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martedì 19 gennaio 2016

III Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro di Neemìa (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 12,12-30)

Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

Una piccola introduzione didattica…

L’anno liturgico, cioè il calendario della Chiesa, non inizia il 1° gennaio come quello civile, ma la I Domenica di Avvento. È in quell’occasione che “si cambia” l’evangelista di riferimento: un anno si legge Matteo (anno A), un anno Marco (anno B), un anno Luca (anno C).

Domenica 29 Novembre 2015, I domenica di Avvento, è iniziato dunque l’anno nuovo per la Chiesa, un anno C, in cui perciò leggeremo il vangelo di Luca.

In realtà non abbiamo ancora avuto molto modo di gustarlo, perché in avvento e poi durante le feste natalizie abbiamo spesso ascoltato anche brani degli altri evangelisti.

Ma due settimane fa il Tempo di Natale è finito e settimana scorsa abbiamo iniziato il Tempo Ordinario, che verrà interrotto in Quaresima e nel Tempo di Pasqua, per poi riprendere e accompagnarci fino al prossimo avvento, cioè al prossimo anno liturgico.

In realtà settimana scorsa, quando abbiamo iniziato il Tempo Ordinario, la Chiesa ci ha fatto leggere un testo di Giovanni (e non di Luca), le nozze di Cana.

Oggi perciò è il primo vero incontro con il testo di Luca.

Dico questo per spiegare il motivo per cui, a messa, sentiremo un vangelo diviso in due parti: la prima tratta dall’inizio del vangelo di Luca (capitolo 1, versetto 1…), che è poi la sua introduzione; la seconda collocata già al capitolo 4.

La prima parte è proposta perché, appunto, è la prima domenica in cui ci possiamo, con calma, accostare al testo lucano, e la Chiesa vuole che inquadriamo l’evangelista di quest’anno:

«Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto».

Luca si presenta così.

Scrive a “Teòfilo” (che potrebbe essere un cristiano della sua comunità, ma anche “teo-filo” = amico di Dio, in greco, e perciò qualunque persona si senta “amica di Dio”) e l’intento è quello di fondare la fede in Gesù Cristo, in modo che non ci sia dubbio sulla solidità del credito accordatogli.

Luca dice che ha fatto ricerche accurate su ogni circostanza, “fin dagli inizi”, infatti insieme a Matteo è l’unico evangelista che parla dell’infanzia di Gesù.

È per questo che l’inizio del suo ministero pubblico, inizia solo al capitolo 4, che, non a caso, è quello della seconda parte del brano di oggi.

Giovanni, settimana scorsa, aveva presentato l’inizio della vita pubblica di Gesù a Cana di Galilea, Luca, lo presenta a Nazareth. Già questo ci dà un’indicazione importante: le ricostruzioni che gli evangelisti fanno del materiale su Gesù (racconti orali e testi scritti) non seguono un criterio cronachistico, non contengono cioè l’interesse e la pretesa di voler raccontare come effettivamente si sono svolti i fatti. L’intenzione con cui il materiale è organizzato in una storia è piuttosto quella di far capire a chi legge chi è Gesù e quale Dio ci ha rivelato.

Se per fare questo serve mettere un episodio prima, un altro dopo, anche se non si sono svolti effettivamente in quella successione, non fa problema, perché lo scopo, come si diceva, è un altro: non ricostruire la storia di Gesù secondo criteri storiografici moderni (che allora nemmeno esistevano), ma far emergere, dall’intreccio narrativo sviluppato, l’identità di Gesù, e dunque quella del Padre suo.

Veniamo dunque al testo che Luca ha scelto di mettere come primo episodio della vita pubblica di Gesù. Siamo a Nazareth, il paese dov’egli è cresciuto e, come ci dice Luca stesso, «secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere».

Non sappiamo se il testo di Isaia che l’evangelista ci fa leggere sia effettivamente il testo che Gesù ha letto quel giorno nella sinagoga di Nazareth, la prima volta che diceva qualcosa pubblicamente, sappiamo però che certamente Gesù, da buon ebreo, conosceva quel testo e possiamo ipotizzare che, se la prima comunità cristiana lo ha ritenuto così centrale da costruirci sopra un brano evangelico (collocato peraltro da Luca in una posizione così fondamentale – la prima), significa che questo testo di Isaia era molto caro a Gesù, il quale deve averlo usato per mostrare qual era il suo modo di intendere il Regno di Dio, cioè il mondo come Dio lo vuole, cioè come a Dio piacerebbe fosse il mondo.

Ad ogni modo, è un testo in cui la prima Chiesa ha riconosciuto una descrizione azzeccata per dire chi è Gesù, e quindi chi è Dio.

La nuova traduzione CEI (quella del 2008), riporta così le parole di Isaia (non quelle in cui Luca lo cita):

«Lo spirito del Signore Dio è su di me,

perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione,

mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare l’anno di grazia del Signore».

Luca, dunque, ci presenta Gesù così.

A tutti i “teo-fili” della storia, interessati a fondare solidamente la loro fede in Dio, propone questi tratti e non altri.

Poteva per esempio aggiungere, sempre prendendolo da Isaia, “mandato a promulgare il giorno dei vendetta del nostro Dio” (che era la frase immediatamente successiva a quella sull’anno di grazia), e invece no, la citazione si interrompe prima.

Per descrivere Gesù le parole di Isaia sono azzeccate fino a lì: in quelle parole Luca ha trovato dipinto il volto del rabbi di Nazareth e le ha regalate alle successive generazioni cristiane, perché non si sbaglino, non si confondano su chi è Gesù, cioè su come è fatto Dio...

lunedì 21 gennaio 2013

III Domenica del Tempo Ordinario (C)


Dal libro di Neemìa (Ne 8,2-4.5-6.8-10)

In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 12,12-30)

Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se tutto fosse udito, dove sarebbe l’odorato? Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto, come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

In questa Terza Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa ci invita a tornare a riflettere sul vangelo caratteristico di questo anno C, quello di Luca. Siamo al capitolo 4 – salvo qualche versetto del I capitolo – e siamo agli inizi della vita pubblica di Gesù, in un momento – da questo punto di vista – parallelo a quello narrato domenica scorsa dal vangelo di Giovanni. I primi 2 capitoli di Luca infatti sono i cosiddetti “racconti dell’infanzia”, che dovremmo avere nelle orecchie, perché son quelli che abbiamo meditato nel recente tempo di Natale, da poco concluso; il III e i primi versetti del IV presentano il cosiddetto “trittico sinottico” (battesimo di Giovanni – battesimo di Gesù – tentazioni nel deserto); e i nostri versetti (dal 14 al 21) sono quelli che raccontano l’inizio del ministero pubblico di Gesù in Galilea.

Precisamente, Luca colloca questo inizio a Nazaret, la città dove Gesù è cresciuto: lì, nella sinagoga, Gesù – per la prima volta – dice qualcosa di esplicito su di sé (finora infatti aveva parlato solo in Lc 2,49, quando dodicenne aveva risposto ai genitori «Perché mi cercavate? Non sapete che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»; e in Lc 4,1-13, rispondendo alle tentazioni): infatti, prende il rotolo del profeta Isaia e legge i versetti 1-2 del capitolo 61, seppur con qualche modifica (tralascia «guarire i contriti di cuore» – presente in Is 61,1 – e introduce – citando Is 58,6 – l’espressione «dare la libertà agli oppressi»; inoltre – a proposito di Is 61,2 – tralascia l’espressione «un giorno di vendetta per il nostro Dio», espressione che avrebbe limitato il significato universale del passo), che rende il testo profetico un testo in cui si accentua l’opera di liberazione e l’universalità di questa liberazione.

Dopo aver letto questi versetti, mentre tutti si aspettano una spiegazione esegetica del testo o una sua applicazione morale, come era prassi comune fra gli abituali predicatori della sinagoga, Gesù torna a sedere e se ne esce con un’espressione sconvolgente: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». In qualche modo cioè Gesù si attribuisce il compimento della promessa isaiana: la parola del profeta si compie con la sua venuta!

Gesù perciò, di sé, sta dicendo: di essere colmo dello Spirito del Signore («Lo Spirito del Signore è su di me»; elemento già presentato in Lc 4,1 «Gesù, pieno di Spirito Santo, ritornò dal Giordano e, sotto l’azione dello Spirito, andò nel deserto») e di essere l’eletto (l’unto) del Signore («mi ha consacrato con l’unzione»).

“Eletto” in vista di cosa? Per «portare ai poveri il lieto annuncio», «proclamare ai prigionieri la liberazione», «ai ciechi la vista», «rimettere in libertà gli oppressi», «proclamare l’anno di grazia del Signore».

Gesù sta allora proponendosi al suo popolo con una pretesa straordinaria… e con un’idea ben precisa del “mondo come Dio lo vuole”. Non a caso il compimento della profezia di Isaia che si compie con la sua venuta, coincide con quello che Marco e Matteo chiamano “la venuta del Regno”. Il Regno di Dio è precisamente questo: che ci sia una buona notizia per i poveri, la liberazione per i prigionieri, la vista per i ciechi, la libertà per gli oppressi, un anno di grazia del Signore… Tant’è che a Giovanni in prigione, dubbioso sul fatto che Gesù fosse davvero il messia («Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”», Mt 11,2-3), Gesù risponde raccontando ciò che accade dove passa lui: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,5-6).

Il Regno di Dio dunque, il mondo come Dio lo vuole, sono gambe storte che si raddrizzano, occhi ciechi che ci vedono, orecchie sorde che ci sentono, cuori induriti che si sciolgono… insomma l’umanizzazione della dis-umanizzazione in tutte le sue forme. Sia nel macrocosmo (poveri – prigionieri – ciechi – oppressi), sia nel microcosmo (noi, nelle nostre povertà – prigionie – cecità – oppressioni).

Ed è interessante che nel raccontare gli inizi della vita pubblica di Gesù, tutti gli evangelisti mettano in atto – ognuno a suo modo – uno strumentario specifico per dire che questo personaggio che è apparso sulla scena, è portatore di un messaggio incontrovertibile, univoco, chiaro: sia il passo di Isaia citato da Luca, sia l’episodio di Cana di Giovanni (II Domenica del Tempo Ordinario), sia l’annuncio del Regno di Marco e Matteo, dicono che il compimento delle scritture, l’uomo nuovo come lo pensa Dio, il suo Regno che viene, coincide con la Vita per l’uomo. Questo è Dio!

Ma allora – torniamo a chiederci – perché i poveri continuano ad essere poveri? Anzi, sempre più poveri? Perché i prigionieri restano imprigionati? I ciechi, ciechi? Gli oppressi, oppressi? Anche questo, sia a livello macroscopico che microscopico…

Certo c’è di mezzo la libertà dell’uomo, il suo chiudersi alla proposta affascinante ma tremenda di Gesù della vita che trova Vita solo donandosi… Ma possiamo davvero ridurre – com’era in passato – l’interpretazione del reale, all’esaltazione di Dio per ciò che è buono e alla condanna dell’uomo per ciò che non lo è? Come se ciò che di buono faccio, fosse sempre e solo merito di Dio, mentre ciò che faccio di cattivo fosse sempre e solo colpa mia?

Forse il coinvolgimento delle reciproche libertà assume i contorni di un gioco un po’ più complesso, non banalizzabile…

Un gioco che diventa un po’ più chiaro se si prova a scavare – senza false riverenze – nel mistero che soggiace a questa autodichiarazione di Gesù e alla realtà del mondo che abbiamo davanti. Più radicalmente infatti la domanda è: Perché Gesù, che di fatto ha vissuto così come si è autoproclamato, non ha guarito tutti i ciechi, liberato tutti gli oppressi, ecc…? Perché non ha poi continuato a farlo “automaticamente” con tutti i nuovi nati da donna? Perché non ci ha consegnato un mondo senza poveri, senza prigionieri, senza ciechi, senza oppressi? Se la profezia di Isaia è giunta a compimento in Lui, perché la storia non è cambiata? Gesù forse si sbagliava sul suo conto?

Ecco la domanda radicale…

Eppure se rileggessimo le domande appena poste, chiedendoci nel frattempo quale idea di Dio gli soggiaccia, quale immagine di Salvatore, ci accorgeremmo di entrare immediatamente in conflitto con il volto di Dio e l’immagine di sé che Gesù rivela lungo la sua storia. Per guarire tutti i ciechi, liberare tutti gli oppressi, ecc… Gesù avrebbe infatti dovuto trascendere la fisicità storica in cui, incarnandosi, aveva scelto di vivere (avrebbe dovuto smettere di essere uomo); per continuare “automaticamente” gli stessi miracoli con tutti i successivi nati da donna, avrebbe dovuto saltare la relazione con la libertà umana (avrebbe cioè dovuto smettere di essere colui che crea e pensa l’uomo come l’interlocutore serio della sua vita, ricollocandolo tra le creature determinate solo dalla necessità); per consegnarci un mondo senza poveri, prigionieri, ecc… avrebbe dovuto impedire all’uomo di farsi nella storia (avrebbe cioè dovuto smettere di essere il Dio che non si impone); e così via…

Il punto cioè pare essere quello per cui noi spesso abbiamo un’interpretazione un po’ troppo affrettata e riduttiva di quello che è il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato: stando alla citazione di Is 61,1-2, forse un po’ troppo frettolosamente noi diciamo – o diamo per scontato – che Dio è il Dio dei poveri, degli oppressi, dei ciechi, dei prigionieri… Come se Dio fosse una cosa (e immediatamente il nostro pensiero irriflesso va all’immagine “classica” di Dio: onnipotente, infinito, anonimo…) e poi – poiché è buono (come se questa bontà fosse solo una sua qualità che si aggiunge alle altre) – fa cose buone (aiuta i poveri, ecc…). Invece, molto più radicalmente, Dio è colui che fin nelle fibre più intime di se stesso è amore che si dona: non è che Dio è colui che fa il buono, Dio è buono; Dio non è colui che ci lascia un po’ liberi, ma è colui che radicalmente scommette sulla libertà umana, sulla sua storia, sul suo farsi…

Il nostro rischio invece è quello di considerarlo in modo apriorico come il Dio della metafisica greca, a cui poi appiccichiamo qualche nostra buona intenzione, qualche idea riciclata da quello che nell’immaginario collettivo è “il buon Dio”, e che poi rimproveriamo perché non ha saputo gestire bene attributi metafisici greci e attributi misericordiosi romantici…

Ma Dio è Altro da tutto ciò, è radicalmente altro: Lui non fa le cose, lui è Colui che è, è Colui che porta un lieto annuncio ai poveri… ma non perché queste sono “cose carine” che ogni tanto è bello fare, ma perché è Lui che è così; e dietro alle esemplificazioni di Isaia appare il volto del Dio che radicalmente, dalle origini e per sempre, è il Dio della Vita degli uomini. Ma essere il Dio della Vita degli uomini, implica precisamente esserlo, sempre e in modo radicale: rispettandone la libertà, parlandogli nell’intimità, custodendone la storicità… che sono tutte cose che precisamente si compiono in Gesù di Nazaret: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

giovedì 19 febbraio 2009

In gioco l'identità di Dio

In questa settima domenica del tempo ordinario, le letture che la Chiesa ci propone – in particolare la prima e il vangelo – pongono in campo la tematica dell’identità di Dio. Seppur in modo diverso infatti, entrambe contengono un pronunciarsi del Signore (di JHWH in Isaia, di Gesù in Marco), un suo dirsi, un suo dire di sé, non privo di conseguenze.

Per quanto riguarda la prima lettura ci troviamo nella sezione del libro che i biblisti attribuiscono al cosiddetto Deuteroisaia, o secondo Isaia, cioè il profeta anonimo vissuto ai tempi dell’esilio in Babilonia (circa II secoli dopo il I Isaia), il cui lavoro è stato poi redazionalmente unito a quello del profeta dell’VIII secolo a.C.

La situazione storica che fa da sfondo alla “dichiarazione d’intenti” pronunciata dal Signore nei nostri versetti, è dunque l’esilio in Babilonia, tempo in cui l’abbattimento, la sfiducia e la tristezza opprimevano il cuore dei deportati. Ci si domandava se il Signore si fosse dimenticato del suo popolo, se la sua parola contasse ancora, se vi fosse ancora speranza.

Ed è inutile sottolineare l’attualità di questa condizione interiore dell’uomo; come queste stesse caratteristiche appaiano adattissime a descrivere anche il cuore dell’uomo di oggi, forse dell’uomo di sempre… lo scoramento, il dubbio se ne valga veramente la pena, l’angoscia, la domanda su una speranza ancora possibile…

Ma forse proprio perché non si tratta solo della situazione contingente dei deportati in Babilonia, ma della condizione umana tout court, ha ancora più rilevanza l’irrompere di Dio in questa desolazione, il suo dirsi, il suo annunciarsi come colui che porta un nuovo esodo, una liberazione attuale.

Proprio nel tempo dell’abbattimento più cupo, proprio allora quando sembra impossibile tornare a dare credito a un senso, proprio quando in discussione è messo il Signore stesso, la sua identità, Egli decide di rivelarsi, di tornare a intrecciarsi “l’anima” con l’uomo.

Il Signore infatti si annuncia non più solo come colui che nel passato ha liberato il suo popolo dall’Egitto (un episodio del passato, certo originario, fondante, ma forse proprio per questo quasi mitico, lontano, etereo), ma come colui che attualmente libera le nuove generazioni del suo popolo, che è fedele sempre, che rinnova le sue promesse e la sua alleanza con ciascun figlio dell’uomo che nasce su questa terra: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova». 

Questo “fare cose nuove”, questo dirsi nell’attualità, per quanto forse alle nostre orecchie di cristiani del duemila suoni scontato, in realtà ha bisogno di essere continuamente ribadito, perché è la chiave di lettura della vita cristiana e umana: il Signore è colui che mi si rivolge, mi interpella, mi si dice, mi libera, mi fa fiorire l’anima.

Va ribadito soprattutto perchè non sempre è stato così evidente nella vita della Chiesa. Troppo spesso infatti essa, ovviamente nelle sue “alte sfere”, ha temuto che questa prospettiva rischiasse di incastrarsi in dinamiche intimistiche, relativistiche, solipsistiche (un rischio serio e da tenere certo in considerazione e che probabilmente è stato anche più volte percorso, se la Chiesa ha sentito il bisogno di arginarlo così duramente). Però per paura di individualismi (un paura positiva quando l’obiettivo era favorire l’unità dei cristiani e il bene del singolo, negativa quando mirava semplicemente a evitare la messa in discussione del proprio potere), la Chiesa ha proposto per secoli una religiosità “cameratista”, irreggimentata, orchestrata, considerando invece i singoli non all’altezza di un rapporto personale serio con il Signore (cfr l’accesso al testo biblico da parte della gente comune prima degli anni ’60 del ‘900!!!). E se si può riconoscere che certo, le persone vanno educate, aiutate, accompagnate, non si può nascondere che la meta fosse quella della relazione personale col Signore, che la Chiesa avrebbe dovuto portarle lì e invece per secoli non lo ha fatto, se non in epifenomeni particolarmente fortunati e comunque anch’essi contrastati dall’istituzione…

E non a caso, perso di vista il rapporto personale col Signore, la gente si è accorta che tutta l’impalcatura religiosa che la società e la vita personale continuavano a portare avanti, perdeva senso, anzi rischiava di diventare ingabbiante, minacciosa, violenta. E di fatti l’hanno abbandonata.

Per questo è allora così fondamentale tornare a queste parole del Deuteroisaia: egli rivendica la contemporaneità di ciascun uomo al Signore stesso, la possibilità di mescolare con lui la libertà, di scrivere con lui la storia.

E come si accennava già in precedenza, quella di Isaia è una rivendicazione ancora più pretenziosa (e però più realistica) perché cade proprio nel tempo della prova, nel tempo della disfatta umana, nel tempo della sfiducia. È in questa situazione (che è la situazione più percorsa dall’uomo di sempre), che il Signore ribadisce chi lui sia. Proprio quando tutto entra in crisi e lui stesso ai nostri occhi appare un’illusione, la sua parola per noi è che con lui il deserto fiorisce: dove passa lui vengon fuori le margherite dalla sabbia! Che fuor di metafora vuol dire che dove passa lui la morte diventa vita, la stanchezza vigore, la depressione voglia di vivere, la solitudine abitata, la paura pacificazione…

Così Dio si dice: e non a caso Gesù è proprio colui che risana il dentro e il fuori dell’uomo. A Giovanni Battista in carcere che manda i suoi discepoli a chiedergli se era davvero lui quello che doveva venire o se ne dovevano aspettare un altro, lui risponde mostrando il deserto che fiorisce: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo» (Mt 11,4-5).

Il problema è che proprio questa identità di Dio in Gesù è messa in discussione: in gioco c’è l’identità di Dio, che, se malcompresa, è la cosa più pericolosa per l’uomo. Da essa infatti dipende il nostro modo di pensare la vita, gli altri, l’amore, la morte, ecc… Fallire l’idea di Dio è fallire la vita.

Ci si potrebbe dilungare sulle false idee di Dio (gli idoli, che non a caso sono a tema nei versetti successivi a quelli della prima lettura), ma per essere più aderenti al vangelo è necessario oggi mettere a tema una difficoltà diversa: qui non si sta parlando di un’idea sbagliata di Dio, ma del rifiuto dell’idea giusta. Che Gesù sia Dio così e quindi che Dio sia così come è Gesù, suscita reazioni di opposizione, di diniego, di rifiuto… non a caso anche il versetto che segue la risposta di Gesù ai discepoli di Giovanni Battista suona: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11,6). Addirittura la contrapposizione diventa violenza: Gesù morirà in croce, condannato per bestemmia: «Si è fatto Dio»… che è la stessa accusa che emerge già nei versetti del vangelo di Marco proposto dalla liturgia di questa domenica: siamo solo al capitolo due e l’evangelista sente già l’esigenza di mettere in campo le reazioni contro Gesù.

Infatti a partire da 2,1 a 3,6 raggruppa una serie di cinque controversie contro Gesù: la nostra riguardante la possibilità da parte di Gesù di rimettere i peccati, la seconda riguardante la sua abitudine di mangiare con i peccatori, la terza sul digiuno, la quarta e la quinta sul sabato. Come già evidenziato, in gioco non è la disputa su cavilli interpretativi della legislazione ebraica, non sono questioni di scuola. In gioco c’è la messa in discussione dell’identità di Gesù e più radicalmente di Dio: il Signore non può essere così.

Se questa reazione è comprensibile per i farisei contemporanei a Gesù (che – non dobbiamo dimenticarlo – avevano davanti quello che a loro appariva in tutto e per tutto un uomo qualunque e che però pretendeva, per esempio nel nostro brano, di arrogarsi prerogative esclusivamente riservate a Dio: perdonare i peccati!), per l’evangelista diventano incomprensibili a posteriori. Dopo la morte e risurrezione di Gesù, dopo l’attesa di secoli, la stragrande maggioranza del popolo ebraico non ha riconosciuto il suo Messia. E non l’ha riconosciuto perché non gli sembrava vero un Dio così, un Dio che si fa uomo, un Dio che muore.

L’intento di Marco allora è quello di preparare l’animo del suo lettore, l’animo dell’uomo, l’animo di ciascun uomo, reso terreno accidentato dalle prove, dalle sofferenze, dalle delusioni e dalle infedeltà, perché possa accogliere che Gesù è Dio, colui che fa fiorire il deserto.

Per poter arrivare con Etty a dire: «Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la prima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio però promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: […] Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me. […] Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio».

Da questo punto invece sovrascrivi a queste parole la sua continuazione in modo che la pagina principale del blog non sia appesantita e chi vuole continuare la lettura deve cliccare su continua. (naturalmente puoi dopo sopprimere la linea vuota

venerdì 12 dicembre 2008

In mezzo a voi sta uno sconosciuto

L’esperienza di Dio non viene mai per prima…
… prima viene Giovanni Battista! Non viene subito la luce. Prima viene il testimone della luce. Che non vuol essere frainteso. Non è lui la luce, anche se l’uomo storicamente e psicologicamente è portato a identificare subito il segno con la realtà indicata dal segno. L’uomo ha bisogno di camminare di segno in segno, perché questo è il cantiere antropologico, l’immenso alveo culturale nel quale l’uomo nasce e cresce, e rende “umano” tutto quello che è ‘nostro’: materia, anima e spirito, come dice Paolo! Ma l’uomo tradisce la sua umanità quando si ferma al livello corporeo, che pure è la sua piattaforma, o a livello psichico, che è la struttura ove nasce la conoscenza e il desiderio, e neanche al livello spirituale, che pure è lo spazio supremo della libertà e dell’amore... La meta finale (il Dio misterioso e sconosciuto!), presentata di colpo, lo acceca o lo spaventa… o lo illude, come tante volte ha sperimentato il popolo di Israele. Il cammino storico avviene lentamente a passi incerti, nel deserto, verso la terra promessa, che si intravvede da lontano… La tentazione è di scordarsi della meta finale e appropriarsi delle mete intermedie, che così diventano ostacoli, trappole o idoli. Questo è il messaggio centrale di Giovanni, che continua a contrastare ogni identificazione di sé con il Cristo.

… Giovanni era da Dio o dagli uomini? (Mt 21,23)
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Dunque è mandato da Dio, ma era un uomo! “… tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista… La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni". Con Giovanni succede qualcosa di nuovo, secondo i vangeli, nel cammino culturale dell’umanità. “… dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono " (Mt 11,11ss). Non solo dunque un salto di qualità inaudito, mai immaginato nella storia delle religioni , ma un atto di forza, di rottura, atteso e profetizzato, ma impensabile per come è avvenuto: Dio, che aveva già parlato, nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo … Non più dunque un segno, per quanto eccelso, non più gesti sacramentali portatori di salvezza, non sacrifici o comportamenti graditi a Dio… “ in questi giorni Dio ha parlato per mezzo del Figlio fine e principio di tutte le cose!" (Eb 1,1s)

In mezzo a noi sta uno che voi non conoscete!
… Giovanni è la voce che grida nel deserto: In mezzo a voi c’è uno sconosciuto, e non ve ne accorgete… È necessario leggere il seguito del brano per capire il dramma di Giovanni, mentre sta annunciando l’evento centrale della storia, la presenza di Dio stesso nell’umiltà della nostra materia e della nostra vita. Anche lui è coinvolto in questa ignoranza, in questa distanza interiore, di fronte a questa inaccessibile presenza che si è fatta interna alla storia e all’intimo dell’uomo, ma soltanto con un balzo di violenza si lascia conoscere: io non lo conoscevo! Non è questione di virtù od ascesi, anche se Giovanni insiste che bisogna assolutamente prepararsi! Ma occorre soprattutto “convertire la mente”, cambiare completamente la propria idea di Dio, perché la nostra non è l’idea che Dio ha di sé! Se no, vediamo tanto di noi stessi, niente di Dio. Non incontriamo affatto un Dio Onnipotente che viene con gloria e con potenza. Ci è mostrato invece “l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. È inaudito! Un agnello condotto al macello è il segno di riconoscimento del Messia che deve liberare il popolo e tutta l’umanità dal giogo dell’oppressione e del peccato. Non è una nuova figura indicativa, una metafora. Giovanni è sicuro: “… colui che mi ha inviato a battezzare l’aveva detto… e io ho visto il segno, la colomba scendere e rimanere su di lui!". Una pace portata agli uomini a prezzo di sangue. Mentre Giovanni lo battezza Gesù, quando lo guarda passare, quando lo indica ai propri discepoli come l’Agnello, si illuminano nel suo cuore i versetti di Isaia, meditati e pregati e “non compresi” per una vita: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori … il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. (53,4ss). Io non lo conoscevo, appunto!. Nessuno avrebbe potuto riconoscere un messia così.

I criteri di Isaia
Ora è chiaro perché ogni forma di culto, di rito, di legge, di istituzione, ogni guida che si proponga di condurre a Dio, per essere riconosciuta come profetica (capace di individuare Dio nella storia e condurci ad un’esperienza autentica di lui!), deve essere sottoposta “prima” al vaglio dei criteri di Isaia. La presenza dello Spirito è rivelata nella ricomposizione armonica delle sofferenze dell’uomo: se gli afflitti, i poveri, i piagati, gli schiavi, i prigionieri… sono consolati… qui c’è Dio. Così farà rispondere Gesù a Giovanni… descrivendogli la sua vita e la sua opera in mezzo alla gente (Mt 11,4)! Così è la lettura della storia che Maria canta nel Magnificat. Ma proprio qui si rivela il sorprendente rovesciamento delle attese dell’uomo religioso. Non si tratta dell’eliminazione magica e indolore del male nel mondo, né dell’adempimento del desiderio sempre storicamente insoddisfatto dell’uomo, ma della sua presa in carico, secondo l’altro criterio fondamentale del profeta: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Si può togliere, dunque, il male del mondo solo caricandoselo sulle proprie spalle. Solo un dio può farlo! Proprio questa è la testimonianza suprema di Giovanni: Io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.

L’esperienza cristiana
… detto questo, il testimone sa che la sua funzione è compiuta: ha avviato i suoi discepoli a divenire discepoli del Signore (Figlio di Dio), vedere dove abita, parlare con lui, capire chi è…! (Gv 1,38ss) Ha inizio l’esperienza cristiana. La spinta è sempre il desiderio di salvezza, che è alla base dell’anelito religioso dell’uomo, il fondamento della religione popolare. Ma l’esperienza cristiana è il contrario: è il desiderio rovesciato! Non è l’esaudimento del mio desiderio di potenza o di sopravvivenza! È conoscere e accogliere il desiderio di Dio su di me, manifestato in Gesù di Nazareth e lasciarmene trasformare. Non è ancora (né mai in questa terra!) esperienza diretta di Dio, ma sempre di un Altro che ti chiama a trasformare i tuoi desideri… Anche per il cristiano diventano dirimenti i criteri di Isaia, avverati in Gesù. L’esperienza di Israele, che arriva al suo culmine in Giovanni Battista, rimane paradigmatica e irrinunciabile: Dio è inconoscibile, introvabile, ogni segno (presente) è segno del suo mistero inaccessibile. Neanche il nome si può pronunciare, per evitare il pericolo di credere che qualcosa di lui sia sperimentabile, se non la sua assenza! Appena credi di averlo trovato (nei patriarchi, nella terra promessa, nella legge, nella casata di Davide, nel tempio…) tutto sparisce ai tuoi occhi e svuota il tuo cuore, che anela inutilmente a possedere il contenuto del segno… E allora il Messia deve ancora incessantemente venire?! Il messaggio di Giovanni ha interrotto questa attesa interminabile! Se vuoi incontrare Dio, devi seguire Gesù il Cristo ed entrare dietro a lui nei criteri di Isaia: non è importante la tua sofferenza, ma la sofferenza dell’A/altro, a cominciare dal più povero. Non è importante il tuo desiderio, ma il desiderio dell’A/altro, a cominciare dal più prossimo a te! La lotta tra il nostro desiderio e il desiderio del Signore (la lotta tra il cantiere antropologico, che è il laboratorio dell’affermazione di sé - e il germoglio del progetto di Dio che vi è seminato dentro) è come l’amore tra l’uomo e la donna (Is 61,10). L’amore non si esaurisce nella complementarietà sessuale. Ma nel riconoscimento progressivo, gioioso e doloroso, della inevitabile discordanza dei desideri femminili e maschili. Così l’amore evangelico non si esaurisce nell’appagamento dei desideri umani da parte di Dio (l’acqua della samaritana), ma nello scoprire e accogliere, non spegnere, i desideri trasformanti dello Spirito. Non si tratta di una super-morale, ma di una proposta personale (al mio desiderio) di contro/desideri che facciano della vita un’offerta, una consegna di sé per amore. La libertà nasce in questo intervello che emerge nel guazzabuglio del cantiere umano di ciascuno, tra la pressione psicofisica e socio istituzionale che ci avvinghia e ci condiziona e la chiamata dello Spirito di Gesù che geme in noi. In questo intervallo s’affina la preghiera, cresce la maturità cristiana, si apre la porta della mistica – dove il più piccolo è più grande di Giovanni.

giovedì 24 gennaio 2008

A che Cristo riferirsi?

In questa III domenica del tempo ordinario, vorrei iniziare col fare qualche riflessione riguardo al brano della lettera di Paolo ai Corinzi. Essa infatti suona molto provocatoria in un tempo in cui personalmente, socialmente ed ecclesialmente sembra si riscontrino proprio quelle divisioni e discordie che l’Apostolo vuole scongiurare: la sua constatazione infatti, «mi è stato segnalato che tra voi vi sono discordie», mi pare dipinga bene anche la nostra realtà quotidiana, di singoli e di Chiesa.
È Paolo stesso a spiegare poi, nei versetti immediatamente successivi, cosa intenda rilevando questa situazione di divisione; e infatti annota: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”». Il problema posto in campo allora è quello di una dispersione dei punti di riferimento all’interno dell’unico corpo (la Chiesa) che ha come capo solo Cristo.
Ma in questione non sembra esserci tanto l’esperienza di un’appartenenza o di un’amicizia o di una stima creatasi fra persone che hanno fatto un incontro tanto intimo da risultare decisivo; quanto piuttosto il fatto che esso rimanga come un baluardo ideologico, privo della capacità di far confluire i singoli verso l’Unico vero riferimento che può unire: Cristo Gesù.
L’indicazione di Paolo allora sembra andare proprio in questa direzione: perché si faccia comunione è necessario ri-orientare verso Gesù la centralità del proprio io, il proprio orizzonte di senso, il proprio cuore: «È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?».
Ma… mi vien da chiedermi… oggi basta un’indicazione di questo tipo? Certo, con la nostra sviluppata dialettica riusciremmo sicuramente «a essere tutti unanimi nel parlare», a trovare cioè formulazioni comuni sull’essenza del Cristianesimo e anche (sforzandoci) sulla pratica cristiana. Ma la sensazione è che la ben più coinvolgente «unione di pensiero e di sentire» che l’Apostolo prospetta, sia impresa decisamente ardua e sicuramente lontana dallo scenario attuale.
Il problema oggi infatti non sta solo in una pluralità di riferimenti (la destra, la sinistra, il centro, la linea profetica, quella magisteriale, quella evangelica, quella ortodossa, quella cattolica, quella di Ruini o quella di Martini…), ma nel fatto che è il centro stesso – riconosciuto da tutti con Paolo come il «nome del Signore nostro Gesù Cristo» – ad essere riempito di contenuti diversi: di un pensare e di un sentire diversi!
Tutti si riferiscono a Cristo: quelli che vogliono la messa in latino e quelli che sentono un tuffo al cuore a vedere il papa che dà il di dietro ai fedeli; quelli che vanno in piazza con le bandiere della pace e quelli che politicamente sostengono la giustezza della guerra preventiva; quelli che sono rigidissimi sull’uso degli anticoncezionali e quelli che per evitare agli africani la morte di aids li distribuiscono alla gente; quelli che proprio perché hanno incontrato il Vangelo non se la sentono più di lasciar fuori nessuno e quelli che in nome dello stesso Vangelo han bisogno di tracciare i confini…
Ma allora? Se questo stesso riferimento dà adito ad una così vasta pluriformità di pensieri e di modi di sentire, bisogna concludere che ciò avviene perchè lo stesso Cristo lo si incontra in modi diversi… lo stesso Vangelo lo si legge in modi diversi… lo stesso essere Chiesa lo si vive in modi diversi…
E sinceramente io sono un po’ stanca delle “formule concordiste”, che mi pare servano solo a dare una parvenza di unione (che fa comodo a tutti), ma che di fatto lasciano che ognuno vada per la sua strada… Il punto è che la storia ci ha già insegnato che a furia di andare ognuno per la sua strada (come è successo tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente) poi ci si ritrova talmente lontani da risultare, appunto, divisi…
Che fare dunque? Non è politicamente corretto sbilanciarsi nel dire che qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto? Forse… Ma non ci resta che tentare di tornare, come suggerisce Paolo, a Cristo stesso, al suo Vangelo… e provare, senza forzare ideologicamente le sue parole, a far parlare lui…
Prendendo dunque in mano il Vangelo di questa domenica ci accorgiamo come esso ci parli dell’inizio del ministero di Gesù: è il testo di Matteo al capitolo 4, i versetti 12-23, il quale affonda esplicitamente le sue radici nel testo di Isaia 8,23-9,3 che la liturgia conseguentemente ci propone come prima lettura.
Si parla della terra di Zabulon e della terra di Neftali. Esse erano le due tribù più settentrionali e quindi più distanti dal centro, da Gerusalemme, che notoriamente è la beneficiaria delle promesse. E di fatti sono presentate nelle tenebre. Anche perché questo è il territorio dove passava la famosa “via maris”, la strada che collegava cioè le regioni più importanti della Mezzaluna fertile (l’Egitto con la Mesopotamia e la Persia) e che perciò rendeva queste terre oggetto del passaggio di eserciti, che vi compivano scorribande e saccheggi frequenti. Addirittura questo distretto di periferia, era abitato da numerosi gruppi di popolazioni non ebree; e gli Ebrei stessi la chiamavano la “regione delle Genti”.
Ma è proprio in queste terre, cariche di confusione sociale, politica, militare e religiosa, è proprio in queste terre, considerate in qualche modo maledette, che Dio interviene con un cambiamento tanto radicale quanto immotivato (non vi è infatti alcuna allusione ad una conversione): «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
E Matteo, nel suo Vangelo, riprende proprio questo annuncio profetico, per mostrare come il compimento di questa attesa stia in Gesù di Nazareth: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa».
Secondo l’evangelista, allora, è proprio Gesù colui che compie le attese, colui cioè che determina in modo storico (legato quindi alla carne, al sangue e alle lacrime delle persone) e insieme definitivo, il passaggio da una vita che sa di morte, ad una vita che si mette a brillare e a illuminarsi: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Ma come fa a compiere queste attese? Nel brano proposto le parole e le azione di Gesù sono poche, ma decisive; e ci aiutano anche a rispondere al nostro problema originario: qual è il Cristo a cui riferirsi?
Anzitutto è da notare come la prima parola di Gesù in questo brano sia un invito incalzante: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Convertirsi, biblicamente parlando, non ha immediatamente un valore morale, ma piuttosto, esistenziale: incontrare il Signore, vuol dire cioè cambiare mentalità, invertire la direzione, trasformare gli orizzonti di senso. Ossia vuol dire che il Dio di Gesù Cristo non è riconducibile a nessuna forma di religiosità classica, a nessuno schema contrattualistico tra l’uomo e il suo dio: eppure, vien da pensare… quanto della nostra fede è stato invece ridotto ad un impianto religioso classico? Quanto poco è disposto, chi da questo impianto religioso trae profitto o potere, a convertire la religione con la fede?
Ma c'è dell'altro: va segnalata infatti anche un’altra azione significativa di Gesù: la chiamata dei primi discepoli. Ciò che incuriosisce è soprattutto questo prenderli a coppie, a due a due. Un fatto che immediatamente fa risuonare in noi la parola di Giovanni quando afferma «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È questo allora il modo di vivere le relazioni da cristiani (con Cristo come riferimento): non in maniera formale e asettica, stereotipata e convenzionale, gerarchica e reverenziale, distaccata e sessuofoba, ma coinvolgente e con-patente, spontanea e trasparente, intrecciata e confidenziale… e anche qui verrebbe da pensare… al giusto riferirsi a Cristo nella Chiesa...
Ed infine l’altra grande frase di Gesù: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». I pescatori, si sa, sono coloro che tolgono i pesci dal mare. E biblicamente il mare è simbolo per eccellenza del male… Pescare uomini allora, vuol dire toglierli dal male (con tutte le caratterizzazioni che esso può assumere: fisico, morale, esistenziale, psicologico, economico…). Chi si riferisce a Cristo allora è colui che ridona all’uomo la sua umanità, colui che lo risana nella sua interiorità, colui che gli ridona la dignità di figlio e l’abilitazione alla Vita. Non può certo essere colui che incastra le persone nei sensi di colpa, che propone il sacro come rifugio, che discrimina le persone in base al sesso, alla purità, alla loro situazione etica…
Questi appaiono allora i criteri per il riferimento a Cristo: il rinnovamento del cuore, la passione per l'altro, il dono della Vita. Ma, purtroppo, così spesso non sappiamo essere altro che inariditi uomini, soli e sterili.
«Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16).

venerdì 18 gennaio 2008

È troppo poco…

Le letture che la Chiesa ci propone per questa II domenica del tempo ordinario risultano un po’ complesse: da un lato infatti contengono una ricchezza tale da lasciare chi tenta di dirne qualcosa un po’ inibito… dall’altro hanno l’inghippo di richiamare molto da vicino le letture di domenica scorsa... Ad ogni modo…

La prima cosa da notare è che, seppure in qualche modo ci si riferisce ancora al Battesimo di Gesù, lo scenario teologico è cambiato rispetto a quello matteano: siamo immersi infatti oggi nella prospettiva di Giovanni.
Egli ha delle caratteristiche personali davvero notevoli che lo contraddistinguono rispetto ai sinottici, per cui vale la pena darne un panorama.
La prima cosa da rilevare è che la figura del Battista assume una caratterizzazione particolare: nel Vangelo di Giovanni infatti egli, pur mantenendo qualche caratteristica del precursore («colui che viene dietro di me è passato avanti a me perché era prima di me», Gv 1,15.29), è piuttosto identificato come il testimone: «E io ho visto e ho reso testimonianza» (Gv 1,34).

Inoltre non è mai chiamato con il nome Battista (baptistes), che è l’aggettivo verbale di baptizo, ma il battezzante (baptizon); si usa cioè il participio presente del verbo. Questa, che in prima battuta può forse sembrare una semplice notazione grammaticale, in realtà è un’indicazione utile per capire come chi scrive il Quarto Vangelo (d’ora in poi QVg) intenda questo personaggio: da un lato infatti in questo uso linguistico si rivela una certa confidenzialità data a Giovanni Battista, dall’altro il fatto che il QVg qui ometta di mettere quel titolo che solitamente ama dare ai suoi personaggi, ha un senso preciso. Lo scopo infatti, a detta del biblista Roberto Vignolo, pare essere quella che lui chiama una contorsione di rappresentazione narrativa nella costruzione di questo personaggio. Il punto cioè sembra essere la difficoltà di presentare un personaggio che mentre viene esaltato (è il più grande fra i nati di donna – Mt 11,11; è il precursore; è il testimone; per i sinottici è addirittura il nuovo Elia), deve essere anche ridimensionato («non sono il Cristo», Gv 1,19; «Egli deve crescere e io invece diminuire», Gv 3,30).

Ciò emerge nello specifico anche nei versetti del Vangelo di Giovanni che la liturgia ci propone (1,29-34) per questa domenica. Essi corrispondono alla seconda delle tre testimonianze che il Battista dà di Gesù nel I capitolo (la prima era quella espressa in Gv 1,19-28 ai sacerdoti e ai leviti, che erano stati inviati dai Giudei per capire chi fosse questo battezzatore; la terza è quella che apre il racconto della vocazione dei primi discepoli, Gv 1,35-42).

La cosa più interessante di questa seconda testimonianza del Battista è la censura posta in campo: non è raccontato infatti il Battesimo ricevuto da Gesù, per mano di Battista, al Giordano. Si dice solo della discesa dello Spirito Santo, che il Battista ha visto e poi testimoniato.
Il senso di questa omissione sembra probabilmente rientrare proprio nel discorso del ridimensionamento per cui si vuole cominciare a facilitare l’idea di un Giovanni Battista tutto a servizio testimoniale di Gesù.

Ma se di Giovanni è sottolineato così tanto il ruolo del testimone, è per la pregnanza di ciò che testimonia, o meglio, di colui al quale rende testimonianza. Questi versetti 29-34 infatti, rispetto alla I testimonianza che era al negativo («Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”», Gv 1,20; «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, Elia, il profeta?» Gv 1,25), mirano ad attestare l’identità di Gesù. Egli infatti è:

- l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo;
-
colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”;
-
colui sul quale è disceso e rimasto lo Spirito;
-
colui che battezza nello Spirito Santo;
- il Figlio di Dio.

Il primo e l’ultimo titolo (Agnello di Dio e Figlio di Dio) sono due espressioni che anche linguisticamente si richiamano. Il secondo, Figlio di Dio, è il titolo cristologico più rappresentativo del QVg, mentre il primo, agnello di Dio, compare solo qui. È su di esso quindi che maggiormente va posta l’attenzione, anche perché ci sono almeno quattro interpretazioni possibili:

1- Una prima interpretazione vede un riferimento diretto a Isaia 42, intendendo Agnello di Dio come il servo di Dio (in aramaico infatti servo e agnello si dice nella stessa maniera). Gli elementi comuni tra Isaia 42 e Giovanni sono infatti numerosi: servo, eletto, spirito, predicazione. Lo Spirito dato a Gesù (Gv 1,32.33) sarebbe allora quello che caratterizza la sua missione di servo, in quanto
predicatore, in quanto colui che porta la parola di Dio alle genti.
2-
La seconda fa riferimento a Esodo 12 e alla figura dell’agnello pasquale. In questo senso è significativa la coincidenza della cronologia giovannea che sposta gli eventi della passione, tutti un giorno prima rispetto ai sinottici. In questo modo nel QVg Gesù non muore venerdì santo, ma la vigilia di venerdì, esattamente nello stesso momento in cui nel Tempio sono immolati gli agnelli per la
celebrazione di veglia e della cena pasquale.
3-
La terza fa riferimento al servo di Dio di Isaia 53,7, dove si parla dell’agnello condotto al macello come pecora muta davanti ai suoi tosatori.
4- L’ultima soluzione è l’interpretazione dell’agnello come simbolo del Messia. Il riferimento migliore l’abbiamo nell’Apocalisse giovannea: all’inizio del libro c’è infatti la scena famosa dell’agnello. Dovrebbe arrivare un leone (il leone di Giuda), colui che ha vinto ed è l’unico in grado di sciogliere i sigilli del libro. In realtà invece del leone arriva proprio un agnello…

Gli studiosi consigliano di non scegliere tra queste possibilità… Essi sostengono che forse è più giusto dire che quella di Giovanni è una teologia molto stratificata, multisignificante, in cui tutte e quattro queste accezioni vanno tenute.
Se questo è vero però, in questa seconda domenica del tempo ordinario dobbiamo anche notare che l’accostamento dei testi scelti dalla liturgia, porta a sbilanciarsi sulla prima sottolineatura. La prima lettura infatti fa riferimento proprio a quel servo di Dio che riceve lo Spirito in quanto predicatore, in quanto colui che porta la parola di Dio alle genti (come in Is 42): «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).

Prospettiva questa a cui fa eco anche san Paolo nel suo incipit alla Lettera ai Corinzi: «a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo».
In questa linea allora va trovato il filo conduttore dei testi di oggi: essi infatti hanno tutti una funzione rivelativa, con lo scopo di far emergere l’identità di Gesù.
Egli, il Figlio di Dio (Gv 1,34) e il Signore nostro e loro (1Cor 1,2), è colui che libera dal peccato attraverso la sua parola di verità. Verità che è lui stesso in persona.

Proprio per questo, perché non porta semplicemente una verità, ma è Lui la Verità… proprio per questo rimane sempre incontrabile da tutti. È troppo poco per Lui perciò rimanere chiuso in un’elezione settaria (non è solo per alcuni), in un’interpretazione esclusiva (non corrisponde all’idea di lui che qualcuno si fa), in una prassi preordinata (non c’è un percorso automatico per incontrarlo), in una morale aprioristica (non è seguendo un codice etico che mi conformo a lui), in una oggettivazione dottrinale (non è una dottrina che devo acquisire)…
Spesso purtroppo e forse inevitabilmente i percorsi religiosi (ebraici prima ed ecclesiali poi) hanno rischiato di imprigionare la forza esplosiva di questa Verità fatta persona che chiede di portare la sua salvezza fino all’estremità della terra. L’hanno fatto (lo facciamo) sempre per ragioni validissime (riassumibili nella salvaguardia di verità – appunto – come se la Verità avesse bisogno dei nostri dogmi per essere salvaguardata), intimoriti da conseguenze disastrosissime (che qualcuno chiama relativismo)… peccato che poi ci perdiamo per strada tutta una grandissima fetta di umanità che sta all’estremità della terra…

Forse dal punto di vista di un Dio che vuole raggiungere il cuore di ogni uomo fino agli estremi confini del mondo, la chiusura che spesso caratterizza le nostre conventicole cattoliche (che prima di aprirsi a qualcuno guardano con chi va a letto, quante volte si è sposato, cosa mangia il venerdì santo…) è davvero troppo poco…

venerdì 11 gennaio 2008

La predilezione che porta a morire

Leggendo i testi che la Chiesa ci propone per questa domenica, dedicata al Battesimo del Signore, ci si accorge subito che il filo conduttore che li lega è il tema della predilezione.
La prima lettura, in questo senso, esordisce in modo esplicito: «Così dice il Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio”». Ma pure il Vangelo, che riferisce la profezia a Gesù, non è da meno: «Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”». E infine anche il Libro degli Atti, pur con sfumature linguistiche diverse, ripresenta lo stesso valore semantico, parlando di Gesù come «il Signore di tutti», come colui che «Dio consacrò in Spirito Santo e potenza».
I termini con cui questa predilezione è espressa, tra l’altro, sono da prendersi in senso forte:
- i significati di eletto (Is 42,1) e di amato (Mt 3,17) in greco resi rispettivamente con εκλεκτός (eklektos) e con αγαπητός (agapetos), letteralmente sarebbero infatti: scelto, eletto, adorato, stimato, caro, preferito, degno di amore;
- allo stesso modo l’idea del compiacimento (Is 42,1 e Mt 3,17), in greco ευδοκέω (eudokeo), ha la valenza forte di sembrare buono a qualcuno, essere un piacere per qualcuno, ritenere buono, scegliere, preferire, essere ben compiaciuto di, prendere piacere in, essere favorevole verso qualcuno;
- e infine lo stesso concetto di consacrazione, espressa in Atti 10,38 fa riferimento al verbo greco χρίω, ungere, il cui senso forte è immediatamente evidente se si nota che da esso deriva lo stesso termine Cristo.
Si sta parlando allora di un personaggio di grande consistenza, che ha tratti molto allettanti: chi in qualche modo non desidera essere il prediletto di qualcun’altro? Chi non rimpiange il tempo in cui è stato amato, preferito in modo speciale? Chi non vorrebbe essere sempre nella condizione di essere il compiacimento di un altro?
Eppure, se possibile, questa prospettiva, che già così riscalda i nostri cuori, qui addirittura ha un superamento: il personaggio in questione infatti non solo è eletto, amato, consacrato, ma lo è da Dio in persona! È Dio stesso che si compiace di lui!
E immediatamente la nostra immaginazione prova a percorrere il senso di queste parole, segnate ora, proprio perché hanno Dio per origine, da definitività, totalità, incommensurabilità… Chi può essere questo prediletto? Che cosa avrà mai fatto per esserlo? E soprattutto… come sarà avere dalla propria parte niente meno che Dio («Dio era con lui» At 10,38)?
La nostra fantasia però, che immediatamente associa l’idea di predilezione a quella di personale privilegio, va tenuta a bada, perché proseguendo la lettura dei passi che la liturgia ci propone, scopriamo che l’eletto biblico è connotato diversamente da come ce lo aspetteremmo…
Isaia infatti di questo servo eletto dice che «porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra».
Ma come? Che razza di prediletto è questo? Di lui non è detto niente… non è riportato nessun effetto vantaggioso che gli deriva dalla sua situazione di privilegio… non c’è nessuna logica di esclusività che lo separa dalla massa di tutti gli altri… anzi… tutto quanto è detto di lui si riferisce al bene di altri…
Inoltre il profeta sembra proprio convinto che la logica sia questa, tant’è che prosegue dicendo: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Questa logica inaspettata da parte di un privilegiato, questa logica cioè per cui l’essere preferito è a vantaggio di altri, porta necessariamente a un rimettere in discussione il nostro modo di pensare l’essere scelti… spesso così arroccato in una separatezza dal resto del mondo… anche confessionalmente e vocazionalmente parlando…
Ma non solo… da ripensare è anche l’identità di colui che predilige… che predilezione è infatti quella i cui effetti benefici trasbordano rispetto al prediletto? In fin dei conti, che Dio è il Dio che di Gesù dice «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» e poi lo lascia morire in croce per la salvezza di ogni uomo? Qual è la logica che ci sta dietro?
A dire il vero, anche se ogni volta ci sconvolge le impalcature mentali, è proprio la logica di sempre di Dio… quella dell’elezione inclusiva e mai esclusiva («Dio non fa preferenze di persone», At 10,34)… che è valsa per Abramo, per Mosè, per Davide, per il popolo di Israele … scelti non per un privilegio discriminante che escludeva gli altri, non per qualche particolare merito, non per una dinamica elitaria che dividerebbe il mondo in salvati e dannati, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, puri e impuri… Ma scelti invece per essere poli di irradiazione di un amore che, se non può che essere sperimentato nella propria individualissima singolarità (privilegio), chiede però, per inverarsi, di rompere gli argini e di essere resa possibile nell’esperienza personale di ogni uomo.
Questo è il senso dell’elezione! Ed è proprio per questo che l’elezione è sempre a vantaggio degli altri… di Gesù infatti Pietro in Atti dice «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo».
Ma non è ancora tutto… I testi sembrano aprire lo spiraglio ad altro…
Non solo la logica dell’elezione è a vantaggio degli altri, ma addirittura, stando al Vangelo, è a svantaggio del privilegiato…
Cerco di spiegarmi: indubbiamente c’è un privilegio nella predilezione, soprattutto in quella divina. È l’esperienza di un’intimità con Dio talmente profonda da essere conformante, per dirla alla san Paolo… Eppure… l’entrare nella logica di Dio, nel suo Spirito, nella sua essenza, nella sua comunione, nel suo orizzonte di senso, porta l’eletto a una definitività, a una totalità, a una incommensurabilità dell’amore che quando si scontra col mondo diventa per lui mortifera…
L’entrare a far parte del circolo amoroso del Dio-Trinità implica l’assunzione anche di quell’aspetto dell’amore che è la sua debolezza, la sua fragilità, la sua feribilità…
Essere prediletti da Dio allora vuol dire finire in croce…
E difatti il versetto che segue immediatamente la conclusione del brano degli Atti che leggiamo in chiesa domenica, suona così: «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce» (At 10,39).
Le letture di questa domenica allora sono un richiamo forte a qual è il modo evangelico di essere scelti! La Chiesa, giustamente detta il nuovo Israele, il nuovo popolo eletto, di fronte a questi testi biblici non può non fermarsi a riflettere sul suo modo di vivere l'elezione… Troppo spesso infatti cattolico (letteralmente per tutti, universale, dal greco κατά όλος) è diventato sinonimo di chiusura, arroccamento, separatezza discriminante. Una logica che poi nella vita quotidiana si ripercuote nella necessità di gerarchizzare, di separare gli ambiti (sacro – profano; laico – consacrato; ordinato – cristiano di base), di delimitare le identità (maschio – femmina; giovane – maturo; normale – diverso)… tutte cose che mi pare abbiano poco a che fare con il dono di un’intimità con il Dio di Gesù Cristo nello Spirito, che si fa irradiazione d’amore a vantaggio di ogni altro essere umano… anche a costo della vita…

giovedì 3 gennaio 2008

Le genti sono chiamate a condividere la stessa eredità

In questa prima domenica del 2008, che coincide con la festa dell’Epifania, mi pare che la liturgia della Parola presenti nella prima (Is 60,1-6) e seconda lettura (Ef 3,2-3a.5-6) la medesima struttura riflessiva: entrambe infatti partono col descrivere una situazione di negatività, tenebre, peccato e arrivano all’annuncio del suo superamento grazie ad un evento nuovo.
Per quanto riguarda Isaia infatti, se facciamo un passo indietro rispetto al brano propostoci dalla liturgia, per esempio al capitolo 59,3-4, scopriamo parole di questo tipo: «Le vostre palme sono macchiate di sangue e le vostre dita di iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogne, la vostra lingua sussurra perversità. Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l'iniquità». E, allo stesso modo, Paolo in Ef 2,11-12, dipinge così la situazione passata delle persone a cui sta scrivendo: «Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo».
Sembra di sentir riecheggiare la storia dell’uomo di sempre: mani macchiate di sangue, iniquità, menzogne, ingiustizia, malizia... è la vita di tutti e di ciascuno, sempre in qualche modo avvelenata dal male fatto e subito, senza Dio e senza speranza... è la vita anche dell’uomo religioso che sempre divide gli altri in circoncisi e incirconcisi, giusti e ingiusti, puri e impuri, buoni e cattivi...
È la storia di sempre, eppure i testi biblici a proposito di queste situazioni annunciano un superamento: c’è come una svolta, qualcosa di tanto determinante che fa sì che le cose non siano più come prima; eventi nuovi cambiano il destino dell’umanità:
- per quanto riguarda Isaia la svolta è narrata al cap. 59,16: «Egli [il Signore] ha visto che non c'era alcuno, si è meravigliato perché nessuno intercedeva. Ma lo ha soccorso il suo braccio, la sua giustizia lo ha sostenuto».
- per quanto riguarda Paolo, la troviamo nelle parole scritte agli Efesini (cristiani che non avevano radici ebraiche ma pagane) al capitolo 2,4-5: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo».
Entrambi sembrano invitarci a fare questo percorso: l’uomo se si riferisce solo a se stesso non sa scrivere che una storia di sangue, di selezione, di competizione e prevaricazione... nessun prodotto meramente umano, neanche quello più religioso o eticamente corretto, può tirarsi fuori da questa spirale di morte. Senza qualcuno che lo salva, l’uomo è perduto: è destinato alla tomba! E la consapevolezza preriflessa di questo gli ingenera un istinto di sopravvivenza omicida: per scampare il più possibile è costretto a macinare tutto quanto ha intorno... è la vecchia solita logica del Mors tua, vita mea...
L’annuncio nuovo posto invece dalle Scritture è che per l’uomo c’è una possibilità diversa: quella di un riferimento Altro, di una promessa di Vita che gli risparmi la fatica di salvarsi la pelle a scapito della pelle degli altri, aprendo l’orizzonte di un guardarsi in faccia, per amarsi, per condividere la vita al punto da essere disposti a dire Mors mea, vita tua.
E questa nuova possibilità di Vivere la vita, che Isaia descrive con i toni della luminosità («la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te»), Paolo la chiama per nome: è Cristo Gesù! In lui «le genti sono chiamate a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo».
Con Gesù l’uomo, ciascun uomo, è abilitato ad una storia nuova: quella dell’amore inclusivo! Con la buona notizia della salvezza, cade ogni paura della morte, cade ogni necessità di calcolo, di accaparramento, anche del bene! Cade la logica dell’esclusività, del fatto che il bene fatto ad un altro è in qualche modo un bene tolto a me... Cade la mentalità ‘religioide’ dei salvati e dei dannati, identificati nei modi più diversi nella storia dell’umanità credente.
Ecco perché nella rilettura teologica dell’infanzia di Gesù, fatta quando Gesù è già vissuto, morto e risorto, e fatta appunto a partire dalla sua vita, morte e risurrezione, sono degli stranieri, dei magi che vengono dall’oriente, quelli che lo riconoscono... sono i lontani, quelli per definizione fuori: fuori dalla salvezza, fuori dall’amore e dalla custodia di Dio, fuori anche dalla speranza: «Voi, pagani per nascita, [...] eravate [...] esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo».
Con la narrazione di una breve storia è invece presentato il ribaltamento della mentalità dell’esclusione! È una logica nuova quella che è messa in campo: quella dell’amore, che, se è vero, agisce per contagio e non ha paura dell’ultimo nuovo arrivato, del diverso, del lontano. Esso non fa più paura, perché è immediatamente inserito in una dinamica di benevolenza, in un itinerario di liberazione, in una familiarità che dilata il cuore, suo e di chi lo accoglie...
È solo in questa prospettiva che Paolo stesso in Gal 3,28-29 può affermare che ogni barriera è tolta: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».
Ma tutte queste parole hanno bisogno di incarnarsi, di prendere corpo con la fantasia dello Spirito nella storia degli uomini, nella storia dei cristiani. Forse noi siamo troppo abituati a sentirle e non riusciamo più a farci suscitare un 'giramento di viscere'... Sarebbe stato interessante avere una foto delle facce degli ebrei che le sentivano per la prima volta...
Ma forse basta provare a ritradurle con parole che riecheggiano situazioni più attuali per capirne la portata: Gesù ha rivelato il volto di un Dio che sta tutto dalla parte di quelli che noi a vario titolo lasciamo fuori. E fuori dalle nostre società (e dalle nostre chiese!!!) ci stanno gli stranieri, ci stanno i poveri, ci stanno i peccatori, ci stanno le donne, ci stanno i vecchi, ci stanno quelli che non la pensano come noi... e chissà quanti altri...
È un continuo bisogno di tracciare confini, di delimitare le appartenenze, di segnare il territorio...
Se solo tornassimo a quelle parole di salvezza e ci aprissimo a quell’incontro d’Amore che libera, ci accorgeremmo di come tutti i morti che lasciamo sulla nostra strada (come singoli, come società, come Chiesa), sono solo le vittime della nostra paura... mascherata dietro a ragionamenti molto politicamente corretti, ovviamente...E così continuiamo a star dentro... mentre Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito santo... è lì fuori con loro... in una capanna.

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…
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