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martedì 1 ottobre 2013

Abolire l'abisso



In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». Lc 16,19-31

Vangelo difficilissimo questo, non tanto perché rischiamo di essere depistati dalla lettura del brano tratto dal libro del profeta Amos (Am 6,1.4–7) o perché secoli di interpretazione ci tentano a una lettura moralistica, ma perché è veramente lontanissimo dal nostro modo di percepire la realtà. E fin da subito: da quando in qua non si conoscono i nomi degli “arrivati” e si conoscono invece quelli dei “falliti”?...

Bisogna anche tener conto del brano che la precede (Lc 16,1–13) che parla del cosiddetto “amministratore infedele”!

La difficoltà maggiore però sta nel riuscire a capire (cioè accettare: le cose spesso vanno di pari passo!) per quale ragione il ricco si trovi dopo la morte “nei tormenti” e Lazzaro invece si trovi “nella consolazione” a fianco di Abramo.

Perché una cosa è certa il ricco della parabola non è un “epulone”! Contrariamente a quanto indicano alcune bibbie nei titoli (“Il ricco cattivo e il povero Lazzaro” in BJ) niente nella parabola fa capire che il ricco fosse “cattivo”, anzi!
Né ci può aiutare l’AT dove, ad es., il contadino Amos chiamato da Dio a profetizzare, lancia, otto secoli prima di Cristo, invettive contro i ricchi del paese: Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! [con Sion e Samaria si intende il popolo di Israele]. Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali [quindi recitano salmi, sono molto religiosi questi ricchi!]; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano [ecco l’accusa], . Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

Ma tutto questo disinteresse, nella parabola del ricco non lo troviamo: non viene detto “e il ricco ignorava Lazzaro”. Anzi possiamo dire che se Lazzaro è stato alla porta del ricco fino alla propria morte, evidentemente qualche vantaggio ne aveva, mangiava le briciole certo, ma aveva di che appagare la propria “bramosia”. Non solo, nel dialogo con Abramo che segue dopo la morte vediamo il ricco che si preoccupa della sorte del suo popolo. I “5 fratelli” stanno proprio a indicare l’insieme del popolo di Israele. Quindi non si può applicare a questo ricco l’anatema di Amos!

Nella parabola non viene detto niente di negativo sul ricco: non che non pagasse le tasse, che non pagasse gli operai, non che rubasse, nemmeno che non pregasse, certo gli piaceva il lusso ma non si fa menzione di “orge di dissoluti”, amava vestire all’ultima moda, fare festa con gli amici, ma non che sperperasse e comunque sia, usava del frutto del proprio lavoro! Insomma non c’è qui nessun ricco cattivo! C’è semplicemente un ricco! Punto!

E Lazzaro? Chi l’ha detto che fosse buono? anzi a ben pensare potremmo immaginare il contrario. Perché era povero? Forse un fannullone, forse un incapace… E le piaghe? Da dove gli venivano?… forse da una vita dissoluta che l’ha portato ad ammalarsi? Dopotutto nella mentalità dell’epoca dietro una malattia c’era sempre un peccato magari occulto!

Neanche di lui sappiamo se pregasse, se facesse del bene… Insomma l’unica caratteristica di Lazzaro era quella di essere povero! Punto!

Muoiono entrambi, come accade ad ogni uomo!
Lazzaro da povero, possiamo immaginarlo morire come un cane in mezzo ai cani. Il ricco da ricco, immaginiamolo pure attorniato dai suoi cari e magari con funerali di Stato!
Ma ecco che nell’aldilà le sorti son capovolte: il ricco nei tormenti e Lazzaro beato a fianco di Abramo. Perché? Abbiamo detto – stando al racconto – senza colpe del ricco e senza meriti di Lazzaro!

Il dialogo fantastico tra il ricco della parabola e l’Abramo della parabola è la chiave della parabola stessa e sbaraglia i nostri riferimenti etici. Intanto diciamo subito che dobbiamo stare attenti a non trarre dal linguaggio e dalle immagini della parabola (di ogni parabola!) conclusioni teologiche. Dobbiamo usarle per decifrare il senso della parabola, per trarre poi dal senso – e mai dalle immagini – conseguenze nell’agire. Insomma in questa parabola non c’è nessuna teologia dell’inferno, del diavolo, della dannazione o di qual si voglia idea dell’aldilà. Gesù parla il linguaggio di allora (storie del genere i rabbini ne raccontavano a iosa per consolare e impaurire), per voler dire qualcosa di più serio e meno fantasioso che riguardi piuttosto l’«aldiqua» (altrimenti rischiamo di vanificare il senso dell’Incarnazione!). D’altronde si chiama “parabola” per questo. Perché il movimento del pensiero e del cuore deve seguire un andamento parabolico: partire dalla riva del fiume e berne il contenuto immergendosi in esso (testo della parabola) e risalire sull’altra riva (vissuto esistenziale del lettore/ascoltatore)! Per questo il suo significato non è mai immediato.

Dobbiamo sapere anche che per il pio israelita, Abramo era un po’ come per noi è la Madonna, a lui si ricorreva per intercessioni e la sua intercessione presso Dio era considerata così potente che aveva il potere di ottenere la liberazione del povero israelita da qualunque tormento dello Sheol (regno dei morti).

Ebbene qui Abramo non solo non libera il ricco che a ben vedere è persino pentito (semmai avesse colpe che però non sono esplicitate), ma gli rifiuta una semplice goccia d’acqua! Pensate a Gesù che invita a dar da bere agli assetati o all’esigenza di perdonare sempre e capirete come i personaggi della parabola sono piegati alla necessità del messaggio che Gesù vuole trasmettere!

Ma insomma se il ricco è senza colpe e il povero senza meriti perché – tanto per usare categorie a noi comuni – il ricco è “all’inferno” e il povero “in paradiso”? La risposta è tanto semplice quanto per noi sconcertante: perché il ricco è ricco e il povero è povero!

Per Gesù infatti non esiste il “ricco buono”! Il “ricco benefattore” è una categoria culturale che non appartiene alla logica evangelica ma è funzionale al sistema di potere che l’ha creata fino a giustificarla teologicamente! (Provate a leggervi l’enciclica di Leone XIII Diuturnum Illud del 1881 – che trovate nel sito del Vaticano – e capirete cosa intendo).

Ed è per questa ragione che per secoli abbiamo censurato questa parabola rendendola moralisticamente inoffensiva!

Contrariamente alle traduzioni comuni nel Vangelo non si parla mai di ricchezza “disonesta” ma di ricchezza “ingiusta” (cfr Lc 16,1–13). “Ingiusto” nella bibbia è antitetico a “giusto”! Ove “giusto” è sempre e solo Dio (e coloro che mettono in pratica la sua Parola). Il giudizio teologico sulla ricchezza è quindi senza appello: la ricchezza è sempre idolatria, negazione di Dio e del suo Vangelo. È il vero Anticristo. O se volete il vero ateo (sarebbe interessante vedere come alcuni atei oggi, sono atei perché si rifiutano di credere nel “dio dei ricchi”).

Perché? Le ragioni sono molteplici e coinvolgono vari aspetti della dimensione umana: politico, sociale, economico, religioso e anche ecologico.
Brevissimamente ne elenco alcuni:
È ingiustizia sociale, economica e politica: se tu hai più del necessario, ciò che possiedi è di fatto rubato a chi non ha di che vivere! E poco importa se chi non ha, non ha per colpe sue (considerarle contraddirebbe il perdono e lasciarli in miseria una forma di vendetta)!
Vive di diffidenza: La struttura dei beni materiali e le dinamiche di una relazione hanno obiettivi e cammini esattamente contrapposti: ogni bene esige e domanda di essere salvaguardato, ogni relazione esige e domanda di potersi “consumare” per l’altro.
Vive di conflitto e guerra (che chiama a volte concorrenza!): L’altro è visto come nemico/ostacolo mai come alleato. L’accaparramento dei beni entra necessariamente in conflitto con le dinamiche di accaparramento altrui: la guerra non è banale possesso dei beni dell’altro o difesa dei propri, ma tentativo di annientamento del “concorrente” identificato necessariamente come “nemico”!
L’amicizia si trasforma in complicità: ogni forma di associazione economica che si fonda sull’accumulo del profitto, per sé o per il gruppo (anche religioso), sottrae beni alla collettività ed è contraria alla vera comunione.
Ci si affida e ci si fida solo di se stessi o meglio dei propri beni:
La dinamica del ricco è la dinamica di chi vuole assicurarsi il futuro, ma così facendo diventa schiavo della paura del futuro! Insomma contraddice tutto il processo di liberazione che comprende non solo la liberazione dal passato (Egitto prima, perdono poi) ma anche dalle angustie del futuro (conquista Terra Promessa prima, salvezza – in senso lato – poi). Il ricco, per quanto devoto egli sia, uccide in sé ogni possibile dinamica religiosa di Speranza nella Promessa, per affidarsi solo alle proprie ricchezze. E chiudersi in esse ad ogni relazione come unica àncora di salvezza… Non è molto diverso dal vitello d’oro! Chi deve “lodare” infatti se non le proprie capacità e i propri beni (oro) per il proprio benessere?

Sia detto per inciso: ciò che è detto qui per i beni cosiddetti “materiali” vale anche per quelli cosiddetti “spirituali”. Ma qui apriremmo un discorso troppo lungo, rimando solo a tutta l’esperienza testimoniata dalle opere di san Giovanni della Croce!

Insomma – per non dilungarmi oltre (pensate solo all’aspetto ecologico, di “non sfruttamento” della natura…) – il ricco, proprio perché ricco è secondo il Vangelo strutturalmente al di fuori di ogni dinamica del Regno di Dio. Nella parabola è espresso chiaramente dall’«abisso» che lo separa dal mondo dei poveri (‘anawim) unici eredi del Regno!

Qual è il giudizio storico-esistenziale che si trae dalla parabola?

Abbiamo già detto che lo scopo della parabola non è parlare dell’aldilà, quindi questo abisso se per esigenze di logica interna alla parabola è posto oltre la morte, in realtà rimanda a quella porta alla cui anta chiusa (se non per buttare la spazzatura) Lazzaro muore!
L’abisso dell’aldilà, è una trasposizione “favolistica” di un abisso che noi sperimentiamo nella nostra vita e che crea incomunicabilità (E. Balducci). Non a caso il ricco si rivolge ad Abramo e non a Lazzaro che pur vede – e riconosce! – accanto a lui! Notate il gioco letterario del ricco che dice ad Abramo di mandare lo “schiavetto” Lazzaro ad attingere acqua: evidentemente era così che lo considerava in terra!...
La cultura che nasce nella consorteria dei ricchi à una cultura che legittima la separazione (E. Balducci). I muri, l’abisso, sono cercati, voluti, costruiti! A difesa del proprio status sociale e culturale e religioso… Ed è proprio questa cultura che succhiamo fin dal seno materno, che ci ha impedito per secoli di scoprire il senso autentico e rivoluzionario e persino eversivo (dal punto di vista del potere costituito) del Vangelo.

Per il ricco non c’è salvezza! Su questo il Vangelo è chiaro senza ombra di dubbio e non tanto nell’aldilà a mo’ di vendetta postuma, ma proprio in quell’aldiqua che il ricco voleva garantirsi! La sua totale incapacità di comunicazione autentica (che si porta incollata, strutturandolo definitivamente fin oltre la morte!), lo condanna definitivamente “hic et nunc”, qui ed ora!

Che fare allora?

Le tracce dove ciascuno può percorrere un cammino di conversione – mai definitivamente compiuto – non possono che venire dal Vangelo stesso. È “buona/bella notizia” per questo no?

Non esistono soluzioni meccaniche, automatiche, ciascuno deve cercare, a partire da un esame che sia culturalmente libero dal codice interpretativo dei soloni della Bocconi, ciò che può fare perché nel mondo sia abolito l’abisso!

Per prima cosa quindi è necessario cominciare ad avere una mentalità che integri in sé una specie di sospetto pregiudiziale per tutte le parole che scendono dagli uomini responsabili i quali, in quanto responsabili del potere, sono costretti ad usare il codice interpretativo dei ricchi (E. Balducci)…

E in questo il Vangelo – e la Bibbia in generale – correttamente letti sono uno strumento formidabile di purificazione della e dalla cultura dominante! Che altrimenti rischia di inquinare persino la nostra preghiera.
Il finale della parabola a questo proposito è sconvolgente per noi che crediamo nella resurrezione di Cristo: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti. Questa espressione, la cui implicazione non poteva sfuggire agli Apostoli, spazza via ogni “spiritualismo magico”: La resurrezione di Cristo non converte nessuno, se non si lascia modellare dalla sua Parola. La fede nella resurrezione non è una fede “a priori” ma è una “scoperta” che ciascuno constata nella propria storia nel vedersi “liberare” giorno dopo giorno nell’ascolto (messa in pratica!) della sua Parola. Altrimenti – perdonatemi il linguaggio – è un credere alle favole! O il minimo che si possa dire è che “non mi/ci serve a niente” (cf i demoni che riconoscono inutilmente che Gesù è l’Unto di Dio)!

Seconda cosa: occorre diffidare delle caricature storiche di ciò che potremmo chiamare Amore, Carità! E cominciare a capire, che seppur necessaria nell’urgenza, deve finire il tempo dell’elemosina!
Perché l’elemosina, invece che abolire l’abisso, lo giustifica in quanto rende tranquilli i ricchi che attraverso elargizioni, fatte per di più anche in maniera vistosa e proclamata, si sentono sulla buona strada, con la coscienza tranquilla (E. Balducci).

Terzo passo è cominciare a vederci e sentirci “amministratori” e non padroni dei beni che “possediamo” (e sempre provvisoriamente: anche perché con la morte dobbiamo tutto riconsegnare!). La manna che non può essere accumulata, il pane che è “quotidiano”, stanno a sottolineare che tutto è dono di Dio per tutti e non per qualcuno in particolare. E di questa gestione, la storia, la coscienza, Dio, il fratello, ci chiederanno conto!

Quarto: il fratello appunto. Curioso che mentre noi – credendoci religiosi e spirituali – pensiamo al giudizio di Dio, Dio ci rimanda sempre al giudizio del fratello! Questa per il Vangelo è la vera spiritualità, la vera trascendenza: la comunione col fratello (peccatore! E non quello che ci piace e compiace).

Se non abbiamo il coraggio di “donare tutto ai poveri” e di seguire Gesù (Lc 18,18ss), almeno facciamoci furbi e cerchiamo di farci degli amici (poveri!: erano in debito verso il ricco) con la ricchezza ingiusta! Non per fare l’elemosina però ma per smantellare le strutture che la rendono necessaria.
Come in Lc 16,1ss: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore ingiusto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne…
Concludendo: smettiamola di pensare alla fede come ad una adesione a verità astratte. La fede è fare, è combattimento prima di tutto in noi stessi perché lo sguardo d’amore del Padre su ogni persona diventi l’unico criterio che guida i nostri passi: “Combatti la buona battaglia della fede” dice san Paolo a Timoteo (1Tm 6,11ss)… Se non stiamo attenti, vigilanti, rischiamo di ridurla a una passeggiata domenicale in chiesa!

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…

venerdì 12 ottobre 2007

Bonhoeffer (lett a Eberhard, 21 luglio ’44)


[…] Mi ricordo di un colloquio che ho avuto tredici anni fa in America con un giovane pastore francese. C’eravamo posti molto semplicemente la domanda di che cosa volessimo effettivamente fare della nostra vita. Egli disse: vorrei diventare un santo – e credo possibile che lo sia diventato –; la cosa a quel tempo mi fece una forte impressione. Tuttavia lo contraddissi, e risposi press’a poco: io vorrei imparare a credere.
Per molto tempo non ho capito la profondità di questa contrapposizione. Pensavo di poter imparare a credere tentando di condurre io stesso qualcosa di simile a una vita santa. Come conclusione di questo percorso scrissi Sequela. Oggi vedo chiaramente i pericoli di questo libro, che sottoscrivo peraltro come un tempo.
Più tardi ho appreso – e continuo ad apprenderlo anche ora – che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito o un uomo di Chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano –, e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani. (Cfr. Ger 45!). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o demoralizzarci per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.
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