Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta memoria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta memoria. Mostra tutti i post

venerdì 11 dicembre 2009

Tra menzogna vera e verità bugiarda

Una cosa non capisco, perché le parole di un bos come Filippo Graziano devono essere vere? e quelle di un bos come Spatuzza devono essere false? (Il fratello di Filippo, Giuseppe si è avvalso del diritto di non rispondere: mica scemo intanto già parla per lui il fratello e così lui non rischia, nel confronto, di contraddirlo).

Se qualcuno mi sa dire a partire da quale logica si traggono certe conclusioni... Notare che non ho sottolineato che uno figura pentito e gli altri no... Anche immaginandoli tutti pentiti o tutti non pentiti (non credendo cioè al loro pentimento) con quale logica uno può affermare che gli uni dicono il vero e l'altro lancia solo calunnie? Dal pedigree?

E allora con che diritto si afferma che "Graziano smentisce Spatuzza" e non invece che "è Spatuzza che aveva smentito" con le sue precedenti dichiarazioni Graziano? Chi parla per ultimo ha ragione?

Con quale logica si decide chi ha ragione? A rigor di logica? nessuna! Fatti ci vogliono, fatti e non parole... e perché i fatti si trovino è necessario che la Magistratura sia lasciata in pace di cercare le prove...

Perché altrimenti, il sospetto, verso chi tira l'acqua al proprio mulino, è che si voglia nascondere una verità scomoda...

Fino a questo punto infatti, una persona logica, prendendo carta e penna per aiutarsi nel ragionamento, riconosce almeno cinque ipotesi:
  1. Spatuzza dice il vero, Graziano altrettanto...
  2. Spatuzza mente, Graziano mente...
  3. Spatuzza mente, Graziano dice il vero...
  4. Spatuzza dice il vero, Graziano mente...
  5. Spatuzza in parte mente e in parte dice la verità; Graziano idem...
La prima è da scartare perché le versioni sono contradditorie: non è possibile che entrambi dicano la verità!

Restano le altre quattro. Esse aprono a diverse possibilità o "scenari" e tutti rispondono alla seguente domanda: Perché ciascuno dice quel che dice? (e non dice quel che non dice?). Vediamoli.

Primo scenario: Spatuzza e i Graziano agiscono ciascuno per proprio conto. Uno vuole solo salvare la pelle, gli altri l'onore: in questo caso, entrambi potrebbero mentire! Questa ipotesi però mette Spatuzza in una situazione delicata, come diremo sotto (Terzo scenario).

Secondo scenario: Spatuzza finge di essere pentito e d'accordo con i Graziano dice cose che lanciano un avvertimento "a chi loro sanno"... Una volta il messaggio passato e avutone indiretta conferma (attraverso le dichiarazioni - pubbliche o private - dei destinatari) i Graziano rimettono le cose a posto (per ora) in attesa che le conferme a parole, diventino fatti... In questo caso Spatuzza pur mentendo (di essere pentito) dice il vero e ovviamente Graziano mente confermando la verità di non essere pentito.

Terzo scenario: Spatuzza è veramente pentito e mente, Graziano non è pentito ma dice il vero. Per valutare questa ipotesi bisognerebbe sapere perché un pentito mente rischiando ancor di più sulla propria pelle: non solo si rende odioso nei confronti dei Graziano, ma anche verso quello Stato a cui chiede protezione. Come minimo oltre a perdere lo status di pentito, si becca qualche anno in più per diffamazione e si espone (ancor più facilmente senza la protezione dello Stato) alla vendetta dei Graziano. Resta da chiarire la posizione dei Graziano: da quando in qua un mafioso che si ostina ad esserlo, diventa così "collaboriativo" verso lo Stato dicendogli la verità?

Insomma in ogni caso, lo scenario non è tra i più rosei...

Al lettore di scegliere la soluzione più logica che comunque va confermata da riscontri oggettivi.

Appare evidente però che le dichiarazioni di coloro che affermano che Spatuzza mente sono un'altrettanta menzogna, che non solo non ha riscontri nella realtà, ma non regge a un minimo ragionamento logico...

Solo i diretti interessati, che evidentemente conoscono la verità, hanno il diritto di affermare che Spatuzza mente, ma devono farlo con argomenti che vadano al di là della semplice (legittima) presa di posizione e sappiano farlo in modo argomentato e fondato.
Anche a questo serve la Magistratura, altrimenti tutto resta sull'opinabile e il minimo che si può fare è sostituire la forza della verità con la forza del potere (che si traduce in potere della forza)... che guarda caso è propria della "logica" mafiosa!

giovedì 22 ottobre 2009

Distrazione

Mentre qui da noi si spera nel superamento della crisi, nello "scoprire" di che colore sono i calzini di un giudice o cercare immunità più o meno varie, in altre parti del mondo (volutamente ignorati dai mass media) si continua a soffrire veramente in modo indegno:
  1. Devastante carestia in Kenya (leggi qui) e paesi limitrofi che sta portando alla morte milioni di persone;
  2. In Congo si continua a morire per la guerra civile (leggi qui);
  3. L'assordante silenzio sul genocidio ancora in atto in Darfur (leggi qui) di proporzioni inimmaginabili;
  4. Le altre 24 guerre/guerriglie esistenti tuttora nel mondo che non sono Afghanistan ed Iraq (leggi qui).
Ognuna di queste catastrofi, porta con sè oltre che i morti, tanta sofferenza che spinge molti sopravvissuti a lasciare, loro malgrado, tutto quello che hanno (familiari e casa) per intraprendere i cosiddetti "viaggi della speranza" verso i paesi più ricchi con quello che poi veniamo a sapere sui giornali sotto forma di barcone o immigrato irregolare.

Con questo non voglio gettare discredito sul nostro mondo ma soltanto riflettere più ampliamente e in profondità che tutto quello che noi vediamo e giudichiamo, a volte nasconde problematiche e gridi d'aiuto che non immaginiamo nemmeno...

Se eravate nati in quella parte del mondo, cosa avreste fatto? Avreste affrontato il viaggio da immigrati clandestini o rimasti nella terra natia a morire?
Nessuno dei paesi cosiddetti ricchi comprende che aiutare questi paesi non è un'azione benefica che va fatta per sentirsi bravi o da considerare (peggio) come una perdita di soldi... bensì un investimento ed un dovere morale altissimo affinchè OGNUNO e non alcuni "fortunati" possa vivere umanamente la propria vita.

lunedì 2 giugno 2008

Totalitarismi: la strage di Tibhirine

Riporto per intero un articolo apparso sulla "La Stampa" di oggi...

Padre Armand Veilleux si sveglia ogni mattina alle quattro. La prima preghiera lo attende nella grande chiesa di pietra grigia, spoglia, affondata in un parco ricchissimo di alberi e fiori. Tutta la cadenza della sua giornata è scandita da regole scritte quattordici secoli fa. In questa abbazia di monaci trappisti, vecchia di centosessanta anni, padre Armand conduce la sua ricerca solitaria, lenta, faticosa, in certi momenti disperante, su Tibhirine. Lì, in quel monastero ai piedi delle montagne dell’Atlante, in terra algerina, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette confratelli furono sequestrati da un gruppo islamico. La morte dei prigionieri fu annunciata circa due mesi dopo. Lui era presente a quei funerali, chiese con insistenza di aprire le bare per l’ultimo saluto ai monaci e, tra l’imbarazzo e i balbettamenti delle autorità, scoprì che le casse di legno lunghe due metri non contenevano alcun corpo ma solo sette teste. Era la prima menzogna ufficiale che affiorava. Con un retroscena inquietante. Spesso erano le forze regolari che seguivano quella macabra procedura, per dimostrare ai loro ufficiali che la battaglia si era conclusa con l’eliminazione dei nemici, e per avere un indennizzo proporzionato. La prima menzogna era stata anticipata nelle settimane precedenti da svariate ambiguità e soprattutto sarà seguita negli anni successivi da altre falsità, contraddizioni sfacciate, reticenze, che hanno costruito un autentico e compatto muro di gomma attorno a quel massacro. Preceduto alcuni mesi prima da una lucida profezia di padre Luc, una delle vittime, incontrata da padre Armand in visita a Thibirine: «Se ci succederà qualcosa sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari». L’Algeria dal 1992 era precipitata in una spirale di guerra civile che produrrà duecentomila morti, nella quale era e sarà sempre più difficile vedere il confine tra i due schieramenti. Qui, in questa abbazia dove si erano installate le truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, e vicino alla quale Hitler aveva un suo bunker, approdano da anni lettere, telefonate, confidenze verbali di laici e religiosi che cercano di ricostruire i fatti di quella notte ai piedi dell’Atlante, una delle vicende più torbide e complicate che attraversa la cronaca europea degli ultimi quindici anni. Da questo confessionale anomalo, sperduto nella campagna belga, nel 2003 è partita la prima ed unica denuncia al Tribunale di Parigi, per indagare sulla morte di quei sette cittadini francesi. E’ firmata dai familiari di una delle vittime, padre Christophe Lebreton - settimo di dodici figli, ex sessantottino, che abbandona rapidamente Marx e Lenin e diventa monaco nel 1974 - e da padre Veilleux. Quella denuncia ha interrotto il sonno della giustizia in Francia e ha stimolato due testimoni, molto diversi tra loro, che più di altri, lentamente, corrodono quel muro di gomma. Il primo, Abdelkader Tigha, ha lavorato con la Sicurezza militare, era sottufficiale presso il Centro di ricerche e investigazioni di Blida, ed era fuggito in Siria dopo gli avvertimenti ostili dei suoi superiori. Aveva chiesto protezione ai colleghi francesi, ma senza successo. Era entrato in scena pubblicamente alla fine del 2002, con una intervista clamorosa al quotidiano Liberation. Raccontava che il 25 marzo due furgoni erano stati approntati all’interno della sua caserma per la spedizione al monastero. I veicoli erano rientrati la notte tra il 26 e il 27. «Credevamo a un arresto di terroristi. Invece erano stati arrestati i monaci. Furono interrogati da Mouloud Azzout, braccio destro dell’emiro Zitouni. Due giorni dopo lo stesso Azzout li conduceva sulle alture di Blida e poi alla base dell’emiro». Questa testimonianza diretta, dall'interno, smontava la versione ufficiale subito adottata e caparbiamente mantenuta dalle autorità algerine. Per loro tutto il quadro era semplice e chiaro. Djamel Zitouni, il capo dei gruppi islamici armati a quell’epoca, aveva rivendicato il sequestro con un comunicato, successivamente in un altro comunicato aveva annunciato l’uccisione dei prigionieri. E dopo poche settimane dai funerali anche Zitouni, un ignoto venditore di polli elevato rapidamente ai vertici dei gruppi islamici, senza esperienza politica e senza preparazione religiosa, era stato ucciso. Cioè eliminato bruscamente dal gioco. Con il passare del tempo sempre nuovi dettagli hanno dimostrato che Zitouni era in realtà un infiltrato dei servizi segreti, che aveva fatto deragliare disastrosamente quel sequestro su commissione.Oggi Tigha ha ridotto le sue affermazioni pubbliche. Vive in una specie di limbo, in Olanda, dove la giustizia dice che ha diritto all’asilo politico, mentre la polizia dello stesso paese vuole espellerlo. Intanto gli algerini continuano a richiedere con insistenza, e con vari pretesti, la sua estradizione. E il suo esilio ha seguito un percorso tortuoso, toccando Damasco, Bangkok, Ginevra, Amman, Amsterdam, Bruxelles, con scali virtuali a Mogadiscio e Kuala Lumpur, attraverso carceri, ambasciate, chiese, caserme, aeroporti, ministeri, studi legali, uffici dell’Onu. Parallelamente sua moglie, rimasta in patria, ha trovato in casa decine di foto con abitazioni incendiate o distrutte, candele accese, e ha cominciato a ricevere minacce, telefonate mute oppure cariche di oscenità, secondo un copione convenzionale. Varie Ong si interessano ormai alla sua vicenda.Solo la giustizia francese per ora lo ignora. Ma l’avvocato che ha presentato la denuncia della famiglia Lebreton è convinto che il disertore può dire molte cose sui misteri di quella notte. Certo Tigha non è un santo, e i nobili principi della verità e della giustizia forse non sono al primo posto nelle ragioni della sua fuga. Ma se il giudice francese non lo interroga sarà l’avvocato a chiedere l’interrogatorio, innescando un meccanismo che renderà pubbliche le contraddizioni di Algeri, e mostrerà l’imbarazzante lentezza investigativa del Tribunale di Parigi. Tra le contraddizioni documentate e protocollate emerge la testimonianza dei militari algerini su una operazione del 24 novembre 2004, nelle montagne attorno a Bougara, dove in una base degli islamici erano stati trovati documenti appartenenti ai monaci, descritti in tutti i particolari. Ma in un’altra deposizione gli stessi documenti, sempre descritti con gli stessi dettagli, risultano trovati invece nella zona di Medea, già nel maggio 1996, ben otto anni prima, raccolti in una busta di plastica.Il secondo testimone invece fino ad oggi è rimasto in ombra, anzi nella lunga lista dei sessanta nomi che potrebbero aiutare la giustizia, lui nemmeno compare. Non ha precedenti con i servizi segreti, è francese, ha una solida reputazione. A lui gli algerini non potranno rispondere con gli insulti e le minacce che riservano ai loro disertori. Questa persona ha già confidato privatamente, a interlocutori diversi e autorevoli, che i monaci furono uccisi dalle forze regolari algerine. Anche lui racconta, in dettaglio, che la responsabilità della uccisione ricade, come l’iniziativa del sequestro, sulle autorità militari di Blida. Conferma che certo in quella città c’erano gli esecutori materiali, mentre gli ordini erano arrivati dai vertici della onnipotente Sicurezza militare. Insomma i monaci erano stati coinvolti in un finto sequestro, come quello già avvenuto con i tre personaggi del consolato francese ad Algeri nel 1993, per mostrare all’opinione pubblica internazionale che l’Algeria era gravemente minacciata dagli islamici, ma che le autorità locali avevano i mezzi per reagire. Quella volta i prigionieri furono liberati tre giorni dopo, sottratti ad ogni assedio mediatico, e mandati rapidamente in missione in un posto sperduto dell’oceano Indiano. Ma nonostante queste precauzioni le ricostruzioni ufficiali dell’episodio avevano mostrato subito contraddizioni e vuoti di memoria. Anche per i sette monaci tutto doveva concludersi felicemente e in fretta. Il generale Philippe Rondot, ai vertici delle Sicurezza francese, si era trasferito subito nella ex colonia, forte dei suoi rapporti personali con il generale Smain Lamari, ai vertici della Sicurezza militare locale. Due anni prima proprio Lamari, con una soffiata decisiva, gli aveva consentito di catturare il terrorista Carlos, di compiere l’operazione più brillante della sua carriera, guadagnandosi la Legion d’onore. Rondot aveva subito rassicurato fiducioso l’arcivescovo di Algeri che il sequestro sarebbe finito in pochi giorni. La Chiesa cattolica aveva reagito con dolore e cautela dopo il massacro di Tibhirine, ripetendo ai suoi rappresentanti in quel paese islamico, ormai sconvolto dalla guerra civile, «Sia fatta la volontà di Dio, preghiamo». Altri religiosi e religiose erano già stati uccisi. Padre Armand allora era il Procuratore generale dei cistercensi, accolse l’invito della gerarchia, ma non in modo passivo. Aggiunse a quella direttiva le parole pronunciate dalla madre di un giovane nero ucciso in Sudafrica ai tempi dell’apartheid: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare». Diventerà la sua linea di comportamento nella ricostruzione dei fatti, nella ricerca della verità, in segno di rispetto umano per i suoi confratelli. E conoscerà presto l’ostilità felpata del potere quando l’ambasciatore francese ad Algeri gli dirà: «La Francia aveva chiesto ai suoi concittadini di lasciare questo paese. I vostri monaci, come altri missionari, sono rimasti, per ragioni che noi comprendiamo e stimiamo. Ma quando succede un evento sfortunato come questo entrano in gioco imperativi che non sono più di vostra competenza». Nella abbazia di Scourmont tutti osservano la regola del silenzio. E il silenzio parallelamente è stato scelto dalle autorità di diversi paesi in questa vicenda. Tibhirine in lingua araba significa «giardino». Nonostante il nome poetico del luogo, e la vita pacifica di quei monaci, da lì si snoda una vicenda opaca, brutale, rocambolesca, nella quale si concentrano alcuni elementi inquietanti e ricorrenti della cronaca recente: la guerra civile, il terrorismo islamico, le alleanze tra servizi segreti, la reticenza dei governi, l’indolenza della giustizia, e l’arma sempre più diffusa ed efficace dei sequestri che dall’Algeria si è poi allargata in maniera contagiosa all’Iraq e all’Afghanistan. C’è anche il suicidio di un giornalista francese, Didier Contant, in appendice alla vicenda dei monaci. Si era recato dalla moglie di Tigha per raccogliere informazioni, più o meno nei giorni degli avvertimenti con le foto delle case bruciate e con le candele accese. Rientrato a Parigi si gettava, ufficialmente, dal sesto piano. Prima di quel giorno avrebbe confidato ad alcuni amici: «Ho l’impressione di aver messo i piedi in una storia che non riesco a controllare». Padre Armand oggi è l’abate di Scourmont. La sua ricerca della verità in certi momenti sembra fare un passo avanti e tre indietro. Per lui è attuale quel messaggio di sant’Agostino, figlio illustre della terra algerina, per il quale è più facile raccogliere l’acqua del mare in una buca che comprendere il mistero della fede. Anche la notte di Tibhirine dopo dodici anni resta un mistero. Ma c’è un’altra dimensione nella fatica di conoscere. L’abate di Scourmont è nato in Canada, ha fondato monasteri in Africa e in sud America, richiama un personaggio simbolico della letteratura francese, appare come un nuovo conte di Montecristo trasferito in un contesto metafisico, in un carcere impalpabile, quello appunto dei segreti di stato, dove scava il suo tunnel. Lui sorride ricordando una notte in autostrada, mentre andava in Francia, con una pioggia violenta, e un’auto lo tallonava a fari spenti con insistenza. Un episodio simile lo attendeva a Ciampino, quando scese dall’aereo e andò a noleggiare una vettura. Un’auto bianca lo seguì ovunque, anche al parcheggio, fino a quando si fermò in una piccola strada di Roma. E l’elenco degli episodi strani può continuare. Sembra un film di spionaggio di terzo ordine. Dice con semplicità: «Ho costruito un itinerario per conoscere la verità, sto attento a quando compare un nuovo elemento». Lo aiutano le preghiere e una padronanza strepitosa dell’elettronica. Tutta l’abbazia, per sua volontà, è collegata a internet senza cavo, come le migliori università e certe grandi aziende. I sette di Tibhirine non erano uomini persi in una dimensione mistica, di pura contemplazione, staccati dalla realtà del mondo. Padre Luc, il decano, aveva alle spalle una vita di oltre ottanta anni, era un medico, aveva conosciuto i campi di concentramento tedeschi, poi nel 1947 era arrivato in Algeria, era stato preso in ostaggio dai guerriglieri ai tempi della guerra anticoloniale contro i francesi, per mezzo secolo aveva curato i suoi pazienti algerini, gratuitamente, senza fare distinzioni di sorta. Padre Christian era il priore, figlio di un generale francese, lui stesso era stato nell’esercito per oltre due anni durante la guerra di indipendenza, disegnando con la sua scelta di vita religiosa una parabola simbolica dalla violenza alla integrazione, verso la stessa popolazione prima oppressa. Padre Celestin anche lui era passato attraverso la guerra coloniale, e aveva curato un partigiano che i suoi superiori invece volevano giustiziare. Poi aveva lavorato in Francia, aiutando alcolizzati e prostitute. Al monastero chiamavano «fratelli della montagna» i guerriglieri islamici, e «fratelli della pianura» i gendarmi e i soldati. Per tutti valeva il divieto di entrare in quel luogo di preghiera con le armi addosso. E da anni nel terreno dei religiosi la gente della zona aveva potuto costruire una moschea. Era la linea di neutralità del monastero, mantenuta anche dopo la guerra civile iniziata nel 1992. E questa scelta aveva guadagnato a quegli uomini stranieri, rappresentanti di una religione diversa, il rispetto e la confidenza degli algerini.Nel febbraio 2006, decimo anniversario del massacro, l’allora ministro degli interni Sarkozy andò in visita a Tibhirine per ricomporre i rapporti tra i due paesi, ben sapendo che quel luogo rappresentava e rappresenta tuttora un momento di imbarazzo e di ambiguità reciproca, e per ricavare qualche beneficio nella imminente campagna elettorale. Era accompagnato da un massiccio schieramento di forze lungo il tragitto, come se la minaccia islamica fosse sempre incombente. Aveva riletto in pubblico il testamento di padre Christian, il priore del monastero, presentandosi come esponente della Francia repubblicana e laica. Il paese che, appunto, fino ad oggi non ha voluto conoscere i modi e le ragioni di quel massacro. Padre Luc, il decano del monastero, aveva lasciato una indicazione precisa. «Per la mia morte, se non sarà violenta, chiedo mi si legga la parabola del figliol prodigo e che si dica la preghiera di Gesù. E poi, se ce n’è, datemi un bicchiere di champagne». Per la musica aveva scelto una celeberrima canzone di Edith Piaf: «Non, je ne regrette rien - No, non rimpiango nulla».

giovedì 1 marzo 2007

La vita cristiana è memoria del futuro e non nostalgia del passato

Il coraggio è qualcosa di così essenziale alla fede-speranza-carità, che potremmo dire che dove c’è vera fede-speranza-carità c’è necessariamente coraggio… e al contrario la mancanza di coraggio è segno evidente dell’assenza totale, sì totale, della fede-speranza-carità infuse da Cristo.
Vi sembra un giudizio troppo temerario? Io non lo credo…
San Giacomo nella sua lettera (2,20) ci dice: “Ma vuoi renderti conto, o insensato, che la fede senza le opere è inutile?” e altrove (v 26) con più forza ricorrendo ad una similitudine dice: “come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”: dice proprio morta (nekra), non addormentata, assopita, accantonata, o qualunque altra parola che noi usiamo per illuderci che in fondo in fondo siamo ancora cristiani…
L’assenza del coraggio, necessario alla fede-speranza-carità per vivere nella storia e non nell’immaginario, porta necessariamente alla necrosi del dono di Dio! Non ci si salva senza la fede, ma la fede, se c’è, non resta con le mani in mano…
Questo pensiero è espresso, spesso in modo più sublime, ma senza tentennamenti anche dalle altre lettere apostoliche, e anche da san Paolo, che altro è infatti il cosiddetto “Inno alla Carità” di 1Cor 13 ?
Non è certo qui l’ambito per fare una “esegesi” del pensiero apostolico, quindi ci fermiamo qui nella breve digressione biblica… Ma basta osservare attentamente nella nostra vita concreta, che troppo spesso non di semplice debolezza si tratta, ma di messa in dubbio, qui ed ora, dell’efficacia salvifica di ciò che Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo…
In fondo in fondo, noi abbiamo un solo problema ed è questo: “Non crediamo veramente che ciò che Dio ha promesso all’umanità in Gesù Cristo, e che ha distribuito largamente nei santi di ieri e di oggi, possa compiersi anche in noi!”. E questo ci rende pavidi…
E siccome siamo pavidi e non osiamo agire, ecco che vengono sempre meno le possibilità di “verificare” nel quotidiano la potenza e la forza dello Spirito. La fede-speranza-carità ha bisogno di “segni”, per nascere, per crescere… ma così noi perdiamo la possibilità di essere “segno”, persino a noi stessi, della potenza dello Spirito di Cristo. È un circolo vizioso generato dalla paura che diabolicamente ci paralizza (cfr Ebrei 2,14). Ma “nell'amore non c'è paura” (1Gv 4,18).
Posso capire che non crediamo in noi stessi (troppo immediate ci appaiono le nostre incapacità e i nostri limiti), ma la fede non è credere in noi, ma credere nella promessa che ci viene da Lui.
Posso capire che abbiamo paura di sbagliare, ma essere resi capaci di chiedere e ottenere il perdono dovrebbe curarci dai meccanismi di un “io” che si pone a dio di se stesso, immaginandosi infallibile.
Posso capire ancora che a volte possiamo essere “stanchi di ‘lottare’, contro tutto e contro tutti”: ma solo la gioia del Signore, e non quella degli “altri”, è la nostra forza (cfr Neemia 8,10).
Resta il fatto che io personalmente, se una cosa posso rimproverarmi nella vita come missionario e come uomo, è quella di non avere avuto sempre abbastanza coraggio di rischiare fino in fondo, ma di essermi, come dire, fermato a metà, magari per non aver osato contraddire un fratello…
Credo che come missionari dovremmo avere più di coraggio nell’annunciare la fede e nel saperla incarnare nelle situazioni concrete alle quali il Signore ci invia…
Troppo spesso abbiamo “ricopiato” moduli religiosi nella difesa disperata di una “forma tradizionale” che oramai non dice praticamente più niente neanche là dove essa è nata, perché incapace di “informarne” l’esistenza. Semplicemente l’abbiamo esportata, come si esporterebbe qualunque altro prodotto occidentale, senza minimamente preoccuparci del contenuto di “vitalità” che essa ancora contiene. Esportata, come se avessimo voluto “prolungarne” la sopravvivenza. Il ragionamento, conscio o inconscio che sia, si potrebbe descrivere più o meno con questa espressione: “Visto che oramai, le cose da noi non ‘funzionano’ più, perché la società sta cambiando, portiamole altrove affinché possano sopravvivere”. Ci troveremmo in questo caso di fronte a una “missione”, più frutto del disagio di “inserimento nel proprio tempo” del missionario-religioso, che di vero “mandato” a “evangelizzare le genti”.
Un altro ragionamento ancora più subdolo potrebbe essere: “Questo modo di vivere ha ‘funzionato’ con me, perché non dovrebbe ‘funzionare’ anche per gli altri?”. In questo caso però, facendo confusione tra forma e sostanza, noi diventiamo annunciatori di noi stessi e non missionari del Vangelo di Cristo.
D’altronde, l’ho sempre affermato anche ai miei amici in Camerun, che, per quanto riesca a capirne io, nella modalità dell’annuncio cristiano che storicamente si è sviluppata in terra camerunese, (parlo di ciò che conosco!), c’è un’aporia, una contraddizione di fondo. Come è possibile infatti che schemi e mentalità “religiosi” o “carmelitani” che hanno “fallito” in Patria (come interpretare altrimenti il grido di allarme della Chiesa a “ri-evangelizzare” l’Europa? Senza parlare del crollo di vocazioni maschili e femminili…), possano avere successo altrove? Se il cristianesimo in Europa nella sue “forme tradizionali”, che pur ha generato fior di santi, nella Chiesa e nel Carmelo, è arrivato, non sempre per colpa sua, a una generale esaurimento della sua vena ispiratrice, che senso ha perpetuarne l’agonia?
Non esiste sapere umano che non si evolva nel rivedere e rielaborare le proprie conoscenze. Questo è vero nella formulazione teorica come nella sua attuazione pratica.
Tutta la Bibbia è un “rincorrersi” continuo verso il compimento della Rivelazione in Gesù Cristo… E una volta arrivato Gesù, il Messia atteso da secoli, la storia non si è fermata, anzi, Lui stesso ne ha dato come un’accelerazione, orientandola definitivamente verso la pienezza nel Giorno della sua venuta definitiva. Dove sarà pienamente manifesto ciò che ora è solo “immagine in uno specchio” (cfr 1Cor 13,12). E Dio sarà, finalmente, tutto in tutti.
Come è possibile allora, che ci sia tra di noi, chi vede soprattutto in un’epoca passata, nel suo linguaggio, nelle sue modalità espressive e organizzative, nel suo stesso modo di vestire, l’ideale di vita del cristiano? Certo non è un errore solo cristiano, si guardi ad esempio quello che sta accadendo oggi nell’Islam. Esso è figlio di un certo modo di concepire la storia e la religione che si “contorce” nel tentativo disperato di fermarne il cammino: ma è uno sforzo, grazie a Dio, destinato inesorabilmente a fallire. La storia si compirà, comunque, con o senza di noi. Guai a noi metterci di traverso al piano di Dio. Ne usciremmo stritolati perché voler fermare la storia è come voler fermare Dio stesso che ne è l’unico Signore (cfr Isaia 44,23). La memoria del cristiano, non è una memoria che continuamente è orientata al passato, come ideale di vita, la memoria del cristiano è una memoria del futuro: è una memoria in perenne ricordo della promessa di Dio.
Questa promessa è entrata nel mondo, in un momento storico ben preciso, e per questo lo studio-approfondimento e assimilazione dell’esperienza originaria di coloro che ci hanno preceduto in questo itinerario di fede resta fondante, ma subito questo ci deve proiettare verso un incontro che si compie necessariamente nel futuro della nostra storia. Nel futuro di Dio e non nel nostro passato, stanno le nostre vere radici, le tue e le mie!
Dobbiamo allora avere il coraggio di esporre con chiarezza alcune esigenze dell’annuncio cristiano.
Essere missionari vuol dire perpetuare in “terra di missione” una modalità di essere chiesa o annunciare, all’interno di una modalità necessariamente “provvisoria”, il Vangelo che è la persona di Gesù Cristo?
L’implantatio ordinis, vuol dire “traslocare” il carmelo italiano o trasmettere il carisma carmelitano?
Quanto scritto sopra dovrebbe in parte aiutarci a discernere le coordinate essenziali in un tentativo di risposta che possa costituire un itinerario concreto di “annuncio evangelico”.
Certo non penso che esista una sola risposta! Credo però che alcune cose siano oramai acquisite e facciano definitivamente parte del “sentire comune”.
I nostri confratelli africani (ma non solo: pensate a coloro che, in Italia, nuovi entrano nel carmelo e/o si accostano alla fede cristiana), hanno la sacrosanta missione di mettere in circolo i doni ricevuti dallo Spirito, nel dare forma nuova al cristianesimo e al carisma carmelitano senza necessariamente ricopiarne tout-court le “forme” storiche. È compito soprattutto di coloro che le vivono, discernere nello Spirito, come e cosa dal tesoro della Tradizione viva trarre “cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).
Nostro compito come missionari-confratelli è di accompagnarli in tutto questo, con occhi limpidi e gioiosi, compiacenti e misericordiosi, sapendo che, come lo è stato anche per noi, è nel balbettio della nostra vita, che la Parola di Dio ha saputo far sentire “al mondo” la sua voce.
Ecco questo è il coraggio che ci è chiesto nel mondo di oggi, senza aspettare che la Storia ce lo imponga.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter