che afferma, distinguendo, che ci sono peccati e reati e non sempre le due cose coincidono.

Inoltre la dottrina morale cattolica dichiara espressamente che se non ci sono ragioni “proporzionate di coscienza”, alla legge è dovuta obbedienza (anche se ritenuta personalmente ingiusta!) e la sua violazione costituisce formalmente “peccato”. Per cui: è peccato passare col rosso; è peccato parcheggiare fregandosene degli altri; è peccato non pagare le tasse; è peccato non andare a votare; è peccato saltare la coda; è peccato non rispettare la raccolta differenziata; è peccato inquinare… Molti qui arricceranno il naso anche in ambito cattolico, ma io ho citato espressamente questi casi perché col tempo alcuni di questi comportamenti sono stati declassati dal sentire comune a semplice “cattiva educazione”, ma la dottrina cattolica che vede l’individuo sempre inserito all’interno di una comunità umana più ampia, li ha da sempre configurati come peccati. Certo, c’è peccato e peccato, ma pur sempre di peccato si tratta, in quanto figlio di un menefreghismo egoista che disprezza il “prossimo”…

Tornando al tema della “dottrina berlusconiana del peccato”, ripeto, la esplicita confusione tra peccato e reato, con tutta evidenza finalizzata alla propria incolumità non solo politica, costituisce un vulnus nella dottrina cattolica e, siccome è propinata alla gente come “verità morale”, si configura come un tentativo di formulare una dottrina contraria agli insegnamenti della chiesa e quindi formalmente eretica e fautrice di movimenti scismatici.

Visto che non posso dilungarmi in un corso di morale, sintetizzo: Ci sono reati che non sono peccato; ci sono peccati che non sono reati; ci sono peccati che sono reati! In ogni caso da sempre nella dottrina morale cattolica, anche qualora un cristiano per obbligo di coscienza viola la legge, sempre in coscienza se ne deve assumere la responsabilità civile e penale; sociale e politica ed economica… Se questo vale persino per dei fatti che riguardano la coscienza, questo vale ancor di più per fatti come la concussione e l’incitamento alla prostituzione minorile, dove l’obiezione di coscienza non può, con tutta evidenza, essere usata come giustificazione di tali comportamenti.

In ogni caso nella dottrina cattolica mai l’assoluzione del peccato costituisce assoluzione del reato! A questo invece punta Berlusconi col suo eretico discorso, ma facendo questo incorre in un peccato (non reato!) questo sì imperdonabili.

E sia detto per inciso, qualora un peccato si configura come reato, esso esce necessariamente dalla sfera del privato e si configura come atto pubblico. Sempre! Anche quando si consuma all’interno della sfera privata della propria intimità personale. Quindi è falso che ci sia violazione della privacy da parte dei giudici, semmai è il contrario: è la privacy che viene usata per fare violenza al suo contrario, alla collettività…

Quindi si rassicurino Berlusconi e Ferrara, il fratello Berlusconi è già formalmente “perdonato” dall’elettorato devoto… e proprio questo perdono esige che lui (smettendo di dire eresie) dei suoi peccati se ne assuma la piena responsabilità civile, penale, politica, economica, sociale oltre che ecclesiale… in una parola storica. E proprio a questo mira quella “penitenza” che il prete formula durante il sacramento della confessione: solo qui l’assoluzione diventa effettiva! Solo con la esplicita assunzione delle proprie responsabilità storiche del proprio peccato nella forma di un tentativo di avviare un cammino di conversione nei comportamenti concreti del proprio vissuto (a cui ben poco servono le classiche “tre avemarie”). Perché lo ribadisco, l’assoluzione del peccato non assolve mai dal reato (e viceversa)! O per usare un linguaggio più classico: l’assoluzione della colpa non toglie la pena!

Ci fa piacere che Berlusconi quindi si consideri peccatore (e Ferrara con lui), ma propri l’essere peccatore esige che si assuma le conseguenze storiche del proprio peccato, andando dai giudici di Milano (che gli contestano il reato non il peccato!) e non ponendo mille ostacoli per sottrarsi alle proprie responsabilità come sta invece facendo. Così facendo però accentua ulteriormente quella deriva etica che (oltre a rendere il peccato imperdonabile, finché persiste tale comportamento) diffonde il proprio peccato all’intera collettività proponendosi non solo come modello da imitare (che dovrebbero invece imitare il Cristo), ma anche colui che dà giustificazione dottrinale del proprio peccato accentuando ulteriormente il degrado morale della collettività e ampliando ulteriormente il “disastro antropologico”.

Non so se siamo di fronte a una apologia del reato, ma certamente siamo davanti a una apologia del peccato che dovrebbe non poco impensierire quelle alte sfere del magistero che avrebbero dovuto vegliare sul gregge a loro affidato e che invece interessi di basso mercato ha portato dapprima a chiudere un occhio, poi a turarsi il naso, quindi anche le orecchie ed ora entrambi gli occhi: se continuano così resterà loro ben poco di scoperto per potersi rendere ancora riconoscibili dagli agnelli del gregge di Dio.

sabato 16 ottobre 2010

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: LA PREGHIERA, LA PAROLA E LA CHIESA… L’ALVEO CHE CUSTODISCE LA FEDE PER QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO VERRÀ

Le letture che la Chiesa ci offre in questa ventinovesima domenica del tempo ordinario, sono tutte e tre molto belle e molto ricche e mi pare che riescano – meglio che in tanti altri casi – a tracciare un arco di senso facilmente individuabile e comprensibile, perché molto vicino all’esperienza che anche noi spesso ci troviamo a vivere.

Innanzitutto Mosè… è l’uomo nelle cui mani sta la sorte dei suoi… mani fragili, mani di uomo, mani di un uomo solo… che prima o poi iniziano a pesare.
Anche noi spesso ci sentiamo così – a torto o a ragione – con il peso dei “nostri”, con il peso degli altri, con il peso delle situazioni, tutto sulle nostre spalle… spalle fragili, spalle di uomini e donne… spesso soli…
La Parola ci intercetta qui… nella pesantezza di una condizione che – ci pare – non siamo in grado di sos-tenere…
E ci intercetta con tre grandi sottolineature, che riescono forse a ridarci la forza che lungo i giorni si è logorata… o, se non altro, a ridarci la lucidità con cui guardare alla vita:

1- Innanzitutto la sottolineatura del libro dell’Esodo… Non è vero che siamo soli! Nella comunità di chi ha passione per l’annuncio evangelico c’è sempre un Aronne e un Cur che può sostenere le nostre mani… qualcuno che ci dà una pietra su cui sederci e che “tiene su” con noi le sorti altrui…
Che è stata anche la scoperta del presuntuoso Elia, quando alle sue parole «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta», il Signore stesso aveva risposto dicendo, piuttosto ironicamente: «Io, poi, ho riservato per me in Israele settemila persone»… (1 Re 18).

2- La seconda sottolineatura è la parola di Paolo a Timoteo… La parola della saldezza, della fondatezza e della giustezza del nostro essere lì a tener su, per tutti, le mani… una fondatezza (e una giustezza) che, quando le mani iniziano a pesare, è la prima ad andare in crisi… Perché siamo qui? Per chi? Con la smaniosa voglia di lasciar perdere, abbassare le mani e lasciare che tutto vada allo scatafascio, con l’autogiustificazione ingannatrice che “ci stavano chiedendo troppo” e dunque che “era proprio inevitabile lasciar stare e pensare un po’ a noi stessi (alla nostra sopravvivenza)”… E invece Paolo ci riporta (ci butta – forse – un po’ in faccia) il modo giusto con cui guardare la realtà: «Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia»!
Come a dire: “Figlio/a, tu sai perché sei lì a tener su le mani per tutti! Tu sai che sono degni di fede coloro che lì – attraverso questa storia di uomini (e donne) – ti hanno posto. Tu sai che ha una fondatezza ciò in cui hai creduto e che ora ti è andato in crisi… Una fondatezza che, ancora (e sempre), è rintracciabile, mantiene aperto il suo accesso… perché la Scrittura rimane, anche quando chi te l’ha insegnata non c’è più!”.

3- E infine la terza parola, quella del vangelo, «sulla necessità di pregare sempre»… non la preghiera per quel dio che abbiamo dentro (costruito da noi! E che dunque è un idolo!), che assomiglia così tanto al giudice «senza religione e senza pietà» del racconto lucano, ma «La preghiera capace di ottenere tutto da Dio», «quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui» [Giuliano] a cui diamo del “tu”.
Ecco dunque tratteggiato, brevemente, il percorso che le letture ci invitano a fare questa domenica… perché i Mosè a cui pesano le mani, la vedova abbandonata senza più l’appoggio di nessuno, siamo noi!
Siamo noi quelli sostenuti – finora – da un’ostinazione invincibile che adesso invece pare aver perso la sua imbattibilità, per lasciarci nel «l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo»…
Siamo noi quelli a cui – con il Salmo 41,5 – vien da dire: «Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa». Ma ora…
Siamo noi quelli tentati di fare come «l’Ivan di Dostojevski e restituire dignitosamente a dio il biglietto da visita» dicendo «non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui!»…
Siamo noi quelli che Gesù ha voluto portare con sé, «a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare…» [Giuliano].
Siamo noi quelli immersi in una situazione che biblicamente si chiama la “prova” e che è radicale proprio perché mette in discussione Dio, il suo volto, il nostro modo di pensare la storia, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, la sensatezza e l’insensatezza… e che il Signore chiama a ri-decidersi per Lui e a non fare come Israele, che ogni volta che ha sperimentato qualcosa che mandava in crisi l’idea che si era fatto di Dio, passava a qualcun altro, costruendosi vitelli d’oro…

Ecco perché le sottolineature così pressanti sulla necessità della preghiera, della Parola e della Chiesa, come alveo da cui non sottrarsi quando il germe della sfiducia, della stanchezza e dell’insensatezza si insinua nei nostri interstizi e inizia a rodere le fondamenta del nostro essere… Perché la prova in cui la vita mette l’uomo, non si trasformi nella prova in cui l’uomo mette Dio, che – non a caso – in queste situazioni viene identificato immediatamente con il giudice sordo della parabola, o con colui che ci lascia soli a tener su le mani per tutti… comunque quello della cui parola si inizia a diffidare…

«… a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!» [Giuliano], anzi ri-accedere a quello autentico, tornare a sbilanciarsi con fiducia verso il volto di Dio a cui la Parola dà una fondatezza e al quale – come dice un bellissimo canto liturgico - «A te fratello chiedo di credere con me…».

domenica 9 maggio 2010

Ridisegnare la Storia col soffio dello Spirito

Perché a me? Perché a noi?...
Il contesto del Vangelo di oggi è quello dell’ultima cena secondo il racconto del Vangelo di Giovanni. E fa parte di quella sezione che gli studiosi chiamano per convenzione (e impropriamente in quanto come lui stesso dice, non se ne va: l’andare al Padre non vuol dire che si “assenta” dalla nostra storia…) “discorsi di addio”.

Qui siamo nel primo di questi discorsi che inizia in Gv 13,31. Bisognerebbe ricollocarsi esistenzialmente in quel contesto per cogliere in tutta la sua profondità ciò che Giovanni ci vuole trasmettere in ciò che dice e fa Gesù…

Il brano riportato nella liturgia è propriamente parlando una risposta di Gesù alla domanda di un discepolo (Giuda, non l’Iscariota che è già “uscito”). La domanda era: «Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». La risposta di Gesù nel dare un senso nuovo alla domanda, dà la chiave di lettura di come sarà possibile il suo “manifestarsi al mondo”…

Se uno mi ama, osserverà la mia parola
Gesù mostra che la fede non nasce da una evidenza, da una cogenza alla quale non ci si può non consegnare: nemmeno la resurrezione lo è! Non esiste un miracolo capace di “costringere” alla conversione. La fede – questo è il bello della fede – è un atto di amore, un atto della libertà che si apre all’incontro-conoscenza con l’altro generando comunione. Non è un “aderire a un’idea” o peggio a “una dottrina” e men che meno una “costrizione”. La fede è un fidarsi-affidarsi che nasce dall’amore che si fa storia comune. In questa risposta Gesù unisce fede-speranza-carità come dimensione profonde della relazione tra l’uomo e Gesù (e, a partire del suo amore per noi che precede e rende possibile il nostro, tra i discepoli cfr 13,34ss).
Il punto di partenza quindi è l’appropriazione personale della sua parola: questo è l’Amore secondo Giovanni. Amare Gesù è vivere della sua Parola al punto da non poterne più fare a meno, se non un sentirsi “morire dentro”. Osservare i comandamenti (v. 15) e osservare la sua parola non hanno niente a che fare per Gesù (e Giovanni!) con “l’osservanza materiale di precetti” ma indicano un rapporto vitale con la parola (logos-dabar) che produce comunione, condivisioni di vite e sequela…
Il manifestarsi di Gesù è un manifestarsi possibile solo a coloro che “gli si fanno suoi”, che accettano di farsi suoi… per questo chi non lo ama, “non può” vivere della sua parola e quindi “non lo può” conoscere (il binomio “conoscere-amare” e “non conoscere-odiare” è fondamentale in tutto il Vangelo di Gv fin dalle sue prime battute nel Prologo cfr anche oltre ai capitoli 13-17 ad esempio il c. 10 sul rapporto d’amore – conoscenza reciproca – tra le pecore e il pastore)…

L’amore per il logos di Gesù è l’amore per Gesù, Logos del Padre, e quindi è nello stesso tempo amore per il Padre… Amore che è dono dello Spirito d’amore tra il Padre e il Figlio e i figli.

Per questo, questo amore, questo vivere della sua parola, è comunione col Padre e col Figlio che si fa presenza concreta, dimora reciproca, reciproco dimorare l’uno nell’altro, reciproca inabitazione, con-vivenza sponsale (cfr il segno-simbolo – sacramentum – del matrimonio) di reciproca conoscenza…
E questo è lo Spirito, Amore tra il Padre e il Figlio e i figli, che alimenta e si alimenta del nostro reciproco vivere l’uno dell’altro, degli uni negli altri, degli uni per gli altri… per questo lo Spirito ricorda e insegna l’amore-parola di Gesù che è Gesù stesso perché Gesù è la sua parola in quanto è tutto in tutto quello che fa e che dice… Il ricordare dello Spirito allora non può essere nel senso biblicistico di riportare a memoria qualcosa che si è dimenticato (es una citazione biblica) o di rivivere la nostalgia di un tempo passato (es il periodo storico di Gesù o di un’epoca “d’oro” della Chiesa), ma un riportare a reciproca presenza, un ripresentare l’uno all’altro il volto dell’uno e dell’altro, per rivitalizzare, vivificare, mantenere in vita l’amore dell’uno per l’altro, il vivere dell’uno con l’altro. Questo “ricordare” dello Spirito, fa dello Spirito il paraclito per l’uomo, cioè consolatore (testimone alla coscienza credente della promessa del Padre che si attua nella storia, e per questo dà forza e coraggio, esorta e spinge all’azione nella storia) e in Dio è colui che intercede per noi con gemiti inesprimibili. Questo significa il ricordare la parola di Gesù: rivivere alla presenza nostra e del Padre l’azione liberante del Cristo…

Tempio di Dio
Questo è il dono più grande, che fa del discepolo il luogo della comunione con Dio, il luogo della presenza di Dio vivente, tempio vivente del Dio vivente.

Per questo il discepolo non può che rallegrarsi del fatto che il Signore vada al Padre, perché solo così la sua presenza diventa definitiva. Perché il suo ritornare col Padre diventi presenza tangibile nel dono dello Spirito per la vita di ogni uomo di ogni luogo e di ogni tempo, senza più i limiti sensibili della dimensione spazio-temporale.

Questa presenza, questa inabitazione reciproca di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, attuata dall’amore alla sua parola, fa dell’uomo un creatura nuova, autentico «sacramento di Cristo» (M. Magrassi, Vivere la chiesa, 113).

Ciò che Gesù afferma nel Vangelo è descritto con un linguaggio profetico, apocalittico nella seconda lettura. Qui dobbiamo uscire da un equivoco… Se è vero che il libro dell’Apocalisse dà una chiave di lettura della storia in prospettiva escatologica (a partire dal suo fine), questo non vuol dire che ciò che è descritto come “compimento” non sia già una realtà vissuta e sperimentata dal cristiano fin da ora… Anzi il compimento è possibile, proprio perché ciò che deve compiersi alla fine della storia è già pienamente presente nella storia: nulla le manca per poter giungere al proprio compimento!

Per capirci possiamo fare una analogia con la persona di Gesù: il suo “tutto è compiuto” sulla croce, non vuol dire che egli non fosse pienamente figlio anche prima! Anzi il suo vivere pienamente da figlio prima della croce rende possibile fare la volontà del Padre fino al suo compimento!

Altrimenti il libro dell’Apocalisse sarebbe l’unico libro della Bibbia che propone una visione “alienante” della storia presente: una fuga dai problemi dell’oggi nell’attesa di una promessa “oltre la storia”…

La “Gerusalemme celeste” (con tutto quello che nella simbolica dell’Antico e Nuovo Testamento rappresenta), lungi dall’essere allora una realtà da contrapporre alla “Gerusalemme terrestre” è quella dimensione già ora presente nella storia in coloro che vivono della parola dell’Agnello… e diventano comunione e tempio della presenza di Dio in mezzo a noi. Siamo ben lontani dalla contrapposizione agostiniana.
E come domenica scorsa ci ricordava il Vangelo (Gv 13,35: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri), il discepolo non è colui che appartiene a questa o quella istituzione ecclesiale o religiosa, ma è colui che vive di questo amore lasciandosi abitare dall’amore di Cristo, che è, ci ricorda il Vangelo di oggi, amore alla sua parola, al suo logos, al suo dabar. Perché la sua parola ha in sé la capacità di rendersi “amabile” in quanto ci rivela (ricorda) il volto del Padre nel volto del Figlio per l’azione dello Spirito.

L’azione dello Spirito nella storia: l’incarnazione della Parola nella vita dei discepoli
I discepoli allora costituiscono una comunità, come una città che «non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna» perché «la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello». La Parola abita il discepolo perché il discepolo la abita, vive della Parola e nella parola, per questo non c’è tempio: «il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio». Tempio del discepolo è la Parola vivificata dallo Spirito.
Ora tutto questo prima di essere una promessa futura, è già una realtà vissuta dal cristiano-discepolo… che si attua storicamente e giunge fino a noi anche nella testimonianza della vita della comunità credente, fin dai suoi albori: Come ci è descritto anche dalla prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, dove gli Apostoli mostrano un coraggio inaudito!

Di quale coraggio si tratta?… Il brano ci parla di un concreto problema: cosa devono fare i pagani per convertirsi al Cristianesimo? Devono o non devono aderire in toto agli insegnamenti della Torah? Che si noti bene: data da Dio stesso!

Inoltre, Gesù non era forse ebreo? Certo che sì e osservava tutti i precetti della Torah ed era circonciso! E disse che neanche uno iota della Torah passerà… Dunque pare evidente che se un pagano vuole farsi cristiano deve fare come Gesù e quindi convertirsi nello stesso tempo all’ebraismo!
Gli apostoli stessi erano ebrei, circoncisi e praticanti: ancora negli Atti si vede che per la preghiera, come ogni pio israelita si recavano al tempio e alla sinagoga…
Quindi sembrava logico, che chiunque venisse da un’altra cultura, da un’altra religione, da un’altra etnia, dovesse prima di tutto inserirsi, nella religione, nella cultura e nell’etnia giudaica… Non è forse lo stesso ragionamento di molti cristiani che trovano ovvio pretendere ad altri la propria “superiore cultura cristiana”?…

Aperti alla storia di ogni uomo
Invece gli apostoli facendo un salto culturale senza precedenti, manifestano un coraggio inaudito che li rende capaci, lasciandosi guidare dallo Spirito di Cristo, di “staccarsi”, di andare oltre, persino al Cristo secondo la storia… per entrare nella prospettiva del Cristo secondo la gloria.

Ecco in che cosa consiste, concretamente, il lasciarsi guidare, illuminare, soltanto dallo Spirito di Cristo che fa rivivere in noi la sua parola: avere il coraggio di andare oltre persino alla propria storia, al proprio cammino storico-culturale di fede, per saper dare risposte nuove a domande nuove, che i problemi nuovi dell’incontro con l’altro propone alla nostra storia quotidiana…
Non esistono risposte che vanno bene per tutte le domande, per tutti i periodi storici, per ogni uomo e donna, per ogni situazione… Il dono dello Spirito che rivitalizza la parola-azione di Cristo nella storia della comunità credente, rende capace l’uomo di una libertà inaudita persino rispetto alle proprie più sacre tradizioni…

Sulle ali dello Spirito…
Il cammino fatto fin qui di comprensione della “parola” che la Chiesa ci propone nella liturgia odierna, ci dice quanto il nostro vissuto ecclesiale debba maturare per vivere questa realtà e questo coraggio che nascono dall’amore alla Parola… In nome della Tradizione, spesso si è voluto giustificare il nostro tradimento all’amore per la Parola di Gesù.
Quante volte diciamo che una cosa non si può fare perché nella Tradizione non è mai stata fatta… quante volte abbiamo detto di non sentirci autorizzati a cambiare quello che hanno deciso gli Apostoli… Gli Apostoli stessi invece ci mostrano, in quello che è il Vangelo della Chiesa, che non solo si può, ma – perché la salvezza di Cristo raggiunga ogni uomo nell’oggi della storia – addirittura si deve! Questo è il “comandamento” dell’amore! Che diffonde nel mondo il “rallegrarsi” dei discepoli e non “intristisce lo Spirito” liberandone la forza creativa.

Ma anche nel nostro vissuto familiare, spesso noi adulti, abbiamo rifiutato l’incontro con i nostri figli e nipoti (per parlare di persone che pretendiamo amare), semplicemente perché andare incontro a loro, capire veramente le domande del loro cuore e concordare con ciascuno di loro percorsi educativi per una ricerca comune di una risposta adeguata, avrebbe richiesto l’uscire dai nostri schemi, dalle nostre certezze, dai nostri innegoziabili principi… maschere delle nostre paure, frutto della nostra mancanza di fede e di amore verso la Parola ri-creatrice!

Ciò che l’amore alla Parola di Gesù ci propone invece è di rivivere l’esperienza di Gesù che si aperto all’incontro con l’altro anche a costo di diventare un “maledetto da Dio” (e maledetto dalla sua comunità credente!) avendo come solo conforto (paraklesis) la testimonianza del nostro amore per la sua Parola attestato nella nostra vita dallo Spirito Paraclito donatoci dal Padre… e da noi “riconsegnato” al Padre e al mondo.

martedì 23 marzo 2010

Soli!

Soli!
C’è un pensiero triste – triste come la morte – che spesso può attraversare la mente di un genitore: quello di non credere più alla possibilità di educare e di saper educare i propri figli.

Non c’è niente di peggio per un genitore, e non c’è niente di peggio per un educatore…

In quella grande istituzione anche “educativa” che è la Chiesa, questo è un cancro mortale che gli impedisce di essere Chiesa, missionaria, annunciatrice, di un volto nuovo di Dio…

Quando un genitore arriva a quel punto, o “scomunica” il figlio cacciandolo di casa, o lo denuncia ai carabinieri, per farlo “internare”. In ogni caso gli nasconde il suo volto.

Per alcuni può essere una extrema ratio… Dovrebbero chiamarla però extrema irratio in quanto figlia della disperazione. Sintomo che il dialogo tra educatore e educando si è interrotto da tempo e rivela l’incapacità dell’educatore di perderci di persona per ricomporlo. Di perderci la faccia!

Più che la scacciata del figlio, è la morte del padre, che il padre mette in atto! Perché uccide la speranza, l’unica “cosa” che ci tiene in vita: padri e figli. E uccidendola in sé, il padre la distrugge anche nel figlio!

Una non-paternità, la negazione stessa della propria maternità! Sottraendo il proprio sguardo, al figlio.

Qualcosa del genere accade da tempo in una “pastorale” della Chiesa italiana, in cui la “madre” delega al braccio potente della politica il suo compito di “custodire”, con-vertire, accogliere, dialogare, annunciare… Una Chiesa che chiede al potere secolare di aiutarla o almeno non ostacolarla è diversa da una Chiesa che chiede al potere secolare di sostituirsi alla sua missione educativa.

Chiedi a tutti di aiutarti ad esercitare al massimo il tuo ruolo di educatore, padre, madre, fratello, sorella, ma non delegare a nessuno il tuo essere padre, madre, fratello, sorella!

La legge contro l’aborto che lo limita a casi ben specifici è stata approvata nel lontano 22 maggio 1978 e confermata anche dai cattolici italiani che hanno respinto il doppio referendum che ne chiedeva in parte l’abrogazione (sia in senso permissivo, sia in senso restrittivo) il 17 maggio 1981.

E siamo ancora a quel punto? Ma non è questo il punto…

Affermare, anche indirettamente, come fa Bagnasco nella sua prolusione, che ci vuole un politico pro-life per impedire l’aborto, è un’aberrazione di una madre che ha paura di farsi madre. Che non crede più nelle proprie capacità di convinzione, di annuncio, di formazione delle coscienze… È una Chiesa che rinuncia a farsi missionaria parlando al “cuore” delle persone, prendendone veramente a “cuore” i destini. In tutti questi anni la Chiesa non ha convinto perché non ha parlato al cuore, e non ha parlato al cuore, perché per parlare al cuore, occorre veramente farsi carico delle angosce dell’altro e morirci, come ci muore una madre.

E allora si delega al rappresentante politico, al potere forte della legge e della giustizia il compito che le spetta come Madre.

Quando poi si parla di giustizialismo si sa che cosa si sta dicendo? Il vero giustizialismo non è forse la rinuncia ad essere fratello, sorella e madre? Le relazioni affettive sono sostituite da quelle “contrattuali” della legge! All’astrazione di una legge, che mai può tener conto della “fatica” nell’osservarla!

L’astrazione… si vede anche nel modo in cui si argomenta: dai principi primi ai i principi secondi… Prima viene la vita, dice Bagnasco, in ogni sua dimensione, soprattutto estrema, poi viene la l’oikonomos, la fatica di viverla…
Niente di più falso, niente di più astratto, niente di più antievangelico! Non a caso Gesù mette il rapporto col denaro a fondamento del rapporto con Dio e con gli uomini (e le donne!).

Nel Vangelo Mammona non è il potere, Mammona è il denaro con il quale si raggiunge e si conserva il potere di ogni Faraone, di ogni Erode, che si divorano i nostri feti e i nostri nonni non più “efficienti”.

C’è un vuoto di riflessione nella Chiesa sul denaro e sul suo potere ammaliante sulle coscienze. Che consegna la Chiesa tra le braccia di Mammona.

Anche la pedofilia, per fare una parentesi che parentesi non è: è possibile esercitarla solo da una posizione di “potere”, al quale credo non sia del tutto estranea la dimensione del potere economico che prende la forma del turismo sessuale e della corruzione con regali del minore… Forse sarebbe interessante approfondire anche questo aspetto: «Il potere dei soldi nella corruzione di tutta la morale (non solo sessuale) dell’Occidente e Oltre». Un buon tema, per la prossima prolusione del nostro caro monsignor Bagnasco. Che ci provi almeno, ne scoprirà delle belle!

E la “precisazione ligure” arrivata nelle ore in cui riflettevo su questo scritto, non sposta di una virgola la prospettiva. Anzi, spostando le pedine del gioco, ne conferma il gioco.
Al politico chiedo che faccia bene il suo mestiere di amministratore della polis senza appropriarsi di beni che son di tutti… ma è a mia madre che, senza giudicarmi, domando di tenermi la mano che mi aiuti a sentirmi meno solo.

E allora… A che serve dire, senza dirlo, di non votare Emma Bonino o Mercedes Bresso, ma di votare “gli altri”, se poi la donna quando deve fare la scelta sulla “vita della sua vita” è lasciata sola, illudendosi colpevolmente che le basti un “consultorio” per toglierle il dramma della solitudine?…

A che serve… al disoccupato, forse anche con famiglia a carico, che non ritrova il lavoro, se poi concretamente, i “fratelli e sorelle nella fede”, chiusi nella loro attività parrocchiale lo lasciano solo con i suoi problemi di sopravvivenza, delegando quasi tutto all’istituzione della Cassa Integrazione o all’Ufficio di Collocamento o alla Caritas?…

A che serve… al morente solo col suo dolore, attorniato da extraterrestri in camice bianco che gli fanno capire quanto è di peso, a loro, alla società e ai familiari?…

Servisse a niente! sarebbe già qualcosa. Ma a qualcosa purtroppo serve… a sentirsi ancora più abbandonati, ancora più “usati”, ancor più soli…

mercoledì 10 marzo 2010

Chi modifica la Verità, ci priva della Libertà

È molto interessante seguire il discorso di Formigoni che risponde alla giornalista del Corriere.it (qui in fondo un mio riassunto e i link per gli originali).

Seguite bene l’intervista e imparerete cosa bisogna dire per manipolare i fatti e quindi la verità. Manipolazione smascherata con le stesse parole dell’avvocato del Pdl!

Formigoni comincia con una affermazione:
«Se avessimo fatto degli errori»: il messaggio è chiaro: Zero Errori, Zero scuse!
Non contento rincara:
«Se fossimo stati ammessi per ‘grazia ricevuta’…»! il messaggio si chiarifica: Tutto merito nostro!
Nel frattempo glissa una verità “berlusconiana” che mina i principi di uno Stato di diritto democratico e quindi di convivenza pacifica: “È giusto partecipare alle elezioni però…”.
Come dire: anche se avessimo fatto errori – si badi bene, errori nella legge che regola il diritto di voto – avremmo avuto il diritto di esserci! Comunque?

Per questa via non si può che arrivare rapidamente alla manipolazione dei fatti: «Il Tar ha sentenziato che non c’è stato errore».

Questo è palesemente falso (disinformato?). Infatti come potete seguire dalle dichiarazioni dell’avvocato del PDL, Bruno Santamaria: il Tar ha semplicemente sentenziato che non esiste un diritto di ricusazione (fatta dai Radicali) una volta la lista ammessa. Esiste solo per chi si sente escluso ingiustamente.

La dichiarazione - tutta da verificare - del rappresentante dei Radicali Marco Cappato è che la lista di Formigoni non aveva raggiunto il numero richiesto di firme legali (che quindi risultano false)! Ma per la legge, che il Tar non fa altro che applicare, non abbiamo il diritto di saperlo!

E osano chiamarle votazioni democratiche!

L’amaro che resta è vedere un rappresentante cattolico, che sembra amare la verità solo quando gli fa comodo.

L’altra chicca è il suo commento al “signore rispettabilissimo” (mons. Mogavero) che ha espresso una sua opinione personale e da cui la Cei ha prontamente preso le distanze.
Il discorso apparentemente non fa una piega, tanto ci siamo abituati…
Ma c’è una contraddizione e una “eresia”.

La contraddizione: Mi sanno spiegare i lor signori rispettabilissimi (Formigoni e ufficio stampa Cei) come mai Formigoni e lo stesso ufficio stampa Cei, non si turbarono quando la Cei non ritenne di fare altrettanto sulle altre leggi e decreti (vi ricordate il decreto su Eluana? per fare solo un esempio!…

Spero che esista ancora il diritto episcopale di dire la propria, in quanto vescovo! E che questo non sia limitato da argomenti decisi di volta in volta dalla opportunità politica e non invece come deve essere dalla difesa di quei valori (per dirla con Benedetto XVI), non negoziabili di cui - forse qualche cattolico non lo sa ancora - fa integralmente parte la democrazia (e il di diritto che la fonda) di una nazione!

Con questi due pesi e due misure i vescovi italiani mettono seriamente in pericolo la capacità di parlare con autorevolezza alle coscienze dell’uomo d’oggi, a qualunque uomo… e non solo a coloro che in un modo o nell’altro condividono già il loro credo sempre più politico.

L’«eresia»?
È tutta papista, tipicamente vetero-cattolica: la verità dipende da chi la dice ed è vera solo se la dice il Papa! Anche qui comunque c’è una contraddizione e una menzogna: si vada a leggere il caro Formigoni cosa la Cei scrive anche sulla democrazia di questa nostra povera Italia! E si accorgerà che il “rispettabilissimo signore” che ha osato parlare non ha fatto altro che darne voce e che quindi - contrariamente a quanto il discorso vuole insinuare - la Cei non smentisce un bel niente, a meno che non intenda smentire se stessa! Infatti il portavoce Cei, mons. Pompili, non dice che non condivide le parole del mons. Mogavero (e ti pare se potrebbe!) semplicemente la Cei non ritiene di dover dare ufficialmente la sua opinione (che evidentemente ha! E che ha già espresso in mille modi in mille documenti!). Evidentemente per ragioni di ipocrita opportunità partitica come ho evidenziato sopra.

Oltre al fatto che - tanto per restare alla logica eretica per cui la verità conta solo se la dice chi dico io - mons. Mogavero è anche un rispettabilissimo vescovo e competente in materia giuridica, visto il ruolo che ricopre alla Cei e uno dei relatori del documento di cui sopra! La dicitura di “signore” usata da Formigoni in questo contesto, seppur mitigata dal “rispettabilissimo” (che appare però ironico) appare quindi ancor più offensiva e spregiativa e dice anche la considerazione che ha dei “rispettabilissimi signori” e delle “rispettabilissime signore” che dovrebbero votarlo...

In ogni caso noi cattolici sappiamo che la verità non dipende da chi la dice, ma ha valore in sé: ha una sua cogenza propria. Almeno questo un “figlio” di don Giussani dovrebbe saperlo!
Peccato che per interessi politici Formigoni se ne sia dimenticato!

Riassumendo, in questa intervista di pochi secondi, Formigoni commette tutti questi passi falsi:
Menzogna (sul Tar)
Arroganza: (Zero errori (non dimostrabili: pare che la legge lo vieti), Zero scuse)
Contraddizioni (sì alla CEI quando fa comodo)
Eresia: (la verità è solo quella detta da chi mi piace e quando mi piace)
Arroganza: (“rispettabilissimo signore”)

Concludendo mi domando: A questo punto noi cattolici dovremmo votare un uomo così?
Chiunque altro sarebbe meglio e più coerente!





Ps: il titolo del post l'ho preso dal commento di franz eccel sul sito di repubblica
Il video di Formigoni qui
il video dell'avvocato del Pdl qui
il video della protesta a Milano con le gravi affermazioni del rapprensentante radicale qui

Fuori i vigliacchi!

Peggio di un mafioso? un vigliacco!
Scuoterà la Chiesa il documento della Cei sul Mezzogiorno? E scuoterà il Paese? Tre vescovi in prima linea ne discutono con passione e sperano che non faccia la fine di quello di vent’anni fa, che ha occupato gli scaffali delle biblioteche. Lo dice monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: «Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà più, avremo fallito».
Il testo è assai severo e lancia allarmi. Mette in fila questioni di importanza capitale per l’intero Paese e non solo per il Sud. Eppure, è qui che le preoccupazioni sono più elevate. Osserva monsignor Giuseppe Morosini, vescovo di Locri in Calabria: «Non abbiamo bisogno di solidarietà gratuita né da parte dello Stato, né delle Regioni, né delle altre diocesi. Questo documento servirà se ognuno farà la propria parte».
Ecco il punto, che monsignor Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, spiega così: «A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunità cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell’usura, del pizzo, del lavoro nero».
Ma c’è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: «Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un’idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti».
Mogavero teme che la Chiesa diventi icona dell’antimafia: «Tanto c’è la Chiesa che parla. È quello che mi dà più fastidio. Ma anche al nostro interno funziona così. Ci sono preti e laici contenti perché parlano i vescovi. E loro?».
Riprende l’autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: «Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile «collusione» deve far riflettere anche nelle nostre comunità».
Il vescovo di Mazara propone una via: «Basta con le prese di posizione ovattate. Ogni comunità, ogni parrocchia, ogni diocesi scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari. Però, bisogna essere pronti a pagare di persona». Montenegro sostiene che qualche provocazione può favorire la riflessione: «Io non ho messo i Re Magi nel presepe, spiegando che sono stati respinti alla frontiera come clandestini. È servito alla gente per rendersi conto in quale Paese stralunato dall’ossessione per la sicurezza stiamo vivendo. Proporrò di abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto, se poi nessuno denuncia, e la cultura mafiosa è l’unica ammessa».
Spiega Morosini: «La nostra gente deve tornare a essere protagonista. E si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi». Il vescovo di Locri ha partecipato a una manifestazione contro la soppressione di 12 treni: «Proteste inutili, perché manca un progetto per la Locride. La nostra classe politica è inadeguata. Nel documento c’è una frase su questo tema. All’assemblea dei vescovi avevo chiesto di dedicare un capitolo intero». Morosini non accetta le critiche sull’azione troppo debole della Chiesa: «L’azione del vescovo Bregantini non può essere dimenticata. Di altri non parlo. Ma, forse, bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida». Da Famiglia Cristiana (n° 11/2010) per leggere l'articolo per intero clicca qui

martedì 15 dicembre 2009

Lo sfregio

Di Marco Belpoliti dal sito Nazione Indiana

Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa. Qualcosa di fortuito e casuale. In realtà, come sappiamo tutti per averlo visto nei telegiornali, o su You Tube, Silvio Berlusconi è stato colpito da un oggetto scagliato con forza da un uomo.
Un attentato dissennato, dato l’oggetto usato per ferirlo – un souvenir, un simbolo della città di Milano in miniatura –, e vista la situazione. Un gesto folle, eclatante, assurdo. Un attentato in miniatura, si dovrebbe dire, perché non mortale, nonostante la situazione e il contesto, simile a quello di mille altri attentati a uomini politici negli ultimi due secoli: all’aperto, tra la folla, all’inizio o alla fine di un comizio. Qualcuno si sporge tra la massa dei sostenitori e compie l’atto fatale. Ma qui non accade.

La follia ha sempre metodo, e più di una ragione. Chi ha scagliato l’oggetto contro il Presidente del Consiglio, Massimo Tartaglia, voleva violare il corpo del Re, un corpo sacro, che diventa tale attraverso l’investitura del potere, i rituali della vestizione, le cerimonie della proclamazione, il culto che lo circonda. In queste settimane Silvio Berlusconi ha spesso parlato dell’investitura che avrebbe ricevuto dal Popolo; ha parlato, seppure con metodi mediatici da telegiornale e tele-spot, del proprio potere in termini sacrali, simili a quelli dei sovrani medievali e rinascimentali. Ha caricato di segni e simboli la sua stessa persona.

Si tratta di un processo che va avanti da tempo, in modo postmoderno, e non più medievale, attraverso tecniche che tendono a rendere giovane e quasi eterno il suo corpo: fitness, lifting, liposuzioni, trapianti dei capelli, cure di vario tipo e grado. L’eternità del corpo di Berlusconi sfida la mortalità stessa del corpo tradizionale del Re, destinato, alla pari di tutti i corpi, a invecchiare e morire. Nella tradizione medievale e moderna la regalità, il corpo immortale del Re, è trasmessa ai discendenti: “Il Re è morto, viva il Re”, si proclama quando muore il vecchio re e gli succede il nuovo.
Nel caso di Berlusconi il corpo vivo coincide con la regalità. Il corpo del Capo è diventato il corpo politico stesso, la sua regalità riposa sul suo stesso corpo che egli cerca di sottrarre al passare del tempo, al suo naturale logoramento, per renderlo, e qui sta il paradosso, eterno nel tempo: “una giovinezza eterna senza passato”.
È una mescolanza di aspetti antichi e moderni, medievali e postmoderni. L’aver posto tutta l’attenzione sul proprio corpo, in sintonia con quello che accade all’intera società occidentale, fondata sul “narcisismo di massa” e sulla cura ossessiva del corpo, è l’elemento centrale della sua politica. Abbiamo un solo corpo, ci dice continuamente la pubblicità, bisogna curarlo. Si tratta dell’unico bene di cui disponiamo, per questo va conservato, modellato, ringiovanito. Berlusconi si trova al culmine di questo processo, lo incarna e lo orienta con i suoi stessi comportamenti.
Ma la sacralizzazione del corpo mortale del Capo ha sempre messo in moto meccanismi opposti di desacralizzazione, come è accaduto molte volte nella storia. Nel 1990 a Sofia, la folla inferocita assaltò il mausoleo del Capo, Gheorghi Dimitrov, fondatore del Partito comunista bulgaro, e cercò di bruciare la sua mummia. Nel 1945 il corpo morto di Benito Mussolini fu gettato sul selciato di Piazzale Loreto, e dissacrato mediante una sconcia impiccagione a testa in giù. La folla l’aveva acclamato, ora la folla l’ha deturpato. Sono tanti i gesti del genere che traggono la loro motivazione nel rovesciamento della sacralità stessa del leader.
Il messaggio sacrale della ritualità moderna, ci spiegano gli antropologi, fa a meno della sfera religiosa tradizionale, e non ha più bisogno di ricorrere alle magie e alle superstizioni del medioevo, quando ai Re di Francia veniva attribuito il potere taumaturgico del tocco che guariva dalle malattie perniciose della pelle. Tuttavia il sacro non è scomparso, si è solo trasformato. Meglio: si è travestito, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana attraverso gli schermi televisivi, le riviste patinate, i messaggi pubblicitari, i personal computer. Che lo sappia o no, che sia studiato o meno, Silvio Berlusconi mette in moto meccanismi che funzionano per gli attori come per i santi, per Marylin Monroe e per Padre Pio. Il corpo è sacro nella sua stessa materialità, in quanto corpo che muore, per questo viene investito di una significato totale e totalizzante.
Due gesti compiuti da Silvio Berlusconi ferito dall’atto del folle di ieri colpiscono. Col primo egli si china, si copre il viso con un pezzo di stoffa. Qui c’è il gesto umano, della persona ferita, che cerca riparo, che è stordita, che non capisce cosa gli è accaduto, e vacilla. Col secondo il Capo ritorna tale: dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardiaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.
Si mostra perché è nell’ostensione che il suo potere corporale esiste e prospera. Ha compiuto tutto questo in modo istintivo, senza ripensamenti. Fossimo stati negli Stati Uniti, la sicurezza lo avrebbe caricato in auto e sarebbe partita a tutta velocità. Poteva esserci ancora pericolo. No, Silvio Berlusconi sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli, perché questo è la natura stessa del patto che ha stretto con loro.
La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi, che passa attraverso sempre più attraverso la politica del proprio corpo, mostra qui qualcosa d’inquietante: il suo legame con la vita e insieme con la morte.
Il folle gesto simbolico di Tartaglia rivela quel lato in ombra che la sacralizzazione quotidiana delle immagini televisive e fotografiche nasconde, e che al tempo stesso ne è il rovescio: l’inconscio desiderio di desacralizzazione. Lo sfregio, l’abrasione, il colpo al viso sono antropologicamente – sacralmente, si dovrebbe dire – parte stessa di quella politica d’incentivazione del corpo. L’ostensione chiama implacabilmente la violazione. Il gesto di ieri a Milano è stato compiuto da un folle, che nella sua follia ci manifesta qualcosa di terribile. Il potere del sacro non perdona. Di Marco Belpoliti dal sito Nazione Indiana



Nota: "Il corpo ferito del Capo" è il titolo originale del post (citato anche da Filippo Ceccarelli in un suo articolo su Repubblica.it).

L'immagine con cui io l'ho accompagnato, spero non venga ritenuta "offensiva" o "fuori luogo". Essa cerca soltanto, nello stabilire un parallelo, di sottolineare la pertinenza delle argomentazioni e ricordare come "l'oggetto sacrale", artistico e non, religioso o profano, è "corporalmente" esposto , "radicalmente indifeso", allo "sfregio" dissacrante e desacralizzante...
La "morte" di Dio (o il suo tentativo), passa sempre per la morte del "corpo" (o il suo "ferimento"): tentativo che spesso coincide con la loro "riduzione idolatrica".
Il senso cristiano della "resurrezioni dei corpi", sta indicare anche questo: il ristabilimento, in Cristo, della regalità di Dio e della dignità dell'uomo nella loro "relazionabilità permanente", che nemmeno il ferimento o la morte possono oramai diminuire. Ed è anche questo il senso del Natale!

mercoledì 2 dicembre 2009

Ciò che sta in cielo e in terra

Centrale di Tavazzano: notare la limpidezza dell'aria
Simpatico il nostro "supercattolicone" Formigoni... Lui sì che se ne intende delle cose di dio (il minuscolo è voluto... provate a immaginare perché): Finalmente dopo anni di battaglie (CODACONS: leggi il documento denuncia in formato pdf), qualcuno (santa magistratura!) ascolta il grido di dolore (polmonare) dei milanesi e lui se ne esce con questa frase di elevata profondità teologica: «...ma questa è una cosa ridicola, non sta né in cielo né in terra».

Forse bisognerbbe cercarla nell'aria?!...

Ed ecco allora la staffilata in perfetto berlusconese del nostro "bel Roberto": "Uno si fa la domanda e vuoi vedere che c'entra con il fatto che siamo in campagna elettorale? Che il pm oggi decida, come è sempre stato, di accompagnare la mia campagna elettorale con avvisi di garanzia?".
Bella domanda (con esplicita risposta)... alla faccia dell'Imitazione di Cristo (a meno che l'Unto non si chiami Silvio). Il ché mi fa sorgere una domanda e un dubbio: "E con questa permanente campagna elettorale, quando la magistratura potrebbe trovare un 'buco' per fare le sue inchieste?". Ed ecco il dubbio: "Vuoi vedere che questa permanente campagna elettorale con cagnarra connessa sia finalizzata (tra l'altro) a stigmatizzare e quindi stoppare ogni azione della magistratura?".

Un avviso di garanzia non è una condanna... e allora un politico che si prende cura del "bene comune" non dovrebbe aver a cuore la salute dei suoi cittadini e favorire ogni ricerca di responsabilità? Già! perché qualcuno sarà pur responsabile del numero crescente di tumori e malattie polmonari dei milanesi... Stupisce semmai che la denuncia parta dal CODACONS e non dalle amministrazioni locali (I leghisti che si vantano di essere nel territorio e di occuparsi della purezza "culturale", a Milano respirano con che aria?)...

Vabbé che lo smog "cade dal cielo" ma non necessariamente "arriva dal Cielo!"

Che gli amministratori locali "si tirino fuori" da ogni responsabilità, questo sì «...non sta né in cielo né in terra»... ma solo (?) in Lombardia!

A meno che non sia colpa della "Madonna nera di Czestochowa" di cui i ciellini erano particolarmente devoti... almeno fino a quando lo era Giovanni Paolo II... Che lo siano ancora (devoti) non lo so... quello che adesso è da chiarire è se la "Madonna nera di Czestochowa" sia nera di rabbia o di smog... e forse una cosa non esclude l'altra!

Ah! dimenticavo... sapere che «Il presidente della Regione Lombardia è limpido come acqua di fonte» non rende più pura l'aria... a parte il fatto che se ti facessi una visitina ai polmoni... ne saresti meno convinto anche tu... Buona tosse!
PS.: Posso permettermi di chiedere qualche controllo anche nel lodigiano, alle falde (sic!) della Centrale di Tavazzano?

lunedì 16 novembre 2009

Per molti, troppi, Gesù non è stato crocifisso

Ancora oggi si prende in giro Gesù Cristo, solo che i modi sono più sofisticati e molti devoti si prestano al gioco
Rispondo con un post all’intervento di Angel al post precedente, perché credo che abbia sollevato un tema sempre attuale, importantissimo e decisivo per i cristiano e il carmelitano (e quindi per la chiesa e il carmelo) e mi dà occasione di spiegare ancora una volta il senso di questo blog!

Carissimo Angel, ti ringrazio per il tuo contributo all’approfondimento di questo blog. E grazie per i consigli che evidentemente i miei stessi superiori di oggi come di ieri avevano scordato di darmi…
Potrei citarti Benedetto XVI, o tanti altri (tra cui lo stesso card. Giacomo Biffi per non parlare dei Padri Generali dell'Ordine Camelitano Scalzo e Calzato), che parlano di annunciare il Cristo nella concretezza della vita (leggi questo post che riporta ampi strati di un’omelia del Papa) perché la spiritualità carmelitana come di qualunque ordine religioso della chiesa se pretende di essere cristiana deve avere in sé le “strutture” del Cristo: prima di tutto l’incarnazione (senza la quale non c’è Pasqua) e la resurrezione (senza la quale l’incarnazione à vana): tra questi due poli (che poi sono un solo punto di gravità esistenziale) strettamente uniti si costruisce una santità concreta come Teresa d’Avila in primis ci ha testimoniato.

Per aiutare te e i nostri “amareggiati e delusi” lettori a “com-prendere”, permettimi di mostrarti un’applicazione concreta di questa prospettiva cristiana – per quanto sia possibile con uno scritto in un blog! – partendo da una frase di Gheddafi detta ieri: «Gesù non è stato crocifisso...». L’espressione, invece di farmi arrabbiare o ridere, mi ha illuminato: Se ha ragione! Per molti Gesù non è stato affatto crocifisso!...

Mentre lui era sul Golgota ad agonizzare per tutti noi, molti continuavano col loro tran-tran quotidiano, altri, non pochi, continuavano – tranquilli e al fresco – con le loro preghiere al tempio. Offrendo sacrifici, continuavano beati a costruire la loro santità nel culto del Dio vero, del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe… dello stesso Dio di Gesù Cristo… e nostro! Loro nel tempio! Mentre il sacrificio di “quello stesso” Dio, che loro si illudevano di servire, si consumava sulle strade del mondo, fuori dalla città santa, fuori da ogni barlume di sacralità… Evidentemente Gesù aveva un altro concetto di santità, un’altra idea di “servizio”. Ancora oggi, molti cristiani, si beano – anche nelle penombre delle sacrestie e dei monasteri – mentre miliardi, dico miliardi, di persone, tra uomini donne e bambini rende culto a Dio nei bassifondi dell’umanità morendo semplicemente e banalmente di fame, di sete, di freddo, di malaria, di aids, o ammazzati perché “diversi”… e di ogni altra miseria, perché l’industria farmaceutica, le S.p.A., la finanza internazionale, i governi e le loro diplomazie insieme ad ogni altro organismo di potere (sostanzialmente sempre “gli stessi” che hanno crocifisso Gesù) non trovano ancora “conveniente” investire tutto quello che si deve investire per sradicare il male alla radice (diventerebbero disoccupati!?)…

A questo punto io mi fermo… ma ti dico con tutta la forza del “carisma carmelitano” e con tutta la carità (poca) infusa che mi anima: fino a quando non capirai cosa ci stia a fare l’appello di Saviano in questo blog, non capirai mai veramente cosa sia venuto a fare Gesù Cristo (e Teresa d’Avila) in questo mondo! Perché l’una è strettamente connessa all’altra! Come cerco di spiegare anche qui e qui e soprattutto qui e qui (l'insieme degli articoli li trovi qui)... Buona conversione!
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