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sabato 12 febbraio 2011
Ti amo...
postato da
Mario
Ci ho messo un po' a decidere se sopprimere definitivamente il post o mantenerlo. Poi ho deciso di mantenerlo per due ragioni: primo perché le riflessioni fatte e la bellezza del testo non vengono meno. Poi perché è una bella lezione di umiltà... Di cosa sto parlando? Semplice ho preso una "bufala" nel senso che il vero autore del testo è Fabio Volo. Precisamente la lettera è tratta dal suo romanzo E' una vita che ti aspetto, (2003). Il brano in questione si trova proprio alla fine del romanzo. A.M., da cui io l'ho preso col suo esplicito permesso (!) lo ha semplicemente reso al femminile e indirizzato al suo ragazzo. Io ho riportato adesso la versione "originale".
Tutto il male però non vien per nuocere. Dubito che avrei prestato tanta attenzione ad un testo tratto da un romanzo... Il "merito" di A.M. sta nell'avermelo calato nella realtà rendendo il testo, nell'immaginario personale ancor più suggestivo e pregnante. D'altronde è questo il vero modo di leggere un romanzo: "funziona" solo se si fa finta che sia vero...
Ti dico queste parole nel periodo migliore della mia vita, nel periodo in cui sto bene, in cui ho capito tante cose. Nel periodo in cui mi sono finalmente ricongiunto con la mia gioia.
In questo periodo la mia vita è piena, ho tante cose intorno a me che mi piacciono, che mi affascinano. Sto molto bene da solo, e la mia vita senza di te è meravigliosa.
Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi, intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché senza di te io sia infelice: sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più. Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te. Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? Più una persona sta bene da sola, e più acquista valore la persona con cui decide di stare. Spero tu possa capire quello che cerco di dirti.
Io sto bene da solo ma quando ti ho incontrato è come se in ogni parola che dico nella mia vita ci fosse una lettera del tuo nome, perché alla fine di ogni discorso compari sempre tu. Ho imparato ad amarmi. E visto che stando insieme a te ti donerò me stesso, cercherò di rendere il mio regalo più bello possibile ogni giorno. Mi costringerai ad essere attento. Degno dell'amore che provo per te. [...]
Da questo momento mi tolgo ogni armatura, ogni protezione [...] non sono solo innamorato di te [...], io ti amo. Per questo sono sicuro. Nell'amare ci può essere anche una fase di innamoramento, ma non sempre nell'innamoramento c'è vero amore. Io ti amo. Come non ho mai amato nessuno prima...
Non ho letto (ancora) il romanzo di F. Volo, ma trovo questo brano bellissimo.
Una dichiarazione d'amore che inizia in modo spiazzante con quel «…la mia vita senza di te è meravigliosa»: Che razza di dichiarazione d’amore può mai essere una frase del genere? Sembrerebbe più un voler prendere le distanze, un premunirsi da fallimenti futuri, quasi un insulto… L'autore se ne rende conto e, con un guizzo di genio non indifferente, apre a orizzonti nuovi: «… Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te», e ancora – spostando lo sguardo su di lui – «… Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? ». Cioè – sembra voler dire – proprio perché anche senza di te io sono felice, io voglio condividere questa felicità con te…
Non so voi, ma a me sembra che il discorso – che esistenzialmente nasce dal tentativo di sciogliere il nodo gordiano del comprendersi tra l’essere-con-sé e l’essere-con-te – è a dir poco sublime. E nelle poche parole dello slancio del cuore, fa una sintesi magistrale della ragione stessa, non solo dell’atto Creativo di Dio – il perché dell’esistente – ma di tutta la storia della Salvezza, dalla prima all’ultima pagina della Bibbia.
E facendo questo, come se non bastasse, spazza letteralmente via duemila anni di quella spiritualità cristiana (che davanti a questa scritto appare piuttosto un simulacro di spiritualità e per niente cristiana) che ha fondato la fede in Cristo e l’appartenenza a lui, sulla ricerca di “senso” alla propria esistenza: Buona parte dell’annuncio cristiano si basa ancora oggi su questo principio, che qui si mostra come inconsistente e per lo meno ambiguo. Perché riduce Cristo, la fede, la religione, la preghiera, l’amore stesso, ecc., a “compensazioni” di mancanze esistenziali che hanno come esito la fuga dal “reale”: «sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza», scrive!
Da qui si possono trarre degli spunti ulterioni sempre in ambito cristiano...
Dobbiamo avere il coraggio di dircelo chiaramente, senza Gesù Cristo, ci sono miliardi di persone che vivono bene e alcune benissimo. Lo ripeto, senza fede, senza Gesù Cristo, si può vivere bene, eccome. Forse, in quanto credenti, fa male dirselo, ma è la verità che constatiamo ogni giorno, anche in noi stessi.
Verità dolorosa, ma meravigliosa però, perché ci permette di scoprire che solo colui che vive in pienezza la propria vita può, senza piegare la fede ai propri bisogni, vivere un rapporto di fede e di affidamento a Gesù Cristo in tutta autenticità: le letture strumentali del Vangelo nella storia sono lì a ricordarcelo…
Solo allora ci si può decidere per “complicarsi la vita” in un rapporto con l’altro… Con tutto quel che comporta nella vita pratica, la fatica di dare storia al proprio reciproco amore.
Ci possiamo domandare allora se Gesù Cristo “oggi”, è “ancora” un “di più”. Anche a questo credo che possa rispondere il brano «Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più».
Solo se si arriva a dire questo, l’amore è veramente amore. Perché gratuito, cioè “di Dio”. E solo questo amore, rende ancor più meraviglioso, il meraviglioso che già viviamo: Qualunque sia il punto di partenza con cui iniziamo (con Dio, con le persone, con le cose), questa è per tutti la direzione in cui incamminarsi.
Altre considerazioni potrebbero essere fatte, ma non vorrei allungare eccessivamente il post.
Accenno solo a due aspetti non marginali, presenti nella struttura del testo.
L’imparare a stare bene con sé: ove la “necessaria solitudine” diventa il “luogo” in cui si impara a costruire l’incontro con l’altro.
L’osservazione, indicata solo indirettamente, che l’amore è sempre un incontro tra maturi e non tra immaturità. A qualunque livello questa si situi…
Sinceramente è un brano che consiglierei caldamente a ogni coppia che intendesse intrapprendere (o continuare) un cammino di relazione che non si fondi sul "completamento, da parte dell'altro, di ciò che ci manca".
In ogni caso, grazie ad A.M. che mi ha fatto conoscere questo brano!
Nota: Quando avrò letto il romanzo, vedrò se sarà il caso di commentare ulteriormente il brano... Ho eliminato i commenti che non sono più "attinenti" al post. Mi scuso ancora con le lettrici e lettori del blog.
lunedì 16 novembre 2009
Per molti, troppi, Gesù non è stato crocifisso
postato da
Mario
Rispondo con un post all’intervento di Angel al post precedente, perché credo che abbia sollevato un tema sempre attuale, importantissimo e decisivo per i cristiano e il carmelitano (e quindi per la chiesa e il carmelo) e mi dà occasione di spiegare ancora una volta il senso di questo blog!
Carissimo Angel, ti ringrazio per il tuo contributo all’approfondimento di questo blog. E grazie per i consigli che evidentemente i miei stessi superiori di oggi come di ieri avevano scordato di darmi…
Potrei citarti Benedetto XVI, o tanti altri (tra cui lo stesso card. Giacomo Biffi per non parlare dei Padri Generali dell'Ordine Camelitano Scalzo e Calzato), che parlano di annunciare il Cristo nella concretezza della vita (leggi questo post che riporta ampi strati di un’omelia del Papa) perché la spiritualità carmelitana come di qualunque ordine religioso della chiesa se pretende di essere cristiana deve avere in sé le “strutture” del Cristo: prima di tutto l’incarnazione (senza la quale non c’è Pasqua) e la resurrezione (senza la quale l’incarnazione à vana): tra questi due poli (che poi sono un solo punto di gravità esistenziale) strettamente uniti si costruisce una santità concreta come Teresa d’Avila in primis ci ha testimoniato.
Carissimo Angel, ti ringrazio per il tuo contributo all’approfondimento di questo blog. E grazie per i consigli che evidentemente i miei stessi superiori di oggi come di ieri avevano scordato di darmi…
Potrei citarti Benedetto XVI, o tanti altri (tra cui lo stesso card. Giacomo Biffi per non parlare dei Padri Generali dell'Ordine Camelitano Scalzo e Calzato), che parlano di annunciare il Cristo nella concretezza della vita (leggi questo post che riporta ampi strati di un’omelia del Papa) perché la spiritualità carmelitana come di qualunque ordine religioso della chiesa se pretende di essere cristiana deve avere in sé le “strutture” del Cristo: prima di tutto l’incarnazione (senza la quale non c’è Pasqua) e la resurrezione (senza la quale l’incarnazione à vana): tra questi due poli (che poi sono un solo punto di gravità esistenziale) strettamente uniti si costruisce una santità concreta come Teresa d’Avila in primis ci ha testimoniato.
Per aiutare te e i nostri “amareggiati e delusi” lettori a “com-prendere”, permettimi di mostrarti un’applicazione concreta di questa prospettiva cristiana – per quanto sia possibile con uno scritto in un blog! – partendo da una frase di Gheddafi detta ieri: «Gesù non è stato crocifisso...». L’espressione, invece di farmi arrabbiare o ridere, mi ha illuminato: Se ha ragione! Per molti Gesù non è stato affatto crocifisso!...
Mentre lui era sul Golgota ad agonizzare per tutti noi, molti continuavano col loro tran-tran quotidiano, altri, non pochi, continuavano – tranquilli e al fresco – con le loro preghiere al tempio. Offrendo sacrifici, continuavano beati a costruire la loro santità nel culto del Dio vero, del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe… dello stesso Dio di Gesù Cristo… e nostro! Loro nel tempio! Mentre il sacrificio di “quello stesso” Dio, che loro si illudevano di servire, si consumava sulle strade del mondo, fuori dalla città santa, fuori da ogni barlume di sacralità… Evidentemente Gesù aveva un altro concetto di santità, un’altra idea di “servizio”. Ancora oggi, molti cristiani, si beano – anche nelle penombre delle sacrestie e dei monasteri – mentre miliardi, dico miliardi, di persone, tra uomini donne e bambini rende culto a Dio nei bassifondi dell’umanità morendo semplicemente e banalmente di fame, di sete, di freddo, di malaria, di aids, o ammazzati perché “diversi”… e di ogni altra miseria, perché l’industria farmaceutica, le S.p.A., la finanza internazionale, i governi e le loro diplomazie insieme ad ogni altro organismo di potere (sostanzialmente sempre “gli stessi” che hanno crocifisso Gesù) non trovano ancora “conveniente” investire tutto quello che si deve investire per sradicare il male alla radice (diventerebbero disoccupati!?)…
A questo punto io mi fermo… ma ti dico con tutta la forza del “carisma carmelitano” e con tutta la carità (poca) infusa che mi anima: fino a quando non capirai cosa ci stia a fare l’appello di Saviano in questo blog, non capirai mai veramente cosa sia venuto a fare Gesù Cristo (e Teresa d’Avila) in questo mondo! Perché l’una è strettamente connessa all’altra! Come cerco di spiegare anche qui e qui e soprattutto qui e qui (l'insieme degli articoli li trovi qui)... Buona conversione!
giovedì 5 febbraio 2009
Spacciatori di Paura!
postato da
Mario

I medici dunque potranno denunciare gli stranieri irregolari. Il Senato ha approvato l’emendamento presentato dalla Lega, primo firmatario il capogruppo Federico Bricolo, che cancella la norma secondo cui il medico non deve denunciare lo straniero clandestino che si rivolge alle strutture sanitarie pubbliche. (CorrieredellaSera)...
Non ci sono parole davanti a una notizia del genere... a questo punto tutto è possibile: siamo ormai alla versione beta del sistema totalitaristico italiano... la programmazione è oramai allo stadio avanzato...
Fa specie che solo ieri davano la notizia della scoperta della morte, avvenuta nel '92, di Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio (CorrieredellaSera)... e ora qualcuno in parlamento pensa bene di riesumarlo, certo non siamo ancora al «dottor morte» ma al «dottor giuda» eppure la logica di fondo è la stessa: il medico non è più al servizio del malato, dell’uomo, né si badi bene è al servizio dello Stato, inteso come «bene comune», no! Il dottore, in entrambi gli schemi è sempre servo di un'ideologia: di una particolare filosofia della politica, dell’uomo, del cittadino, dello Stato!...
A questo punto tutto è possibile, ripeto, se non ci sarà una reazione forte, dura, senza possibilità alcuna di mediazione: queste idee si infiltreranno nelle nostre menti e nei nostri cuori e non ci lasceranno mai e inquineranno lentamente ma inesorabilmente ogni nostro agire, ogni nostro pensare, persino ogni nostro pregare...
Chi pensa che io stia esagerando lo invito a riflettere sulle dinamiche della paura. Questa legge, come molte altre scellerate, nascono da una paura, poco importa chi o che cosa la generi... paura della miseria, paura di essere aggrediti, paura di diventare minoranza a casa propria, paura di avere paura... Ma la paura è un sentimento incontrollabile, che attanaglia, che non molla la presa, che come un fiume in piena non si ferma mai e ci rende schiavi (cfr Ebrei 2,14ss). Quando coloro che se ne lasciano guidare si accorgeranno, che nonostante tutte queste norme, nonostante i militari nelle strade, le ronde tra le case, i campi di raccolta profughi, le espulsioni, gli arresti, la levitazione dei costi per una permesso di soggiorno, l’ondata migratoria non solo non diminuirà (troppo grande è la disperazione che neanche il rischio della morte in mare li ha finora fermati), ma diventerà ancora più caotica (proprio a causa anche di queste norme: perché spingerà il clandestino a «criminalizzarsi» per sopravvivere), si apriranno orizzonti ancora più drammatici e allora le ultime resistenze morali crolleranno davanti a una paura che si trasformerà in terrore...
Spero vivamente che a questo punto ci sia una protesta forte e chiara da parte della Chiesa, come istituzione, come gerarchia, come Popolo di Dio, nei movimenti, nelle parrocchie… E che non si limiti solo alle parole, ma che agendo con tutti i mezzi che la forza del Vangelo consente, davanti a un pensiero disumano che sta corrompendo sempre più radicalmente le nostre e altrui vite, si facciano promotori di un annuncio di liberazione autentica che attraverso soluzioni concrete ci guidi ad attraversare con coraggio le acque minacciose di una storia che sembra ci stia sommergendo...
Non possiamo più stare a guardare che ci uccidano anche l’anima!
Non ci sono parole davanti a una notizia del genere... a questo punto tutto è possibile: siamo ormai alla versione beta del sistema totalitaristico italiano... la programmazione è oramai allo stadio avanzato...
Fa specie che solo ieri davano la notizia della scoperta della morte, avvenuta nel '92, di Aribert Heim, il «dottor morte», responsabile di atroci esperimenti nei campi di sterminio (CorrieredellaSera)... e ora qualcuno in parlamento pensa bene di riesumarlo, certo non siamo ancora al «dottor morte» ma al «dottor giuda» eppure la logica di fondo è la stessa: il medico non è più al servizio del malato, dell’uomo, né si badi bene è al servizio dello Stato, inteso come «bene comune», no! Il dottore, in entrambi gli schemi è sempre servo di un'ideologia: di una particolare filosofia della politica, dell’uomo, del cittadino, dello Stato!...
A questo punto tutto è possibile, ripeto, se non ci sarà una reazione forte, dura, senza possibilità alcuna di mediazione: queste idee si infiltreranno nelle nostre menti e nei nostri cuori e non ci lasceranno mai e inquineranno lentamente ma inesorabilmente ogni nostro agire, ogni nostro pensare, persino ogni nostro pregare...
Chi pensa che io stia esagerando lo invito a riflettere sulle dinamiche della paura. Questa legge, come molte altre scellerate, nascono da una paura, poco importa chi o che cosa la generi... paura della miseria, paura di essere aggrediti, paura di diventare minoranza a casa propria, paura di avere paura... Ma la paura è un sentimento incontrollabile, che attanaglia, che non molla la presa, che come un fiume in piena non si ferma mai e ci rende schiavi (cfr Ebrei 2,14ss). Quando coloro che se ne lasciano guidare si accorgeranno, che nonostante tutte queste norme, nonostante i militari nelle strade, le ronde tra le case, i campi di raccolta profughi, le espulsioni, gli arresti, la levitazione dei costi per una permesso di soggiorno, l’ondata migratoria non solo non diminuirà (troppo grande è la disperazione che neanche il rischio della morte in mare li ha finora fermati), ma diventerà ancora più caotica (proprio a causa anche di queste norme: perché spingerà il clandestino a «criminalizzarsi» per sopravvivere), si apriranno orizzonti ancora più drammatici e allora le ultime resistenze morali crolleranno davanti a una paura che si trasformerà in terrore...
Spero vivamente che a questo punto ci sia una protesta forte e chiara da parte della Chiesa, come istituzione, come gerarchia, come Popolo di Dio, nei movimenti, nelle parrocchie… E che non si limiti solo alle parole, ma che agendo con tutti i mezzi che la forza del Vangelo consente, davanti a un pensiero disumano che sta corrompendo sempre più radicalmente le nostre e altrui vite, si facciano promotori di un annuncio di liberazione autentica che attraverso soluzioni concrete ci guidi ad attraversare con coraggio le acque minacciose di una storia che sembra ci stia sommergendo...
Non possiamo più stare a guardare che ci uccidano anche l’anima!
martedì 6 gennaio 2009
BENEDETTO XVI - La luce e le stelle
postato da
Mario

Dall’Epifania un messaggio per la vita
La Luce dell’Epifania dal piccolo Bambino si scinde in tre luminosi fasci che colpiscono tre momenti della vita di Gesù Cristo nella storia: i Magi che aprono la strada alla rivelazione del Dio d’Israele ai pagani, aspetto tanto privilegiato dalla sensibilità della tradizione latina; il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, cui guarda con stupore la tradizione orientale; le nozze di Cana in cui Egli si manifestò, compì cioè la sua “epifania”, e i discepoli al mutare dell’acqua in vino credettero in Lui.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.
di Cristiana Dobner, in SIR, martedì 06 gennaio 2009
martedì 4 novembre 2008
Il conflitto cristiano e gli anticristi
postato da
Mario

Durante una riflessione sul “rinnovamento” di una coscienza missionaria cristiana, mi sono incamminato verso prospettive sempre più nuove che aprono a un’accoglienza ulteriormente dell’annuncio evangelico. Ancora una volta, ciò che è in gioco è il coraggio a lasciarci convertire fino al capovolgimento culturale del nostro modo di intendere e di volere come dice già Isaia 55,8: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie»…
Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…
Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…
Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.
Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»
Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflitto “è” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.
È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.
Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…
Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.
Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!
La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…
Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).
Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…
Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…
Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.
Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»
Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflitto “è” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.
È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.
Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…
Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.
Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!
La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…
Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).

Se l’annuncio missionario-cristiano non può non farsi carico di questa liberazione per cui Dio ci fa Apostoli, non solo non può impedire il conflitto, ma “deve” provocarlo! (Gv 7,7). Altrimenti non c’è evangelizzazione in quanto non si libera realmente e ancor meno si salva, ma si dicono parole e si compiono azioni che come pula, il vento della storia non potrà che disperdere (cfr Salmo 1), perché finiscono per favorire proprio ciò che si doveva eliminare. Tradendo così il proprio mandato!
L’azione di Dio invece, proprio perché “violenta” la struttura mondana del potere (anche religioso) senza riprodurla, estende la propria Paterna salvezza anche sui potenti che “costretti” a tornare umili (cfr “aborto” in 1Cor 15,8 e Mc 10,25), imparano la “grandezza” nella “piccolezza” trasformando la cecità del potere istituzionale nella creatività del servizio carismatico (Atti 9,8; 13,11; Lc 22,26; Mc 10,42)… Anche ai faraoni infatti è annunciata la liberazione (Es 3,10; 5,1; Mt 2,1ss; Lc 21,12ss) purché imparino a servire e non a farsi servire (Lc 22,26!); a non ridurre in schiavitù ma a liberare (Is 45,1ss)… Dopotutto, in ciò sarebbero in buona compagnia in quanto questo è proprio il “movimento” stesso di Dio che, in Gesù Cristo, da potente che era, “umiliò se stesso” … cioè, da potente si fece “piccolo”, “povero in spirito” (Fil 2,6-8; Magnificat; Beatitudini)…
Perché anche la pace di Dio, è una pace altra rispetto a quella che vuole offrire la logica del mondo dei faraoni (cfr Gv 14,27: «vi do la mia pace… non come la dà il mondo»)…
Possiamo capire allora con luce nuova quelle strane frasi del Vangelo in cui Gesù sembrano inneggiare alla guerra (Mt 10,34-36: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua»; Lc 12,51ss). Esse non hanno niente a vedere con una distinzione morale tra buoni e cattivi e ancor meno giustifica una blasfema “guerra santa”, ma sono una rivelazione delle dinamiche conflittuali che la reazione al suo annuncio mette in atto! Necessariamente! E questo conflitto evangelico è storicamente essenziale per alimentare in noi la speranza certa di un “mondo nuovo”! Non solo perché se c’è, vuol dire che la pasta sta lievitando (Lc 13,21), ma anche perché non si potrebbe essere altrimenti “felici nella persecuzione” senza alienarsi dalla storia! (cfr 1Pt 1,6-9; 3,14ss; 4,14; e anche la perfetta letizia francescana).
Come insegnano anche le Beatitudini (Mt 5,3ss; Lc 6,20) mostrando che la “logica” che presiede alla gioia evangelica (makàrioi in greco è molto più che il nostro “beati”) è determinata dalla presenza attuale (notare il tempo presente) in Gesù Cristo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28!) accolto solo dai semplici (Mt 5,3: i poveri in spirito: i non-faraoni), provoca i conflitti descritti dai versetti successivi (soprattutto 5,11)… Conflitti la cui soluzione è rimandata al piano di Dio (si noti il seguito con i verbi al futuro) ma che è già presente là dove il Regno è accolto: che “cieli” di 5,12 non sia l’aldilà ma la pienezza del Regno nel “cuore” di ognuno lo si evince dal confronto tra Mt 5,12 e 12,28! Anche per questo i verbi successivi al versetto 5,3 sono al futuro in quanto indicano progressione storica e non semplice rinvio nell’oltre della storia in un aldilà disincarnato.
Se capiamo questo capiremmo meglio anche “il Natale”, questo misto di luce e di notte, di gioia e di persecuzione, di piccolezza e grandezza, di ingenuità e malizia, dove la semplice presenza del Regno di Dio, sempre totalmente indifesa, ma non per questo non-conflittuale, scatena forze e dinamiche così ostili da sembrare sproporzionate (Mt 2,16; cfr anche l’azione non-violenta di Gandhi!)…
Altro che “dolce Natale”!… lo sarà per noi a cui è data la possibilità di vivere l’ebbrezza della libertà donata, ma per i nuovi Faraone-Erode e i nuovi Mosè-Gesù… lo scontro è appena cominciato… È nostro compito raccoglierne la sfida!
Il non farlo non sarebbe né “nobiltà d’animo”, né “carità”, né “buona educazione”; né “mitezza interiore”, né “vera lealtà e amicizia”, né “amore per la pace, la giustizia, il dialogo e la comunione”… Invece sarebbe “mascherata codardia”, “omertosa sottomissione”, “viscida adulazione”, “inconscio carrierismo”, vera “slealtà e inimicizia”, “subdola forma di disprezzo” complice di “guerre e ingiustizie”… Insomma “tradimento estremo di tutto il Vangelo” (1Cor 13,1-3)… In una parola nuovi-anticristi (1Gv 2,18; 2,22; 4,3; 2Gv 1,7).
giovedì 24 gennaio 2008
A che Cristo riferirsi?
postato da
Mario
In questa III domenica del tempo ordinario, vorrei iniziare col fare qualche riflessione riguardo al brano della lettera di Paolo ai Corinzi. Essa infatti suona molto provocatoria in un tempo in cui personalmente, socialmente ed ecclesialmente sembra si riscontrino proprio quelle divisioni e discordie che l’Apostolo vuole scongiurare: la sua constatazione infatti, «mi è stato segnalato che tra voi vi sono discordie», mi pare dipinga bene anche la nostra realtà quotidiana, di singoli e di Chiesa.
È Paolo stesso a spiegare poi, nei versetti immediatamente successivi, cosa intenda rilevando questa situazione di divisione; e infatti annota: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”». Il problema posto in campo allora è quello di una dispersione dei punti di riferimento all’interno dell’unico corpo (la Chiesa) che ha come capo solo Cristo.
Ma in questione non sembra esserci tanto l’esperienza di un’appartenenza o di un’amicizia o di una stima creatasi fra persone che hanno fatto un incontro tanto intimo da risultare decisivo; quanto piuttosto il fatto che esso rimanga come un baluardo ideologico, privo della capacità di far confluire i singoli verso l’Unico vero riferimento che può unire: Cristo Gesù.
L’indicazione di Paolo allora sembra andare proprio in questa direzione: perché si faccia comunione è necessario ri-orientare verso Gesù la centralità del proprio io, il proprio orizzonte di senso, il proprio cuore: «È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?».
Ma… mi vien da chiedermi… oggi basta un’indicazione di questo tipo? Certo, con la nostra sviluppata dialettica riusciremmo sicuramente «a essere tutti unanimi nel parlare», a trovare cioè formulazioni comuni sull’essenza del Cristianesimo e anche (sforzandoci) sulla pratica cristiana. Ma la sensazione è che la ben più coinvolgente «unione di pensiero e di sentire» che l’Apostolo prospetta, sia impresa decisamente ardua e sicuramente lontana dallo scenario attuale.
Il problema oggi infatti non sta solo in una pluralità di riferimenti (la destra, la sinistra, il centro, la linea profetica, quella magisteriale, quella evangelica, quella ortodossa, quella cattolica, quella di Ruini o quella di Martini…), ma nel fatto che è il centro stesso – riconosciuto da tutti con Paolo come il «nome del Signore nostro Gesù Cristo» – ad essere riempito di contenuti diversi: di un pensare e di un sentire diversi!
Tutti si riferiscono a Cristo: quelli che vogliono la messa in latino e quelli che sentono un tuffo al cuore a vedere il papa che dà il di dietro ai fedeli; quelli che vanno in piazza con le bandiere della pace e quelli che politicamente sostengono la giustezza della guerra preventiva; quelli che sono rigidissimi sull’uso degli anticoncezionali e quelli che per evitare agli africani la morte di aids li distribuiscono alla gente; quelli che proprio perché hanno incontrato il Vangelo non se la sentono più di lasciar fuori nessuno e quelli che in nome dello stesso Vangelo han bisogno di tracciare i confini…
Ma allora? Se questo stesso riferimento dà adito ad una così vasta pluriformità di pensieri e di modi di sentire, bisogna concludere che ciò avviene perchè lo stesso Cristo lo si incontra in modi diversi… lo stesso Vangelo lo si legge in modi diversi… lo stesso essere Chiesa lo si vive in modi diversi…
E sinceramente io sono un po’ stanca delle “formule concordiste”, che mi pare servano solo a dare una parvenza di unione (che fa comodo a tutti), ma che di fatto lasciano che ognuno vada per la sua strada… Il punto è che la storia ci ha già insegnato che a furia di andare ognuno per la sua strada (come è successo tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente) poi ci si ritrova talmente lontani da risultare, appunto, divisi…
Che fare dunque? Non è politicamente corretto sbilanciarsi nel dire che qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto? Forse… Ma non ci resta che tentare di tornare, come suggerisce Paolo, a Cristo stesso, al suo Vangelo… e provare, senza forzare ideologicamente le sue parole, a far parlare lui…
Prendendo dunque in mano il Vangelo di questa domenica ci accorgiamo come esso ci parli dell’inizio del ministero di Gesù: è il testo di Matteo al capitolo 4, i versetti 12-23, il quale affonda esplicitamente le sue radici nel testo di Isaia 8,23-9,3 che la liturgia conseguentemente ci propone come prima lettura.
Si parla della terra di Zabulon e della terra di Neftali. Esse erano le due tribù più settentrionali e quindi più distanti dal centro, da Gerusalemme, che notoriamente è la beneficiaria delle promesse. E di fatti sono presentate nelle tenebre. Anche perché questo è il territorio dove passava la famosa “via maris”, la strada che collegava cioè le regioni più importanti della Mezzaluna fertile (l’Egitto con la Mesopotamia e la Persia) e che perciò rendeva queste terre oggetto del passaggio di eserciti, che vi compivano scorribande e saccheggi frequenti. Addirittura questo distretto di periferia, era abitato da numerosi gruppi di popolazioni non ebree; e gli Ebrei stessi la chiamavano la “regione delle Genti”.
Ma è proprio in queste terre, cariche di confusione sociale, politica, militare e religiosa, è proprio in queste terre, considerate in qualche modo maledette, che Dio interviene con un cambiamento tanto radicale quanto immotivato (non vi è infatti alcuna allusione ad una conversione): «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
E Matteo, nel suo Vangelo, riprende proprio questo annuncio profetico, per mostrare come il compimento di questa attesa stia in Gesù di Nazareth: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa».
Secondo l’evangelista, allora, è proprio Gesù colui che compie le attese, colui cioè che determina in modo storico (legato quindi alla carne, al sangue e alle lacrime delle persone) e insieme definitivo, il passaggio da una vita che sa di morte, ad una vita che si mette a brillare e a illuminarsi: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Ma come fa a compiere queste attese? Nel brano proposto le parole e le azione di Gesù sono poche, ma decisive; e ci aiutano anche a rispondere al nostro problema originario: qual è il Cristo a cui riferirsi?
Anzitutto è da notare come la prima parola di Gesù in questo brano sia un invito incalzante: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Convertirsi, biblicamente parlando, non ha immediatamente un valore morale, ma piuttosto, esistenziale: incontrare il Signore, vuol dire cioè cambiare mentalità, invertire la direzione, trasformare gli orizzonti di senso. Ossia vuol dire che il Dio di Gesù Cristo non è riconducibile a nessuna forma di religiosità classica, a nessuno schema contrattualistico tra l’uomo e il suo dio: eppure, vien da pensare… quanto della nostra fede è stato invece ridotto ad un impianto religioso classico? Quanto poco è disposto, chi da questo impianto religioso trae profitto o potere, a convertire la religione con la fede?
Ma c'è dell'altro: va segnalata infatti anche un’altra azione significativa di Gesù: la chiamata dei primi discepoli. Ciò che incuriosisce è soprattutto questo prenderli a coppie, a due a due. Un fatto che immediatamente fa risuonare in noi la parola di Giovanni quando afferma «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È questo allora il modo di vivere le relazioni da cristiani (con Cristo come riferimento): non in maniera formale e asettica, stereotipata e convenzionale, gerarchica e reverenziale, distaccata e sessuofoba, ma coinvolgente e con-patente, spontanea e trasparente, intrecciata e confidenziale… e anche qui verrebbe da pensare… al giusto riferirsi a Cristo nella Chiesa...
Ed infine l’altra grande frase di Gesù: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». I pescatori, si sa, sono coloro che tolgono i pesci dal mare. E biblicamente il mare è simbolo per eccellenza del male… Pescare uomini allora, vuol dire toglierli dal male (con tutte le caratterizzazioni che esso può assumere: fisico, morale, esistenziale, psicologico, economico…). Chi si riferisce a Cristo allora è colui che ridona all’uomo la sua umanità, colui che lo risana nella sua interiorità, colui che gli ridona la dignità di figlio e l’abilitazione alla Vita. Non può certo essere colui che incastra le persone nei sensi di colpa, che propone il sacro come rifugio, che discrimina le persone in base al sesso, alla purità, alla loro situazione etica…
Questi appaiono allora i criteri per il riferimento a Cristo: il rinnovamento del cuore, la passione per l'altro, il dono della Vita. Ma, purtroppo, così spesso non sappiamo essere altro che inariditi uomini, soli e sterili.
«Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).
È Paolo stesso a spiegare poi, nei versetti immediatamente successivi, cosa intenda rilevando questa situazione di divisione; e infatti annota: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”». Il problema posto in campo allora è quello di una dispersione dei punti di riferimento all’interno dell’unico corpo (la Chiesa) che ha come capo solo Cristo.
Ma in questione non sembra esserci tanto l’esperienza di un’appartenenza o di un’amicizia o di una stima creatasi fra persone che hanno fatto un incontro tanto intimo da risultare decisivo; quanto piuttosto il fatto che esso rimanga come un baluardo ideologico, privo della capacità di far confluire i singoli verso l’Unico vero riferimento che può unire: Cristo Gesù.
L’indicazione di Paolo allora sembra andare proprio in questa direzione: perché si faccia comunione è necessario ri-orientare verso Gesù la centralità del proprio io, il proprio orizzonte di senso, il proprio cuore: «È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?».
Ma… mi vien da chiedermi… oggi basta un’indicazione di questo tipo? Certo, con la nostra sviluppata dialettica riusciremmo sicuramente «a essere tutti unanimi nel parlare», a trovare cioè formulazioni comuni sull’essenza del Cristianesimo e anche (sforzandoci) sulla pratica cristiana. Ma la sensazione è che la ben più coinvolgente «unione di pensiero e di sentire» che l’Apostolo prospetta, sia impresa decisamente ardua e sicuramente lontana dallo scenario attuale.
Il problema oggi infatti non sta solo in una pluralità di riferimenti (la destra, la sinistra, il centro, la linea profetica, quella magisteriale, quella evangelica, quella ortodossa, quella cattolica, quella di Ruini o quella di Martini…), ma nel fatto che è il centro stesso – riconosciuto da tutti con Paolo come il «nome del Signore nostro Gesù Cristo» – ad essere riempito di contenuti diversi: di un pensare e di un sentire diversi!
Tutti si riferiscono a Cristo: quelli che vogliono la messa in latino e quelli che sentono un tuffo al cuore a vedere il papa che dà il di dietro ai fedeli; quelli che vanno in piazza con le bandiere della pace e quelli che politicamente sostengono la giustezza della guerra preventiva; quelli che sono rigidissimi sull’uso degli anticoncezionali e quelli che per evitare agli africani la morte di aids li distribuiscono alla gente; quelli che proprio perché hanno incontrato il Vangelo non se la sentono più di lasciar fuori nessuno e quelli che in nome dello stesso Vangelo han bisogno di tracciare i confini…
Ma allora? Se questo stesso riferimento dà adito ad una così vasta pluriformità di pensieri e di modi di sentire, bisogna concludere che ciò avviene perchè lo stesso Cristo lo si incontra in modi diversi… lo stesso Vangelo lo si legge in modi diversi… lo stesso essere Chiesa lo si vive in modi diversi…
E sinceramente io sono un po’ stanca delle “formule concordiste”, che mi pare servano solo a dare una parvenza di unione (che fa comodo a tutti), ma che di fatto lasciano che ognuno vada per la sua strada… Il punto è che la storia ci ha già insegnato che a furia di andare ognuno per la sua strada (come è successo tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente) poi ci si ritrova talmente lontani da risultare, appunto, divisi…
Che fare dunque? Non è politicamente corretto sbilanciarsi nel dire che qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto? Forse… Ma non ci resta che tentare di tornare, come suggerisce Paolo, a Cristo stesso, al suo Vangelo… e provare, senza forzare ideologicamente le sue parole, a far parlare lui…
Prendendo dunque in mano il Vangelo di questa domenica ci accorgiamo come esso ci parli dell’inizio del ministero di Gesù: è il testo di Matteo al capitolo 4, i versetti 12-23, il quale affonda esplicitamente le sue radici nel testo di Isaia 8,23-9,3 che la liturgia conseguentemente ci propone come prima lettura.
Si parla della terra di Zabulon e della terra di Neftali. Esse erano le due tribù più settentrionali e quindi più distanti dal centro, da Gerusalemme, che notoriamente è la beneficiaria delle promesse. E di fatti sono presentate nelle tenebre. Anche perché questo è il territorio dove passava la famosa “via maris”, la strada che collegava cioè le regioni più importanti della Mezzaluna fertile (l’Egitto con la Mesopotamia e la Persia) e che perciò rendeva queste terre oggetto del passaggio di eserciti, che vi compivano scorribande e saccheggi frequenti. Addirittura questo distretto di periferia, era abitato da numerosi gruppi di popolazioni non ebree; e gli Ebrei stessi la chiamavano la “regione delle Genti”.
Ma è proprio in queste terre, cariche di confusione sociale, politica, militare e religiosa, è proprio in queste terre, considerate in qualche modo maledette, che Dio interviene con un cambiamento tanto radicale quanto immotivato (non vi è infatti alcuna allusione ad una conversione): «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
E Matteo, nel suo Vangelo, riprende proprio questo annuncio profetico, per mostrare come il compimento di questa attesa stia in Gesù di Nazareth: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa».
Secondo l’evangelista, allora, è proprio Gesù colui che compie le attese, colui cioè che determina in modo storico (legato quindi alla carne, al sangue e alle lacrime delle persone) e insieme definitivo, il passaggio da una vita che sa di morte, ad una vita che si mette a brillare e a illuminarsi: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Ma come fa a compiere queste attese? Nel brano proposto le parole e le azione di Gesù sono poche, ma decisive; e ci aiutano anche a rispondere al nostro problema originario: qual è il Cristo a cui riferirsi?
Anzitutto è da notare come la prima parola di Gesù in questo brano sia un invito incalzante: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Convertirsi, biblicamente parlando, non ha immediatamente un valore morale, ma piuttosto, esistenziale: incontrare il Signore, vuol dire cioè cambiare mentalità, invertire la direzione, trasformare gli orizzonti di senso. Ossia vuol dire che il Dio di Gesù Cristo non è riconducibile a nessuna forma di religiosità classica, a nessuno schema contrattualistico tra l’uomo e il suo dio: eppure, vien da pensare… quanto della nostra fede è stato invece ridotto ad un impianto religioso classico? Quanto poco è disposto, chi da questo impianto religioso trae profitto o potere, a convertire la religione con la fede?
Ma c'è dell'altro: va segnalata infatti anche un’altra azione significativa di Gesù: la chiamata dei primi discepoli. Ciò che incuriosisce è soprattutto questo prenderli a coppie, a due a due. Un fatto che immediatamente fa risuonare in noi la parola di Giovanni quando afferma «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È questo allora il modo di vivere le relazioni da cristiani (con Cristo come riferimento): non in maniera formale e asettica, stereotipata e convenzionale, gerarchica e reverenziale, distaccata e sessuofoba, ma coinvolgente e con-patente, spontanea e trasparente, intrecciata e confidenziale… e anche qui verrebbe da pensare… al giusto riferirsi a Cristo nella Chiesa...
Ed infine l’altra grande frase di Gesù: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». I pescatori, si sa, sono coloro che tolgono i pesci dal mare. E biblicamente il mare è simbolo per eccellenza del male… Pescare uomini allora, vuol dire toglierli dal male (con tutte le caratterizzazioni che esso può assumere: fisico, morale, esistenziale, psicologico, economico…). Chi si riferisce a Cristo allora è colui che ridona all’uomo la sua umanità, colui che lo risana nella sua interiorità, colui che gli ridona la dignità di figlio e l’abilitazione alla Vita. Non può certo essere colui che incastra le persone nei sensi di colpa, che propone il sacro come rifugio, che discrimina le persone in base al sesso, alla purità, alla loro situazione etica…
Questi appaiono allora i criteri per il riferimento a Cristo: il rinnovamento del cuore, la passione per l'altro, il dono della Vita. Ma, purtroppo, così spesso non sappiamo essere altro che inariditi uomini, soli e sterili.
«Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).
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