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lunedì 18 maggio 2009

Per poterci ridire cristiani: La Missione "economica"

Gli articoli immediatamente precedenti («Il “conflitto” missionario»; «La missione “politica”»; questo su «La missione “economica”» e quello che seguirà «La missione “religiosa”», sono tra di loro strettamente connessi in quanto trattano da punti di vista diversi, ciò che è proprio dell’annuncio missionario: realizzare nella storia concreta quell’avvenimento di liberazione che, insisto, iniziato in Mosè, si compie in Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, e continua nei suoi discepoli.

Invito quindi il lettore a una loro lettura globale per una corretta comprensione sul “discorso” missionario nel quale necessariamente non potrò che essere più allusivo che esaustivo…

Abbiamo visto come le tre dimensioni del vivere umano (politico, economico, religioso) riunite nella figura storica del Faraone d’Egitto, esercitassero il loro potere di coercizione sull’uomo da cui Dio vuole liberarci. Si sarebbe dovuto parlare, se il tempo e lo spazio non fossero tiranni, anche di altri aspetti della vita sociale, come quello giuridico (cfr Salomone) e in-formativo in quanto la possibilità di “giudicare” e di “conoscere” e soprattutto di “creare” il giudizio e l’informazione, offrono l’opportunità di agire efficacemente per sé e di dominare l’azione degli altri condizionandola: lo spionaggio e la “manipolazione del sapere” (scuola, mass-media…) — per fare solo qualche esempio — trovano qui la loro funzione principale. Non è quindi la figura storica del Faraone, ciò da cui Dio vuole liberarci e tantomeno da queste dimensioni fondamentali dell’uomo storico, quanto piuttosto da una concezione e un esercizio “faraonico” della politica, dell’economia e della religione (e di ciò che ne permette il controllo).

Questi “poteri” tendono “naturalmente” a fondersi per “ricostruire” in qualche modo la tradizionale figura Faraonica, perpetuandola storicamente. Il valore della tradizione infatti non solo non è di per sé un valore cattolico, ma nasconde sempre in sé una non marginale ambiguità — se non aperto verso la speranza di un futuro di libertà donata — nel tentativo di restaurazione della schiavitù originaria.

Se non riusciamo a capire queste dinamiche, vano sarà il nostro vivere cristiano-missionario, in quanto questo sarà incapace di incidere efficacemente, in un vitale “conflitto evangelico”, per estirpare il male alle radici e il nostro annuncio si ridurrà a un “placebo” consolatorio, disincarnato e disincarnante e quindi sostanzialmente frustrante!

Devo ammettere che un autentico annuncio cristiano in ambito economico, risulta oggi alquanto difficile. Diciamo chiaramente che è ancora sostanzialmente “zona franca”, riservata agli specialisti del mestiere e gelosamente difesa dagli economisti di professione… Concretamente io ho trovato ben pochi articoli che trattino dell’argomento al di là della soglia “moralistica” e sociologica… Qualche libro emerge per la sua rarità. Soprattutto però quello che mi rattrista è che praticamente non esistono documenti del magistero della chiesa che affrontino il discorso senza richiuderlo negli angusti spazi di uno spiritualismo “caritatevole” storicamente impotente perché di fatto ininfluente sulle dinamiche strutturali del “sistema” economico… Nel frattempo noto che anche qui vale il detto che se non si vive come si crede, prima o poi si finisce col credere come si vive (cf Paul Bourget, Il demone meridiano, Salani Editori, Firenze 1956, p. 395). Pensare cioè che basti la dimensione “interiore” perché automaticamente venga coinvolta anche la dimensione storica (e viceversa!), porterà necessariamente a strutturare la propria dimensione “interiore” a partire dalle vicissitudini “esteriori”, vanificando l’annuncio evangelico… Nel migliore dei casi avremo allungato la lista dei martiri, senza però diminuire quella degli schiavi. Gli scandali economici anche all’interno dell’istituzione ecclesiale, prodotti spesso in tutta buona fede e con le migliori intenzioni, ci provocano a una risposta che vada oltre il giudizio etico e una spiritualità di fatto intimistica.

Il potere economico e le sue alleanze
Non credo che sia necessario essere dei geni per capire, attraverso anche i fatti di cronaca, come il potere economico oggi eserciti il proprio controllo su tutti i gangli della vita di un Paese (sia esso democratico o no): banche, imprenditoria, finanza e chi più ne ha più ne metta, è (il singolare è voluto), una vera e propria lobby di potere economico che agisce in solidum per influenzare a tutti i livelli la nostra vita quotidiana.
Non solo, anche se vincolata da norme legislative che ne obblighi rigorosamente la separazione di potere (USA), essa prende “direttamente” le redini del potere politico e cerca di sedurre quello religioso… La massoneria ancora una volta, trova proprio in questo connubio la sua ragion d’essere! Il che dovrebbe istruirci su quanto sia a dir poco ingenua l’analisi sul “conflitto di interesse” che viene fatta in Italia… Per arrivare ai vertici del potere politico, bisogna oramai essere, se non miliardari, amici di miliardari. E questo dappertutto: senza soldi, senza il sostegno di questo potere economico, non si va da nessuna parte e ancor meno si può fare politica e… costruire chiese!

La necessaria conversione culturale della politica e della teologia
E questo non è un problema di onestà morale, di morale della politica o dell’economia, ma è un problema “strutturale”, di sistema. E quindi, proprio perché strutturale e antropologico è un problema evangelico! L’errore “culturale” di base è che ci si è illusi che basti una “libertà politica” per essere automaticamente “politicamente liberi”… La verità è semmai un’altra: «Senza libertà economica, non c’è libertà politica»! Come la storia anche recente ci ha mostrato: La libertà politica della Germania orientale è stata comprata a suon di marchi al presidente russo M. Gorbaciov dall’allora cancelliere della Germania occidentale H. Kohl…

Il paradosso drammatico è sotto gli occhi di tutti. I governi davanti a una crisi economica immane, sono “obbligati” prima di tutto a salvare le istituzioni economiche (non solo bancarie) con i soldi delle tasse dei cittadini vessati dalle norme capestro delle stesse. Insomma, il prigioniero è “ricattato” a salvare il proprio aguzzino se non vuole morire di fame… e così ben satollo può servirlo meglio! E bastasse questo! L’impressione generale, al di là della dichiarazioni di circostanza, è che il potere politico di fatto non sa più che “pesce pigliare”: la crisi è inarrestabile qualunque sia il provvedimento preso… Oramai il “Moloc economico” ha sue proprie autonome dinamiche interne (anche il potere ha una sua “spiritualità”: cfr il “lievito dei farisei”) che stanno distruggendo i suoi stessi “creatori”… Non ci si illuda però, non siamo alla fine del potere faraonico dell’economia, ma semmai, come l’ormai classica Araba Fenice, stiamo assistendo a una fase di trasformazione per una crisi di crescita del “serpente” — ricordate il “serpente monetario”, antenato dell’euro? Nessuno allora pensò all’incredibile lapsus freudiano! — che lo porterà a “mutare” per esercitare meglio, così rinnovato, la propria influenza in ambito planetario… Peccato che la pelle da gettare sia quella di uomini e donne, vittime del dio Mammona.

A problemi nuovi, soluzione nuove!
Il potere economico, come ogni altro potere storico, ce lo troveremo fino alla fine della storia, sta a noi, sotto la guida dello Spirito del Vangelo di Cristo, farne uno strumento di vero sviluppo umano… I “resti umani” che continuano a trovarsi ai margini della vita — che dimostrano che le guerre “dichiarate” per la difesa dei diritti umani in realtà sono “combattute” per la difesa degli interessi economici — esigono un intervento che vada al di là di dichiarazioni di principio o delle esortazioni spirituali che fanno appello alla giustizia e alla norma morale di un’economia oramai sorda perché automa impazzito

Biblicamente stolta appare allora la proposta di tornare ad un passato, generatore degli incubi del presente, illudendosi che basti tornare ai vecchi sistemi (come ad esempio alla vecchia lira, o istituendo politiche protezionistiche) per risolvere le difficoltà generate dai nuovi (come la globalizzazione): sarebbe come voler tornare ai problemi di ieri per risolvere quelli di oggi! A strappi nuovi, ci vogliono pezze nuove… e bastassero solo le pezze! È l’otre che va cambiato ex nihilo se vogliamo che contenga il vino nuovo della Buona Novella che porti a una vera pace economica! E occorre fare presto prima che il Minotauro economico non si mangi, come già sta accadendo, le poche garanzie democratiche così duramente conquistate riportandoci a una forma ben più subdola di totalitarismo consenziente.
La crisi che stiamo vivendo dovrebbe aiutarci ad aprire gli occhi per stanare la struttura schiavizzante che oggi si perpetua nel mondo attraverso il “potere economico”. A tutt’oggi manca, passatemi il termine, una “presa della Bastiglia economica”… E speriamo che questo possa accadere senza mietere vittime…

Altro errore culturale è quello di pensare che basti essere “santi” per cambiare le cose: la cultura bi-millenaria europea che ha sfornato fior di santi, sta lì a mostrare che essi non hanno minimamente inciso sulle dinamiche strutturali di un’economia che si costruiva autonomamente contro l’uomo e quindi contro il Vangelo, anzi di fatto, inconsapevolmente ne hanno accentuato le potenzialità distruttive, quando non si sono alleati con esse… Perché?
Perché, per quanto assolutamente necessario e per certi aspetti primario, non è sufficiente parlare di giustizia economica e di difesa del povero o di conversione dei cuori perché di fatto “le strutture di peccato” cessino di esercitare il loro potere nefasto riducendo — come eleganti e moderni “forni crematori” — l’umanità in cenere… L’economia (e il denaro), nella chiesa (non solo cattolica), è trattata al più come strumento caritativo (elemosina, opere di carità, e ultimamente, fondi di garanzia presso le banche — queste banche! — per i poveri, ecc.), mai come possibilità di stravolgerne le stesse leggi che la regolano. In questo modo però essa diventa inconsapevole complice dell’istinto di autoconservazione del “sistema” economico-politico oppressivo, in quanto, perpetuandolo senza stravolgerlo, diventa di fatto un gigantesco “impianto di depurazione” dei “rifiuti umani” di un’economia disumanizzante, ne occulta il conflitto (cf l’articolo «Il “conflitto” missionario») e si evira della radicale novità evangelica di cui è portatrice. Le radici storiche possono trovarsi in una errata interpretazione della povertà evangelica di cui la massima espressione storica è una “fuga dal mondo” (fuga mundi) che si è tradotta oggettivamente in una “fuga dall’economia” che ha portato concretamente a “lasciare ad altri” la elaborazione e gestione delle dinamiche economiche mondane. È arrivato il momento di correggere questa visione strabica e dualista della vita cristiana anche in campo economico.

Anche oggi capita ogni tanto che qualche laureato in “economia e commercio” entri in convento o in seminario… Ebbene che fanno i superiori? Subito li mettono a capo dell’economato del convento o della diocesi, che non possono che gestire con i criteri economici stabiliti “da altri”… Nessuno si sogna ancora di costituire un gruppo di studio per cercare di mettere in discussione e rifondare le stesse leggi economiche su cui si struttura l’economia mondiale: forse perché poco “religioso”? Ma cosa c’è di più evangelico di liberare l’umanità dalle proprie schiavitù anche economiche?…

Prospettive nuove.
Se le dinamiche economiche si fondano sulla regole ferree di un bilancio finalizzato al profitto aziendale (sia essa banca, industria o… ASL!), sulla crescita costante del PIL di una nazione, sugli interessi bancari finalizzati all’esclusivo interesse delle banche (mascherato e giustificato dalle opere culturali e sociali delle stesse), ecc., a nulla servirà cambiare sistema economico e le norme legislative che lo regolano e ancor meno serviranno gli appelli del magistero “a non considerare solo il profitto”: È la stessa “matematica” contabile, economica, finanziaria, che va “ricreata”. Esistono oggi più sistemi matematici, si parla oramai di matematiche, di geometrie, perché non si parla mai delle contabilità? Sarà un caso che non esiste nemmeno linguisticamente il plurale? Si parla certo di economie: ma tutte hanno alla base gli stessi principi, quello che cambia sono semplicemente i “piani di attuazione”. Il problema umano, il suo grado di libertà (che non sia quello imprenditoriale), il suo grado di umanizzazione (che non sia quello consumistico), non entrano mai nel calcolo di bilancio di una azienda e tanto meno nella programmazione dei suoi investimenti!… Mammona non è il denaro, Mammona non è tanto l’uso che se ne fa, Mammona è il modo di crearlo, di capitalizzarlo e di contabilizzarlo!

In questa prospettiva, non basta la redistribuzione dei beni, non basta l’eliminazione del debito ai paesi poveri, non bastano tutte quelle azioni che per quanto necessarie e meritevoli nell’immediato, non mettono mai in discussione il principio base di questa forma di potere economico: l’uomo ridotto a merce in funzione del “pareggio di bilancio” il cui calcolo è funzionale al potere stesso! Ogni azione caritatevole non finalizzata a cambiare il sistema, serve soltanto a rianimare l’uomo — prolungandone l’agonia — in funzione del dinamismo della macchina economica mondiale e locale. In questo senso non basterebbe nemmeno un governo mondiale democratico che gestisca l’economia mondiale: è la stessa gestione della “casa comune” che va evangelicamente rifondata.

Una matematica cristiana?
Si parla giustamente, anche se non senza fondate obiezioni, di filosofia cristiana, di politica cristiana… ma, tanto per capirci, come mai non si parla di contabilità cristiana? Chi l’ha detto che due più due deve sempre fare quattro? Sempre? anche quando di mezzo c’è la vita dell’uomo? Anche quando questo sta portando allo sfascio le famiglie sempre più “frullate” da un ritmo lavorativo infernale? Nel bilancio di un’azienda perché non può essere contabilizzato il grado di “libertà” dei suoi operai? Perché non posso capitalizzare gli investimenti fatti per rendere più umano il posto di lavoro, la società stessa? La contabilità è un “artificio contabile”: basta vedere come i vari paesi calcolano il loro bilancio e come questo non corrisponda mai alle “verifiche” fatte da altri istituti finanziari (FMI, UE, WTO, Banca Mondiale, società di rating ) che a loro volta non concordano mai tra di loro… Infatti è per “convenzione” che si stabilisce ciò che è positivo e negativo in un bilancio! Le polemiche italiane sul “buco” in bilancio che cambia col cambiare di chi lo calcola, non sono solo un problema di colore politico del partito in carica: è un problema di “convenzione di matematica finanziaria”… Cos’è un punto, cos’è una retta, cos’è un numero? Sono pura convenzione! Quello che segue deve essere “coerente” alle premesse “indimostrabili” (altrimenti il sistema crolla perché “incoerente”) e crea e sviluppa “il sistema” sia esso geometrico, matematico, politico-giuridico (cfr la Costituzione), teologico, economico… Convenzionale è quindi il calcolo dell’inflazione (cfr il “paniere”) e del numero di disoccupati (quando si è considerati “disoccupati” è stabilito per legge e varia da paese a paese!)… Ma l’uomo non è una convenzione, non si può cambiare l’umanità per adattarla ai propri schemi mentali economici, occorre cambiare le convenzioni anche della matematica economica per adattarla all’uomo reale!

Una morale non funzionale al sistema!
Ancora… Come mai la morale cristiana che fino a ieri considerava “usura” qualunque interesse sul denaro ha cambiato parere? Posso ancora capire che uno paghi gli interessi per l’acquisto di beni non fondamentali, ma vi sembra cristiano pagare gli interessi per l’acquisto della prima casa? o per avviare una attività produttiva che dia lavoro a centinaia di persone? Perché non si ha più il coraggio di predicarlo? Le banche islamiche vietano ancora oggi gli interessi per i mussulmani… ebbene che fine ha fatto la coscienza critica della chiesa cattolica? Si dirà che con questo “sistema” non è possibile… E allora cosa aspettano i cattolici impegnati in campo economico — movimenti e singoli — a creare le basi per un cambiamento radicale? Il fatto che da tempo, da Gandhi in poi, la Buona Novella, anche in economia, si sia trasferita “altrove” non ci provoca?… eppure questa è la sfida del Vangelo, questa è l’utopia a cui soprattutto i discepoli di Cristo sono e saranno sempre chiamati! E anche questo è compito della missione per cui occorre trovare persone competenti. Se non lo facciamo, saremo corresponsabili di quello che accadrà… Peggio, se non cambiamo l’economia, sarà l’economia a cambiarci… e già lo sta facendo come ci mostrano gli scandali economici in cui anche movimenti cattolici sono stati coinvolti “in tutta buona coscienza” e lo dicono anche, aggravando su di sé il giudizio della storia!

E mi fermo qui, ma sarebbero ancora troppe le cose da dire: come non condannare un sistema che attraverso la Borsa manda in fumo i risparmi di tutta una vita solo per il gioco di un’economia affamata di liquidità? Come non mettere in discussione il totalitarismo autarchico delle Banche Centrali che agiscono al di fuori di ogni regola democratica? Come non giudicare iniqui i diritti (!) di “signoraggio”, per cui i cittadini pagano alle Banche Centrali la differenza tra la cifra scritta su una banconota e il costo effettivo per produrla, mentre dovrebbero esserne gli unici beneficiari? Come non capire che il “problema ecologico” ha alla radice un “problema economico”? e che se vogliamo disinquinare il pianeta dobbiamo prima di tutto cominciare a “disinquinare” l’economia? Contro tutto questo e ben altro ancora, non basta più modificare le norme, perché qui non si tratta più di cambiare le regole del gioco, qui oramai si tratta di cambiare il gioco!

Idee strampalate di un utopista visionario? Forse! A quanto pare però non sono il solo… Un esempio? Quello di Muhammad Yunus, insignito nel 2006 del Premio Nobel per la Pace (e non dell’Economia!). Uno tra i tanti e ancora una volta in ambito non cristiano:

«Provavo una sorta di ebbrezza quando spiegavo ai miei studenti che le teorie economiche erano in grado di fornire risposte a problemi economici di ogni tipo. Ero rapito dalla bellezza e dall'eleganza di quelle teorie [cfr sopra sulla “coerenza” del sistema].
[Poi], tutt’ad un tratto, cominciavo ad avvertire un senso di vuoto. A cosa servivano quelle belle teorie se la gente moriva di fame sotto i portici e lungo i marciapiedi?
(…)
Dov’era la teoria economica che rispecchiava la loro vita reale? Come potevo, al solo scopo di salvare il prestigio delle dottrine economiche, continuare a imbottire di chiacchiere gli studenti?»
(M. Yunus, Il banchiere dei poveri, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2004, pag. 14)

E allora che fece?
«Abbiamo visto come lavoravano le banche tradizionali e abbiamo fatto esattamente il contrario: loro prestavano ai ricchi, noi ai poveri; loro si rivolgevano agli uomini, noi alle donne; loro andavano in città, noi nei villaggi». (M. Yunus, a una conferenza a Milano, il 2 marzo c.a.).

Ecco, appunto, fare esattamente il contrario, come insegna anche Gesù con i suoi “ma io vi dico…”. Ma, solo per cominciare…!

venerdì 16 gennaio 2009

La Missione "politica" del cristiano

Nel post precedente scrivevo sulla natura intrinsecamente conflittuale dell’annuncio evangelico. Continuo il discorso, allora solo abbozzato, per allargarlo per quanto possibile ai vari aspetti del nostro vivere cristiano e del nostro lavoro missionario.

Per dare unicità al discorso dovrò necessariamente ripetermi, questo per aiutare a cogliere, in una comprensione più lineare, le intrinseche interconnessioni tra i vari aspetti del problema.

Come credo abbia oramai capito chi mi segue, ogni possibile tentativo di soluzione di un problema non può che partire da un lavoro di discernimento per capirne prima di tutto le dinamiche strutturali. Nessun medico somministra una cura senza una diagnosi adeguata e più la malattia rischia di essere mortale e più la diagnosi deve farsi precisa e profonda. I mali che ci assillano nell’oggi della storia, con il dolore che ci provocano, non se ne andranno certo lamentandocene, occorre che ciascuno con diligenza sappia fare una propria lettura il più possibile disincantata della realtà se vogliamo come comunità cristiana scioglierne efficacemente i nodi impedendo l’attuale riavvolgimento aggrovigliante della storia.

La figura del Faraone storicamente intesa, ci sollecita tangibilmente a una riflessione ulteriore su quelle dinamiche schiavizzanti e per questo antisalvifiche, che si oppongono all’azione liberante di Dio. Se la scoperta della struttura conflittuale dell’annuncio evangelico si impone con tutta la forza della sua evidenza biblica, nostro compito è ora di cercare di vedere come e a quale livello esso si situa cercando di coglierne le sue molteplici dimensioni storiche.

Questo conflitto — ripeto ancora — “è il perno su cui evolve tutto il discorso biblico (dalla Genesi all’Apocalisse); l’annuncio stesso della Salvezza; la ragione del Vangelo della Croce; il senso della storia… È la chiave di lettura fondante ogni altra pur necessaria analisi (politica, sociologica, economica, psicanalitica, ecc.) perché mostra la storia dal punto di vista di Dio, di come Dio la vive e ci propone di viverla.

Come sempre quindi partiamo da quel momento originario e inaudito dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento di liberazione che va dalla iniziale Pasqua ebraica alla “permanente” Pasqua cristiana…

Evangelizzare non è “eliminare” ma “detronizzare” (cfr Lc 1,52)

Sappiamo che il Faraone d’Egitto concretamente era la massima autorità non solo politica (e quindi militare e giuridica, in quanto ciascuna è longa manus di quella) ma anche “Sommo” motore economico e religioso. Il Faraone allora simboleggia, (perché sintetizza in sé), proprio tutte le forme fondamentali del potere schiavizzante da cui Dio-Padre ci vuole emancipare

Per ragioni di spazio noi ci soffermeremo soprattutto su tre di essi (potere politico, potere economico e potere religioso) lasciando alla capacità del lettore di allargare ulteriormente lo sguardo sui molteplici aspetti della vita umana.

Questi poteri seppur storicamente organizzati in vari modi, si sono via via, per così dire, “specializzati” e quindi fisicamente separati, ma non stupisce che ieri come oggi e come sempre sarà, si attraggano reciprocamente e si alleino (quando non riescano a ri-fondersi), senza troppo badare a divergenze ideologiche o distinzioni istituzionali, perché, in fondo, ciascuno di essi si nutre e si sostiene del potere dell’altro in quanto ognuno riproduce nel proprio ambito le stesse dinamiche totalizzanti del Faraone…

La Missione “politica” del Vangelo

Esempi storici in questo senso non ne mancano neanche oggi. Basti pensare al Sovrano d’Inghilterra — oggi a mio parere l’esempio più visibile — che oltre ad essere la massima figura politica è anche la massima autorità religiosa dell’anglicanesimo… È interessante notare che questo non avviene mai direttamente ma attraverso continue “mediazioni” sia in un senso (attraverso l’Arcivescovo di Canterbury) sia nell’altro (attraverso il Primo Ministro). Non dobbiamo allora lasciarci ingannare dall’apparente svuotamento di un effettivo potere operativo del Sovrano: infatti egli conserva intatto il proprio ruolo mediatore (e quindi politico-istituzionale) perché è attraverso la monarchia che il potere politico dell’esecutivo e il potere religioso-clericale esercitano sussidiariamente un controllo persuasivo sui propri membri… Il Sovrano diventa il perno istituzionale su cui si snodano i vari poteri e di cui nessuno può farne a meno… e naturalmente ogni “mediazione” ha un prezzo, se non altro nell’accettazione da parte degli altri poteri del “potere di mediazione”…

Questo schema, a mio parere, sostanzialmente autoreferenziale, non è contraddetto negli Stati repubblicani moderni, anzi… Il Capo dello Stato infatti coagula in sé una tale “densità istituzionale” da autoproporsi non solo come punto di riferimento alla coscienza collettiva ma ne incarna oltretutto ogni suprema autorità morale e politica (e quindi è anche capo delle forze armate e suprema magistratura)… E solo apparentemente è svuotato di poteri, là dove sembra esserlo giuridicamente. In realtà il suo ruolo è così vitale al “sistema di potere” che sono previste procedure costituzionalmente rigorose perché il suo ruolo non venga mai meno. Per forza! È nel minore dei casi, la plaque tournante, lo snodo di scambi di ogni potere sia esso politico, economico o religioso. Senza di lui infatti, il castello crolla!

Da questo punto di vista non c’è alcuna differenza di fondo, tra gli atteggiamenti religiosi pubblici del potere “capitalistico occidentale” (da cui non si discosta nonostante le apparenze, il laicissimo spinto di alcuni Stati, come quello francese) e quello “collettivistico orientale” dell’ateismo di Stato di ieri e di oggi (Ex URSS e attuale Cina compresi). Entrambi sono una riedizione subdola del potere divino del Faraone applicato oggi allo Stato o all’idea di Nazione, che cerca così di appropriarsi, soggiogandola al proprio tornaconto politico ed economico ammantato di “patriottismo religioso”, di quella sfera specifica dell’uomo, essenzialmente orientata a custodire la propria libertà: la coscienza!…

Così il culto dell’immagine della personalità; la xenofobica devozione nazionalista; il controllo dottrinale di ogni notizia che non infonda ottimismo alla comunità nazionale; le depurate litanie delle comunicazioni mediatiche, insieme a una attuazione pianificata di una generale “analfabetizzazione culturale” (cfr le pseudoriforme della scuola italiana)… si inseriscono perfettamente in un progetto di trasformazione del consenso popolare in una sacrificale oblazione della propria libertà (coscienza critica) al processo di divinizzazione dello Stato, funzionale a sua volta a un programma faraonico (nel senso biblico sopra indicato) di “eternizzazione” del proprio potere…

Anche la molteplicità dei passaggi istituzionali nelle moderne democrazie non ci devono ingannare: sebbene siano osannati come un di più di libertà, in realtà concretamente essi sono funzionali al potere (istituzionale), in quanto servono a preservarne “discrezionalmente” (cioè a giudizio della potere stesso per la propria salvaguardia) l’effettivo esercizio e se fosse possibile quasi ad occultarlo facendo in modo che il “cittadino” non se ne accorga nemmeno. Il “cittadino” infatti si trova sempre più espropriato di un potere effettivo e prigioniero di meccanismi che oramai non controlla più, ammesso che li abbia mai controllati!

La diversa organizzazione storica dei poteri allora, non ci deve distrarre dal fatto che essa è funzionale a una propria migliore organizzazione, resasi necessaria alla propria sopravvivenza nell’accresciuta complessità della società e non è quindi funzionale a una conversione degli stessi poteri ad un autentico servizio dell’uomo…

Ecco perché nella moderna organizzazione dei poteri e la sua molteplice divisione, non ha mai portato a un effettivo guadagno di autentica libertà dell’uomo o nel migliore dei casi “dell’uomo che non sia anche suo cittadino” (perché “elettore”)! E non sto parlando solo dell’Italia, ma soprattutto di quelle democrazie reputate più “avanzate” perché altamente decentralizzate… Svezia compresa, che infatti grazie al suo premio Nobel, può permettersi di essere uno dei maggiori esportatori mondiali di armi…

Il cristiano dovrà pur chiedersi, senza cadere nel moralismo e nel legalismo, quale “meccanismo” abbia reso possibile una tale ipocrisia!

È sotto gli occhi di tutti infatti che nonostante siano passati tutti questi millenni e dall’epoca faraonica, sostanzialmente, non solo le strutture di fondo del potere non sono cambiate (e non potevano cambiare perché sempre dello stesso uomo si tratta), ma fino a quando non viene fatta propria la novità dell’annuncio evangelico ogni cambiamento strutturale del suo organizzarsi storico, a dispetto delle proprie mitizzazioni autocelebrative (“Noi siamo la più grande democrazia del mondo”; “La nostra cultura è superiore”, ecc.), non potrà che rendere ancora più impervio ogni tentativo di convertirlo al servizio dell’uomo nella sua integralità. Come la mitica Araba Fenice (l'uccello sacro dell’Antico Egitto) o come un più prosaico e moderno muro di gomma, il potere si trasforma in continuazione nelle proprie strutture con il solo scopo di sopravvivere a se stesso nascondendosi sempre di più ad ogni possibile effettivo controllo.

Ecco perché nel messaggio biblico, il Faraone resta una figura chiave, in quanto ci aiuta a smascherare le strutture perverse del potere, indipendentemente dalle sue forme storiche e a non cadere nell’orrore di riprodurle nel tentativo di liberarcene al di là di ogni nostra buona volontà.

Il nostro infatti non è un discorso che riguarda la moralità degli attori in esame, e ancor meno di un “complotto” (in qualunque modo lo si voglia chiamare), che oltre a essere conforme all’idea che pretende combattere (in quanto inventandosi un nemico “complotta sul complotto”), banalizza, moralizzandolo, l’annuncio evangelico che invece intende intervenire sulla conversione delle logiche profonde dell’agire dell’uomo che altrimenti inconsapevolmente ciascuno di noi riproduce nelle strutture che conduce o pretende riformare in meglio…

Per questo il missionario cristiano, oramai svegliato dal sonno (Rom 13,11) e vaccinato da ogni mitizzazione ideologica, vigila affinché ogni “movimento di liberazione”, a qualunque “credo” appartenga, non “riproduca” in sé le dinamiche del potere faraonico. Altrimenti non avremmo vera liberazione, ma soltanto un passaggio di proprietà da un padrone ad un altro… e si sa che l’ultimo è sempre peggiore dei precedenti perché impara dagli errori dei propri predecessori!

Da qui la preoccupazione biblica di avviare un itinerario storico con cui l’umanità possa progressivamente prendere coscienza che solo la logica della Croce può svuotare dal di dentro ogni coercizione del potere (statutario, economico, religioso). Il movimento missionario quindi non può che essere completamente disarmato e non-violento, con quella radicalità senza condizioni (cfr Mt 5,37: “Il di più viene dal Maligno”) che solamente la Croce di Cristo continuamente ci rivela.

Questo darà ai faraoni di turno e ai loro vassalli l’illusione di poter continuare tranquillamente il proprio sopruso, in realtà le fondamenta stesse della loro giustizia (cfr Mt 5,20 e Lc 22,26) sono minate alla base e il loro dardo non può che risultarne spuntato (cfr 1Cor 15,55ss). Il sonno tranquillo del potere è il sonno incosciente di chi non vede arrivare la propria fine: non stupisce che egli sia sempre inizialmente cieco dinnanzi ai cambiamenti della storia!

Per questo noi cristiani siamo chiamati a svegliare dal sonno anche coloro che si lasciano ammaliare dalle sirene dei Potenti (Gal 3,1) introducendoli attraverso la testimonianza dello Spirito alla consapevolezza piena che solo nel mistero vissuto dell’Amore crocifisso (cfr Gv 16,8ss) ogni uomo e ogni donna ritrovano la propria dignità piena al servizio della comunità…

Insomma se l’annuncio evangelico non si incunea in tutte queste dimensioni del potere mostrandone la contraddizione interna e accettando di subirne la reazione violenta, esso non potrà che esserne inconsapevole strumento (cfr i “falsi profeti” in 1Gv 4,1; 2Pt 2,1 e Lc 6,26)! È compito del lavoro missionario smascherarlo denunciandone la radicale contrapposizione all’annuncio di giustizia e di pace nuova portati da Cristo e dal suo Vangelo. (prossimo post "la Missione economica")

martedì 4 novembre 2008

Il conflitto cristiano e gli anticristi


Durante una riflessione sul “rinnovamento” di una coscienza missionaria cristiana, mi sono incamminato verso prospettive sempre più nuove che aprono a un’accoglienza ulteriormente dell’annuncio evangelico. Ancora una volta, ciò che è in gioco è il coraggio a lasciarci convertire fino al capovolgimento culturale del nostro modo di intendere e di volere come dice già Isaia 55,8: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie»…

Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…

Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…

Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.

Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»

Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflittoè” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.

È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.

Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…

Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.

Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!

La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…

Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).


Se l’annuncio missionario-cristiano non può non farsi carico di questa liberazione per cui Dio ci fa Apostoli, non solo non può impedire il conflitto, ma “deve” provocarlo! (Gv 7,7). Altrimenti non c’è evangelizzazione in quanto non si libera realmente e ancor meno si salva, ma si dicono parole e si compiono azioni che come pula, il vento della storia non potrà che disperdere (cfr Salmo 1), perché finiscono per favorire proprio ciò che si doveva eliminare. Tradendo così il proprio mandato!

L’azione di Dio invece, proprio perché “violenta” la struttura mondana del potere (anche religioso) senza riprodurla, estende la propria Paterna salvezza anche sui potenti che “costretti” a tornare umili (cfr “aborto” in 1Cor 15,8 e Mc 10,25), imparano la “grandezza” nella “piccolezza” trasformando la cecità del potere istituzionale nella creatività del servizio carismatico (Atti 9,8; 13,11; Lc 22,26; Mc 10,42)… Anche ai faraoni infatti è annunciata la liberazione (Es 3,10; 5,1; Mt 2,1ss; Lc 21,12ss) purché imparino a servire e non a farsi servire (Lc 22,26!); a non ridurre in schiavitù ma a liberare (Is 45,1ss)… Dopotutto, in ciò sarebbero in buona compagnia in quanto questo è proprio il “movimento” stesso di Dio che, in Gesù Cristo, da potente che era, “umiliò se stesso” … cioè, da potente si fece “piccolo”, “povero in spirito” (Fil 2,6-8; Magnificat; Beatitudini)…
Perché anche la pace di Dio, è una pace altra rispetto a quella che vuole offrire la logica del mondo dei faraoni (cfr Gv 14,27: «vi do la mia pace… non come la dà il mondo»)…

Possiamo capire allora con luce nuova quelle strane frasi del Vangelo in cui Gesù sembrano inneggiare alla guerra (Mt 10,34-36: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua»; Lc 12,51ss). Esse non hanno niente a vedere con una distinzione morale tra buoni e cattivi e ancor meno giustifica una blasfema “guerra santa”, ma sono una rivelazione delle dinamiche conflittuali che la reazione al suo annuncio mette in atto! Necessariamente! E questo conflitto evangelico è storicamente essenziale per alimentare in noi la speranza certa di un “mondo nuovo”! Non solo perché se c’è, vuol dire che la pasta sta lievitando (Lc 13,21), ma anche perché non si potrebbe essere altrimenti “felici nella persecuzione” senza alienarsi dalla storia! (cfr 1Pt 1,6-9; 3,14ss; 4,14; e anche la perfetta letizia francescana).

Come insegnano anche le Beatitudini (Mt 5,3ss; Lc 6,20) mostrando che la “logica” che presiede alla gioia evangelica (makàrioi in greco è molto più che il nostro “beati”) è determinata dalla presenza attuale (notare il tempo presente) in Gesù Cristo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28!) accolto solo dai semplici (Mt 5,3: i poveri in spirito: i non-faraoni), provoca i conflitti descritti dai versetti successivi (soprattutto 5,11)… Conflitti la cui soluzione è rimandata al piano di Dio (si noti il seguito con i verbi al futuro) ma che è già presente là dove il Regno è accolto: che “cieli” di 5,12 non sia l’aldilà ma la pienezza del Regno nel “cuore” di ognuno lo si evince dal confronto tra Mt 5,12 e 12,28! Anche per questo i verbi successivi al versetto 5,3 sono al futuro in quanto indicano progressione storica e non semplice rinvio nell’oltre della storia in un aldilà disincarnato.

Se capiamo questo capiremmo meglio anche “il Natale”, questo misto di luce e di notte, di gioia e di persecuzione, di piccolezza e grandezza, di ingenuità e malizia, dove la semplice presenza del Regno di Dio, sempre totalmente indifesa, ma non per questo non-conflittuale, scatena forze e dinamiche così ostili da sembrare sproporzionate (Mt 2,16; cfr anche l’azione non-violenta di Gandhi!)…
Altro che “dolce Natale”!… lo sarà per noi a cui è data la possibilità di vivere l’ebbrezza della libertà donata, ma per i nuovi Faraone-Erode e i nuovi Mosè-Gesù… lo scontro è appena cominciato… È nostro compito raccoglierne la sfida!

Il non farlo non sarebbe né “nobiltà d’animo”, né “carità”, né “buona educazione”; né “mitezza interiore”, né “vera lealtà e amicizia”, né “amore per la pace, la giustizia, il dialogo e la comunione”… Invece sarebbe “mascherata codardia”, “omertosa sottomissione”, “viscida adulazione”, “inconscio carrierismo”, vera “slealtà e inimicizia”, “subdola forma di disprezzo” complice di “guerre e ingiustizie”… Insomma “tradimento estremo di tutto il Vangelo” (1Cor 13,1-3)… In una parola nuovi-anticristi (1Gv 2,18; 2,22; 4,3; 2Gv 1,7).

sabato 15 settembre 2007

Una storia... "Infinita"!

Concludevamo il precedente articolo, affermando che la Missione della Chiesa consiste in un annuncio di liberazione che si attua nella comunione amicale con Gesù Cristo e con coloro che egli “associa a sé”, cioè con ogni uomo e ogni donna (cfr Matteo 25,31ss) che in quanto tali domandano una proposta concreta di cammino di liberazione (Provate a meditare in questa prospettiva la liberazione di Barabba descritta in Luca 23,18!)L’“annuncio” cristiano quindi che non è semplice annuncio verbale ma è concreta attuazione storica di itinerari praticabili di liberazione: e questa, dicevamo, è la forma storica, e quindi vera dell’Amore, almeno come ci è stato tramandato dalla Bibbia e dalla Tradizione.Questo “annuncio” di libertà è il luogo dove si fa sintesi di ogni verità e di ogni amore che non si riducano a “dottrina” astratta o a “sentimento” narcisista, ma diventano vita, senso-orientamento dell’esistenza di ogni persona perché è per ogni persona.Una “vecchia” enciclica del 1888 di Leone XIII che fin dall’inizio proclama solennemente che questa è la missione della chiesa, la dice lunga su quanto poco cammino, sia a livello teologico che pastorale, è stato fatto, anche nella chiesa, per attuare quello che è la ragione stessa della missione della chiesa nel mondo! Certo il documento è scritto più per contestare una certa visione non cristiana della libertà e al suo interno le argomentazioni e il linguaggio stesso sono più debitrici di una certa filosofia che di una meditata teologia biblica… Ma l’affermazione, certamente clamorosa per le orecchie diseducate di molti “spiritualisti” resta. Fin dall’inizio si proclama solennemente che “Gesù Cristo è il liberatore del genere umano” e che “missione della chiesa”, è “diffondere in tutto il corso dei secoli i benefici recati a noi da Gesù Cristo”(leggi) eppure di acqua sotto i ponti ne è passata da allora: c’è stato un Concilio, preceduto e seguito da un “risveglio” (evidentemente prima “dormivano”! cfr Matteo 25,5), degli studi teologici, biblici e liturgici oltre che una consapevolezza maggiore del ruolo di ogni componente della comunità ecclesiale all’interno della chiesa (laicato, episcopato, vita religiosa, movimenti, ecc.). Ci sono stati tentativi e deviazioni che hanno sollecitato altri interventi magisteriali, ma l’affermazione di fondo resta: “Il Vangelo di Gesù Cristo è un messaggio di libertà e una forza di liberazione”come cita il documento Vaticano Libertatis Nuntius del 1984 [1].

La “paura” di sbagliare non può soffocare in noi e nella storia umana, l’“annuncio di gioia” del dono della libertà attuato da Dio in Gesù Cristo a cominciare dalla “creazione” del popolo di Israele e che si attua e diffonde nella storia con la “creazione” continua del “popolo di Dio”…

Ma evidentemente non basta scrivere dei bei documenti o articoli per cambiare la storia, per cambiare la vita, occorre il coraggio della speranza perché “la proposta cristiana” diventi storia…E questo capacità di osare che spesso ci manca. Osare nel pensare e ripensare: giudizio. Senza dare per definitivamente acquisite le nostre conoscenze, senza voler trasformare ogni verità in dogma. Osare nell’agire storico: discernimento. Senza dare per definitivamente acquisite le nostre soluzioni. Perché la storia cammina, e dobbiamo camminare con essa e portare quell’annuncio di liberazione là dove l’uomo si trova.Osare nel “creare” la storia come Dio Padre sogna che essa sia per ogni uomo e ogni donna (cfr Luca 16,8: “poiché i figli di questo mondo, nella loro generazione, sono più avveduti-saggi-prudenti
[2] dei figli della luce”).Osare che è accettazione prima di tutto del rischio di sbagliare (Cfr la “Parabola dei talenti” in Matteo 25,14-30), e che ci dà la vera misura di noi stessi (umiltà: la paura di sbagliare rivela forse la nostra pretesa adamitica di volerci come Dio?). Ma che è anche rischiarci di proprio perché questo annuncio accada anche oggi, per l’uomo che incontriamo adesso, ora, come abbiamo “visto” in modo “paradossale” in Luca 23,18.È questa mancanza di coraggio che rattrista il cuore di Gesù e il nostro! Che ci impedisce di vivere una vera comunione col Padre, perché è mancanza di fiducia nella sua Parola, è indocilità all’azione dello Spirito e alla Loro proposta di vita nuova, di vita vera, di libertà autentica in un amore liberante. Per questo la nostra preghiera diventa illusoria, “monologo alienante”… È la nostra missione e il nostro annuncio “inappetibili” e incapaci di dialogo autentico.È davanti agli occhi di tutti il fallimento di un annuncio che non affascina più… Le chiese sono vuote e continuano a svuotarsi; le nostre liturgie sono “tristi”; i giovani sono spariti; le vocazioni languono; il matrimonio è in crisi e molto prima dei fatidici sette anni; la società è ridotta a mercato sempre meno equo e sempre meno solidale; le ideologie si pervertono in integralismi; le conversioni nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, sono spesso più illusorie che reali (le statistiche che sembrano mostrare una crescita quantitativa del cristianesimo non si parlano della loro effettiva consistenza: come mi diceva un teologo, “Non ci si converte, si trasloca” di religione!)…Invece di lamentarci che le cose non vanno più come una volta o come vorremmo. Invece che ripiegarci su noi stessi in una nostalgica, nonché sterile, riesumazione dei tempi che furono che non torneranno mai più, dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione il nostro modo di vita e il nostro stesso modo di pensare e interpretare la realtà e di “organizzarla”… Dobbiamo avere il coraggio di “rifondare” evangelicamente “il tutto”, che poi in realtà è un “tornare” al fondamento della nostra vita, della nostra libertà.Come le vergini avvedute-sagge-prudenti (ancora phrónimoi! cfr nota 2) del Vangelo (Matteo 25,2), se ci siamo ri-addormentati poco importa, ma ora lo “Sposo è arrivato” e il grido dell’umanità è assordante, è il momento di ri-svegliarci e senza paura, ora, “usciamo” per andargli incontro! ___________

[1] Scarica l'intero documento in formato pdf
[2] In greco Phrónimos. Espressione che allude alla lucidità nel cogliere la gravità della situazione e nella prontezza di darne una soluzione nella consapevolezza di vivere un momento storico decisivo (kairós) e il conseguente coraggio di arrischiarsi nel prendere delle decisioni. Phrónimoi dovrebbero dimostrarsi i discepoli di Gesù nel “lavorare” per il Regno (cf Matteo 10,16: il che ci dice quanto poco “evangelico” sia il nostro concetto di prudenza).

martedì 3 luglio 2007

La Libertà come Missione

Al lettore attento (e fedele) non sarà sfuggito che la prospettiva da cui parto in ogni articolo è proprio quella che è inaugurata dall’esperienza di Mosé descritta nel libro dell’Esodo.

Al lettore fedele (e attento) non sfuggirà che gli articoli che seguiranno, per il tempo e lo spazio che mi sarà dato, restando all’interno della stessa prospettiva, cercano di svilupparne il contenuto. E questo perché se il “libro” della Bibbia, come qualunque altro libro, va letto e sfogliato girando le pagine, pagina dopo pagina, per una sua “profonda” comprensione, dopo averlo letto e meditato, bisognerebbe chiuderlo e tenendolo chiuso metterlo come in controluce quasi a volerne attraversare con un solo sguardo tutte le pagine, quasi a domandarsi: “Qual è la “logica” che “attraversa” e tiene insieme tutte queste “pagine”?

Ci chiediamo quindi: "Qual è la “parola-azione” chiave che può “rivelare” tutta l’azione di Dio ivi descritta e il faticoso cammino dell’uomo nell’accoglierla?". Nello spazio che ci è dato proviamo a dare una nostra risposta, senza per questo escluderne altre… in fondo penso che ciascuno dovrebbe trovare la propria… Ebbene, penso che la “chiave” di comprensione sia data proprio dall’esperienza di Mosé descritta nel nostro libro dell’Esodo. Non intendo addentrarmi in una spiegazione scientifica (esegesi), o una lettura spirituale (lectio divina), “modi” certo indispensabili per un corretto approccio alla bibbia, ma vorrei cercare di capire la Logica che “presiede” a tutto il brano… e quindi a tutta la Bibbia, e da qui a tutta la storia della Chiesa e dell’umanità intera! Infatti se da un lato, esiste un’esigenza umana fondamentale di cogliere in unità le infinite connessione tra le “cose”, e questo non solo al livello scientifico: questa vita moderna, spesso parcellizzata e frantumata tra “le mille cose a cui tener testa”, esige ancor più che in passato, uno “sguardo” unificante e pacificante, che senza censurare la realtà nella sua complessità, cerca, con uno sguardo sul tutto, di cogliere il "progetto" unitario di Dio. Dall’altro, solo una “visione” di questo tipo, può dare piena giustificazione di tutta l’azione missionaria della Chiesa: solo se esiste un “progetto” del Padre sull’umanità intera, su “ogni uomo”, la missione non è proselitismo. Quello che appare dal libro dell’Esodo e che attraversa tutta l’esperienza credente descritta nella Tradizione biblica, è che Dio, “scende” in mezzo al suo popolo e lo libera attraverso il dono di una libertà nuova, attraverso il “dono della propria libertà”!La libertà infatti, contrariamente a quanto mi capita spesso di leggere in questo o quel libro o di ascoltare in discorsi più o meno impegnati, a me pare che, biblicamente parlando, non è mai la possibilità di scegliere tra il bene o il male, ma è invece la possibilità, che Dio solo può dare, di poter scegliere il bene per sé e per gli altri. È per questo che, “questa” libertà, come la manna nel deserto, ha bisogno di essere sempre rinnovata dal rapporto sempre nuovo di amicizia con Dio e con gli uomini. È una libertà che ha come fine la comunione-amicizia (Alleanza) con Dio perché essa è possibile solo in questa comunione-amicizia (Alleanza) con Dio: in quanto dono esclusivo di Dio, in quanto essa “è” Dio stesso.

A partire da Mosé quindi, storicamente, inizia una lunga pedagogia di Dio per insegnare all’uomo ad essere veramente libero. Questa pedagogia, senza concludersi, si compie definitivamente in Gesù Cristo… ed è in questo movimento di liberazione che si inserisce la missione della Chiesa fino alla fine dei tempi…

Prima dell’azione di Dio in Mosé e nel suo Popolo, nella storia dell’umanità, l’unica concezione di libertà consisteva nel tentativo per l’uomo di “diventare a sua volta” il “padrone di altri uomini” riducendoli in schiavitù… O cercare di diventare sempre più potenti per potersi sottrarre ad ogni forma di vincolo… In questa logica, solo colui che è “padrone del mondo” è un uomo veramente libero…L’idea stessa della divinità era quella di un essere che proprio perché esente da ogni vincolo, è somma libertà. Veramente libera quindi era solo la divinità. Non a caso la massima autorità politica (faraone, imperatore, re…), era anche “divinizzata” e quindi era anche autorità religiosa… Insomma, solo a partire dall’esperienza personale di Mosé, Dio, “somma potenza” e “somma libertà”, si “lega al suo popolo” e mostra storicamente come all’interno di questo legame (Alleanza), non solo non viene meno la libertà e la potenza di Dio, ma nasce la possibilità di ogni vera libertà umana: nell’“Alleanza” l’uomo acquista finalmente la sua dignità di uomo libero e Dio rivela pienamente la propria.

Siamo qui davanti a una inaudita visione della libertà, che mi sembra fino ad oggi non sia stata ancora pienamente recepita nella vita, nel linguaggio e nel pensiero comune e non solo cristiano: basta leggere qualche dizionario, anche specialistico, alla voce “libertà”…

Eppoi ci si stupisce che ancora oggi “le guerre” non solo non cessano ma sembrano aumentare di numero e di intensità…Da questo rapporto di comunione-amicizia-alleanza con Dio, scaturirà il Decalogo (letteralemente: “le dieci Parole-Azioni” e NON “i dieci comandamenti”), e da qui il culto con i suoi riti e le leggi del Popolo di Israele. Come memoria-dono, di una libertà sempre nuova… In questa prospettiva, fedeltà e libertà coincidono esistenzialmente. Sempre in questa prospettiva il peccato allora appare, non tanto come una “macchia sulla coscienza” o “colpa oscura”, ma come un rifiutare di percorrere un cammino di autentica libertà e voler “tornare in schiavitù”: rifiutare insomma di “diventare uomini”. Infedeltà, peccato, disobbedienza, rottura della comunione-amicizia-alleanza con Dio, sono qui “praticamente” sinonimi.

Questo dono di sé e della propria libertà di Dio all’uomo, attraverso un itinerario storico concreto, si scontra ben presto con la tendenza interna all’uomo di ridurre tutto alla misura della propria paura: nella storia di Israele, l’uomo scopre che gli ostacoli alla propria liberazione completa si trovano proprio nel cuore stesso dell’uomo (cfr ad es. il libro della Genesi) e questo è sorgente di continua sofferenza; a questo si aggiunge esteriormente la consapevolezza che la morte resta un ostacolo insormontabile per l’uomo e davanti ad essa sembra sbriciolarsi ogni “sogno” di libertà piena, ogni possibile attuazione della Promessa di Dio. Gli oracoli dei profeti si inseriscono proprio in questa drammatica lacerazione: nella presa di coscienza dell’impossibilità umana di autentica liberazione e nella “ostinata” Promessa di Dio di attuarla definitivamente. Sarà allora soltanto in Gesù Cristo che, facendoci dono del suo Spirito attraversando il “Mar Rosso” della morte, si renderà veramente possibile ad ogni uomo un cammino di liberazione capace di “passare attraverso” la morte esterna vincendone la paura interna…

Ma c’è, mi sembra, una ragione più profonda del fatto che solo in Gesù Cristo, Dio Padre, può attuare definitivamente quella Promessa di incamminare l’umanità in un itinerario di autentica liberazione. Se infatti, come ci mostra l’esperienza credente del popolo di Israele, la libertà scaturisce dalla piena comunione con Dio, solo Colui che è in piena comunione con Dio è veramente un uomo libero, capace a sua volta di essere sorgente di liberazione per coloro che si affidano a lui. E Gesù è da sempre in comunione con Dio in quanto è in perenne ascolto del Padre e non cessa di esserlo nemmeno davanti alla paura della morte. Se quindi senza difficoltà possiamo riconoscere che l’azione liberatrice di Dio nella storia inizia “cronologicamente” con Mosé e con la nascita del popolo di Israele, possiamo riconoscere che è là dove “concretamente” questa libertà si compie che essa trova la propria “sorgente storica”: e questo è ciò che accade in Gesù Cristo… Gesù Cristo infatti non è creduto “Figlio di Dio” e “Salvatore”, perché semplicemente, mi si passi il termine, “ce lo dice lui!”, ma perché con tutta la sua vita, coloro che lo incontrano, piano piano fanno reale esperienza, in una comunione di vita e di amicizia, di autentica liberazione: si scoprono già su questa terra (e non banalmente solo dopo la morte), “liberati”, cioè “salvati”…Gesù è “creduto” Figlio di Dio, perché i suoi discepoli, sebbene a fatica, riconoscono che in Lui si compiono le “gesta” che Dio ha compiuto fin dai tempi di Mosé. Fanno cioè, lentamente ma inesorabilmente, esperienza dell’Amore-Perdono di Dio in quanto Dio ama liberando! E la Comunità credente (Chiesa), definita tale per il suo rapporto di amicizia col Cristo, nel dono dello Spirito ne riceve continuamente in Dono (Agape) la sua Vita (Comunione) e la sua Libertà (Salvezza) (cfr 2Corinti 3,17). Questo diventa anche il suo “lavoro” e la sua “missione” nella storia.

In cosa consiste allora la Missione di questa “Comunità di amici di Gesù”, come io chiamo la Chiesa? Essa consiste semplicemente in un annuncio di liberazione che si attua nella comunione amicale con Colui che è libero e dona la propria libertà: Gesù Cristo appunto e coloro che egli “associa a sé”… Annuncio naturalmente che non si riduce a proclamazione verbale ma che diventa, nelle diverse situazioni storico-culturali, apertura concreta, nella comunione amicale, di itinerari autentici di liberazione… Perché oramai amare, amare veramente, vuol dire liberare!

domenica 3 giugno 2007

di Pasqua in Pasqua

Proprio perché, come scrivevamo, il senso del nostro agire (umano-cristiano-missionario), è dato dall’orientamento del nostro camminare nella nostra storia concreta, sia come singoli che come collettività, diventa vitale la domanda sull’origine del viaggio stesso. Affinché il nostro camminare non sia un “girovagare senza meta” o un “girare su se stessi” ma tragga dallo stesso avanzare la forza per sostenere la “fatica del viaggio”.
Come una barca in mezzo al mare, sbattuta dalle acque e senza una striscia di terra all’orizzonte che possa farne intravedere l’arrivo, occorre “fare il punto” della fede, sulla mappa della storia, per vedere a che punto siamo del tragitto e se, sballottati dal vento e dalla tempesta dei problemi della nostra vita, non ci siamo involontariamente allontanati dalla meta, come “smarriti nei pensieri dei nostri cuori” appesantiti dal quotidiano tran-tran dell’esistenza.
La meta non dobbiamo inventarcela, dobbiamo solo tracciare la rotta, nel mare senza strade e pieno di pericoli della vita, della “mia vita concreta”. Altri ci hanno preceduti, alcuni hanno fatto da “apripista” e taluni si sono accodati, molti sono già arrivati, altri ci seguono, altri ancora stanno partendo… Altri, forse i più, vorrebbero partire, ma timorosi, stanno a guardare se noi non… affondiamo!
L’unica nostra preoccupazione, per ora, deve essere però quella di vedere se siamo nella “direzione” giusta, se siamo ancora “in rotta”!
Per questo resta importante fissare lo sguardo là dove il viaggio è iniziato, per noi, per tutti, e cercare di vedere quale itinerario è stato percorso e perché, da coloro che ci hanno preceduti nel viaggio della fede e hanno “saputo” arrivare a destinazione.
E iniziamo allora là dove questo cammino ha cominciato nella storia dell’umanità.
Dove? A mio modesto avviso la “storia” ha inizio esattamente “qui”:

Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita,l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».
Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?». Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono/sarò!». Poi disse:«Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè:«Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.
Và! Riunisci gli anziani d'Israele e dì loro: Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo: Sono venuto a vedere voi e ciò che vien fatto a voi in Egitto. E ho detto: Vi farò uscire dalla umiliazione dell'Egitto verso il paese del Cananeo,dell'Hittita, dell'Amorreo, del Perizzita, dell'Eveo e del Gebuseo, verso un paese dove scorre latte e miele.
Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani d'Israele andrete dal re di Egitto e gli riferirete: Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio. Io so che il re d'Egitto non vi permetterà di partire, se non con l'intervento di una mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l'Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare.
Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. Ogni donna domanderà alla sua vicina e all'inquilina della sua casa oggetti di argento e oggetti d'oro e vesti; ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e spoglierete l'Egitto»

Avrei dovuto scrivere tutto il libro dell’Esodo, alla cui lettura integrale rimando, ma non potendo, ho voluto qui riportare per esteso almeno il brano che è capitale per comprendere il cammino che intendiamo intraprendere perché vi è descritta l’esperienza primordiale e fondante di ogni esperienza di Dio, di ogni vocazione.
Siamo qui al capitolo 3° del libro dell’Esodo dove, nelle varie versioni della Bibbia, si dice che qui si tratta della vocazione di Mosé, ma stiamo attenti a non lasciarci ingannare, qui più che la vocazione di Mosé c’è la descrizione, passatemi il termine, della “Vocazione di Dio” e in quella di Dio, quella di Mosé e del popolo di Israele, di Gesù e dei suoi discepoli… Della nostra e quella di ogni uomo e donna.
Israele stesso ne è come positivamente “ossessionato”… E noi con lui… Bisognerebbe ritagliare il brano e incollarlo su un cartoncino per farne come un “segnalibro” tra le pagine della Bibbia per averlo continuamente sott’occhio ogni volta che leggiamo un qualunque altro brano. Non c’è infatti praticamente un solo passo della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, che in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente non vi faccia in qualche modo riferimento…
Tutta la storia di Israele, la predicazione dei profeti, la sua preghiera e il suo culto, le immagini e i simboli della Bibbia stessa (fuoco, acqua, vento…), hanno la preoccupazione di “dilatare” nella storia questo avvenimento di liberazione e di attualizzarlo rendendolo “visibile” facendone continuamente memoria. Così che, in un continuo rinvio circolare, (ri)attualizzandolo, ne (ri)comprende sempre meglio la infinita ricchezza della sua manifestazione.
Gesù stesso vi farà continuamente riferimento prima e dopo la resurrezione: in quanto ne è “l’ispiratore” (Gesù è Dio in quanto Figlio del Padre) e colui che lo porta a compimento realizzando definitivamente nella propria umanità ciò che in Mosé il Padre ha iniziato nella storia dell’umanità. E, in quanto “corpo di Cristo”, la Chiesa stessa (e la sua missione), non può esistere e capirsi se non in questa stessa dinamica. Il cristiano cioè, non può comprendere la propria missione e identità se non a partire, a imitazione di Gesù Cristo, dalla figura di Mosé e dalla storia di liberazione che ne segue(vedi nota), diventandone “vivente epifania”.


La Pasqua come avvenimento di liberazione e inaugurazione di una vita nuova, è, e resta, nella sua continuità e nella sua diversa compiutezza, l’avvenimento fondante sia per il cristiano che per l’ebreo. E a questa vita nuova, nella assunzione responsabile della libertà, rimanda tutta l’azione di Dio nella storia come descritta dalla tradizione biblica. E nuove, nel suo rinnovato significato, appaiono anche le “parole” ivi contenute.
Ad esempio, ma è solo veramente un piccolissimo esempio, parole “positive” come: libertà, figlio, amico, salvezza, riscatto, redenzione, guarigione, dono, grazia, amore, promessa, terra, popolo, Alleanza, fede, speranza, carità, avvocato, testimonianza, perdono, cuore, coscienza, anima, s/Spirito, Signore, dono, ascesi, vita, creazione, “Legge”, “comandamenti”… E naturalmente il loro contrario “negativo” come: schiavitù, servo, dannazione, malattia, odio, vendetta, peccato, fallimento, infedeltà, disperazione, morte… non possono essere comprese in modo adeguato nel loro autentico senso biblico se non all’interno della prospettiva inaugurata da questo avvenimento di liberazione ivi descritto. E questo è vero sia per l’Antico che per il Nuovo Testamento. Sia nell’esperienza credente del popolo di ebraico che nell’esperienza credente del popolo cristiano.
Infatti essa non fa altro che rimandare, come declinazioni storiche in un crescendo di attuazione e rivelazione, a quest’avvenimento fondamentale in cui Dio si manifesta come Liberatore e quindi conseguentemente nell’agire come tale, Creatore del suo popolo e per questo Signore della storia. Ed è da qui che deve “partire” ogni autentica vocazione missionaria…
_______________________________________

nota: Ricordo qui un solo esempio per il prima: l’episodio della Trasfigurazione (Lc 9,30; Mc 9,4; Mt 17,3) e per il dopo: l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,27).

giovedì 3 maggio 2007

La Missione come "Cammino"

Se siamo cristiani, dicevamo, siamo necessariamente missionari. È il cristiano che "mi costituisce" missionario. Ma è "la missione" che fa il cristiano! Se muore in me "la missione", muore il cristiano. La missione non è un optional del cristiano, e ancor meno un modo di accrescere numericamente la chiesa espandendo la sua area di influenza nel mondo, ma è un'esigenza prima di tutto vitale, una questione di vita o di morte, del cristiano in quanto tale!

Non è possibile qui, riportare il brano integrale degli Atti degli Apostoli in cui si parla del Battesimo di Cornelio, vi rimando alla lettura integrale dell'episodio (Atti 10,1-11,18). Chiudete la rivista e andate a rileggervi il brano. Anche se già lo conoscete, fate lo sforzo di fermare qui la vostra lettura e aprite la bibbia e poi ci rivediamo: prenderà un po' di tempo ma non sarà senza frutto.

Letto? Bene!

Ora la domanda che ci poniamo è "Chi converte chi"? Chi è il missionario qui? Pietro o Cornelio? In tutti e su tutto agisce lo Spirito Santo certo. Ma se Pietro è inviato, è Cornelio, "il pagano", che lo "chiama" prima e lo "invia" poi perché Cornelio sia accettato da tutta la comunità.

Pietro dà consapevolezza a Cornelio, e Cornelio fa prendere consapevolezza a Pietro, che a sua volta al ritorno nella comunità fa crescere tutta la chiesa nella consapevolezza del dono ricevuto!

Infatti …112 quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo:3 «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».4 Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose […]. 18 All'udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

Dunque, prima di Cornelio, non sapevamo che anche ai pagani Dio ha concesso che abbiano la vita? Stando al brano, evidentemente no, non lo sapevamo ancora!

La missione rende la chiesa più chiesa, nel senso che "solo" attraverso la missione la chiesa prende coscienza della propria identità e del dono di Dio!

Lo Spirito Santo infatti non ci è inviato dal Padre per "disfare l'Incarnazione" come se quello che è avvenuto in Gesù Cristo sia una cosa che riguarda "solo lui" e vada archiviato nel passato della storia. Troppe volte ci dimentichiamo della dimensione "carnale" dell'amore di Dio (cf Gv 1,14) per ricondurci a un amore disincarnato, a una verità che cala dall'alto trascurando che la "logica" che presiede all'Incarnazione del Figlio di Dio in Maria attraversa la nostra storia e l'agire di Dio nella storia tutta. Come è sempre stato fin dall'inizio.

L'inizio appunto, di cui sempre dobbiamo prendere continua consapevolezza, come fa la chiesa di Gerusalemme nell'episodio di Cornelio. E come siamo continuamente chiamati a fare "la chiesa che noi siamo" in quanto cristiani. Perché è un inizio che sempre si attua nel quotidiano della nostra vita. Inizio da cui siamo nati (per questo sempre antico) e verso cui noi siamo chiamati essere compimento (per questo sempre nuovo) nell'oggi della vita, nostra e degli altri!

Avanziamo allora, come auspicato, verso l'inizio per cogliere "il senso" del nostro camminare nella speranza, del nostro annunciare nella carità, del nostro vivere nella fede.

E qui subito ci accorgiamo di qualcosa di "ambiguo" che esige subito un chiarimento…

Prendiamo le domande esistenziali tipiche del nostro vivere: "qual è il senso della vita?"; "qual è il senso della sofferenza?"; "qual è il senso della morte?"; "che senso dare alla propria vita?" o ancora, per stare al tema del nostro articolo, "qual è il senso della missione?"…

E constatiamo che per poter rispondere a queste domande, un istruttore di "scuola guida" può esserci di più grande aiuto di un professore di teologia o di filosofia o di certi… preti. E, sia detto senza irriverenza, la lettura del codice della strada, ci apparirebbe più esaustiva di alcuni documenti del magistero, così preoccupati di dare una risposta che sia "più vera della verità" da perdere ogni adesione alla domanda stessa da cui pure erano partiti; così preoccupati del trascendentale da perdere i contatti col reale…

Infatti davanti a simili domande noi subito, figli di una cultura pagana (non è una colpa, ma un fatto!), pensiamo e interpretiamo istintivamente: "perché la vita, la sofferenza, la morte?" o "qual è la verità della vita, della sofferenza, della morte?" o "perché essere missionari?". L'attenzione va sul "perché": della morte, della vita, della sofferenza, della missione. Interpretiamo cioè la parola "senso" in "fondamento", "ragione", "significato" e via dicendo.

E neanche ci sfiora l'idea, che se ci lasciassimo impregnare concretamente da una mentalità biblica (conversione, metánoia, vuol dire proprio questo), leggendola soprattutto con la mentalità di chi l'ha scritta e non solo con la forma mentis di chi la legge, vi coglieremmo invece l'idea di "direzione", "cammino", e quindi (vedremo) di "esodo", "pasqua", "liberazione". Inclusi proprio nel suo significato di "senso di marcia", proprio come descritto nel "mistico" codice della strada!

Smetteremmo così di illuderci, come certi pensatori, che se qualcuno ci desse "la ragione" dell'esistenza sapremmo poi cosa farne… invece è esattamente il contrario, almeno questa è la "proposta biblica": solo dall'uso che ne fai, dalla direzione che prendi ('senso' appunto), ne cogli "la ragione", "il perché", per quanto ciò sia possibile a una povera creatura!

Dicendo quindi, ad esempio, che Gesù ha dato un senso alla propria vita, alla propria morte, non si vuol dire che se ne è fatta una "ragione" intesa magari a mo' di consolazione non potendo fare diversamente… Si vuol dire piuttosto che Gesù ha scelto di dare un orientamento, un thélos, una direzione alla propria vita e alla propria morte. O meglio, che in quanto Figlio ha scelto di continuamente "riceversi" come Figlio accogliendo nella propria vita il progetto d'amore che il Padre, sorgente dell'amore, gli offre. "Fare la volontà di Dio" allora, in questa prospettiva, diventa un camminare, guardare, agire nella stessa direzione: e questo è tutt'altra cosa che il quietistico "rinunciare" alla propria volontà o il buddistico "spegnimento del desiderio", o peggio ancora, la moralistica "mortificazione" che scambia "l'irresponsabilità" per virtù. Anzi è proprio un attuarli e utilizzarli al massimo delle proprie potenzialità nella realizzazione "responsabile" di un "progetto comune" con quello del Padre. E proprio per questo l'idea di peccato che si ricava nei testi biblici soprattutto del Nuovo Testamento, è quella di "un arciere che sbagliando direzione nel lancio della freccia ne fallisce il bersaglio".

Solo così si incontrano allora filosofia e storia: "la ragione" della tua vita (e della missione) è rivelata e contemplata dalla sua direzione! Il cammino della missione diventa allora il fondamento della suo "perché".

La tappa successiva sarà dunque quella di vedere come la comunità credente giudeo-cristiana si è "conosciuta" a partire proprio da questo camminare nella storia in cui si realizza il progetto del Padre che continuamente ci fa figli nel Figlio per il dono pasquale dello Spirito.



Scusate il linguaggio "inusuale": quando utilizzai per la prima volta l'espressione in Camerun anni fa, alcuni, a dir poco, si stupirono… Ma credo che dobbiamo riappropriarci di un linguaggio che non solo è biblico, ma è essenziale a un cammino di fede non idealizzato. (Cf L'enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI). Di "licenze" linguistiche, avrete notato, faccio spesso uso, con buona pace del "purismo" dei grammatici, per forzare il linguaggio ad esprimere meglio, spero, la ricchezza del dono di Dio. Spesso lo evidenzio anche con un corsivo, come un "segno" grafico che avverta il pensiero a cogliere che attraverso "l'errore" voluto si intende dire altro.

domenica 1 aprile 2007

Il coraggio dell'intelligenza

Dagli articoli precedenti credo che appaia sempre più chiaro, anche se non esplicitamente dichiarato, che la riflessione sul come essere missionari oggi, coincida inevitabilmente con la necessità di comprendere cosa voglia dire essere cristiani e carmelitani oggi.

La dimensione missionaria è una “cosa” sola con quella cristiana: sono due modi per descrivere lo stesso avvenimento, da prospettive diverse. L’incontro con la Persona di Cristo che mi trasforma in profondità nel mio essere nel mondo (cristiano) mi trasforma in profondità nel mio essere per il mondo (carmelitano-missionario). E circolarmente, è evidente, che il mio essere per il mondo è ciò che costituisce il mio essere nel mondo. Dico circolarmente, perché veramente, il mio vissuto, la mia storia, che si dispiega nella concretezza della vita carmelitano-missionaria, mi “costruisce” nella profondità del mio essere cristiano: Dio, agisce sempre nella storia, per questo ne è il Signore!

Non c’è un prima o un dopo (umano, cristiano, carmelitano, missionario, ecc.) se non nel crescere storicamente in questa consapevolezza. Al crescere (o decrescere) di una dimensione crescono (o decrescono) necessariamente tutte le altre: l’uomo è uno!

Ora è proprio qui il problema: la “crisi” della fede
[1] porta di fatto a una “crisi” della missione e viceversa.
A poco serviranno gli sforzi per (ri)dare slancio alla missione se nello stesso tempo non si ha il coraggio di ammettere che occorre (ri)dare slancio alla propria fede. Insomma per rispondere alla domanda “perché e come essere missionari oggi” occorre rispondere alla domanda “perché e come credere oggi” (che equivale a risponde alla domanda di “come e perché essere carmelitani oggi”).

E quando si parla di fede, necessariamente il discorso cade là dove essa è storicamente iniziata, nella mia vita, nella vita dei miei “compagni di cammino” di oggi e di ieri. Per vedere se strada facendo, qualche cosa di essenziale è stato trascurato, dimenticato, sviato, mal interpretato, ecc., e che “mi impedisce”, per così dire, di continuare il cammino verso “il futuro” che Dio pone dinnanzi a me. Scrivevo infatti la volta scorsa che la memoria del cristiano, non è una memoria che continuamente è orientata al passato, in quanto questo sarebbe un “ritorno al passato”, che mi renderebbe prigioniero di una storia “idealizzata” e quindi una fuga nell’immaginario e per questo idolatria. La memoria del cristiano, dicevo, è una “memoria del futuro”: è una memoria in perenne ricordo della promessa di Dio.

Occorre forse aver percorso certe strade in automobile per capire, plasticamente quello che sto dicendo: spesse volte in Africa la strada “sparisce” o diventa impercorribile. Occorre allora fermarsi, studiare il terreno, la cartina, per vedere come continuare. Avanzare sembra impossibile, ma tornare indietro non si può perché c’è qualcuno che ti aspetta là dove devi andare e ha bisogno della tua presenza. Si sonda il terreno a piedi, si cercano le tracce di coloro che ci hanno preceduto. Se sono troppo grosse, perché ci è passato un camion, rischi di sprofondare in buche ancor più profonde per la tua macchina, devi cercare, qualcosa che sia alla tua portata o usare bastoni o sassi per rendere la buca meno profonda. Il desiderio di arrivare ti ossessiona. L’immagine della meta ti guida e l’idea di rinunciare neanche ti sfiora. Provi, riprovi, ritenti, ti arrabbi e ti sporchi, cadi e ti rialzi, ma non molli, perché sai che non c’è alternativa che valga la pena di essere percorsa…
E quando finalmente riesci a passare oltre, le grida di gioia tue e dei passeggeri trasformano in festa lo scampato pericolo. La fatica è dimenticata per le energie decuplicate dal ritrovato cammino.

Provate a percorrere la strada che collega il Camerun con il Centrafrica e poi mi direte…

Ecco, cercare le tracce di coloro che sono davanti a noi, perché ci hanno preceduto alla meta, non ha niente a che fare con l’archeologia del passato o ritorno all’indietro, anzi! Sarebbe un tornare là da dove anche loro sono partiti, mentre noi dobbiamo percorre una strada verso là dove loro sono già arrivati! Ed eventualmente, non fare gli stessi errori qualora ce ne fossero stati. Se dobbiamo (ri)studiare il cammino percorso, da loro e da noi, questo va fatto solo in questo senso, con questo scopo, non certo per fare rivivere un passato, che perché passato mai più ritornerà, ma per capire meglio quale è il cammino da percorrere: la direzione da prendere e come affrontarlo…

Credo sia proprio questo che l’autore della Lettera agli Ebrei ci invita a vivere quando spinge ciascuno di noi a dimostrare “il medesimo zelo perché la sua
[2] speranza abbia compimento sino alla fine, e perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che con la fede e la perseveranza divengono eredi delle promesse” (Eb. 6,11-12). Oppure passi analoghi come quello di san Giacomo: “Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza[3] i profeti che parlano nel nome del Signore” (Gc. 5,10).

Questo ci domanda necessariamente di ripercorrere le tappe del cammino storico dell’intervento di Dio nella “propria storia”, inserito (se è lo stesso Dio!), nel cammino della fede di coloro che stanno vivendo oggi la stessa esperienza di Dio. È un “lavoro” alle “radici della fede” perché queste possano meglio portare linfa all’oggi della mia vita, e rendermi capace di aprirmi sempre di più alla promessa di Dio che si fa presente nella storia dell’uomo di oggi.
E questo è un “lavoro” fatto nello Spirito Santo certo (cfr Romani 8,1ss) ma anche un lavoro fatto con tutta la mia intelligenza perché questo vuol dire essere uomini maturi nella fede cioè veramente sapienti. A questa “intelligenza” ci invitano anche tutti gli Apostoli (cfr 1Cor 14,20
[4]; 2Pt 3,1[f]; Ap 13,18[g]…).

Infatti, si sente spesso parlare di intelligenza “illuminata”, “purificata” dalla fede, ma si dimentica spesso che questo è solo un lato della medaglia, non meno urgente è oggi una fede che sappia lasciarsi “illuminare e purificare” dall’intelligenza!… Una fede che non ha paura di mettersi in discussione, è una fede che ha voglia di crescere, di camminare verso il “compimento della promessa”, per sé e per coloro che il Padre gli affida
[h].
Il non farlo è segno che a questa promessa non si crede veramente più.

E allora ciò ci obbliga a porci la domanda sulle “ragioni” del “viaggio”, perché forse a furia di camminare ci siamo dimenticati del perché siamo partiti, ci siamo dimenticati verso dove camminare, ci siamo scordati “la meta”!

È questo, con umiltà e coraggio, che vorremmo iniziare a fare nel prossimo numero…
A presto!

[1] Anche qui, quando dico fede (o speranza o carità) intendo sempre fede-speranza-carità, così come quando dico, più sotto, credere (o sperare o amare) intendo sempre credere-sperare-amare, in quanto mancando un aspetto dell’affidamento a Dio nel mio cammino storico, viene a mancare l’atto stesso dell’affidarsi a Dio.
[2] Di Dio!
[3] Attesa fiduciosa nel compimento certo della promessa: questa è la speranza!
[4] Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi.
[e] Il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio.
[f] Questa, o carissimi, è gia la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare con ammonimenti la vostra sana intelligenza.
[g] Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.
[h] Prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, (Filippesi 1,9)

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