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Visualizzazione post con etichetta coraggio. Mostra tutti i post
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venerdì 16 gennaio 2009

Se la chiesa avesse coraggio...

Non posso non dedicare il primo post ad Alex Zanotelli...:

«Se la chiesa avesse il coraggio di scomunicare chi fa la guerra…»
Intervista a padre Alex Zanotelli sul pensiero pacifista di don Milani. A cura di Mario Lancisi (contenuta nel libro «No alla guerra!», Piemme Edizioni 2005 - pagg. 208)

Quando ha letto L’Obbedienza non è più una virtù?

Ho letto il libro in Sudan, ed è stato per me una delle letture chi mi ha più colpito e influenzato della letteratura religiosa italiana del secolo scorso.

In particolare cosa la colpì di quel testo?

Prima di tutto per me era assolutamente nuovo il tema dell’obiezione di coscienza. Così come, prima di don Milani, non ho mai pensato alla guerra, al sistema militare e alla minaccia atomica come peccato. La dimensione etica di quei problemi non mi apparteneva. È stataL’Obbedienza non è più una virtù ad aprirmi gli occhi.

Nella Lettera ai Cappellani militari don Milani si rifiuta di considerare la patria come una divisione tra italiani e stranieri e sostiene che l’unico concetto di patria che gli appartiene è quello che divide il mondo in oppressi e oppressori.

Quando per la prima volta ho letto quella frase mi ha molto impressionato. A Milani va dato il merito di aver posto per primo il problema dei poveri in chiave planetaria. Secondo il Vangelo il povero, l’emarginato, chi soffre non è mai straniero. Per cui per il cristiano la patria non è un concetto che esclude - come fa la legge Bossi-Fini, ad esempio - ma include. Don Milani si sentiva «patriota» di tutti i poveri del mondo. L’«I care», mi preme, scritto sulle pareti di Barbiana significava il superamento dei rigidi confini geografici per allargarsi al mondo dei bisogni e delle povertà.

Nella Lettera ai giudici sono contenuti temi di grande attualità come il rifiuto della guerra, anche di quella «giusta» perché i conflitti armati nell’èra contemporanea colpiscono i civili. Il «mai più guerra» di don Milani che influenza ha avuto nel movimento della pace e della non violenza?

Direi profonda. Un’influenza che storicamente assume un valore profetico ancora maggiore se teniamo presente che siamo nel 1965 e il Concilio si era già concluso da un anno senza essere riuscito a fare propria la presa di posizione della Pacem in terris. Inoltre il Concilio non era riuscito a parlare della bomba atomica come peccato. Don Milani era tra coloro che avevano percepito come dopo il lampo di Hiroshima non ci poteva essere più una guerra giusta. È in questo contesto atomico che Milani rafforza il suo giudizio deciso contro la guerra. E non solo perché la guerra colpisce i civili ma soprattutto perché è intrinsecamente immorale. La guerra deve diventare un tabù come l’incesto, ad esempio.

Un altro tema molto forte è quello dell’analisi milaniana sulle guerre combattute dall’Italia, dal Risorgimento alla 2º guerra mondiale. La conclusione a cui perviene il priore di Barbiana è che tutte le guerre sono state fatte dalla classe dominante, dai ricchi, dai potenti mentre i poveri sono stati mandati al fronte a morire per i loro oppressori.

Sì, tema forte, fortissimo. Uno degli aspetti che mi aveva colpito di più, leggendo la «Lettera» fu proprio la differente lettura della storia italiana tra me e don Milani. La storia dipende infatti dal punto di vista in cui uno decide di leggerla. Don Lorenzo la leggeva dalla parte dei poveri, degli sconfitti mandati ad esempio allo sbando sul fronte delle prima guerra mondiale. Tutto questo ha pesato moltissimo sul movimento per la pace italiana.

Ho parlato a lungo con Tonino Drago, dell’università di Napoli, uno dei grandi ispiratori della non violenza attiva in Italia.

Gli ho chiesto come mai proprio a Napoli si è sviluppata questa attenzione? E lui mi ha risposto che tutto nasce negli anni Sessanta dalle posizioni dei pacifisti cattolici, da Dorothy Day, la pasionaria americana, cattolica, che fondò il giornale «Catholic Worker», da Lanza Del Vasto, dalle piccole sorelle del Vangelo che si trovavano a digiunare davanti a San Pietro per cercare di attirare attenzione e di portare la non violenza attiva all’interno del Concilio e bollare la guerra atomica. In questo contesto si inquadra anche l’apporto fondamentale di don Milani.

Don Milani scrive che «nessun cristiano può partecipare alla guerra nemmeno come cuciniere» e, riprendendo Gandhi, contesta anche la Croce Rossa. Questo è un tema molto sentito, che si pone spesso, anche Gino Strada, del fatto cioè che non si può fare la guerra e poi andare dietro con le autoambulanze e fare i cuochi o i cappellani.

Io penso che anche in questo Milani è stato chiarissimo, soprattutto sui cappellani militari che, per come sono oggi concepiti e strutturati, sono parte integrante della guerra, perché sono militari a tutti gli effetti, pagati dall’esercito.

Come mai 40 anni dopo la Chiesa è ancora così titubante incerta e non ha la forza per gridare, come Paolo VI all’Onu: «Mai più guerra»?

La ragione fondamentale è questa: la Chiesa potrà dire questo solo quando finalmente farà il passo finale, rinunciare all’essere religione civile. Purtroppo la Chiesa per tanti secoli è diventata religione civile, ha benedetto imperi ecc. Non è questo il suo compito, ma quello di essere coscienza critica per la società. Nasce da questo contesto la richiesta che più volte ho avanzato, cioè se la Chiesa vuole uscire da questa eredità di religione civile, una delle cose importanti da fare è che il Vaticano rinunci ad essere Stato.

Non è concepibile che il Papa sia anche Capo di Stato, questo mette in moto tutta una serie di trappole, la diplomazia ecc. Per cui è chiaro che bisogna barcamenarsi poi da tutte le parti. Il magistero della Chiesa deve avere il coraggio di proclamare come dogma di fede il fatto che è stato Gesù di Nazareth ad inventare la non violenza attiva. Non è stato Gandhi.

Gandhi lo ha imparato dal Vangelo e se la Chiesa ha il coraggio di proclamare questo apertamente, produrrà nel cuore della gente una rivoluzione enorme, un salto di qualità incredibile, e soprattutto in questo momento gravissimo aiuterebbe l’umanità ad uscire da questa follia bellicista in cui si trova.

L’obiezione al «No guerra» è questa: come si dirimono i conflitti internazionali e come si combatte il terrorismo se si rinuncia alla forza armata?

Ormai è sempre più chiaro che il terrorista più lo combatti con la guerra, più diventa terrorista, la violenza produce violenza, fango produce fango. Dobbiamo ritornare a credere al Vangelo della non violenza. Il male si vince con il bene, con la logica della non violenza. Qualcuno dirà che questo può valere a livello personale mentre non si può obbligare a questo un paese, tutta la società.

Ma noi siamo convinti che a questo punto della storia, l’umanità deve fare un salto di qualità. Dalle ultime statistiche abbiamo letto che abbiamo abbastanza bombe atomiche da far saltare 4 volte il mondo per aria. Stati Uniti e Russia hanno dimezzato del 50 % armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma abbiamo ancora abbastanza armi per uccidere la popolazione mondiale 5 mila volte. Abbiamo oltre 340 tonnellate di plutonio. Ne bastano 150kg per uccidere tutti. È la follia totale in cui ci siamo cacciati. Pertanto o l’umanità riesce ad uscire fuori dalla follia totale della guerra oppure ne saremo tutti travolti.

Che cosa deve fare il cristiano per essere costruttore di pace?

Credo che la strada sia stata indicata da Giovanni Paolo II, il 30 novembre 2003, quando all’Angelus, ha detto: «Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! ‘Beati i miti, perché erediteranno la terra’ (Matteo 5,5)». In queste parole è indicata la strada per i credenti nel senso che per le religioni e per le Chiese non è più tempo di silenzi e connivenze di fronte ai conflitti bellici e all’instaurarsi del «pensiero unico» della guerra, intesa ormai come unico mezzo per risolvere le controversie e per far girare l’economia.

Inoltre il papa indica un intreccio tra nonviolenza, perdono e riconciliazione. Si tratta di tre tappe dello stesso percorso, per il quale non si dà l’una senza le altre. Ai cristiani spetta il compito di diventare «maestri» della pedagogia della nonviolenza e i portatori sani di quella che Bernard Häring definiva la «forza terapeutica» della nonviolenza.

Il papa fa un richiamo preciso alla beatitudine della mitezza. Perché?

Non credo che il Papa l’abbia utilizzata come un abbellimento letterario. Sono convinto, che la nonviolenza ha la sua radice proprio nella Parola di Dio e nello stesso Cristo, modello di nonviolenza. Essa non è una delle tante teorie prodotte nella storia dell’umanità o da qualche personalità eccezionale, come Gandhi o Martin Luther King. Al contrario, la nonviolenza evangelica è la sintesi di quel comandamento nuovo, cioè di quell’ordine nuovo, di amarci come Dio ci ama e, addirittura, di amare i propri nemici.

Cos’era in definitiva per Gesù la non violenza?

Per Gesù la nonviolenza rappresentava il superamento della logica del vecchio Testamento dell’ ‘occhio per occhio, dente per dente’. «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l’altra» (Mt 5,39), diceva Gesù. Per colpire uno sulla guancia destra bisogna usare il manrovescio e al tempo di Gesù veniva usato dal padrone per umiliare lo schiavo. Gesù dice: «Mettiti in piedi fratello, tu sei un uomo, non uno schiavo! E porgigli la guancia sinistra».

Se chiude la mano o usa il pugno della mano, il padrone è costretto a trattare lo schiavo come suo pari. In un mondo di onore e umiliazioni, si è impedito a un pre-potente di svergognare un «inferiore» in pubblico. Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l’altro. Come insegnava Gandhi, «il primo principio dell’azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare”.

Il compito della Chiesa?

La nonviolenza attiva deve diventare una dimensione essenziale della sequela cristiana. Le Chiese devono avere il coraggio di proclamare che è Gesù che l’ha praticata nella sua vita. Se la Chiesa scomunica chi abortisce o dice che non può fare la comunione una donna che usa i contraccettivi, non dovrebbe scomunicare chi va a bombardare in una guerra come quella contro l’Iraq ritenuta «immorale» dal cardinale Martino e «criminale» dal cardinale Tauran?

venerdì 14 marzo 2008

Speranza in frammenti

LHASA (Tibet) - Alta tensione in Tibet, negozi e mezzi delle forze dell'ordine sono stati bruciati nel capoluogo Lhasa, centinaia di persone si sono unite alla protesta dei monaci contro il governo cinese iniziata lunedì scorso. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa internazionali, citando fonti sanitarie, ci sarebbero anche «diverse vittime». Per Radio Free Asia, emittente finanziata da Washington, i morti sarebbero due. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina molti poliziotti sono rimasti gravemente feriti. Le autorità locali, nominate da Pechino, accusano per le violenze «la cricca del Dalai Lama». Ma dal mondo occidentale si leva la protesta contro la repressione militare ordinata dal governo cinese. Il Dalai Lama ha chiesto di interrompere l'uso della violenza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a tibetani e cinesi per «evitare scontri e violenze».
LE CARICHE DELLA POLIZIA - Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
MONASTERI ACCERCHIATI - I tre principali monasteri buddisti di Lhasa sono stati accerchiati da migliaia di soldati. I monaci di Sera, il secondo monastero della regione, hanno cominciato uno sciopero della fame. Due monaci di Drepung sono in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene, ha riportato Radio Free Asia, secondo la quale altri monaci stanno compiendo gesti di autolesionismo per protestare contro l’accerchiamento delle forze dell’ordine attorno al monastero e contro l’arresto di alcuni monaci.
…
14 marzo 2008

Speranza in frammenti

La morte di monsignor Rahho, vescovo caldeo di Mosul, riporta al centro dell’attenzione la drammatica situazione dei cristiani in Iraq. Pochi mesi fa una catena di attentati ha colpito le chiese di quella provincia. L’estate scorsa un prete e alcuni diaconi erano stati uccisi. Nel 2005 anche il vescovo siriaco della città, Casmoussa, era stato rapito e poi rilasciato. Il tasso di violenza che regna nell’area è molto alto. Mosul è città contesa tra curdi, arabi sunniti e turcomanni, un conflitto sul quale si è innescata anche la “pulizia religiosa” condotta da gruppi islamisti che hanno approfittato delle tensioni etniche locali per colpire i cristiani. Geograficamente nel Kurdistan iracheno, Mosul è sotto controllo dei peshmerga: le forze speciali americane non effettuano operazioni antiterrorismo nell’area. Una concessione politica, prima ancora che militare, che gli Usa hanno fatto a uno storico alleato come i curdi. Una scelta che ha favorito l’arrivo nel Nord degli islamisti in fuga dalle province centrali, scacciati dagli americani e, soprattutto, dagli shawas, i membri delle milizie armate sunnite un tempo loro alleati. Senza alcuna tutela, in un clima in cui la polarizzazione tra sunniti e curdi per il controllo della città non lascia spazio a identità terze, i cristiani sono divenuti oggetto di crescente violenza. Molti hanno lasciato il Paese, alimentando l’imponente esodo iniziato dopo il 2003; altri, in una situazione in cui a tutti viene chiesto di schierarsi da una parte o dall’altra, hanno preferito convertirsi all’islam.
Una situazione che è anche il prodotto oggettivo della nuova politica americana in Iraq. Identificati cinque anni fa come il nemico, i sunniti sono ora tornati nelle grazie di Washington. Il timore per la crescente influenza iraniana sul paese, a larga maggioranza sciita, e la necessità di togliere agli jihadisti l’acqua in cui nuotano, hanno spinto Washington a rimescolare le carte. Il successo del generale Petraeus non è comprensibile senza mettere a fuoco il fenomeno della shawa, il risveglio sunnita. Ma se la politica di «riconciliazione nazionale» mette fine all’inconsulta epurazione di massa voluta dall’allora governatore Bremer, innesca anche un effetto domino che manda in fibrillazione i gruppi etnici e religiosi usciti vincitori dalla guerra. Il risveglio sunnita assume, infatti, anche il volto di ottantamila miliziani pagati dagli Stati Uniti. Si tratta degli stessi uomini che sino a un anno fa sparavano addosso ai marines e venivano chiamati terroristi, ribelli, insorti. In guerra, si sa, il fine giustifica i mezzi: e il nemico di ieri non è detto sia quello di oggi. Gli shawas sono inquadrati da leader radicati nel territorio e capaci di controllare parte rilevante della popolazione sunnita che, nel vuoto di potere lasciato dalla scomparsa del partito-stato, è tornata a guardare alle lealtà religiose, tribali, claniche. Entrati in conflitto aperto con gli jihadisti «stranieri», privi ormai di santuari in cui rifugiarsi, gli shawas stanno contribuendo in maniera determinante alla loro sconfitta: nonostante gli inevitabili colpi di coda del qaedismo. Il risveglio sunnita non è, però, privo di incognite. Genera tensioni a Mosul, città divenuta a maggioranza sunnita dopo la politica demografica voluta da Saddam ma rivendicata dai curdi; e inquieta gli sciiti. L’emblematica visita di Ahmadinejad a Baghdad è anche un messaggio rivolto dagli sciiti iracheni agli americani: tanto più punteranno sui sunniti, tanto più sarà necessario bilanciare il loro crescente peso volgendo lo sguardo verso i confratelli iraniani. A sua volta Teheran guarda alla svolta sunnita come all’ennesimo tassello di una politica che mette in discussione quel ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto dopo la fine dei regimi ostili delle potenze laterali, l’Afghanistan e lo stesso Iraq. Ruolo destinato a crescere in futuro per effetto del ritiro americano e della corsa al nucleare. Gli iraniani, così come gli sciiti iracheni, sanno che il risveglio sunnita è ancora fragile; ma se questa fragilità venisse superata con la nascita di un «partito della shawa», incoraggiato da un sostegno politico, religioso e finanziario esterno, scatterebbero le contromisure. Tanto che non è esclusa la messa in campo di gruppi capaci di svolgere, con ben altra efficacia, il ruolo politico e militare esercitato in passato dall’Esercito del Mahdi. Formazione oggi in disarmo non certo a causa del soggiorno del suo leader a Qom, destinato formalmente a far acquisire a Moqtada al Sadr quel sapere teologico capace di conferirgli una legittimità religiosa sempre mancata; ma perché Teheran ha sin qui preferito mantenere il conflitto con gli americani allo stato di latenza. È possibile, dunque, che gli americani debbano fare fronte in futuro non tanto all’indebolita jihad qaedista ma a quella, ben più problematica, iraniana in versione di politica di potenza. Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, comandante delle forze militari americane in Iraq e Afghanistan, hanno a che fare anche con l’inevitabile sbocco della nuova politica Usa. Tutti i gruppi etnici e religiosi iracheni sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel puzzle creato dalla svolta sunnita di Washington. A loro spese lo hanno capito anche i cristiani. (14 marzo 2008)

Un'analisi della situazione in CorriereTV.it

Frammenti di Speranza


In Italia non sono in molti a conoscere questa donna, ma il Times nel 2005 l’ha inserita nella lista delle «persone straordinarie che affrontano sfide che gli altri preferiscono evitare, ricordando a tutti quanto una sola persona, perfino di fronte alle avversità, possa fare».

Probabilmente, da martedì sarà «più esposta, e ancor più lo sarà nel medio termine», dice Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket (...), alla presentazione di Il coraggio di Angela, fiction in due puntate (RaiUno, lunedì 17 e martedì 18 marzo) che racconta la vicenda di Silvana Fucito, l’imprenditrice di Napoli che davanti al racket ha incrociato le braccia e ha fatto arrestare gli estorsori...

...La storia di Silvana, commerciante, tre figli, comincia nel 2002. Resiste ai tentativi di estorsione da parte della camorra: le costa un incendio che distrugge il suo negozio... Brucia il pianterreno di un palazzo di sette piani, si sfiora la strage. Lei rompe il silenzio, denuncia, manda in galera quindici persone...

La fiction racconta la storia di Silvana (sullo schermo si chiama Angela) e dei suoi sforzi per strappare agli ingranaggi del crimine un giovane, nipote di una cugina... È proprio questo, secondo Grasso, l’aspetto che mette a rischio Silvana, l’azione educativa: un atteggiamento che la criminalità giudica più pericoloso della denuncia. Quello che la mafia non tollera «è che qualcuno agisca per evitare che le sue fila si ingrossino»... [Silvana] vive sotto scorta «non perché ho denunciato... ma per l’alone di eroismo che mi porto dietro, non mi facevo i fatti miei, facevo volantinaggio, dicevo ai commercianti di denunciare. Davo fastidio». Però, continua, «non ci si può sempre tirare indietro, mi hanno distrutta ma ne sono uscita vittoriosa. Se uno si prende delle responsabilità, le cose possono cambiare». Per questo ha accettato che la sua storia fosse raccontata, «per far sapere alla gente che si può dire no al racket. Ho avuto, non so da chi, il compito di portare avanti questa battaglia. Si può uscire dalla morsa continuando a lavorare con tranquillità. Nessuno di noi ha ricevuto contraccolpi. Ben venga se ho dato il mio negozio per questo».

«Vorrei che i napoletani fossero più reattivi - dice - invece ci abituiamo a tutto. Alla camorra, e ora anche alla spazzatura. Ci dobbiamo prendere le nostre responsabilità. Vorrei che tutti guardassero al mio come un gesto di liberazione. A Napoli la gente è depressa, in città non ci sono più turisti, il traffico è paralizzato. Quand’è che ci sveglieremo?».

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…

domenica 1 aprile 2007

Il coraggio dell'intelligenza

Dagli articoli precedenti credo che appaia sempre più chiaro, anche se non esplicitamente dichiarato, che la riflessione sul come essere missionari oggi, coincida inevitabilmente con la necessità di comprendere cosa voglia dire essere cristiani e carmelitani oggi.

La dimensione missionaria è una “cosa” sola con quella cristiana: sono due modi per descrivere lo stesso avvenimento, da prospettive diverse. L’incontro con la Persona di Cristo che mi trasforma in profondità nel mio essere nel mondo (cristiano) mi trasforma in profondità nel mio essere per il mondo (carmelitano-missionario). E circolarmente, è evidente, che il mio essere per il mondo è ciò che costituisce il mio essere nel mondo. Dico circolarmente, perché veramente, il mio vissuto, la mia storia, che si dispiega nella concretezza della vita carmelitano-missionaria, mi “costruisce” nella profondità del mio essere cristiano: Dio, agisce sempre nella storia, per questo ne è il Signore!

Non c’è un prima o un dopo (umano, cristiano, carmelitano, missionario, ecc.) se non nel crescere storicamente in questa consapevolezza. Al crescere (o decrescere) di una dimensione crescono (o decrescono) necessariamente tutte le altre: l’uomo è uno!

Ora è proprio qui il problema: la “crisi” della fede
[1] porta di fatto a una “crisi” della missione e viceversa.
A poco serviranno gli sforzi per (ri)dare slancio alla missione se nello stesso tempo non si ha il coraggio di ammettere che occorre (ri)dare slancio alla propria fede. Insomma per rispondere alla domanda “perché e come essere missionari oggi” occorre rispondere alla domanda “perché e come credere oggi” (che equivale a risponde alla domanda di “come e perché essere carmelitani oggi”).

E quando si parla di fede, necessariamente il discorso cade là dove essa è storicamente iniziata, nella mia vita, nella vita dei miei “compagni di cammino” di oggi e di ieri. Per vedere se strada facendo, qualche cosa di essenziale è stato trascurato, dimenticato, sviato, mal interpretato, ecc., e che “mi impedisce”, per così dire, di continuare il cammino verso “il futuro” che Dio pone dinnanzi a me. Scrivevo infatti la volta scorsa che la memoria del cristiano, non è una memoria che continuamente è orientata al passato, in quanto questo sarebbe un “ritorno al passato”, che mi renderebbe prigioniero di una storia “idealizzata” e quindi una fuga nell’immaginario e per questo idolatria. La memoria del cristiano, dicevo, è una “memoria del futuro”: è una memoria in perenne ricordo della promessa di Dio.

Occorre forse aver percorso certe strade in automobile per capire, plasticamente quello che sto dicendo: spesse volte in Africa la strada “sparisce” o diventa impercorribile. Occorre allora fermarsi, studiare il terreno, la cartina, per vedere come continuare. Avanzare sembra impossibile, ma tornare indietro non si può perché c’è qualcuno che ti aspetta là dove devi andare e ha bisogno della tua presenza. Si sonda il terreno a piedi, si cercano le tracce di coloro che ci hanno preceduto. Se sono troppo grosse, perché ci è passato un camion, rischi di sprofondare in buche ancor più profonde per la tua macchina, devi cercare, qualcosa che sia alla tua portata o usare bastoni o sassi per rendere la buca meno profonda. Il desiderio di arrivare ti ossessiona. L’immagine della meta ti guida e l’idea di rinunciare neanche ti sfiora. Provi, riprovi, ritenti, ti arrabbi e ti sporchi, cadi e ti rialzi, ma non molli, perché sai che non c’è alternativa che valga la pena di essere percorsa…
E quando finalmente riesci a passare oltre, le grida di gioia tue e dei passeggeri trasformano in festa lo scampato pericolo. La fatica è dimenticata per le energie decuplicate dal ritrovato cammino.

Provate a percorrere la strada che collega il Camerun con il Centrafrica e poi mi direte…

Ecco, cercare le tracce di coloro che sono davanti a noi, perché ci hanno preceduto alla meta, non ha niente a che fare con l’archeologia del passato o ritorno all’indietro, anzi! Sarebbe un tornare là da dove anche loro sono partiti, mentre noi dobbiamo percorre una strada verso là dove loro sono già arrivati! Ed eventualmente, non fare gli stessi errori qualora ce ne fossero stati. Se dobbiamo (ri)studiare il cammino percorso, da loro e da noi, questo va fatto solo in questo senso, con questo scopo, non certo per fare rivivere un passato, che perché passato mai più ritornerà, ma per capire meglio quale è il cammino da percorrere: la direzione da prendere e come affrontarlo…

Credo sia proprio questo che l’autore della Lettera agli Ebrei ci invita a vivere quando spinge ciascuno di noi a dimostrare “il medesimo zelo perché la sua
[2] speranza abbia compimento sino alla fine, e perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che con la fede e la perseveranza divengono eredi delle promesse” (Eb. 6,11-12). Oppure passi analoghi come quello di san Giacomo: “Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza[3] i profeti che parlano nel nome del Signore” (Gc. 5,10).

Questo ci domanda necessariamente di ripercorrere le tappe del cammino storico dell’intervento di Dio nella “propria storia”, inserito (se è lo stesso Dio!), nel cammino della fede di coloro che stanno vivendo oggi la stessa esperienza di Dio. È un “lavoro” alle “radici della fede” perché queste possano meglio portare linfa all’oggi della mia vita, e rendermi capace di aprirmi sempre di più alla promessa di Dio che si fa presente nella storia dell’uomo di oggi.
E questo è un “lavoro” fatto nello Spirito Santo certo (cfr Romani 8,1ss) ma anche un lavoro fatto con tutta la mia intelligenza perché questo vuol dire essere uomini maturi nella fede cioè veramente sapienti. A questa “intelligenza” ci invitano anche tutti gli Apostoli (cfr 1Cor 14,20
[4]; 2Pt 3,1[f]; Ap 13,18[g]…).

Infatti, si sente spesso parlare di intelligenza “illuminata”, “purificata” dalla fede, ma si dimentica spesso che questo è solo un lato della medaglia, non meno urgente è oggi una fede che sappia lasciarsi “illuminare e purificare” dall’intelligenza!… Una fede che non ha paura di mettersi in discussione, è una fede che ha voglia di crescere, di camminare verso il “compimento della promessa”, per sé e per coloro che il Padre gli affida
[h].
Il non farlo è segno che a questa promessa non si crede veramente più.

E allora ciò ci obbliga a porci la domanda sulle “ragioni” del “viaggio”, perché forse a furia di camminare ci siamo dimenticati del perché siamo partiti, ci siamo dimenticati verso dove camminare, ci siamo scordati “la meta”!

È questo, con umiltà e coraggio, che vorremmo iniziare a fare nel prossimo numero…
A presto!

[1] Anche qui, quando dico fede (o speranza o carità) intendo sempre fede-speranza-carità, così come quando dico, più sotto, credere (o sperare o amare) intendo sempre credere-sperare-amare, in quanto mancando un aspetto dell’affidamento a Dio nel mio cammino storico, viene a mancare l’atto stesso dell’affidarsi a Dio.
[2] Di Dio!
[3] Attesa fiduciosa nel compimento certo della promessa: questa è la speranza!
[4] Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi.
[e] Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio.
[f] Questa, o carissimi, è gia la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare con ammonimenti la vostra sana intelligenza.
[g] Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.
[h] Prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, (Filippesi 1,9)

giovedì 1 marzo 2007

La vita cristiana è memoria del futuro e non nostalgia del passato

Il coraggio è qualcosa di così essenziale alla fede-speranza-carità, che potremmo dire che dove c’è vera fede-speranza-carità c’è necessariamente coraggio… e al contrario la mancanza di coraggio è segno evidente dell’assenza totale, sì totale, della fede-speranza-carità infuse da Cristo.
Vi sembra un giudizio troppo temerario? Io non lo credo…
San Giacomo nella sua lettera (2,20) ci dice: “Ma vuoi renderti conto, o insensato, che la fede senza le opere è inutile?” e altrove (v 26) con più forza ricorrendo ad una similitudine dice: “come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”: dice proprio morta (nekra), non addormentata, assopita, accantonata, o qualunque altra parola che noi usiamo per illuderci che in fondo in fondo siamo ancora cristiani…
L’assenza del coraggio, necessario alla fede-speranza-carità per vivere nella storia e non nell’immaginario, porta necessariamente alla necrosi del dono di Dio! Non ci si salva senza la fede, ma la fede, se c’è, non resta con le mani in mano…
Questo pensiero è espresso, spesso in modo più sublime, ma senza tentennamenti anche dalle altre lettere apostoliche, e anche da san Paolo, che altro è infatti il cosiddetto “Inno alla Carità” di 1Cor 13 ?
Non è certo qui l’ambito per fare una “esegesi” del pensiero apostolico, quindi ci fermiamo qui nella breve digressione biblica… Ma basta osservare attentamente nella nostra vita concreta, che troppo spesso non di semplice debolezza si tratta, ma di messa in dubbio, qui ed ora, dell’efficacia salvifica di ciò che Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo…
In fondo in fondo, noi abbiamo un solo problema ed è questo: “Non crediamo veramente che ciò che Dio ha promesso all’umanità in Gesù Cristo, e che ha distribuito largamente nei santi di ieri e di oggi, possa compiersi anche in noi!”. E questo ci rende pavidi…
E siccome siamo pavidi e non osiamo agire, ecco che vengono sempre meno le possibilità di “verificare” nel quotidiano la potenza e la forza dello Spirito. La fede-speranza-carità ha bisogno di “segni”, per nascere, per crescere… ma così noi perdiamo la possibilità di essere “segno”, persino a noi stessi, della potenza dello Spirito di Cristo. È un circolo vizioso generato dalla paura che diabolicamente ci paralizza (cfr Ebrei 2,14). Ma “nell'amore non c'è paura” (1Gv 4,18).
Posso capire che non crediamo in noi stessi (troppo immediate ci appaiono le nostre incapacità e i nostri limiti), ma la fede non è credere in noi, ma credere nella promessa che ci viene da Lui.
Posso capire che abbiamo paura di sbagliare, ma essere resi capaci di chiedere e ottenere il perdono dovrebbe curarci dai meccanismi di un “io” che si pone a dio di se stesso, immaginandosi infallibile.
Posso capire ancora che a volte possiamo essere “stanchi di ‘lottare’, contro tutto e contro tutti”: ma solo la gioia del Signore, e non quella degli “altri”, è la nostra forza (cfr Neemia 8,10).
Resta il fatto che io personalmente, se una cosa posso rimproverarmi nella vita come missionario e come uomo, è quella di non avere avuto sempre abbastanza coraggio di rischiare fino in fondo, ma di essermi, come dire, fermato a metà, magari per non aver osato contraddire un fratello…
Credo che come missionari dovremmo avere più di coraggio nell’annunciare la fede e nel saperla incarnare nelle situazioni concrete alle quali il Signore ci invia…
Troppo spesso abbiamo “ricopiato” moduli religiosi nella difesa disperata di una “forma tradizionale” che oramai non dice praticamente più niente neanche là dove essa è nata, perché incapace di “informarne” l’esistenza. Semplicemente l’abbiamo esportata, come si esporterebbe qualunque altro prodotto occidentale, senza minimamente preoccuparci del contenuto di “vitalità” che essa ancora contiene. Esportata, come se avessimo voluto “prolungarne” la sopravvivenza. Il ragionamento, conscio o inconscio che sia, si potrebbe descrivere più o meno con questa espressione: “Visto che oramai, le cose da noi non ‘funzionano’ più, perché la società sta cambiando, portiamole altrove affinché possano sopravvivere”. Ci troveremmo in questo caso di fronte a una “missione”, più frutto del disagio di “inserimento nel proprio tempo” del missionario-religioso, che di vero “mandato” a “evangelizzare le genti”.
Un altro ragionamento ancora più subdolo potrebbe essere: “Questo modo di vivere ha ‘funzionato’ con me, perché non dovrebbe ‘funzionare’ anche per gli altri?”. In questo caso però, facendo confusione tra forma e sostanza, noi diventiamo annunciatori di noi stessi e non missionari del Vangelo di Cristo.
D’altronde, l’ho sempre affermato anche ai miei amici in Camerun, che, per quanto riesca a capirne io, nella modalità dell’annuncio cristiano che storicamente si è sviluppata in terra camerunese, (parlo di ciò che conosco!), c’è un’aporia, una contraddizione di fondo. Come è possibile infatti che schemi e mentalità “religiosi” o “carmelitani” che hanno “fallito” in Patria (come interpretare altrimenti il grido di allarme della Chiesa a “ri-evangelizzare” l’Europa? Senza parlare del crollo di vocazioni maschili e femminili…), possano avere successo altrove? Se il cristianesimo in Europa nella sue “forme tradizionali”, che pur ha generato fior di santi, nella Chiesa e nel Carmelo, è arrivato, non sempre per colpa sua, a una generale esaurimento della sua vena ispiratrice, che senso ha perpetuarne l’agonia?
Non esiste sapere umano che non si evolva nel rivedere e rielaborare le proprie conoscenze. Questo è vero nella formulazione teorica come nella sua attuazione pratica.
Tutta la Bibbia è un “rincorrersi” continuo verso il compimento della Rivelazione in Gesù Cristo… E una volta arrivato Gesù, il Messia atteso da secoli, la storia non si è fermata, anzi, Lui stesso ne ha dato come un’accelerazione, orientandola definitivamente verso la pienezza nel Giorno della sua venuta definitiva. Dove sarà pienamente manifesto ciò che ora è solo “immagine in uno specchio” (cfr 1Cor 13,12). E Dio sarà, finalmente, tutto in tutti.
Come è possibile allora, che ci sia tra di noi, chi vede soprattutto in un’epoca passata, nel suo linguaggio, nelle sue modalità espressive e organizzative, nel suo stesso modo di vestire, l’ideale di vita del cristiano? Certo non è un errore solo cristiano, si guardi ad esempio quello che sta accadendo oggi nell’Islam. Esso è figlio di un certo modo di concepire la storia e la religione che si “contorce” nel tentativo disperato di fermarne il cammino: ma è uno sforzo, grazie a Dio, destinato inesorabilmente a fallire. La storia si compirà, comunque, con o senza di noi. Guai a noi metterci di traverso al piano di Dio. Ne usciremmo stritolati perché voler fermare la storia è come voler fermare Dio stesso che ne è l’unico Signore (cfr Isaia 44,23). La memoria del cristiano, non è una memoria che continuamente è orientata al passato, come ideale di vita, la memoria del cristiano è una memoria del futuro: è una memoria in perenne ricordo della promessa di Dio.
Questa promessa è entrata nel mondo, in un momento storico ben preciso, e per questo lo studio-approfondimento e assimilazione dell’esperienza originaria di coloro che ci hanno preceduto in questo itinerario di fede resta fondante, ma subito questo ci deve proiettare verso un incontro che si compie necessariamente nel futuro della nostra storia. Nel futuro di Dio e non nel nostro passato, stanno le nostre vere radici, le tue e le mie!
Dobbiamo allora avere il coraggio di esporre con chiarezza alcune esigenze dell’annuncio cristiano.
Essere missionari vuol dire perpetuare in “terra di missione” una modalità di essere chiesa o annunciare, all’interno di una modalità necessariamente “provvisoria”, il Vangelo che è la persona di Gesù Cristo?
L’implantatio ordinis, vuol dire “traslocare” il carmelo italiano o trasmettere il carisma carmelitano?
Quanto scritto sopra dovrebbe in parte aiutarci a discernere le coordinate essenziali in un tentativo di risposta che possa costituire un itinerario concreto di “annuncio evangelico”.
Certo non penso che esista una sola risposta! Credo però che alcune cose siano oramai acquisite e facciano definitivamente parte del “sentire comune”.
I nostri confratelli africani (ma non solo: pensate a coloro che, in Italia, nuovi entrano nel carmelo e/o si accostano alla fede cristiana), hanno la sacrosanta missione di mettere in circolo i doni ricevuti dallo Spirito, nel dare forma nuova al cristianesimo e al carisma carmelitano senza necessariamente ricopiarne tout-court le “forme” storiche. È compito soprattutto di coloro che le vivono, discernere nello Spirito, come e cosa dal tesoro della Tradizione viva trarre “cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).
Nostro compito come missionari-confratelli è di accompagnarli in tutto questo, con occhi limpidi e gioiosi, compiacenti e misericordiosi, sapendo che, come lo è stato anche per noi, è nel balbettio della nostra vita, che la Parola di Dio ha saputo far sentire “al mondo” la sua voce.
Ecco questo è il coraggio che ci è chiesto nel mondo di oggi, senza aspettare che la Storia ce lo imponga.

giovedì 1 febbraio 2007

La "virtù" più importante? il coraggio

Vorrei partire da dove ci eravamo lasciati…
Dicevamo nel precedente articolo che essere cristiani non aveva niente a che fare con una vita comoda e tranquilla e che la fede non è cosa per timorosi che si accontentano di poco… Per questo il cristiano è colui che è amante del rischio, senza paura del nuovo che sempre gli si presenta…
Se mi chiedessero, infatti, quale sia, oggi, la “qualità” più importante per essere un buon missionario, senza esitare risponderei subito: “il coraggio!”. Perché mi rendo sempre più conto che a poco valgono le altre doti, fossero anche le più nobili ed elevate, senza il coraggio di metterle in gioco nella vita. Quello che manca oggi è proprio la consapevolezza del dono ricevuto e il compito che abbiamo di farlo fruttificare anche a rischio di sbagliare: questo è l’unico modo perché il frutto non ci marcisca in mano!
Veramente senza il coraggio, a niente servirebbe ogni altra virtù, foss’anche infusa da Dio!
Certo non un coraggio qualunque… Non il coraggio di chi sgozza la gola a un povero indifeso; non il coraggio di chi “armato”, schiaccia, umilia e distrugge la vita altrui; non il coraggio di chi mette in pericolo la propria vita per sopprimere quella altrui e per permettere ai propri figli di condurre una vita agiata sullo sfruttamento dei figli di coloro che ha soppresso…
No! il coraggio di cui parlo è un’altra cosa. È il coraggio di chi si sa “disarmato”, forse anche “inadeguato”, e che “a mani nude”, come “agnello in mezzo ai lupi”, comunica/annuncia agli altri il dono che crede aver ricevuto. E lascia che “la storia” ne giudichi il valore, senza lasciarsi intimorire dal suo giudizio.
La “parabola dei talenti”; il “Non abbiate paura!”, gridatoci fin dall’inizio del suo pontificato da Giovanni Paolo II; l’audacia dei santi; sono lì a ricordarci che senza coraggio non esiste il missionario, non esiste il cristiano, non esiste l’uomo.
È il coraggio di chi prende coscienza delle proprie paure e sa vincerle una ad una. Sa vincerle od è “costretto” a vincerle, per un bene più grande che la paura non riesce a soffocare…
Accadde a me tanti anni fa, all’inizio del mio sacerdozio in Camerun, era una domenica mattina, stavo andando in una chiesa della nostra parrocchia di Nkoabang, a Nkolodou perché dovevo celebrarvi la messa.
Nkoabang e Nkolodou sono in periferia rispetto a Yaounde, c’è una strada periferica che li unisce direttamente ma in quel periodo la strada non era in buono stato e ancor meno la mia macchina, quindi decisi di fare il giro più lungo passando per la città, perché almeno per buona parte la strada era asfaltata… Partii quindi da Nkoabang per Yaounde e da lì avrei raggiunto dall’altro versante la chiesetta di Nkolodou. Arrivato quindi ai due incroci che mi permettevano di raggiungere la meta, feci per imboccare quello più vicino, se non che mi trovai sbarrata la strada da un mucchio di gente che occupava completamente l’incrocio… Lì per lì pensai che fosse l’ennesimo raduno politico e feci per imboccare, seccato, il secondo incrocio, nella speranza che anche quello non fosse per qualche ragione inagibile… Fu nello svoltare la macchina e gettando l’occhio in mezzo alla folla, per cercare di intravedere quel politico così importante da agglomerare intorno a sé tante persone, che mi resi conto che quel raduno aveva ben poco di politico. In mezzo a un cerchio di gente scalmanata vidi un uomo con un coltello militare enorme e davanti a lui un giovane in mutande tutto impaurito.
Quello che passò in me in quel momento è difficile descriverlo, un vortice di immagini e di pensieri: “vedevo” i miei confratelli che mi dicevano di non mettermi in situazioni di pericolo, “risentivo” le notizie sulla “giustizia popolare” e sulla fine che avevano fatto coloro che avevano cercato di ostacolarla, e così via… ma su tutto questo crogiolo di sentimenti, che lascio a voi immaginare, uno prevalse su tutti: mi sarebbe stato impossibile sopportare il ricordo di non aver fatto assolutamente niente! Sarebbe stato impossibile sopravvivere a me stesso…
Rigirai la macchina, e decisi di entrare in mezzo alla folla, premetti sul clacson, abbassai il finestrino, e facendo il finto tonto, dissi che ero in ritardo per la messa… Tanto bastò, per disorientare i “teatranti”, che dai loro volti capivo che mi prendevano per pazzo. Ma questo permise al malcapitato in mutande di fuggire. Tutti allora smisero di urlare contro di me e si misero a seguirlo. Capii che non ce l’avrebbe fatta: correva troppo piano… Allora? oramai il più era fatto no? Feci retromarcia e mi misi a inseguire il gruppo con la macchina lo superari e raggiunsi in testa l’inseguito. Senza fermare la macchina, Dio solo sa come riuscii a farlo, aprii la portiera del sedile a fianco e gli urlai di “saltare su”. Dovetti urlarglielo due volte perché alla prima non sembrava fidarsi, usai allora le buone maniere, che qualche volta scuotono l’intelligenza dal torpore, gli dissi allora “Imbecille, Sali!”, evidentemente le mia buona educazione deve averlo convinto che forse era meglio fidarsi, anche perché il gruppo di uomini e donne stava proprio per agguantarlo. Salì, sgommai, e dal secondo incrocio imboccai la strada sterrata che mi conduceva alla chiesetta di Nkolodou…
Mi accorsi che era leggermente ferito, niente di grave… Lo lasciai in macchina e entrando in chiesa invitai il gruppo di uomini che era seduto in fondo, proprio all’entrata, sulla destra, di prendersi cura di lui e di dargli dei pantaloni…
Col senno di poi, a sangue freddo mi resi conto, che tutto quel coraggio, chiamiamolo pure così, non era tanto per salvare la vita di quel povero malcapitato, ma così agendo era soprattutto la mia vita che “salvavo”… Ma su questo, torneremo con più calma il prossimo mese…
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