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lunedì 31 agosto 2009

Il celibato dei preti, perché sceglierlo ancora? - di Stefano Guarinelli

INTERVISTA ALL’AUTORE

Nella chiesa si vive oggi un calo di vocazioni sacerdotali. I media di frequente danno risalto a notizie di deviazioni sessuali aventi come protagonisti preti cattolici. Tutta colpa del celibato?
Legare le devianze al celibato sembrerebbe «logico»: i preti, non avendo vita sessuale attiva, da qualche parte devono «recuperare». Ma allora, se così fosse (se, cioè, le devianze procedessero ultimamente dalla mancanza di una vita sessuale attiva), come «spiegare» la presenza diffusa della devianza in famiglia? Se prendiamo in esame, ad esempio, la questione grave e dolorosa dell’abuso su minori, constatiamo come, purtroppo, lo spazio più frequente è quello familiare.
Ciò, sia chiaro, non deve diventare un alibi per nessuno (Chiesa compresa): occorre guardare con obiettività e coraggio ad una tale realtà anche in tutte quelle circostanze in cui i soggetti dell’abuso sono proprio i preti. Però, se l’abuso coinvolge anche (e perfino più diffusamente) i non celibi, siamo sicuri che rileggere la questione della devianza a partire da quella del celibato sia una posizione corretta del problema?
Certo mi sentirei di dire che rispetto all’attuale cultura sessuale diffusa il celibato, oggi, sia assai più complicato da sostenere perché la sessualità genitale ha una visibilità assai maggiore che in passato e perché il vissuto sessuale-genitale non legato ad un legame affettivo o matrimoniale non solo è diffuso, ma culturalmente legittimato. Il che significa che viene presentata una sessualità con «pochi costi e molti benefici». Pensiamo alla facilità enorme ad accedere alla sessualità virtuale. Ma questo stato di cose investe non poco anche i legami di coppia.
È vero che il calo di vocazioni c’è, ma mi domando se, al di là del fatto che taluni matrimoni si celebrino ancora in una chiesa, si possa parlare di «calo delle vocazioni sacerdotali» o non piuttosto di calo nella consapevolezza della dimensione vocazionale della vita (matrimonio, sacerdozio, ecc...) e, all’interno di questa, dello spazio della affettività e della sessualità.

La proposta formativa che normalmente viene fatta nei seminari, fornisce ai candidati al sacerdozio, un sufficiente discernimento sulla sessualità umana, per andare incontro al celibato con consapevolezza?

Credo che le cose varino notevolmente da seminario a seminario. E questo accade anche rimanendo soltanto sul territorio italiano, e perfino fra diocesi confinanti. In questo senso, perciò, una risposta uniforme non c’è.
Ritengo che e cose «funzionino» bene là dove la questione sessualità all’interno del tema più complessivo del celibato non viene associata al mondo delle «tentazioni» o, peggio, dei disturbi, ma come dimensione essenziale della persona umana (dunque anche di quella celibe), ma interpretata nella sua complessità, in modo positivo e allo stesso tempo, però, realistico e non ingenuo.
Credo che nella attuale cultura sessuale sia oltremodo importante salvare la positività della sessualità e riconoscere che anche l’eventualità della devianza rappresenta la risposta sbagliata ad una domanda buona, e che come tale va ritrovata.

Perché altre chiese cristiane, ortodosse, non hanno, come la chiesa cattolica latina, il celibato come condizione per il sacerdozio?
La questione è storica ed ecclesiologica e riconosco di non essere competente in merito. Mi limito ad osservare che ciò conferma il legame non essenziale fra sacerdozio e celibato. Allo stesso tempo, però, il fatto che la chiesa latina ha optato per la figura di un prete celibe ha strutturato nel corso del tempo una identità di prete del tutto particolare che non può essere cambiata con una semplice operazione di tipo giuridico. In altre parole: un prete sposato... certo «essenzialmente» sarebbe ancora un prete, ma spiritualmente, pastoralmente, quale la sua figura?
Certo si tratta di un percorso di riflessione possibile (e forse auspicabile), ma talora, soprattutto nei media, la cosa viene banalizzata, come se «eliminando» il celibato non si coinvolgesse anche l’identità (psicologica e sociale, oltre che pastorale e spirituale) di un prete.
In gioco c’è l’identità stessa della Chiesa, la quale esiste nelle sue forme storiche, concrete.

Per quali buone ragioni oggi un sacerdote dovrebbe scegliere ancora il celibato? E cosa significa viverlo bene?
La risposta è semplice, ma credo importante: perché al di là delle questioni canoniche (che hanno stabilito un legame giuridico fra sacerdozio e celibato) e che anche oggi, nei dibattiti, si prendono sempre tutta l’attenzione, il celibato rappresenta lo stile di vita che più immediatamente rimanda al modo di amare di Gesù.
Non è lo stile di ogni cristiano, ma di coloro che riconoscono in questo stile di vita il modo migliore per se stessi di essere cristiani. Dunque non si tratta del modo migliore «in sé» di essere cristiani. Il Vangelo dice che «Chi può capire capisca». Da ciò si coglie la natura di carisma, di vocazione, del celibato. Nel carisma del celibato il cristiano intende riprodurre qualcosa dello stile di Cristo. Ma in fondo questo è il compito di ogni carisma.
D’altra parte ogni carisma non concretizza mai il tutto dello stile di Cristo. Il celibato dovrebbe far leva sulla maggiore immediatezza del segno che propone. Altre scelte di vita cristiana riproducono aspetti non meno importanti dello stile di Cristo, ma agendo su simboli che esigono mediazioni maggiori. È il caso del matrimonio cristiano, che non è solo «matrimonio».
D’altra parte anche fra lo stile del single e quello del celibe per il regno dovrebbero esserci delle differenze non di poco conto. Il che significa che maggiore immediatezza non significa immediatezza assoluta, altrimenti ogni single ci parlerebbe di Cristo con evidenza, e non di rado accade esattamente il contrario.

mercoledì 24 giugno 2009

Messaggio Littizzetto a Maria (Star) Gelmini sulla scuola

..Magari questo aiuta qualcuno a riflettere... perdonate l'ultimissima parte un po' scurrile. Ringraziamo "neumanesimo" di YouTube

Da questo punto invece sovrascrivi a queste parole la sua continuazione in modo che la pagina principale del blog non sia appesantita e chi vuole continuare la lettura deve cliccare su continua. (naturalmente puoi dopo sopprimere la linea vuota

lunedì 23 marzo 2009

La lingua

Parlare parlare... noi lo facciamo spesso. Ma siamo così sicuri che... “Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio alla. E il babbo serio: «Non si dice lalla, si dice aradio».
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
«Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua». L’ha detto la Costituzione pensando a lui.” Don Milani, Lettera a una professoressa, pag. 18

giovedì 12 marzo 2009

L'uomo che sparava dritto: fra realtà e film.

 
Ecco il secondo..

Don Pino: ce lo ricorderemo?

Guardate questi due video che posterò... ne vale la pena. Sono il riassunto di un episodio, ma non di una vita. Sarebbe bello approfondirla insieme. Per ricordare con l'anima!

martedì 10 marzo 2009

Fede: certezza interiore che anticipa l'infinito


S. Kierkegaard

Il suo pensiero è, per me, assolutamente stupefacente. Un uomo dell'800 con idee che noi definiremo "moderne".
Un altro grande!!! 
Buona lettura...
La tensione peccato- fede è il contrasto cristiano che trasforma nel senso cristiano tutte le determinazioni di concetti etici, dando loro una nuova direzione. A base del contrasto sta il decisivo principio cristiano , principio che, a sua volta, implica il criterio della religione cristiana: l’assurdo il paradosso, la possibilità dello scandalo. E questo emerga in ogni determinazione de pensiero cristiano è di estrema importanza, perché lo scandalo è l’arma del cristianesimo contro ogni speculazione.

Dov’è qui la possibilità dello scandalo? La contiene l’affermazione che l’uomo deve avere la realtà di esistere come singolo uomo davanti a Dio; e d’altra parte, come conseguenza che il peccato dell’uomo interessi Dio. Quest’idea del singolo > non entra mai in testa alla speculazione, la quale non fa che universalizzare fantasticamente i singoli uomini considerandoli come un genere animale. […] 

Si è detto tante volte che gli uomini si scandalizzano del cristianesimo perché è così cupo e oscuro, se ne scandalizzano perché è così rigido e via dicendo; bisogna però una volta per sempre mettere perfettamente in chiaro che la vera ragione per cui l’uomo si scandalizza del cristianesimo è perché esso è troppo alto, perché la sua misura non è la misura dell’uomo, perché vuol fare dell’uomo qualcosa di così straordinario che supera ogni mente umana. […]

Ed eccoci ora col cristianesimo! Il cristianesimo insegna che questo singolo uomo, e quindi ogni singolo uomo, qualunque sia la sua condizione: uomo, donna e ragazza di servizio, ministro, commerciante, studente ecc.; che questo singolo uomo esiste davanti a Dio! Questo singolo uomo che forse sarebbe orgoglioso di aver parlato una volta in vita sua col re, quest’uomo che si vanta tanto di vivere in rapporti cordiali con questo e con quell’altro, ecco che quest’uomo esiste davanti a Dio, può parlare con Dio in qualunque momento, sicuro di essere ascolta: insomma, quest’uomo è invitato a vivere nei rapporti più familiari con Dio!

Inoltre per amor di quest’uomo, anche di quest’uomo, Dio viene nel mondo, nasce, soffre, muore; e questo Dio sofferente prega e quasi supplica l’uomo di accettare l’aiuto che gli viene offerto! In verità, se c’è qualcosa da fare perdere il cervello è certamente questo! Chiunque non abbia abbastanza coraggio umile per osare di credervi, si scandalizzerà. Ma perché si scandalizzerà?

Perché questo per lui è troppo difficile, perché non può capirlo, non può ritrovare la sua disinvoltura di fronte a ciò; e perciò lo deve eliminare , annientare, prenderlo per una sciocchezza, per un controsenso perché è come se dovesse soffocarlo.

Infatti, cos’è lo scandalo? Lo scandalo è ammirazione infelice. Esso è come un’invidia che si svolge contro l’uomo stesso, in un senso più stretto: è la peggiore invidia contro sé stessi. La grettezza dell’uomo  naturale non può invidiare a sé stesso il dono straordinario che Dio gli ha voluto concedere; perciò si scandalizza.

Ora il grado dello scandalo dipende dalla passione che un uomo mette nella sua ammirazione. I temperamenti prosaici, senza fantasia e passione, i quali perciò non hanno nemmeno la capacità di ammirare, forse anch’essi  si scandalizzano ma si limitano a dire: “Questo non lo posso capire, lo lascio stare”. Sono questi gli scettici. Ma più grande è la passione e la fantasia che un uomo ha e più vicino, in un certo senso (cioè in quello della possibilità) il diventare credente – l’umiliarsi in adorazione accettando il dono straordinario – e tanto più grande sarà la passione dello scandalo.

(S. A. Kierkegaard, La malattia mortale, in Opere, cit., pp. 664-666)

lunedì 2 marzo 2009

Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

«...senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi.” “Volare mi fa paura” stridette Fortunata alzandosi. “Quando succederà, io sarò accanto a te” miagolò Zorba leccandole la testa. “L'ho promesso a tua madre”. La gabbianella e il gatto nero grande e grosso iniziarono a camminare. Lui le leccava teneramente la testa, e lei gli copriva il dorso con una delle sue ali tese.»
Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

domenica 1 marzo 2009

Peppino Impastato

Un altro che di piccolo ha solo il nome:
Peppino.
Mi raccomando, guardatelo fino alla fine.

Patch Adams ... molto più di un medico.

La concezione della vita...


Ho scoperto quest'uomo quando ero molto piccola e inizialmente non capivo cosa facesse nella vita: se il medico o il clown. Poi ho capito... e due mesi fa gli ho spedito una lettera dove lavora. Che dire? Una commozione grande quando 15 giorni dopo mi arriva la sua risposta (ovviamente in inglese) piena di affetto e partecipazione alla mia vita, a me. Un grande uomo... per me uno dei pochi che merita l'epiteto di "GRANDE".

domenica 25 gennaio 2009

La Teoria dell'Attaccamento

Carissimi Amici… vi posto qui un pezzo scritto interamente da me. Essendo il primo articolo, che risale a circa un anno fa e che scrivo interamente per il web, vorrei il parere un po' di tutti voi… e… SIATE CLEMENTI!!

La Teoria dell'Attaccamento

Il termine “attaccamento” ha un significato generale e rimanda alla condizione di attaccamento di un soggetto: il sostenere che un bambino ha un attaccamento vuol dire che egli avverte il bisogno di percepire la vicinanza ed il contatto fisico con una persona di riferimento, soprattutto in particolari situazioni. Secondo John Bowlby (psicanalista) l’attaccamento è un qualcosa che, non essendo influenzabile da situazioni momentanee, perdura nel tempo, si struttura nei primi mesi di vita intorno ad un'unica figura; molto probabile è che tale legame si instauri con la madre, dato che è la prima ad occuparsi del bambino, ma, come Bowlby ritiene, non sussiste nessun dato che avalli l’idea che un padre non possa diventare figura di attaccamento nel caso in cui sia lui a dispensare le cure al bambino. Con la crescita, l’attaccamento che si viene a formare tramite la relazione materna primaria o con un "caregiver di riferimento", si modifica e si estende ad altre figure, sia interne che esterne alla famiglia, fino a scomparire: nell’adolescenza e nella fase adulta il soggetto avrà maturato la capacità di separarsi dal caregiver primario e legarsi a nuove figure di attaccamento. Bowlby riteneva che l’attaccamento si sviluppa attraverso alcune fasi e che possa essere di tipo "sicuro" o "insicuro". Un attaccamento di tipo sicuro si ha se il bambino sente di avere dalla figura di riferimento, protezione, senso di sicurezza, affetto; in un attaccamento di tipo insicuro invece il bambino riversa sulla figura di riferimento comportamenti e sentimenti come instabilità, prudenza, eccessiva dipendenza, paura dell’abbandono. Il comportamento di attaccamento è stabile e profondo fino a circa tre anni, età in cui il bambino acquisisce la capacità di mantenere tranquillità e sicurezza in un ambiente sconosciuto; deve però essere in compagnia di figure di riferimento secondarie ed avere la certezza che il caregiver faccia presto ritorno.

L’importanza del legame di attaccamento.
Per Bowlby è molto importante che il legame di attaccamento si sviluppi in maniera adeguata, poiché dipende da questo un buono sviluppo della persona: stati di angoscia e depressione, in cui un soggetto si può imbattere durante l’età adulta, possono essere ricondotti a periodi in cui la persona ha fatto esperienza di disperazione, angoscia e distacco durante l’infanzia. Secondo Bowlby il modello di attaccamento, sviluppatosi durante i primi anni di vita, è qualcosa che va a caratterizzare la relazione stessa con la figura di riferimento durante l’infanzia. Questo diviene successivamente un aspetto della personalità e un modello relazionale per i futuri rapporti. Rilevanti sono le difficoltà di sviluppo per i bambini che vivono fin dalla tenera età in istituti, di quanti vengono separati dalla figura di riferimento e di coloro che hanno a fianco un caregiver incapace di provvedere convenientemente alla loro cura…

Tutta questa teoria, proveniente dai banchi di scuola (dal mio banco di scuola) perché? Beh, cerco di spiegarvelo subito.

Questa teoria dell’attaccamento è stata ipotizzata e dimostrata da molti altri psicologi, Bowbly fu il primo, e devo riconoscere che tutti hanno sostenuto questa teoria con validi argomenti. Vi sembrerà strano, ma questo come può non rimandarci al nostro rapporto con il Signore? Siamo “attaccati” a Lui o no? Ne sentiamo il bisogno? Ci sentiamo disorientati se non lo percepiamo come prima? Il rapporto con il Signore non può non essere paragonato a quello della mamma con il bimbo. Ci sono delle differenze sostanziali però per noi… Ad esempio, se la mamma ad un certo punto scompare dagli occhi del bimbo, il bimbo piange, ma non tanto perché la mamma gli manca già, ma piuttosto perché non è ancora in grado di realizzare a livello cognitivo che la mamma può tornare (e lo farà si spera!). Ma a noi quando il Signore manca (partiamo da questa condizione, altrimenti cadiamo nelle sabbie mobili) siamo in grado di pensare che non se ne è mai andato in realtà? Non mi preoccupo del fatto che siamo in grado di pensare che il Signore torna… Lui non torna… il Signore non torna mai. Perché non se ne va mai!! Attaccamento vuol dire essere dipendenti dall’oggetto dell’attaccamento: il bimbo senza la mamma o qualcuno a cui è “attaccato” non sopravvive. Noi a volte sopravviviamo tanto bene… senza gli altri… addirittura senza il Signore. E ci illudiamo di essere delle isole quando invece siamo come tanti capillari di un’unica vena. A parte questo, non abbiamo mai pensato che anche noi siamo dipendenti da Lui? Ma non lo siamo perché lo vediamo come nell’Antico Testamento: se non lo esaudiamo, se non obbediamo ai suoi comandamenti, ci schiaccerà… assolutamente no! Siamo dipendenti dal Suo Amore!! Lui stesso dice di amarci: «Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4). E se Lo percepiamo meno, se ci sembra che non ci ascolti, che non prenda in considerazione i nostri desideri, i nostri bisogni, dobbiamo ascoltarlo per AMORE! Dico ascoltarlo, perché Gesù c’è tanto più nel silenzio che in tanti comizi elettorali. Il bambino a 3 mesi quando ha fame urla come se lo stessero trafiggendo con una lama e la mamma non può dire: “scusa, piangeresti un pochino più piano che sto facendo dell’altro?”… Allo stesso modo il Signore non lo chiede mai a noi. Non ci dice mai di non pregare proprio in quel momento che ha cosa ben più importanti da fare. Scherziamo??? Stiamo parlando di Gesù: “Come una madre consola un figlio così io vi consolerò” (Is 66,13). È pur vero che noi non siamo più bambini. E possiamo pazientare che il Suo progetto si svolga… su di noi, sugli altri, anche se non capiamo dove si debba arrivare. L’attaccamento è un processo necessario per la crescita del bambino e condizionerà tutta la sua vita. A questo punto immagino che ognuno di noi stia pensando: “Beh, da piccolo mia mamma mi ha voluto bene, sono cresciuto bene io…” Ma il problema principale non è questo. Ci abbiamo mai pensato che nella nostra mamma c’era il Signore mentre ci accudiva?… che pensieri impegnativi… eppure non c’è niente di più ovvio.
Perché preoccuparsi se il salmista dice:
Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia”? (Sal 130).

L'Educazione è cosa del cuore


Dalle Lettere di san Giovanni Bosco

Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi

ed obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù che fu, sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forze e per compiere un dovere.

Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande ve­rità! È certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava San Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.

Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci qua si al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l'aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11,29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell'animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l'avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall'altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è padrone, e noi non potremo riu­scire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù.

venerdì 16 gennaio 2009

Se la chiesa avesse coraggio...

Non posso non dedicare il primo post ad Alex Zanotelli...:

«Se la chiesa avesse il coraggio di scomunicare chi fa la guerra…»
Intervista a padre Alex Zanotelli sul pensiero pacifista di don Milani. A cura di Mario Lancisi (contenuta nel libro «No alla guerra!», Piemme Edizioni 2005 - pagg. 208)

Quando ha letto L’Obbedienza non è più una virtù?

Ho letto il libro in Sudan, ed è stato per me una delle letture chi mi ha più colpito e influenzato della letteratura religiosa italiana del secolo scorso.

In particolare cosa la colpì di quel testo?

Prima di tutto per me era assolutamente nuovo il tema dell’obiezione di coscienza. Così come, prima di don Milani, non ho mai pensato alla guerra, al sistema militare e alla minaccia atomica come peccato. La dimensione etica di quei problemi non mi apparteneva. È stataL’Obbedienza non è più una virtù ad aprirmi gli occhi.

Nella Lettera ai Cappellani militari don Milani si rifiuta di considerare la patria come una divisione tra italiani e stranieri e sostiene che l’unico concetto di patria che gli appartiene è quello che divide il mondo in oppressi e oppressori.

Quando per la prima volta ho letto quella frase mi ha molto impressionato. A Milani va dato il merito di aver posto per primo il problema dei poveri in chiave planetaria. Secondo il Vangelo il povero, l’emarginato, chi soffre non è mai straniero. Per cui per il cristiano la patria non è un concetto che esclude - come fa la legge Bossi-Fini, ad esempio - ma include. Don Milani si sentiva «patriota» di tutti i poveri del mondo. L’«I care», mi preme, scritto sulle pareti di Barbiana significava il superamento dei rigidi confini geografici per allargarsi al mondo dei bisogni e delle povertà.

Nella Lettera ai giudici sono contenuti temi di grande attualità come il rifiuto della guerra, anche di quella «giusta» perché i conflitti armati nell’èra contemporanea colpiscono i civili. Il «mai più guerra» di don Milani che influenza ha avuto nel movimento della pace e della non violenza?

Direi profonda. Un’influenza che storicamente assume un valore profetico ancora maggiore se teniamo presente che siamo nel 1965 e il Concilio si era già concluso da un anno senza essere riuscito a fare propria la presa di posizione della Pacem in terris. Inoltre il Concilio non era riuscito a parlare della bomba atomica come peccato. Don Milani era tra coloro che avevano percepito come dopo il lampo di Hiroshima non ci poteva essere più una guerra giusta. È in questo contesto atomico che Milani rafforza il suo giudizio deciso contro la guerra. E non solo perché la guerra colpisce i civili ma soprattutto perché è intrinsecamente immorale. La guerra deve diventare un tabù come l’incesto, ad esempio.

Un altro tema molto forte è quello dell’analisi milaniana sulle guerre combattute dall’Italia, dal Risorgimento alla 2º guerra mondiale. La conclusione a cui perviene il priore di Barbiana è che tutte le guerre sono state fatte dalla classe dominante, dai ricchi, dai potenti mentre i poveri sono stati mandati al fronte a morire per i loro oppressori.

Sì, tema forte, fortissimo. Uno degli aspetti che mi aveva colpito di più, leggendo la «Lettera» fu proprio la differente lettura della storia italiana tra me e don Milani. La storia dipende infatti dal punto di vista in cui uno decide di leggerla. Don Lorenzo la leggeva dalla parte dei poveri, degli sconfitti mandati ad esempio allo sbando sul fronte delle prima guerra mondiale. Tutto questo ha pesato moltissimo sul movimento per la pace italiana.

Ho parlato a lungo con Tonino Drago, dell’università di Napoli, uno dei grandi ispiratori della non violenza attiva in Italia.

Gli ho chiesto come mai proprio a Napoli si è sviluppata questa attenzione? E lui mi ha risposto che tutto nasce negli anni Sessanta dalle posizioni dei pacifisti cattolici, da Dorothy Day, la pasionaria americana, cattolica, che fondò il giornale «Catholic Worker», da Lanza Del Vasto, dalle piccole sorelle del Vangelo che si trovavano a digiunare davanti a San Pietro per cercare di attirare attenzione e di portare la non violenza attiva all’interno del Concilio e bollare la guerra atomica. In questo contesto si inquadra anche l’apporto fondamentale di don Milani.

Don Milani scrive che «nessun cristiano può partecipare alla guerra nemmeno come cuciniere» e, riprendendo Gandhi, contesta anche la Croce Rossa. Questo è un tema molto sentito, che si pone spesso, anche Gino Strada, del fatto cioè che non si può fare la guerra e poi andare dietro con le autoambulanze e fare i cuochi o i cappellani.

Io penso che anche in questo Milani è stato chiarissimo, soprattutto sui cappellani militari che, per come sono oggi concepiti e strutturati, sono parte integrante della guerra, perché sono militari a tutti gli effetti, pagati dall’esercito.

Come mai 40 anni dopo la Chiesa è ancora così titubante incerta e non ha la forza per gridare, come Paolo VI all’Onu: «Mai più guerra»?

La ragione fondamentale è questa: la Chiesa potrà dire questo solo quando finalmente farà il passo finale, rinunciare all’essere religione civile. Purtroppo la Chiesa per tanti secoli è diventata religione civile, ha benedetto imperi ecc. Non è questo il suo compito, ma quello di essere coscienza critica per la società. Nasce da questo contesto la richiesta che più volte ho avanzato, cioè se la Chiesa vuole uscire da questa eredità di religione civile, una delle cose importanti da fare è che il Vaticano rinunci ad essere Stato.

Non è concepibile che il Papa sia anche Capo di Stato, questo mette in moto tutta una serie di trappole, la diplomazia ecc. Per cui è chiaro che bisogna barcamenarsi poi da tutte le parti. Il magistero della Chiesa deve avere il coraggio di proclamare come dogma di fede il fatto che è stato Gesù di Nazareth ad inventare la non violenza attiva. Non è stato Gandhi.

Gandhi lo ha imparato dal Vangelo e se la Chiesa ha il coraggio di proclamare questo apertamente, produrrà nel cuore della gente una rivoluzione enorme, un salto di qualità incredibile, e soprattutto in questo momento gravissimo aiuterebbe l’umanità ad uscire da questa follia bellicista in cui si trova.

L’obiezione al «No guerra» è questa: come si dirimono i conflitti internazionali e come si combatte il terrorismo se si rinuncia alla forza armata?

Ormai è sempre più chiaro che il terrorista più lo combatti con la guerra, più diventa terrorista, la violenza produce violenza, fango produce fango. Dobbiamo ritornare a credere al Vangelo della non violenza. Il male si vince con il bene, con la logica della non violenza. Qualcuno dirà che questo può valere a livello personale mentre non si può obbligare a questo un paese, tutta la società.

Ma noi siamo convinti che a questo punto della storia, l’umanità deve fare un salto di qualità. Dalle ultime statistiche abbiamo letto che abbiamo abbastanza bombe atomiche da far saltare 4 volte il mondo per aria. Stati Uniti e Russia hanno dimezzato del 50 % armi nucleari, chimiche e batteriologiche, ma abbiamo ancora abbastanza armi per uccidere la popolazione mondiale 5 mila volte. Abbiamo oltre 340 tonnellate di plutonio. Ne bastano 150kg per uccidere tutti. È la follia totale in cui ci siamo cacciati. Pertanto o l’umanità riesce ad uscire fuori dalla follia totale della guerra oppure ne saremo tutti travolti.

Che cosa deve fare il cristiano per essere costruttore di pace?

Credo che la strada sia stata indicata da Giovanni Paolo II, il 30 novembre 2003, quando all’Angelus, ha detto: «Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! ‘Beati i miti, perché erediteranno la terra’ (Matteo 5,5)». In queste parole è indicata la strada per i credenti nel senso che per le religioni e per le Chiese non è più tempo di silenzi e connivenze di fronte ai conflitti bellici e all’instaurarsi del «pensiero unico» della guerra, intesa ormai come unico mezzo per risolvere le controversie e per far girare l’economia.

Inoltre il papa indica un intreccio tra nonviolenza, perdono e riconciliazione. Si tratta di tre tappe dello stesso percorso, per il quale non si dà l’una senza le altre. Ai cristiani spetta il compito di diventare «maestri» della pedagogia della nonviolenza e i portatori sani di quella che Bernard Häring definiva la «forza terapeutica» della nonviolenza.

Il papa fa un richiamo preciso alla beatitudine della mitezza. Perché?

Non credo che il Papa l’abbia utilizzata come un abbellimento letterario. Sono convinto, che la nonviolenza ha la sua radice proprio nella Parola di Dio e nello stesso Cristo, modello di nonviolenza. Essa non è una delle tante teorie prodotte nella storia dell’umanità o da qualche personalità eccezionale, come Gandhi o Martin Luther King. Al contrario, la nonviolenza evangelica è la sintesi di quel comandamento nuovo, cioè di quell’ordine nuovo, di amarci come Dio ci ama e, addirittura, di amare i propri nemici.

Cos’era in definitiva per Gesù la non violenza?

Per Gesù la nonviolenza rappresentava il superamento della logica del vecchio Testamento dell’ ‘occhio per occhio, dente per dente’. «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l’altra» (Mt 5,39), diceva Gesù. Per colpire uno sulla guancia destra bisogna usare il manrovescio e al tempo di Gesù veniva usato dal padrone per umiliare lo schiavo. Gesù dice: «Mettiti in piedi fratello, tu sei un uomo, non uno schiavo! E porgigli la guancia sinistra».

Se chiude la mano o usa il pugno della mano, il padrone è costretto a trattare lo schiavo come suo pari. In un mondo di onore e umiliazioni, si è impedito a un pre-potente di svergognare un «inferiore» in pubblico. Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l’altro. Come insegnava Gandhi, «il primo principio dell’azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare”.

Il compito della Chiesa?

La nonviolenza attiva deve diventare una dimensione essenziale della sequela cristiana. Le Chiese devono avere il coraggio di proclamare che è Gesù che l’ha praticata nella sua vita. Se la Chiesa scomunica chi abortisce o dice che non può fare la comunione una donna che usa i contraccettivi, non dovrebbe scomunicare chi va a bombardare in una guerra come quella contro l’Iraq ritenuta «immorale» dal cardinale Martino e «criminale» dal cardinale Tauran?
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