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mercoledì 8 luglio 2015
XV Domenica del Tempo Ordinario
mercoledì 27 ottobre 2010
mercoledì 14 aprile 2010
La lezione di Adro (da studiare per imitare)
Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità.
Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”.
Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene.
È per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.
A scanso di equivoci, premetto che:
- - Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
- - So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino…).
Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).
Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? È già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bimbi. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta! I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, tra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso.
È anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione. In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il conto della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che on risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.
Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
Un cittadino di Adro
Caro direttore,
ringrazio il Corriere della Sera per lo spazio che mi ha dedicato. Ho ricevuto tante richieste di interviste e di presentarmi in qualche trasmissione tv, ma ho detto di no per ribadire che con il mio gesto non cercavo alcun protagonismo. Chiedo il rispetto dell'anonimato, non per pudore o per paura, ma perchè quello che penso su questo argomento è tutto scritto nel documento e credo che ci si debba occupare delle idee prima che delle persone. Se interessa il tema della solidarietà rivolgetevi a tutti quelli che danno gratuitamente una cosa più importante dei soldi che è il loro tempo. E sono tanti e in silenzio.
Inoltre, nel documento che ho lasciato nel mio Comune mi riferivo alla politica locale che conosco e in particolare parlando del segretario intendevo il segretario di Adro. Se qualcuno ritiene che alcune considerazioni hanno valenza generale sono sue legittime deduzioni. Non iscrivetemi nel gruppo dei soloni che hanno in tasca la soluzione dei problemi del mondo.
Uteriori aggiornamenti: qui
giovedì 9 luglio 2009
La relazione che si auto-testimonia nella trasparenza di un cuore nuovo
Tale confronto rimanda immediatamente ad una serie di problematiche che non possono essere censurate se si vuole – almeno un po’ – addentrarsi nella logica dei testi. E le questioni sono principalmente queste: Perché la storia del rapporto tra Dio e l’umanità è segnata da un’elezione (prima un popolo, poi singoli uomini)? Come si concilia questa evidenza con l’altrettanto certa affermazione dell’amore universale di Dio? Perché, invece che in questo modo, Dio non ha provveduto a una comunicazione generale di sé, invece di compromettersi con delle elezioni, che – poi si sa – sul piano umano vanno sempre a finire in accaparramento di privilegi, commistioni col potere, discriminazioni tra fratelli?
Quest’ultima domanda – spero evidentemente – lungi dal volere “consigliare” Dio sul da farsi, è posta volutamente in modo forzoso: essa infatti presuppone tutto un modo di pensare Dio, l’umanità, gli inviati, le rivelazioni, che invece è ciò che precisamente va messo in discussione per rispondere adeguatamente alla domanda sull’intelligenza della storia della salvezza e dunque su quel pezzettino di essa che a noi compete.
Cosa voglio dire?
Che abitualmente il rapporto uomo-Dio è pensato più o meno in questi termini: c’è Dio (che è onnipotente, infinito, eterno, buono, padre, uno e trino, ecc, ecc, ecc) – senza capire bene cosa vogliano dire tutti questi aggettivi, soprattutto insieme (cfr. la mai risolta questione del rapporto tra onnipotenza di Dio – sua incontrovertibile bontà – eppure la presenza del male nel mondo) – c’è l’uomo (che è finito, limitato, però insomma un po’ capace di fare, disfare, “stare al mondo”, ecc…) e poi c’è il loro rapporto, con Dio che comunica all’uomo una serie di verità, di consigli per vivere, di prescrizioni per il bene comune e l’uomo che cerca di metterle in pratica, più o meno come gli riesce, chiedendo ogni tanto qualche aiuto dall’Alto, anche quando si è comportato male (e pensava: tanto Dio è lassù), che poi si sa, Dio perdona tutti (o quasi). In questo modo di pensare, i cosiddetti “inviati” sono sostanzialmente coloro che fanno da tramite, che – non si sa bene perché (prima si credeva perché erano più bravi, poi ci si è accorti che non era vero) – hanno in mano più di altri queste “verità”, questi modi corretti di comportarsi e atteggiarsi per piacere a Dio e così lo comunicano agli altri, orchestrandone il rapporto col divino e la condotta morale.
Evidentemente (spero), questa descrizione è un po’ caricaturale, ma a me pare molto presente nella nostra mentalità di cristiani del 2000: e non solo fra i bistrattati “cristiani medi”, sempre così sarcasticamente e bonariamente dipinti come “poveri sempliciotti” dai loro pastori, ma anche nell’imprinting di tanti che sono (o si sentono) “un po’ sopra la media” – siano essi profeti o apostoli…
Mi riferisco in particolare al fatto che questo schema – semplice e chiaro, e perciò iper-sfruttato – del piano di Dio (su), piano dell’uomo (giù), mediatore (in mezzo), ce l’abbiamo talmente stampato dentro che – solo sforzandoci – riusciamo a pensare altrimenti: cosa che invece è necessaria perché a ben guardare, per quanto di immediata comprensione, questo schema è inadeguato a dire l’esperienza umana nella sua relazione con Dio. Per esempio rimane fuori la figura di Gesù: dove lo collochiamo in questo schema? È lui il mediatore che sta a mezza via tra l’umanità e la divinità? Ma questa oltre che essere un’eresia (cfr. il Concilio di Calcedonia), è una risposta che non risolve, ma complica: perché a questo punto, dove li mettiamo gli altri mediatori? Un po’ più sotto? Ma se c’è già Gesù, cosa ce ne facciamo degli altri? Se invece servono anche gli altri, allora vuol dire che Gesù non è bastato? Ma anche qui cadiamo nell’eresia…
Soprattutto il problema emerge nel confronto con i testi biblici: essi, a parte non presentare mai uno schema generale che racchiuderebbe un tentativo di organizzazione della realtà, fanno sempre riferimento a un rapporto personale, esistenziale, addirittura affettivo, non monolitico, freddo e catalogante come quello precedente… Anche questo noi ce l’abbiamo dentro: non a caso le cose che ci piacciono di più – parlando di vangelo – sono le riflessioni esistenziali, che vanno a prenderci nella pancia, che ci fan scappare qualche lacrima, che toccano qualche corda realmente scoperta del nostro vivere…
Ma anche questa è una conferma di quanto si diceva in precedenza (la separazione dei piani ce l’abbiamo dentro): Perché se diciamo “Dio” ci viene in mente tutto un impianto metafisico, l’eterno, l’immutabile, qualcuno che sta lassù nei cieli, con una terribile sensazione di lontananza, freddezza, in ultima analisi inutilità (che però non ammettiamo perché un po’ di paura ce la fa ancora), e se diciamo “Gesù che si fa piangere addosso da una donna” subito ci si accende l’antenna dell’orecchio e soprattutto del cuore?
La tematica degli “inviati” porta qua a queste questioni radicali del pensar Dio, l’uomo, la vita… perché poi dietro a un’impostazione mentale, a cascata, vengon dietro tutti i nostri modi di pensare, i criteri per giudicare, le modalità per decidere, le superstizioni, gli atteggiamenti, ecc… Un esempio? Se Dio è lassù nei cieli e io quaggiù sulla terra, vuol dire che nell’aldiqua sono autonomo, lo gestisco io, lo organizzo secondo i criteri di ragione (cercherò il bene per me e per i miei figli), cercando di fare il meno male possibile, e pregando che mi vengano rimesse le colpe, quando esse saranno inevitabili per salvaguardare il mio interesse. Per il resto qua io, là Dio.
Sarebbe interessante ripercorrere le radici storiche di questo slittamento che la mentalità cristiana ha percorso in 2000 anni di storia (anche se ne sono bastati molti meno per arrivare a questi esiti), ma qui mancano sia lo spazio che il tempo… Molto più urgente allora diventa il confronto coi testi, con la rivelazione attestata di Dio, perché entrando dentro ad essa possiamo ragionare con la logica loro propria e non con una nostra riflessione (staccata) su di essa: come dice Beauchamp infatti «non è giusto che cambiamo il nostro parere sulla Bibbia? Se fossimo interrogati, non esiteremmo a rispondere che la Bibbia è la storia sacra, pensando a una serie ben nota di interventi straordinari operati da Dio, con la conseguenza, una volta posti di fronte a questa serie, di sentire invincibilmente lontano quello che essa racconta. Lontane da noi la vocazione di Abramo, la rivelazione di Mosè, la Pasqua dell’esodo. In questa maniera la Bibbia finisce per ridursi, nella nostra immaginazione, a un libro che narra fatti meravigliosi lontani nel tempo; essa talvolta, ci dà perfino l’impressione che essi siano presenti. I bambini, almeno durante un breve periodo dei loro primi anni, sono soggetti all’illusione che quello che si racconta loro sia immediatamente attuale. La Bibbia, quando si conosce male, si riduce a questo schermo dell’infanzia sul quale proiettano delle immagini».
In realtà la giusta prospettiva con cui approcciarsi ai testi è quella che lo stesso Autore suggerisce specificamente per i Salmi: «Se i salmisti parlano, se hanno qualcosa da dire, è perché è successo loro qualche cosa. Anche quando si tratta di un evento felice, è difficile che questo non sia preceduto, accompagnato, seguito da prove e da pericoli. Molte volte, quello che succede e induce un uomo a parlare è il fatto di essere stato colpito, scosso o costernato da un pericolo più forte di lui, il quale minaccia la vita e la ragione di vita. Non avremmo i Salmi se i loro autori non fossero passati attraverso ciò, vedendo da vicino la morte».
Ecco perché il giusto modo per leggere le Scritture è quello di entrarci dentro: non immediatamente cioè tirarne fuori un senso o un insegnamento, ma abitarle, almeno per un po’… in modo tale che quelle storie diventino le nostre storie, quelle dinamiche sottese, le nostre dinamiche, quegli interstizi, i nostri. Ciò che esse propongono infatti non sono generalizzazioni (non si trova mai una ricetta e a volte le soluzioni di fronte a problemi simili, sono diverse): piuttosto si parla di singoli, di individui, di storie personali. Si potrebbe dire che la Bibbia è la narrazione del rapporto con Dio di alcuni uomini (specifici), di un popolo (specifico). È la storia non dell’Uno o degli altri, ma della loro relazione.
Per questo lo schema precedente (quello della separazione tra piano umano e piano divino) oltre a non essere adeguato a dire il reale, non può neanche essere detto fondato biblicamente. Perché dal testo biblico si parte sempre dal rapporto, in qualche modo “già dato”: biblicamente l’uomo non è mai pensato senza Dio, ma anche viceversa, Dio non è mai raccontato senza l’uomo.
In questo senso anche la narrazione delle elezioni (del popolo, dei profeti, fin agli apostoli) non è messa per iscritto per promuovere uno schematismo pratico (Dio ha voluto che alcuni fossero privilegiati, che ci fossero ruoli istituzionali, che qualcuno fosse più importante di qualcun altro, che sapesse più “cose di Dio” degli altri…), ma sta ad indicare la storia del rapporto di uno con Dio (e non con le “verità” su Dio!): ma ancora, non nel senso di un modello, di un prototipo, che tutti gli altri dovrebbero imitare o a cui dovrebbero rifarsi… ma perché vedere la realizzazione di tale relazione in uno conferma tutti della sua percorribilità (personale! Cioè solo sua, singolarissima, di ciascuno).
Per questo l’inviato gode sì di una sorta di privilegio (parla le parole di Dio, perché parla con Dio e allora le parole dell’uno diventano le parole dell’altro), ma perché in lui – e non solo e non tanto grazie a lui – quella stessa parlabilità con Dio sia dischiusa a tutti.
Interessante infatti che Gesù mandi i Dodici ma non li accompagni: al di là della banale spiegazione per cui si tratterebbe di una prova generale per il tempo post-pasquale, o della vera ma riduttiva interpretazione secondo cui qui si espliciterebbero le indicazioni pratiche per i predicatori post-pasquali, in realtà qui c’è in gioco la trasparenza della trasformazione che la relazione a Dio (in Gesù) attua nella singolarità dell’uomo. Vedendo loro in quel modo e ascoltandoli nel dire che quel modo gli si è dischiuso nel rapporto a Gesù, il Cristo, ognuno può credere come possibile per lui quell’esperienza di salvezza.
Ecco perché chiunque incontra il Signore non può non essere testimone: perché – se l’incontro è reale – mostra da sé la sua trasparenza, nel cambiamento sostanziale del cuore dell’uomo… Ed ecco perché a due a due… Perché ciò che si “auto-testimonia” è la qualità di una relazione!
Forse che la nostra scarsa incisività testimoniale dipenda dalla nostra scarsa relazione a Dio e ai fratelli?
mercoledì 13 maggio 2009
Perché non possiamo più dirci cristiani -1-
Nel sondaggio on-line del Corriere, la maggioranza dei “lettori” non si dichiara d’accordo con le “preoccupazioni” della “chiesa” “per il trattamento dei rifugiati”… Altrettanto dicasi per quello della Stampa…“Preoccupazioni” non si sa quanto “ufficiali” (aspettiamo una smentita della sala stampa vaticana appena il suo direttore sarà tornato, credo, dal viaggio in Medio Oriente…) e comunque fin troppo morbide davanti alla drammaticità dei fatti: confrontate questa nota dell’Avvenire1 con i toni usati a suo tempo sul caso Eluana o sui temi della vita (che evidentemente non riguardano con la stessa urgenza e gravità quella degli stranieri) o su questioni più amene come l’otto per mille o il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche… e sappiatemi dire! Siamo al limite della banalità o si sfiora l'apologia di reato...
Non è certo un sondaggio “scientifico” quello on-line, ma significativo certamente lo è!
Allora?
C’è chi se la prende con Maroni… come se Maroni fosse stato eletto dai marziani…
C’è chi ne prende le distanze ma sostanzialmente ne avvalla la legittimità (il “nuovo” Fini e persino il “vecchio” Fassino che ci rivela che anche i governi di sinistra l’hanno attuata — il Pd come al solito è comunque diviso tra opportunismo e idealismo, incapace com’è di dare risposte concrete)…
C’è chi se ne “vergogna”, come se questo bastasse a lavargli la coscienza ed ad assolverlo storicamente per aver obbedito a un ordine che sapeva infame…
C’è chi ne contesta la “legittimità”, come se bastasse la “legge” per avere il diritto di calpestare la vita altrui…
C’è chi ne è inorridito…
C’è chi tace… anche se non acconsente (spero)… come da tempo fanno i nostri Pastori locali… forse distratti dal viaggio pacificatore del Pastore universale, che impegnato altrove, tace anche lui… (quando si dice “il tempismo della politica”: ricordate Putin quando invase la Georgia il giorno dell’inaugurazioni dei giochi olimpici di Pechino?).
Il mio modesto parere è che il problema non è Maroni, il problema non sono le leggi: per quanto disumane (considerate tali oggi, ma non da tutti allora) quelle razziali erano perfettamente “legali” e chi agiva, agiva nel pieno rispetto delle leggi del suo Stato… e chi disobbediva: “zac!”, un taglio e via…
Il problema è che quando tra qualche anno ci chiederanno in una nuova Norimberga cosa abbiamo fatto, non potremmo dire che non sapevamo… Non potremmo dirlo ai nostri figli, né ai figli di quelli che oggi chiamiamo clandestini e che domani saranno cittadini italiani come noi (nessuno potrà impedire all’Italia di domani di essere multietnica — visto anche che lo è già — nemmeno Dio, tanto meno un Presidente del Consiglio: o si vogliono impedire e “disfare” i matrimoni misti come a suo tempo si faceva in Sudafrica?)… e non basterà batterci il petto vergognandoci…
I cittadini italiani, il Paese, nella sua stragrande maggioranza è col governo (si disilluda l’Avvenire e i vescovi italiani ringrazino la propria sterile testimonianza) “che vedono finalmente forte e deciso” (ricordate il “quando c’era lui, caro lei”?) impegnato in un’azione “molto efficace” (come l’atomica su Hiroshima, i forni crematori, le torture di Guantanamo, e via dicendo?)… poco importa se cinica e sulla pelle di gente che ha la sola colpa di essere disperata di una disperazione che in gran parte gli abbiamo procurato noi imponendo loro governi e regimi e guerre al servizio della nostra opulenta sicurezza… Anche di questo dovremo prima o poi rispondere…
Il Papa che quando vuole ha coraggio da vendere, ha detto l’altro giorno, ciò che da tempo noi andiamo dicendo anche su questo blog, e cioè che anche la religione può pervertirsi2… lui, visto dove lo diceva e a chi lo diceva, ha fatto l’esempio della violenza… ma potrebbe farne molti altri se lo dicesse anche in Italia o in Europa…
Ecco! Il cristianesimo occidentale… si è dimostrato da tempo perverso e pervertitore e continua la sua parabola paganeggiante nel cuore dei credenti fedeli praticanti, che nella loro stragrande maggioranza, pur di difendere i “valori assoluti e irrinunciabili” di una fede astratta e ideologizzata, non esita a votare uomini e partiti che sono degni eredi dei loro predecessori di nefasta memoria… E di questo dobbiamo ringraziare anche i sacerdoti predicatori di una cultura che non si lascia incontrare dal Vangelo, figurarsi da quella africana…
Il problema dell’Italia oggi, per tornare in tema, non sono gli “efficaci” Maroni, Bossi, Berlusconi e compagnia, o gli “inefficaci” Grillo, Franceschini, Di Pietro, o le insignificanze di destra come di sinistra… e nemmeno i “supini” media alla Sergio Romano… o i banchieri con la coscienza così pulita da potersi permettere di macchiarsela continuamente… E nemmeno i mediatori melliflui e diplomatici di ogni sponda e clero… Il problema siamo tutti noi, italiani che ci illudiamo di essere “brava gente” perché non abbiamo il coraggio di guardarci allo specchio delle nostre ipocrisie…
Ipocriti come quei pensionati che al bar sbarcano il lunario sparando nostalgie sul passato perché morti al presente e giocano a bocce ingannando il futuro…
Ipocriti sono quelle pensionate, così tanto simpatiche e inoffensive da potersi permettere di passeggiare di telenovela in telenovela o appestare col loro pettegolo volontariato cattolico, un’ipocrita tradizione religiosa che da tempo ha svuotato di significato la fede…
Ipocriti sono quei giovani di ogni età, drogati del niente di tutto, che pur di illudersi di essere vivi sono disposti a farsi tifosi della morte…
Ipocriti sono quei professionisti, che pur di non perdere quello che hanno onestamente rubato, sono disposti a pagare altri professionisti che disonestamente donano ai poveri quel che ai poveri già apparteneva (cfr gli aiuti internazionali dell’Occidente e vedi quanto ci guadagniamo noi nell’aiutare i “poveri” del Terzo Mondo)…
Ipocriti erano e sono quei politici progressisti che pur di sfruttare politicamente i nostri sensi di colpa hanno lasciato marcire i problemi e hanno permesso che il disagio diventasse intolleranza e l’intolleranza razzismo e il razzismo cinismo… permettendo così ai politici d’altri lidi di sfruttare poi il filone delle nostre impotenti paure… Ah! quelli di sinistra che quando hanno potuto, hanno fatto di nascosto anche di peggio di quelli di destra… Come il sale che ha perduto di sapore… Quando in Africa i miei amici mi chiedevano per chi avrei votato se avessi potuto farlo per il Presidente americano, rispondevo senza esitare scandalizzandoli: “Per il presidente conservatore: almeno le ‘schifezze’ che combinano, si vedono!”… Fassino insegna, che non avevo torto nemmeno per l’Italia! Che dire? “Dagli amici di sinistra mi guardi Iddio, che dai nemici di destra basto io”!
Ipocrita come questa chiesa italiana, (e per chiesa intendo tutti i battezzati) sostanzialmente latitante, quando non addirittura connivente: mi sanno spiegare i vari membri dei vari movimenti cattolici che cosa ci fa un Formigoni nel Pdl e una Bindi nel Pd se non riescono a impedire crimini contro il senso umano della pietas come quello di consegnare a della gente (se la testimonianza è autentica ma non ci sono ragioni per dubitarne) che stupra e tortura povera gente già disperata, per il solo fatto che è nera o non mussulmana? Neanche un bicchiere d’acqua gli abbiamo dato, nemmeno un’aspirina (e sì che qualcuno l'ha posto come condizione per essere cristiani: Quello che avete fatto a loro, l’avete fatto a me… quello che non l’avete fatto a loro, non l’avete fatto a me! Ed ora andatevi a meditare la Via Crucis al Colosseo, o fattevi il giro nei vari santuari a Lourdes o a San Giovanni Rotondo, per consumare fino in fondo la vostra ipocrisia)…
Fosse anche nel pieno rispetto delle leggi internazionali, basta così poco a tacitare la coscienza? E passi dei politici, ma delle madri, dei padri e dei figli italiani?
E il Vangelo a che cosa ci serve allora? Che ci andiamo a fare a Messa la domenica? Per ricevere il perdono di chi? Non ci sarà nessun perdono fino a quando non lo riceveremo da coloro che abbiamo consegnato alla disperazione! Andate in Libia a riceverlo!
Anni fa avevo visto un film nel quale un capo mafioso era andato a confessarsi dopo aver saputo che era stato eseguito l’ordine da lui impartito di ammazzare un avversario. Si confessò, se ricordo bene, di aver perso la pazienza con la moglie e coi figli e di dire qualche bugia (evidentemente compresa quella che stava facendo omettendo di dire tutta la verità!)… il prete ignaro gli diede l’assoluzione e lui se ne andò felice illuso di essersi “salvato l’anima”… Mi chiedo se gli italiani sono tutti fessi a questo punto!... Ah! già… il Papa parlava di perversione della religione…
Il “respingimento” è una perversione, oltre che dell’italiano, anche della ragione che non rifiuta mai un minimo di solidarietà umana anche tra poveri e disperati, ancor più da noi che non siamo ancora poveri e disperati come loro… E se lo è della ragione lo è necessariamente della religione e viceversa… E se c’è una legge che lo permette, questa legge è una bestemmia disumana, e chiunque l’abbia approvata, poco importa se democraticamente, ne è responsabile, davanti a Dio e agli uomini e alla storia, e se c’è qualcuno che la condivide ne è altrettanto responsabile se non peggio perché è come il “mandante di un crimine”… Se ne deduce che i cristiani hanno l’obbligo, anche a costo di rimetterci il posto di lavoro o di finire in galera o anche di rimetterci la vita, non solo di disobbedire a questi ordini e leggi disumane ma di fare di tutto affinché siano abolite e che mai più la ragion di stato prevalga sulla ragione umana…
Ha ragione Maroni, siamo davanti a una “svolta storica”, ma di ben altro tipo e sarebbe da stolti non prenderne atto e agire di conseguenza: l’Italia non può più dirsi cristiana e ancor meno gli italiani che appoggiano una politica che genera conflitti, li alimenta e non scioglie i nodi generatrici di violenza, ma si fa lei stessa promotrice di ben più subdola violenza… il post-cristianesimo, non tanto con l’azione del governo, ma per il fatto che essa sia “largamente condivisa dai cittadini italiani” si è così consumato…
Non siamo più davanti ad aborto o divorzio o eutanasia, dove i limiti della ragione esigono necessariamente il sostegno della fede: qui siamo di fronte a una immensa barbarie legalizzata e autogiustificata che getta nella disperazione centinaia di persone — ma non li abbiamo nemmeno contati: del primo battello le fonti italiane parlavano di 223 ma pare che fossero 238 — e che non intende cessare: tanto valeva allora ributtarli in mare, avrebbero sofferto di meno!… Pare che siano già 500 e c’è chi se ne vanta… Dobbiamo aspettare che arrivino a 6 milioni per cominciare a capire?… Dove sono finiti gli eminenti curiali che rombavano durante il caso Eluana? Non c’era vescovo che non dicesse la sua… allora!
Repubblica ha pubblicato un intervento di Tettamanzi… salvo poi scoprire che era un copia-incolla di un suo libro di prossima pubblicazione…
E quella volpe di Ruini? Si è distratto nel preparare qualche conferenza ai dirigenti del Pdl?
E la Segreteria di Stato Vaticana? Il suo silenzio è assordante oltre che scandaloso…
Perché, quali loschi interessi si nascondono dietro tanta omertà? Giuda ha venduto un’informazione per trenta monete d’argento, voi per quanto avete venduto il vostro silenzio? La mia non è una domanda retorica: lo voglio sapere veramente! Se non altro per conoscere quanto valiamo ai vostri occhi…
O temete anche voi una “ritorsione” del governo italiano che costerebbe chissà cosa… Al punto in cui siamo non c’è più niente da perdere… nemmeno la fede, perché i dati stanno ad indicarci che è persa da tempo… Mentre voi eravate intenti a organizzare e benedire le alleanze politiche di questi “cattolici”…
Vorrei anche sapere con che coraggio parlerete ora di “Missione ad gentes”: con un solo “Raus!” di questo governo, si sono bruciati secoli di evangelizzazione missionaria… Ve lo immaginate ora con che faccia migliaia di missionari, italiani e non, sparsi per il mondo ad annunciare la carità cristiana, possano continuare a farlo senza vergognarsene? Ora che l’Italia, paese che nel sentire collettivo universale è sede della cattolicità, si è rivelata così empia perché senza pietas! E non basta la Ripugnanza e rammarico per ciò che fece il fascismo agli ebrei, se non si prova altrettanto ripugnanza e rammarico per quello che stiamo facendo oggi ai “nuovi ebrei”: anche se non tutti lo sono veramente, in ogni “errante” vi è presente esistenzialmente...
Concludo con una domanda che rivolgo direttamente al Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi: “Sempre che sia vero quello che dicono i giornali, che notoriamente sappiamo sono faziosi e menzogneri quando dicono la verità su di lei – Signor Presidente, come si fa ad ‘accogliere solo quelli che hanno le condizioni per ottenere l’asilo politico’, respingendoli senza neanche verificarle?”. Se vuole rispondere, in questo blog c’è posto anche per Lei… peccato che non ci sia data la possibilità di fare altrettanto con almeno uno di quei criminali, trattati come non si usa fare più nemmeno con gli animali.
Ah! dimenticavo la foto… È presa dal sito della Stampa, appartiene a uno dei tanti “criminali” che il suo governo, benedetto a suo tempo dal clero italiano, ha respinto con il consenso della maggioranza dei cattolicissimi italiani…
1L’affollarsi in poche ore di provvedimenti legislativi, azioni esecutive e improvvide parole in libertà in materia di immigrazione rischia di confondere i cittadini e di creare un clima d’intolleranza che non corrisponde al profondo sentire della maggioranza degli italiani [invece corrisponde eccome!]. Le numerose [numerose?... e dove sono i movimenti pro-life?] prese di posizioni del mondo cattolico – e di altri gruppi di ispirazione laica – segnalano che, nella pur condivisibile opera di limitazione degli arrivi irregolari, non si può mai abdicare al rispetto delle persone e alla loro dignità, che con sé porta diritti inalienabili. Negare la possibilità d’asilo a chi è respinto in mare resta un punto che merita sicuramente riconsiderazione, sebbene la soluzione non sia semplice. Sembra imporsi anche un monitoraggio del trattamento riservato ai migranti dalla Libia, mentre un miglioramento del «decreto sicurezza» risulta ancora praticabile. Ciò che va infine del tutto evitato sono le ‘provocazioni’ [L’Avvenire le chiama provocazioni e sbaglia: questi politici non “fanno finta”… in quello che dicono ci credono veramente… e lo fanno veramente!] – mezzi pubblici separati per italiani e stranieri – che hanno il chiaro sapore del razzismo. Av (il corsivo è mio)
2 «Costretta a servire l'ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l'abuso. Qui non vediamo solo la perversione della religione, ma anche la corruzione della libertà umana, il restringersi e l'obnubilarsi della mente. [...] non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società». da Il Tempo.it vedi anche il discorso integrale nel sito del Vaticano.
domenica 26 aprile 2009
Come imparare a raccontare una storia: la storia della salvezza!

...Storia di Gesù
…i discepoli di Gesù, quelli che più da vicino ne avevano condivisa l’avventura del giovane maestro che percorreva i sentieri della Galilea, predicando il regno di Dio e operando prodigi di misericordia, sono saliti con lui a Gerusalemme nel momento cruciale della sua vita, ma quando i poteri del mondo si coalizzano contro di lui, lo abbandonano per paura di essere travolti nella sua passione e morte. Di fatto, in due giorni, fu tradito, giudicato, torturato, crocifisso. E tutto è finito... in una tomba, come ogni avventura umana! Nel loro cuore, sui ricordi struggenti di questa esperienza, una lapide: Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele… (Lc 24,21). Ma ecco l’evento nuovo, incredibile: “alcune donne delle nostre ci hanno sconvolti… : “abbiamo visto” il Signore! E, dopo le donne, tutti i discepoli, in diversi modi incontrano il “crocifisso risorto!” ¬ e sono chiamati ad esserne testimoni! Una testimonianza speciale: Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio (At 1,3). Insegna loro, dunque, a capire e a rivivere il compimento delle Scritture che in modo impensabile si è avverato in lui, nella breve storia della sua vita, morte e risurrezione: lui stesso apre loro la mente (Lc 24,45) e infiamma il cuore (24,32) coinvolgendoli totalmente in questa storia, perché imparino a viverla e raccontarla.
L’autotestimonianza di Gesù
Nessun altro ha capito la sua storia, la sua missione nel mondo, nonostante innumerevoli tentativi di prevenire e poi spiegare il Regno di Dio… che in definitiva era Lui stesso! A noi è arrivata la testimonianza di chi finalmente, condotto per mano da Lui stesso, e poi dallo Spirito che ha alitato su di loro, ha colto la quintessenza di tutta la Scrittura, contenuta in questi avvenimenti. Nella sua vita, morte e risurrezione si sono condensate tutte le Scritture e si è illuminato il loro senso. È arrivato alla tappa definitiva il lungo millenario cammino. Gesù l’aveva predetto varie volte, ma le sue parole erano apparse incomprensibili: bisogna che si compiano le cose scritte su di me! Adesso la premura pedagogica di Gesù ha una premessa: togliere anzitutto dai discepoli la paura e i dubbi (Luca li chiama i “ragionamenti che salgono dal cuore”, che covano in ogni credente, almanaccando tutte le ipotesi possibili per…non arrendersi all’evidenza troppo coinvolgente: è un fantasma, un’allucinazione, la proiezione del desiderio…!?). Ma l’evidenza è incontrovertibile: vedere, toccare, parlare, mangiare sono il marchio di garanzia della sua permanente corporeità, altrettanto “fisica” quanto “libera” dalle leggi pesanti della materia di quaggiù. Un diverso modo di essere pienamente corpo! Di più non ci è spiegato e non è necessario alla fede! Ma colui che guardano, toccano e vedono mangiare è di certo la stessa “persona”, lo stesso uomo, il loro maestro che avevano visto crocifisso e deposto nel sepolcro!
Pietro disse al popolo…: fratelli, il Dio di Abramo… !
…finalmente ha imparato gli è cambiato la mente e il cuore in questi quaranta giorni! La sua fede era morta o paralizzata dalla paura e dallo scoramento, ma adesso è rinata e consolidata: è divenuta fede “cristiana”! Proprio il rifiuto e il ribrezzo della passione e morte del Signore era il veleno del rinnegamento, che inquinava la fede precedente, pure sincera e lodata dal Signore. Una fede che, però, vedeva solo la gloria del Messia potente! Adesso parla di Gesù chiamandolo con la convinzione e tenerezza di un approccio nuovo: il “servo” Gesù! Adesso il veleno si è sciolto. Pietro ha visto e toccato nelle piaghe gloriose del suo maestro, servo e signore, che umiliazione ed esaltazione, lavare i piedi ed essere maestro, morire sul legno maledetto ed attrarre tutti a sé – insomma, che morte e risurrezione, sono inscindibili. E la loro unione, il passaggio dialettico dall’una all’altra è la Pasqua di salvezza, il seme che marcendo sotto terra diventa fecondo! Capirlo e lasciarsene coinvolgere, è il segreto della fede cristiana. È il nodo ineludibile, il fuoco centrale, la dinamica propulsiva della vita di Cristo, che proprio così porta a compimento quanto tutta la storia anela, nel suo gemito di attesa che tutto si compia. Le promesse sempre rimandate e le attese deluse, seminate nel cuore dell’uomo e in particolare nel cammino del popolo di Israele, attendevano di vedere, capire … e vivere!. E Pietro, adesso per primo davvero, impara la storia della salvezza. Ed ecco che racconta la storia di Gesù, perché è diventata inscindibilmente la sua propria storia, la storia del suo popolo, la storia dell’umanità che ritrova la speranza: “Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe,… ha glorificato il suo servo Gesù, … Avete ucciso l'autore della vita, ma Dio l'ha risuscitato dai morti… e noi ne siamo testimoni…”. Questa è la storia che ci salva, coinvolgendoci!
raccontare la storia… fondare la chiesa
… adesso, mentre parla al popolo di Gerusalemme, è già in funzione in Pietro l’apertura di mente operata da Gesù (Lc 24,45), e già lo spinge il fuoco che gli ardeva in petto, che ha bruciato ogni paura e dubbio. Impara a parlare e a spiegare cosa è successo, perché ha trovato in Gesù morto e risorto la chiave, la luce, il senso della storia raccontata nelle Scritture. La realizzazione della Promessa antica. E insieme, in questo incontro con il crocifisso risorto, ha ritrovato “il dono del perdono totale” dal suo Signore rinnegato. Proprio perché, senza fargli pesare per niente il suo peccato, l’ha rinnovato nell’intimo, sradicandolo dai complessi di colpa e attraendolo in una dinamica di amore smisurato (mi ami tu di più…!?). Ecco perché può annunciare e coinvolgere tutti in questa storia. A partire dall’obiettivo centrale della missione di Gesù : il perdono dei peccati, sperimentato personalmente nella lacerazione del suo cuore troppo fragile! Dalla sua testimonianza viva, ove si mescola l’avventura personale e la missione istituzionale, nasce la comunità cristiana, nelle sue caratteristiche sorgive fondamentali:
- “la conversione e il perdono dei peccati” – Non è un’operazione di igiene spirituale asettica. È uno struggente rapporto di affidamento e di consegna al Signore, “che ha dato la sua vita per me”! È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo…
- Contemporaneamente, dallo stesso intenso rapporto, nasce il cambiamento di mente e l’inversione di rotta del senso della vita (metanoèsate – epistrepsate di At 3,18) : nasce una comunità di ri/conoscenti, legati tra loro dallo stesso perdono e salvezza - in Cristo – dallo stesso vangelo!
- Adesso il peccato, che è ancora in noi come fragilità e debolezza, non uccide il rapporto con Cristo, né tra di noi. Gesù, anzi, ce ne difende con tenerezza e sollecitudine, come avvocato presso il Padre… La fede però si realizza nella sempre rinnovata fedeltà personale e comunitaria ai “suoi” comandamenti (il nuovo statuto evangelico). Dunque, nella prassi faticosa e condivisa della vita, non tanto nella certezza di una dottrina o di una gnosi… ma nella ricerca comune di trovare le nuove strade di prassi e di annuncio dell’amore salvifico di Gesù al mondo.
- La comunità cristiana è chiamata a cogliere la presenza nuova di Dio sulla sua strada in quel viandante che si fa riconoscere attraverso i segni fondamentali per la sua sopravvivenza, ma per vita del mondo: le Scritture, lette in chiave Cristologica e la frazione del pane (Lc 24, 1-33). La storia umana, spazio privilegiato dell'azione di Dio, è storia di salvezza che attraversa tutte le situazioni umane.
giovedì 12 marzo 2009
Don Pino: ce lo ricorderemo?
martedì 17 febbraio 2009
Testimonianza cristiana...
Le settimane appena trascorse saranno sicuramente ricordate come “giorni cattivi” da molti cristiani, ma anche da molti uomini e donne non cristiani che tentano ogni giorno di rinnovare la loro ricerca di senso, soprattutto attraverso la faticosa lotta dell’amare in verità e dal lasciarsi amare da quanti sono loro accanto. “Giorni cattivi” è un’espressione biblica che indica tempi privi di una parola da parte di Dio, da parte dei suoi profeti e quindi anche privi di parole umane sincere, vere, autentiche: tempi in cui si fa silenzio per non aumentare il rumore, la rissa, l’aggressione nella comunità umana e per evitare che parole sensate vengano triturate insieme alle insensate e non si riesca poi più a recuperarle per giorni migliori. Per questo molti hanno preferito il silenzio. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga diciassette anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – “assassini”, “boia”, “lasciatela a noi”... – senza pensare a Gesù di Nazaret che quando gli hanno portato una donna gridando “adultera” ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: “Donna (non “adultera”), neppure io ti condanno: va’ e non peccare più”; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla “ladro, assassino!” al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
E’ avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella chiesa. Da questi “giorni cattivi” usciamo più divisi e non certo per quella separazione in nome di Cristo che, con il comandamento nuovo dell’amore da estendersi fino ai nemici, può provocare divisione anche tra genitori e figli, all’interno della famiglia o della “casa” di appartenenza. Abbiamo invece conosciuto divisione in nome di quel male che affligge l’umanità e che trasforma la diversità in demonizzazione dell’altro, muta l’avversario in nemico, interrompe o nega il confronto e il dialogo, dando origine a posizioni ideologiche capaci di violenza prima verbale poi fisica e sociale. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.
Per chi come me ha pensato di dedicare tutte le fatiche alla ricerca del dialogo, del confronto, del faticoso cammino verso la comunione, innanzitutto nello spazio cristiano e poi tra gli uomini, e in questo sforzo sentiva di poter rendere conto della speranza cristiana che lo abita e di annunciare il vangelo che lo anima, questi giorni sono davvero cattivi. Come ignorare anche gli altri segni di barbarie cui stiamo assistendo in questa amara stagione? Leggi che chiedono ai medici di segnalare alle forze dell’ordine la presenza di clandestini che necessitano di cure mediche, vanificando così il diritto alla salute riconosciuto a qualunque essere umano; episodi ormai ricorrenti di giovani e ragazzi che danno fuoco a immigrati o a mendicanti; senzatetto di cui si prevede la schedatura mentre li si lascia morire di freddo; esercizio della violenza in branco verso donne o disabili...
Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è “agonia”, lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari...
Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: “Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato...”. Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un “sì” che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il “lascia andare, o Signore, il tuo servo” come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato... Negli anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.
Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La chiesa cattolica e tutte le chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: “Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita”.
Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.
lunedì 2 giugno 2008
Totalitarismi: la strage di Tibhirine
domenica 27 gennaio 2008
In principio… disse loro: “seguitemi!”
Arrestato Giovanni … Gesù cominciò a predicare!
C’è un raccordo di contiguità e discontinuità insieme – di compimento e diversità radicale tra Giovanni e Gesù. Le prime comunità cristiane hanno rilevato l’enorme importanza di questo legame, ed hanno scoperto così la novità assoluta di Gesù. La novità consiste nel tenere insieme una duplice polarità: il radicamento profondo nella tradizione e nella storia concreta degli uomini (l’incarnazione!), da una parte, e dall’altra il fermento esplosivo del suo messaggio e della sua efficacia nella condizione dolorosa ed oppressa della gente (liberazione o redenzione!). Questa è la forza propulsiva, umile ma incoercibile, del minuscolo seme di amore che il Padre lo ha mandato a seminare nel mondo…
Anche la comunità di Matteo rilegge a questo modo gli “inizi” di Gesù! Dopo l'arresto di Giovanni. Gesù cambia paese, casa, modo di vita. Come se, dopo il battesimo e le tentazioni nel deserto, gli premesse ormai in cuore in modo incontenibile l’urgenza della sua missione tra gli uomini… per riprendere la fiaccola della speranza, oscurata nella prigione del Battista, dove è stato messa a tacere la voce più forte di tutti i cercatori di Dio della storia biblica. In questo breve racconto è condensato ciò che la comunità di Matteo ha capito e vissuto nel suo primo impatto con la fede evangelica. Questo è il piccolo trattato di teologia del cominciamento della chiesa, non semplicemente degli inizi della chiesa storica. È l’inizio della chiesa di sempre – di cui diceva Gesù stesso: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (18,20).
Per capire il comportamento nuovo e originale di Gesù, che si sposta dal centro religioso e cultuale della Giudea alla Galilea delle genti, i discepoli sono andati a studiare le profezie dell’esilio, il tempo della distruzione e dispersione di ogni istituzione religiosa, ma anche il tempo del ricominciamento della fede. E le profezie antiche illuminano la storia presente: Gesù è andato a stare tra quelli che più di altri abitavano in terra tenebrosa… che dimoravano in terra e ombra di morte… perché è lui la luce! perché lui è il ricominciamento: In passato il Signore umiliò…, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare!
"Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino"
L’annuncio di Gesù è lo stesso del Battista, perché per tutti e due la disponibilità a “cambiare mentalità” è la premessa necessaria ad ogni conversione. Ma per Giovanni questa è la fine del suo messaggio e della sua missione di precursore. Per Gesù questo stesso annuncio è un’apertura, è l’inizio. Perché in Gesù il Regno non solo si fa prossimo, ma comincia “a camminare”. É lui il Regno, è lui la presenza salvatrice del Padre nella storia quotidiana degli uomini! Ecco perchè non chiama la gente nel deserto ma neanche nel tempio …È lui che va dove la gente vive: sul lavoro, nelle case, per le strade, nei villaggi… nelle loro sinagoghe (di sabato!) : Gesù “va attorno per tutta la Galilea”: e cosa vede? Vede nel cuore degli uomini e della società il conflitto tra una realtà dura e pesante da portare e la spinta vitale di una speranza che non riesce a farsi strada, perchè sottoposta al giogo che l'opprimeva, alla sbarra che gravava le sue spalle e al bastone del suo aguzzino… Proprio perché Gesù va dove l’uomo vive (sul lavoro, nella famiglia, nella società e nelle sue istituzioni) tocca con mano che la gente fa fatica, è a disagio, al buio… e vede gli uomini che dimorano in terra e ombra di morte. L’ombra di morte è la paura, e la paura nasce nel cuore man mano che la speranza deperisce, senza che una luce rischiari le tenebre in cui ci sentiamo immersi… Ma, ecco la buona notizia: una luce ha fatto irruzione nell’ombra! I primi discepoli ne hanno un ricordo vivissimo, con alcune caratteristiche ‘mitiche’ della loro esperienza appassionata di chiesa nascente.
- “Venite dietro a me!” È Gesù che raduna i discepoli con il fascino di una Parola sicura, neanche ancora spiegata, ma talmente carica di forza determinata e serena, che sembra non ammettere replica alla chiamata. Con/vince dal di dentro! Con questa stessa parola li costituisce “seguaci”: “venite dietro me!” Questa chiamata gli rimodella l’anima: diventa lo statuto definitivo della loro vita. Lo capiranno più tardi, dopo averlo seguito, amato e anche rinnegato, che ‘esser suoi discepoli’ (venite dietro di me!) vuol dire una consegna assoluta: niente mai più anteporre a Gesù!
- La coesione de gruppo è la chiamata stessa di Gesù! I discepoli arrivano a lui in modo diverso, talora indicati per nome, talora contagiandosi reciprocamente, ma è sempre il suo sguardo e la sua parola che inserisce questo rapporto personale nel cuore di ognuno e li collega in una comunione inscindibile, perché non fondata su un proposito o una scelta o una promessa o un obbligo morale, o un’amicizia anche se contiene un poco di tutto questo : ma è una misteriosa appartenenza a lui, che il suo sguardo di predilezione ha seminato in loro! E che Parola ed Eucaristia nutrono e confortano…
- Le sue parole sono vere – e si ripetono in noi! Già dai primi passi un fuoco (il fuoco degli inizi) s’accende nel cuore dei discepoli. Ma ci vorranno anni perché lo capiscano e soltanto la sua morte e risurrezione (con il dono del suo Spirito) li renderà veramente capaci, a loro volta, di infiammare la gente, divenire a loro volta pescatori di uomini – e quindi finalmente capire dal di dentro la sua missione e il suo Spirito. Ma fin da queste primi inizi, il fuoco c’è già. Ognuno prova il sussulto interiore per il “verificarsi” già adesso di frammenti di una speranza nutrita da sempre. Gesù operava quel che diceva: alla sua parola, al suo tocco, al suo sguardo le miserie, le malattie e i peccati degli uomini guarivano. La sua azione non si esauriva in un invito, in un rito di penitenza, tanto meno in una condanna del peccatore… Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Questo è l’elemento fondamentale della novità di Gesù, rispetto agli scribi, ai sacerdoti, ai profeti precedenti. Una capacità mai vista di insegnare, consolare, guarire … in ogni incontro: dopo anni di parole sterili, dopo una vita di tentativi inutili. Quando già la speranza sta spegnendosi, ecco scoccare il contatto, una scintilla nuova tra speranza e verità, tra utopia profetica e realtà storica. Questa è la novità “cristiana”, e i testimoni sono stupiti perchè gli elementi della natura, gli spiriti e i demoni, le malattie e la morte gli obbediscono!
Gesù non ci ha lasciato in eredità questo potere nei suoi aspetti miracolosi, i quali, del resto, anche per lui sono soltanto ‘segni’ della sua vera Signoria di amore sulla storia e sulla natura. È questa Signoria inerme che anche a noi ha donato con il suo Spirito (At 1,8). Ora niente può più farci del male, perché in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati (Rom 8,37). Ogni suo seguace diventa discepolo quando sperimenta di essere a sua volta pescatore dei suoi fratelli: testimone della gioia dello spirito quando qualche piccolo, malato, ferito, soggiogato dalla paura, è preservato dal male, davanti ai nostri occhi!.
Una tiepida chiesa alla ricerca di poteri fittizi…
…a guardarci allo specchio noi cristiani di oggi! alla luce di questo fervore della chiesa evangelica nascente, risalta ancor di più la stagione ecclesiale stanca e triste, che stiamo vivendo, almeno in occidente.
Noi somministriamo alla gente “cristiana” soprattutto sacramentalizzazione, precetti morali, inquadramento ideologico… E siccome la gente ci segue sempre meno, siamo spesso in atteggiamento agguerrito e aggressivo per difendere o recuperare spazi, istituzioni, leggi o radici … e renderle più cristiane. Illudendoci che queste poi preservino la fede. È il metodo inverso di quello evangelico. E qui sta il nodo dirimente della nostra tentazione ecclesiastica! Il potere, pur ricercato per ‘fini buoni’, di natura sua vanifica la croce di Cristo, perché la croce non è un incidente di percorso, ma la “necessaria” conseguenza di aver rinunciato ai mezzi del potere, sbilanciandosi del tutto per l’amore gratuito. Ma non riusciremo a rinunciare davvero al potere se non assaggiando un’altra gioia più grande … Nel vangelo, invece che i verbi sedentari di possesso o di conquista, predominano i verbi di movimento, di missione. Gesù si sposta continuamente e mette in moto altri discepoli, semplici, umili, ignoranti, laici, uomini e donne (cfr Lc 8,1-3 – il corrispettivo del nostro testo). La sua proposta è coinvolgimento profondo dei cuori, anzitutto. Poi è paziente e costante trasformazione delle idee su Dio Padre, se stessi, gli uomini, la storia… Poi è esperienza viva di rinascita interiore e comunitaria di pacificazione delle relazioni, almeno nei barlumi di speranza che si accendono nell’ombra della paura … per sanare gli incubi di panico che crescono dove non c’è più speranza viva.
Solo ripercorrendo il cammino della chiesa nascente ci riappassioneremo… al seguito di Gesù!
~~~~~~
…Padre, credo che mi capisca…
sono stata ferita al cuore, bruciata al cuore.
È una ferita ed è un fuoco.
Sono sicura che un giorno il Signore mi abbia accordato
una piccolissima scintilla dell’amore del suo Cuore
e che questa scintilla ha acceso il braciere.
E allora non ne posso più, perché nessun cuore umano è fatto a questa misura.
Non può contenere tutto questo amore.
Padre, sogno l’amore, ma un amore
come non l’ho ancora visto spiegare in un libro,
soprattutto come non l’ho visto mai raccomandare nei consigli alle religiose,
un amore che sia insieme divino e umano.
Sogno che si possa donare tanta tenerezza a tutti,
una tenerezza che sia così divina, pur uscendo da un cuore umano,
da non portare con sé fatalmente il disordine dei sensi.
Perché, padre, non è possibile amare ardentemente e insieme con purezza?
Crede che sarebbe realizzabile?
Se ci provassimo prima noi
e poi insegnassimo a tutte le piccole sorelle a dilatare il cuore?
Per quale motivo, per il fatto di essere religiose, dovremmo chiudere il cuore
anziché aprirlo di più. Non solo nel fondo, ma nell’espressione?
Le assicuro che il mondo ha bisogno di amore.
Vorrei potere amare tutti gli essere umani del mondo intero.
Vorrei mettere una scintilla di amore in ogni angolo del mondo:
in Egitto, in Brasile, presto in Giappone.
Basta una scintilla ad appiccare incendi nei boschi della Provenza.
Perché non dovremmo creare bracieri nel mondo intero?
Passando a Saint-Fons ho visto tutte le ciminiere delle fabbriche
e ho pensato che un giorno vi manderò delle piccole sorelle.
Passando a Péage de Roussillon,
ho visto il quartiere operaio delle fabbriche del Rodano
e ho pensato che anche là manderò delle piccole sorelle…
Padre, ci vogliono dappertutto focolai di amore!...
Parigi, 21 ottobre 1947
[Magdeleine, Il padrone dell’impossibile, PM, Casale M. pp.199]
Dove siamo!
Il notro Eremo
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Aggiungo qui, per riconoscenza, una parte dell'email ricevuta, che mi ha stimolato a una risposta (che qui integro ulteriormente), che c...
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Conosciamo il travaglio che la trasmissione di Fazio e Saviano ha, fin dai suoi albori, vissuto. Tanto è stato scritto e molto a sproposito....
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Leggo su Repubblica.it di oggi: Lucca dice basta ai ristoranti etnici. Il nuovo regolamento del Comune (guidato da una giunta di centrodest...
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...Storia di Gesù …i discepoli di Gesù, quelli che più da vicino ne avevano condivisa l’avventura del giovane maestro che percorreva i senti...
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Nel frattempo continuo a ricevere (finalmente) delle email che riporto con le risposte anche qui (al posto del nome ci sono gli ***) così po...
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Racconta Simpliciano in Minima episcopalia che, promosso vescovo del minuscolo resto della mitica Atlantide, al fine di esiliare ai confi...
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Una bella bufera non c’è che dire, quella sui preservativi e c’era da aspettarselo… anche perché di una cosa si è certi ancora una volta si...
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Sembra che qualcuno dopo la condanna per corruzione del signor (si fa per dire) Mills, stia gridando alla persecuzione e giochi a fare la v...
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Rembrandt, Il cantico di Simeone , 1668-1669, Stoccolma, Nationalmuseum E' curioso come la pittura, arte visiva per eccellenza, abbia ...
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Se qualcuno ha delle foto e vuole mandarmele, farà cosa molto gradita! Indirizzo email e postale, nel profilo dell'Eremo. Grazie! NB: T...
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