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domenica 2 dicembre 2012

Cammino di perfezione



Incontro tenuto il 24 novembre 2011, presso la "Comunità Missionarie Laiche" PIME a Legnano.

(unico "refuso" quando dice "perfezione perfetta ma non compiuta" intedeva - come mi ha confermato a voce - "creazione perfetta ma non compiuta")

Ringraziamo Silvano Petrosino per aver concesso l'autorizzazione alla publicazione.

domenica 25 novembre 2012

Oltre la separazione dei “Mondi”

 
 Siamo al momento finale dell’anno liturgico e come tale la liturgia di oggi ha uno scopo in qualche modo sintetico, ricapitolativo, del cammino fatto fin qui durante tutto l’anno.
Siamo sul Vangelo di Giovanni, ma non possiamo ignorare il guadagno che c’è stato durante tutto questo anno della comprensione del mistero cristiano, attraverso la meditazione del Vangelo di Marco. Leggiamo quindi Giovanni certamente secondo la logica e la prospettiva di Giovanni ma senza ignorare quello che abbiamo nel frattempo acquisito col vangelo di Marco. D’altronde i quattro vangeli hanno proprio lo scopo di integrarsi a vicenda e se trovassimo contraddizioni teologiche tra di loro, l’errore è certamente nella nostra comprensione e non nei vangeli.

E cominciamo subito con un problema che l’ascolto del vangelo di Giovanni mi ha posto e che subito mi ha insospettito.
Gesù a un certo punto dice a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Ora, in realtà la traduzione è sbagliata e la frase così tradotta è fortemente esposta a contraddizioni che non hanno soluzione. Infatti apparirebbe legittima la domanda che fu di Giovanni il Battista prima e di Filippo poi, ricordate? “Signore, sei tu il Messia o dobbiamo aspettarne un altro? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora, dobbiamo aspettarne un altro! E ancora, se il tuo regno non è di questo mondo, che ti sei incarnato a fare? Se il tuo regno non è di questo mondo, allora hanno ragione gli eretici che sostengono che non ti sei veramente incarnato, ma la tua è stata una “apparizione” del divino: tu non hai veramente calpestato questo suolo, ma sei solo apparso quasi come un fantasma… E per finire – senza concludere – se il tuo regno non è di questo mondo, come fai a dire che il tuo Regno è vicino? Si capisce bene che con una traduzione siffatta crolla tutto l’impianto evangelico: di tutti i vangeli e dello stesso annuncio dei suoi discepoli e quindi della Chiesa.
Ciò che fa problema è quel “di” in riferimento al mondo. E ci insegna subito quanto attento deve essere il nostro sguardo sulla bibbia dove anche le virgole possono cambiare tutto il senso di una frase e decidere del nostro atteggiamento in un senso o nell’altro.
L’espressione che la CEI traduce in “di” è la particella greca “ek” che non può essere tradotta in “di” (per il quale si usa invece perì) ma va tradotta semmai in “da”. Sembra una sciocchezza ma tutta la prospettiva cambia e finalmente ogni parte dei 4 vangeli si armonizzano nell’insieme. L’espressione corretta è dunque: “Il mio regno non è da questo mondo; se il mio regno fosse da questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è da qui [anche qui abbiamo enteuthen: tutte le volte che nei vangeli è usato, può essere sostituito meglio con “da qui”, in italiano nel brano in esame stonerebbe ma il senso dell’avverbio è questo: moto da luogo. Qui il senso è chiaro: non è da questo punto che io traggo potere. C’è un’ironia – tipica di Giovanni – sul luogo da cui Pilato prende potere: il pretorio. Come si vede l’espressione “quaggiù” usata dai traduttori se la sono proprio sognata! cfr Lc 4,9; 13,31; Gv 2,16; 7,3; 14,31]”.
Tirando le somme…
Il regno di Gesù è di questo mondo, perché non esistono altri mondi… come ha detto il Papa, Gesù “ascendendo al cielo, non è andato a vivere su un’altra galassia”… il mondo di Dio non può essere che il mondo dei suoi figli… dove volete infatti che abiti un padre o una madre se non accanto ai propri figli?… O pensiamo che Dio Padre se ne vada a vivere su un altro universo aspettando che i suo figli lo raggiungano? A suo modo già santa Teresina l’aveva capito! Diceva a una consorella: Cosa volete che faccia in cielo? Passerò il mio cielo sulla terra a fare del bene… ora pensate che santa Teresina sia qui sola e Dio stia ad aspettarla altrove?
Prima conclusione: Non riusciremo mai a capire il vangelo se non gli permetteremo di cambiare il nostro immaginario simbolico… Dobbiamo smetterla di immaginarci il mondo come un insieme di mondi… noi qua e Dio là… e i morti chissà dove…
L’incarnazione ha proprio questo di significato primo: la fine dei due mondi, la fine dell’aldiquà e dell’aldilà per essere tutti e tutto in Dio, nell’unico mondo possibile quello di Dio. Da cui, ho detto “da”!... cui, ogni figlio riceve vita, dignità, missione, regalità, libertà, giustizia, pace, salvezza. In una parola: diventa uomo. E ciò a partire da Gesù che come noi è di questo mondo, ma non riceve da questo mondo la sua Signoria. Non è questo mondo – ci sta dicendo Giovanni – che ci fa uomini. Non a caso metterà sulle labbra di Pilato: Ecco l’uomo! Essere uomini significa essere signori che – parafrasando Eliseo lo zio di Guido in “La vita è bella” – sanno farsi servi ma non servili perché solo così si può essere servi liberi senza diventarne schiavi. Essere uomini significa essere re e non paggi del padrone di turno (per questo davanti a Erode, Gesù tace rifiutandosi di fargli da giullare).

Chi riceve potere da questo mondo sappiamo a quali condizioni diventa un “grande”, una persona di successo, un vincitore, un’eccellenza nella vita e nel lavoro e nella missione, a cui aspiravano anche gli Apostoli: una grandezza disumanizzante ci ricorda Daniele che – poco prima del brano di oggi – descrive “bestiale”, mostruosa, rapace, violenta, distruttiva, cannibalesca…

I segni della presenza del Regno di Dio, allora non sono la forza, non sono il miracolo, non sono nemmeno le qualità umane e morali che ciascuno di noi può avere, perché anche i pagani hanno doti, qualità e sanno fare miracoli fin dai tempi di Mosè. I segni della presenza del regno di Dio in questo mondo sono esattamente la presenza di uomini e donne che hanno capito la logica attivamente non violenta della croce. Croce che storicamente li rende agli occhi del mondo zoppi, ciechi, sordi, prigionieri, persino pazzi e bestemmiatori, ma che in realtà sono quelli che veramente camminano, veramente vedono, veramente sanno ascoltare, veramente sono liberi, veramente sono saggi, veramente glorificano Dio, perché hanno capito che esiste una sola vera giustizia, una sola verità e di questa insieme a Gesù danno testimonianza: il proprio perdono fino alla morte e alla morte infame. E proprio mentre vive fino in fondo la logica del regno del Padre, fino al rifiuto estremo di usare il potere della forza contro i suoi fratelli fattisi nemici – compreso il potere della forza degli amici che vorrebbero e potrebbero sottrarlo da un’ingiusta condanna (con Gesù ci hanno provato gli apostoli all’inizio, Nicodemo, e persino sua madre) – e proprio mentre vive fino in fondo questa logica fino alla morte, vive ed esperimenta (dolorosamente) il regno che il Padre da sempre crea: il regno di un mondo fondato da relazioni nuove intessute di perdono. Perché è sull’amore che si regge tutta la storia (l’alfa e l’omega della seconda lettura). E così, facendo propria la misericordia di Dio, si rendono/sono resi perfetti come il Padre, e sono resi simili a Lui. Per questo un tale potere di consegnare la propria vita è eterno: perché solo ciò che è umano e non bestiale è eterno, perché solo l’umano veramente tale vive della stessa proprietà di Dio. E lo fa facendo proprio il perdono di Dio. Non a caso in Giovanni più che altri, il trono di Gesù è proprio la Croce, quella croce, , che vissuta così – in ciò che essa rappresenta come rifiuto della logica disumanizzante di questo mondo – diventa il segno e il luogo della propria e altrui (anche degli aguzzini) glorificazione, come ci ricorda san Paolo: ciò che il Padre ha perdonato ha anche giustificato, ciò che ha giustificato ha anche glorificato!

Tutto questo non è un esercizio accademico ma ha conseguenze pratiche nella missione della Chiesa e quindi nella nostra missione nel mondo. Perché da una errata comprensione e traduzione di questo vangelo nascono contraddizioni insolubili dell’essere chiesa. Affermazioni contraddittorie di cui spesso ci si riempie la voce come “la chiesa è in questo mondo ma non è di questo mondo” contraddicono il messaggio evangelico. Una realtà qualunque essa sia che non è di questo mondo, non esiste neanche nel mondo. La teorizzazione di una “separatezza” della Chiesa dal mondo, così cara a una parte del mondo cristiano – che comprende anche una parte della gerarchia cattolica – nasconde una mentalità pagana che niente ha a che fare con la solidarietà storica di Dio Padre in Gesù Cristo.
Siamo chiamati anche qui a rifondare il nostro pensiero, il nostro immaginario perché la salvezza di Dio in Gesù Cristo si manifesti come autentica misericordia e non come enunciazione di principi filosofico-teologici che niente dicono all’uomo prigioniero nell’ingiustizia del mondo.

Il forte sospetto che una errata traduzione del testo evangelico che abbiamo analizzato, venga proprio da una siffatta ideologia di pensiero.

lunedì 19 marzo 2012

L'ultimo profeta


Beppe Grillo

La storia di Beppe Grillo la conosciamo, seppur spesso a spanne: non proprio quella di un uomo qualunque…
Il “tipo” pure: comico, sarcastico, satirico, cafone, politicamente scorretto, anticlericale, a volte persino dissacrante e “bestemmiatore”, in alcune sue “visioni” altrettanto ingenuo e bambinesco, ultimamente additato anche come “autoritario” eppur “anarchico”… L’antipolitico che fa politica, anche se per interposta persona. Insomma tutto e il contrario di tutto.
È un personaggio che “seguo” – insieme a molti altri – prima per ridere, ora per piangere. Non che qualcuno possa mai votarlo, perché mai lui si presenterà (se ben l’ho capito).

Cosa mi spinge allora a scrivere un post tutto su di lui? Il disagio.
Il disagio che provo leggendo articoli, analisi, commenti (anche sul suo blog) di quelli che lo criticano e di quelli che lo lodano: non riesco mai a ritrovarmi. L’impressione è che ai più manchi la chiave di lettura del “fenomeno” Beppe Grillo e della sua non-creatura il “Movimento 5 stelle”. La cosa che mi lascia allibito è che persino i suoi più convinti sostenitori non sembrano cogliere il “nodo” centrale della sua proposta (al di là delle declinazioni contingenti: TAV, economia, ecc.). E mi chiedo a volte se lo stesso Grillo ne sia pienamente consapevole. Pienamente forse no!
Ci provo (non-umilmente) io.

Se guardiamo alle qualità (o difetti scegliete voi) sopra descritti, senza troppa fatica troveremmo che calzano a pennello con alcune caratteristiche fondamentali di un personaggio biblico chiave: il profeta.
Come su un aereo guardo il panorama biblico e lo sorvolo dall’alto, fermando lo sguardo ora qua, ora là, senza un ordine preciso, confidando sulla vostra conoscenza generale della bibbia. In fondo è solo un post, ma potrebbe suggerire un lavoro di dottorato in… teologia.

Il profeta dunque. Anarchico, ma non senza un principio guida: la giustizia. Apparentemente antipolitico quindi, ma in realtà altamente politico, purché sia una politica veramente nuova. Accusato di essere contro il sistema, in realtà è contro il sistema di chi (“la volpe”!) lo accusa di essere contro il sistema… Perché è contro “il sistema di ingiustizia dei furbi”, propugna un sistema nuovo, fondato sulla catena di relazioni umane rinnovate (Ah! Se ai tempi di Isaia ci fosse stato internet!). Per questo non guarda in faccia a nessuno, re o sacerdote che sia. Diventando non raramente antimonarchico, anticlericale e “blasfemo” verso la religione ridotta a “ragion di stato” è da questa continuamente perseguitato. Sempre “ateo” del dio “mistico” e quindi innocuo dei potenti, propugna la fede in una giustizia sociale in cui sia riconoscibile il “Dio degli schiavi”. Visionario quindi, fino a risultare ingenuo nel sognare un mondo dove l’uomo non sia più divoratore di uomini e distruttore del suo mondo (habitat). Per questo il profeta è sempre politicamente scorretto in obbedienza al proprio Arché. Celebrato da morto per essere meglio ignorato dal sistema, è irriso o peggio falsamente lodato da vivo. Assolutamente incompreso in ogni caso, spesso dai suoi stessi seguaci.
Persecuzione, calunnia, diffamazione, adulazione e infine commemorazione, sono le diverse fasi di un processo di rigetto del potere politico, religioso, economico coalizzatisi per difendere la propria sopravvivenza storica.
Tutto questo fa del profeta un uomo generalmente solo e solitario.
A volte sarcastico, non senza una vena di sana ironia spesso persino comica. Irremovibile nelle sue invettive, al punto da apparire più despota del dispotismo che stigmatizza.

Il suo ruolo fondamentale è la critica radicale al sistema non in quanto sistema ma in quanto sistema di poteri. Per questo alla sua critica, non regge nessun sistema. Né quello comunista, né quello capitalista. Né quelli di ieri, né quelli di domani.
Temuto e blandito quindi.
Ed è qui che si ricongiungono fortemente attuali i punti nodali tra l’intuizione di Grillo e la Profezia. Che li porta a scontrarsi con i suoi stessi seguaci. Che “ovviamente” non capiscono! Perché non sono loro i profeti. Non lo sono non perché non potrebbero, ma perché non vogliono essere “veggenti”. Al massimo guardano il deserto, non l’oasi a cui conduce. Non che non gli venga additata… ma per arrivarci dovrebbero attraversare il deserto della solitudine, dello scherno, degli stenti. Chiamali fessi!
Fessi!
Fessi perché comunque vada moriranno nel deserto. Senza mai nemmeno esser riusciti a sognare l’oasi.
E qual è questo nodo? L’errore che facciamo tutti: Proporre al profeta di condurre il sistema per cambiarlo dal didentro!
Ma se la profezia si fa sistema chi lo potrà mai più criticare? La profezia cessa di esistere (è già accaduto! E più volte). Ci vorrà un altro fuori dal sistema che critichi il sistema degli (ex)profeti. E allora sarà lui il profeta non quelli che stanno cambiandolo facendo “sistema”.

Ritornando a bomba. Se il movimento “profetico” si fa “partito”, cessa di essere movimento profetico. E avrà in sé tutte quelle dinamiche proprie di un sistema di poteri. Anche se non andasse eticamente alla deriva (impossibile!), chi potrà essergli di pungolo se cessa il movimento profetico?

E si capisce come a questo livello di critica e autocritica, la “rete”, il web diventi lo strumento chiave di controllo profetico dell’agire politico ed economico (come si capisce perché abbiamo conosciuto l’e-mail di Giovanni Paolo II solo dopo che è morto)!...
E se siete arrivati a leggermi fin qui potete cominciare a intuire perché proprio un comico cacciato dal sistema abbia potuto elaborare certe intuizioni… La nostra storia non è mai sganciata dal nostro pensare.

Ecco perché Grillo qui ha ragione da vendere nel cacciare, dal suo movimento, chi si costituisce come “partito”. O di dichiarare altrimenti “morto” il suo movimento.
Fallirà (come tutti i profeti), ma vincerà. Perché il “suo sogno” – che non è suo ma del “Dio degli schiavi” – ci sarà sempre qualcuno a riproporlo. Perché l’umanità non morirà cessando di crederci: finirebbe la storia.

Fattevi ora un excursus sulla storia della profezia anche all’interno della chiesa: tutte le volte che la profezia è stata istituzionalizzata, è arrivata un profezia che ha mandato in crisi istituzione e profezia istituzionalizzata. Ecco perché nascono e nasceranno sempre nuovi ordini e nuovi movimenti. Ecco perché sbaglia chi dice, che nuovi movimenti non servono a niente perché prima o poi tutti ricadono negli stessi errori di coloro che li hanno preceduti. Questo è accaduto perché si è ceduto alla tentazione dell’istituzionalizzazione. Perché si è temuto di essere storicamente irrilevanti (la più subdola tentazione del sistema!). Perché si è temuto di essere lievito che sparisce nella pasta, sale che si scioglie nel tutto… Perché si è cessato di camminare, considerando finito il cammino attuato dai fondatori. È accaduto e accadrà perché il controllo dell’istituzione istituzionalizza sempre la profezia. E l’istituzione cesserà solo al compimento della storia.

Chi non comprende questa struttura della storia, non capirà mai le dinamiche dell’oggi, del “suo presente” e le scambierà o per una perdita di valori, o per una fuga verso il futuro a cui risponderà con una fuga verso il passato o in un irrigidimento del presente o in una proclamazione sulla fine della storia. Roba da disperati che avranno sempre la sensazione di trovarsi altrove (alienati appunto)!

Ecco perché ciò che i giornali e i politici trattano con la superficialità del gossip in realtà appartiene più che mai ai destini decisivi della storia di liberazione – cioè di salvezza – dell’uomo.

Ecco perché l’intuizione di Grillo fa paura. Anche ai “suoi”. Forse persino a se stesso, ma anche e soprattutto a chi, per convenienza, non vuol capire.

domenica 11 marzo 2012

Uscire dal Tempio


altri video sempre su Youtube

Ci scommetto che molti leggendo il Vangelo di oggi (Gv 2,13-25) si lancerebbero in considerazioni sulla commistione tra religione e denaro. Verrebbero alla mente il caso Ior, Marcinkus e quant’altro… Tutte considerazioni giuste e vere probabilmente, ma che in fondo anche un pagano o un ateo saprebbe fare. E Gesù non è venuto per dirci cose che con un minimo di buon senso e di onestà chiunque può sapere… Gesù è venuto a dirci qualcosa di veramente inaudito e impensato dagli uomini. Per riuscire a cogliere questo però è necessario, come sempre, collocarsi ai tempi di Gesù per cercare di vedere, come sottolineo sempre, e non solo leggere, ciò che l’evangelista Giovanni ci vuole mostrare. Occorre “vedere” il Tempio di Gerusalemme al tempo di Gesù e capire “cosa” ha “mandato in bestia” il Signore… Senza questo studio non potremmo veramente capire quale capovolgimento di prospettiva gli apostoli ci sollecitano a compiere. Perché non dimentichiamolo sono gli apostoli che ci stanno trasmettendo quello che loro, alla luce della Resurrezione, hanno colto di essenziale in Gesù. I Vangeli sono la loro pedagogia alla fede.

Planimetria del Tempio
Il Tempio di Gerusalemme al tempo di Gesù era il centro della vita religiosa e spirituale di Israele. E Israele ne andava orgoglioso, come anche gli apostoli ci testimoniano rivolgendosi a Gesù (cfr Mt 24,1s). Sennonché Gesù li raggelò rispondendo secco: “Non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”! Perché una tale risposta?

Il Tempio cosiddetto di Erode, detto anche secondo Tempio di Salomone rispetto al primo andato anche lui distrutto, fu iniziato nel 19 a.C. Anche se dopo un anno e mezzo era di già operativo, fu veramente finito solo dopo 83 anni, nel 64 d.C. Appena in tempo per essere definitivamente distrutto 6 anni dopo nel 70 d.C. dalle legioni romane come ritorsione all’insurrezione del popolo. Tutto questo lavoro e questa fatica (vi lavorarono 11 mila operai) andò così perduto per sempre.
A oriente del Tempio c’era il Portico di Salomone: dove i rabbini si trovavano per spiegare la Torah e dove Maria e Giuseppe trovarono Gesù quando lo avevano smarrito…
A sud c’era il Portico Regio o Regale lungo 185 metri e largo 4 file di colonne alte 12 metri.
Sotto il Portico Regio (visibile nel secondo video), si vendevano agnelli, colombe, buoi, era lì che si faceva commercio necessario al funzionamento del Tempio: una macchina sacrificale dove si ammazzavano animali per offrirli in olocausto al Signore in cambio della sua benevolenza… Da qui venivano introdotti nel Tempio in alto per essere uccisi.
Anche l’ingresso sud-occidentale al Portico Regio aveva una gradinata monumentale che introduceva nel Tempio. Era alta 17 metri e larga 15. Questa scalinata usciva verso occidente e poi piegava verso sud, parallela alle mura esterne del Tempio in direzione della piscina di Siloe. Proprio qui all’inizio della gradinata, in basso dove inizia a salire, c’erano 4 stanze (anche queste visibili nel secondo video) in cui stavano i cambiavalute. Anche i cambiavalute erano necessari al funzionamento del Tempio perché chi voleva fare offerte o comperare animali per il sacrificio (come hanno fatto anche Giuseppe e Maria) dovevano adoperare delle monete che non avessero l’effige dell’imperatore. Erano chiamate anche mine (cfr Lc 15,8-9.19,13-26).

Dinamica dei fatti descritti
Ora immaginiamo la dinamica della scena descritta dal Vangelo: dapprima Gesù sale nel Portico Reggio fa una sferza con delle cordicelle (probabilmente le stesse che servivano a legare gli animali), e comincia a cacciare fuori tutti, persone e animali (cfr Gv 10,3 dove Gesù, pastore, spinge fuori le sue pecore dal recinto!). Immaginate anche il volto adirato, l’opposizione che ha trovato e la forza che ha dovuto usare per cacciarli fuori: una immagine ben diversa da quella a cui ci ha assuefatti una certa iconografia. Salva così gli animali (nella simbologia giovannea, gli uomini!) da morte sicura. Poi scende da quella gradinata presumibilmente di corsa (difficile immaginarlo passeggiare!), e sempre col volto adirato, va in quelle quattro stanze e butta all’aria i tavoli dei cambiavalute dicendo “non fate della casa del Padre mio, un mercato”.

Le ragioni del comportamento di Gesù: una logica da ribaltare
Cerchiamo ora di capire meglio il senso dell’agire di Gesù e per farlo dobbiamo capire ora la logica che presiede al Tempio. Perché in realtà è questa “logica” che Gesù vuole “ribaltare”…

Nei Vangeli per indicare il “Tempio” si usano due termini: hyeros e naòs. Con hyeros si intende propriamente il Tempio nella sua complessità fatta di edifici, portici, cortili, suppellettili. Da hyeros derivano l’italiano “ieratico”, “geroglifico” e anche “gerarchia”.

Il cuore del Tempio era il naòs, il Santuario (detto anche “il Santo”). Quindi in realtà i Vangeli distinguono il Tempio dal Santuario. Un po’ come noi quando distinguiamo la chiesa e il presbiterio (dove si trova l’altare)… La chiesa è un luogo sacro ma il presbiterio che è il centro di ogni chiesa è ancor più sacro e non tutti possono accedervi…

Ora, in questo Tempio non è che potessero entrare tutti liberamente, in realtà il Tempio era un susseguirsi di barriere. Più ci si avvicinava al Santuario e più si veniva selezionati.
Se escludiamo la cinta esterna del Tempio che lo separava dal resto della città (impuro e profano), al suo interno, nel Tempio, c’erano vari livelli di separazione.

1. Nella spianata grande potevano entrare tutti i fedeli anche i non-ebrei (ovviamente a certe condizioni che dovevano rispettare tutti come vedremo) e infatti era chiamato l’“Atrio dei Gentili” cioè delle “genti” (un termine che potremmo tradurre con “stranieri” ma aveva un senso dispregiativo in bocca agli ebrei). Subito però, anche al suo interno, cominciavano i muri di separazione. I primi erano quelli che bloccavano i non-israeliti, era una balaustra alta un metro e mezzo su cui c’erano 13 incisioni con parole di minaccia di morte per chi, non ebreo, osasse oltrepassarla. Quindi oltre questa balaustra potevano procedere solo gli ebrei, donne comprese.
2. Procedendo però verso l’interno del Tempio c’era un altro muro balaustrato che bloccava le donne, pena la lapidazione. Solo i maschi ebrei circoncisi potevano inoltrarsi: nella logica giudaica era ovvio in quanto le donne non potendo essere circoncise non portavano il “segno dell’Alleanza”.
3. Ma anche gli uomini (quindi anche Giuseppe e Gesù!) venivano fermati da un portale che introduceva al Santuario : solo i sacerdoti potevano varcarlo quando si trattava di entrare nel Santuario. Il Santuario o Santo era quindi la costruzione più importante di tutta la spianata.
4. A sua volta all’interno del Santuario oltre all’altare dove si offriva l’incenso, accessibile a turno ad ogni sacerdote (cfr Zaccaria in Lc 1,9), circoscritto da una tenda (la Shekinah) c’era un luogo “segreto” detto del “Santo dei Santi” (letteralmente [luogo del] “Santissimo”: cioè Dio) detto anche Tabernacolo. Il Tabernacolo era il luogo dove si riteneva fosse realmente presente YHWH. E lì nella stanza del “Santo dei Santi” all’interno del Santuario – altra selezione – poteva entrare soltanto il Sommo Sacerdote e solo una volta all’anno nel giorno liturgico dello Yom Kippur (“giorno di timore reverenziale”). Giorno di penitenza e digiuno totale in cui si chiedeva perdono a Dio dei propri peccati e festa più solenne del calendario ebraico (quest’anno 2012, cadrà al tramonto del 25 settembre fino all’apparire delle stelle del 26). E solo in quell’occasione il Sommo Sacerdote in carica, nella preghiera pronunciava il nome di Dio, il sacro Tetragramma (YHWH) di cui solo i Sommi Sacerdoti si tramandavano la vocalizzazione. [Che normalmente viene vocalizzato in YaHWeH – più probabile – o YeHoWaH meno probabile ma legittimo: quindi non perdete tempo a discutere su questo con i Testimoni di Geova, per noi cristiani il nome di Dio è “Gesù Cristo”!]. Ovvio che il Tabernacolo era considerato il punto più sacro non solo del Santuario e quindi del Tempio ma anche del mondo. Così sacro che se qualcuno doveva entrare per delle riparazioni questi veniva calato dall’alto perché non poteva toccare il suolo sacro coi piedi (cfr Gv 13,3-5 dove si capisce perché nella logica simbolica di Giovanni, Gesù deve lavare i piedi degli apostoli/discepoli: Non solo per significare che ora sono/siamo tutti puri ma anche per annunciare che la Passione in cui entreranno/entreremo è il luogo della presenza definitiva di Dio nella storia). Il Santuario stesso fu costruito solo dai sacerdoti appositamente istruiti nell’arte della costruzione.
5. Nel Santo dei Santi – praticamente vuoto – a sua volta c’era una barriera invalicabile: un velo di colore porpora che copriva (andata oramai perduta l’Arca dell’Alleanza per la deportazione babilonese) una roccia sulla quale si riteneva che Dio sedesse in trono. Secondo la tradizione ebraica questa roccia si trovava proprio al centro del mondo e fu la base sulla quale Dio creò e regge il mondo (cfr Lc 6,48 in riferimento alla roccia!). Quindi anche il Sommo Sacerdote si trovava davanti a un velo e quindi anche a lui era “nascosto” il “volto di Dio”.

Già da questa esposizione – necessariamente sommaria, ma nella quale possiamo riconoscere la struttura delle nostre vecchie chiese – deduciamo che la prima caratteristica di questo Tempio era la “separazione”, la discriminazione delle persone. La sua logica religiosa era una logica pagana di esclusione rendendo impossibile ai più di accostarsi al Signore. Non c’era solo un concetto ieratico di Dio che concettualmente lo separava dalla gente, ma c’era un profondo disprezzo di ogni occupazione umana che non fosse quella liturgico-sacrale (ricordo che solo i sacerdoti potevano presentarsi alla presenza del Signore nel Santuario). Inoltre neppure tutti (israeliti e non) potevano essere ammessi nel Tempio: gli storpi, i paralitici, i lebbrosi… coloro che facevano dei lavori considerati impuri come i pastori e pubblicani… erano tutte persone impure, cioè vivevano in una condizione di fatto peccaminosa e quindi non potevano nemmeno mettere piede nel Tempio.
Questo barriere impedivano alle persone (diremmo oggi, laici e laiche!) di sentire Dio vicino a loro e impediva a loro di avvicinarsi a Dio. Non che Dio fosse impedito da questo, quando ha voluto non ha esitato abitare nella casa “impura” di una ragazza di Nazareth facendone il suo santuario… ma la stragrande maggioranza del popolo, anche israelita, aveva una visione “dannata” della propria esistenza a causa di un Dio percepito (così veniva loro insegnato dai sacerdoti, dai farisei, dai dottori della legge, ecc.) come una “realtà” non solo lontana ma anche ostile al loro stile di vita…

Questo era il Tempio con l’apparato dottrinale che lo giustificava, che Gesù ha incontrato! Appare ovvio che il Figlio di Dio venuto per mostrare un volto di Dio finalmente Padre, finalmente prossimo, vicino ai suoi figli fino a condividerne il vissuto, non potesse tollerare tutto questo. Ecco perché nella sua vita Gesù ha abbattuto definitivamente tutte le barriere. Quelle del Tempio e quelle che noi costruiamo per difendere la “santità” di Dio o la nostra “dignità” cristiana di “popolo sacerdotale” (cfr seconda lettura 1Cor 1,22-25 sulla stoltezza della Croce: dov’è lì la presunta “intangibilità” di Dio?...).
Nella Lettera agli Efesini (2,14s) quando Paolo dice che in Gesù Cristo è stato definitivamente abbattuto il muro di separazione tra i due popoli – giudei e greci – non parlava in metafora, ma da israelita osservante aveva davanti agli occhi proprio i muri di separazione del Tempio di Gerusalemme… Paolo ci ricorda quanto aveva profetizzato Gesù: Di ogni barriera che noi poniamo tra l’uomo – qualunque uomo – e Dio, prima o poi non resterà pietra su pietra! Perché è Dio stesso che si preoccupa di abbatterla!
Appare evidente che c’era e c’è quindi una radicale incompatibilità tra la proposta di Gesù dell’autentico volto del Padre (che fa piovere e sorgere il sole sui buoni e sui cattivi) e il concetto “sacrale”, ieratico appunto, di ogni religione.
Per questo alla morte di Gesù come ci ricordano gli evangelisti, persino il velo che costituiva il cuore del Santuario, il “Santo dei Santi”, “si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38) cioè senza possibilità alcuna di ricomposizione (L. Moscatelli). E Matteo (27,51) che parla ai cristiani convertiti dal giudaismo, rincara la dose coinvolgendo nello squarcio anche la roccia su cui, secondo la tradizione ebraica, il mondo si regge.
Devono squarciarsi! se si vuole indicare la definitiva impossibilità a qualunque “ostacolo” di impedire all’uomo di incontrarsi con Dio. Con la caduta dell’ultima barriera del velo e la rottura della roccia, non ci sono più condizioni preliminari né a Dio né all’uomo per incontrarsi. Non c’è più bisogno di alcun sacrificio né di “mercanteggiare” (D. Petrini) la benevolenza di Dio: Questo è il significato originario quindi dell’espressione “non fate della casa del Padre mio un mercato”.
Giusti e peccatori; sacro e profano; il “Santo dei Santi” e il peccatore… sono definitivamente uniti, accumunati dal comune abbraccio misericordioso del Padre. È in questa “commistione” che Dio rivela la propria santità: nel suo chinarsi sui suoi figli! Questa è la “stoltezza” della Croce!

Arrivati a questo punto, ciascuno faccia le sue “attualizzazioni”, io non voglio influenzare nessuno, ma certamente ora anch’io mi pongo alcune domande…
Quando noi cattolici, in base a profonde motivazioni liturgiche, costruiamo balaustre intorno agli altari; quando grazie a profonde motivazioni teologiche e dottrinali, impediamo alla gente di fare comunione con Dio perché è in peccato mortale; quando noi escludiamo sistematicamente certe categorie di persone che come i pastori e pubblicani vivono una condizione di peccato; quando noi permettiamo che solo coloro che appartengono alla Gerarchia possono toccare le cose sacre (alcuni contestano ancora oggi la comunione nella mano); quando impediamo nella messa alle donne di fare cose perché possono farle solo i maschi (e questo non vuol dire “ordinare le donne” ma semmai spogliare della dimensione di potere ieratico e autarchico gli uomini: vedi nota in basso)… noi a quale Tempio apparteniamo? A quello che moltiplica continuamente i muri di separazione? o a quello il cui velo si è definitivamente squarciato? Noi a quale Esodo apparteniamo, a quello di Mosè che libera dalla schiavitù e costruisce itinerari di liberazione (decalogo) o a quello dell’imperatore Nabucodonosor che ha portato tutti schiavi in Babilonia?
Attenzione però non basta allargare i “confini” del Tempio, spostando le barriere per accogliere il più grande numero di persone (C. Giuliani) perché in tal caso resta sempre qualcuno “fuori”. Qui la logica di fondo è proprio la distruzione definitiva di ogni Tempio, di ogni recinto, perché tutti e tutte nel vero Santuario che è il Cristo (traduzione più corretta e comprensibile delle parole di Gesù: “Distruggete questo Santuario – perché è lì secondo la fede ebraica che abita la pienezza della divinità – e in tre giorni lo farò risorgere”): hanno ora immediato accesso al Padre in qualunque situazione si trovino…
Semplificando: quando pensiamo che la nostra vita è – qualunque sia la ragione – “un fallimento” e ci chiediamo “se Dio ci vorrà ancora bene, se potrà ancora accoglierci…”, dobbiamo risponderci guardandolo in croce: “certo che continua ad accoglierci e a volerci bene, perché ci vuole bene più di quanto ne voglia a se stesso!”…

Chi è veramente cristiano allora? chi è veramente cattolico? Me lo chiedo e lo chiedo…
Ah! Se leggessimo con più attenzione la bibbia… Nel libro di Isaia, ad un certo punto (Is 44,28-45,5) il profeta parla dell’imperatore Ciro, definendolo oltre che pastore, Messia del Signore (così nel testo ebraico e che in greco si traduce Cristo) cioè “eletto” dal Signore! Sono gli stessi “titoli” che i Vangeli riservano a Gesù, al Figlio di Dio, al Verbo incarnato, al Salvatore del mondo…! Ora però c’è un problema. Ciro, era pagano, idolatra, che è rimasto idolatra, con le sue concubine e la sua logica di conquista e che probabilmente ha liberato gli israeliti più per calcolo politico che per amore della giustizia… Ebbene, come è possibile che la bibbia, che noi sappiamo libro ispirato da Dio, definisca un uomo del genere “Messia”? Agli occhi di un cristiano oggi, come di un buon israelita sano di mente sembrerebbe più una bestemmia che una “parola di Dio”!
La risposta l’abbiamo nelle letture di oggi: Chi – chiunque egli sia (Lc 9,49s e Lc 18,16) – vive, lavora, si mette in gioco, per abbattere le barriere, qualunque barriera, che separa gli uomini tra di loro e da Dio… costui e soltanto costui si può legittimamente chiamare Cristo e Messia: cristo nel Cristo, messia nel Messia, figlio di Dio nel Figlio di Dio…
Solo una religione che al suo interno (e non solo al di fuori) abbia come “progetto culturale” l’abbattimento di ogni barriera, è un religione degna del nome cristiano. Costi quel che costi, questa è l’unica strada possibile alla santità! Quando questo accadrà la storia potrà finalmente dirsi compiuta.

Nota: L’episodio evangelico ci rivela anche un “metodo” da seguire valido in ogni ambito: occorre fare attenzione che nel voler abbattere delle discriminazioni non si alimenti, facendola propria, la mentalità che le crea! Provo a esplicitare. Gesù poteva reagire alle discriminazioni sopra descritte in vari modi: dandosi fuoco nella spianata del Tempio; forzare la porta che dà accesso al Santuario; organizzare una ribellione; rivendicare il diritto per tutti di accedere non solo al Santuario ma anche al Tabernacolo, ecc… ma in ognuno di questi casi avrebbe di fatto riconosciuto la legittimità del Tempio e la logica che lo presiede. Infatti anche se le donne e gli uomini – con le buone o con le cattive – avessero avuto accesso al “Santo dei Santi”… restava il fatto che per incontrare Dio, bisognava non solo recarsi fisicamente al Tempio, con l’automatica esclusione di chi non poteva permetterselo per ragioni economiche o altro, ma comportava anche accettare la logica del “mercanteggiamento” sacrificale per conquistare la benevolenza di Dio. Ecco allora che il gesto di Gesù acquista valore “profetico” nel senso che annunciando la nascita del vero Santuario – la sua persona risorta – in cui in qualunque luogo e qualunque situazione ognuno può incontrare il Padre, dichiara definitivamente “vuoto” ogni pellegrinaggio che non serva a far scoprire l’incontro con Dio a casa propria.
Ora c’è da chiedersi se la rivendicazione in ambito cattolico dell’ordinazione femminile, facendola propria, non accentui di fatto la discriminazione del binomio tempio/sacerdozio. Mentre come cerco di dimostrare nell’articolo, il cambiamento che Gesù ha provocato è ben più radicale…


(Con i contributi di fratelli e sorelle della lectio del venerdì sera e di F. Armellini per gli spunti esegetici)

Ultimo aggiornamento: lunedì 12 marzo 2012, ore 19

mercoledì 10 marzo 2010

Fuori i vigliacchi!

Peggio di un mafioso? un vigliacco!
Scuoterà la Chiesa il documento della Cei sul Mezzogiorno? E scuoterà il Paese? Tre vescovi in prima linea ne discutono con passione e sperano che non faccia la fine di quello di vent’anni fa, che ha occupato gli scaffali delle biblioteche. Lo dice monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: «Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà più, avremo fallito».
Il testo è assai severo e lancia allarmi. Mette in fila questioni di importanza capitale per l’intero Paese e non solo per il Sud. Eppure, è qui che le preoccupazioni sono più elevate. Osserva monsignor Giuseppe Morosini, vescovo di Locri in Calabria: «Non abbiamo bisogno di solidarietà gratuita né da parte dello Stato, né delle Regioni, né delle altre diocesi. Questo documento servirà se ognuno farà la propria parte».
Ecco il punto, che monsignor Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, spiega così: «A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunità cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell’usura, del pizzo, del lavoro nero».
Ma c’è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: «Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un’idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti».
Mogavero teme che la Chiesa diventi icona dell’antimafia: «Tanto c’è la Chiesa che parla. È quello che mi dà più fastidio. Ma anche al nostro interno funziona così. Ci sono preti e laici contenti perché parlano i vescovi. E loro?».
Riprende l’autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: «Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile «collusione» deve far riflettere anche nelle nostre comunità».
Il vescovo di Mazara propone una via: «Basta con le prese di posizione ovattate. Ogni comunità, ogni parrocchia, ogni diocesi scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari. Però, bisogna essere pronti a pagare di persona». Montenegro sostiene che qualche provocazione può favorire la riflessione: «Io non ho messo i Re Magi nel presepe, spiegando che sono stati respinti alla frontiera come clandestini. È servito alla gente per rendersi conto in quale Paese stralunato dall’ossessione per la sicurezza stiamo vivendo. Proporrò di abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto, se poi nessuno denuncia, e la cultura mafiosa è l’unica ammessa».
Spiega Morosini: «La nostra gente deve tornare a essere protagonista. E si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi». Il vescovo di Locri ha partecipato a una manifestazione contro la soppressione di 12 treni: «Proteste inutili, perché manca un progetto per la Locride. La nostra classe politica è inadeguata. Nel documento c’è una frase su questo tema. All’assemblea dei vescovi avevo chiesto di dedicare un capitolo intero». Morosini non accetta le critiche sull’azione troppo debole della Chiesa: «L’azione del vescovo Bregantini non può essere dimenticata. Di altri non parlo. Ma, forse, bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida». Da Famiglia Cristiana (n° 11/2010) per leggere l'articolo per intero clicca qui

giovedì 24 dicembre 2009

Natale: oltre la fiaba

Natale con gli occhi di un bambino (Niki)
Solo alcuni spunti dalle letture bibliche di questo tempo di Natale…
Sono i testi lasciati dai profeti o dai “testimoni” più vicini e più interessati ai fatti narrati, ma anche per loro si tratta di eventi già ricevuti dai testimoni diretti e celebrati da una comunità credente ed orante che vi ha scoperto e vissuto un incontro vivificante, e l’ha tramandato fino a noi. Natività, Epifania, Risurrezione, sono dei fatti (o la condensazione simbolica di vari eventi) che sono collocati in un determinato luogo e in un tempo preciso, come momenti intensi della Rivelazione. Ma il loro senso è questo: annunciano e propongono al credente un legame indissolubile tra l’umano e il divino, tra il mondo della storia e quello del mistero, e non possono essere accostati se non da una mente e da un cuore che ne accolga questo loro segreto storico e metastorico, terreno e celeste, legato al tempo e allo spazio, ma insieme trascendente queste due dimensioni. La prima di queste – la banale vita quotidiana – ci è facile e naturale, ma talora pesante e insoddisfacente. L’altra, tormenta l’uomo da quando ha memoria della sua presenza sulla terra. Per fargli superare questo limite e penetrare territori che ci sembrano più sperati che sperimentati, nell’ostinata sfida all’impossibile: vedere, sentire, toccare, capire cosa c’è al di là … dei nostri limiti e delle nostre misure.
Allora la Bibbia ci appare come il racconto di tanti testimoni che hanno visto questo raccordo tra la loro storia e l’impossibile, che hanno ascoltato e intrasentito la mano di un “dio” che li accompagnava sul crinale dell’ulteriorità incredibile e inaccessibile. La creazione, la promessa nel paradiso fallito, la malvagità umana autodistruttiva e l’arcobaleno di Noè, la fecondità del vecchio Abramo, la lotta di Giacobbe con Dio, la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del Faraone, la trasformazione del cuore di pietra in cuore di carne … sono i passi impossibili a cui l’uomo è stato chiamato da colui che “
dà la vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rom 4,17). Allora, nel Natale, così diversamente raccontato dai vari testimoni, sta comunque il cuore della storia, cui tutta la creazione anelava. Natale vuol dire che la meta e, insieme, il centro propulsore di questo inarrestabile flusso dell’amore creativo di Dio è adesso il seno, anzi prima il cuore, di Maria. E anche lei sa, come racconta il vangelo di Luca, che è impossibile ciò che le è annunciato – eppure si consegna, perché nulla è impossibile a Dio! A Natale, la Parola non è solo la metafora per indicare il legame di benevolenza gratuita del Padre con tutto ciò che lui fa esistere. Non è solo la sua sorprendente decisione, libera e amorevole (cioè non prodotta da necessità fisica o psichica o morale) di cercare il consenso e la gioia dell’umanità: rallegrati, Maria! La Parola stessa, nella sua passione di incontro con l’uomo, si fa seme e diventa bimbo d’uomo nell’inimmaginabile assunzione o impregnazione divina di un germoglio di carne umana. “Il verbo si è fatto carne!”. E la verginità è il timbro della suprema libertà di Dio da ogni legge di necessità. Nella catena dei miliardi di natali umani, un Natale impossibile, incredibile… che tacitamente sconvolge tutto. Tanto impossibile che, per non esserne accecati, i cristiani ne hanno fatto una favola, ormai così innocua, che viene anestetizzata nei tanti festeggiamenti natalizi commerciali, coloriti di simboli o fantasie le più disparate.
La fede che questi testi rivelano e domandano è tutt’altro: spinge il discepolo di Gesù a riscoprire sempre daccapo il rapporto faticoso tra libertà e necessità, invitandolo ad entrare nella dinamica assiale della storia della salvezza: possiamo svincolarci dalle catene delle necessità istintuali? liberarci dall’io, che ci fa fare quello che non vogliamo? della cultura dominante e dalla sua logica di competizione e sopraffazione? è possibile o è impossibile convertirsi all’amore, come nuovo motore potente ed insieme inerme della vita? Noi sappiamo per adesione umile all’obbedienza della fede, che è un regalo capirlo e tanto più riuscire a praticarlo. Che dunque è presunzione pensare di imporre questa fede, di esigerla e tanto meno di condannare coloro che si ritraggono … nella esperienza dolorosa dell’impossibilità! Luca premette al suo Vangelo l’esempio dei semplici e degli umili, direttamente coinvolti dalla disponibilità della loro adesione: Maria, Elisabetta e i loro due bimbi, il sacerdote ammutolito, i parenti e i vicini, i pastori… umili e ignari testimoni del mistero fondamentale della fede cristiana: il Natale! Il primo atto cristiano (continuamente primo – a cui cioè bisogna tornare per ricominciare, senza stancarsi mai!) è quest’adesione del cuore alla fede. Nell’affidamento di sé alla “parola”, il Natale ripropone la sua scansione di salvezza: non temere, il Signore è venuto e viene! in questo bimbo ti riempirà di vita, e coinvolgerà gli altri attorno a te! La nostra speranza è una Vergine gravida dell’impossibile, ultimo (o primo) anello di una successione infinita di uomini e donne, che hanno creduto e si sono affidate. E camminano nella esperienza della fatica e della gioia di seguire la luce in un mondo ottenebrato.
L’obiettivo di ogni annuncio, di ogni manifestazione della Parola è la proposta di amore e di vita che c’è dentro, certo, ma è raggiungibile solo attraverso l’obbedienza della fede: questo è il dinamismo di fuoco a cui siamo chiamati – questo è la consegna di sé … al presepio. Ogni altro aspetto di culto o di ascesi, di dottrina o di sacramento, di magistero o di sacerdozio è strumento e mezzo per riconoscere, entrare in contatto, accogliere questa “grazia”, cioè il regalo del Natale di Gesù! l’inaspettato accesso all’impossibile che ci mette allo sbaraglio, ci provoca allo sbilanciamento di fronte agli accadimenti che non sono adeguati alle forze dell’uomo. Ecco perché lo annunciano gli angeli! E annunciano che non siamo più servi, ma amici e figli di Dio. Annunciano che adesso è possibile “il divino in noi”… il perdono (nessuno può perdonare i peccati se non Dio solo); il corpo e sangue di Dio in materia cosmica per nutrire il credente (come può costui darci la sua carne da mangiare?); l’amore ai nemici (fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico), il coinvolgimento coi poveri (di essi è il Regno dei cieli – sono “in società” con Dio!); la “necessità salvifica” della chiesa, pur fatta più di peccatori che di santi (su di te fonderò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa!)…
… è questa la dinamica evangelica che dice cosa succede a noi la notte di Natale – ogni notte di Natale. In proporzione alla nostra libera trepida adesione, il mistero diventa di un’attualità assoluta nell’intimo dei noi stessi e nella chiesa, che è il segno levato tra le genti… un segno difficile a dirsi a noi stessi, cui si può solo consegnarsi. Ed immediatamente avviene che questo mistero ci spinge fuori da noi stessi per trasformarci progressivamente, per ottenere maggiore coinvolgimento delle nostre facoltà, della nostra conoscenza e delle nostre opere (con quanta resistenza e fatica e rifiuti… lo registra la segreta biografia spirituale di ognuno)
… quello che conta è il momento di fede che avremo vissuto nella nostra vita e la capacità di accumulare, di condensare atti di fede, magari piccolissimi, uno dopo l’altro, giorno per giorno, che rendono sempre più attuale e sconcertante la proposta di questo misterioso “incontro” che abbiamo in cuore … Sbilanciamenti di fede che ci fanno di nuovo ripartire come i pastori, in base a quel poco di luce nelle tenebre. Ci fanno vedere la verità del segno (un bimbo nella mangiatoia …). La luce poi non c’è più, o è intermittente, ma c’è la consapevolezza che… era vero, una consapevolezza presto sola, sostenuta soltanto dalla conferma umile che scaturisce dall’ascolto docile della Parola. Allora noi che abbiamo creduto al Natale dovremmo risplendere … anche nelle nostre opere. E invece possiamo trascorrere tutta la nostra vita in una posizione scomoda, tra la fede che illumina nella mente la venuta del Signore e la sua proposta evangelica, e le nostre opere che non splendono affatto. Non si deve per questo scoraggiarsi e consegnare le armi. L’incontro di fede che ci ha cambiati dentro rimane ed è irreversibile. La fatica di questa fedeltà incompiuta, perseguita in modo onesto e leale, per quanto poco fecondo… forse non dipende del tutto da noi. È partecipazione misteriosa alla renitenza delle tenebre ad accogliere la luce, è accompagnamento al doloroso cammino dell’umanità ad accogliere un Dio che nessuno ha mai veduto, ma del cui amore il suo figlio unico “ci ha raccontato”! E ci ha irrimediabilmente contagiato.

giovedì 3 settembre 2009

La liberazione dal male, impedimento alla nostra amabilità

Dopo il duro scontro, che il vangelo di domenica scorsa (XXII del tempo ordinario B) presentava, tra Gesù e i farisei, il testo riporta l’annotazione per cui Gesù, «partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse» (Mc 7,24).
Gesù cioè, di fronte all’ennesima controversia con i suoi oppositori e di fronte all’ennesima conferma della durezza e ipocrisia dei loro cuori, sembra volersi ritirare in luoghi stranieri per starsene un po’ solo. Non vuole infatti che nessuno sappia della sua presenza.
Ma – come gli era già successo in occasione della moltiplicazione dei pani (cfr Mc 6,30-34), quando, volendosi ritirare in disparte coi suoi discepoli, era invece stato seguito da una grande folla – anche qui il suo intento sfuma: una donna siro-fenicia prima (Mc 7,25-30) e un sordomuto poi (Mc 7,31-37, che è il brano odierno) gli si pongono sul cammino e lo sollecitano a uscire dal nascondimento in cui Egli invece avrebbe preferito, per un poco, restare.
Anche in questa occasione, come con la folla a cui poi aveva moltiplicato il pane, Gesù non reagisce malamente, non rifiuta l’incontro per seguire il suo (giusto) desiderio di starsene un po’ in disparte, non riesce a «stare nascosto» (Mc 7,24); anzi, proprio come allora, quando si era intenerito perché tutta quella gente gli era apparsa come pecore senza pastore, anche qui in Gesù ciò che viene immediatamente a coscienza è la com-passione, è il lasciarsi interpellare dall’altro che gli si fa incontro, è il lasciarsi coinvolgere nella sua storia e nella drammatica della sua vita.
Nonostante dunque il bisogno di stare in disparte, ingeneratosi in lui dalla discussione coi farisei, nonostante il suo desiderio di essere lasciato in pace, Gesù di fronte alla donna pagana con la figlia malata e al sordomuto che gli portano – di fronte cioè ai piccoli dell’umanità – non riesce a non farsi intenerire e entrambe le volte fa ciò che gli chiedono.

In questa rapida analisi di come ha “funzionato” in quelle occasioni la libertà di Gesù, di come cioè Lui si sia determinato di fronte alla storia che anche a Lui, come per ogni uomo, veniva incontro, accadendo, e ponendolo in una situazione di originaria passività, emerge un tratto dell’interiorità di Dio davvero inedito.
La rivelazione di Dio infatti, la rivelazione cioè di chi Dio sia, cristianamente parlando coincide con la libertà storica attuata dall’uomo Gesù, perciò questo Suo modo usuale di reagire di fronte ai piccoli della terra, non è solo un bell’esempio posto perché noi lo seguissimo, ma molto più radicalmente è il “funzionamento”, fatto narrazione, delle viscere del Padre.
E le viscere del Padre sono allora quelle che, di fronte all’uomo che si ritrova in una situazione di dis-umanizzazione, si lasciano intenerire e promuovono una reazione di liberazione.
E questo è molto consolante soprattutto se si ha il coraggio di guardare la realtà con occhi disincantati e rendersi conto che non c’è uomo o donna sulla faccia della terra che in ultima analisi non sia e si senta questo “piccolo dell’umanità” verso cui il Signore prova com-passione.
La storia del mondo sembra raccontare altro: sembra parlare di grandi uomini, forti e impavidi, potenti e grandi, riusciti e risolti, ma è solo la storia di una finzione; la finzione degli uomini – di ogni uomo e anche nostra – di essere capaci di gestire questa nostra misteriosa storia, che proprio perché tritura tutto quanto c’è di umano (se non altro perché tutto va a finire nella tomba) ha bisogno di essere dominata, con i soldi, che illudono il ricco di comprare la felicità, il senso, la vita; con la violenza sugli altri, che illude il potente di sottomettere tutto a sé; con l’intelligenza ordinatrice, che illude lo scienziato di incasellare e prevenire e governare il misterioso futuro che gli si fa incontro; con la religione, che illude il pio di orchestrare l’imprendibile reale in categorie di necessità; con la morale, che illude l’uomo retto di interpretare il mondo secondo la retribuzione; ecc…
L’intima verità di ognuno racconta invece di un’altra storia: quella dei nostri tentativi sempre precari di costruirci un poco di felicità; della sempre ritornante frustrazione per l’incapacità di tenere in mano la vita; dell’infedeltà e inconsistenza che paiono definirci più di ogni altra cosa; delle speranze d’amore e del faticoso cammino per arrivare anche solo a capire l’altro; della paura di morire e della depressione di un’incompiutezza mai colmata…
Ma mentre questa realtà povera (che è la nostra verità più intima), in noi ingenera tutta una serie di meccanismi consci e inconsci di censura, di tentativi di nasconderla e nascondercela, e di manovre per superarla, vincerla, o per lo meno per far sì che gli altri non la vedano, dal Signore è guardata con altri occhi.
Noi infatti vorremmo dimenticarci della nostra miseria o riuscire a sconfiggerla perché essa ci pare sempre un ostacolo alla nostra amabilità (che è come dire: alla nostra sopravvivenza). E questo nasce da una constatazione giusta: il male è male; essere sordomuti o ciechi o handicappati o malati o infedeli o egoisti o permalosi (ecc.. ecc… ecc…) è male; è dis-umanizzante; e dunque va combattuto con tutti i mezzi in nostro possesso. Ma non ci rende meno amabili.
Qui sta lo scacco tra il nostro pensiero e il pensiero di Dio, tra il funzionamento delle nostre viscere e il funzionamento delle sue: l’essere affetti dal male (subito o commesso) non rende l’uomo meno amabile. Non perché Dio non riconosca quello come male (Gesù guarisce la figlia della siro-fenicia e guarisce il sordomuto) ma perché non lo identifica con un impedimento per il suo amore.
A noi questo atteggiamento sembra paradossale: noi abbiamo infatti stampata dentro la legge della sopravvivenza, la legge della vittoria del più forte, del mors tua vita mea; l’altro è concorrente, nemico, rivale “per forza”, cioè “di necessità”, altrimenti io muoio. E così cresciamo e possiamo rimanere nella vita, eliminando chi ce la minaccia. L’essere affetto dal male (fisico o morale) in questo meccanismo è dunque un grande impedimento. Nella lotta per la sopravvivenza, nella lotta per l’amabilità, chi è affetto dal male è “fuori gioco” in partenza: ecco perché censuriamo il nostro male e escludiamo chi ne è toccato.
Ma Dio non ha da fare questa stessa nostra lotta. Ecco perché può “funzionare” diversamente: perché può parlare di amore per i nemici e morire perdonando chi lo uccide.
Se ci fermassimo qui… sembrerebbe però che per noi è impossibile entrare nella logica del Padre, amare come Lui, guardare a noi stessi e guardare agli altri con i suoi stessi occhi… Abbiamo constatato infatti – ognuno lo sa sulla sua stessa pelle – che ci è impossibile da noi stessi uscire da quel nostro male che ci affligge, da questa legge del più forte che, se ci ha portato a sopravvivere fino ad ora, lo ha fatto chiedendoci di nascondere l’insuperabile male che è in noi.
Invece non ci fermiamo. Perché il vangelo di oggi, oltre a delineare la diversità del funzionamento delle viscere di Gesù dalle nostre, mostra anche dell’altro: Gesù libera dal male la figlia della siro-fenicia e, in maniera letterariamente somma, libera dal male il sordomuto. Dichiara cioè che il male insuperabile per l’uomo, è vinto in Lui, è cioè squalificato come ostacolo serio all’amabilità: dopo Gesù nessuno potrà più dire che il male di cui è affetto l’uomo è un impedimento per il suo rapporto con Dio, con la Vita, con il senso.
Come diceva un amico francescano: “Gesù non guarisce tutti i ciechi della terra, ma ogni cieco della terra può chiamare Dio col nome di Padre”.
Alle soglie del ricominciamento del vortice produttivo, efficientistico e sclerotico della nostra vita post-estiva, che semplicemente il male lo estromette (cioè lo mette fuori) perché nella lotta per la sopravvivenza e per l’amabilità è perdente, questo annuncio evangelico coglie proprio nel segno: ci invita infatti, nel ripartire, a farlo secondo quella liberazione dall’ostacolo del male alla nostra amabilità, che sola ci permette di vivere senza bisogno di uccidere.

giovedì 5 febbraio 2009

Spacciatori di Paura!

I medici dunque potranno denunciare gli stranieri irregolari. Il Senato ha approvato l’emendamento presentato dalla Lega, primo firmatario il capogruppo Federico Bricolo, che cancella la norma secondo cui il medico non deve denunciare lo straniero clandestino che si rivolge alle strutture sanitarie pubbliche. (CorrieredellaSera)...

Non ci sono parole davanti a una notizia del genere... a questo punto tutto è possibile: siamo ormai alla versione beta del sistema totalitaristico italiano... la programmazione è oramai allo stadio avanzato...
Fa specie che solo ieri davano la notizia della scoperta della morte, avvenuta nel '92, di Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio (CorrieredellaSera)... e ora qualcuno in parlamento pensa bene di riesumarlo, certo non siamo ancora al «dottor morte» ma al «dottor giuda» eppure la logica di fondo è la stessa: il medico non è più al servizio del malato, dell’uomo, né si badi bene è al servizio dello Stato, inteso come «bene comune», no! Il dottore, in entrambi gli schemi è sempre servo di un'ideologia: di una particolare filosofia della politica, dell’uomo, del cittadino, dello Stato!...

A questo punto tutto è possibile, ripeto, se non ci sarà una reazione forte, dura, senza possibilità alcuna di mediazione: queste idee si infiltreranno nelle nostre menti e nei nostri cuori e non ci lasceranno mai e inquineranno lentamente ma inesorabilmente ogni nostro agire, ogni nostro pensare, persino ogni nostro pregare...
Chi pensa che io stia esagerando lo invito a riflettere sulle dinamiche della paura. Questa legge, come molte altre scellerate, nascono da una paura, poco importa chi o che cosa la generi... paura della miseria, paura di essere aggrediti, paura di diventare minoranza a casa propria, paura di avere paura... Ma la paura è un sentimento incontrollabile, che attanaglia, che non molla la presa, che come un fiume in piena non si ferma mai e ci rende schiavi (cfr Ebrei 2,14ss). Quando coloro che se ne lasciano guidare si accorgeranno, che nonostante tutte queste norme, nonostante i militari nelle strade, le ronde tra le case, i campi di raccolta profughi, le espulsioni, gli arresti, la levitazione dei costi per una permesso di soggiorno, l’ondata migratoria non solo non diminuirà (troppo grande è la disperazione che neanche il rischio della morte in mare li ha finora fermati), ma diventerà ancora più caotica (proprio a causa anche di queste norme: perché spingerà il clandestino a «criminalizzarsi» per sopravvivere), si apriranno orizzonti ancora più drammatici e allora le ultime resistenze morali crolleranno davanti a una paura che si trasformerà in terrore...

Spero vivamente che a questo punto ci sia una protesta forte e chiara da parte della Chiesa, come istituzione, come gerarchia, come Popolo di Dio, nei movimenti, nelle parrocchie… E che non si limiti solo alle parole, ma che agendo con tutti i mezzi che la forza del Vangelo consente, davanti a un pensiero disumano che sta corrompendo sempre più radicalmente le nostre e altrui vite, si facciano promotori di un annuncio di liberazione autentica che attraverso soluzioni concrete ci guidi ad attraversare con coraggio le acque minacciose di una storia che sembra ci stia sommergendo...
Non possiamo più stare a guardare che ci uccidano anche l’anima!

giovedì 18 dicembre 2008

La camorra tocca tutti


Repubblica.it: Contro la camorra "il governo potrebbe fare di più: è stato importante mandare i parà, perché bisognava rispondere con un piano militare ma questo non basta assolutamente: c'è ancora tanto da fare e le risorse ci sono". Roberto Saviano torna a ribadire le sue idee sulla criminalità organizzata intervistato questa mattina su Radio3 da Massimo Giannini, spaziando dall'inchiesta sugli appalti a Napoli alla riforma della giustizia.

La battaglia sulla criminalità. Gli scontri tra studenti di destra e di sinistra sono "vecchi" e fanno solo il gioco di chi vuole deviare l'attenzione dalle questioni vere, in primo luogo da quella della criminalità ha spiegato Saviano che nel pomeriggio incontrerà gli studenti dell'università Roma Tre dopo la proiezione la proiezione del film di Matteo Garrone tratto dal suo libro. "Forse tra le nuove generazioni si sta parlando alla questione criminale in maniera diversa - ha sottolineato Saviano parlando a Radio3 - Sento tantissimo la deideologizzazione. Io parlo ai giovani. Ai giovani di destra come ai ragazzi di sinistra o a ragazzi semplicemente che non hanno alcun tipo di posizione. E l'idea di andare a parlare all'università, anche se sono stato invitato dall'Onda, era quella: poter parlare a tutti e non solo a una parte, perché la battaglia sulla criminalità è una questione che viene prima di tutto".

La mafia non riguarda solo centrodestra. Parlando della bufera scoppiata al Comune di Napoli, Saviano non è sorpreso. "E' da tempo che, soprattutto nel Sud Italia, queste connivenze sono state denunciate: io stesso e molti altri, sull'Espresso e su Repubblica, abbiamo scritto di questa sorta di connivenze, di questa assoluta percezione sbagliata di credere che il male stia solo dall'altra parte, che la mafia sia una cosa che riguarda solo il centrodestra".

"Detto questo - ha aggiunto l'autore di Gomorra, - mi sento di dire che non può essere utilizzata inchiesta per criminalizzare un'intera parte politica, dell'una o dell'altra parte. Ma credo che una cosa da fare, finalmente, sia prendere le distanze da certi meccanismi imprenditoriali", che "sono di periferia, sembrano lontani da Roma, ma in realtà incidono tantissimo".

Il rapporto tra politica e crimine. Più in generale, rispondendo a una domanda sugli sviluppi dell'inchiesta Global service, Saviano ha spiegato che, a suo giudizio, "oggi il rapporto tra politica e crimine è diverso rispetto a Tangentopoli e alla Cosa Nostra del maxiprocesso. Oggi le organizzazioni criminali determinano gli equilibri politici come potrebbero determinarli la Microsoft, la Bmw o la General Motors. Al di là di quella che può essere la mazzetta al singolo politico o consigliere comunale, indipendentemente dalle scelte individuali di corruzione, le organizzazioni criminali riescono a condizionare il clima politico attraverso il loro potere economico".

Riforma della giustizia. Roberto Saviano segnala il rischio che l'annunciata riforma della giustizia "venga utilizzata per rendere più complicate non tanto le inchieste antimafia, quanto la possibilità di arrivare ai livelli economico-finanziari della criminalità organizzata". "Tutti i boss che usano lo strumento militare, che uccidono - ha spiegato Saviano parlando con Massimo Giannini - prima o poi vengono eliminati o finiscono in galera, ma sanno benissimo che la morte è una parte necessaria del loro mestiere. Il vero problema è arrivare al livello economico, a quei personaggi che entrano in relazione con le organizzazioni criminali, ma senza farne parte o partecipare alle operazioni di sangue".

Per l'autore di Gomorra, dunque, il "rischio è che con un determinato tipo di riforma della giustizia e con gli attacchi alla magistratura si tenda a voler chiudere la partita con l'imprenditoria criminale, impegnandosi soltanto nella cattura dei criminali. Ma preso uno ne spuntano altri dieci, anche perché le organizzazioni mafiose non hanno il monopolio, i capi non durano 40-50 anni come i politici, le nuove generazioni prendono continuamente il posto delle vecchie".

mercoledì 22 ottobre 2008

Grazie a te, Roberto!

GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà.
Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l'appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.
Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev'essere vista disgiunta dall'operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall'impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata.
Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine - i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano - possano essere finalmente arrestati.
Grazie all'opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.
Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto. Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d'Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne.
Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.
Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po' meno sole, un po' meno invisibili e dimenticate.
Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.
Grazie a chi mi ha difeso dall'accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.
Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.
Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell'informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.
Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti. Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante.
Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.
Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.
Grazie ai professori delle scuole che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe.
Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie.
Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.
E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo. Eppure Cesare Pavese scrive che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". Io spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi.
Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più - dopo questa esperienza - un'entità geografica, ma che il mio paese è quell'insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare. Grazie.

domenica 27 gennaio 2008

In principio… disse loro: “seguitemi!”

Arrestato Giovanni … Gesù cominciò a predicare!
C’è un raccordo di contiguità e discontinuità insieme – di compimento e diversità radicale tra Giovanni e Gesù. Le prime comunità cristiane hanno rilevato l’enorme importanza di questo legame, ed hanno scoperto così la novità assoluta di Gesù. La novità consiste nel tenere insieme una duplice polarità: il radicamento profondo nella tradizione e nella storia concreta degli uomini (l’incarnazione!), da una parte, e dall’altra il fermento esplosivo del suo messaggio e della sua efficacia nella condizione dolorosa ed oppressa della gente (liberazione o redenzione!). Questa è la forza propulsiva, umile ma incoercibile, del minuscolo seme di amore che il Padre lo ha mandato a seminare nel mondo…
Anche la comunità di Matteo rilegge a questo modo gli “inizi” di Gesù! Dopo l'arresto di Giovanni. Gesù cambia paese, casa, modo di vita. Come se, dopo il battesimo e le tentazioni nel deserto, gli premesse ormai in cuore in modo incontenibile l’urgenza della sua missione tra gli uomini… per riprendere la fiaccola della speranza, oscurata nella prigione del Battista, dove è stato messa a tacere la voce più forte di tutti i cercatori di Dio della storia biblica. In questo breve racconto è condensato ciò che la comunità di Matteo ha capito e vissuto nel suo primo impatto con la fede evangelica. Questo è il piccolo trattato di teologia del cominciamento della chiesa, non semplicemente degli inizi della chiesa storica. È l’inizio della chiesa di sempre – di cui diceva Gesù stesso: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (18,20).
Per capire il comportamento nuovo e originale di Gesù, che si sposta dal centro religioso e cultuale della Giudea alla Galilea delle genti, i discepoli sono andati a studiare le profezie dell’esilio, il tempo della distruzione e dispersione di ogni istituzione religiosa, ma anche il tempo del ricominciamento della fede. E le profezie antiche illuminano la storia presente: Gesù è andato a stare tra quelli che più di altri abitavano in terra tenebrosa… che dimoravano in terra e ombra di morte… perché è lui la luce! perché lui è il ricominciamento: In passato il Signore umiliò…, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare!
"Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino"
L’annuncio di Gesù è lo stesso del Battista, perché per tutti e due la disponibilità a “cambiare mentalità” è la premessa necessaria ad ogni conversione. Ma per Giovanni questa è la fine del suo messaggio e della sua missione di precursore. Per Gesù questo stesso annuncio è un’apertura, è l’inizio. Perché in Gesù il Regno non solo si fa prossimo, ma comincia “a camminare”. É lui il Regno, è lui la presenza salvatrice del Padre nella storia quotidiana degli uomini! Ecco perchè non chiama la gente nel deserto ma neanche nel tempio …È lui che va dove la gente vive: sul lavoro, nelle case, per le strade, nei villaggi… nelle loro sinagoghe (di sabato!) : Gesù “va attorno per tutta la Galilea”: e cosa vede? Vede nel cuore degli uomini e della società il conflitto tra una realtà dura e pesante da portare e la spinta vitale di una speranza che non riesce a farsi strada, perchè sottoposta al giogo che l'opprimeva, alla sbarra che gravava le sue spalle e al bastone del suo aguzzino… Proprio perché Gesù va dove l’uomo vive (sul lavoro, nella famiglia, nella società e nelle sue istituzioni) tocca con mano che la gente fa fatica, è a disagio, al buio… e vede gli uomini che dimorano in terra e ombra di morte. L’ombra di morte è la paura, e la paura nasce nel cuore man mano che la speranza deperisce, senza che una luce rischiari le tenebre in cui ci sentiamo immersi… Ma, ecco la buona notizia: una luce ha fatto irruzione nell’ombra! I primi discepoli ne hanno un ricordo vivissimo, con alcune caratteristiche ‘mitiche’ della loro esperienza appassionata di chiesa nascente.

  • “Venite dietro a me!” È Gesù che raduna i discepoli con il fascino di una Parola sicura, neanche ancora spiegata, ma talmente carica di forza determinata e serena, che sembra non ammettere replica alla chiamata. Con/vince dal di dentro! Con questa stessa parola li costituisce “seguaci”: “venite dietro me!” Questa chiamata gli rimodella l’anima: diventa lo statuto definitivo della loro vita. Lo capiranno più tardi, dopo averlo seguito, amato e anche rinnegato, che ‘esser suoi discepoli’ (venite dietro di me!) vuol dire una consegna assoluta: niente mai più anteporre a Gesù!
  • La coesione de gruppo è la chiamata stessa di Gesù! I discepoli arrivano a lui in modo diverso, talora indicati per nome, talora contagiandosi reciprocamente, ma è sempre il suo sguardo e la sua parola che inserisce questo rapporto personale nel cuore di ognuno e li collega in una comunione inscindibile, perché non fondata su un proposito o una scelta o una promessa o un obbligo morale, o un’amicizia anche se contiene un poco di tutto questo : ma è una misteriosa appartenenza a lui, che il suo sguardo di predilezione ha seminato in loro! E che Parola ed Eucaristia nutrono e confortano…
  • Le sue parole sono vere – e si ripetono in noi! Già dai primi passi un fuoco (il fuoco degli inizi) s’accende nel cuore dei discepoli. Ma ci vorranno anni perché lo capiscano e soltanto la sua morte e risurrezione (con il dono del suo Spirito) li renderà veramente capaci, a loro volta, di infiammare la gente, divenire a loro volta pescatori di uomini – e quindi finalmente capire dal di dentro la sua missione e il suo Spirito. Ma fin da queste primi inizi, il fuoco c’è già. Ognuno prova il sussulto interiore per il “verificarsi” già adesso di frammenti di una speranza nutrita da sempre. Gesù operava quel che diceva: alla sua parola, al suo tocco, al suo sguardo le miserie, le malattie e i peccati degli uomini guarivano. La sua azione non si esauriva in un invito, in un rito di penitenza, tanto meno in una condanna del peccatore… Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Questo è l’elemento fondamentale della novità di Gesù, rispetto agli scribi, ai sacerdoti, ai profeti precedenti. Una capacità mai vista di insegnare, consolare, guarire … in ogni incontro: dopo anni di parole sterili, dopo una vita di tentativi inutili. Quando già la speranza sta spegnendosi, ecco scoccare il contatto, una scintilla nuova tra speranza e verità, tra utopia profetica e realtà storica. Questa è la novità “cristiana”, e i testimoni sono stupiti perchè gli elementi della natura, gli spiriti e i demoni, le malattie e la morte gli obbediscono!
    Gesù non ci ha lasciato in eredità questo potere nei suoi aspetti miracolosi, i quali, del resto, anche per lui sono soltanto ‘segni’ della sua vera Signoria di amore sulla storia e sulla natura. È questa Signoria inerme che anche a noi ha donato con il suo Spirito (At 1,8). Ora niente può più farci del male, perché in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rom 8,37). Ogni suo seguace diventa discepolo quando sperimenta di essere a sua volta pescatore dei suoi fratelli: testimone della gioia dello spirito quando qualche piccolo, malato, ferito, soggiogato dalla paura, è preservato dal male, davanti ai nostri occhi!.

Una tiepida chiesa alla ricerca di poteri fittizi…
…a guardarci allo specchio noi cristiani di oggi! alla luce di questo fervore della chiesa evangelica nascente, risalta ancor di più la stagione ecclesiale stanca e triste, che stiamo vivendo, almeno in occidente.
Noi somministriamo alla gente “cristiana” soprattutto sacramentalizzazione, precetti morali, inquadramento ideologico… E siccome la gente ci segue sempre meno, siamo spesso in atteggiamento agguerrito e aggressivo per difendere o recuperare spazi, istituzioni, leggi o radici … e renderle più cristiane. Illudendoci che queste poi preservino la fede. È il metodo inverso di quello evangelico. E qui sta il nodo dirimente della nostra tentazione ecclesiastica! Il potere, pur ricercato per ‘fini buoni’, di natura sua vanifica la croce di Cristo, perché la croce non è un incidente di percorso, ma la “necessaria” conseguenza di aver rinunciato ai mezzi del potere, sbilanciandosi del tutto per l’amore gratuito. Ma non riusciremo a rinunciare davvero al potere se non assaggiando un’altra gioia più grande … Nel vangelo, invece che i verbi sedentari di possesso o di conquista, predominano i verbi di movimento, di missione. Gesù si sposta continuamente e mette in moto altri discepoli, semplici, umili, ignoranti, laici, uomini e donne (cfr Lc 8,1-3 – il corrispettivo del nostro testo). La sua proposta è coinvolgimento profondo dei cuori, anzitutto. Poi è paziente e costante trasformazione delle idee su Dio Padre, se stessi, gli uomini, la storia… Poi è esperienza viva di rinascita interiore e comunitaria di pacificazione delle relazioni, almeno nei barlumi di speranza che si accendono nell’ombra della paura … per sanare gli incubi di panico che crescono dove non c’è più speranza viva.
Solo ripercorrendo il cammino della chiesa nascente ci riappassioneremo… al seguito di Gesù!

~~~~~~

…Padre, credo che mi capisca…
sono stata ferita al cuore, bruciata al cuore.
È una ferita ed è un fuoco.
Sono sicura che un giorno il Signore mi abbia accordato
una piccolissima scintilla dell’amore del suo Cuore
e che questa scintilla ha acceso il braciere.
E allora non ne posso più, perché nessun cuore umano è fatto a questa misura.
Non può contenere tutto questo amore.
Padre, sogno l’amore, ma un amore
come non l’ho ancora visto spiegare in un libro,
soprattutto come non l’ho visto mai raccomandare nei consigli alle religiose,
un amore che sia insieme divino e umano.
Sogno che si possa donare tanta tenerezza a tutti,
una tenerezza che sia così divina, pur uscendo da un cuore umano,
da non portare con sé fatalmente il disordine dei sensi.
Perché, padre, non è possibile amare ardentemente e insieme con purezza?
Crede che sarebbe realizzabile?
Se ci provassimo prima noi
e poi insegnassimo a tutte le piccole sorelle a dilatare il cuore?
Per quale motivo, per il fatto di essere religiose, dovremmo chiudere il cuore
anziché aprirlo di più. Non solo nel fondo, ma nell’espressione?
Le assicuro che il mondo ha bisogno di amore.
Vorrei potere amare tutti gli essere umani del mondo intero.
Vorrei mettere una scintilla di amore in ogni angolo del mondo:
in Egitto, in Brasile, presto in Giappone.
Basta una scintilla ad appiccare incendi nei boschi della Provenza.
Perché non dovremmo creare bracieri nel mondo intero?
Passando a Saint-Fons ho visto tutte le ciminiere delle fabbriche
e ho pensato che un giorno vi manderò delle piccole sorelle.
Passando a Péage de Roussillon,
ho visto il quartiere operaio delle fabbriche del Rodano
e ho pensato che anche là manderò delle piccole sorelle…

Padre, ci vogliono dappertutto focolai di amore!...

Parigi, 21 ottobre 1947

[Magdeleine, Il padrone dell’impossibile, PM, Casale M. pp.199]

sabato 13 ottobre 2007

Un "frammento" dai nostri Esercizi Spirituali con P. Francesco Rossi de Gasperis


"…l’ultima realtà è soltanto il Signore Gesù. E questa signoria è così vera che io posso accettare tutti i superiori possibili e immaginabili, perché so che nessuno di loro è mio superiore: tutti sono segno e sacramento dell’Unico Re.

Servire Dio è regnare! Ma capire - d’altra parte -, come tutta la storia d’Israele ci insegna, che la regalità di questo Re ci chiede anche di vivere nella storia e quindi di obbedire a questi segni. (…)

Io posso sottomettermi a tutte le obbedienze in vista del Re e vivere nella Chiesa, nella famiglia di Dio, con una totale libertà perché la mia coscienza guarda LUI, non altri. Anzi – direi - che questa mia dipendenza dal Re, mi rende accogliente verso tutte le cose che incontro, verso tutte le cose più piccole e più, qualche volta, anche meschine, con il sorriso di chi sa che, oltre a tutte le apparenze, c’è LUI e che LUI non inganna nessuno.

…. Il Signore ha in mano la storia, il tempo, le cose che ci sono e quelle che ci saranno, quelle che stanno passando e quelle che passeranno.

..vivere nella gioia, nella pace, nella consegna di me a questo Re che è il Re dei re e il Signore dei signori e che mi insegna proprio che la regalità l’ha ottenuta attraverso la Croce. E dunque, non c’è nessuna croce che mi si possa presentare che non possa essere una via, una strada, per la libertà. Non c’è nessuna profondità – diciamo -, in cui io possa cadere, in cui non è già passato LUI.

Questo mi sembra – vedete -, il senso della Discesa di Gesù agli Inferi, che è un articolo della fede che forse non sempre capiamo bene che cosa vuol dire. Dire che “Gesù è disceso agli inferi”, significa che ha riempito l’abisso, che è passato dove nessuno di noi è più capace di passare perché già c’è passato LUI, che ha conosciuto la morte – soltanto Gesù, direi, è davvero morto, perché soltanto Gesù ha conosciuto una morte che nessuno ha redento per LUI; la morte di Gesù è incomprensibile per noi perché è morto di una morte non redenta e ha redento LUI la nostra morte -.

E dunque non c’è nessuna morte, nessuna croce in fondo, in cui LUI non sia già passato. E questo fa in modo che ogni croce che mi si presenta diventa un luogo di sequela di LUI che è andato avanti a me. E allora non c’è più d’aver paura della morte, non c’è più d’aver paura della croce, ma - come dicevo - anzi, ogni croce, anche la più nera può diventare la via della liberazione. Questo è tutto quello che hanno capito i martiri nella vita della Chiesa.

Sono alcuni pensieri da nutrire davanti alla Croce del Signore, sapendo che in questo modo LUI ha fatto giustizia, ma una giustizia del mondo che è anche la liberazione del mondo.

Cerchiamo, chiediamo, di vedere la concretezza di questo proprio nelle cose anche più piccole della nostra vita.

Dicevo che “Gesù resta sempre il bambino del Padre, che gioca davanti al Padre anche sulla Croce”: ci insegna anche LUI a giocare con le nostre croci.

Certe volte un modo di darci importanza è quello di dire, insomma, che stiamo soffrendo terribilmente, nella passione…relativizziamo: non c’è nessuna croce con cui non si possa giocare, proprio perché il Signore ha preso la Croce come suo trono.

E’ dunque con l’umorismo, se volete, di questo fatto, che, come dice il prefazio della Croce, colui che credeva di vincere con l’albero dall’albero è stato sconfitto – è stato sconfitto per la forza della Risurrezione che ha segnato l’ultima parola sulla morte, e quest’ultima parola è Vita, Vita che non muore più -.

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