Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta legge. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta legge. Mostra tutti i post

martedì 30 aprile 2013

VI Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 15,1-2.22-29)

In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 21,10-14.22-23)

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,23-29)

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

 

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Sesta Domenica del Tempo di Pasqua coincide quasi per intero con la parte conclusiva del capitolo 14 di Giovanni. Mentre infatti, domenica scorsa, l’invito era a soffermarsi sulle parole che Gesù dice ai suoi non appena Giuda è uscito dal cenacolo (Gv 13,31-35), stavolta l’invito è quello di concentrarsi su una parte del medesimo discorso, riportata qualche versetto più avanti (Gv 14,23-29).

Per comprendere però effettivamente ciò di cui si sta parlando, è utile tornare a leggere – ininterrottamente – tutto questo primo discorso che Gesù fa durante l’ultima cena (ne farà altri due: Gv 15,1-16,4 e Gv 16,4-33), e che appunto parte da Gv 13,31 e giunge sino a Gv 14,31:

(31) Quando fu uscito, Gesù disse: Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. (32) Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. (33) Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. (34) Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. (35) Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». (36) Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». (37) Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». (38) Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte. 14 (1) Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. (2) Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? (3) Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. (4) E del luogo dove io vado, conoscete la via». (5) Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». (6) Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (7) Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». (8) Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». (9) Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? (10) Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. (11) Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. (12) In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. (13) E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. (14) Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. (15) Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; (16) e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, (17) lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. (18) Non vi lascerò orfani: verrò da voi. (19) Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. (20) In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. (21) Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (22) Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».

Come è facilmente intuibile anche “a occhio”, tutto questo lungo discorso è organizzato in questo modo: dopo i versetti 31-35 (su cui non ritorniamo, perché oggetto della lectio di domenica scorsa), il testo è strutturato in diversi momenti, introdotti ogni volta da una domanda dei discepoli («dice a lui Simon Pietro»; «dice a lui Tommaso»; «dice a lui Filippo»; «dice a lui Giuda, non l’Iscariota») e dalla successiva risposta di Gesù; e sostanzialmente gira intorno a tre concetti fondamentali: «(1) al centro la grande proclamazione cristologica: nel momento in cui ritorna al Padre, per i suoi discepoli Gesù è “la via” per la quale essi stessi possono giungere al Padre; (2) lo sviluppo teologico di questo concetto è la “conoscenza” e la “visione” del Padre a cui si incamminano e che già esperimentano i discepoli che seguono “la via” Gesù; (3) in partenza l’annuncio e la promessa soteriologicadell’ingresso dei discepoli nelle “dimore” del Padre in comunione col Figlio glorificato» [M. Laconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 290]. Fin qui il testo che precede il nostro brano…

L’ultima domanda invece, quella di Giuda non l’Iscariota, è quella che inaugura – precisamente a questo punto del discorso – la risposta finale di Gesù, che coincide col vangelo odierno. Esso, forse, dopo la lettura di quanto precede, diventa più facilmente comprensibile, o per lo meno, non così estemporaneo.

Innanzitutto la prima battuta di Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Un’idea già esposta due volte nel discorso (al v. 15: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»; – al rovescio – al v. 21: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama»; e successivamente, in negativo, al v. 24: «Chi non mi ama, non osserva le mie parole») e che ha un’eco interessante: noi spesso infatti ci troviamo molto più in sintonia con la logica del v. 21, quella cioè per la quale può dire di amare Gesù chi accoglie e osserva i suoi comandamenti, che è una cosa vera (perché non si aspetta di diventare buoni per fare cose buone, ma si diventa buoni facendo cose buone) e che peraltro è una logica che fa esplodere i confini in cui a volte ci vien da circoscrivere il gruppo di chi è veramente discepolo (perché se chi lo ama è colui che osserva i suoi comandamenti, allora anche chi è al di fuori della cerchia confessionale può amare il Signore – cfr. la I lettura)…

Ma, insieme a quanto detto finora, bisogna anche considerare che, in qualche modo, questo primo versante della questione, non sta in piedi se non dentro ad un rapporto bilaterale/circolare con l’altro versante del problema che le citazioni mettono in luce («Se mi amate, osserverete i miei comandamenti»): perché è anche vero che chi ama Gesù, cioè chi si fa coinvolgere e conquistare da Lui, è colui che – proprio per questo – segue la sua parola, come un innamorato che vive il suo amore (le sue parole, i suoi gesti, le sue attenzioni, ecc…) non perché deve, ma perché ama, perché solo in quell’attuazione lì dice se stesso in verità… Scriveva Dossetti in occasione della Sesta Domenica di Pasqua del 1971: «Tutte le parole del Vangelo si concentrano nella persona di Gesù e nell’amore che dobbiamo a lui. […] L’unico modo per stare totalmente attaccati a Dio è quello di amare Gesù. E l’unico modo per stare attaccati all’Evangelo stesso del Signore, è quello di amare lui, la sua persona. Solo allora i suoi comandamenti, i suoi precetti, le sue indicazioni, i suoi insegnamenti restano nel nostro cuore; altrimenti persino le parole del Vangelo possono diventare idoli, o pretesti, o diaframmi superstiziosi. […] Fino a che non scatta un incontro personale col Signore Gesù, anche il rispettare, ammirare e meditare le stesse parole del Vangelo è una cosa che vale solo nella speranza che porti a questo incontro personale. Quando invece questo incontro è avvenuto, quando abbiamo incontrato il Signore Gesù, sia pure solo per qualche barlume – non possono essere mai altro che barlumi –, allora anche il Vangelo stesso diventa estremamente semplice e luminoso. […] Non lo diciamo in modo sconsiderato, no, sappiamo benissimo che vivere secondo l’Evangelo in concreto è difficile, perché siamo ammalati di tanti mali, soprattutto del male peggiore che è il male dell’io. Ma, nonostante questo, possiamo dire senza leggerezza che crediamo che il Vangelo diventi semplice e agevole, luminoso, quando un poco ci lasciamo attirare dall’amore per la persona del Signore. Allora anche tutti i nostri insuccessi e le nostre sconfitte non sono più degli inadempimenti a dei precetti, ma diventano elementi di un rapporto dinamico con una persona. Quando consideriamo il Vangelo come legge, se violiamo un precetto è un guaio: la violazione c’è stata. Ma se invece ricapitoliamo tutto il Vangelo in questa “semplificazione”, cioè nel nostro rapporto personale col Signore, l’inadempimento è una cosa riparabile, proprio perché è nella dinamica del nostro rapporto con la sua persona. Se io contravvengo il codice stradale, l’ho contravvenuto, ma se oggi non realizzo una parola del Vangelo e me ne accorgo e cerco di spremere dal mio cuore un pochino più di amore per il Signore Gesù, ecco che il buco è già colmato, anzi è meglio di prima, proprio perché non sono in rapporto con una norma o con una dottrina, ma sono in un rapporto dinamico con il Signore. E la violazione di un’ora fa o di un minuto fa può essere compensata da una decisione più forte di amore» [G. Dossetti, Omelie del Tempo di Pasqua, San Paolo, Milano 2007, 35-37].

Ciò che però di questa “dinamica circolare” diventa radicale nella seconda parte del v. 23 è che Gesù prosegue: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».

Anche questa tematica del “dimorare” non è nuova nel discorso: al v. 3 Gesù aveva infatti detto «verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi»; inoltre per tutto il capitolo 14 aveva parlato della sua relazione col Padre nei termini di un essere reciprocamente l’uno nell’altro (v. 11: «Io sono nel Padre e il Padre è in me») e di un inclusione del discepolo in questa dinamica (v. 20: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi»)… addirittura era già stato introdotto anche il “ruolo” dello Spirito (ripreso poi nell’odierno versetto 26): infatti al v. 17 si diceva «lo Spirito della verità voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi». Sostanzialmente cioè era già chiaro come il tema di questa grande pagina fosse il dono che Gesù fa ai suoi discepoli. Infatti «la sua partenza significherà l’apertura di un dono immenso e straordinario: Dio viene ad abitare in noi. La partenza di Gesù significherà di fatto il momento in cui si inaugura una sua presenza non più di tipo fisico – come era fino allora, e quindi limitata a qualcuno, in un certo tempo e in un certo luogo –, ma di tipo interiore, per cui Dio, Gesù e lo Spirito verranno a porre la loro dimora nel cuore dei discepoli, in ogni tempo e in ogni luogo» [P. Pezzoli, Giovanni 13-17, in AaVv., Scuola della Parola 2002, Diocesi di Bergamo, 230]. «Non vi lascerò orfani!», aveva detto Gesù al v. 18.

Ma, nonostante questo fosse già chiaro, come scrive ancora Laconi, il «prenderemo dimora presso di lui» del v. 23, «persino in uno scritto come il quarto vangelo, estremamente originale e persino spregiudicato nella profondità e intensità delle sue formule religiose, rappresenta una straordinaria eccezione. Non vi si parla soltanto della venuta di Dio in mezzo agli uomini; il discorso va molto più in là. Si tratta dell’amore di Dio verso il discepolo, della venuta verso di lui del Padre e del Figlio, della stabile dimora divina accanto alla sua vita. Si ha addirittura l’impressione di un grosso passo avanti persino nei confronti del Prologo, dove si alludeva alla “tenda” liturgica dell’abitazione del Verbo fra gli uomini, aprendo l’importante discorso sull’abitazione sacra – il Tempio – del Divino in terra. Qui ogni allusione liturgico-sacrale sembra decadere: Dio viene semplicemente a “prendere dimora” là dove gli uomini abitano, accanto alla “dimora” terrena del discepolo di Gesù». Non a caso la II lettura, tratta dall’Apocalisse, riporta quel sorprendente versetto, nel quale, nel pieno della descrizione della Gerusalemme celeste (il mondo come Dio lo vuole), si dice: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio», che fa da pendant con un altro sorprendente – ma più noto – passo del Vangelo di Giovanni 4,21.23: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».

Può perciò concludere Laconi: «L’immediatezza concreta, la quotidianità di questo divino “abitare” accanto all’uomo, alle cose e alle sue situazioni nella loro ovvia, e magari banale, consistenza, potrebbe apparire come il supremo tentativo teologico di Giovanni di portare alle estreme conseguenze il processo di avvicinamento di Dio all’uomo iniziato con l’Incarnazione. Al di fuori di implicazioni direttamente religiose o cultuali, Dio entra senza condizioni e senza limiti nella vita dell’uomo che crede in Gesù, “abita” accanto a lui, entra nella sua vita con una divina scelta di familiarità, di amicizia e di intimità sconcertanti». Bisogna cioè rinunciare a espliciti risvolti spirituali leggendo questa pagina: «Dio viene semplicemente a prendere parte alla vita del discepolo di Gesù, a vivergli accanto, come gli stanno accanto le cose e le persone che fanno parte della sua esistenza».

Ecco perché è possibile davvero pacificarsi il cuore, ascoltando Gesù che dice: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». Perché questo suo abitare presso di noi, e dunque la possibilità reale di incontrarlo “in spirito” (perché «Dio è spirito» Gv 4,24), quindi di amare la sua persona, di lasciarcene affascinare e conquistare, fino a giocare la vita per lui e per la via che lui è, perché – appunto – affidabile nel suo farsi prossimo, è davvero ciò che può rompere autenticamente il giogo della paura che blocca il nostro sgorgare Vita.

mercoledì 10 marzo 2010

Chi modifica la Verità, ci priva della Libertà

È molto interessante seguire il discorso di Formigoni che risponde alla giornalista del Corriere.it (qui in fondo un mio riassunto e i link per gli originali).

Seguite bene l’intervista e imparerete cosa bisogna dire per manipolare i fatti e quindi la verità. Manipolazione smascherata con le stesse parole dell’avvocato del Pdl!

Formigoni comincia con una affermazione:
«Se avessimo fatto degli errori»: il messaggio è chiaro: Zero Errori, Zero scuse!
Non contento rincara:
«Se fossimo stati ammessi per ‘grazia ricevuta’…»! il messaggio si chiarifica: Tutto merito nostro!
Nel frattempo glissa una verità “berlusconiana” che mina i principi di uno Stato di diritto democratico e quindi di convivenza pacifica: “È giusto partecipare alle elezioni però…”.
Come dire: anche se avessimo fatto errori – si badi bene, errori nella legge che regola il diritto di voto – avremmo avuto il diritto di esserci! Comunque?

Per questa via non si può che arrivare rapidamente alla manipolazione dei fatti: «Il Tar ha sentenziato che non c’è stato errore».

Questo è palesemente falso (disinformato?). Infatti come potete seguire dalle dichiarazioni dell’avvocato del PDL, Bruno Santamaria: il Tar ha semplicemente sentenziato che non esiste un diritto di ricusazione (fatta dai Radicali) una volta la lista ammessa. Esiste solo per chi si sente escluso ingiustamente.

La dichiarazione - tutta da verificare - del rappresentante dei Radicali Marco Cappato è che la lista di Formigoni non aveva raggiunto il numero richiesto di firme legali (che quindi risultano false)! Ma per la legge, che il Tar non fa altro che applicare, non abbiamo il diritto di saperlo!

E osano chiamarle votazioni democratiche!

L’amaro che resta è vedere un rappresentante cattolico, che sembra amare la verità solo quando gli fa comodo.

L’altra chicca è il suo commento al “signore rispettabilissimo” (mons. Mogavero) che ha espresso una sua opinione personale e da cui la Cei ha prontamente preso le distanze.
Il discorso apparentemente non fa una piega, tanto ci siamo abituati…
Ma c’è una contraddizione e una “eresia”.

La contraddizione: Mi sanno spiegare i lor signori rispettabilissimi (Formigoni e ufficio stampa Cei) come mai Formigoni e lo stesso ufficio stampa Cei, non si turbarono quando la Cei non ritenne di fare altrettanto sulle altre leggi e decreti (vi ricordate il decreto su Eluana? per fare solo un esempio!…

Spero che esista ancora il diritto episcopale di dire la propria, in quanto vescovo! E che questo non sia limitato da argomenti decisi di volta in volta dalla opportunità politica e non invece come deve essere dalla difesa di quei valori (per dirla con Benedetto XVI), non negoziabili di cui - forse qualche cattolico non lo sa ancora - fa integralmente parte la democrazia (e il di diritto che la fonda) di una nazione!

Con questi due pesi e due misure i vescovi italiani mettono seriamente in pericolo la capacità di parlare con autorevolezza alle coscienze dell’uomo d’oggi, a qualunque uomo… e non solo a coloro che in un modo o nell’altro condividono già il loro credo sempre più politico.

L’«eresia»?
È tutta papista, tipicamente vetero-cattolica: la verità dipende da chi la dice ed è vera solo se la dice il Papa! Anche qui comunque c’è una contraddizione e una menzogna: si vada a leggere il caro Formigoni cosa la Cei scrive anche sulla democrazia di questa nostra povera Italia! E si accorgerà che il “rispettabilissimo signore” che ha osato parlare non ha fatto altro che darne voce e che quindi - contrariamente a quanto il discorso vuole insinuare - la Cei non smentisce un bel niente, a meno che non intenda smentire se stessa! Infatti il portavoce Cei, mons. Pompili, non dice che non condivide le parole del mons. Mogavero (e ti pare se potrebbe!) semplicemente la Cei non ritiene di dover dare ufficialmente la sua opinione (che evidentemente ha! E che ha già espresso in mille modi in mille documenti!). Evidentemente per ragioni di ipocrita opportunità partitica come ho evidenziato sopra.

Oltre al fatto che - tanto per restare alla logica eretica per cui la verità conta solo se la dice chi dico io - mons. Mogavero è anche un rispettabilissimo vescovo e competente in materia giuridica, visto il ruolo che ricopre alla Cei e uno dei relatori del documento di cui sopra! La dicitura di “signore” usata da Formigoni in questo contesto, seppur mitigata dal “rispettabilissimo” (che appare però ironico) appare quindi ancor più offensiva e spregiativa e dice anche la considerazione che ha dei “rispettabilissimi signori” e delle “rispettabilissime signore” che dovrebbero votarlo...

In ogni caso noi cattolici sappiamo che la verità non dipende da chi la dice, ma ha valore in sé: ha una sua cogenza propria. Almeno questo un “figlio” di don Giussani dovrebbe saperlo!
Peccato che per interessi politici Formigoni se ne sia dimenticato!

Riassumendo, in questa intervista di pochi secondi, Formigoni commette tutti questi passi falsi:
Menzogna (sul Tar)
Arroganza: (Zero errori (non dimostrabili: pare che la legge lo vieti), Zero scuse)
Contraddizioni (sì alla CEI quando fa comodo)
Eresia: (la verità è solo quella detta da chi mi piace e quando mi piace)
Arroganza: (“rispettabilissimo signore”)

Concludendo mi domando: A questo punto noi cattolici dovremmo votare un uomo così?
Chiunque altro sarebbe meglio e più coerente!





Ps: il titolo del post l'ho preso dal commento di franz eccel sul sito di repubblica
Il video di Formigoni qui
il video dell'avvocato del Pdl qui
il video della protesta a Milano con le gravi affermazioni del rapprensentante radicale qui

giovedì 28 febbraio 2008

Ciò che è gradito al Signore è che l'uomo sia

Il Vangelo (Gv 9,1-41) che la Chiesa ci propone per questa quarta domenica di Quaresima si presenta immediatamente, anche solo ad un primo colpo d’occhio, davvero imponente: esso percorre infatti ben 41 versetti! Ma non è solo, o non è tanto, per la sua mole che questo brano è così pregnante, quanto piuttosto per la sua densità.
È su di esso, perciò, che vorrei puntare l’attenzione, non senza però, tentare di introdurlo con le altre due letture, che ne danno in qualche modo una chiave interpretativa. Mi riferisco in particolare all’affermazione di 1Sam 16,7 «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» e a quella di Ef 5,10 «Cercate di capire ciò che è gradito al Signore».
Dico questo perché in effetti mi pare che i molti temi trattati nel racconto evangelico in fin dei conti confluiscano nella logica dello svelamento dei cuori e di ciò che è gradito al Signore.
Inizio col dire qualcosa sullo svelamento dei cuori…
Quanto a questo primo aspetto mi pare interessante seguire il racconto evangelico soprattutto nella presentazione dei tre personaggi/gruppi principali che lo compongono: il cieco, i farisei, Gesù.
L’immediata connotazione che ci viene data del cieco è quella peccaminosa. Sono i discepoli stessi a presentare questa antica credenza in un legame tra male fisico e colpa: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».
Ma Gesù rifiuta immediatamente questa interpretazione operando un vero e proprio ribaltamento della considerazione di colui che ha davanti: lo toglie infatti dallo scontato riferimento al peccato e lo mette invece direttamente in relazione a Dio: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». Tant’è che la sua connotazione di cieco cambia: «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».
Nonostante questo però il seguito del brano sembra fare nuovamente un passo indietro: ci ripresenta infatti ancora l’identità di quest’uomo soggiogata dai soliti pregiudizi culturali: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina, […] è uno che gli assomiglia». Finché arriva la svolta decisiva: lui stesso si riconosce e pone una parola di svelamento: «Sono io!».
Ma nemmeno questo sembra bastare: «i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista». Tanto che inizia tutto un processo di rimozione dell’evidenza, portato avanti con il discredito sistematico dell’interlocutore e culminante nell’affermazione (che è una regressione alla I cosa detta a riguardo del cieco): «Sei nato tutto nei peccati».
Questo ritorno all’indietro nel riconoscimento dell’identità del “nostro cieco” però ormai non è più convincente. Mentre all’inizio era assodata per tutti, e per il cieco stesso, la sua considerazione come di uno “punito a causa del peccato, suo o dei suoi genitori”, ora, dopo la novità inseritasi nell’incontro con Gesù, egli non è più lo stesso: nessuno più potrà convincerlo del contrario; lui infatti ha sperimentato sulla sua pelle che quell’«uomo che si chiama Gesù» gli ha cambiato la vita. Non serve la minaccia dei farisei, che pure riescono a intimorirgli i genitori; non basta l’incertezza di coloro che lo ricordavano mentre elemosinava; non ottiene risultati l’espulsione dalla sinagoga («lo cacciarono fuori»): egli ormai è libero, di una libertà diversa, fondata sull’incontro personale, su una promessa creduta, sulla carne trasformata… su un ordine degli affetti nuovo, che va dall’apparenza al cuore: «Credo, Signore!».
È la libertà a cui invece non riescono ad aprirsi i farisei: «Siamo ciechi anche noi?». Tutto il percorso di svelamento dei loro cuori che il brano ci fa percorrere infatti è come segnato da una spada di Damocle da cui essi non riescono a svincolarsi: «era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi». Ecco tutto il loro problema, la causa del loro irrigidirsi su posizioni insostenibili, che (come ogni volta che mancano argomentazioni convincenti) impongono con la violenza («lo cacciarono fuori»). Il loro schema religioso, politico, di salvaguardia del potere è messo in scacco dal gesto di Gesù, perché da un lato non potevano negare che Gesù non venisse da Dio: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?»; ma dall’altro neanche ammetterlo: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». E messi alle corde, nella scelta stringente tra il loro schema e l’evidente bontà di qualcosa che glielo fa scoppiare, scelgono lo schema: preferiscono la salvaguardia della regola al bene di un uomo; prediligono l’ordine costituito, l’universale, alla faccia del singolo… è questo il loro cuore, al di là dell’apparenza iper-osservante del loro stile di vita (cfr Mt 23,27: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume»): la conservazione dello status quo a scapito della gente, che è proprio il contrario del cuore di Gesù, che metterà in discussione lo status quo più status quo di tutti, che è la considerazione di Dio, (morendo) a favore degli uomini!
A proposito di Gesù… forse, fra tutti i disvelamenti, il suo è quello più intrigante. Lo si vede con chiarezza nell’evolversi delle parole del cieco, che ogni volta che è interrogato a suo proposito fa un passettino in avanti fino alla professione di fede finale in Gesù, Figlio dell’uomo. Scorrendo infatti le sue parole, vediamo come la partenza sia proprio legata ad un’immediatezza accessibile a chiunque: di Gesù infatti parla come di un uomo («L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista»). Ma poi c’è una prima progressione: «Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”». E poi di nuovo: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».
Ma la cosa più interessante è che quest’uomo passa dal dire di Gesù che è un uomo, poi un profeta, poi un uomo di Dio e infine Figlio dell’uomo, proprio e solo perché lo ha esperito: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Questo non è un teologo, un sacerdote, un erudito… è uno che guarda ai fatti: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». È l’incontro che l’ha convinto, al di là di ogni possibile postuma dissuasione. Come la Samaritana di domenica scorsa: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?» (Gv 4,29).
Eccoli allora i cuori a cui guarda il Signore a scapito delle apparenze a cui guarda l’uomo: il cieco-peccatore-escluso capace di incontrare Dio in Gesù, che gli ridà Vita; i farisei-simbolo della religiosità (che sarebbe poi la mediazione universalmente riconosciuta per l’accesso al divino) cieca di fronte al Figlio dell’uomo, perché cieca su qualsiasi uomo (a cui preferisce la legge); e infine Gesù, nel cui cuore sta proprio l’altra cosa che cercavamo all’inizio: ciò che è gradito al Signore! E in Gesù… ciò che è gradito al Signore è che l’uomo sia. E questo viene prima di qualsiasi legge.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter