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giovedì 17 febbraio 2011
venerdì 26 giugno 2009
Gli aiuti per l'Africa dell'Europa cristiana!
postato da
Mario
Uno strano incidente rivela un traffico di armi provenienti dalle porte girevoli dell'Europa, per la dittatura petrolifera del generale Teodoro Objang in Guinea equatoriale
Il 16 giugno, alle due del mattino, un Antonov 12, aereo da carico che può trasportare circa 20 tonnellate di materiale, effettua uno scalo di emergenza per problemi tecnici all'aeroporto internazionale «Mallam Aminu Kano», nel nord della Nigeria, scalo frequentemente utilizzato per il rifornimento di carburante di aerei provenienti dall'Europa e diretti verso l'Africa Centrale.
Qualcosa non va nel verso giusto nelle relazioni tra l'equipaggio dell'aereo e le autorità aeroportuali, o forse i servizi di sicurezza nigeriani (Sss) vengono allertati da qualche informativa e procedono ad ispezionare il carico. Trovano a bordo 18 cassse contenenti consistenti quantità di munizioni, in particolare da 60 e 80 millimetri per mortaio, insieme a fucili mitragliatori e lanciarazzi. Il carico e l'aereo vengono sequestrati e cominciano gli accertamenti. I media nigeriani riportano che le armi proverrebbero dall'Ucraina e sarebbero state destinate ai «ribelli» del «Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger». Una fotografia mostra invece che l'Antonov 12 era a Zagabria, Croazia, il 14, il giorno prima di partire per Malabo, sull'isola di Bioko, ove - 250 km a Nordovest del territorio continentale - ha sede la capitale della Guinea Equatoriale.
L'aereo, con numero di registrazione Ur-Cak (Ur: sta per Ucraina) è proprietà della compagnia aerea «Meridian Aviation Enterprise of Special Purpose», basata a Poltava, nel nordest dell'Ucraina. Il 18, il governo ucraino e Ukrspetsexport, la società che controlla le esportazioni di armi ucraine, smentiscono d'aver a che fare con quel carico (secondo Izvestia e Kommersant).
L'inchiesta passa nel frattempo ai servizi di intelligence militare nigeriani (Mdi) e il Kommersant riporta che l'Mdi avrebbe stabilito origine delle armi (il ministero della Difesa croato) e destinazione (il ministero della Difesa della Guinea Equatoriale). Le armi sarebbero state effettivamente caricate a Zagabria e una compagnia di Nicosia (Cipro), la Infora Limited, avrebbe organizzato l'affare. Secondo il direttore di Infora, Velimin Chavdarov, e il direttore della Meridian, Nikolay Minyajlo, tutti i documenti sarebbero in ordine e il sequestro dell'aereo non si giustificherebbe. Tutto regolare dunque? Dipende dal tipo di regolarità di cui si parla, a cominciare da destinatario e fornitore.
Il destinatario. Repubblica presidenziale multipartitica in teoria, la Guinea Equatoriale è di fatto una delle più corrotte dittature «petrolifere» africane, sotto l'egida del presidente Objang (al potere dal 1979), della sua coorte di cleptocrati, e delle compagnie petrolifere estere che lo sostengono. Concessioni petrolifere (le controlla uno dei figli di Objang con la GEPetrol), e altri contratti energetici sono stati, tra altre, assegnati alle compagnie statunitensi Exxon Mobil, Marathon Oil, ChevronTexaco e a Dno (Norvegia), Nnoc (Nigeria), Petrobras (Brasile), Shell Oil (Olanda), Tullow Oil e Lornho Africa (Regno Unito), a compagnie cinesi (2 miliardi di dollari di investimenti negli ultimi tre anni), Gazprom (Russia), Mitsui e Marubeni (Giappone), Galp Energia (Portogallo), Union Fenoso e Repsol (Spagna), E.ON (Germania). La Guinea Equatoriale «siede» su una ricchezza di circa 1,1 miliardi di barili di petrolio in riserve provate offshore, è settimo produttore africano e terzo dell'Africa Subsahariana, nonchè tra i cinque maggiori esportatori africani di gas naturale liquefatto. Ha inoltre cospicue riserve di titanio, ferro, manganese, uranio e oro. Quasi tutti gli introiti petroliferi finiscono direttamente nei conti bancari controllati da Objang e dalla sua coorte. Il 73% della popolazione (1,3 milioni, secondo l'IMF) non ha accesso a fonti di elettricità e il 57% ad acqua potabile sana.
Il paese ha un esercito di 2.500 soldati e una Gendarmeria con 300 effettivi, ma le importazioni di armi e materiale militare sono state negli ultimi anni (2004-2008) abbastanza considerevoli: dall'Ucraina aerei militari per decine di milioni di dollari; dalla Repubblica Ceca blindati e munizioni (3 milioni); dalla Serbia munizioni (più di un milione); dalla Bulgaria munizionamento pesante; dalla Francia aerei militari e munizioni; dal Regno Unito blindati e parti. Aerei leggeri per 63 milioni di dollari sono stati importati da Francia e Stati Uniti nel 2007 e 2008; elicotteri leggeri da Italia, Stati Uniti e Sudafrica (2007).
La Guinea Equatoriale ospita inoltre da anni un Registro aereo di «convenienza», dove sono iscritti aerei e compagnie che non amano supervisioni e controlli.
Il fornitore. Se le informazioni sono, come sembra, corrette, la Croazia avrebbe dunque autorizzato l'esportazione di 10/15 tonnellate di armamenti verso una delle peggiori dittature di fatto, se non di nome, del continente africano. E non è detto che quelle tonnellate siano state le sole, poichè non vi sono ancora dati sulle esportazioni di armi per il 2009. La Croazia dovrebbe diventare membro dell'Unione Europea a tutti gli effetti dal 2010. Come inizio del suo ultimo anno da candidata non c'è male, anche se dalla Croazia non è certo la prima volta che partono armi per operazioni «coperte» dei paesi dell'Unione Europea e degli Stati Uniti (dal porto meridionale di Ploce, per esempio).
Il mediatore e Cipro. La società Infora Ltd è un broker che tratta molte cose diverse, tra cui materiale militare. Con una particolarità: il suo indirizzo principale è a Cirpo: «Stasinou 1, Mitsi Building 1, 1st floor, Flat/Office 4, Plateia Eleftheria, P.O. Box 21294, P.C. 1505». Lo stesso Flat/Office 4 è dato come indirizzo di numerose altre società, ma è in realtà lo studio di un avvocato, forse semplicemente un domicilio per imprese che si registrano nell'isola ma in essa hanno solo una casella postale. L'avvocato dice però di non aver mai sentito della Infora. La Infora ha anche una rappresentanza in Ucraina, a Kiev. Interpellati, i rappresentanti della società non hanno risposto.
L'aereo e il trasportatore. L'aereo - numero di fabbrica 6343707, entrato in servizio con l'aviazione militare ucraina nel 1966 - passa alla ucraina Meridian nel giugno del 2007 (che ne cambia la registrazione da Er-Aci, Moldova, a Ur-Cak, Ucraina), dopo essere stato sotto vari operatori (l'ucraina Icar, le moldove Jet Line International, Aero-Nord Group e Aerocom, quest'ultima coinvolta in traffici d'armi per la Sierra Leone e, nel 2004, in spedizioni statunitensi «coperte» di armi dall'aeroporto musulmano-bosniaco di Tuzla). Molto attivo in particolari aeroporti europei (Ostenda, Maastricht, Budapest, Varsavia, Glasgow-Prestwick, Luga-Malta) e in Afghanistan, il 28 maggio di quest'anno è a Larnaca, Cipro, e Francoforte, prima di volare a Zagabria.
La Meridian è stata formata nel 1999, come Poltava Universal Avia e ribattezzata Meridian nel 2007, ha una flotta cargo composta da 5 An-12 e 2 An-26. Secondo la radio ucraina Nrcu, la compagnia sarebbe stata messa in vendita alla fine di gennaio 2009 dal proprietario, il Fondo Ucraino delle Proprietà Statali, e avrebbe dovuto essere ceduta nel Maggio. Anche Meridian non ha risposto alla richiesta di ulteriori informazioni. Sarà tutto regolare, ma certo mancano un po' di pezzi. Di Sergio Finardi, Peter Danssaert, in "Cieli neri D'AFRICA", Il Manifesto, 26.06.2009
Il 16 giugno, alle due del mattino, un Antonov 12, aereo da carico che può trasportare circa 20 tonnellate di materiale, effettua uno scalo di emergenza per problemi tecnici all'aeroporto internazionale «Mallam Aminu Kano», nel nord della Nigeria, scalo frequentemente utilizzato per il rifornimento di carburante di aerei provenienti dall'Europa e diretti verso l'Africa Centrale.
Qualcosa non va nel verso giusto nelle relazioni tra l'equipaggio dell'aereo e le autorità aeroportuali, o forse i servizi di sicurezza nigeriani (Sss) vengono allertati da qualche informativa e procedono ad ispezionare il carico. Trovano a bordo 18 cassse contenenti consistenti quantità di munizioni, in particolare da 60 e 80 millimetri per mortaio, insieme a fucili mitragliatori e lanciarazzi. Il carico e l'aereo vengono sequestrati e cominciano gli accertamenti. I media nigeriani riportano che le armi proverrebbero dall'Ucraina e sarebbero state destinate ai «ribelli» del «Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger». Una fotografia mostra invece che l'Antonov 12 era a Zagabria, Croazia, il 14, il giorno prima di partire per Malabo, sull'isola di Bioko, ove - 250 km a Nordovest del territorio continentale - ha sede la capitale della Guinea Equatoriale.
L'aereo, con numero di registrazione Ur-Cak (Ur: sta per Ucraina) è proprietà della compagnia aerea «Meridian Aviation Enterprise of Special Purpose», basata a Poltava, nel nordest dell'Ucraina. Il 18, il governo ucraino e Ukrspetsexport, la società che controlla le esportazioni di armi ucraine, smentiscono d'aver a che fare con quel carico (secondo Izvestia e Kommersant).
L'inchiesta passa nel frattempo ai servizi di intelligence militare nigeriani (Mdi) e il Kommersant riporta che l'Mdi avrebbe stabilito origine delle armi (il ministero della Difesa croato) e destinazione (il ministero della Difesa della Guinea Equatoriale). Le armi sarebbero state effettivamente caricate a Zagabria e una compagnia di Nicosia (Cipro), la Infora Limited, avrebbe organizzato l'affare. Secondo il direttore di Infora, Velimin Chavdarov, e il direttore della Meridian, Nikolay Minyajlo, tutti i documenti sarebbero in ordine e il sequestro dell'aereo non si giustificherebbe. Tutto regolare dunque? Dipende dal tipo di regolarità di cui si parla, a cominciare da destinatario e fornitore.
Il destinatario. Repubblica presidenziale multipartitica in teoria, la Guinea Equatoriale è di fatto una delle più corrotte dittature «petrolifere» africane, sotto l'egida del presidente Objang (al potere dal 1979), della sua coorte di cleptocrati, e delle compagnie petrolifere estere che lo sostengono. Concessioni petrolifere (le controlla uno dei figli di Objang con la GEPetrol), e altri contratti energetici sono stati, tra altre, assegnati alle compagnie statunitensi Exxon Mobil, Marathon Oil, ChevronTexaco e a Dno (Norvegia), Nnoc (Nigeria), Petrobras (Brasile), Shell Oil (Olanda), Tullow Oil e Lornho Africa (Regno Unito), a compagnie cinesi (2 miliardi di dollari di investimenti negli ultimi tre anni), Gazprom (Russia), Mitsui e Marubeni (Giappone), Galp Energia (Portogallo), Union Fenoso e Repsol (Spagna), E.ON (Germania). La Guinea Equatoriale «siede» su una ricchezza di circa 1,1 miliardi di barili di petrolio in riserve provate offshore, è settimo produttore africano e terzo dell'Africa Subsahariana, nonchè tra i cinque maggiori esportatori africani di gas naturale liquefatto. Ha inoltre cospicue riserve di titanio, ferro, manganese, uranio e oro. Quasi tutti gli introiti petroliferi finiscono direttamente nei conti bancari controllati da Objang e dalla sua coorte. Il 73% della popolazione (1,3 milioni, secondo l'IMF) non ha accesso a fonti di elettricità e il 57% ad acqua potabile sana.
Il paese ha un esercito di 2.500 soldati e una Gendarmeria con 300 effettivi, ma le importazioni di armi e materiale militare sono state negli ultimi anni (2004-2008) abbastanza considerevoli: dall'Ucraina aerei militari per decine di milioni di dollari; dalla Repubblica Ceca blindati e munizioni (3 milioni); dalla Serbia munizioni (più di un milione); dalla Bulgaria munizionamento pesante; dalla Francia aerei militari e munizioni; dal Regno Unito blindati e parti. Aerei leggeri per 63 milioni di dollari sono stati importati da Francia e Stati Uniti nel 2007 e 2008; elicotteri leggeri da Italia, Stati Uniti e Sudafrica (2007).
La Guinea Equatoriale ospita inoltre da anni un Registro aereo di «convenienza», dove sono iscritti aerei e compagnie che non amano supervisioni e controlli.
Il fornitore. Se le informazioni sono, come sembra, corrette, la Croazia avrebbe dunque autorizzato l'esportazione di 10/15 tonnellate di armamenti verso una delle peggiori dittature di fatto, se non di nome, del continente africano. E non è detto che quelle tonnellate siano state le sole, poichè non vi sono ancora dati sulle esportazioni di armi per il 2009. La Croazia dovrebbe diventare membro dell'Unione Europea a tutti gli effetti dal 2010. Come inizio del suo ultimo anno da candidata non c'è male, anche se dalla Croazia non è certo la prima volta che partono armi per operazioni «coperte» dei paesi dell'Unione Europea e degli Stati Uniti (dal porto meridionale di Ploce, per esempio).
Il mediatore e Cipro. La società Infora Ltd è un broker che tratta molte cose diverse, tra cui materiale militare. Con una particolarità: il suo indirizzo principale è a Cirpo: «Stasinou 1, Mitsi Building 1, 1st floor, Flat/Office 4, Plateia Eleftheria, P.O. Box 21294, P.C. 1505». Lo stesso Flat/Office 4 è dato come indirizzo di numerose altre società, ma è in realtà lo studio di un avvocato, forse semplicemente un domicilio per imprese che si registrano nell'isola ma in essa hanno solo una casella postale. L'avvocato dice però di non aver mai sentito della Infora. La Infora ha anche una rappresentanza in Ucraina, a Kiev. Interpellati, i rappresentanti della società non hanno risposto.
L'aereo e il trasportatore. L'aereo - numero di fabbrica 6343707, entrato in servizio con l'aviazione militare ucraina nel 1966 - passa alla ucraina Meridian nel giugno del 2007 (che ne cambia la registrazione da Er-Aci, Moldova, a Ur-Cak, Ucraina), dopo essere stato sotto vari operatori (l'ucraina Icar, le moldove Jet Line International, Aero-Nord Group e Aerocom, quest'ultima coinvolta in traffici d'armi per la Sierra Leone e, nel 2004, in spedizioni statunitensi «coperte» di armi dall'aeroporto musulmano-bosniaco di Tuzla). Molto attivo in particolari aeroporti europei (Ostenda, Maastricht, Budapest, Varsavia, Glasgow-Prestwick, Luga-Malta) e in Afghanistan, il 28 maggio di quest'anno è a Larnaca, Cipro, e Francoforte, prima di volare a Zagabria.
La Meridian è stata formata nel 1999, come Poltava Universal Avia e ribattezzata Meridian nel 2007, ha una flotta cargo composta da 5 An-12 e 2 An-26. Secondo la radio ucraina Nrcu, la compagnia sarebbe stata messa in vendita alla fine di gennaio 2009 dal proprietario, il Fondo Ucraino delle Proprietà Statali, e avrebbe dovuto essere ceduta nel Maggio. Anche Meridian non ha risposto alla richiesta di ulteriori informazioni. Sarà tutto regolare, ma certo mancano un po' di pezzi. Di Sergio Finardi, Peter Danssaert, in "Cieli neri D'AFRICA", Il Manifesto, 26.06.2009
La Guinea Equatoriale “siede” su una ricchezza di circa 1,1 miliardi di barili di petrolio in riserve provate offshore (Golfo di Guinea), produce in media circa 320 mila barili di petrolio al giorno (il 95% esportati), è settimo produttore africano e terzo dell’Africa Subsahariana (Novembre 2008), nonché tra i cinque maggiori esportatori africani di gas naturale liquefatto. Ha inoltre cospicue riserve di titanio, ferro, manganese, uranio e oro. Il prodotto nazionale lordo (cresciuto in parallelo con le scoperte dei giacimenti negli anni ’90) era nel 2008 pari 18,5 miliardi di dollari, per teorici 14.940 dollari pro capite, quasi livelli europei su una popolazione che l’IMF stima a 1,3 milioni nel 2009. Eppure, la maggioranza della popolazione ha redditi di 300/400 dollari l’anno, il 73% di essa non ha accesso a fonti di elettricità (stima 2008) e il 57% ad acqua potabile sana. Il gen. Teodoro Objang è al potere dal 1979, dopo aver rovesciato il regime genocidiario dello zio, primo presidente dell’indipendenza dalla Spagna (1968), Francisco Nguema, sotto cui perderanno la vita 80,000 persone ed altre 100,000 sarano costrette a fuggire nei paesi vicini. Sotto Objang e i suoi figli Teodoro Manue e Gabriel, il paese conosce una rapina sistematica delle sue risorse. Gli introiti petroliferi finiscono quasi tutti nei conti personali di Objang e della sua “famiglia” allargata. Le compagnie petrolifere - come accertato per quelle statunitensi dal Congresso usa in varie inchieste dal 2004 in avanti – hanno negli anni pagato milioni di dollari alla “famiglia” per case e spese di “studio” all’estero, affitti per proprietà legate ad Objang, donazioni di varia natura a ministri e familiari del presidente. Divenuto un “prezioso” alleato degli USA durante la presidenza Bush (Condoleeza Rice riceve Objang con tutti gli onori nel 2006), il paese gode anche di solidi appoggi in vari Paesi europei e in Cina. La repressione dell’opposizione è totale, torture e condizioni di vita impossibili sono routine nelle carceri, (rapporto ONU del Novembre 2008). Nelle “elezioni” parlamentari del 4 maggio 2008 i seggi del partito di Objang hanno raggiunto quota 99 sui 100. il governo del paese, dal marzo 2009, può però contare su ben 71 membri: un premier con 3 vice primi ministri, 24 ministri, 20 viceministri, 22 segretari di Stato, e un ministro con speciale delega alle Finanze.I rappresentanti dell’opposizione, tra cui Severo Moto, vivono prevalentemente in Spagna, da dove sarebbe partito nel 2004 un piano di colpo di Stato contro Objang, fallito, che ha coinvolto tra altri il noto mercenario inglese Simon Mann (cittadino sudafricano, fondatore di Executives Outcomes e Sandline International, compagnie di mercenari un tempo operative in Sierra Leone e Angola), il miliardario britannico-libanese Ely Calil, il trafficante di armi sudafricano Nick de Toit e Mark Tatcher, figlio dell’ex premier inglese Margaret (Simon Mann, inizialmente incarcerato in Zimbabwe, mentre si stava procurando armi con il suo gruppo d’assalto, è stato estradato in Guinea Equatoriale e condannato nel luglio 2008 a 34 anni insieme ad altri complici, tra cui il De Toit, pure condannato a 34 anni).
martedì 20 gennaio 2009
venerdì 16 gennaio 2009
Se la chiesa avesse coraggio...
postato da
Mario
Non posso non dedicare il primo post ad Alex Zanotelli...:
«Se la chiesa avesse il coraggio di scomunicare chi fa la guerra…»
Intervista a padre Alex Zanotelli sul pensiero pacifista di don Milani. A cura di Mario Lancisi (contenuta nel libro «No alla guerra!», Piemme Edizioni 2005 - pagg. 208)
Quando ha letto L’Obbedienza non è più una virtù?
Ho letto il libro in Sudan, ed è stato per me una delle letture chi mi ha più colpito e influenzato della letteratura religiosa italiana del secolo scorso.
In particolare cosa la colpì di quel testo?
Prima di tutto per me era assolutamente nuovo il tema dell’obiezione di coscienza. Così come, prima di don Milani, non ho mai pensato alla guerra, al sistema militare e alla minaccia atomica come peccato. La dimensione etica di quei problemi non mi apparteneva. È stataL’Obbedienza non è più una virtù ad aprirmi gli occhi.
Nella Lettera ai Cappellani militari don Milani si rifiuta di considerare la patria come una divisione tra italiani e stranieri e sostiene che l’unico concetto di patria che gli appartiene è quello che divide il mondo in oppressi e oppressori.
Quando per la prima volta ho letto quella frase mi ha molto impressionato. A Milani va dato il merito di aver posto per primo il problema dei poveri in chiave planetaria. Secondo il Vangelo il povero, l’emarginato, chi soffre non è mai straniero. Per cui per il cristiano la patria non è un concetto che esclude - come fa la legge Bossi-Fini, ad esempio - ma include. Don Milani si sentiva «patriota» di tutti i poveri del mondo. L’«I care», mi preme, scritto sulle pareti di Barbiana significava il superamento dei rigidi confini geografici per allargarsi al mondo dei bisogni e delle povertà.
Nella Lettera ai giudici sono contenuti temi di grande attualità come il rifiuto della guerra, anche di quella «giusta» perché i conflitti armati nell’èra contemporanea colpiscono i civili. Il «mai più guerra» di don Milani che influenza ha avuto nel movimento della pace e della non violenza?
Direi profonda. Un’influenza che storicamente assume un valore profetico ancora maggiore se teniamo presente che siamo nel 1965 e il Concilio si era già concluso da un anno senza essere riuscito a fare propria la presa di posizione della Pacem in terris. Inoltre il Concilio non era riuscito a parlare della bomba atomica come peccato. Don Milani era tra coloro che avevano percepito come dopo il lampo di Hiroshima non ci poteva essere più una guerra giusta. È in questo contesto atomico che Milani rafforza il suo giudizio deciso contro la guerra. E non solo perché la guerra colpisce i civili ma soprattutto perché è intrinsecamente immorale. La guerra deve diventare un tabù come l’incesto, ad esempio.
Un altro tema molto forte è quello dell’analisi milaniana sulle guerre combattute dall’Italia, dal Risorgimento alla 2º guerra mondiale. La conclusione a cui perviene il priore di Barbiana è che tutte le guerre sono state fatte dalla classe dominante, dai ricchi, dai potenti mentre i poveri sono stati mandati al fronte a morire per i loro oppressori.
Sì, tema forte, fortissimo. Uno degli aspetti che mi aveva colpito di più, leggendo la «Lettera» fu proprio la differente lettura della storia italiana tra me e don Milani. La storia dipende infatti dal punto di vista in cui uno decide di leggerla. Don Lorenzo la leggeva dalla parte dei poveri, degli sconfitti mandati ad esempio allo sbando sul fronte delle prima guerra mondiale. Tutto questo ha pesato moltissimo sul movimento per la pace italiana.
Ho parlato a lungo con Tonino Drago, dell’università di Napoli, uno dei grandi ispiratori della non violenza attiva in Italia.
Gli ho chiesto come mai proprio a Napoli si è sviluppata questa attenzione? E lui mi ha risposto che tutto nasce negli anni Sessanta dalle posizioni dei pacifisti cattolici, da Dorothy Day, la pasionaria americana, cattolica, che fondò il giornale «Catholic Worker», da Lanza Del Vasto, dalle piccole sorelle del Vangelo che si trovavano a digiunare davanti a San Pietro per cercare di attirare attenzione e di portare la non violenza attiva all’interno del Concilio e bollare la guerra atomica. In questo contesto si inquadra anche l’apporto fondamentale di don Milani.
Don Milani scrive che «nessun cristiano può partecipare alla guerra nemmeno come cuciniere» e, riprendendo Gandhi, contesta anche la Croce Rossa. Questo è un tema molto sentito, che si pone spesso, anche Gino Strada, del fatto cioè che non si può fare la guerra e poi andare dietro con le autoambulanze e fare i cuochi o i cappellani.
Io penso che anche in questo Milani è stato chiarissimo, soprattutto sui cappellani militari che, per come sono oggi concepiti e strutturati, sono parte integrante della guerra, perché sono militari a tutti gli effetti, pagati dall’esercito.
Come mai 40 anni dopo la Chiesa è ancora così titubante incerta e non ha la forza per gridare, come Paolo VI all’Onu: «Mai più guerra»?
La ragione fondamentale è questa: la Chiesa potrà dire questo solo quando finalmente farà il passo finale, rinunciare all’essere religione civile. Purtroppo la Chiesa per tanti secoli è diventata religione civile, ha benedetto imperi ecc. Non è questo il suo compito, ma quello di essere coscienza critica per la società. Nasce da questo contesto la richiesta che più volte ho avanzato, cioè se la Chiesa vuole uscire da questa eredità di religione civile, una delle cose importanti da fare è che il Vaticano rinunci ad essere Stato.
Non è concepibile che il Papa sia anche Capo di Stato, questo mette in moto tutta una serie di trappole, la diplomazia ecc. Per cui è chiaro che bisogna barcamenarsi poi da tutte le parti. Il magistero della Chiesa deve avere il coraggio di proclamare come dogma di fede il fatto che è stato Gesù di Nazareth ad inventare la non violenza attiva. Non è stato Gandhi.
Gandhi lo ha imparato dal Vangelo e se la Chiesa ha il coraggio di proclamare questo apertamente, produrrà nel cuore della gente una rivoluzione enorme, un salto di qualità incredibile, e soprattutto in questo momento gravissimo aiuterebbe l’umanità ad uscire da questa follia bellicista in cui si trova.
L’obiezione al «No guerra» è questa: come si dirimono i conflitti internazionali e come si combatte il terrorismo se si rinuncia alla forza armata?
Ormai è sempre più chiaro che il terrorista più lo combatti con la guerra, più diventa terrorista, la violenza produce violenza, fango produce fango. Dobbiamo ritornare a credere al Vangelo della non violenza. Il male si vince con il bene, con la logica della non violenza. Qualcuno dirà che questo può valere a livello personale mentre non si può obbligare a questo un paese, tutta la società.
Ma noi siamo convinti che a questo punto della storia, l’umanità deve fare un salto di qualità. Dalle ultime statistiche abbiamo letto che abbiamo abbastanza bombe atomiche da far saltare 4 volte il mondo per aria. Stati Uniti e Russia hanno dimezzato del 50 % armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma abbiamo ancora abbastanza armi per uccidere la popolazione mondiale 5 mila volte. Abbiamo oltre 340 tonnellate di plutonio. Ne bastano 150kg per uccidere tutti. È la follia totale in cui ci siamo cacciati. Pertanto o l’umanità riesce ad uscire fuori dalla follia totale della guerra oppure ne saremo tutti travolti.
Che cosa deve fare il cristiano per essere costruttore di pace?
Credo che la strada sia stata indicata da Giovanni Paolo II, il 30 novembre 2003, quando all’Angelus, ha detto: «Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! ‘Beati i miti, perché erediteranno la terra’ (Matteo 5,5)». In queste parole è indicata la strada per i credenti nel senso che per le religioni e per le Chiese non è più tempo di silenzi e connivenze di fronte ai conflitti bellici e all’instaurarsi del «pensiero unico» della guerra, intesa ormai come unico mezzo per risolvere le controversie e per far girare l’economia.
Inoltre il papa indica un intreccio tra nonviolenza, perdono e riconciliazione. Si tratta di tre tappe dello stesso percorso, per il quale non si dà l’una senza le altre. Ai cristiani spetta il compito di diventare «maestri» della pedagogia della nonviolenza e i portatori sani di quella che Bernard Häring definiva la «forza terapeutica» della nonviolenza.
Il papa fa un richiamo preciso alla beatitudine della mitezza. Perché?
Non credo che il Papa l’abbia utilizzata come un abbellimento letterario. Sono convinto, che la nonviolenza ha la sua radice proprio nella Parola di Dio e nello stesso Cristo, modello di nonviolenza. Essa non è una delle tante teorie prodotte nella storia dell’umanità o da qualche personalità eccezionale, come Gandhi o Martin Luther King. Al contrario, la nonviolenza evangelica è la sintesi di quel comandamento nuovo, cioè di quell’ordine nuovo, di amarci come Dio ci ama e, addirittura, di amare i propri nemici.
Cos’era in definitiva per Gesù la non violenza?
Per Gesù la nonviolenza rappresentava il superamento della logica del vecchio Testamento dell’ ‘occhio per occhio, dente per dente’. «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l’altra» (Mt 5,39), diceva Gesù. Per colpire uno sulla guancia destra bisogna usare il manrovescio e al tempo di Gesù veniva usato dal padrone per umiliare lo schiavo. Gesù dice: «Mettiti in piedi fratello, tu sei un uomo, non uno schiavo! E porgigli la guancia sinistra».
Se chiude la mano o usa il pugno della mano, il padrone è costretto a trattare lo schiavo come suo pari. In un mondo di onore e umiliazioni, si è impedito a un pre-potente di svergognare un «inferiore» in pubblico. Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l’altro. Come insegnava Gandhi, «il primo principio dell’azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare”.
Il compito della Chiesa?
La nonviolenza attiva deve diventare una dimensione essenziale della sequela cristiana. Le Chiese devono avere il coraggio di proclamare che è Gesù che l’ha praticata nella sua vita. Se la Chiesa scomunica chi abortisce o dice che non può fare la comunione una donna che usa i contraccettivi, non dovrebbe scomunicare chi va a bombardare in una guerra come quella contro l’Iraq ritenuta «immorale» dal cardinale Martino e «criminale» dal cardinale Tauran?
«Se la chiesa avesse il coraggio di scomunicare chi fa la guerra…»
Intervista a padre Alex Zanotelli sul pensiero pacifista di don Milani. A cura di Mario Lancisi (contenuta nel libro «No alla guerra!», Piemme Edizioni 2005 - pagg. 208)
Quando ha letto L’Obbedienza non è più una virtù?
Ho letto il libro in Sudan, ed è stato per me una delle letture chi mi ha più colpito e influenzato della letteratura religiosa italiana del secolo scorso.
In particolare cosa la colpì di quel testo?
Prima di tutto per me era assolutamente nuovo il tema dell’obiezione di coscienza. Così come, prima di don Milani, non ho mai pensato alla guerra, al sistema militare e alla minaccia atomica come peccato. La dimensione etica di quei problemi non mi apparteneva. È stataL’Obbedienza non è più una virtù ad aprirmi gli occhi.
Nella Lettera ai Cappellani militari don Milani si rifiuta di considerare la patria come una divisione tra italiani e stranieri e sostiene che l’unico concetto di patria che gli appartiene è quello che divide il mondo in oppressi e oppressori.
Quando per la prima volta ho letto quella frase mi ha molto impressionato. A Milani va dato il merito di aver posto per primo il problema dei poveri in chiave planetaria. Secondo il Vangelo il povero, l’emarginato, chi soffre non è mai straniero. Per cui per il cristiano la patria non è un concetto che esclude - come fa la legge Bossi-Fini, ad esempio - ma include. Don Milani si sentiva «patriota» di tutti i poveri del mondo. L’«I care», mi preme, scritto sulle pareti di Barbiana significava il superamento dei rigidi confini geografici per allargarsi al mondo dei bisogni e delle povertà.
Nella Lettera ai giudici sono contenuti temi di grande attualità come il rifiuto della guerra, anche di quella «giusta» perché i conflitti armati nell’èra contemporanea colpiscono i civili. Il «mai più guerra» di don Milani che influenza ha avuto nel movimento della pace e della non violenza?
Direi profonda. Un’influenza che storicamente assume un valore profetico ancora maggiore se teniamo presente che siamo nel 1965 e il Concilio si era già concluso da un anno senza essere riuscito a fare propria la presa di posizione della Pacem in terris. Inoltre il Concilio non era riuscito a parlare della bomba atomica come peccato. Don Milani era tra coloro che avevano percepito come dopo il lampo di Hiroshima non ci poteva essere più una guerra giusta. È in questo contesto atomico che Milani rafforza il suo giudizio deciso contro la guerra. E non solo perché la guerra colpisce i civili ma soprattutto perché è intrinsecamente immorale. La guerra deve diventare un tabù come l’incesto, ad esempio.
Un altro tema molto forte è quello dell’analisi milaniana sulle guerre combattute dall’Italia, dal Risorgimento alla 2º guerra mondiale. La conclusione a cui perviene il priore di Barbiana è che tutte le guerre sono state fatte dalla classe dominante, dai ricchi, dai potenti mentre i poveri sono stati mandati al fronte a morire per i loro oppressori.
Sì, tema forte, fortissimo. Uno degli aspetti che mi aveva colpito di più, leggendo la «Lettera» fu proprio la differente lettura della storia italiana tra me e don Milani. La storia dipende infatti dal punto di vista in cui uno decide di leggerla. Don Lorenzo la leggeva dalla parte dei poveri, degli sconfitti mandati ad esempio allo sbando sul fronte delle prima guerra mondiale. Tutto questo ha pesato moltissimo sul movimento per la pace italiana.
Ho parlato a lungo con Tonino Drago, dell’università di Napoli, uno dei grandi ispiratori della non violenza attiva in Italia.
Gli ho chiesto come mai proprio a Napoli si è sviluppata questa attenzione? E lui mi ha risposto che tutto nasce negli anni Sessanta dalle posizioni dei pacifisti cattolici, da Dorothy Day, la pasionaria americana, cattolica, che fondò il giornale «Catholic Worker», da Lanza Del Vasto, dalle piccole sorelle del Vangelo che si trovavano a digiunare davanti a San Pietro per cercare di attirare attenzione e di portare la non violenza attiva all’interno del Concilio e bollare la guerra atomica. In questo contesto si inquadra anche l’apporto fondamentale di don Milani.
Don Milani scrive che «nessun cristiano può partecipare alla guerra nemmeno come cuciniere» e, riprendendo Gandhi, contesta anche la Croce Rossa. Questo è un tema molto sentito, che si pone spesso, anche Gino Strada, del fatto cioè che non si può fare la guerra e poi andare dietro con le autoambulanze e fare i cuochi o i cappellani.
Io penso che anche in questo Milani è stato chiarissimo, soprattutto sui cappellani militari che, per come sono oggi concepiti e strutturati, sono parte integrante della guerra, perché sono militari a tutti gli effetti, pagati dall’esercito.
Come mai 40 anni dopo la Chiesa è ancora così titubante incerta e non ha la forza per gridare, come Paolo VI all’Onu: «Mai più guerra»?
La ragione fondamentale è questa: la Chiesa potrà dire questo solo quando finalmente farà il passo finale, rinunciare all’essere religione civile. Purtroppo la Chiesa per tanti secoli è diventata religione civile, ha benedetto imperi ecc. Non è questo il suo compito, ma quello di essere coscienza critica per la società. Nasce da questo contesto la richiesta che più volte ho avanzato, cioè se la Chiesa vuole uscire da questa eredità di religione civile, una delle cose importanti da fare è che il Vaticano rinunci ad essere Stato.
Non è concepibile che il Papa sia anche Capo di Stato, questo mette in moto tutta una serie di trappole, la diplomazia ecc. Per cui è chiaro che bisogna barcamenarsi poi da tutte le parti. Il magistero della Chiesa deve avere il coraggio di proclamare come dogma di fede il fatto che è stato Gesù di Nazareth ad inventare la non violenza attiva. Non è stato Gandhi.
Gandhi lo ha imparato dal Vangelo e se la Chiesa ha il coraggio di proclamare questo apertamente, produrrà nel cuore della gente una rivoluzione enorme, un salto di qualità incredibile, e soprattutto in questo momento gravissimo aiuterebbe l’umanità ad uscire da questa follia bellicista in cui si trova.
L’obiezione al «No guerra» è questa: come si dirimono i conflitti internazionali e come si combatte il terrorismo se si rinuncia alla forza armata?
Ormai è sempre più chiaro che il terrorista più lo combatti con la guerra, più diventa terrorista, la violenza produce violenza, fango produce fango. Dobbiamo ritornare a credere al Vangelo della non violenza. Il male si vince con il bene, con la logica della non violenza. Qualcuno dirà che questo può valere a livello personale mentre non si può obbligare a questo un paese, tutta la società.
Ma noi siamo convinti che a questo punto della storia, l’umanità deve fare un salto di qualità. Dalle ultime statistiche abbiamo letto che abbiamo abbastanza bombe atomiche da far saltare 4 volte il mondo per aria. Stati Uniti e Russia hanno dimezzato del 50 % armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma abbiamo ancora abbastanza armi per uccidere la popolazione mondiale 5 mila volte. Abbiamo oltre 340 tonnellate di plutonio. Ne bastano 150kg per uccidere tutti. È la follia totale in cui ci siamo cacciati. Pertanto o l’umanità riesce ad uscire fuori dalla follia totale della guerra oppure ne saremo tutti travolti.
Che cosa deve fare il cristiano per essere costruttore di pace?
Credo che la strada sia stata indicata da Giovanni Paolo II, il 30 novembre 2003, quando all’Angelus, ha detto: «Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! ‘Beati i miti, perché erediteranno la terra’ (Matteo 5,5)». In queste parole è indicata la strada per i credenti nel senso che per le religioni e per le Chiese non è più tempo di silenzi e connivenze di fronte ai conflitti bellici e all’instaurarsi del «pensiero unico» della guerra, intesa ormai come unico mezzo per risolvere le controversie e per far girare l’economia.
Inoltre il papa indica un intreccio tra nonviolenza, perdono e riconciliazione. Si tratta di tre tappe dello stesso percorso, per il quale non si dà l’una senza le altre. Ai cristiani spetta il compito di diventare «maestri» della pedagogia della nonviolenza e i portatori sani di quella che Bernard Häring definiva la «forza terapeutica» della nonviolenza.
Il papa fa un richiamo preciso alla beatitudine della mitezza. Perché?
Non credo che il Papa l’abbia utilizzata come un abbellimento letterario. Sono convinto, che la nonviolenza ha la sua radice proprio nella Parola di Dio e nello stesso Cristo, modello di nonviolenza. Essa non è una delle tante teorie prodotte nella storia dell’umanità o da qualche personalità eccezionale, come Gandhi o Martin Luther King. Al contrario, la nonviolenza evangelica è la sintesi di quel comandamento nuovo, cioè di quell’ordine nuovo, di amarci come Dio ci ama e, addirittura, di amare i propri nemici.
Cos’era in definitiva per Gesù la non violenza?
Per Gesù la nonviolenza rappresentava il superamento della logica del vecchio Testamento dell’ ‘occhio per occhio, dente per dente’. «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l’altra» (Mt 5,39), diceva Gesù. Per colpire uno sulla guancia destra bisogna usare il manrovescio e al tempo di Gesù veniva usato dal padrone per umiliare lo schiavo. Gesù dice: «Mettiti in piedi fratello, tu sei un uomo, non uno schiavo! E porgigli la guancia sinistra».
Se chiude la mano o usa il pugno della mano, il padrone è costretto a trattare lo schiavo come suo pari. In un mondo di onore e umiliazioni, si è impedito a un pre-potente di svergognare un «inferiore» in pubblico. Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l’altro. Come insegnava Gandhi, «il primo principio dell’azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare”.
Il compito della Chiesa?
La nonviolenza attiva deve diventare una dimensione essenziale della sequela cristiana. Le Chiese devono avere il coraggio di proclamare che è Gesù che l’ha praticata nella sua vita. Se la Chiesa scomunica chi abortisce o dice che non può fare la comunione una donna che usa i contraccettivi, non dovrebbe scomunicare chi va a bombardare in una guerra come quella contro l’Iraq ritenuta «immorale» dal cardinale Martino e «criminale» dal cardinale Tauran?
domenica 11 gennaio 2009
mercoledì 31 dicembre 2008
Giornata mondiale della pace
postato da
Mario
In occasione della Giornata mondiale della pace, sulla quale non saprei dire nessuna parola che non suoni retorica per chi la vive davvero, raccolgo l'invito di un'amica anarchica a dare spazio a quanto segue. Forse che sul nostro blog appaiano parole di chi indubbiamente "ha la maglia di un'altro colore" stupirà qualcuno, ma io credo sia davvero ora che chiunque sogna un mondo migliore si dia da fare insieme per costruirlo... almeno un po'...
Dunque grazie a Gaia!
"Cari, vi segnalo anche questo articolo da PeaceReoporter... Potreste dargli spazio, se potete... visto che domani (per i cattolici) è anche la giornata mondiale per la pace.... e qui si dice con precisione cosa significa una guerra... non ci sono teorie o diplomazie, ma cosa è una guerra... a me, nel '94, l'ha fatta capire la guerra, un signore in un piccolo paese vicino a Mostar (Bosnia), Cjaplina, durante i bombardamenti, quando ha voluto mostrarmi che dalla 'vita' in giù era fatto tutto in gialla e calda vetroresina.... poichè era saltato su una mina con il suo trattore... non ha fatto discorsi... mi ha preso la mano, intanto che si beveva una rakkia (grappa), me l'ha messa sul suo bacino, passando dal sorridente al terribile serio... e dicendomi, ancora con sorriso... vedi tu sei italiano, come questa protesi che mi hanno fatto a biella: La guerra è questa roba qui!! Tutto il resto sono manovre politico-economiche..."
Dunque grazie a Gaia!
"Cari, vi segnalo anche questo articolo da PeaceReoporter... Potreste dargli spazio, se potete... visto che domani (per i cattolici) è anche la giornata mondiale per la pace.... e qui si dice con precisione cosa significa una guerra... non ci sono teorie o diplomazie, ma cosa è una guerra... a me, nel '94, l'ha fatta capire la guerra, un signore in un piccolo paese vicino a Mostar (Bosnia), Cjaplina, durante i bombardamenti, quando ha voluto mostrarmi che dalla 'vita' in giù era fatto tutto in gialla e calda vetroresina.... poichè era saltato su una mina con il suo trattore... non ha fatto discorsi... mi ha preso la mano, intanto che si beveva una rakkia (grappa), me l'ha messa sul suo bacino, passando dal sorridente al terribile serio... e dicendomi, ancora con sorriso... vedi tu sei italiano, come questa protesi che mi hanno fatto a biella: La guerra è questa roba qui!! Tutto il resto sono manovre politico-economiche..."
lunedì 2 giugno 2008
Totalitarismi: la strage di Tibhirine
postato da
Mario
Riporto per intero un articolo apparso sulla "La Stampa" di oggi...
Padre Armand Veilleux si sveglia ogni mattina alle quattro. La prima preghiera lo attende nella grande chiesa di pietra grigia, spoglia, affondata in un parco ricchissimo di alberi e fiori. Tutta la cadenza della sua giornata è scandita da regole scritte quattordici secoli fa. In questa abbazia di monaci trappisti, vecchia di centosessanta anni, padre Armand conduce la sua ricerca solitaria, lenta, faticosa, in certi momenti disperante, su Tibhirine. Lì, in quel monastero ai piedi delle montagne dell’Atlante, in terra algerina, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette confratelli furono sequestrati da un gruppo islamico. La morte dei prigionieri fu annunciata circa due mesi dopo. Lui era presente a quei funerali, chiese con insistenza di aprire le bare per l’ultimo saluto ai monaci e, tra l’imbarazzo e i balbettamenti delle autorità, scoprì che le casse di legno lunghe due metri non contenevano alcun corpo ma solo sette teste. Era la prima menzogna ufficiale che affiorava. Con un retroscena inquietante. Spesso erano le forze regolari che seguivano quella macabra procedura, per dimostrare ai loro ufficiali che la battaglia si era conclusa con l’eliminazione dei nemici, e per avere un indennizzo proporzionato. La prima menzogna era stata anticipata nelle settimane precedenti da svariate ambiguità e soprattutto sarà seguita negli anni successivi da altre falsità, contraddizioni sfacciate, reticenze, che hanno costruito un autentico e compatto muro di gomma attorno a quel massacro. Preceduto alcuni mesi prima da una lucida profezia di padre Luc, una delle vittime, incontrata da padre Armand in visita a Thibirine: «Se ci succederà qualcosa sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari». L’Algeria dal 1992 era precipitata in una spirale di guerra civile che produrrà duecentomila morti, nella quale era e sarà sempre più difficile vedere il confine tra i due schieramenti. Qui, in questa abbazia dove si erano installate le truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, e vicino alla quale Hitler aveva un suo bunker, approdano da anni lettere, telefonate, confidenze verbali di laici e religiosi che cercano di ricostruire i fatti di quella notte ai piedi dell’Atlante, una delle vicende più torbide e complicate che attraversa la cronaca europea degli ultimi quindici anni. Da questo confessionale anomalo, sperduto nella campagna belga, nel 2003 è partita la prima ed unica denuncia al Tribunale di Parigi, per indagare sulla morte di quei sette cittadini francesi. E’ firmata dai familiari di una delle vittime, padre Christophe Lebreton - settimo di dodici figli, ex sessantottino, che abbandona rapidamente Marx e Lenin e diventa monaco nel 1974 - e da padre Veilleux. Quella denuncia ha interrotto il sonno della giustizia in Francia e ha stimolato due testimoni, molto diversi tra loro, che più di altri, lentamente, corrodono quel muro di gomma. Il primo, Abdelkader Tigha, ha lavorato con la Sicurezza militare, era sottufficiale presso il Centro di ricerche e investigazioni di Blida, ed era fuggito in Siria dopo gli avvertimenti ostili dei suoi superiori. Aveva chiesto protezione ai colleghi francesi, ma senza successo. Era entrato in scena pubblicamente alla fine del 2002, con una intervista clamorosa al quotidiano Liberation. Raccontava che il 25 marzo due furgoni erano stati approntati all’interno della sua caserma per la spedizione al monastero. I veicoli erano rientrati la notte tra il 26 e il 27. «Credevamo a un arresto di terroristi. Invece erano stati arrestati i monaci. Furono interrogati da Mouloud Azzout, braccio destro dell’emiro Zitouni. Due giorni dopo lo stesso Azzout li conduceva sulle alture di Blida e poi alla base dell’emiro». Questa testimonianza diretta, dall'interno, smontava la versione ufficiale subito adottata e caparbiamente mantenuta dalle autorità algerine. Per loro tutto il quadro era semplice e chiaro. Djamel Zitouni, il capo dei gruppi islamici armati a quell’epoca, aveva rivendicato il sequestro con un comunicato, successivamente in un altro comunicato aveva annunciato l’uccisione dei prigionieri. E dopo poche settimane dai funerali anche Zitouni, un ignoto venditore di polli elevato rapidamente ai vertici dei gruppi islamici, senza esperienza politica e senza preparazione religiosa, era stato ucciso. Cioè eliminato bruscamente dal gioco. Con il passare del tempo sempre nuovi dettagli hanno dimostrato che Zitouni era in realtà un infiltrato dei servizi segreti, che aveva fatto deragliare disastrosamente quel sequestro su commissione.Oggi Tigha ha ridotto le sue affermazioni pubbliche. Vive in una specie di limbo, in Olanda, dove la giustizia dice che ha diritto all’asilo politico, mentre la polizia dello stesso paese vuole espellerlo. Intanto gli algerini continuano a richiedere con insistenza, e con vari pretesti, la sua estradizione. E il suo esilio ha seguito un percorso tortuoso, toccando Damasco, Bangkok, Ginevra, Amman, Amsterdam, Bruxelles, con scali virtuali a Mogadiscio e Kuala Lumpur, attraverso carceri, ambasciate, chiese, caserme, aeroporti, ministeri, studi legali, uffici dell’Onu. Parallelamente sua moglie, rimasta in patria, ha trovato in casa decine di foto con abitazioni incendiate o distrutte, candele accese, e ha cominciato a ricevere minacce, telefonate mute oppure cariche di oscenità, secondo un copione convenzionale. Varie Ong si interessano ormai alla sua vicenda.Solo la giustizia francese per ora lo ignora. Ma l’avvocato che ha presentato la denuncia della famiglia Lebreton è convinto che il disertore può dire molte cose sui misteri di quella notte. Certo Tigha non è un santo, e i nobili principi della verità e della giustizia forse non sono al primo posto nelle ragioni della sua fuga. Ma se il giudice francese non lo interroga sarà l’avvocato a chiedere l’interrogatorio, innescando un meccanismo che renderà pubbliche le contraddizioni di Algeri, e mostrerà l’imbarazzante lentezza investigativa del Tribunale di Parigi. Tra le contraddizioni documentate e protocollate emerge la testimonianza dei militari algerini su una operazione del 24 novembre 2004, nelle montagne attorno a Bougara, dove in una base degli islamici erano stati trovati documenti appartenenti ai monaci, descritti in tutti i particolari. Ma in un’altra deposizione gli stessi documenti, sempre descritti con gli stessi dettagli, risultano trovati invece nella zona di Medea, già nel maggio 1996, ben otto anni prima, raccolti in una busta di plastica.Il secondo testimone invece fino ad oggi è rimasto in ombra, anzi nella lunga lista dei sessanta nomi che potrebbero aiutare la giustizia, lui nemmeno compare. Non ha precedenti con i servizi segreti, è francese, ha una solida reputazione. A lui gli algerini non potranno rispondere con gli insulti e le minacce che riservano ai loro disertori. Questa persona ha già confidato privatamente, a interlocutori diversi e autorevoli, che i monaci furono uccisi dalle forze regolari algerine. Anche lui racconta, in dettaglio, che la responsabilità della uccisione ricade, come l’iniziativa del sequestro, sulle autorità militari di Blida. Conferma che certo in quella città c’erano gli esecutori materiali, mentre gli ordini erano arrivati dai vertici della onnipotente Sicurezza militare. Insomma i monaci erano stati coinvolti in un finto sequestro, come quello già avvenuto con i tre personaggi del consolato francese ad Algeri nel 1993, per mostrare all’opinione pubblica internazionale che l’Algeria era gravemente minacciata dagli islamici, ma che le autorità locali avevano i mezzi per reagire. Quella volta i prigionieri furono liberati tre giorni dopo, sottratti ad ogni assedio mediatico, e mandati rapidamente in missione in un posto sperduto dell’oceano Indiano. Ma nonostante queste precauzioni le ricostruzioni ufficiali dell’episodio avevano mostrato subito contraddizioni e vuoti di memoria. Anche per i sette monaci tutto doveva concludersi felicemente e in fretta. Il generale Philippe Rondot, ai vertici delle Sicurezza francese, si era trasferito subito nella ex colonia, forte dei suoi rapporti personali con il generale Smain Lamari, ai vertici della Sicurezza militare locale. Due anni prima proprio Lamari, con una soffiata decisiva, gli aveva consentito di catturare il terrorista Carlos, di compiere l’operazione più brillante della sua carriera, guadagnandosi la Legion d’onore. Rondot aveva subito rassicurato fiducioso l’arcivescovo di Algeri che il sequestro sarebbe finito in pochi giorni. La Chiesa cattolica aveva reagito con dolore e cautela dopo il massacro di Tibhirine, ripetendo ai suoi rappresentanti in quel paese islamico, ormai sconvolto dalla guerra civile, «Sia fatta la volontà di Dio, preghiamo». Altri religiosi e religiose erano già stati uccisi. Padre Armand allora era il Procuratore generale dei cistercensi, accolse l’invito della gerarchia, ma non in modo passivo. Aggiunse a quella direttiva le parole pronunciate dalla madre di un giovane nero ucciso in Sudafrica ai tempi dell’apartheid: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare». Diventerà la sua linea di comportamento nella ricostruzione dei fatti, nella ricerca della verità, in segno di rispetto umano per i suoi confratelli. E conoscerà presto l’ostilità felpata del potere quando l’ambasciatore francese ad Algeri gli dirà: «La Francia aveva chiesto ai suoi concittadini di lasciare questo paese. I vostri monaci, come altri missionari, sono rimasti, per ragioni che noi comprendiamo e stimiamo. Ma quando succede un evento sfortunato come questo entrano in gioco imperativi che non sono più di vostra competenza». Nella abbazia di Scourmont tutti osservano la regola del silenzio. E il silenzio parallelamente è stato scelto dalle autorità di diversi paesi in questa vicenda. Tibhirine in lingua araba significa «giardino». Nonostante il nome poetico del luogo, e la vita pacifica di quei monaci, da lì si snoda una vicenda opaca, brutale, rocambolesca, nella quale si concentrano alcuni elementi inquietanti e ricorrenti della cronaca recente: la guerra civile, il terrorismo islamico, le alleanze tra servizi segreti, la reticenza dei governi, l’indolenza della giustizia, e l’arma sempre più diffusa ed efficace dei sequestri che dall’Algeria si è poi allargata in maniera contagiosa all’Iraq e all’Afghanistan. C’è anche il suicidio di un giornalista francese, Didier Contant, in appendice alla vicenda dei monaci. Si era recato dalla moglie di Tigha per raccogliere informazioni, più o meno nei giorni degli avvertimenti con le foto delle case bruciate e con le candele accese. Rientrato a Parigi si gettava, ufficialmente, dal sesto piano. Prima di quel giorno avrebbe confidato ad alcuni amici: «Ho l’impressione di aver messo i piedi in una storia che non riesco a controllare». Padre Armand oggi è l’abate di Scourmont. La sua ricerca della verità in certi momenti sembra fare un passo avanti e tre indietro. Per lui è attuale quel messaggio di sant’Agostino, figlio illustre della terra algerina, per il quale è più facile raccogliere l’acqua del mare in una buca che comprendere il mistero della fede. Anche la notte di Tibhirine dopo dodici anni resta un mistero. Ma c’è un’altra dimensione nella fatica di conoscere. L’abate di Scourmont è nato in Canada, ha fondato monasteri in Africa e in sud America, richiama un personaggio simbolico della letteratura francese, appare come un nuovo conte di Montecristo trasferito in un contesto metafisico, in un carcere impalpabile, quello appunto dei segreti di stato, dove scava il suo tunnel. Lui sorride ricordando una notte in autostrada, mentre andava in Francia, con una pioggia violenta, e un’auto lo tallonava a fari spenti con insistenza. Un episodio simile lo attendeva a Ciampino, quando scese dall’aereo e andò a noleggiare una vettura. Un’auto bianca lo seguì ovunque, anche al parcheggio, fino a quando si fermò in una piccola strada di Roma. E l’elenco degli episodi strani può continuare. Sembra un film di spionaggio di terzo ordine. Dice con semplicità: «Ho costruito un itinerario per conoscere la verità, sto attento a quando compare un nuovo elemento». Lo aiutano le preghiere e una padronanza strepitosa dell’elettronica. Tutta l’abbazia, per sua volontà, è collegata a internet senza cavo, come le migliori università e certe grandi aziende. I sette di Tibhirine non erano uomini persi in una dimensione mistica, di pura contemplazione, staccati dalla realtà del mondo. Padre Luc, il decano, aveva alle spalle una vita di oltre ottanta anni, era un medico, aveva conosciuto i campi di concentramento tedeschi, poi nel 1947 era arrivato in Algeria, era stato preso in ostaggio dai guerriglieri ai tempi della guerra anticoloniale contro i francesi, per mezzo secolo aveva curato i suoi pazienti algerini, gratuitamente, senza fare distinzioni di sorta. Padre Christian era il priore, figlio di un generale francese, lui stesso era stato nell’esercito per oltre due anni durante la guerra di indipendenza, disegnando con la sua scelta di vita religiosa una parabola simbolica dalla violenza alla integrazione, verso la stessa popolazione prima oppressa. Padre Celestin anche lui era passato attraverso la guerra coloniale, e aveva curato un partigiano che i suoi superiori invece volevano giustiziare. Poi aveva lavorato in Francia, aiutando alcolizzati e prostitute. Al monastero chiamavano «fratelli della montagna» i guerriglieri islamici, e «fratelli della pianura» i gendarmi e i soldati. Per tutti valeva il divieto di entrare in quel luogo di preghiera con le armi addosso. E da anni nel terreno dei religiosi la gente della zona aveva potuto costruire una moschea. Era la linea di neutralità del monastero, mantenuta anche dopo la guerra civile iniziata nel 1992. E questa scelta aveva guadagnato a quegli uomini stranieri, rappresentanti di una religione diversa, il rispetto e la confidenza degli algerini.Nel febbraio 2006, decimo anniversario del massacro, l’allora ministro degli interni Sarkozy andò in visita a Tibhirine per ricomporre i rapporti tra i due paesi, ben sapendo che quel luogo rappresentava e rappresenta tuttora un momento di imbarazzo e di ambiguità reciproca, e per ricavare qualche beneficio nella imminente campagna elettorale. Era accompagnato da un massiccio schieramento di forze lungo il tragitto, come se la minaccia islamica fosse sempre incombente. Aveva riletto in pubblico il testamento di padre Christian, il priore del monastero, presentandosi come esponente della Francia repubblicana e laica. Il paese che, appunto, fino ad oggi non ha voluto conoscere i modi e le ragioni di quel massacro. Padre Luc, il decano del monastero, aveva lasciato una indicazione precisa. «Per la mia morte, se non sarà violenta, chiedo mi si legga la parabola del figliol prodigo e che si dica la preghiera di Gesù. E poi, se ce n’è, datemi un bicchiere di champagne». Per la musica aveva scelto una celeberrima canzone di Edith Piaf: «Non, je ne regrette rien - No, non rimpiango nulla».
venerdì 14 marzo 2008
Speranza in frammenti
postato da
Mario
La morte di monsignor Rahho, vescovo caldeo di Mosul, riporta al centro dell’attenzione la drammatica situazione dei cristiani in Iraq. Pochi mesi fa una catena di attentati ha colpito le chiese di quella provincia. L’estate scorsa un prete e alcuni diaconi erano stati uccisi. Nel 2005 anche il vescovo siriaco della città, Casmoussa, era stato rapito e poi rilasciato. Il tasso di violenza che regna nell’area è molto alto. Mosul è città contesa tra curdi, arabi sunniti e turcomanni, un conflitto sul quale si è innescata anche la “pulizia religiosa” condotta da gruppi islamisti che hanno approfittato delle tensioni etniche locali per colpire i cristiani. Geograficamente nel Kurdistan iracheno, Mosul è sotto controllo dei peshmerga: le forze speciali americane non effettuano operazioni antiterrorismo nell’area. Una concessione politica, prima ancora che militare, che gli Usa hanno fatto a uno storico alleato come i curdi. Una scelta che ha favorito l’arrivo nel Nord degli islamisti in fuga dalle province centrali, scacciati dagli americani e, soprattutto, dagli shawas, i membri delle milizie armate sunnite un tempo loro alleati. Senza alcuna tutela, in un clima in cui la polarizzazione tra sunniti e curdi per il controllo della città non lascia spazio a identità terze, i cristiani sono divenuti oggetto di crescente violenza. Molti hanno lasciato il Paese, alimentando l’imponente esodo iniziato dopo il 2003; altri, in una situazione in cui a tutti viene chiesto di schierarsi da una parte o dall’altra, hanno preferito convertirsi all’islam.
Una situazione che è anche il prodotto oggettivo della nuova politica americana in Iraq. Identificati cinque anni fa come il nemico, i sunniti sono ora tornati nelle grazie di Washington. Il timore per la crescente influenza iraniana sul paese, a larga maggioranza sciita, e la necessità di togliere agli jihadisti l’acqua in cui nuotano, hanno spinto Washington a rimescolare le carte. Il successo del generale Petraeus non è comprensibile senza mettere a fuoco il fenomeno della shawa, il risveglio sunnita. Ma se la politica di «riconciliazione nazionale» mette fine all’inconsulta epurazione di massa voluta dall’allora governatore Bremer, innesca anche un effetto domino che manda in fibrillazione i gruppi etnici e religiosi usciti vincitori dalla guerra. Il risveglio sunnita assume, infatti, anche il volto di ottantamila miliziani pagati dagli Stati Uniti. Si tratta degli stessi uomini che sino a un anno fa sparavano addosso ai marines e venivano chiamati terroristi, ribelli, insorti. In guerra, si sa, il fine giustifica i mezzi: e il nemico di ieri non è detto sia quello di oggi. Gli shawas sono inquadrati da leader radicati nel territorio e capaci di controllare parte rilevante della popolazione sunnita che, nel vuoto di potere lasciato dalla scomparsa del partito-stato, è tornata a guardare alle lealtà religiose, tribali, claniche. Entrati in conflitto aperto con gli jihadisti «stranieri», privi ormai di santuari in cui rifugiarsi, gli shawas stanno contribuendo in maniera determinante alla loro sconfitta: nonostante gli inevitabili colpi di coda del qaedismo. Il risveglio sunnita non è, però, privo di incognite. Genera tensioni a Mosul, città divenuta a maggioranza sunnita dopo la politica demografica voluta da Saddam ma rivendicata dai curdi; e inquieta gli sciiti. L’emblematica visita di Ahmadinejad a Baghdad è anche un messaggio rivolto dagli sciiti iracheni agli americani: tanto più punteranno sui sunniti, tanto più sarà necessario bilanciare il loro crescente peso volgendo lo sguardo verso i confratelli iraniani. A sua volta Teheran guarda alla svolta sunnita come all’ennesimo tassello di una politica che mette in discussione quel ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto dopo la fine dei regimi ostili delle potenze laterali, l’Afghanistan e lo stesso Iraq. Ruolo destinato a crescere in futuro per effetto del ritiro americano e della corsa al nucleare. Gli iraniani, così come gli sciiti iracheni, sanno che il risveglio sunnita è ancora fragile; ma se questa fragilità venisse superata con la nascita di un «partito della shawa», incoraggiato da un sostegno politico, religioso e finanziario esterno, scatterebbero le contromisure. Tanto che non è esclusa la messa in campo di gruppi capaci di svolgere, con ben altra efficacia, il ruolo politico e militare esercitato in passato dall’Esercito del Mahdi. Formazione oggi in disarmo non certo a causa del soggiorno del suo leader a Qom, destinato formalmente a far acquisire a Moqtada al Sadr quel sapere teologico capace di conferirgli una legittimità religiosa sempre mancata; ma perché Teheran ha sin qui preferito mantenere il conflitto con gli americani allo stato di latenza. È possibile, dunque, che gli americani debbano fare fronte in futuro non tanto all’indebolita jihad qaedista ma a quella, ben più problematica, iraniana in versione di politica di potenza. Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, comandante delle forze militari americane in Iraq e Afghanistan, hanno a che fare anche con l’inevitabile sbocco della nuova politica Usa. Tutti i gruppi etnici e religiosi iracheni sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel puzzle creato dalla svolta sunnita di Washington. A loro spese lo hanno capito anche i cristiani. (14 marzo 2008)
Una situazione che è anche il prodotto oggettivo della nuova politica americana in Iraq. Identificati cinque anni fa come il nemico, i sunniti sono ora tornati nelle grazie di Washington. Il timore per la crescente influenza iraniana sul paese, a larga maggioranza sciita, e la necessità di togliere agli jihadisti l’acqua in cui nuotano, hanno spinto Washington a rimescolare le carte. Il successo del generale Petraeus non è comprensibile senza mettere a fuoco il fenomeno della shawa, il risveglio sunnita. Ma se la politica di «riconciliazione nazionale» mette fine all’inconsulta epurazione di massa voluta dall’allora governatore Bremer, innesca anche un effetto domino che manda in fibrillazione i gruppi etnici e religiosi usciti vincitori dalla guerra. Il risveglio sunnita assume, infatti, anche il volto di ottantamila miliziani pagati dagli Stati Uniti. Si tratta degli stessi uomini che sino a un anno fa sparavano addosso ai marines e venivano chiamati terroristi, ribelli, insorti. In guerra, si sa, il fine giustifica i mezzi: e il nemico di ieri non è detto sia quello di oggi. Gli shawas sono inquadrati da leader radicati nel territorio e capaci di controllare parte rilevante della popolazione sunnita che, nel vuoto di potere lasciato dalla scomparsa del partito-stato, è tornata a guardare alle lealtà religiose, tribali, claniche. Entrati in conflitto aperto con gli jihadisti «stranieri», privi ormai di santuari in cui rifugiarsi, gli shawas stanno contribuendo in maniera determinante alla loro sconfitta: nonostante gli inevitabili colpi di coda del qaedismo. Il risveglio sunnita non è, però, privo di incognite. Genera tensioni a Mosul, città divenuta a maggioranza sunnita dopo la politica demografica voluta da Saddam ma rivendicata dai curdi; e inquieta gli sciiti. L’emblematica visita di Ahmadinejad a Baghdad è anche un messaggio rivolto dagli sciiti iracheni agli americani: tanto più punteranno sui sunniti, tanto più sarà necessario bilanciare il loro crescente peso volgendo lo sguardo verso i confratelli iraniani. A sua volta Teheran guarda alla svolta sunnita come all’ennesimo tassello di una politica che mette in discussione quel ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto dopo la fine dei regimi ostili delle potenze laterali, l’Afghanistan e lo stesso Iraq. Ruolo destinato a crescere in futuro per effetto del ritiro americano e della corsa al nucleare. Gli iraniani, così come gli sciiti iracheni, sanno che il risveglio sunnita è ancora fragile; ma se questa fragilità venisse superata con la nascita di un «partito della shawa», incoraggiato da un sostegno politico, religioso e finanziario esterno, scatterebbero le contromisure. Tanto che non è esclusa la messa in campo di gruppi capaci di svolgere, con ben altra efficacia, il ruolo politico e militare esercitato in passato dall’Esercito del Mahdi. Formazione oggi in disarmo non certo a causa del soggiorno del suo leader a Qom, destinato formalmente a far acquisire a Moqtada al Sadr quel sapere teologico capace di conferirgli una legittimità religiosa sempre mancata; ma perché Teheran ha sin qui preferito mantenere il conflitto con gli americani allo stato di latenza. È possibile, dunque, che gli americani debbano fare fronte in futuro non tanto all’indebolita jihad qaedista ma a quella, ben più problematica, iraniana in versione di politica di potenza. Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, comandante delle forze militari americane in Iraq e Afghanistan, hanno a che fare anche con l’inevitabile sbocco della nuova politica Usa. Tutti i gruppi etnici e religiosi iracheni sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel puzzle creato dalla svolta sunnita di Washington. A loro spese lo hanno capito anche i cristiani. (14 marzo 2008)
Un'analisi della situazione in CorriereTV.it
giovedì 29 novembre 2007
IL SENSO DELLA STORIA È LA VITA
postato da
Mario
Le tre letture di questa prima domenica di Avvento ci introducono in modo deciso nel tema dell’attesa, della venuta del giorno del Signore, della fine (non tanto del tempo quanto) di un tempo. Per quanto riguarda il testo di Isaia mi rifaccio a quanto esposto dal prof. Rota Scalabrini don Patrizio durante il corso sull’escatologia profetica nell’A.a. 2006-2007:
“Il brano di Isaia presenta un meraviglioso poema sul compimento della storia, visto come pace universale, concessa da Dio agli uomini. Il profeta alza il suo sguardo per vedere un futuro lontano, verso il quale si muove tutto il cammino dell’uomo: la presenza di YHWH, del potere legittimo, del suo insegnamento, giudizio ed ammonimento, tutto tende verso l’instaurazione della pace, opposta a tutta la tensione e al caos che possono essere causati da una ragione religiosa (gli idoli), politica (la mancanza di autorità legittima), etica (la corruzione legale), economica (l’aumento indiscriminato delle ricchezze), psico-sociale (le pretese di un gruppo di potere).
«Alla fine dei giorni»: ciò che il nostro testo CEI traduce con fine significa fondamentalmente quello che viene dopo in senso assoluto o relativo. Se quel dopo non ha ulteriore determinazione può significare allora in futuro in senso ampio. Altre volte può riferirsi alla conclusione di un arco di tempo determinato ed in molti di questi casi noi potremmo tradurre con allora. «I giorni» non indica solo la durata di 24 ore o una qualità di tempo (giorni del dolore, della vita, della morte), ma anche tempo corrente nel presente. L’espressione «alla fine dei giorni» si può quindi intendere come «nel corso del tempo, ad un certo punto».
Dopo l’introduzione temporale segue la pericope con tre assi semantici fondamentali:
1) quello del movimento;
2) quello della pace universale;
3) quello della parola che attrae.
1) La prima direzione del movimento è ‘centripeta’: gli uomini convergono verso un centro, tornano ad essere uniti, la lontananza da Dio viene superata e dimenticata.
Il centro del movimento è il monte della casa del Signore; questo significa che la presenza del Signore nel suo popolo è il punto di attrazione per tutte le genti, che affluiscono , “fiumeggiano”, verso il centro. Il movimento primo della storia è quindi quello che Dio stesso imprime ad essa, è questa forza, che esce da Sion (il luogo della presenza di YHWH), a far camminare i popoli; più precisamente questa forza di attrazione è la volontà di Dio rivelata nella Legge, manifestata dalla sua parola, che mette in movimento i popoli: «Poiché da Sion uscirà la Legge, da Gerusalemme la parola del Signore».
Altro movimento della storia è quello ascensionale: la storia dell’uomo è un cammino guidato da Dio per elevare l’uomo, per nobilitarlo.
2) Per Isaia la salvezza di Sion non è da intendersi come una salvezza nazionalistica, ma è la distruzione del potere del male e della guerra ed è perciò anche salvezza delle nazioni. La proposta di Isaia trova dunque la sua sintesi nella promessa della pace, vista come ultima finalità della parola di Dio. E questo è da intendersi in tutta la gamma di significati che il termine assume e non solo nell’accezione che ha il termine pace riferito ai rapporti internazionali, che pure qui è il significato primario.
Il futuro che Dio sta preparando agli uomini, il mondo che egli ha messo in serbo per loro, è un mondo pacificato: governo giusto, pace internazionale, disarmo, armi da guerra che diventano attrezzi agricoli e simboleggiano assai bene un nuovo ordine e la pienezza di beni, che Dio vuole accordare loro. I popoli non impareranno più a fare la guerra, perché l’insegnamento umano è la guerra, l’insegnamento di Dio la pace. La pace tra i popoli è frutto della presenza della Parola e della Tôràh. Si tratta infatti non solo di smettere di fare guerra, ma di trasformare strumenti di guerra in attrezzi di lavoro. Tutto questo è frutto dell’avere ascoltato l’insegnamento di YHWH.
3) I popoli non salgono al monte per un sacrificio, bensì per essere istruiti da Dio con la Legge e con la Parola. Ciò che le genti troveranno sulla montagna è la Parola e la Tôràh, che vengono loro incontro e che li attirano. L’espressione è da intendersi come volontà di YHWH di manifestare il suo piano di salvezza”.
Il poema di Isaia allora non è una banale previsione del futuro, ma è una lettura teologica della storia: essa ha il suo senso, il suo polo attrattivo nella parola del Signore, intesa in senso forte, non come un insieme di precetti, ma come la volontà del Signore, il suo sguardo benevolo sull’umanità. Tant’è che il secondo movimento della storia è quello ascensionale, della nobilitazione dell’uomo, della sua piena umanizzazione! Essa ha come scenario la pace, la fattiva trasformazione di ciò che insegna la logica umana (la guerra, la morte) in Vita!
È la stessa dinamica che mette in campo Paolo parlando ai Romani: «Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»!
Ma con l’avvento di Cristo tutto quanto Isaia prefigura è inevitabilmente ritradotto in termini cristici, per cui per Paolo, la scoperta che il senso della storia è la Vita e non la morte, coincide con il fatto che il senso della storia è Gesù. È lui la Vita annunciata dai profeti. È quella vita lì che ha vissuto lui, quel suo modo di stare nel mondo, di passare per le strade, di fermarsi di fronte alle facce degli uomini e delle donne, di amare teneramente e tenacemente, di morire affidando e affidandosi, di offrire il suo corpo e il suo sangue… è quel suo modo lì di essere uomo e di essere Dio la Vita per l’umanità tutta e in essa per ciascun uomo!
Ecco perché Paolo non può che dire: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo»! Rivestirsi, con-morire, conformarsi, partecipare… sono tutte categorie che l’Apostolo mette in campo per portare avanti quella che secondo lui è la verità della storia: è nell’intrecciare la propria libertà (il nostro esser-ci) con la sua che il nostro esistere diventa Vivere!
In questo senso il Vangelo (il cui linguaggio non deve ingannarci -appunto è un linguaggio- e farci pensare a chissà quale terribile selezione divina) vuole mostrare l’urgenza e la radicalità del porsi nella Vita (o meglio nel lasciarsi porre in essa). La questione, come sempre nel Vangelo, non è morale, non si tratta di un’etica da rispettare, di un codice deontologico da seguire: in gioco c’è tutto quello che siamo, l’opzione fondamentale della nostra vita, l’orizzonte di senso che ci orienta… è una scelta di campo! La questione è chi sono io? Chi sono alla luce del fatto che tutta la storia della salvezza, attraverso le sue Scritture, riecheggia la testimonianza che c’è la possibilità della Vita, di una vita buona, bella, piena… Chi sono io di fronte al fatto che questa è la buona notizia della storia? Nella consapevolezza che ciò che sono, ciò che scelgo di essere lo costruisco in tutta una vita… vivendola, giocandomi nella praxis.
Ecco che a questo punto, ma solo a questo punto, tolto (si spera…) il germe moralistico, hanno senso anche le indicazioni pratiche sul vivere: «camminiamo nella luce del Signore», «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce», «comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie», «rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri», «vegliate», «state pronti».
“Il brano di Isaia presenta un meraviglioso poema sul compimento della storia, visto come pace universale, concessa da Dio agli uomini. Il profeta alza il suo sguardo per vedere un futuro lontano, verso il quale si muove tutto il cammino dell’uomo: la presenza di YHWH, del potere legittimo, del suo insegnamento, giudizio ed ammonimento, tutto tende verso l’instaurazione della pace, opposta a tutta la tensione e al caos che possono essere causati da una ragione religiosa (gli idoli), politica (la mancanza di autorità legittima), etica (la corruzione legale), economica (l’aumento indiscriminato delle ricchezze), psico-sociale (le pretese di un gruppo di potere).
«Alla fine dei giorni»: ciò che il nostro testo CEI traduce con fine significa fondamentalmente quello che viene dopo in senso assoluto o relativo. Se quel dopo non ha ulteriore determinazione può significare allora in futuro in senso ampio. Altre volte può riferirsi alla conclusione di un arco di tempo determinato ed in molti di questi casi noi potremmo tradurre con allora. «I giorni» non indica solo la durata di 24 ore o una qualità di tempo (giorni del dolore, della vita, della morte), ma anche tempo corrente nel presente. L’espressione «alla fine dei giorni» si può quindi intendere come «nel corso del tempo, ad un certo punto».
Dopo l’introduzione temporale segue la pericope con tre assi semantici fondamentali:
1) quello del movimento;
2) quello della pace universale;
3) quello della parola che attrae.
1) La prima direzione del movimento è ‘centripeta’: gli uomini convergono verso un centro, tornano ad essere uniti, la lontananza da Dio viene superata e dimenticata.
Il centro del movimento è il monte della casa del Signore; questo significa che la presenza del Signore nel suo popolo è il punto di attrazione per tutte le genti, che affluiscono , “fiumeggiano”, verso il centro. Il movimento primo della storia è quindi quello che Dio stesso imprime ad essa, è questa forza, che esce da Sion (il luogo della presenza di YHWH), a far camminare i popoli; più precisamente questa forza di attrazione è la volontà di Dio rivelata nella Legge, manifestata dalla sua parola, che mette in movimento i popoli: «Poiché da Sion uscirà la Legge, da Gerusalemme la parola del Signore».
Altro movimento della storia è quello ascensionale: la storia dell’uomo è un cammino guidato da Dio per elevare l’uomo, per nobilitarlo.
2) Per Isaia la salvezza di Sion non è da intendersi come una salvezza nazionalistica, ma è la distruzione del potere del male e della guerra ed è perciò anche salvezza delle nazioni. La proposta di Isaia trova dunque la sua sintesi nella promessa della pace, vista come ultima finalità della parola di Dio. E questo è da intendersi in tutta la gamma di significati che il termine assume e non solo nell’accezione che ha il termine pace riferito ai rapporti internazionali, che pure qui è il significato primario.
Il futuro che Dio sta preparando agli uomini, il mondo che egli ha messo in serbo per loro, è un mondo pacificato: governo giusto, pace internazionale, disarmo, armi da guerra che diventano attrezzi agricoli e simboleggiano assai bene un nuovo ordine e la pienezza di beni, che Dio vuole accordare loro. I popoli non impareranno più a fare la guerra, perché l’insegnamento umano è la guerra, l’insegnamento di Dio la pace. La pace tra i popoli è frutto della presenza della Parola e della Tôràh. Si tratta infatti non solo di smettere di fare guerra, ma di trasformare strumenti di guerra in attrezzi di lavoro. Tutto questo è frutto dell’avere ascoltato l’insegnamento di YHWH.
3) I popoli non salgono al monte per un sacrificio, bensì per essere istruiti da Dio con la Legge e con la Parola. Ciò che le genti troveranno sulla montagna è la Parola e la Tôràh, che vengono loro incontro e che li attirano. L’espressione è da intendersi come volontà di YHWH di manifestare il suo piano di salvezza”.
Il poema di Isaia allora non è una banale previsione del futuro, ma è una lettura teologica della storia: essa ha il suo senso, il suo polo attrattivo nella parola del Signore, intesa in senso forte, non come un insieme di precetti, ma come la volontà del Signore, il suo sguardo benevolo sull’umanità. Tant’è che il secondo movimento della storia è quello ascensionale, della nobilitazione dell’uomo, della sua piena umanizzazione! Essa ha come scenario la pace, la fattiva trasformazione di ciò che insegna la logica umana (la guerra, la morte) in Vita!
È la stessa dinamica che mette in campo Paolo parlando ai Romani: «Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»!
Ma con l’avvento di Cristo tutto quanto Isaia prefigura è inevitabilmente ritradotto in termini cristici, per cui per Paolo, la scoperta che il senso della storia è la Vita e non la morte, coincide con il fatto che il senso della storia è Gesù. È lui la Vita annunciata dai profeti. È quella vita lì che ha vissuto lui, quel suo modo di stare nel mondo, di passare per le strade, di fermarsi di fronte alle facce degli uomini e delle donne, di amare teneramente e tenacemente, di morire affidando e affidandosi, di offrire il suo corpo e il suo sangue… è quel suo modo lì di essere uomo e di essere Dio la Vita per l’umanità tutta e in essa per ciascun uomo!
Ecco perché Paolo non può che dire: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo»! Rivestirsi, con-morire, conformarsi, partecipare… sono tutte categorie che l’Apostolo mette in campo per portare avanti quella che secondo lui è la verità della storia: è nell’intrecciare la propria libertà (il nostro esser-ci) con la sua che il nostro esistere diventa Vivere!
In questo senso il Vangelo (il cui linguaggio non deve ingannarci -appunto è un linguaggio- e farci pensare a chissà quale terribile selezione divina) vuole mostrare l’urgenza e la radicalità del porsi nella Vita (o meglio nel lasciarsi porre in essa). La questione, come sempre nel Vangelo, non è morale, non si tratta di un’etica da rispettare, di un codice deontologico da seguire: in gioco c’è tutto quello che siamo, l’opzione fondamentale della nostra vita, l’orizzonte di senso che ci orienta… è una scelta di campo! La questione è chi sono io? Chi sono alla luce del fatto che tutta la storia della salvezza, attraverso le sue Scritture, riecheggia la testimonianza che c’è la possibilità della Vita, di una vita buona, bella, piena… Chi sono io di fronte al fatto che questa è la buona notizia della storia? Nella consapevolezza che ciò che sono, ciò che scelgo di essere lo costruisco in tutta una vita… vivendola, giocandomi nella praxis.
Ecco che a questo punto, ma solo a questo punto, tolto (si spera…) il germe moralistico, hanno senso anche le indicazioni pratiche sul vivere: «camminiamo nella luce del Signore», «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce», «comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie», «rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri», «vegliate», «state pronti».
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